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2018-05-17
«Lesivo della libertà»: la Raggi rimuove il manifesto pro vita
ANSA
Dopo il precedente del manifesto dell'associazione Provita, rimosso dalla giunta Raggi a inizio aprile, era nell'aria che il Comune di Roma avrebbe fatto sparire anche l'affissione con cui Citizengo definiva l'aborto «la prima causa di femminicidio».
Alle voci che ne chiedevano l'eliminazione, dalla senatrice Monica Cirinnà alla segreteria territoriale della Cgil, ha fatto seguito, martedì sera, una diffida degli uffici comunali, riferita al regolamento sulla pubblicità che proibisce esposizioni «il cui contenuto sia lesivo del rispetto della libertà individuali e dei diritti civili». Così, ieri mattina, è cominciata la rimozione del cartellone. Sventolando la foglia di fico dei «diritti civili», l'amministrazione capitolina ha tappato di nuovo la bocca a una libera associazione, la cui unica colpa è di non essere allineata alla filiera progressista sui temi etici.
Ostacolare gli attivisti pro life è un chiodo fisso delle due «sindache» grilline, la torinese Chiara Appendino e la romana Virginia Raggi. Nella città della Mole, la prima cittadina ha inaugurato la prassi di registrare all'anagrafe i figli di coppie omosessuali. Una mossa sulla cui legittimità dovrà esprimersi l'avvocatura dello Stato. Ma la Appendino ha già avuto a che fare pure con Citizengo. Qualche mese fa, il gruppo aveva avviato un tour nelle maggiori città italiane con il «bus della libertà», la cui carrozzeria recava la scritta: «I bambini sono maschi. Le bambine sono femmine». Il bersaglio, chiaramente, era l'introduzione della teoria gender nelle scuole. Il Comune di Torino aveva dapprima concesso l'autorizzazione alla sosta al pullman, ma dodici ore prima dell'arrivo l'aveva ritirata: per questo motivo, la polizia municipale aveva multato gli ideatori della campagna. La logica è surreale: nel nome di presunti diritti civili se ne conculca uno, la libertà d'espressione, che in Occidente si credeva un dato acquisito almeno dal dopoguerra.
A Roma, il bus della libertà non aveva riscontrato problemi di circolazione e sosta. Sarà per stare dietro al dispotismo della collega «gianduiotta», allora, che la Raggi ha voluto avviare la macchina della censura, come fossimo ai tempi del papa re e di Mastro Titta, il boia vaticano. Perché, ironia della sorte, i campioni del progressismo hanno acquisito i tratti più bigotti e repressivi degli oscurantisti religiosi che dichiarano di aborrire. Tant'è che, quando la giunta romana aveva disposto la rimozione del cartellone di Provita, persino Marco Cappato, sicuramente non noto per essere un militante cattolico, su Twitter aveva espresso tutto il proprio disappunto per la decisione dell'amministrazione capitolina.
La condotta politica dei comuni grillini sta mostrando il vero volto della classe dirigente pentastellata: a parole, alternativa alla casta politica, ma nei fatti subalterna e funzionale agli interessi delle lobby che stanno imponendo alle nostre società una gigantesca trasformazione antropologica. In fondo, la sezione laziale del Movimento 5 stelle non aveva mai fatto mistero delle proprie posizioni, ribadendo, in un post apparso su Facebook nei giorni scorsi, che «l'aborto è un diritto».
Citizengo, però, non ha intenzione di arrendersi. E annuncia una nuova campagna, contrassegnata dall'hashtag «#stopaborto», che sarà lanciata oggi, in occasione della giornata internazionale contro l'omofobia. Sui manifesti, stavolta, campeggeranno una coppia che aspetta un bambino e lo slogan: «I diritti civili nascono nel grembo materno». Secondo i militanti, la «censura politica del Comune di Roma è un attacco senza precedenti alla libertà di espressione, una violazione delle libertà costituzionali inaudita, che dimostra l'esistenza di un regime di pensiero sui temi bioetici che non tollera diversità di vedute».
Contro lo zelo censorio si è scagliata anche Giorgia Meloni, la quale, in un video, ha rinfacciato alle femministe, «impegnate a far rimuovere un manifesto contro l'aborto», il silenzio su ben più gravi angherie: il massacro di Pamela Mastropietro, l'uccisione di Sana Cheema in Pakistan, sgozzata dai familiari perché, a Brescia, viveva all'occidentale e l'affidamento di un programma Rai allo scrittore Massimo Carlotto, ex di Lotta Continua, che nel 1976 assassinò con 59 coltellate una ragazza di 24 anni.
Lo scontro tra Citizengo e Roma Capitale è avvenuto alla vigilia della Marcia per la vita, che si terrà in città sabato 19 maggio, con partenza alle ore 15 da Piazza della Repubblica. Questo mese, per di più, ha un valore simbolico importante: quarant'anni fa, il 22 maggio 1978, veniva infatti promulgata la famigerata legge 194, che decriminalizzò e disciplinò l'accesso all'interruzione volontaria di gravidanza. Comunque la si pensi, è indubbio che le statistiche restituiscono l'immagine di un genocidio: dal 1978 a oggi, è stato impedito di nascere a quasi sei milioni di italiani. Questi numeri, in altre circostanze storiche, avrebbero fatto parlare di olocausto.
Alessandro Rico
Torna la Marcia per la vita nel nome del piccolo Alfie
Nel Regina Coeli di domenica 6 maggio, papa Francesco ha espresso un forte richiamo alla folla dei fedeli presenti in piazza San Pietro, parlando della cura per il prossimo insegnataci da Gesù Cristo. «E questo amore per gli altri non può essere riservato a momenti eccezionali, ma deve diventare la costante della nostra esistenza. Ecco perché siamo chiamati, per esempio, a custodire gli anziani come un tesoro prezioso e con amore, anche se creano problemi economici e disagi, ma dobbiamo custodirli. Ecco perché ai malati, anche se nell'ultimo stadio, dobbiamo dare tutta l'assistenza possibile. Ecco perché i nascituri vanno sempre accolti; ecco perché, in definitiva, la vita va sempre tutelata e amata dal concepimento al suo naturale tramonto».
Papa Bergoglio non ignora che le tradizionali battaglie etiche portate avanti dalla Chiesa, diciamo dalla seconda guerra mondiale in qua, sono state tutte quante delle pure perdite. Si iniziò col nuovo diritto di famiglia del 1970, che cancellò la nozione tipicamente cattolica e biblica di pater familias, ribadita a chiare lettere dal codice Rocco e da tutti i codici occidentali in vigore da secoli. Poi vennero il divorzio e l'aborto negli anni Settanta, al massimo negli stati più conservatori, come Portogallo, Grecia e Spagna negli anni Ottanta e Novanta. Poi giunse inattesa la soppressione dei crocefissi dai luoghi pubblici . E a ben pensarci non fu una rimozione di poco conto, per la valenza simbolica che ebbe: alcuni uomini appesero quei simboli lignei alle pareti, mentre altri uomini li tolsero, probabilmente per sempre…
A partire, dagli anni 2000, ignorando totalmente il grande giubileo di Giovanni Paolo II, si iniziò a legiferare sull'omosessualità, la fecondazione artificiale e il matrimonio gay. Non c'è ancora una realizzazione universale come per il divorzio e l'aborto, ma ha ottimi margini di crescita nei prossimi lustri. Anche perché se prima lo strano e l'anormale era il gay (detto «il diverso»), oggi lo è l'omofobo, cioè colui che teme l'omosessualità come stile di vita e conquista sociale.
Da ultimo è giunta l'eutanasia, specie negli avanzatissimi paesi del Nord. Ma dato che si tratta di far morire delle persone, a volte perfino senzienti e in tenera età, come nei casi di Charlie Gard e Alfie Evans, si va un po' coi piedi di piombo. Ma anche qui si punta al completo ribaltamento della tradizione: non solo cattolica, ma ippocratica, ovvero alla tradizione medica universale. Il malato va curato e il paziente va guarito, punto e basta. E invece no, oggi c'è il progresso e l'autodeterminazione del paziente… «Dottore, mi inietti il veleno. Deve farlo però sennò la denuncio alla corte universale dei diritti dell'uomo e poi sono guai».
Questo innegabile processo storico, di progresso per gli uni di decadenza per gli altri, ebbe come coprotagonista il papa più longevo e mediatico del XX secolo, Giovanni Paolo II (1978-2005). Ma come nota giustamente Marcello Veneziani,«Giovanni Paolo II fronteggiò la crisi più radicale che possa abbattersi su un santo padre: la scristianizzazione del mondo a partire dall'Occidente. Woytjla predicò in un mondo i cui Dio si è ritirato, la cristianità presa a morsi e rimorsi dal nichilismo gaio e dall'ateismo pratico (…). La sua lunga lotta contro l'Allegra Disperazione dell'Occidente fu coronata da un magnifico insuccesso (…). Mai un papa ha parlato così tanto e a così tanta gente e mai è stato così inascoltato».
Ma se tutto questo è vero, la predicazione di Papa Bergoglio sulla difesa della vita dalla nascita alla morte naturale non sarà anch'essa sterile e inutile?
Sicuramente no, se si crede che senza vita e senza famiglia stabile non ci sarà futuro per la civiltà, né pace sociale. Il problema di oggi e di domani infatti non è il Pil o lo spread, e non lo sarebbe neppure l'immigrazione-invasione attuale se le cose andassero, almeno di norma, come dovrebbero andare. Le difficoltà dei giovani, del lavoro, dell'educazione, della scuola sono sempre esistite e sono problemi che in qualche misura sussisteranno sempre. Se però in una società data sono più i morti che i nati, la nazione tende all'estinzione o alla sostituzione etnica, che infondo è lo stesso: senza italiani, non c'è Italia. E se per migliaia di fanciulle minorenni abortire è come togliersi una carie, allora nessuna buona scuola avrà il terreno per produrre quel senso civico di cui i nostri giovani ignorano perfino il nome. Altro che studiare filosofia, latino e greco.
Due eventi nelle prossime settimane hanno la pretesa di denunciare questi progressi nella decadenza. A Roma, sabato, sfilerà per l'ottava volta la Marcia per la vita, promossa da molti gruppi cattolici e dedicata quest'anno in particolare a due ricorrenze tristi: i 40 anni dalla promulgazione della legge 194 (voluta strenuamente da Marco Pannella e i suoi) e la recente eutanasia dell'indifeso Alfie Evans, fatto morire scientemente il 28 aprile scorso, con la complicità di un Ospedale di Liverpool, di un'alta corte britannica e della stampa di sinistra la quale, non dimentichiamolo, in questo caso militava dalla parte dei poteri forti e non del più debole e innocente.
A Brescia poi, il prossimo 9 giugno, l'associazione degli Amici di Paolo VI, promuove un convegno sull'enciclica contestata Humanae vitae, a 50 anni esatti dalla sua promulgazione. Vi partecipano personalità di primo piano come il cardinal Wilhelm Eijk, coraggioso arcivescovo di Utrecht in Olanda, la scrittrice Costanza Miriano, e i medici Renzo Puccetti e Massimo Gandolfini.
Chi si impegna in battaglie poco redditizie e certamente controcorrente di una cosa può essere certo: non è mosso da interessi personali, familiari, di carriera o di bottega. Allora forse è davvero mosso da Dio.
Fabrizio Cannone
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Diffida agli uffici comunali per le affissioni dopo il caso Citizengo. Ma l'organizzazione non demorde: pronta una nuova campagna.Sabato, a Roma, gruppi cattolici in piazza contro la cultura della morte a 40 anni dalla promulgazione della 194. A Brescia, il prossimo 9 giugno, si discute dell'enciclica di Paolo VI.Lo speciale contiene due articoli.Dopo il precedente del manifesto dell'associazione Provita, rimosso dalla giunta Raggi a inizio aprile, era nell'aria che il Comune di Roma avrebbe fatto sparire anche l'affissione con cui Citizengo definiva l'aborto «la prima causa di femminicidio». Alle voci che ne chiedevano l'eliminazione, dalla senatrice Monica Cirinnà alla segreteria territoriale della Cgil, ha fatto seguito, martedì sera, una diffida degli uffici comunali, riferita al regolamento sulla pubblicità che proibisce esposizioni «il cui contenuto sia lesivo del rispetto della libertà individuali e dei diritti civili». Così, ieri mattina, è cominciata la rimozione del cartellone. Sventolando la foglia di fico dei «diritti civili», l'amministrazione capitolina ha tappato di nuovo la bocca a una libera associazione, la cui unica colpa è di non essere allineata alla filiera progressista sui temi etici.Ostacolare gli attivisti pro life è un chiodo fisso delle due «sindache» grilline, la torinese Chiara Appendino e la romana Virginia Raggi. Nella città della Mole, la prima cittadina ha inaugurato la prassi di registrare all'anagrafe i figli di coppie omosessuali. Una mossa sulla cui legittimità dovrà esprimersi l'avvocatura dello Stato. Ma la Appendino ha già avuto a che fare pure con Citizengo. Qualche mese fa, il gruppo aveva avviato un tour nelle maggiori città italiane con il «bus della libertà», la cui carrozzeria recava la scritta: «I bambini sono maschi. Le bambine sono femmine». Il bersaglio, chiaramente, era l'introduzione della teoria gender nelle scuole. Il Comune di Torino aveva dapprima concesso l'autorizzazione alla sosta al pullman, ma dodici ore prima dell'arrivo l'aveva ritirata: per questo motivo, la polizia municipale aveva multato gli ideatori della campagna. La logica è surreale: nel nome di presunti diritti civili se ne conculca uno, la libertà d'espressione, che in Occidente si credeva un dato acquisito almeno dal dopoguerra.A Roma, il bus della libertà non aveva riscontrato problemi di circolazione e sosta. Sarà per stare dietro al dispotismo della collega «gianduiotta», allora, che la Raggi ha voluto avviare la macchina della censura, come fossimo ai tempi del papa re e di Mastro Titta, il boia vaticano. Perché, ironia della sorte, i campioni del progressismo hanno acquisito i tratti più bigotti e repressivi degli oscurantisti religiosi che dichiarano di aborrire. Tant'è che, quando la giunta romana aveva disposto la rimozione del cartellone di Provita, persino Marco Cappato, sicuramente non noto per essere un militante cattolico, su Twitter aveva espresso tutto il proprio disappunto per la decisione dell'amministrazione capitolina.La condotta politica dei comuni grillini sta mostrando il vero volto della classe dirigente pentastellata: a parole, alternativa alla casta politica, ma nei fatti subalterna e funzionale agli interessi delle lobby che stanno imponendo alle nostre società una gigantesca trasformazione antropologica. In fondo, la sezione laziale del Movimento 5 stelle non aveva mai fatto mistero delle proprie posizioni, ribadendo, in un post apparso su Facebook nei giorni scorsi, che «l'aborto è un diritto».Citizengo, però, non ha intenzione di arrendersi. E annuncia una nuova campagna, contrassegnata dall'hashtag «#stopaborto», che sarà lanciata oggi, in occasione della giornata internazionale contro l'omofobia. Sui manifesti, stavolta, campeggeranno una coppia che aspetta un bambino e lo slogan: «I diritti civili nascono nel grembo materno». Secondo i militanti, la «censura politica del Comune di Roma è un attacco senza precedenti alla libertà di espressione, una violazione delle libertà costituzionali inaudita, che dimostra l'esistenza di un regime di pensiero sui temi bioetici che non tollera diversità di vedute».Contro lo zelo censorio si è scagliata anche Giorgia Meloni, la quale, in un video, ha rinfacciato alle femministe, «impegnate a far rimuovere un manifesto contro l'aborto», il silenzio su ben più gravi angherie: il massacro di Pamela Mastropietro, l'uccisione di Sana Cheema in Pakistan, sgozzata dai familiari perché, a Brescia, viveva all'occidentale e l'affidamento di un programma Rai allo scrittore Massimo Carlotto, ex di Lotta Continua, che nel 1976 assassinò con 59 coltellate una ragazza di 24 anni. Lo scontro tra Citizengo e Roma Capitale è avvenuto alla vigilia della Marcia per la vita, che si terrà in città sabato 19 maggio, con partenza alle ore 15 da Piazza della Repubblica. Questo mese, per di più, ha un valore simbolico importante: quarant'anni fa, il 22 maggio 1978, veniva infatti promulgata la famigerata legge 194, che decriminalizzò e disciplinò l'accesso all'interruzione volontaria di gravidanza. Comunque la si pensi, è indubbio che le statistiche restituiscono l'immagine di un genocidio: dal 1978 a oggi, è stato impedito di nascere a quasi sei milioni di italiani. Questi numeri, in altre circostanze storiche, avrebbero fatto parlare di olocausto. Alessandro Rico<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/virginia-raggi-manifesto-pro-vita-2569421036.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="torna-la-marcia-per-la-vita-nel-nome-del-piccolo-alfie" data-post-id="2569421036" data-published-at="1781109021" data-use-pagination="False"> Torna la Marcia per la vita nel nome del piccolo Alfie Nel Regina Coeli di domenica 6 maggio, papa Francesco ha espresso un forte richiamo alla folla dei fedeli presenti in piazza San Pietro, parlando della cura per il prossimo insegnataci da Gesù Cristo. «E questo amore per gli altri non può essere riservato a momenti eccezionali, ma deve diventare la costante della nostra esistenza. Ecco perché siamo chiamati, per esempio, a custodire gli anziani come un tesoro prezioso e con amore, anche se creano problemi economici e disagi, ma dobbiamo custodirli. Ecco perché ai malati, anche se nell'ultimo stadio, dobbiamo dare tutta l'assistenza possibile. Ecco perché i nascituri vanno sempre accolti; ecco perché, in definitiva, la vita va sempre tutelata e amata dal concepimento al suo naturale tramonto». Papa Bergoglio non ignora che le tradizionali battaglie etiche portate avanti dalla Chiesa, diciamo dalla seconda guerra mondiale in qua, sono state tutte quante delle pure perdite. Si iniziò col nuovo diritto di famiglia del 1970, che cancellò la nozione tipicamente cattolica e biblica di pater familias, ribadita a chiare lettere dal codice Rocco e da tutti i codici occidentali in vigore da secoli. Poi vennero il divorzio e l'aborto negli anni Settanta, al massimo negli stati più conservatori, come Portogallo, Grecia e Spagna negli anni Ottanta e Novanta. Poi giunse inattesa la soppressione dei crocefissi dai luoghi pubblici . E a ben pensarci non fu una rimozione di poco conto, per la valenza simbolica che ebbe: alcuni uomini appesero quei simboli lignei alle pareti, mentre altri uomini li tolsero, probabilmente per sempre… A partire, dagli anni 2000, ignorando totalmente il grande giubileo di Giovanni Paolo II, si iniziò a legiferare sull'omosessualità, la fecondazione artificiale e il matrimonio gay. Non c'è ancora una realizzazione universale come per il divorzio e l'aborto, ma ha ottimi margini di crescita nei prossimi lustri. Anche perché se prima lo strano e l'anormale era il gay (detto «il diverso»), oggi lo è l'omofobo, cioè colui che teme l'omosessualità come stile di vita e conquista sociale. Da ultimo è giunta l'eutanasia, specie negli avanzatissimi paesi del Nord. Ma dato che si tratta di far morire delle persone, a volte perfino senzienti e in tenera età, come nei casi di Charlie Gard e Alfie Evans, si va un po' coi piedi di piombo. Ma anche qui si punta al completo ribaltamento della tradizione: non solo cattolica, ma ippocratica, ovvero alla tradizione medica universale. Il malato va curato e il paziente va guarito, punto e basta. E invece no, oggi c'è il progresso e l'autodeterminazione del paziente… «Dottore, mi inietti il veleno. Deve farlo però sennò la denuncio alla corte universale dei diritti dell'uomo e poi sono guai». Questo innegabile processo storico, di progresso per gli uni di decadenza per gli altri, ebbe come coprotagonista il papa più longevo e mediatico del XX secolo, Giovanni Paolo II (1978-2005). Ma come nota giustamente Marcello Veneziani,«Giovanni Paolo II fronteggiò la crisi più radicale che possa abbattersi su un santo padre: la scristianizzazione del mondo a partire dall'Occidente. Woytjla predicò in un mondo i cui Dio si è ritirato, la cristianità presa a morsi e rimorsi dal nichilismo gaio e dall'ateismo pratico (…). La sua lunga lotta contro l'Allegra Disperazione dell'Occidente fu coronata da un magnifico insuccesso (…). Mai un papa ha parlato così tanto e a così tanta gente e mai è stato così inascoltato». Ma se tutto questo è vero, la predicazione di Papa Bergoglio sulla difesa della vita dalla nascita alla morte naturale non sarà anch'essa sterile e inutile? Sicuramente no, se si crede che senza vita e senza famiglia stabile non ci sarà futuro per la civiltà, né pace sociale. Il problema di oggi e di domani infatti non è il Pil o lo spread, e non lo sarebbe neppure l'immigrazione-invasione attuale se le cose andassero, almeno di norma, come dovrebbero andare. Le difficoltà dei giovani, del lavoro, dell'educazione, della scuola sono sempre esistite e sono problemi che in qualche misura sussisteranno sempre. Se però in una società data sono più i morti che i nati, la nazione tende all'estinzione o alla sostituzione etnica, che infondo è lo stesso: senza italiani, non c'è Italia. E se per migliaia di fanciulle minorenni abortire è come togliersi una carie, allora nessuna buona scuola avrà il terreno per produrre quel senso civico di cui i nostri giovani ignorano perfino il nome. Altro che studiare filosofia, latino e greco. Due eventi nelle prossime settimane hanno la pretesa di denunciare questi progressi nella decadenza. A Roma, sabato, sfilerà per l'ottava volta la Marcia per la vita, promossa da molti gruppi cattolici e dedicata quest'anno in particolare a due ricorrenze tristi: i 40 anni dalla promulgazione della legge 194 (voluta strenuamente da Marco Pannella e i suoi) e la recente eutanasia dell'indifeso Alfie Evans, fatto morire scientemente il 28 aprile scorso, con la complicità di un Ospedale di Liverpool, di un'alta corte britannica e della stampa di sinistra la quale, non dimentichiamolo, in questo caso militava dalla parte dei poteri forti e non del più debole e innocente. A Brescia poi, il prossimo 9 giugno, l'associazione degli Amici di Paolo VI, promuove un convegno sull'enciclica contestata Humanae vitae, a 50 anni esatti dalla sua promulgazione. Vi partecipano personalità di primo piano come il cardinal Wilhelm Eijk, coraggioso arcivescovo di Utrecht in Olanda, la scrittrice Costanza Miriano, e i medici Renzo Puccetti e Massimo Gandolfini. Chi si impegna in battaglie poco redditizie e certamente controcorrente di una cosa può essere certo: non è mosso da interessi personali, familiari, di carriera o di bottega. Allora forse è davvero mosso da Dio. Fabrizio Cannone
Da quel 31 marzo e da quella piovosa, a tratti gelida, notte di Zenica, in Bosnia, il sentimento che ha accompagnato il nostro avvicinamento ai Mondiali è stato uno soltanto: tristezza. Ma anche amarezza, rabbia e delusione. L'Italia non sarà alla Coppa del Mondo per la terza volta consecutiva e questo lo sappiamo ormai da oltre due mesi. Il nostro calcio attraversa una crisi profonda e, mentre si avvicinano le elezioni federali del 22 giugno – dalle quali uscirà il presidente chiamato a nominare il nuovo commissario tecnico e ad avviare quel percorso di riforme di cui tutto il sistema sembra avere urgente bisogno – non resta che farsene definitivamente una ragione.
E magari aggrapparsi ai timidi segnali positivi arrivati nelle ultime settimane: l'entusiasmo e la freschezza dei giovani affidati alla guida di Silvio Baldini nelle amichevoli contro Lussemburgo e Grecia, oppure il successo dell'Under 17 all'Europeo di categoria. Ma soprattutto mettersi comodi davanti alla televisione e provare a godersi quello che, per chi ama il calcio, resta l'evento degli eventi.
Perché se è vero che un Mondiale senza azzurri rischia inevitabilmente di far perdere interesse a molti tifosi italiani, è altrettanto vero che la Coppa del Mondo si guarda a prescindere. Anche solo per vedere all'opera i migliori giocatori del pianeta. Da Cristiano Ronaldo e Lionel Messi, attesi da quello che potrebbe essere il loro ultimo ballo, a Harry Kane ed Erling Haaland, già candidati credibili per la classifica marcatori. Fino ai talenti della nuova generazione, come Lamine Yamal e Michael Olise, pronti a trascinare Spagna e Francia con il loro estro. Senza dimenticare Kylian Mbappé, chiamato a riscattare una stagione al di sotto delle aspettative con il Real Madrid, e Ousmane Dembélé, reduce da dodici mesi da protagonista assoluto con il Paris Saint-Germain, culminati con la conquista della seconda Champions League consecutiva e del Pallone d'Oro. Proprio il Pallone d'Oro è uno dei temi che accompagneranno il torneo: è altamente probabile che il Mondiale finisca per incidere in maniera decisiva sull'assegnazione del prossimo riconoscimento individuale istituito da France Football.
Un Mondiale che non vedrà protagonista l'Italia, ma che parlerà comunque un po' la nostra lingua grazie ai tre commissari tecnici italiani presenti in panchina: Carlo Ancelotti alla guida del Brasile, Vincenzo Montella con la Turchia e Fabio Cannavaro alla sua storica prima partecipazione con l'Uzbekistan. Soprattutto Ancelotti potrebbe inseguire un'impresa senza precedenti. Nessuna nazionale, infatti, ha mai conquistato il Mondiale con un commissario tecnico straniero. Ci andarono vicini l'austriaco Ernst Happel con l'Olanda nel 1978 e l'inglese George Raynor con la Svezia nel 1958, ma nessuno riuscì a completare l'opera. Toccherà ora all'allenatore di Reggiolo provare ad abbattere uno degli ultimi tabù del calcio internazionale.
E poi ci sono le curiosità, le statistiche, i record da inseguire o da battere, ma anche le polemiche e i problemi che hanno accompagnato la vigilia del torneo diffuso tra Canada, Messico e Stati Uniti. Gli spunti, insomma, non mancano.
Le immagini dei giocatori del Senegal sottoposti a controlli direttamente sulla pista dell'aeroporto, quelle di Kevin De Bruyne perquisito con il metal detector e il passaggio dell'Uzbekistan di Cannavaro tra i cani antidroga hanno fatto il giro dei social, alimentando il dibattito sulle modalità di accoglienza adottate dalle autorità statunitensi. Ancora più delicato il caso di Omar Artan. Il 34enne arbitro somalo, designato dalla Fifa per dirigere alcune gare del torneo e destinato a diventare il primo fischietto del suo Paese a partecipare a un Mondiale, è stato respinto all'ingresso negli Stati Uniti dopo undici ore di interrogatorio a Miami. «Avevo tutti i documenti in regola», ha raccontato al New York Times, spiegando di essere stato interrogato a lungo anche sulla situazione politica della Somalia. La Fifa lo ha successivamente escluso dalla lista arbitrale. Sul piano diplomatico, l'Iran ha denunciato la revoca della quota di biglietti destinata ai propri tifosi e le difficoltà incontrate da diversi membri della delegazione nell'ottenere il visto d'ingresso negli Stati Uniti, tanto da spostare il ritiro in Messico. E proprio in Messico, a meno di quarantotto ore dalla partita inaugurale, migliaia di insegnanti hanno tentato di raggiungere lo stadio Azteca per protestare contro il governo di Claudia Sheinbaum, costringendo le autorità a blindare l'area attorno all'impianto. Nella capitale sono state sospese le lezioni e introdotte forme di lavoro agile per alleggerire il traffico previsto nel giorno del debutto del torneo.
Ma un Mondiale non vive soltanto di favoriti, polemiche e grandi campioni. Vive anche di storie. Come quella di Curaçao, arrivata all'ultima amichevole prima della partenza a bordo di un vecchio scuolabus con la musica ad alto volume e un entusiasmo contagioso. Oppure quella di Haiti, che porterà sulle proprie maglie la bandiera polacca in omaggio ai soldati che all'inizio dell'Ottocento decisero di schierarsi al fianco degli haitiani nella guerra d'indipendenza contro la Francia napoleonica. Il torneo nordamericano segnerà anche un traguardo simbolico. Tunisia-Giappone, in programma il 20 giugno a Monterrey, sarà infatti la millesima partita nella storia dei Mondiali, a quasi un secolo dalla prima edizione disputata in Uruguay nel 1930.
L'Italia resterà a guardare, e questo continuerà a fare male. Ma i Mondiali hanno sempre avuto la capacità di trascinare anche chi si avvicina con disincanto. Per le storie che raccontano, per i gol che rimangono nella storia, per i campioni che consacrano e per le sorprese che regalano. E forse è proprio questo il motivo per cui, nonostante tutto, da giovedì sera milioni di italiani saranno ancora una volta incollati davanti alla televisione.
Il torneo più grande di sempre tra format e nuove regole

Una vista panoramica dello Stadio di Città del Messico, nel contesto dell'atmosfera pre-Mondiale 2026 (Getty Images)
Non sarà soltanto il Mondiale più grande della storia. Quello che scatterà domani, giovedì 11 giugno, tra Messico, Stati Uniti e Canada rappresenta anche un punto di svolta per il calcio internazionale. Per la prima volta le Nazionali partecipanti saranno 48, le partite complessive saliranno a 104 e la Fifa sperimenterà una serie di novità regolamentari destinate a incidere concretamente sul gioco. Dal Var con poteri ampliati alla lotta contro le perdite di tempo, fino a una cerimonia inaugurale diffusa in tre Paesi diversi: il Mondiale 2026 sarà un laboratorio del calcio del futuro.
Il primo cambiamento riguarda le dimensioni del torneo. Dopo oltre vent'anni con il format a 32 squadre, la Fifa ha deciso di allargare la competizione a 48 Nazionali. Una scelta che porterà il numero complessivo delle partite da 64 a 104 e che ridisegnerà anche il percorso verso il titolo. Le squadre saranno suddivise in dodici gironi da quattro. Al termine della prima fase accederanno ai sedicesimi di finale le prime due classificate di ciascun gruppo e le otto migliori terze. Una novità che introduce un turno a eliminazione diretta in più rispetto al passato e che allunga inevitabilmente il cammino della squadra destinata a sollevare il trofeo il 19 luglio al MetLife Stadium di New York.
Cambierà anche il modo di arbitrare le partite. L'Ifab ha infatti approvato una serie di modifiche che debutteranno proprio durante il Mondiale nordamericano, con l'obiettivo dichiarato di ridurre le perdite di tempo e rendere il gioco più fluido. Il Var, ad esempio, avrà margini d'intervento più ampi rispetto al passato. Oltre ai tradizionali casi legati a gol, rigori ed espulsioni dirette, potrà correggere alcuni errori evidenti che finora rimanevano senza rimedio, come l'assegnazione errata di un calcio d'angolo o situazioni disciplinari derivanti da un'identificazione sbagliata del giocatore sanzionato. Particolare attenzione sarà riservata anche ai comportamenti ostruzionistici. I calciatori sostituiti dovranno lasciare il terreno di gioco entro dieci secondi dalla comunicazione del cambio; in caso contrario, il compagno designato a entrare dovrà attendere sessanta secondi prima di poter partecipare all'azione. Una misura pensata soprattutto per limitare le perdite di tempo nei minuti finali.
Non sarà l'unica novità in questa direzione. Gli arbitri potranno infatti avviare un conto alla rovescia per accelerare la ripresa del gioco in occasione di rimesse laterali e rinvii dal fondo. Se il tempo concesso non verrà rispettato, scatterà automaticamente una sanzione tecnica a favore della squadra avversaria. Cambiano anche le procedure relative agli infortuni. Salvo eccezioni specifiche, come nel caso dei portieri o di traumi particolarmente seri, i giocatori che riceveranno cure mediche dovranno restare fuori dal campo per almeno un minuto prima di poter rientrare. Una scelta che punta a scoraggiare interruzioni tattiche e simulazioni. L'unica deroga ai tentativi di velocizzare il gioco riguarda le pause idratazione. Considerate le elevate temperature previste in alcune sedi statunitensi e messicane, sarà consentita una sospensione di tre minuti per ciascun tempo di gioco.

Il MetLife di New York/New Jersey (Getty Images)
Ad aprire ufficialmente il Mondiale sarà il Messico, impegnato giovedì 11 giugno contro il Sudafrica nello storico stadio Azteca di Città del Messico. Prima del calcio d'inizio, previsto alle 21 italiane, andrà in scena la prima delle tre cerimonie inaugurali organizzate dalla Fifa. Una scelta in linea con la natura itinerante di questa edizione, ospitata per la prima volta da tre Paesi diversi. Il giorno successivo toccherà infatti al Canada, a Toronto, e agli Stati Uniti, a Los Angeles, celebrare l'inizio della manifestazione con eventi dedicati. Un modo per dare visibilità a ciascuno dei Paesi organizzatori e sottolineare la dimensione globale di un torneo che punta a essere il più grande di sempre, non soltanto per il numero di squadre partecipanti. Oltre al mitico Azteca di Città del Messico e al MetLife Stadium di New York, si giocherà in 14 stadi distribuiti tra Stati Uniti, Messico e Canada, con una rete di impianti che attraversa praticamente tutto il continente nordamericano. Il Messico ospiterà le partite in tre sedi, aggiungendo all'Azteca (83.000 spettatori), l'Estadio Akron di Guadalajara (48.000 spettatori) e l'Estadio Bbva di Monterrey (53.500 spettatori). Il Canada avrà due stadi: il Bmo Field di Toronto (45.000 spettatori) e il Bc Place di Vancouver (54.000 spettatori). La parte più consistente del torneo si disputerà negli Stati Uniti, con undici impianti sparsi tra costa Est, Midwest e costa Ovest. Dal Mercedes-Benz Stadium di Atlanta (75.000 spettatori) al Gillette Stadium di Boston (65.000 spettatori) fino al AT&T Stadium di Dallas (94.000 spettatori) e all'Nrg Stadium di Houston (72.000 spettatori). E poi ancora l'Arrowhead Stadium di Kansas City (73.000 spettatori), il SoFi Stadium di Los Angeles (70.000 spettatori), l'Hard Rock Stadium di Miami (65.000 spettatori), il Lincoln Financial Field di Philadelphia (69.000 spettatori), il Levi's Stadium di San Francisco/Bay Arena (71.000 spettatori), il Lumen Field di Seattle (69.000 spettatori) e lo stadio della finalissima, il MetLife Stadium di New York/New Jersey (82.500 spettatori).
Un Mondiale, questo, che sarà inevitabilmente un banco di prova per la Fifa che punta a rendere il calcio più veloce, più spettacolare e ancora più globale. Resta da capire se tutte queste innovazioni riusciranno a migliorare davvero il torneo più importante del pianeta o se finiranno per snaturarne almeno in parte la tradizione. La risposta, come sempre, arriverà dal campo.
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«Non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più per ridurre il carico fiscale sul ceto medio». Lo ha detto il presidente del Consiglio all’assemblea di Confcommercio. «Altri parlano di tassare il patrimonio, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad avere un patrimonio dopo decenni di sacrifici», ha aggiunto.
Il premier ha inoltre sottolineato le misure varate dal governo contro le attività «apri e chiudi», affermando: «Questa non è la repubblica delle banane, qui si rispettano le regole». Citando il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha ribadito che «Non c’è mercato senza regole, non ci sono imprese sane e non c’è crescita».
Dalle primarie a Trump, dai casi Epstein-Gates al boom dell’IA, un Paese in campagna elettorale e attraversato da nuove fratture.
Marcello Dell'Utri (Imagoeconomica)
Dal decreto, ancora parzialmente coperto da omissis, emerge con chiarezza quella che appare la motivazione centrale della decisione: «Mancano elementi concreti su contatti o rapporti diretti tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi». Si tratta della sesta archiviazione in circa 30 anni di indagini sul medesimo filone investigativo. Un dato che, al di là delle inevitabili letture politiche, impone alcune riflessioni.
La prima riguarda il funzionamento del sistema giudiziario. Al di là degli esiti referendari e delle contrapposizioni ideologiche, è difficile sostenere che la giustizia italiana possa considerarsi pienamente efficiente quando sono necessari tre decenni per giungere a una conclusione che potrebbe essere definitiva su una vicenda tanto delicata per la storia della Repubblica.
Accertare se un leader politico che ha guidato il Paese per quattro volte, restando a Palazzo Chigi per oltre nove anni complessivi, abbia avuto o meno rapporti con la criminalità mafiosa non può essere considerato un tema marginale. In uno Stato maturo, una questione di tale rilevanza dovrebbe trovare una risposta certa in tempi ragionevoli. Il fatto che ciò non sia avvenuto rappresenta di per sé un elemento di riflessione. Sei archiviazioni e 30 anni di indagini appaiono un periodo eccessivo, persino considerando che Berlusconi è stato uno degli uomini politici più indagati della storia italiana.
Vi è poi un ulteriore aspetto che merita attenzione. La possibilità di mantenere aperti filoni investigativi per decenni attraverso successivi sviluppi procedurali solleva interrogativi sul piano delle garanzie individuali. La continua riapertura delle indagini, il periodico riaffiorare di vecchie dichiarazioni accusatorie e di nuove presunte acquisizioni probatorie, spesso a distanza di molti anni dai fatti, rischiano di produrre un effetto permanente di sospensione del giudizio, alimentando nell’opinione pubblica anticipazioni di colpevolezza che possono rivelarsi infondate. È un’impressione che ho maturato anche sul piano personale. Nelle occasioni in cui ho avuto modo di incontrare e confrontarmi con Berlusconi negli ultimi anni della sua vita, non ho mai percepito, neppure lontanamente, l’immagine dell’uomo cui, nel tempo, sono state attribuite le accuse più gravi. Le nostre conversazioni iniziavano spesso con un misto di comprensibile amarezza per gli oltre 100 procedimenti giudiziari affrontati e di sincera stima verso quella parte della magistratura che, con professionalità, dedizione e talvolta sacrificio personale, svolge quotidianamente il proprio compito al servizio della giustizia.
Alla luce dell’ennesima archiviazione, caratterizzata da motivazioni particolarmente nette, quelle parole appaiono oggi ancora più autentiche. Restituiscono il senso della sofferenza di un uomo che si è sempre dichiarato estraneo ad accuse gravissime e che ha vissuto per decenni sotto il peso di sospetti mai tradotti in prove sufficienti. Da uomo delle istituzioni e da osservatore della vita pubblica, non posso non rilevare come questa vicenda lasci l’impressione di una giustizia arrivata troppo tardi: una giustizia che, per molti aspetti, ha dato una risposta definitiva soltanto dopo la morte del diretto interessato.
Al di là delle simpatie o delle antipatie che ciascuno può nutrire nei confronti dell’uomo o del politico, questa storia dovrebbe offrire un insegnamento più generale. È interesse di tutti rendere il sistema giudiziario italiano più efficiente, più rapido e più equilibrato. Un sistema nel quale possano susseguirsi per 30 anni indagini, intercettazioni, interrogatori e inevitabili esposizioni mediatiche non rappresenta un modello auspicabile per nessun cittadino. Personalmente, avevo auspicato che un percorso di riforma potesse prendere avvio attraverso la revisione costituzionale proposta negli ultimi anni. Ciò non è avvenuto. Resta però la necessità di proseguire lungo la strada delle riforme, nella prospettiva di un processo capace di fornire risposte autorevoli in tempi ragionevoli.
Perché la credibilità della giustizia non è una questione che riguarda soltanto i tribunali. È uno dei pilastri della democrazia e della lotta alla criminalità organizzata.
Viene spontaneo chiedersi quanti autentici mafiosi abbiano potuto prosperare mentre energie investigative venivano impiegate nel tentativo di dimostrare una presunta contiguità mafiosa che, dopo decenni di accertamenti, non ha trovato conferma. E viene altrettanto spontaneo interrogarsi su quale percezione possano maturare i cittadini davanti a vicende processuali di durata così straordinaria. Come esce da tutto questo il sistema giustizia nel suo complesso? Se si vuole individuare un elemento positivo, esso risiede forse nella chiusura di una delle pagine più controverse della storia repubblicana recente. Una pagina che, almeno sul piano giudiziario, sembra mettere la parola fine alle insinuazioni relative ai presunti rapporti tra un ex premier e la criminalità mafiosa. Resta tuttavia un interrogativo che non può essere ignorato: dopo sei archiviazioni, questa vicenda può dirsi davvero conclusa oppure esiste il rischio che nuovi sviluppi investigativi la riportino ancora una volta al centro del dibattito pubblico e giudiziario? È proprio questa incertezza, protratta per decenni, a rappresentare uno degli aspetti più problematici dell’intera vicenda.
Resta ora una sfida importante per la magistratura: recuperare pienamente autorevolezza e credibilità agli occhi dell’opinione pubblica, anche alla luce delle difficoltà e delle polemiche che hanno interessato il settore negli ultimi anni. Solo attraverso una collaborazione leale tra tutte le istituzioni sarà possibile costruire una giustizia più giusta, più rapida e più credibile. Una giustizia all’altezza delle aspettative dei cittadini e delle esigenze di uno Stato democratico.
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