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2023-11-10
Diffuso il video di 2 ostaggi. Jihad: «Pronti a liberarli». L’Idf è nel covo dei miliziani
Nel riquadri due degli ostaggi in mano ad Hamas: in alto Hannah Katzir, in basso Yagil Yaakov (Ansa)
«I terroristi le hanno tagliato il seno e ci hanno giocato per strada». È l’inquietante testimonianza di una ragazza sopravvissuta al pogrom del 7 ottobre operato da Hamas in Israele e raccontata da un cronista sulle pagine del quotidiano Haaretz.
E mentre emergono altre testimonianze choc come questa su quel terribile giorno in merito agli stupri di gruppo subiti dalle donne israeliane, una donna e un bambino nelle mani dei terroristi sono comparsi ieri in un video pubblicato dalle brigate al-Quds, il braccio armato della jihad islamica palestinese. Si tratta di Hannah Katzir, 77 anni, e di Yagil Yaakov, 12 anni, mostrati a leggere un testo in ebraico contenente accuse rivolte a Benjamin Netanyahu, ritenuto responsabile della situazione che stanno vivendo da oltre un mese. La donna, in condizioni di disabilità fisica, è una delle fondatrici del kibbutz Nir Oz, dove ha perso il marito durante il massacro. Il ragazzo soffre di una forte allergia alle arachidi e ha bisogno di essere curato. L’esercito israeliano ha replicato al video catalogandolo come «propaganda» e «terrorismo psicologico». Secondo quanto riportato dal Jerusalem Post, che cita il portavoce delle brigate, i due ostaggi potrebbero essere rilasciati «per ragioni mediche in cambio della soddisfazione di determinate e adeguate condizioni sul terreno e in termini di sicurezza».
Condizioni ancora lontane dall’essere raggiunte, al punto che l’avanzata dell’esercito israeliano verso il cuore di Gaza procede giorno dopo giorno. Se mercoledì l’Idf si era appostato a circa 700 metri dall’ospedale Al-Shifa, considerato il covo di Hamas, ieri, secondo quanto detto dal portavoce delle forze armate, Daniel Hagari, c’è stata l’irruzione nel quartier generale terrorista, proprio a ridosso dell’ospedale. Un’operazione di terra durante la quale avrebbero perso la vita circa 50 miliziani, tra cui Ibrahim Abu-Maghsib, ritenuto il capo dell’unità missili anti tank jihadista.
La presenza israeliana all’interno dell’enclave palestinese si fa dunque sempre più consistente. Il capo di Stato maggiore dell’esercito, Herzi Halevi, e il direttore dello Shin Bet, Ronen Bar, hanno raggiunto ieri le forze armate sul campo per fare un punto della situazione e valutare le prossime mosse. Forti scontri e battaglie si sono verificati anche in altri tre punti all’interno della Striscia e in Cisgiordania. Come per esempio a Nablus, Qalqilya e Jenin. Qui, dove già la scorsa settimana era stato bombardato un campo profughi, c’è stato un altro attacco che, secondo quanto denunciato da alcune fonti mediche, avrebbe causato almeno 10 morti e 20 feriti. A Nord è tornato nuovamente sotto i colpi dell’Idf il campo profughi di Jabalia, dove secondo l’agenzia palestinese Wafa, sarebbero stati uccisi 30 civili. Anche qui l’Idf ha messo a segno un’importante conquista, insediandosi all’interno dell’Avamposto 17, altra roccaforte di Hamas. La situazione per la popolazione resta complicata: «I palestinesi stanno abbandonando il Nord della Striscia perché hanno capito che Hamas ha ormai perso il controllo e che il Sud è più sicuro ed è rifornito di acqua, cibo e medicine», ha detto Hagari. Inoltre, l’esercito israeliano avrebbe attivato un canale Telegram attraverso il quale chiede ai civili palestinesi di segnalare impedimenti da parte di Hamas per quanto riguarda gli spostamenti verso Sud. In questa direzione è stato riaperto, soltanto per quattro ore, il corridoio che porta al confine con l’Egitto, dove però continua a rimanere chiuso il valico di Rafah.
C’è poi da monitorare la situazione al confine con il Libano, sempre più incandescente. L’esercito israeliano ha comunicato ieri di aver dovuto rispondere con l’uso dell’artiglieria al lancio di missili anticarro provenienti dal Paese dei Cedri in direzione del moshav di Margaliot e di aver combattuto contro una cellula terroristica nella zona del kibbutz di Rosh HaNikra. A tal proposito, da Tel Aviv è intervenuto l’ex ministro della Difesa e ora componente del governo di unità nazionale, Benny Gantz. Il leader di Unità nazionale, in occasione della visita ai militari impegnati al confine settentrionale, ha detto che «l’ingresso in Libano è pronto, se necessario» e che «non permetteranno a Hezbollah di mettere in pericolo le comunità israeliane». Il Libano insieme a Cisgiordania e Siria rappresenta a oggi il pericolo maggiore di un allargamento regionale del conflitto.
Ieri la Casa Bianca ha confermato di aver colpito con un raid aereo la città di Deir el-Zor, nella Siria orientale, alcune strutture appartenenti a gruppi affiliati al regime iraniano, tra cui l’Irgc, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, in risposta agli attacchi subiti negli ultimi giorni dai militari americani. «Su ordine del presidente Biden, le forze militari americane hanno condotto un attacco di autodifesa con due F-15 contro un deposito di armi», ha spiegato il segretario della Difesa statunitense, Lloyd James Austin. In una dichiarazione ai giornalisti, lo stesso Biden ha affermato che «gli Usa colpiranno nuovamente obiettivi legati a Teheran se necessario».
Nella bufera i fotografi del 7 ottobre. Israele: «Sapevano dell’attacco?»
Secondo un rapporto di Honest reporting (Hr), il 7 ottobre scorso gli jihadisti di Hamas non sono stati i soli a documentare i loro crimini di guerra commessi durante l’attacco sferrato nel Sud di Israele. Alcune delle loro atrocità sono state riprese anche da fotoreporter con base a Gaza che lavorano per le agenzie di stampa Associated Press (Ap) e Reuters, la cui presenza nell’area di confine attraversata quella mattina solleva una serie questioni anche di carattere etico. Come mai questi fotoreporter durante una tranquilla mattina di sabato si trovavano proprio lì? Qualcuno li aveva avvisati che sarebbe successo qualcosa di grosso? Le prestigiose agenzie di stampa con le quali collaborano e che hanno pubblicato le loro fotografie sapevano? E se sì, sapevano che erano insieme a degli jihadisti che hanno poi decapitato e sgozzato donne, bambini e neonati? E quelli che collaborano come freelance per altri media altrettanto prestigiosi - vedi Cnn e New York Times - avevano ottenuto il via libera dalle rispettive direzioni?
A proposito del Nyt: è stato appena riassunto dopo essere stato cacciato nel 2022, Soliman Hijjy, autore di post come «Quanto sei grande Hitler», «Sono in uno stato di armonia come lo era Hitler durante l’Olocausto». Appena riapparso ha diffuso la fake news del missile sull’ospedale di Gaza, ma per il New York Times «sta facendo un lavoro importante e imparziale a Gaza, con grande rischio personale».
Ma chi sono questi fotoreporter? Hassan Eslaiah, corrispondente che lavora anche per la Cnn, Ap e Reuters, il 7 ottobre è entrato in Israele, ha scattato una serie di foto di un carro armato israeliano attaccato e dato alle fiamme. Hr ha salvato gli screenshot dei suoi tweet su X, ora cancellati, nei quali lo si vede senza giubbotto stampa e senza un casco, e la didascalia araba del suo tweet diceva: «In diretta dall’interno degli insediamenti della Striscia di Gaza». Per precisione si trovava con gli uomini di Hamas mentre entravano nel Kibbutz Kfar Azza e dove hanno fatto scempio di vite umane. Ma d’altronde uno che nel 2020 era tutto baci e abbracci con il capo degli jihadisti, Yahya Sinwar, è facilitato. Su X il giornalista Antonino Monteleone riguardo a Eslaiah scrive: «È talmente sul pezzo che il 7 ottobre si trovava a bordo di una delle motociclette del terrore utilizzate da Hamas nell’attacco contro i civili del Sud di Israele. Per l’entusiasmo ha anche avviato una diretta streaming nella quale si vede una bomba a mano. Le bombe a mano fanno parte dell’equipaggiamento dei giornalisti di Gaza?».
Anche Yousef Masoud, che lavora tra gli altri per il New York Times, quella mattina si trovava in territorio israeliano dove ha scattato una serie di foto. Mentre Ali Mahmud e Hatem Ali hanno scattato delle foto quando i jihadisti picchiavano e rapivano gli ostaggi, oggi detenuti a Gaza.
Nitzan Chen, direttore dell’ufficio stampa del governo israeliano, ha chiesto spiegazioni ai direttori di Ap, Reuters, Cnn e New York Times sulla presenza di fotografi freelance al confine tra Gaza e Israele durante l’attacco di Hamas. Su X il leader centrista Benny Gantz ha scritto che «la loro presenza in quel luogo solleva serie questioni etiche. La loro attività era stata coordinata con Hamas? Questi freelance che lavorano per altri media internazionali, hanno informato le loro testate?». Reuters ha risposto negando di essere stata a conoscenza in anticipo dell’attacco di Hamas. «Sappiamo di un rapporto di Honest Reporting e di accuse mosse contro due fotografi freelance che hanno contribuito alla copertura Reuters dell’attacco del 7 ottobre. Reuters nega di essere stata a conoscenza dell’attacco o di aver inviato giornalisti embedded con Hamas il 7 ottobre». Ap invece ha rimosso alcune foto nel suo database, segno che qualcosa di brutto potrebbe essere successo. Ma se fosse così non saremmo più nel campo del giornalismo ma del collaborazionismo alla barbarie e qualcuno dovrebbe risponderne.
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Hannah Katzir, 77 anni, e Yagil Yaakov, 12, costretti ad accusare il premier. L’esercito: «Terrorismo psicologico». Ucciso un altro capo islamista, era lo specialista anti tank.Nella bufera i fotografi del 7 ottobre. Israele: «Sapevano dell’attacco?». Chieste spiegazioni a Reuters, Ap e «New York Times», che stipendia un filonazista.Lo speciale contiene due articoli.«I terroristi le hanno tagliato il seno e ci hanno giocato per strada». È l’inquietante testimonianza di una ragazza sopravvissuta al pogrom del 7 ottobre operato da Hamas in Israele e raccontata da un cronista sulle pagine del quotidiano Haaretz. E mentre emergono altre testimonianze choc come questa su quel terribile giorno in merito agli stupri di gruppo subiti dalle donne israeliane, una donna e un bambino nelle mani dei terroristi sono comparsi ieri in un video pubblicato dalle brigate al-Quds, il braccio armato della jihad islamica palestinese. Si tratta di Hannah Katzir, 77 anni, e di Yagil Yaakov, 12 anni, mostrati a leggere un testo in ebraico contenente accuse rivolte a Benjamin Netanyahu, ritenuto responsabile della situazione che stanno vivendo da oltre un mese. La donna, in condizioni di disabilità fisica, è una delle fondatrici del kibbutz Nir Oz, dove ha perso il marito durante il massacro. Il ragazzo soffre di una forte allergia alle arachidi e ha bisogno di essere curato. L’esercito israeliano ha replicato al video catalogandolo come «propaganda» e «terrorismo psicologico». Secondo quanto riportato dal Jerusalem Post, che cita il portavoce delle brigate, i due ostaggi potrebbero essere rilasciati «per ragioni mediche in cambio della soddisfazione di determinate e adeguate condizioni sul terreno e in termini di sicurezza».Condizioni ancora lontane dall’essere raggiunte, al punto che l’avanzata dell’esercito israeliano verso il cuore di Gaza procede giorno dopo giorno. Se mercoledì l’Idf si era appostato a circa 700 metri dall’ospedale Al-Shifa, considerato il covo di Hamas, ieri, secondo quanto detto dal portavoce delle forze armate, Daniel Hagari, c’è stata l’irruzione nel quartier generale terrorista, proprio a ridosso dell’ospedale. Un’operazione di terra durante la quale avrebbero perso la vita circa 50 miliziani, tra cui Ibrahim Abu-Maghsib, ritenuto il capo dell’unità missili anti tank jihadista.La presenza israeliana all’interno dell’enclave palestinese si fa dunque sempre più consistente. Il capo di Stato maggiore dell’esercito, Herzi Halevi, e il direttore dello Shin Bet, Ronen Bar, hanno raggiunto ieri le forze armate sul campo per fare un punto della situazione e valutare le prossime mosse. Forti scontri e battaglie si sono verificati anche in altri tre punti all’interno della Striscia e in Cisgiordania. Come per esempio a Nablus, Qalqilya e Jenin. Qui, dove già la scorsa settimana era stato bombardato un campo profughi, c’è stato un altro attacco che, secondo quanto denunciato da alcune fonti mediche, avrebbe causato almeno 10 morti e 20 feriti. A Nord è tornato nuovamente sotto i colpi dell’Idf il campo profughi di Jabalia, dove secondo l’agenzia palestinese Wafa, sarebbero stati uccisi 30 civili. Anche qui l’Idf ha messo a segno un’importante conquista, insediandosi all’interno dell’Avamposto 17, altra roccaforte di Hamas. La situazione per la popolazione resta complicata: «I palestinesi stanno abbandonando il Nord della Striscia perché hanno capito che Hamas ha ormai perso il controllo e che il Sud è più sicuro ed è rifornito di acqua, cibo e medicine», ha detto Hagari. Inoltre, l’esercito israeliano avrebbe attivato un canale Telegram attraverso il quale chiede ai civili palestinesi di segnalare impedimenti da parte di Hamas per quanto riguarda gli spostamenti verso Sud. In questa direzione è stato riaperto, soltanto per quattro ore, il corridoio che porta al confine con l’Egitto, dove però continua a rimanere chiuso il valico di Rafah.C’è poi da monitorare la situazione al confine con il Libano, sempre più incandescente. L’esercito israeliano ha comunicato ieri di aver dovuto rispondere con l’uso dell’artiglieria al lancio di missili anticarro provenienti dal Paese dei Cedri in direzione del moshav di Margaliot e di aver combattuto contro una cellula terroristica nella zona del kibbutz di Rosh HaNikra. A tal proposito, da Tel Aviv è intervenuto l’ex ministro della Difesa e ora componente del governo di unità nazionale, Benny Gantz. Il leader di Unità nazionale, in occasione della visita ai militari impegnati al confine settentrionale, ha detto che «l’ingresso in Libano è pronto, se necessario» e che «non permetteranno a Hezbollah di mettere in pericolo le comunità israeliane». Il Libano insieme a Cisgiordania e Siria rappresenta a oggi il pericolo maggiore di un allargamento regionale del conflitto. Ieri la Casa Bianca ha confermato di aver colpito con un raid aereo la città di Deir el-Zor, nella Siria orientale, alcune strutture appartenenti a gruppi affiliati al regime iraniano, tra cui l’Irgc, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, in risposta agli attacchi subiti negli ultimi giorni dai militari americani. «Su ordine del presidente Biden, le forze militari americane hanno condotto un attacco di autodifesa con due F-15 contro un deposito di armi», ha spiegato il segretario della Difesa statunitense, Lloyd James Austin. In una dichiarazione ai giornalisti, lo stesso Biden ha affermato che «gli Usa colpiranno nuovamente obiettivi legati a Teheran se necessario».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/video-2-ostaggi-hamas-2666221103.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nella-bufera-i-fotografi-del-7-ottobre-israele-sapevano-dellattacco" data-post-id="2666221103" data-published-at="1699572053" data-use-pagination="False"> Nella bufera i fotografi del 7 ottobre. Israele: «Sapevano dell’attacco?» Secondo un rapporto di Honest reporting (Hr), il 7 ottobre scorso gli jihadisti di Hamas non sono stati i soli a documentare i loro crimini di guerra commessi durante l’attacco sferrato nel Sud di Israele. Alcune delle loro atrocità sono state riprese anche da fotoreporter con base a Gaza che lavorano per le agenzie di stampa Associated Press (Ap) e Reuters, la cui presenza nell’area di confine attraversata quella mattina solleva una serie questioni anche di carattere etico. Come mai questi fotoreporter durante una tranquilla mattina di sabato si trovavano proprio lì? Qualcuno li aveva avvisati che sarebbe successo qualcosa di grosso? Le prestigiose agenzie di stampa con le quali collaborano e che hanno pubblicato le loro fotografie sapevano? E se sì, sapevano che erano insieme a degli jihadisti che hanno poi decapitato e sgozzato donne, bambini e neonati? E quelli che collaborano come freelance per altri media altrettanto prestigiosi - vedi Cnn e New York Times - avevano ottenuto il via libera dalle rispettive direzioni? A proposito del Nyt: è stato appena riassunto dopo essere stato cacciato nel 2022, Soliman Hijjy, autore di post come «Quanto sei grande Hitler», «Sono in uno stato di armonia come lo era Hitler durante l’Olocausto». Appena riapparso ha diffuso la fake news del missile sull’ospedale di Gaza, ma per il New York Times «sta facendo un lavoro importante e imparziale a Gaza, con grande rischio personale». Ma chi sono questi fotoreporter? Hassan Eslaiah, corrispondente che lavora anche per la Cnn, Ap e Reuters, il 7 ottobre è entrato in Israele, ha scattato una serie di foto di un carro armato israeliano attaccato e dato alle fiamme. Hr ha salvato gli screenshot dei suoi tweet su X, ora cancellati, nei quali lo si vede senza giubbotto stampa e senza un casco, e la didascalia araba del suo tweet diceva: «In diretta dall’interno degli insediamenti della Striscia di Gaza». Per precisione si trovava con gli uomini di Hamas mentre entravano nel Kibbutz Kfar Azza e dove hanno fatto scempio di vite umane. Ma d’altronde uno che nel 2020 era tutto baci e abbracci con il capo degli jihadisti, Yahya Sinwar, è facilitato. Su X il giornalista Antonino Monteleone riguardo a Eslaiah scrive: «È talmente sul pezzo che il 7 ottobre si trovava a bordo di una delle motociclette del terrore utilizzate da Hamas nell’attacco contro i civili del Sud di Israele. Per l’entusiasmo ha anche avviato una diretta streaming nella quale si vede una bomba a mano. Le bombe a mano fanno parte dell’equipaggiamento dei giornalisti di Gaza?». Anche Yousef Masoud, che lavora tra gli altri per il New York Times, quella mattina si trovava in territorio israeliano dove ha scattato una serie di foto. Mentre Ali Mahmud e Hatem Ali hanno scattato delle foto quando i jihadisti picchiavano e rapivano gli ostaggi, oggi detenuti a Gaza. Nitzan Chen, direttore dell’ufficio stampa del governo israeliano, ha chiesto spiegazioni ai direttori di Ap, Reuters, Cnn e New York Times sulla presenza di fotografi freelance al confine tra Gaza e Israele durante l’attacco di Hamas. Su X il leader centrista Benny Gantz ha scritto che «la loro presenza in quel luogo solleva serie questioni etiche. La loro attività era stata coordinata con Hamas? Questi freelance che lavorano per altri media internazionali, hanno informato le loro testate?». Reuters ha risposto negando di essere stata a conoscenza in anticipo dell’attacco di Hamas. «Sappiamo di un rapporto di Honest Reporting e di accuse mosse contro due fotografi freelance che hanno contribuito alla copertura Reuters dell’attacco del 7 ottobre. Reuters nega di essere stata a conoscenza dell’attacco o di aver inviato giornalisti embedded con Hamas il 7 ottobre». Ap invece ha rimosso alcune foto nel suo database, segno che qualcosa di brutto potrebbe essere successo. Ma se fosse così non saremmo più nel campo del giornalismo ma del collaborazionismo alla barbarie e qualcuno dovrebbe risponderne.
Philippe Donnet (Ansa)
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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Il rischio da qui al 2035, dice il report, è di avere città meno illuminate, alcuni quartieri-dormitorio, popolazione anziana con difficoltà a fare la spesa e un maggior degrado del tessuto urbano. Il fenomeno è il risultato di una tempesta perfetta di fattori economici e sociali. In primo luogo, il cambiamento profondo nei modelli di acquisto: tra il 2015 e il 2025, mentre le vendite totali al dettaglio sono cresciute del 14,4%, quelle delle piccole superfici sono rimaste al palo (0,0%). Al contrario, il commercio online è quasi triplicato (+187%), passando da un valore di 31,4 miliardi nel 2019 ai 62,3 miliardi previsti per il 2025. Oggi l’e-commerce incide per l’11,3% sui consumi di beni e per il 18,4% sui servizi. Ha grande impatto sulle chiusure dei negozi la «turistificazione» dei centri storici. Gli affitti brevi e i B&B sono aumentati del 184,4%. Questo boom è particolarmente evidente nelle località del Mezzogiorno, dove i B&B sono quasi quadruplicati. Se da un lato questo alimenta l’indotto turistico, dall’altro sottrae spazi alla residenzialità e ai servizi di prossimità, modificando l’identità dei quartieri. Questa mutazione si esprime anche con una modifica del tessuto imprenditoriale: calano le imprese a titolarità italiana (-290.000) e aumentano quelle straniere (+134.000), che svolgono una funzione di «supplenza» commerciale, pur rimanendo spesso piccole e frammentate. Si nota inoltre un processo di professionalizzazione: crescono le società di capitale (passate dal 9% al 17% nel commercio al dettaglio e dal 14,2% al 30,6% nell’alloggio e ristorazione) mentre diminuiscono tutte le altre forme (ditte individuali, società di persone, cooperative, consorzi), segno che chi resta sul mercato cerca una struttura organizzativa più solida per resistere alla crisi. In molti casi la crescita degli alloggi turistici avviene a scapito delle strutture alberghiere tradizionali, mentre parte dei bar si riclassifica nella ristorazione.
Il fenomeno non colpisce l’Italia in modo uniforme. Il Nord è più sofferente, con perdite di negozi che in città come Belluno, Vercelli, Trieste e Alessandria superano il 33%. Al contrario, il Sud mostra una maggiore resilienza, sebbene fortemente dipendente dalla spinta turistica. Tra le città che hanno perso più imprese spiccano Agrigento (-37,5%) e Ancona (-35,9%).
Il bilancio sullo stato di salute delle varie categorie merceologiche è impietoso. In forte calo le edicole (-51,9%), l’abbigliamento e le calzature (-36,9%), i mobili e ferramenta (-35,9%) e i libri e giocattoli (-32,6%). In crescita invece ristorazione (+35%), rosticcerie e pasticcerie (+14,4%), farmacie e negozi di tecnologia. Il comparto alloggio e ristorazione è l’unico con segno positivo (+19.000 imprese totali).
Confcommercio azzarda una stima al 2035 che è a tinte fosche: città meno illuminate, aumento del degrado urbano, quartieri che diventano «dormitori» e crescenti difficoltà per la popolazione anziana, che perderebbe i punti di riferimento per la spesa quotidiana.
Per contrastare questo scenario, l’associazione del commercio, attraverso il progetto Cities, sottolinea l’urgenza di provvedimenti di rigenerazione urbana. Non si tratta solo di sostenere il commercio, ma di ripensare l’equilibrio tra residenti, turisti e servizi. È necessario passare da una crescita disordinata a una pianificazione che valorizzi i negozi di vicinato come presidi di sicurezza, socialità e vivibilità delle città italiane.
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