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2019-01-23
Super esercito, affari e mani libere. Merkel e Macron sposi per interesse
Ansa
«E ci fu prima un tempo i Galli superavano i Germani in valore», scriveva Giulio Cesare nel De bello Gallico. Un paio di millenni dopo, con i Germani che hanno ribaltato la situazione, il trattato di Aquisgrana, firmato ieri da Angela Merkel e Emmanuel Macron, unisce tedeschi e francesi in un patto che sostanzialmente fa calare il sipario su ogni ipotesi di vera integrazione europea, con Parigi che spinge per una difesa comune e Berlino che punta all'«annessione» economica della Francia. Merkel e Macron hanno sottoscritto il trattato («contro populismi e nazionalismi») alla presenza dei presidenti della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e del Consiglio europeo, Donald Tusk: i vertici istituzionali dell'Unione benedicono un accordo che rappresenta un fattore positivo per tutta l'Europa sotto almeno un aspetto, il crollo del muro dell'ipocrisia.
In 16 pagine, e 28 articoli, Francia e Germania, «convinte», si legge nell'introduzione, «che sia giunto il momento di elevare le loro relazioni bilaterali a un livello superiore», dicono addio al sogno europeo e procedono «mano nella mano» (come ha poeticamente commentato Angela Merkel), verso il futuro.
Il tentativo di dare una dimensione «storica» al trattato, che rilancia il contratto dell'Eliseo, che nel 1963 fu firmato da Konrad Adenauer e Charles de Gaulle, sta nella richiesta di ammettere la Germania (Paese sconfitto nella Seconda guerra mondiale) nel Consiglio di sicurezza dell'Onu, considerata «una priorità della diplomazia franco-tedesca». Il resto è un fulgido esempio di arrocco: Parigi e Berlino si chiudono a riccio, probabilmente in previsione della probabile affermazione delle forze populiste e sovraniste alle prossime elezioni europee.
Vediamo i punti salienti del trattato.
EUROPA
«I due Stati si consultano regolarmente a tutti i livelli prima delle principali scadenze europee, cercando di stabilire posizioni comuni e di concordare i discorsi coordinati dei loro ministri». Succede da sempre, ma ora è scritto nero su bianco.
SICUREZZA
«I due Stati», recita l'articolo 4, «si prestano assistenza con tutti i mezzi a loro disposizione, compresa la forza armata, in caso di aggressione armata contro i loro territori. Sostengono la più stretta cooperazione possibile tra le loro industrie della difesa sulla base della fiducia reciproca. Entrambi i Paesi svilupperanno un approccio comune alle esportazioni di armi in relazione a progetti comuni. I due Stati stabiliscono il Consiglio franco-tedesco di difesa e sicurezza come organo politico per gestire questi reciproci impegni. Questo Consiglio si riunirà al più alto livello a intervalli regolari».
Per la Merkel, il trattato è un passo in avanti «verso la creazione di un futuro esercito europeo». Leggendo il documento, e l'auspicio della cancelliera tedesca sulla costituzione di una «comune industria militare», sembra più un passo avanti verso la creazione di un esercito franco-tedesco come nocciolo fondativo di un eventuale sviluppo continentale.
«I due Stati», recita l'articolo 11, «promuovono il collegamento in rete dei loro sistemi di istruzione».
COOPERAZIONE
«I due Stati», recita l'articolo 13, «intendono facilitare la rimozione degli ostacoli nei territori di confine al fine di attuare progetti transfrontalieri e facilitare la vita quotidiana degli abitanti di questi territori».
Qui c'è la parte più concreta del Trattato di Aquisgrana, quella che riguarda la «grana». «I due Stati», si legge all'articolo 20, «stanno approfondendo l'integrazione delle loro economie al fine di stabilire una zona economica franco-tedesca con regole comuni. Il Consiglio economico-finanziario franco-tedesco promuove l'armonizzazione bilaterale della loro legislazione, in particolare nel campo del diritto commerciale, e coordina regolarmente le politiche economiche tra la Repubblica francese e la Repubblica federale di Germania per promuovere la convergenza tra i due Stati e migliorare la competitività delle loro economie. I due Stati», prosegue il testo, «hanno istituito un Consiglio di esperti economici franco-tedeschi». Germania e Francia, secondo la Deutsche presse-agentur, si sarebbero accordate su un elenco di 15 progetti da implementare subito. Fra questi ci sarebbero progetti ferroviari per le zone di confine, un impegno comune per la regolamentazione degli standard Ue sui servizi finanziari e l'istituzione di un gruppo di lavoro di alto livello sulla politica energetica. Un dossier già aperto, comunque, c'è: riguarda la fusione tra la divisione ferroviaria della tedesca Siemens e la francese Almstom, per dar vita a un gigante dei binari.
ORGANIZZAZIONE
«Le riunioni tra i governi dei due Stati», recita l'articolo 23, «hanno luogo almeno una volta all'anno, alternativamente nella Repubblica francese e nella Repubblica federale di Germania. Il Consiglio dei ministri franco-tedesco adotta un programma pluriennale di progetti di cooperazione. I segretari generali per la cooperazione franco-tedesca incaricati di preparare queste riunioni controllano l'attuazione di questo programma e riferiscono al Consiglio dei ministri. Un membro del governo di uno dei due Stati», si legge all'articolo 25, «partecipa, almeno una volta al trimestre, al Consiglio dei ministri dell'altro Stato».
Anche Salvini va «à la guerre», Conte isolato
«Il problema dei migranti ha tante cause: in Africa c'è chi sottrae ricchezza al continente, e la Francia è tra questi». Ieri il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ha impugnato lo spadone della polemica con Parigi, e ha rinfocolato così la querelle accesa domenica dai vertici del Movimento 5 stelle sull'uso «colonialistico» del franco Cfa (la sigla sta per «Comunità finanziaria africana»): la moneta battuta dalla Banque de France che 14 Stati africani hanno dovuto adottare nel dicembre 1945 e che Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista hanno accusato di essere usata da Parigi come strumento d'impoverimento del continente.
Nelle parole di Salvini, però, lo scontro ieri si è alzato di livello e si è spostato geograficamente dall'Africa centrale alla Libia: in quel Paese, ha dichiarato, «la Francia ha interessi opposti a quelli italiani, e non ha alcun interesse a stabilizzare la situazione». E ha aggiunto che «comunque Parigi ha poco da arrabbiarsi, perché ha respinto migliaia di migranti, comprese donne e bambini, alla frontiera. E quindi io lezioni di umanità e generosità dal presidente Emmanuel Macron non ne prendo».
Rischia insomma di peggiorare la crisi diplomatica che lunedì sera aveva visto convocata al Quai d'Orsay l'ambasciatrice italiana a Parigi, Teresa Castaldo. Del resto, ieri il commissario europeo agli Affari economici, il francese Pierre Moscovici, si è inevitabilmente schierato con Macron criticando le parole di Salvini come «ostili, molto inappropriate e perfino assurde». Certo, le malelingue sottolineano che in questo momento quel che più preme a Moscovici sia cercare la benevolenza di Macron per farsi dare la presidenza della Corte dei conti francese al termine del suo incarico a Bruxelles.
È vero che ieri da parte italiana, se si esclude Salvini, è venuta una salva di dichiarazioni pacifiche. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha inneggiato alla «nostra storica amicizia con la Francia e con il popolo francese», augurandosi che il rapporto resti «forte e saldo a dispetto di qualsiasi discussione politica». Lo stesso Di Maio ha cercato di placare gli animi: «Si vuole far passare il dibattito di questi giorni sul franco Cfa come un attacco dell'Italia al popolo francese» ha scritto sui social. «Sciocchezze: il popolo francese è nostro amico. Infatti il dibattito sul franco Cfa va avanti da anni anche in Francia, ed è anche nelle rivendicazioni del programma dei gilet gialli».
Ma l'apparizione della parola «Libia» sulla bocca di Salvini, sempre da ieri, lascia ipotizzare che lo scontro non sia destinato a spegnersi, e anzi possa accendersi ancora di più. La «guerra libica» tra Roma e Parigi, del resto, è aperta almeno dal marzo del 2011, quando l'allora presidente francese Nicholas Sarkozy lanciò un attacco aereo contro le forze terrestri di Muhammar Gheddafi a Bengasi, obbligando poi anche il recalcitrante Silvio Berlusconi a partecipare alla missione per detronizzare il dittatore.
Quell'intervento, così insistentemente voluto da Sarkozy, mirava a ben altro che alla democrazia (e del resto s'è visto com'è finita quell'avventura bellica: con la disgregazione della Libia e un disastro sociale e politico). Da allora, infatti, la francese Total cerca di allargarsi nelle acque libiche soprattutto a spese dell'Eni, che sotto Gheddafi controllava quasi il 90% delle estrazioni di gas e di petrolio. Prima del 2011, la Libia riusciva a produrre 2 milioni di barili di petrolio al giorno, oggi è scesa a 500.000: secondo il Sole 24 Ore, però, ancora nel 2017 l'Eni continuava a essere il primo estrattore, con 384.000 barili al giorno, mentre i francesi si fermavano a 31.000. Ma da quasi due anni, spalleggiata da Macron, la Total ha cominciato a espandersi. Nel marzo 2018, per 450 milioni di dollari, s'è fatta vendere dalla statunitense Marathon Oil la sua quota del 16% nel ricco giacimento di Waha, a sud-est di Sirte, capace di produrre in totale sui 300 mila barili al giorno.
Ma queste sono scaramucce. La vera guerra libica si sta giocando sulla sopravvivenza della National oil corporation, la compagnia petrolifera nazionale che oggi possiede metà del petrolio del Paese. Il futuro della Noc è legato all'integrità statuale della Libia, un obiettivo per cui oggi spinge soprattutto l'Italia, anche allo scopo di arginare i traffici di migranti. Per questo Salvini oggi parla degli interessi francesi in Libia definendoli «contrari» a quelli italiani, e sostiene che Macron non abbia tra le priorità una «stabilizzazione del Paese». Perché giocando proprio sulle divisioni tra il governo legittimo di Fayez al Serraj a Tripoli, (riconosciuto dall'Onu e sostenuto dall'Italia), e il rivale governo del generale Khalifa Haftar in Cirenaica (appoggiato dalla Francia), in realtà Macron e la Total puntano a rompere in due il Paese per arrivare alla creazione di due distinti enti di gestione del petrolio, e riuscire così a spodestare l'Eni. A Parigi la chiamano «géopolitique». A Roma si sono messi a definirlo «colonialismo». La parola è rude, ma qualche senso forse ce l'ha.
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Il seggio Onu con Berlino è lo specchietto per le allodole. Il trattato di Aquisgrana, in realtà, permette ai due Paesi di scavalcare Bruxelles. Il dossier più caldo: l'armata comune e la fusione strategica Siemens-Alstom.I due vicepremier uniti contro la Francia. Mentre Luigi Di Maio mette i gilet gialli nel fronte contrario al Cfa, il leghista punta l'economia: «Parigi impoverisce l'Africa». E ricorda l'attivismo anti Eni di Total in Libia. Al premier tocca fare il paciere: «Francia storica amica».Lo speciale contiene due articoli.«E ci fu prima un tempo i Galli superavano i Germani in valore», scriveva Giulio Cesare nel De bello Gallico. Un paio di millenni dopo, con i Germani che hanno ribaltato la situazione, il trattato di Aquisgrana, firmato ieri da Angela Merkel e Emmanuel Macron, unisce tedeschi e francesi in un patto che sostanzialmente fa calare il sipario su ogni ipotesi di vera integrazione europea, con Parigi che spinge per una difesa comune e Berlino che punta all'«annessione» economica della Francia. Merkel e Macron hanno sottoscritto il trattato («contro populismi e nazionalismi») alla presenza dei presidenti della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e del Consiglio europeo, Donald Tusk: i vertici istituzionali dell'Unione benedicono un accordo che rappresenta un fattore positivo per tutta l'Europa sotto almeno un aspetto, il crollo del muro dell'ipocrisia. In 16 pagine, e 28 articoli, Francia e Germania, «convinte», si legge nell'introduzione, «che sia giunto il momento di elevare le loro relazioni bilaterali a un livello superiore», dicono addio al sogno europeo e procedono «mano nella mano» (come ha poeticamente commentato Angela Merkel), verso il futuro.Il tentativo di dare una dimensione «storica» al trattato, che rilancia il contratto dell'Eliseo, che nel 1963 fu firmato da Konrad Adenauer e Charles de Gaulle, sta nella richiesta di ammettere la Germania (Paese sconfitto nella Seconda guerra mondiale) nel Consiglio di sicurezza dell'Onu, considerata «una priorità della diplomazia franco-tedesca». Il resto è un fulgido esempio di arrocco: Parigi e Berlino si chiudono a riccio, probabilmente in previsione della probabile affermazione delle forze populiste e sovraniste alle prossime elezioni europee. Vediamo i punti salienti del trattato. EUROPA«I due Stati si consultano regolarmente a tutti i livelli prima delle principali scadenze europee, cercando di stabilire posizioni comuni e di concordare i discorsi coordinati dei loro ministri». Succede da sempre, ma ora è scritto nero su bianco.SICUREZZA«I due Stati», recita l'articolo 4, «si prestano assistenza con tutti i mezzi a loro disposizione, compresa la forza armata, in caso di aggressione armata contro i loro territori. Sostengono la più stretta cooperazione possibile tra le loro industrie della difesa sulla base della fiducia reciproca. Entrambi i Paesi svilupperanno un approccio comune alle esportazioni di armi in relazione a progetti comuni. I due Stati stabiliscono il Consiglio franco-tedesco di difesa e sicurezza come organo politico per gestire questi reciproci impegni. Questo Consiglio si riunirà al più alto livello a intervalli regolari». Per la Merkel, il trattato è un passo in avanti «verso la creazione di un futuro esercito europeo». Leggendo il documento, e l'auspicio della cancelliera tedesca sulla costituzione di una «comune industria militare», sembra più un passo avanti verso la creazione di un esercito franco-tedesco come nocciolo fondativo di un eventuale sviluppo continentale.«I due Stati», recita l'articolo 11, «promuovono il collegamento in rete dei loro sistemi di istruzione». COOPERAZIONE «I due Stati», recita l'articolo 13, «intendono facilitare la rimozione degli ostacoli nei territori di confine al fine di attuare progetti transfrontalieri e facilitare la vita quotidiana degli abitanti di questi territori». Qui c'è la parte più concreta del Trattato di Aquisgrana, quella che riguarda la «grana». «I due Stati», si legge all'articolo 20, «stanno approfondendo l'integrazione delle loro economie al fine di stabilire una zona economica franco-tedesca con regole comuni. Il Consiglio economico-finanziario franco-tedesco promuove l'armonizzazione bilaterale della loro legislazione, in particolare nel campo del diritto commerciale, e coordina regolarmente le politiche economiche tra la Repubblica francese e la Repubblica federale di Germania per promuovere la convergenza tra i due Stati e migliorare la competitività delle loro economie. I due Stati», prosegue il testo, «hanno istituito un Consiglio di esperti economici franco-tedeschi». Germania e Francia, secondo la Deutsche presse-agentur, si sarebbero accordate su un elenco di 15 progetti da implementare subito. Fra questi ci sarebbero progetti ferroviari per le zone di confine, un impegno comune per la regolamentazione degli standard Ue sui servizi finanziari e l'istituzione di un gruppo di lavoro di alto livello sulla politica energetica. Un dossier già aperto, comunque, c'è: riguarda la fusione tra la divisione ferroviaria della tedesca Siemens e la francese Almstom, per dar vita a un gigante dei binari. ORGANIZZAZIONE «Le riunioni tra i governi dei due Stati», recita l'articolo 23, «hanno luogo almeno una volta all'anno, alternativamente nella Repubblica francese e nella Repubblica federale di Germania. Il Consiglio dei ministri franco-tedesco adotta un programma pluriennale di progetti di cooperazione. I segretari generali per la cooperazione franco-tedesca incaricati di preparare queste riunioni controllano l'attuazione di questo programma e riferiscono al Consiglio dei ministri. Un membro del governo di uno dei due Stati», si legge all'articolo 25, «partecipa, almeno una volta al trimestre, al Consiglio dei ministri dell'altro Stato». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/super-esercito-affari-e-mani-libere-merkel-e-macron-sposi-per-interesse-2626747832.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-salvini-va-a-la-guerre-conte-isolato" data-post-id="2626747832" data-published-at="1773725447" data-use-pagination="False"> Anche Salvini va «à la guerre», Conte isolato «Il problema dei migranti ha tante cause: in Africa c'è chi sottrae ricchezza al continente, e la Francia è tra questi». Ieri il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ha impugnato lo spadone della polemica con Parigi, e ha rinfocolato così la querelle accesa domenica dai vertici del Movimento 5 stelle sull'uso «colonialistico» del franco Cfa (la sigla sta per «Comunità finanziaria africana»): la moneta battuta dalla Banque de France che 14 Stati africani hanno dovuto adottare nel dicembre 1945 e che Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista hanno accusato di essere usata da Parigi come strumento d'impoverimento del continente. Nelle parole di Salvini, però, lo scontro ieri si è alzato di livello e si è spostato geograficamente dall'Africa centrale alla Libia: in quel Paese, ha dichiarato, «la Francia ha interessi opposti a quelli italiani, e non ha alcun interesse a stabilizzare la situazione». E ha aggiunto che «comunque Parigi ha poco da arrabbiarsi, perché ha respinto migliaia di migranti, comprese donne e bambini, alla frontiera. E quindi io lezioni di umanità e generosità dal presidente Emmanuel Macron non ne prendo». Rischia insomma di peggiorare la crisi diplomatica che lunedì sera aveva visto convocata al Quai d'Orsay l'ambasciatrice italiana a Parigi, Teresa Castaldo. Del resto, ieri il commissario europeo agli Affari economici, il francese Pierre Moscovici, si è inevitabilmente schierato con Macron criticando le parole di Salvini come «ostili, molto inappropriate e perfino assurde». Certo, le malelingue sottolineano che in questo momento quel che più preme a Moscovici sia cercare la benevolenza di Macron per farsi dare la presidenza della Corte dei conti francese al termine del suo incarico a Bruxelles. È vero che ieri da parte italiana, se si esclude Salvini, è venuta una salva di dichiarazioni pacifiche. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha inneggiato alla «nostra storica amicizia con la Francia e con il popolo francese», augurandosi che il rapporto resti «forte e saldo a dispetto di qualsiasi discussione politica». Lo stesso Di Maio ha cercato di placare gli animi: «Si vuole far passare il dibattito di questi giorni sul franco Cfa come un attacco dell'Italia al popolo francese» ha scritto sui social. «Sciocchezze: il popolo francese è nostro amico. Infatti il dibattito sul franco Cfa va avanti da anni anche in Francia, ed è anche nelle rivendicazioni del programma dei gilet gialli». Ma l'apparizione della parola «Libia» sulla bocca di Salvini, sempre da ieri, lascia ipotizzare che lo scontro non sia destinato a spegnersi, e anzi possa accendersi ancora di più. La «guerra libica» tra Roma e Parigi, del resto, è aperta almeno dal marzo del 2011, quando l'allora presidente francese Nicholas Sarkozy lanciò un attacco aereo contro le forze terrestri di Muhammar Gheddafi a Bengasi, obbligando poi anche il recalcitrante Silvio Berlusconi a partecipare alla missione per detronizzare il dittatore. Quell'intervento, così insistentemente voluto da Sarkozy, mirava a ben altro che alla democrazia (e del resto s'è visto com'è finita quell'avventura bellica: con la disgregazione della Libia e un disastro sociale e politico). Da allora, infatti, la francese Total cerca di allargarsi nelle acque libiche soprattutto a spese dell'Eni, che sotto Gheddafi controllava quasi il 90% delle estrazioni di gas e di petrolio. Prima del 2011, la Libia riusciva a produrre 2 milioni di barili di petrolio al giorno, oggi è scesa a 500.000: secondo il Sole 24 Ore, però, ancora nel 2017 l'Eni continuava a essere il primo estrattore, con 384.000 barili al giorno, mentre i francesi si fermavano a 31.000. Ma da quasi due anni, spalleggiata da Macron, la Total ha cominciato a espandersi. Nel marzo 2018, per 450 milioni di dollari, s'è fatta vendere dalla statunitense Marathon Oil la sua quota del 16% nel ricco giacimento di Waha, a sud-est di Sirte, capace di produrre in totale sui 300 mila barili al giorno. Ma queste sono scaramucce. La vera guerra libica si sta giocando sulla sopravvivenza della National oil corporation, la compagnia petrolifera nazionale che oggi possiede metà del petrolio del Paese. Il futuro della Noc è legato all'integrità statuale della Libia, un obiettivo per cui oggi spinge soprattutto l'Italia, anche allo scopo di arginare i traffici di migranti. Per questo Salvini oggi parla degli interessi francesi in Libia definendoli «contrari» a quelli italiani, e sostiene che Macron non abbia tra le priorità una «stabilizzazione del Paese». Perché giocando proprio sulle divisioni tra il governo legittimo di Fayez al Serraj a Tripoli, (riconosciuto dall'Onu e sostenuto dall'Italia), e il rivale governo del generale Khalifa Haftar in Cirenaica (appoggiato dalla Francia), in realtà Macron e la Total puntano a rompere in due il Paese per arrivare alla creazione di due distinti enti di gestione del petrolio, e riuscire così a spodestare l'Eni. A Parigi la chiamano «géopolitique». A Roma si sono messi a definirlo «colonialismo». La parola è rude, ma qualche senso forse ce l'ha.
Donald Trump (Ansa)
Non si vuole sbottonare il presidente americano Donald Trump sulle ragioni dell’invio di oltre 2.000 marines e di una nave d’assalto in Medio Oriente, ma si rincorrono le indiscrezioni secondo cui l’obiettivo sia la presa dell’Isola di Kharg.
Il tycoon si è mostrato infastidito verso le domande che cercano di far luce sulla vicenda. A un reporter che gli ha chiesto «perché sta inviando 5.000 marines e marinai», ha risposto: «Lei è una persona davvero odiosa». Eppure, dopo che gli Stati Uniti hanno distrutto venerdì gli obiettivi militari dell’isola iraniana, alcuni funzionari hanno riferito ad Axios che l’interesse del presidente americano ruota proprio attorno all’idea di conquistare Kharg per mandare al tappeto i pasdaran. Poiché l’isola gestisce il 90% delle esportazioni del greggio iraniano, si strozzerebbero i finanziamenti del regime. E l’operazione potrebbe essere portata a termine solo con l’invasione di terra. Tuttavia, la posta in gioco è alta visto che una mossa del genere scatenerebbe un’ulteriore escalation, con Teheran che risponderebbe con una rappresaglia ancora più massiccia diretta ai Paesi del Golfo. Per questi motivi, un funzionario ha affermato: «Ci sono grandi rischi. Ci sono grandi vantaggi. Il presidente non è ancora pronto e non stiamo dicendo che lo sarà». Pubblicamente a spingere per l’operazione è il senatore repubblicano Lindsey Graham. Ha infatti scritto su X: «Raramente in guerra un nemico ti offre un singolo obiettivo come l’isola di Kharg, che potrebbe cambiare drasticamente l’esito del conflitto. Chi controlla Kharg, controlla il destino di questa guerra».
Anche il New York Times ha rivelato che Trump si trova davanti al bivio se attaccare o meno Kharg o i depositi nucleari. Riguardo all’isola, i soldati americani potrebbero essere bersagliati dagli attacchi dei pasdaran condotti dalla costa o dalle piccole imbarcazioni. In più, non è escluso che il Corpo delle guardie rivoluzionarie Islamiche faccia esplodere gli oleodotti e le infrastrutture portuali. Tradotto: sarebbe richiesta una presenza militare continua, non destinata quindi a concludersi nel breve periodo. Invece, sui depositi nucleari, si tratterebbe di un’invasione unica, non però senza rischi. I tunnel a Isfahan, in cui secondo l’Agenzia internazionale per l’energia atomica è stoccata la maggior parte dell’uranio arricchito al 60%, sono difficili da raggiungere. Anche perché alcuni accessi sono stati distrutti dai bombardamenti americani dello scorso giugno. Nel caso dell’operazione di terra, non è chiaro quanto tempo ci possano impiegare le forze speciali per prelevare i contenitori con la massima cautela.
Pur non svelando le carte dell’amministrazione americana, le dichiarazioni rilasciate ieri da Trump in diverse occasioni sono state dei diretti avvertimenti a Teheran in merito al cuore della loro tenuta economica. Al Financial Times ha fatto presente che Washington è pronta ad attaccare l’isola e questa volta non risparmierebbe le infrastrutture petrolifere. «Avete visto che abbiamo colpito l’isola di Kharg, tutto tranne gli oleodotti. Possiamo colpirla in cinque minuti. E non c’è niente che possano fare al riguardo» ha detto. Nel pomeriggio, in un’intervista rilasciata a Pbs, ha di nuovo minacciato di «distruggerla completamente». E durante una conferenza stampa a Washington ha ribadito: «Abbiamo attaccato l’isola di Kharg e abbiamo distrutto praticamente tutto a parte l’area in cui abbiamo lasciato gli oleodotti intatti, ma potrebbe andare anche diversamente, basta dire una parola e questi oleodotti saranno distrutti».
Facendo un bilancio sulle prime due settimane dell’operazione Furia epica, il tycoon ha reso noto che gli Stati Uniti e Israele hanno colpito «7.000 obiettivi» e «ottenuto la riduzione del 90% dei lanci missilistici» iraniani e il «95% degli attacchi con i droni». E quindi «la Marina è sparita, molte navi sono state affondate, non le usano più, le forze antiaeree sono state decimate, i radar non ci sono più e i leader non ci sono più. I missili stanno sparendo, vengono lanciati a livelli molto bassi perché gliene sono rimasti pochi».
A suo dire, Teheran sarebbe propensa a trattare: «Vuole fare un accordo, stanno negoziando e noi abbiamo voluto un dialogo, io parlo con tutti perché a volte ne viene fuori del bene, ma non so se siano pronti». Di tutt’altro avviso è il regime iraniano. Qualche ora prima, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito che «l’Iran non ha cercato né una tregua né negoziati. Tali affermazioni sono deliranti». La rappresaglia del regime andrà avanti finché Trump «non capirà che la guerra illegale che sta imponendo agli americani e agli iraniani è sbagliata». Secondo Axios, tuttavia, un canale diplomatico si sarebbe riaperto tra il ministro iraniano e l’inviato Usa Steve Witkoff.
Sono due invece le osservazioni che il presidente americano ha fornito sui rispettivi alleati, ovvero Israele per Washington e la Russia per l’Iran. Sullo Stato ebraico ci ha tenuto a chiarire che Gerusalemme, che avrebbe 100 testate nucleari, «non farebbe mai» un attacco nucleare contro il territorio iraniano. Dall’altra parte, in merito alle indiscrezioni secondo cui Mosca fornirebbe dati satellitari al regime sugli obiettivi da colpire, il tycoon non è apparso disturbato. Al Financial Times, pur spiegando di «non sapere con certezza» se lo zar russo Vladimir Putin abbia aiutato i pasdaran, ha spezzato una lancia a favore della Russia. «Si potrebbe anche sostenere che in una certa misura abbiamo aiutato l’Ucraina. È difficile dire: “Caspita, cosa state facendo?” quando noi abbiamo fatto la stessa cosa con l’Ucraina».
Silenzio di Mosca su Khamenei jr. Gli 007 Usa: «È gay». E Trump ride
Mentre la guerra tra Iran, Usa e Israele sta infiammando l’intero Golfo persico, si infittisce il mistero sulle condizioni e sugli spostamenti della nuova guida suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Da giorni circolano voci secondo cui il leader iraniano, rimasto ferito nel raid in cui è stato ucciso il padre Ali Khamenei, sarebbe stato trasferito a Mosca per ricevere cure mediche. L’indiscrezione, pubblicata dal quotidiano kuwaitiano Al Jarida, sostiene che Mojtaba sarebbe arrivato nella capitale russa il 12 marzo a bordo di un aereo militare e sarebbe stato sottoposto a intervento chirurgico in una clinica privata. Dal Cremlino, però, non è arrivata né una conferma né una smentita: «Non commentiamo mai questo tipo di notizie», ha dichiarato Dmitri Peskov, il portavoce di Vladimir Putin.
Sul giallo si è invece espresso Donald Trump: «Non sappiamo se sia morto o meno, nessuno lo ha visto, e questo è un fatto insolito». Anche il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha dichiarato alla Cnbc che Mojtaba Khamenei potrebbe essere «ferito» e «forse incapacitato», sostenendo inoltre che i vertici iraniani sarebbero in preda al panico: «Se volete usare un’analogia storica», ha detto Bessent, «pensate che sono nel bunker di Hitler, ma Hitler è morto».
Sul nuovo leader iraniano, del resto, stanno circolando indiscrezioni ancora più «delicate». Il New York Post ha riferito ieri che gli 007 statunitensi considererebbero credibili informazioni secondo cui Mojtaba Khamenei potrebbe essere omosessuale. La valutazione sarebbe stata presentata al presidente Trump in persona. Secondo quanto riportato dal quotidiano newyorchese, la notizia avrebbe provocato sorpresa e ilarità nello Studio Ovale, con il tycoon che avrebbe reagito ridendo insieme ad alcuni presenti. Le stesse fonti sostengono che Mojtaba avrebbe avuto per anni una relazione con una persona che aveva lavorato come suo tutore durante l’infanzia.
Nonostante questi rumor sul destino della nuova guida suprema, da Teheran arrivano messaggi di continuità istituzionale. Mojtaba Khamenei avrebbe infatti confermato le nomine di dirigenti e funzionari scelti dal padre, nominando inoltre l’ex comandante dei pasdaran, Mohsen Rezaei, come consigliere militare. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghei, ha anzi rispedito oltre Atlantico le insinuazioni di Bennet sul presunto sbandamento dei vertici iraniani: «Il motivo per cui le autorità americane continuano a diffamarci come “una nazione del terrore e dell’odio”», ha detto, «è che gli iraniani non capitolano davanti al bullismo e resistono alla brutale aggressione contro la loro amata patria». Ancora più chiaro è stato Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri in persona: «Non stiamo chiedendo un cessate il fuoco, questa guerra deve finire in un modo tale che nessun altro nemico possa invadere l’Iran», ha affermato alla tv di Stato.
Da parte loro, i Guardiani della rivoluzione hanno annunciato che gli interessi americani nel Golfo potrebbero presto essere colpiti, invitando i dipendenti delle compagnie statunitensi nella regione a «lasciare immediatamente i siti». A finire nel mirino della Repubblica islamica, inoltre, è stata anche la Romania: Bucarest è stata esplicitamente accusata di partecipare a un’«aggressione militare», qualora dovesse consentire agli Stati Uniti di utilizzare basi sul suo territorio per operazioni contro l’Iran. Al tempo stesso, come riferisce Reuters, la Repubblica islamica ha firmato con la Russia un contratto da 589 milioni di dollari per l’acquisto di sistemi di difesa aerea portatili Verba (Manpads). L’accordo, siglato a Mosca a dicembre, prevede 500 lanciatori e 2.500 missili con consegne tra il 2027 e il 2029.
Nel frattempo, proseguono senza sosta le rappresaglie dell’esercito di Teheran. In Israele, per esempio, frammenti di missili balistici iraniani intercettati sono caduti a Gerusalemme nei pressi della Knesset e della Chiesa del Santo Sepolcro. Una grossa scheggia è precipitata persino vicino all’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
La Commissione rafforzerà ulteriormente questi meccanismi e li renderà più flessibili, consentendo ai Paesi membri di fornire un sostegno ancora più immediato dove è più necessario. Lo stesso vale per i costi del carbonio, per i quali gli Stati membri possono anche compensare fino all’80% dei costi indiretti del carbonio, mitigando così l’impatto di tali costi in un’ampia gamma di industrie ad alta intensità energetica. Attualmente, 16 Stati membri stanno già facendo ricorso a questo strumento. La Commissione», aggiunge Ursula, «rafforzerà ulteriormente questi meccanismi e li renderà più flessibili, consentendo agli Stati membri di fornire un sostegno ancora più immediato dove è più necessario».
Evidentemente i burosauri di Bruxelles hanno capito che di fronte allo sconquasso energetico mondiale non potevano continuare a far finta di niente, e quindi la prima mossa è quella di allentare i vincoli finanziari. Ma non è tutto: come ha chiesto pochi giorni fa Giorgia Meloni in Parlamento, l’Europa è finalmente sul punto di iniziare a smantellare le allucinanti politiche green per sostenere l’economia, in particolare intervenendo sull’Ets, il sistema europeo di tassazione del carbonio, che il premier aveva sollecitato a rivedere: «Gli Ets», aveva scandito la Meloni lo scorso 10 marzo, «sono di fatto una tassa voluta dall’Europa che dovrebbe gravare solo sulle modalità più inquinanti di produzione di energia, come quelle di origine fossile, ma finisce per determinare il prezzo di tutte le forme di energia, anche quelle rinnovabili, che questa tassa non la pagano. A livello europeo», aveva aggiunto la Meloni, «stiamo chiedendo di sospendere urgentemente l’applicazione dell’Ets alla produzione di elettricità da fonti termiche, cioè dal termoelettrico». E Ursula si adegua: «Stiamo accelerando il lavoro sulla prossima revisione dell’Ets», scrive ancora il presidente della Commissione Ue, «in particolare per definire una traiettoria di decarbonizzazione più realistica oltre il 2030. La Commissione Ue adotterà a breve i benchmark dell’Ets, tenendo conto delle preoccupazioni espresse dall’industria. L’Ets resta uno strumento collaudato per guidare la trasformazione industriale e deve essere adeguato alle nuove realtà. La Commissione», aggiunge la Von der Leyen, «presenterà inoltre una proposta per rafforzare la riserva di stabilità del mercato dell’Ets affinché possa affrontare in modo più efficace l’eccessiva volatilità dei prezzi e mantenerli sotto controllo nel breve termine».
L’incubo di un razionamento dell’energia, con inevitabile crollo definitivo della credibilità (quella che rimane) della Ue, sembra smuovere le acque. Ma se da questo lato dunque la Commissione sembra finalmente essere scesa da Marte, non altrettanto può dirsi sul fronte dell’energia proveniente dalla Russia. Con il settore energetico letteralmente in tilt, sono in tanti a chiedere di intervenire riaprendo i gasdotti e gli oleodotti con Mosca. Il premier belga Bart De Wever, non certo un estremista putiniano, in un’intervista al quotidiano L’Echo squarcia il velo dell’ipocrisia, sollecitando una soluzione negoziata al conflitto in Ucraina e la riapertura dei canali con Mosca: «In privato», sostiene De Wever, «i leader europei sono d’accordo con me, ma nessuno osa dirlo ad alta voce. Dobbiamo porre fine al conflitto nell’interesse dell’Europa, senza essere ingenui nei confronti di Putin. Allo stesso tempo, dobbiamo normalizzare le relazioni con la Russia e recuperare l’accesso all’energia a basso costo. È una questione di buon senso». Manco a dirlo, la Commissione si mette di traverso, anzi minaccia una ulteriore stretta: «La Commissione europea», afferma il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, al termine del Consiglio europeo sull’energia di ieri, «intende formulare una proposta per mettere al bando le importazioni di petrolio dalla Russia. Come sapete, al momento ci sono sanzioni e ci sono due Paesi, Ungheria e Slovacchia, che hanno deroghe. Formuleremo una proposta per cambiare questo. Tutti i Paesi devono prepararsi per questa situazione. In futuro non vogliamo comprare energia dalla Russia». Per il commissario, servono «più rinnovabili il più velocemente possibile» per «abbassare i prezzi dell’energia in Europa».
In Consiglio è emerso anche un dialogo italo-francese: fonti transalpine hanno fatto sapere che le loro proposte hanno suscitato «molto interesse da parte dei nostri vicini, in particolare degli italiani».
L’Ungheria non sosterrà l’adozione del ventesimo pacchetto di sanzioni dell’Unione europea contro la Russia e di un prestito di 90 miliardi di euro all’Ucraina fino a quando Kiev non riprenderà le operazioni di riparazione dell’oleodotto Druzhba, che trasporta greggio dalla Russia verso la stessa Ungheria e la Slovacchia attraverso l’Ucraina scandisce il ministro degli Esteri di Budapest, Peter Szijjarto: «Se un Paese ci impone un blocco petrolifero», sottolinea Szijjarto, «non può aspettarsi che noi appoggiamo alcuna decisione a suo favore qui a Bruxelles». «Ho appena avuto un incontro, stamattina (ieri, ndr), con gli ucraini», sottolinea Jorgensen, «e stanno lavorando il più duramente possibile per riparare l’oleodotto».
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Migliaia di petroliere sono in fila in attesa di avere la certezza di non essere fatte colare a picco dagli iraniani e prima che questo collo di bottiglia sia liberato dall’intasamento ci vorrà tempo. Ma questo è proprio ciò che manca all’Occidente e in particolare all’Europa. L’industria non può assecondare i comodi della politica e nemmeno quelli della guerra. Dunque, oltre a mancare diverse materie prime, c’è il problema dei combustibili, il cui prezzo rischia di diventare insopportabile sia per il mercato sia per i consumi.
Quindi, che si fa? Al momento l’Unione europea balbetta, mostrando di non aver chiara la strada da seguire. C’è un auspicio a risolvere la questione con una mediazione, c’è qualche ripensamento sul fronte delle centrali nucleari, c’è addirittura qualcuno che spinge per accelerare l’introduzione delle rinnovabili. Ma tutte queste presunte vie d’uscita non servono a garantire una soluzione rapida al problema energetico. Impianti a fissione o campi per la produzione di energia solare o eolica richiedono tempo per essere realizzati e questo è ciò che manca per ottenere risultati velocemente.
Su queste pagine abbiamo suggerito la risposta più immediata e anche più sensata: riaprire i canali con Mosca, per assicurarci una fornitura costante di gas e petrolio. Qualcuno pensa che bussare alla porta del Cremlino sarebbe una resa a Putin, un via libera alla brutale aggressione dell’Ucraina. In realtà si tratterebbe di una mossa politica di grande realismo. Innanzi tutto, bisogna prendere atto che, dopo quattro anni di sanzioni, le misure adottate dalla Ue per fermare la brutalità delle truppe russe non sono servite a molto. Anzi: con il rialzo dei prezzi dovuto alla crisi iraniana, Mosca ha la possibilità di incassare degli extra profitti senza neppure fare la fatica di incrementare le vendite di greggio. Paradossalmente la guerra sta rendendo ricco Putin e immettere gas e petrolio russi contribuirebbe ad abbassare le quotazioni, limandone i guadagni.
Del resto, è ciò che sta provando a fare lo stesso Trump, che, di fronte alla fiammata dei prezzi, ha deciso di sospendere le sanzioni per un mese, aprendo all’India ma anche a chiunque altro voglia comprare i combustibili di Mosca. Tuttavia il presidente americano non è il solo a pensarla così. Ieri anche il premier belga, l’indipendentista Bart De Wever, ha detto che l’Europa deve negoziare con la Russia per porre fine alla guerra in Ucraina e ripristinare l’accesso all’energia a basso costo. Una posizione che certo rompe il fronte di chi vorrebbe proseguire a oltranza il conflitto tra Mosca e Kiev, ma che svela un sano pragmatismo che non è più limitato a poche voci isolate.
Del resto, se la strada più logica non si vuole percorrere per un posizionamento pregiudiziale, le altre soluzioni non soltanto non sono più immediate, ma richiedono di mettere da parte altri pregiudizi. Il primo dei quali è quello che ci ha imposto la transizione verde, ovvero un piano per eliminare le emissioni di CO2, costringendo l’industria dentro regole che rischiano di far precipitare il Pil dei Paesi europei.
C’è poi un’altra possibilità, ma anche in questo caso si tratta di mettere da parte alcuni irragionevoli dogmi, come ad esempio i vincoli di bilancio e il debito comune. Se non si può riaprire il rubinetto del gas russo e nemmeno tumulare il Green deal, non resta che mettere mano ai soldi, per finanziare la ripresa europea. In questi anni si sono trovate montagne di miliardi per sostenere Kiev, ma adesso invece di staccare assegni a favore dell’Ucraina è necessario spenderli per l’Europa, rinunciando ai parametri della burocrazia di Bruxelles e anche alle regole studiate a tavolino. Siamo in emergenza, servono misure di emergenza, perché non si può combattere una guerra (perché quella in cui siamo coinvolti è una guerra) con le stesse armi che si usano in tempo di pace.
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