Questa è la storia di quel che potrebbe sembrare quasi un tentativo di depistaggio. Il tema sono il referendum sulla riforma della separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti, e soprattutto le parole pronunciate 39 anni fa sulla materia dal grande giurista Giuliano Vassalli.
Domenica primo marzo Repubblica ha cercato di seppellire sotto un’indebita accusa di «falso» un documento storico che in realtà è verissimo, oltre che attualissimo. Sotto al titolo «Le fake news di Carlo Nordio su Vassalli favorevole alle carriere separate», Repubblica ha cercato di contestare nove cartelle battute a macchina nel 1987 da Torquil Dick Erikson, un giornalista inglese esperto di diritto e giustizia, che da sempre vive e lavora in Italia e che allora collaborava con il Financial Times.
Quel testo è la trascrizione integrale di una lunga conversazione in italiano con Vassalli, che in quel momento era senatore socialista e presidente della commissione Giustizia, ma di lì a pochi mesi sarebbe diventato Guardasigilli. Il documento originale è stato pubblicato da Panorama.it nel luglio 2024 ed è disponibile online.
Che cosa sostiene Repubblica? Che «negli archivi del quotidiano l’intervista non esiste» e così cerca di sminuire anche la portata della trascrizione, lasciando credere si tratti di un falso. Il 19 giugno 1987, in realtà, Dick Erikson sul Financial Times pubblicò un articolo dedicato agli eccessi della custodia cautelare in Italia e alle scarse speranze che la situazione potesse migliorare con il nuovo Codice di procedura penale - quello poi varato nel 1989 e di cui Vassalli verrà definito il «padre» - e con il tentativo d’introdurre elementi di sistema accusatorio nei tribunali italiani: un sistema che avrebbe dovuto basare i processi sul libero gioco delle parti tra accusa e difesa, con un giudice terzo a fare da arbitro.
L’articolo del Ft esiste, insomma, pur se breve e anche se attribuisce a Vassalli due battute finali. Intriso di pessimismo sulle chance della riforma, il giurista dichiara che - già nel 1987 - la politica italiana «non è in grado di contenere il ruolo della magistratura di carriera perché loro (i magistrati, ndr) sono troppo potenti, non ce lo permettono: controllano non solo l’iter giudiziario e il sistema carcerario, ma anche il ministero della Giustizia». E conclude («sospirando»): «Qui abbiamo una sovranità limitata, come nell’Europa dell’Est: limitata dal potere della magistratura...».
Negando l’esistenza dell’intervista, Repubblica in realtà cerca di rintuzzare Nordio e il fronte del Sì al referendum sulla separazione delle carriere, che «citano l’intervista come fosse il Sacro Graal». Repubblica prova a sminuire soprattutto le parole pronunciate da Vassalli e accuratamente trascritte nelle nove cartelle che Dick Erikson due anni fa ha gentilmente concesso a Panorama.it: a sentire Repubblica, si tratterebbe di una conversazione «in cui Vassalli comunque non prende posizione in modo esplicito per la separazione delle carriere».
Ma non è affatto così. Al contrario, le nove cartelle della trascrizione integrale del nastro registrato dell’intervista, di cui Dick Ericson conferma l’autenticità («...e posso provarlo», aggiunge), sono importanti perché contengono i giudizi di Vassalli sulle tante patologie della nostra giustizia: giudizi, per di più, espressi in modo particolarmente libero forse anche perché stimolato dalle domande di un giornalista anglosassone, intriso di una diversa cultura processuale. Sulla separazione delle carriere, Vassalli dichiara che «non è molto leale» anche la sola idea di «parlare di sistema accusatorio, laddove il pubblico ministero è un magistrato uguale al giudice […] che continuerà a far parte della stessa carriera, degli stessi ruoli… (e che i due continueranno a..., ndr) essere colleghi». Il giurista aggiunge, mestamente, che «il concetto stesso del sistema accusatorio è assolutamente incompatibile con molti altri principi destinati a restare in vigore nel nostro diritto», e che anche dopo la riforma del Codice di procedura penale «il nostro ordinamento giudiziario non cambierà, se non in minima parte».
Quasi nulla potrà cambiare, sottolinea Vassalli, «perché oramai quello che la magistratura ha conquistato non lo molla più, non lo abbandona più». E si spiega con parole dure: «La magistratura ha un potere enorme, e non solo enorme in linea di fatto, ma lo ha sul potere legislativo [...] È il più grande gruppo di pressione che abbiamo conosciuto. Finora, in 40 anni, non c’è stata una legge in materia di giustizia che non sia stata ispirata e voluta dalla magistratura». A leggere la trascrizione, la lobby dei magistrati era potente già nel 1987: «Sono solo 7.000», dice Vassalli, «ma la loro forza e capacità di penetrazione, e soprattutto il Consiglio superiore della magistratura che tende sempre di più ad allargarsi, fanno sì che difficilmente ci saranno cambiamenti nell’ordinamento». Vassalli racconta all’esterrefatto giornalista inglese che lo stesso ministero della Giustizia, a Roma, è «occupato in tutti i posti» da magistrati fuori ruolo, e che da loro dipendono «le elaborazioni dei disegni di legge, i suggerimenti che al ministro vengono dati...».
Di fronte a quella situazione, la conclusione è che «bisogna fare buon viso a cattivo gioco, e attuare quel poco che si può...». Anche perché la politica è divisa: «Non c’è accordo fra i partiti», dice Vassalli, «perché c’è il Partito comunista italiano che, siccome è all’opposizione, è riuscito a legarsi, attraverso una lunga opera sottile, gran parte della magistratura...».
Nove cartelle tutte da leggere, insomma. E assolutamente vere.
Nel limbo la pratica sulla toga anti Meloni. Ma la sveglia arriva da un’interrogazione
Che fine ha fatto il procedimento disciplinare «urgente» aperto ai primi di gennaio dalla Procura generale della Corte dei conti contro il suo consigliere Marcello Degni? A chiederlo, da ieri, non è più soltanto La Verità, ma anche il Parlamento della Repubblica. Enrico Costa, deputato di Azione, nonché presidente del Comitato per i procedimenti di accusa e della Giunta per le autorizzazioni della Camera, ha indirizzato al presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, un’interrogazione a risposta scritta per denunciare che «a distanza di mesi non è ancora nota né la sorte del procedimento disciplinare» annunciato lo scorso 4 gennaio contro il consigliere Degni, «né quali siano state le determinazioni del procuratore generale» Pio Silvestri, titolare dell’azione disciplinare contro i magistrati contabili.
Degni, un economista divenuto consigliere della Corte dei conti nel settembre 2017 per «nomina politica» e dietro segnalazione del governo di centrosinistra retto dal presidente del Partito democratico, Paolo Gentiloni, era finito in mezzo alle polemiche alla fine del dicembre 2023 per un post «politico» scritto su X-Twitter e indirizzato a Elly Schlein. Nel messaggio, pubblicato il 30 dicembre, Degni rimproverava al segretario del Pd di non aver voluto o saputo bloccare la legge di Bilancio presentata dalla maggioranza di centrodestra: «C’erano le condizioni per l’ostruzionismo e per l’esercizio provvisorio», aveva scritto il magistrato. Quindi, utilizzando una prima persona plurale che segnalava vicinanza ideale allo schieramento di cui fa parte il Pd, aveva concluso: «Potevamo farli sbavare di rabbia sulla cosiddetta manovra blindata, e invece…».
La Verità aveva scoperto che quel duro messaggio era soltanto l’ultimo di una lunga serie: Degni, che nel suo profilo su X si presenta come «economista, e di sinistra», per quanto «disilluso dai partiti italiani», ha disseminato l’online di decine di messaggi e proclami. E questo nonostante molte controindicazioni professionali e deontologiche: dall’articolo 111 della Costituzione, che postula «un giudice terzo e imparziale», fino al Codice dall’Associazione nazionale dei magistrati della Corte dei conti, il «sindacato» della categoria, che ai suoi aderenti impone «criteri di equilibrio e misura nel rilasciare dichiarazioni e interviste ai giornali e agli altri mezzi di comunicazione di massa». Giusto due giorni fa, poi, Giuseppe Santalucia, presidente Anm, ha appena invitato le toghe alla morigeratezza online («La magistratura deve acquisire una consapevolezza diffusa sulla loro pericolosità», ha detto). Da più anni, invece, Degni pubblica su X giudizi e proclami a senso unico. Nel dicembre 2021 il consigliere aveva gioito alla vittoria di Gabriel Boric, candidato dell’estrema sinistra alle presidenziali in Cile («El pueblo unido jamas serà vencido; Allende, Allende, el pueblo non s’arrende: era dal 1973 che aspettavo questo momento, quando bloccammo la scuola per 6 mesi…»). Nell’agosto 2022 aveva applaudito il primo governo di sinistra nella storia della Colombia. Nel giugno 2023 aveva contestato con asprezza il lutto nazionale decretato per la morte di Silvio Berlusconi («una cosa invereconda»). Negli ultimi mesi dell’anno, prima di scrivere il post sul centrodestra tra legge di Bilancio e i sbavamenti di rabbia, Degni ne aveva piazzati altri che celebravano la sua passione per Il Manifesto («il giornale più bello del mondo»), citavano Toni Negri come pensatore imprescindibile («Il comunismo è una passione collettiva gioiosa, etica e politica che combatte contro la trinità della proprietà, dei confini e del capitale»), e manifestavano intolleranza per tutto ciò che si muove a destra («Con i fasci non si parla»).
Le polemiche politiche scoppiate alla scoperta di questa ostentata vena ideologica in un magistrato contabile (la stessa Giorgia Meloni aveva contestato «la sfrontatezza» di Degni) avevano costretto la Corte dei conti ad aprire il primo procedimento disciplinare nella sua storia. Così il 4 gennaio un’adunanza urgente del Consiglio di presidenza - che per la magistratura contabile equivale al Csm - aveva «immediatamente trasmesso gli atti» al procuratore generale Silvestri, il quale aveva dichiarato di «voler fare chiarezza in tempi giusti».
Anche Costa ieri ha ricordato nella sua interrogazione che gli stessi comunicati della Corte dei conti indicavano un impegno alla velocità che però non sembra aver avuto alcun seguito. Del resto, già all’inizio dello scorso aprile, alla Verità risultava che l’istruttoria contro Degni fosse stata chiusa. Ma da allora tutti i tentativi di conoscere quali siano state le decisioni finali si sono infranti contro un muro di segretezza. In teoria, il procedimento disciplinare contro Degni avrebbe potuto essere archiviato, concludendosi con un nulla di fatto. Se invece le prove contro di lui fossero state ritenute significative, avrebbe potuto produrre una sanzione in tre diversi gradi di pesantezza: e cioè l’ammonimento o la censura, in pratica un rimprovero, ma anche la rimozione dall’ordine giudiziario. Ma il silenzio, purtroppo, ha coperto tutto. Tanto che Degni, dopo qualche settimana di prudente auto-sospensione da X-Twitter, s’è rimesso a pubblicare post «politici», tra cui un «buon compleanno» a Karl Marx lo scorso 5 maggio.
Per questo, ieri Costa ha chiesto alla presidenza del Consiglio «se ritenga adeguata la normativa che, a distanza di mesi, non consente la minima conoscenza delle determinazioni conseguenti alle segnalazioni disciplinari mosse a Degni […], e se non ritenga di avviare iniziative normative in merito». Qualcuno parlerà, finalmente?
Ieri il Consiglio superiore della magistratura ha deciso la «retrocessione» del procuratore aggiunto di Milano, Fabio De Pasquale: da oggi torna a essere un pubblico ministero qualsiasi, privo degli incarichi direttivi che ricopriva dal dicembre 2017. Il motivo è la grave condotta di De Pasquale durante il processo Eni-Nigeria, dove una decina d’anni fa (assieme al sostituto procuratore Sergio Spadaro) l’ormai ex procuratore aggiunto aveva sostenuto l’accusa di corruzione internazionale contro 15 imputati, tra cui l’ex amministratore delegato dell’ente petrolifero, Claudio Descalzi.
In quel procedimento, per la sua importanza «politica» ritenuto cruciale dalla Procura milanese, s’ipotizzava che l’Eni avesse pagato una tangente da oltre 1 miliardo di dollari per ottenere diritti di esplorazione nel Paese africano. Il processo Eni-Nigeria, però, si era concluso in primo grado nel marzo 2021 con l’assoluzione piena per tutti gli imputati. E la Procura generale milanese aveva addirittura deciso di non ricorrere in appello, rendendo così definitive le assoluzioni.
Nel gennaio 2023 De Pasquale era poi finito sotto processo a Brescia per il reato di rifiuto di atti di ufficio, accusato di non aver depositato alcuni importanti documenti a favore delle difese. In una chat telefonica risultava che un teste dell’accusa, l’ex dirigente dell’Eni Vincenzo Armanna, aveva versato 50.000 dollari ad altri due testimoni perché confermassero le sue accuse. In una videoregistrazione del luglio 2014 lo stesso Armanna manifestava propositi ritorsivi nei confronti dell’Eni, minacciando di far cadere «una valanga di merda» sui vertici dell’ente. De Pasquale era a conoscenza di queste prove di estrema rilevanza, che devastavano la credibilità del teste Armanna, ma con il sostituto Spadaro aveva deciso di non depositarle.
Per queste condotte, contro De Pasquale il procuratore generale della Cassazione aveva aperto un procedimento disciplinare e il Csm ne aveva avviato uno per incompatibilità ambientale: entrambi al momento sono sospesi in attesa dei risultati del processo penale di Brescia.
La delibera approvata ieri dal plenum del Csm - che ha ottenuto 23 voti favorevoli, tra cui quello del vicepresidente Fabio Pinelli, mentre altri quattro membri (tutti progressisti) si sono astenuti - critica con durezza «il difetto d’imparzialità e di equilibrio» di De Pasquale nel processo Eni-Nigeria, e censura con forza «la contraddittorietà delle sue scelte processuali». Nell’atto si legge che «risulta dimostrata l’assenza dei prerequisiti della imparzialità e dell’equilibrio» del magistrato, cui viene rimproverato di aver «reiteratamente esercitato la giurisdizione in modo non obiettivo né equo rispetto alle parti, nonché senza senso della misura e senza moderazione». La censura del Csm nei confronti di De Pasquale è così aspra da lasciar intendere che anche il procedimento disciplinare al momento sospeso non sarà una passeggiata. Nella delibera si legge infatti che «le condotte poste in essere dal magistrato, lungi dall’essere contingenti e occasionali, rappresentano un modus operandi consolidato e intimamente connesso al suo modo di intendere il ruolo ricoperto».
È probabile che De Pasquale chieda al Tar una sospensiva della delibera. Ieri, intanto, sulla sua «retrocessione» si è espresso con ironia Maurizio Gasparri, presidente dei senatori di Forza Italia: «Spero che il Csm guardi anche altrove», ha detto, «perché di magistrati da declassare ce ne sono tanti…». Poi ha aggiunto: «Penso ad esempio a quanti non accettano le sentenze della Cassazione che smentiscono le azioni infondate che hanno avviato per anni». Gasparri è parso riferirsi agli inquirenti fiorentini che dal 2017 accusano l’ex parlamentare azzurro Marcello Dell’Utri (e, attraverso di lui, il defunto Silvio Berlusconi) di essere il mandate delle stragi di mafia del 1993. «Speriamo davvero», ha concluso Gasparri, «che il Csm prosegua in questa ottima azione disciplinare».




