True
2019-02-06
Stavolta l’uomo del Colle dice sì. Savona in Consob spinto da Conte
Ansa
La scelta di Paolo Savona al vertice della Consob per i prossimi sette anni sembra un colpo di scena. E in realtà lo è perché, al di là dei dettagli tecnici, rappresenta due eventi politici importanti. La prima iniziativa avanzata e portata a conclusione dal premier, Giuseppe Conte, in questi mesi di governo. In seconda istanza, la scelta di Savona è frutto dell'ok di Sergio Mattarella. La qual cosa sta a indicare che con Savona è tornata la pace, e che l'asse Mattarella-Conte ha fatto un upgrade come si dice in gergo digitale. Il rapporto è buono fin dall'inizio, ma negli ultimi tempi Conte sembra smarcarsi sempre più dai veti e dalle pressioni delle due componenti di governo, quella leghista e quella grillina.
Nel caso specifico tutto nasce la scorsa settimana, quando il premier estrae dal cappello il nome di Savona. Sa che l'interessato sarebbe disponibile e sa che il presidente della Repubblica ha già avviato un percorso di distensione con il ministro degli Affari europei. I due si sono incontrati più volte e si parlano al telefono. Mattarella sa che il veto posto a giugno sull'Economia, al di là delle motivazioni politiche, è stato uno sgarbo istituzionale e riconoscere a Savona un ruolo di tale importanza sarebbe il suggello finale per ricucire le relazioni. Non solo, la nomina di Savona avrebbe l'effetto di depotenziare o addirittura annullare quella di Marcello Minenna, che il Colle non gradisce. Teme che l'ex assessore grillino al Campidoglio si ponga in conflitto con Bankitalia superando i confini, spesso non tracciati, di competenze tra Palazzo Koch e la Consob. Una cosa che Savona, pur essendo in conflitto ideologico con Bankitalia, non farebbe mai per via del suo spiccato senso delle istituzioni.
Ecco che qui si infila Conte il quale inizialmente propone il nome dell'economista sardo come uno dei tanti diversivi utilizzati nei quasi quattro mesi di stand by. Il premier sente prima Luigi Di Maio che si dichiara favorevole, e poi Matteo Salvini che inevitabilmente ribadisce la stima verso Savona. A quel punto, lo scorso fine settimana, è lo stesso Mattarella ad accelerare i tempi facendo intervenire il segretario generale Ugo Zampetti. Per evitare squilibri di governo, i due partiti di maggioranza accettano che a prendere le funzioni degli Affari europei sia Conte. Ovviamente ad interim. Il che non ha evitato l'immediata ridda per la sostituzione.
In realtà sia Salvini che Di Maio sanno che premere ora non avrebbe senso. Aggiungerebbe tensioni su tensioni e soprattutto toglierebbe una exit strategy all'indomani delle lezioni europee. Farà comodo a Lega e pure ai grillini trovare la scusa per un eventuale rimpasto e la nomina agli Affari europei sarebbe perfetta.
Nel frattempo il Colle sembra aver portato a termine anche la pratica Minenna. Il candidato grillino per eccellenza si troverà a dover accettare il ruolo di segretario generale, il che sarebbe però una sorta di diminutio. E soprattutto sfilerebbe al M5s la possibilità di dire la sua sul dopo Apponi. Angelo è infatti l'attuale direttore generale della Consob, ma è in scadenza a giugno.
Il dirigente è molto stimato al Quirinale e pure in Bankitalia con cui mantiene, anche dopo le sfilate in occasione della Commissione d'inchiesta sulle banche, un buon rapporto. Minenna potrebbe addirittura rifiutare il ruolo di segretario generale, il che porterebbe a un rinnovo della attuale. Giulia Bertezzolo è stata nominata segretario generale in una data non casuale. Il primo giugno, lo stesso giorno in cui giuravano i gialloblù.
A dicembre la Bertezzolo (portata dal presidente uscente Mario Nava) è stata nominata anche nuovo responsabile trasparenza e nuovo responsabile privacy. Sarebbe stato avvicendato anche il capo del personale, per mettere un uomo più fortemente dell'istituzione. Segno - dicevano dalle parti della Consob a dicembre - che in vista del nuovo presidente, il dg Angelo Apponi stava blindando le posizioni chiave. Anche se Minenna accettasse l'incarico, dunque, si troverebbe isolato dalla macchina stessa dell'Authority. Perciò i prossimi giorni saranno decisivi per completare i puzzle della vigilanza sulle banche. Quello che è certo è che la nomina di Savona apre ad altre due scelte fondamentali per la tenuta del governo. La prima ha una scadenza ravvicinata. Il 16 febbraio toccherà a Tito Boeri lasciare l'Inps e la Lega potrà avanzare i propri suggerimenti senza il timore di dover barattare con i grillini le poltrone. D'altronde Salvini non ha messo becco nella partita Consob.
E non avere un presidente Inps ostile sarà importante per l'avvio e la gestione di quota 100. In tarda primavera invece sarà la volta di Daniele Franco, attuale Ragioniere dello Stato. La sua sostituzione sarà fondamentale per la gestione della prossima manovra di bilancio, che - è bene ribadirlo - conterrà una cinquantina di miliardi di clausole di salvaguardia sull'aumento Iva. La mossa distensiva tra Savona e Mattarella sembra creare un nuovo clima e allontanare i tempi in cui Rocco Casalino insultava i tecnici del Mef. Sembrano passati secoli, sono in realtà solo pochi mesi.
Pd e Fi azzeccagarbugli: «È incompatibile»
La decisione di indicare Paolo Savona in Consob prevede qualche step in Commissione congiunta e poi la ratifica del Colle, che appare concordata a monte. Nonostante ciò l'opposizione ieri si è scatenata in merito all'età del futuro presidente che a fine mandato avrà 89 anni. Ma soprattutto su una sua presunta incompatibilità. «Il ministro Savona non può fare il presidente della Consob, il governo non può ignorare le leggi. Le ragioni di incompatibilità di Savona sono diverse», ha affermato Simona Malpezzi, vicepresidente del gruppo dem a Palazzo Madama. «Il ministro», ha aggiunto, «ha lavorato fino a maggio 2018 per il fondo Euklid, quindi per un soggetto vigilato da Consob, in più risulta in conflitto con le leggi Madia e Frattini. Se il Cdm approvasse la nomina, pur in presenza di tali incompatibilità, ci troveremmo di fronte a una situazione gravissima e senza precedenti».
«Sul caso Savona - perché di caso si tratta - ho l'impressione che delle due l'una: se non vale la Madia, vale la Frattini, e viceversa. L'incompatibilità resta evidente, gli azzeccagarbugli sono avvertiti». Lo scrive in un tweet il deputato Pd Filippo Sensi - l'inventore dello storytelling renziano - che, in un successivo tweet, osserva: «Ricordo, inoltre, che la 281/1985 (la legge che istituisce la Consob) definisce la piena autonomia della Commissione e tra i criteri per la scelta dei suoi componenti esplicita quello della indipendenza. Come la mettiamo con le veline sull'accordo politico su Savona?».
Anche Forza Italia interviene a gamba tesa. Silvio Berlusconi legge la scelta di Savona di mollare il ministero come il topo che abbandona la nave che cola a picco. Un'analisi che sembra lunare visto che omette il ruolo di Sergio Mattarella.
A ruota Mara Carfagna, vice presidente della Camera: «Savona passerà agli annali come l'uomo del piano B. Il suo piano B prevedeva l'uscita dall'euro e, per fortuna, non si è mai realizzato. Era un piano B la nomina al ministero per le Politiche europee dopo che era stato destinato all'Economia. Lui stesso oggi rappresenta il piano B della maggioranza per la Consob».
Più articolato e meno primitivo il ragionamento di Renato Brunetta. «Dal punto di vista professionale, Paolo Savona è certamente competente, adeguato, conosciuto a livello nazionale e internazionale. In tempo di scappati di casa al governo, questa non è poca cosa. Per quanto riguarda i profili di incompatibilità o incandidabilità», ha proseguito, «lascio le valutazioni alla presidenza del Consiglio, che ha istruito la procedura. E le lascio soprattutto alle autorità di verifica. Sarebbe molto grave se, dopo la nomina, emergessero profili di incandidabilità o di conflitti di interesse. Speriamo che questa partita, importantissima e centrale nel sistema di pesi e contrappesi della Repubblica, abbia pace e fine con il nome di Savona. È una persona che stimo e, in questi 30 anni, con lui ho avuto rapporti di tipo istituzionale, scientifico, accademico».
La Verità in un articolo della scorsa settimana aveva sottolineato come le probabili difficoltà tecniche fossero superabili lasciando aperta una questione politica. L'attuale ministro agli Affari europei avrebbe delle difficoltà a insediarsi e non tanto per la legge 215 del 2004, ma per via della legge Madia, successiva all'insediamento di Giuseppe Vegas in Consob. Le restrizioni della riforma del Pd sono però facilmente superabili, come è avvenuto recentemente in occasione della nomina del capo di gabinetto del ministero dell'Economia. La legge Madia è molto porosa, e prevede un infinito numero di percorsi paralleli. Purché ci sia una forza politica in grado di imporre le valutazioni tecniche. La scorsa settimana scrivevamo che il governo si sarebbe infilato in un ginepraio dopo aver rimosso di fatto Mario Nava per via di una serie di tecnicismi (che nascondevano una volontà politica precisa). L'analisi della scorsa settimana era priva dell'elemento fondamentale: l'intervento del Colle. Una volta che Mattarella avrà suggellato la nomina l'opposizione potrà solo che tacere di fronte al sigillo.
Continua a leggereRiduci
Il governo appoggia la nomina del premier, che assume l'interim agli Affari europei. Decisivo il via libera di Sergio Mattarella, che bocciò il professore all'Economia. Marcello Minenna rischia di restare fuori. Pd e Fi azzeccagarbugli: «È incompatibile». Le opposizioni tirano in ballo le leggi Frattini e Madia e l'incarico nel fondo Euklid. Tutti nodi superabili. Lo speciale comprende due articoli. La scelta di Paolo Savona al vertice della Consob per i prossimi sette anni sembra un colpo di scena. E in realtà lo è perché, al di là dei dettagli tecnici, rappresenta due eventi politici importanti. La prima iniziativa avanzata e portata a conclusione dal premier, Giuseppe Conte, in questi mesi di governo. In seconda istanza, la scelta di Savona è frutto dell'ok di Sergio Mattarella. La qual cosa sta a indicare che con Savona è tornata la pace, e che l'asse Mattarella-Conte ha fatto un upgrade come si dice in gergo digitale. Il rapporto è buono fin dall'inizio, ma negli ultimi tempi Conte sembra smarcarsi sempre più dai veti e dalle pressioni delle due componenti di governo, quella leghista e quella grillina. Nel caso specifico tutto nasce la scorsa settimana, quando il premier estrae dal cappello il nome di Savona. Sa che l'interessato sarebbe disponibile e sa che il presidente della Repubblica ha già avviato un percorso di distensione con il ministro degli Affari europei. I due si sono incontrati più volte e si parlano al telefono. Mattarella sa che il veto posto a giugno sull'Economia, al di là delle motivazioni politiche, è stato uno sgarbo istituzionale e riconoscere a Savona un ruolo di tale importanza sarebbe il suggello finale per ricucire le relazioni. Non solo, la nomina di Savona avrebbe l'effetto di depotenziare o addirittura annullare quella di Marcello Minenna, che il Colle non gradisce. Teme che l'ex assessore grillino al Campidoglio si ponga in conflitto con Bankitalia superando i confini, spesso non tracciati, di competenze tra Palazzo Koch e la Consob. Una cosa che Savona, pur essendo in conflitto ideologico con Bankitalia, non farebbe mai per via del suo spiccato senso delle istituzioni. Ecco che qui si infila Conte il quale inizialmente propone il nome dell'economista sardo come uno dei tanti diversivi utilizzati nei quasi quattro mesi di stand by. Il premier sente prima Luigi Di Maio che si dichiara favorevole, e poi Matteo Salvini che inevitabilmente ribadisce la stima verso Savona. A quel punto, lo scorso fine settimana, è lo stesso Mattarella ad accelerare i tempi facendo intervenire il segretario generale Ugo Zampetti. Per evitare squilibri di governo, i due partiti di maggioranza accettano che a prendere le funzioni degli Affari europei sia Conte. Ovviamente ad interim. Il che non ha evitato l'immediata ridda per la sostituzione. In realtà sia Salvini che Di Maio sanno che premere ora non avrebbe senso. Aggiungerebbe tensioni su tensioni e soprattutto toglierebbe una exit strategy all'indomani delle lezioni europee. Farà comodo a Lega e pure ai grillini trovare la scusa per un eventuale rimpasto e la nomina agli Affari europei sarebbe perfetta. Nel frattempo il Colle sembra aver portato a termine anche la pratica Minenna. Il candidato grillino per eccellenza si troverà a dover accettare il ruolo di segretario generale, il che sarebbe però una sorta di diminutio. E soprattutto sfilerebbe al M5s la possibilità di dire la sua sul dopo Apponi. Angelo è infatti l'attuale direttore generale della Consob, ma è in scadenza a giugno. Il dirigente è molto stimato al Quirinale e pure in Bankitalia con cui mantiene, anche dopo le sfilate in occasione della Commissione d'inchiesta sulle banche, un buon rapporto. Minenna potrebbe addirittura rifiutare il ruolo di segretario generale, il che porterebbe a un rinnovo della attuale. Giulia Bertezzolo è stata nominata segretario generale in una data non casuale. Il primo giugno, lo stesso giorno in cui giuravano i gialloblù. A dicembre la Bertezzolo (portata dal presidente uscente Mario Nava) è stata nominata anche nuovo responsabile trasparenza e nuovo responsabile privacy. Sarebbe stato avvicendato anche il capo del personale, per mettere un uomo più fortemente dell'istituzione. Segno - dicevano dalle parti della Consob a dicembre - che in vista del nuovo presidente, il dg Angelo Apponi stava blindando le posizioni chiave. Anche se Minenna accettasse l'incarico, dunque, si troverebbe isolato dalla macchina stessa dell'Authority. Perciò i prossimi giorni saranno decisivi per completare i puzzle della vigilanza sulle banche. Quello che è certo è che la nomina di Savona apre ad altre due scelte fondamentali per la tenuta del governo. La prima ha una scadenza ravvicinata. Il 16 febbraio toccherà a Tito Boeri lasciare l'Inps e la Lega potrà avanzare i propri suggerimenti senza il timore di dover barattare con i grillini le poltrone. D'altronde Salvini non ha messo becco nella partita Consob. E non avere un presidente Inps ostile sarà importante per l'avvio e la gestione di quota 100. In tarda primavera invece sarà la volta di Daniele Franco, attuale Ragioniere dello Stato. La sua sostituzione sarà fondamentale per la gestione della prossima manovra di bilancio, che - è bene ribadirlo - conterrà una cinquantina di miliardi di clausole di salvaguardia sull'aumento Iva. La mossa distensiva tra Savona e Mattarella sembra creare un nuovo clima e allontanare i tempi in cui Rocco Casalino insultava i tecnici del Mef. Sembrano passati secoli, sono in realtà solo pochi mesi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/stavolta-luomo-del-colle-dice-si-savona-in-consob-spinto-da-conte-2628088143.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pd-e-fi-azzeccagarbugli-e-incompatibile" data-post-id="2628088143" data-published-at="1777408221" data-use-pagination="False"> Pd e Fi azzeccagarbugli: «È incompatibile» La decisione di indicare Paolo Savona in Consob prevede qualche step in Commissione congiunta e poi la ratifica del Colle, che appare concordata a monte. Nonostante ciò l'opposizione ieri si è scatenata in merito all'età del futuro presidente che a fine mandato avrà 89 anni. Ma soprattutto su una sua presunta incompatibilità. «Il ministro Savona non può fare il presidente della Consob, il governo non può ignorare le leggi. Le ragioni di incompatibilità di Savona sono diverse», ha affermato Simona Malpezzi, vicepresidente del gruppo dem a Palazzo Madama. «Il ministro», ha aggiunto, «ha lavorato fino a maggio 2018 per il fondo Euklid, quindi per un soggetto vigilato da Consob, in più risulta in conflitto con le leggi Madia e Frattini. Se il Cdm approvasse la nomina, pur in presenza di tali incompatibilità, ci troveremmo di fronte a una situazione gravissima e senza precedenti». «Sul caso Savona - perché di caso si tratta - ho l'impressione che delle due l'una: se non vale la Madia, vale la Frattini, e viceversa. L'incompatibilità resta evidente, gli azzeccagarbugli sono avvertiti». Lo scrive in un tweet il deputato Pd Filippo Sensi - l'inventore dello storytelling renziano - che, in un successivo tweet, osserva: «Ricordo, inoltre, che la 281/1985 (la legge che istituisce la Consob) definisce la piena autonomia della Commissione e tra i criteri per la scelta dei suoi componenti esplicita quello della indipendenza. Come la mettiamo con le veline sull'accordo politico su Savona?». Anche Forza Italia interviene a gamba tesa. Silvio Berlusconi legge la scelta di Savona di mollare il ministero come il topo che abbandona la nave che cola a picco. Un'analisi che sembra lunare visto che omette il ruolo di Sergio Mattarella. A ruota Mara Carfagna, vice presidente della Camera: «Savona passerà agli annali come l'uomo del piano B. Il suo piano B prevedeva l'uscita dall'euro e, per fortuna, non si è mai realizzato. Era un piano B la nomina al ministero per le Politiche europee dopo che era stato destinato all'Economia. Lui stesso oggi rappresenta il piano B della maggioranza per la Consob». Più articolato e meno primitivo il ragionamento di Renato Brunetta. «Dal punto di vista professionale, Paolo Savona è certamente competente, adeguato, conosciuto a livello nazionale e internazionale. In tempo di scappati di casa al governo, questa non è poca cosa. Per quanto riguarda i profili di incompatibilità o incandidabilità», ha proseguito, «lascio le valutazioni alla presidenza del Consiglio, che ha istruito la procedura. E le lascio soprattutto alle autorità di verifica. Sarebbe molto grave se, dopo la nomina, emergessero profili di incandidabilità o di conflitti di interesse. Speriamo che questa partita, importantissima e centrale nel sistema di pesi e contrappesi della Repubblica, abbia pace e fine con il nome di Savona. È una persona che stimo e, in questi 30 anni, con lui ho avuto rapporti di tipo istituzionale, scientifico, accademico». La Verità in un articolo della scorsa settimana aveva sottolineato come le probabili difficoltà tecniche fossero superabili lasciando aperta una questione politica. L'attuale ministro agli Affari europei avrebbe delle difficoltà a insediarsi e non tanto per la legge 215 del 2004, ma per via della legge Madia, successiva all'insediamento di Giuseppe Vegas in Consob. Le restrizioni della riforma del Pd sono però facilmente superabili, come è avvenuto recentemente in occasione della nomina del capo di gabinetto del ministero dell'Economia. La legge Madia è molto porosa, e prevede un infinito numero di percorsi paralleli. Purché ci sia una forza politica in grado di imporre le valutazioni tecniche. La scorsa settimana scrivevamo che il governo si sarebbe infilato in un ginepraio dopo aver rimosso di fatto Mario Nava per via di una serie di tecnicismi (che nascondevano una volontà politica precisa). L'analisi della scorsa settimana era priva dell'elemento fondamentale: l'intervento del Colle. Una volta che Mattarella avrà suggellato la nomina l'opposizione potrà solo che tacere di fronte al sigillo.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
Continua a leggereRiduci
iStock
Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
Continua a leggereRiduci
Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.