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2019-02-06
Stavolta l’uomo del Colle dice sì. Savona in Consob spinto da Conte
Ansa
La scelta di Paolo Savona al vertice della Consob per i prossimi sette anni sembra un colpo di scena. E in realtà lo è perché, al di là dei dettagli tecnici, rappresenta due eventi politici importanti. La prima iniziativa avanzata e portata a conclusione dal premier, Giuseppe Conte, in questi mesi di governo. In seconda istanza, la scelta di Savona è frutto dell'ok di Sergio Mattarella. La qual cosa sta a indicare che con Savona è tornata la pace, e che l'asse Mattarella-Conte ha fatto un upgrade come si dice in gergo digitale. Il rapporto è buono fin dall'inizio, ma negli ultimi tempi Conte sembra smarcarsi sempre più dai veti e dalle pressioni delle due componenti di governo, quella leghista e quella grillina.
Nel caso specifico tutto nasce la scorsa settimana, quando il premier estrae dal cappello il nome di Savona. Sa che l'interessato sarebbe disponibile e sa che il presidente della Repubblica ha già avviato un percorso di distensione con il ministro degli Affari europei. I due si sono incontrati più volte e si parlano al telefono. Mattarella sa che il veto posto a giugno sull'Economia, al di là delle motivazioni politiche, è stato uno sgarbo istituzionale e riconoscere a Savona un ruolo di tale importanza sarebbe il suggello finale per ricucire le relazioni. Non solo, la nomina di Savona avrebbe l'effetto di depotenziare o addirittura annullare quella di Marcello Minenna, che il Colle non gradisce. Teme che l'ex assessore grillino al Campidoglio si ponga in conflitto con Bankitalia superando i confini, spesso non tracciati, di competenze tra Palazzo Koch e la Consob. Una cosa che Savona, pur essendo in conflitto ideologico con Bankitalia, non farebbe mai per via del suo spiccato senso delle istituzioni.
Ecco che qui si infila Conte il quale inizialmente propone il nome dell'economista sardo come uno dei tanti diversivi utilizzati nei quasi quattro mesi di stand by. Il premier sente prima Luigi Di Maio che si dichiara favorevole, e poi Matteo Salvini che inevitabilmente ribadisce la stima verso Savona. A quel punto, lo scorso fine settimana, è lo stesso Mattarella ad accelerare i tempi facendo intervenire il segretario generale Ugo Zampetti. Per evitare squilibri di governo, i due partiti di maggioranza accettano che a prendere le funzioni degli Affari europei sia Conte. Ovviamente ad interim. Il che non ha evitato l'immediata ridda per la sostituzione.
In realtà sia Salvini che Di Maio sanno che premere ora non avrebbe senso. Aggiungerebbe tensioni su tensioni e soprattutto toglierebbe una exit strategy all'indomani delle lezioni europee. Farà comodo a Lega e pure ai grillini trovare la scusa per un eventuale rimpasto e la nomina agli Affari europei sarebbe perfetta.
Nel frattempo il Colle sembra aver portato a termine anche la pratica Minenna. Il candidato grillino per eccellenza si troverà a dover accettare il ruolo di segretario generale, il che sarebbe però una sorta di diminutio. E soprattutto sfilerebbe al M5s la possibilità di dire la sua sul dopo Apponi. Angelo è infatti l'attuale direttore generale della Consob, ma è in scadenza a giugno.
Il dirigente è molto stimato al Quirinale e pure in Bankitalia con cui mantiene, anche dopo le sfilate in occasione della Commissione d'inchiesta sulle banche, un buon rapporto. Minenna potrebbe addirittura rifiutare il ruolo di segretario generale, il che porterebbe a un rinnovo della attuale. Giulia Bertezzolo è stata nominata segretario generale in una data non casuale. Il primo giugno, lo stesso giorno in cui giuravano i gialloblù.
A dicembre la Bertezzolo (portata dal presidente uscente Mario Nava) è stata nominata anche nuovo responsabile trasparenza e nuovo responsabile privacy. Sarebbe stato avvicendato anche il capo del personale, per mettere un uomo più fortemente dell'istituzione. Segno - dicevano dalle parti della Consob a dicembre - che in vista del nuovo presidente, il dg Angelo Apponi stava blindando le posizioni chiave. Anche se Minenna accettasse l'incarico, dunque, si troverebbe isolato dalla macchina stessa dell'Authority. Perciò i prossimi giorni saranno decisivi per completare i puzzle della vigilanza sulle banche. Quello che è certo è che la nomina di Savona apre ad altre due scelte fondamentali per la tenuta del governo. La prima ha una scadenza ravvicinata. Il 16 febbraio toccherà a Tito Boeri lasciare l'Inps e la Lega potrà avanzare i propri suggerimenti senza il timore di dover barattare con i grillini le poltrone. D'altronde Salvini non ha messo becco nella partita Consob.
E non avere un presidente Inps ostile sarà importante per l'avvio e la gestione di quota 100. In tarda primavera invece sarà la volta di Daniele Franco, attuale Ragioniere dello Stato. La sua sostituzione sarà fondamentale per la gestione della prossima manovra di bilancio, che - è bene ribadirlo - conterrà una cinquantina di miliardi di clausole di salvaguardia sull'aumento Iva. La mossa distensiva tra Savona e Mattarella sembra creare un nuovo clima e allontanare i tempi in cui Rocco Casalino insultava i tecnici del Mef. Sembrano passati secoli, sono in realtà solo pochi mesi.
Pd e Fi azzeccagarbugli: «È incompatibile»
La decisione di indicare Paolo Savona in Consob prevede qualche step in Commissione congiunta e poi la ratifica del Colle, che appare concordata a monte. Nonostante ciò l'opposizione ieri si è scatenata in merito all'età del futuro presidente che a fine mandato avrà 89 anni. Ma soprattutto su una sua presunta incompatibilità. «Il ministro Savona non può fare il presidente della Consob, il governo non può ignorare le leggi. Le ragioni di incompatibilità di Savona sono diverse», ha affermato Simona Malpezzi, vicepresidente del gruppo dem a Palazzo Madama. «Il ministro», ha aggiunto, «ha lavorato fino a maggio 2018 per il fondo Euklid, quindi per un soggetto vigilato da Consob, in più risulta in conflitto con le leggi Madia e Frattini. Se il Cdm approvasse la nomina, pur in presenza di tali incompatibilità, ci troveremmo di fronte a una situazione gravissima e senza precedenti».
«Sul caso Savona - perché di caso si tratta - ho l'impressione che delle due l'una: se non vale la Madia, vale la Frattini, e viceversa. L'incompatibilità resta evidente, gli azzeccagarbugli sono avvertiti». Lo scrive in un tweet il deputato Pd Filippo Sensi - l'inventore dello storytelling renziano - che, in un successivo tweet, osserva: «Ricordo, inoltre, che la 281/1985 (la legge che istituisce la Consob) definisce la piena autonomia della Commissione e tra i criteri per la scelta dei suoi componenti esplicita quello della indipendenza. Come la mettiamo con le veline sull'accordo politico su Savona?».
Anche Forza Italia interviene a gamba tesa. Silvio Berlusconi legge la scelta di Savona di mollare il ministero come il topo che abbandona la nave che cola a picco. Un'analisi che sembra lunare visto che omette il ruolo di Sergio Mattarella.
A ruota Mara Carfagna, vice presidente della Camera: «Savona passerà agli annali come l'uomo del piano B. Il suo piano B prevedeva l'uscita dall'euro e, per fortuna, non si è mai realizzato. Era un piano B la nomina al ministero per le Politiche europee dopo che era stato destinato all'Economia. Lui stesso oggi rappresenta il piano B della maggioranza per la Consob».
Più articolato e meno primitivo il ragionamento di Renato Brunetta. «Dal punto di vista professionale, Paolo Savona è certamente competente, adeguato, conosciuto a livello nazionale e internazionale. In tempo di scappati di casa al governo, questa non è poca cosa. Per quanto riguarda i profili di incompatibilità o incandidabilità», ha proseguito, «lascio le valutazioni alla presidenza del Consiglio, che ha istruito la procedura. E le lascio soprattutto alle autorità di verifica. Sarebbe molto grave se, dopo la nomina, emergessero profili di incandidabilità o di conflitti di interesse. Speriamo che questa partita, importantissima e centrale nel sistema di pesi e contrappesi della Repubblica, abbia pace e fine con il nome di Savona. È una persona che stimo e, in questi 30 anni, con lui ho avuto rapporti di tipo istituzionale, scientifico, accademico».
La Verità in un articolo della scorsa settimana aveva sottolineato come le probabili difficoltà tecniche fossero superabili lasciando aperta una questione politica. L'attuale ministro agli Affari europei avrebbe delle difficoltà a insediarsi e non tanto per la legge 215 del 2004, ma per via della legge Madia, successiva all'insediamento di Giuseppe Vegas in Consob. Le restrizioni della riforma del Pd sono però facilmente superabili, come è avvenuto recentemente in occasione della nomina del capo di gabinetto del ministero dell'Economia. La legge Madia è molto porosa, e prevede un infinito numero di percorsi paralleli. Purché ci sia una forza politica in grado di imporre le valutazioni tecniche. La scorsa settimana scrivevamo che il governo si sarebbe infilato in un ginepraio dopo aver rimosso di fatto Mario Nava per via di una serie di tecnicismi (che nascondevano una volontà politica precisa). L'analisi della scorsa settimana era priva dell'elemento fondamentale: l'intervento del Colle. Una volta che Mattarella avrà suggellato la nomina l'opposizione potrà solo che tacere di fronte al sigillo.
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Il governo appoggia la nomina del premier, che assume l'interim agli Affari europei. Decisivo il via libera di Sergio Mattarella, che bocciò il professore all'Economia. Marcello Minenna rischia di restare fuori. Pd e Fi azzeccagarbugli: «È incompatibile». Le opposizioni tirano in ballo le leggi Frattini e Madia e l'incarico nel fondo Euklid. Tutti nodi superabili. Lo speciale comprende due articoli. La scelta di Paolo Savona al vertice della Consob per i prossimi sette anni sembra un colpo di scena. E in realtà lo è perché, al di là dei dettagli tecnici, rappresenta due eventi politici importanti. La prima iniziativa avanzata e portata a conclusione dal premier, Giuseppe Conte, in questi mesi di governo. In seconda istanza, la scelta di Savona è frutto dell'ok di Sergio Mattarella. La qual cosa sta a indicare che con Savona è tornata la pace, e che l'asse Mattarella-Conte ha fatto un upgrade come si dice in gergo digitale. Il rapporto è buono fin dall'inizio, ma negli ultimi tempi Conte sembra smarcarsi sempre più dai veti e dalle pressioni delle due componenti di governo, quella leghista e quella grillina. Nel caso specifico tutto nasce la scorsa settimana, quando il premier estrae dal cappello il nome di Savona. Sa che l'interessato sarebbe disponibile e sa che il presidente della Repubblica ha già avviato un percorso di distensione con il ministro degli Affari europei. I due si sono incontrati più volte e si parlano al telefono. Mattarella sa che il veto posto a giugno sull'Economia, al di là delle motivazioni politiche, è stato uno sgarbo istituzionale e riconoscere a Savona un ruolo di tale importanza sarebbe il suggello finale per ricucire le relazioni. Non solo, la nomina di Savona avrebbe l'effetto di depotenziare o addirittura annullare quella di Marcello Minenna, che il Colle non gradisce. Teme che l'ex assessore grillino al Campidoglio si ponga in conflitto con Bankitalia superando i confini, spesso non tracciati, di competenze tra Palazzo Koch e la Consob. Una cosa che Savona, pur essendo in conflitto ideologico con Bankitalia, non farebbe mai per via del suo spiccato senso delle istituzioni. Ecco che qui si infila Conte il quale inizialmente propone il nome dell'economista sardo come uno dei tanti diversivi utilizzati nei quasi quattro mesi di stand by. Il premier sente prima Luigi Di Maio che si dichiara favorevole, e poi Matteo Salvini che inevitabilmente ribadisce la stima verso Savona. A quel punto, lo scorso fine settimana, è lo stesso Mattarella ad accelerare i tempi facendo intervenire il segretario generale Ugo Zampetti. Per evitare squilibri di governo, i due partiti di maggioranza accettano che a prendere le funzioni degli Affari europei sia Conte. Ovviamente ad interim. Il che non ha evitato l'immediata ridda per la sostituzione. In realtà sia Salvini che Di Maio sanno che premere ora non avrebbe senso. Aggiungerebbe tensioni su tensioni e soprattutto toglierebbe una exit strategy all'indomani delle lezioni europee. Farà comodo a Lega e pure ai grillini trovare la scusa per un eventuale rimpasto e la nomina agli Affari europei sarebbe perfetta. Nel frattempo il Colle sembra aver portato a termine anche la pratica Minenna. Il candidato grillino per eccellenza si troverà a dover accettare il ruolo di segretario generale, il che sarebbe però una sorta di diminutio. E soprattutto sfilerebbe al M5s la possibilità di dire la sua sul dopo Apponi. Angelo è infatti l'attuale direttore generale della Consob, ma è in scadenza a giugno. Il dirigente è molto stimato al Quirinale e pure in Bankitalia con cui mantiene, anche dopo le sfilate in occasione della Commissione d'inchiesta sulle banche, un buon rapporto. Minenna potrebbe addirittura rifiutare il ruolo di segretario generale, il che porterebbe a un rinnovo della attuale. Giulia Bertezzolo è stata nominata segretario generale in una data non casuale. Il primo giugno, lo stesso giorno in cui giuravano i gialloblù. A dicembre la Bertezzolo (portata dal presidente uscente Mario Nava) è stata nominata anche nuovo responsabile trasparenza e nuovo responsabile privacy. Sarebbe stato avvicendato anche il capo del personale, per mettere un uomo più fortemente dell'istituzione. Segno - dicevano dalle parti della Consob a dicembre - che in vista del nuovo presidente, il dg Angelo Apponi stava blindando le posizioni chiave. Anche se Minenna accettasse l'incarico, dunque, si troverebbe isolato dalla macchina stessa dell'Authority. Perciò i prossimi giorni saranno decisivi per completare i puzzle della vigilanza sulle banche. Quello che è certo è che la nomina di Savona apre ad altre due scelte fondamentali per la tenuta del governo. La prima ha una scadenza ravvicinata. Il 16 febbraio toccherà a Tito Boeri lasciare l'Inps e la Lega potrà avanzare i propri suggerimenti senza il timore di dover barattare con i grillini le poltrone. D'altronde Salvini non ha messo becco nella partita Consob. E non avere un presidente Inps ostile sarà importante per l'avvio e la gestione di quota 100. In tarda primavera invece sarà la volta di Daniele Franco, attuale Ragioniere dello Stato. La sua sostituzione sarà fondamentale per la gestione della prossima manovra di bilancio, che - è bene ribadirlo - conterrà una cinquantina di miliardi di clausole di salvaguardia sull'aumento Iva. La mossa distensiva tra Savona e Mattarella sembra creare un nuovo clima e allontanare i tempi in cui Rocco Casalino insultava i tecnici del Mef. 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Le ragioni di incompatibilità di Savona sono diverse», ha affermato Simona Malpezzi, vicepresidente del gruppo dem a Palazzo Madama. «Il ministro», ha aggiunto, «ha lavorato fino a maggio 2018 per il fondo Euklid, quindi per un soggetto vigilato da Consob, in più risulta in conflitto con le leggi Madia e Frattini. Se il Cdm approvasse la nomina, pur in presenza di tali incompatibilità, ci troveremmo di fronte a una situazione gravissima e senza precedenti». «Sul caso Savona - perché di caso si tratta - ho l'impressione che delle due l'una: se non vale la Madia, vale la Frattini, e viceversa. L'incompatibilità resta evidente, gli azzeccagarbugli sono avvertiti». Lo scrive in un tweet il deputato Pd Filippo Sensi - l'inventore dello storytelling renziano - che, in un successivo tweet, osserva: «Ricordo, inoltre, che la 281/1985 (la legge che istituisce la Consob) definisce la piena autonomia della Commissione e tra i criteri per la scelta dei suoi componenti esplicita quello della indipendenza. Come la mettiamo con le veline sull'accordo politico su Savona?». Anche Forza Italia interviene a gamba tesa. Silvio Berlusconi legge la scelta di Savona di mollare il ministero come il topo che abbandona la nave che cola a picco. Un'analisi che sembra lunare visto che omette il ruolo di Sergio Mattarella. A ruota Mara Carfagna, vice presidente della Camera: «Savona passerà agli annali come l'uomo del piano B. Il suo piano B prevedeva l'uscita dall'euro e, per fortuna, non si è mai realizzato. Era un piano B la nomina al ministero per le Politiche europee dopo che era stato destinato all'Economia. Lui stesso oggi rappresenta il piano B della maggioranza per la Consob». Più articolato e meno primitivo il ragionamento di Renato Brunetta. «Dal punto di vista professionale, Paolo Savona è certamente competente, adeguato, conosciuto a livello nazionale e internazionale. In tempo di scappati di casa al governo, questa non è poca cosa. Per quanto riguarda i profili di incompatibilità o incandidabilità», ha proseguito, «lascio le valutazioni alla presidenza del Consiglio, che ha istruito la procedura. E le lascio soprattutto alle autorità di verifica. Sarebbe molto grave se, dopo la nomina, emergessero profili di incandidabilità o di conflitti di interesse. Speriamo che questa partita, importantissima e centrale nel sistema di pesi e contrappesi della Repubblica, abbia pace e fine con il nome di Savona. È una persona che stimo e, in questi 30 anni, con lui ho avuto rapporti di tipo istituzionale, scientifico, accademico». La Verità in un articolo della scorsa settimana aveva sottolineato come le probabili difficoltà tecniche fossero superabili lasciando aperta una questione politica. L'attuale ministro agli Affari europei avrebbe delle difficoltà a insediarsi e non tanto per la legge 215 del 2004, ma per via della legge Madia, successiva all'insediamento di Giuseppe Vegas in Consob. Le restrizioni della riforma del Pd sono però facilmente superabili, come è avvenuto recentemente in occasione della nomina del capo di gabinetto del ministero dell'Economia. La legge Madia è molto porosa, e prevede un infinito numero di percorsi paralleli. Purché ci sia una forza politica in grado di imporre le valutazioni tecniche. La scorsa settimana scrivevamo che il governo si sarebbe infilato in un ginepraio dopo aver rimosso di fatto Mario Nava per via di una serie di tecnicismi (che nascondevano una volontà politica precisa). L'analisi della scorsa settimana era priva dell'elemento fondamentale: l'intervento del Colle. Una volta che Mattarella avrà suggellato la nomina l'opposizione potrà solo che tacere di fronte al sigillo.
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Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.
I militari del Comando Provinciale della Guardia di finanza di Torino, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno eseguito un sequestro preventivo emesso dal Gip del Tribunale di Torino con riferimento a disponibilità per circa € 7 milioni relativi al profitto illecito derivato dall’indebito utilizzo di crediti d’imposta fittizi, generati attraverso frodi in materia di «Superbonus 110%».
Al centro delle vicende che hanno portato all’adozione del provvedimento cautelare è una società edile del capoluogo piemontese, la quale - in ipotesi di accusa - avrebbe emesso fatture per operazioni inesistenti a fronte di lavori di efficientamento energetico («Ecobonus») e di riduzione del rischio sismico («Sismabonus») su un condominio torinese e risultati in realtà mai effettuati. Ciò grazie all’utilizzo di false attestazioni e asseverazioni sottoscritte da professionisti riconducibili alla medesima società, che ha così potuto disporre di crediti per interventi energetici e sismici non eseguiti.
Le responsabilità per gli illeciti rilevati riguardano l’amministratore di fatto della società coinvolta e 4 professionisti (due architetti di Torino, un ingegnere di Milano e un commercialista di Napoli Nord), incaricati degli adempimenti connessi alla pratica edilizia per il beneficio del Superbonus, del rilascio delle occorrenti asseverazioni, della progettazione e della direzione dei lavori nonché degli adempimenti fiscali e del rilascio del visto di conformità. Nei loro confronti - fatta salva la presunzione di innocenza - sono a vario titolo contestati i delitti di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, emissione di fatture per operazioni inesistenti e riciclaggio. Contestualmente, alla società edile vengono contestate le relative responsabilità dipendenti dai reati commessi a suo vantaggio.
Gli approfondimenti investigativi svolti hanno consentito di rilevare, innanzitutto su basi documentali, come i soggetti responsabili abbiano prospettato ai condomini del complesso immobiliare torinese l’esecuzione di interventi edilizi «a costo zero» (mediante sconto in fattura e cessione alla società del credito da Superbonus), inducendoli a stipulare un contratto di appalto per lavori da concludersi entro il 31 dicembre 2023.
La mancata effettuazione dei lavori pattuiti nei termini previsti e i successivi tentativi di porvi rimedio, con l’incremento sproporzionato dell’importo complessivo delle opere, hanno poi indotto il condominio interessato ad assumere iniziative di giudiziarie.
Nonostante la mancata esecuzione dei lavori, la società edile ha comunque emesso le relative fatture nei confronti del condominio, con l'intento di indurre in errore l’Agenzia delle entrate circa la spettanza di crediti fiscali per quasi 7 milioni di euro.
Le condotte contestate sono state rese possibili anche grazie al concorso dei professionisti indagati, mediante: le false asseverazioni circa l’avvenuta esecuzione dei lavori, attraverso le quali la società ha potuto costituire i presupposti per la fraudolenta generazione e attribuzione dei crediti di imposta; il mendace visto di conformità sui presupposti che danno diritto all’agevolazione fiscale e la trasmissione all’Agenzia delle entrate della documentazione necessaria per il riconoscimento del contributo da Superbonus sotto forma di sconto in fattura.
I crediti di imposta falsi così generati, una volta entrati nel patrimonio della società, sono stati in parte ceduti a terzi e in parte sono rimasti nella sua disponibilità, per la successiva cessione o per l’utilizzo in compensazione con le imposte dovute.
Su queste basi il Giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di beni della società (con prioritario riferimento ai crediti di imposta ancora nella sua disponibilità) e degli indagati per circa € 7 milioni complessivi, come profitto dei reati contestati.
L’esecuzione del provvedimento è stata curata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Torino, che ha provveduto alla tempestiva e accurata ricostruzione dei crediti d’imposta ancora nella disponibilità della società coinvolta, in efficace raccordo con gli Uffici dell’Agenzia delle entrate.
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