Ecco #DimmiLaVerità del 3 aprile 2026. Il nostro Fabio Amendolara commenta l'inchiesta a carico di 7 carabinieri per la morte di Ramy.
Ansa
La Procura chiede il processo per i militari accusati di frode, depistaggio e falsità ideologica. Con loro pure Fares Bouzidi, amico della vittima, che guidava lo scooter.
Da una parte chi fugge, dall’altra chi insegue. Due traiettorie con lo stesso punto d’impatto. E con lo stesso profilo giudiziario. Fares Bouzidi sullo scooter, senza patente, a tratti «contromano» e a oltre i 120 all’ora. Il carabiniere Antonio Lenoci alla guida della Gazzella dell’Arma. Per la Procura di Milano guidata da Marcello Viola i due sono sullo stesso piano giuridico: entrambi chiamati a rispondere di omicidio stradale, entrambi dentro la stessa catena causale che portò alla morte, il 24 novembre 2024, di Ramy Elgaml.
In pratica le due condotte sono distinte (quella del militare per eccesso colposo) ma, secondo i pm, convergono nello stesso esito. Con Lenoci e Bouzidi altri sei militari rischiano il processo. Le accuse, a vario titolo, sono di favoreggiamento, depistaggio e falso. Ovvero il secondo livello dell’inchiesta condotta dai pm Giancarla Serafini e Marco Cirigliano (coordinati dal procuratore aggiunto Paolo Ielo), che non riguarda più la strada, ma ciò che è accaduto dopo con i verbali, le presunte omissioni e i video.
La richiesta di rinvio a giudizio arriva dopo la chiusura delle indagini preliminari notificata lo scorso 16 febbraio. E ora dovrà essere valutata dal giudice dell’udienza preliminare. Secondo l’accusa, Lenoci (difeso dagli avvocati Roberto Borgogno e Arianna Dutto) avrebbe mantenuto «una distanza e una velocità inidonee a prevenire eventuali collisioni o tamponamenti con il mezzo in fuga», con una «manovra particolarmente avventata». Non viene messo in discussione il fatto che stesse agendo «nell’adempimento di un dovere». Per i pm, però, avrebbe «ecceduto colposamente i limiti stabiliti dalla legge», con una «condotta di guida sproporzionata» rispetto alla necessità di bloccare lo scooter, anche perché era già stata comunicata via radio la targa del TMax in fuga. A Lenoci vengono contestate anche le lesioni nei confronti di Bouzidi (condannato in primo grado per resistenza a 2 anni e 8 mesi e difeso dai legali Debora Piazza e Marco Romagnoli), sempre per «eccesso colposo nell’adempimento del dovere». La linea difensiva, però, si muove su un crinale diverso: riconoscere l’inseguimento come atto dovuto, dentro un contesto operativo segnato dall’urgenza e dalla necessità di fermare una condotta pericolosa. La dinamica dello schianto, nonostante perizie e relazioni tecniche non sempre allineate, è fissata negli atti. Un passaggio che segnala già possibili margini di confronto tra consulenze e ricostruzioni. L’urto tra il lato posteriore destro del TMax e la «fascia anteriore del paraurti» della Giulietta. Poi lo schianto finale all’incrocio tra via Ripamonti e via Quaranta. Ramy viene sbalzato contro il palo di un semaforo. E subito dopo schiacciato dalla macchina dei carabinieri. È la sequenza che, per l’accusa, legherebbe materialmente le due condotte all’esito fatale. Il nodo centrale del processo sarà stabilire se quella sequenza sia l’effetto inevitabile di una fuga pericolosa o il risultato di scelte operative ritenute sproporzionate.
Sul versante opposto, quello della fuga, i pm contestano a Bouzidi il concorso in omicidio stradale. Poi arriva il turno di quattro dei sette militari, ai quali vengono contestate le ipotesi di depistaggio e favoreggiamento, anche per aver costretto, secondo l’accusa, testimoni a cancellare video. Un altro filone riguarda i verbali d’arresto e le accuse di falso. Secondo i pm, quattro carabinieri avrebbero omesso «di menzionare l’urto», scrivendo «falsamente» che lo scooter «a causa del sovrasterzo scivolava». Una differenza che per gli inquirenti non sarebbe solo lessicale, ma sostanziale nella descrizione della dinamica. La versione sarebbe poi smentita dalla ricostruzione della Polizia locale, dalla consulenza dell’esperto dei pm e dalle immagini acquisite. In quattro, invece, sono accusati anche di aver omesso di riferire la presenza di un testimone oculare, di una dashcam e di una bodycam, «dispositivi che», riporta l’accusa, «riprendevano l’intera fase dell’inseguimento». La contestazione di false informazioni ai pm, che vede indagati due militari, è stata, invece, stralciata per motivi tecnico-procedurali e proseguirà in un ulteriore procedimento penale.
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Il signor Yehia Elgaml, padre di Ramy (Ansa)
A un anno dal tragico incidente, il genitore chiede che non venga dato l’Ambrogino d’oro al Nucleo operativo radiomobile impegnato nell’inseguimento del ragazzo. Silvia Sardone: «Basta con i processi mediatici nei loro confronti, hanno agito bene».
È passato ormai un anno da quando Ramy Elgaml ha trovato la morte mentre scappava, su uno scooter guidato dal suo amico Fares Bouzidi (poi condannato a due anni e otto mesi di reclusione per resistenza a pubblico ufficiale), inseguito dai carabinieri. La storia è nota: la notte del 24 novembre scorso, in zona corso Como, i due ragazzi non si fermano all’«alt» delle forze dell’ordine che avevano preparato un posto di blocco per verificare l’uso di alcolici nella zona della movida milanese. Ne nasce così un inseguimento di otto chilometri che terminerà solamente in via Ripamonti con lo schianto dello scooter, la morte del ragazzo e i carabinieri che finiscono nei guai, prima con l’accusa di omicidio stradale in concorso e poi con quelle di falso e depistaggio. Un anno di polemiche e di lotte giudiziarie, con la richiesta di sempre nuove perizie che sembrano pensate più per «incastrare» le forze dell’ordine che per scoprire la verità di quel 24 novembre.
Ieri il padre di Ramy, Yehia Elgaml, è tornato a parlare e, al Tgr, ha detto: «Continua la fiducia nelle giustizia ma non va bene così, non devono fare il regalo degli Ambrogini». Il riferimento è al fatto che, il prossimo 7 dicembre, l’onorificenza potrebbe essere assegnata anche al Nucleo operativo radiomobile dei carabinieri di Milano, proprio quello coinvolto nell’inseguimento. La proposta era stata avanzata dall’europarlamentare leghista Silvia Sardone, che, così, ha cercato «un modo per chiudere le polemiche che ci furono contro i carabinieri».
Ovviamente, sul caso Ramy è intervenuta anche la parlamentare europea, Ilaria Salis, che su Twitter lo ha descritto come un «ragazzo di periferia, nuovo italiano, giovane proletario. Per qualcuno solo un “maranza” in meno, una vita di serie B, uno dei quartieri problematici. Per noi figlio del popolo, per sempre». Nessuno, come è ovvio, ha esultato per la morte di Ramy e nessuno, come è altrettanto scontato, ha esultato per la fine di un maranza. Semplicemente da più parti si è fatto notare come questa morte si sarebbe potuta evitare se solo Fares, l’amico che guidava lo scooter, si fosse fermato davanti all’alt dei carabinieri. E ancora. Non si può parlare di questo ragazzo senza ricordare che la fuga, quel 24 novembre, è stata innescata dal fatto che Bouzidi aveva con sé una collanina, probabilmente rubata, mille euro in contanti (non proprio una cosa comune nelle tasche di chicchessia), un coltello e dello spray al peperoncino. I due, poi, erano noti alle forze dell’ordine per i loro precedenti penali. Non erano dunque dei santarellini e i carabinieri non hanno fatto - nonostante in quei giorni lo si è ripetuto in continuazione - alcuna profilazione razziale.
L’onorevole Sardone, sentita dalla Verità, commenta così le parole del padre di Ramy: «Sono orgogliosa dell’ambrogino d’oro al Nucleo Operativo Radiomobile di Milano che lo riceverà dopo la mia candidatura. Un’eccellenza dell’Arma dei carabinieri, da sempre apprezzata dai cittadini per la professionalità e per il coraggio dimostrati in tante azioni in città. Rappresentano un simbolo di affidabilità e credibilità nella Milano di oggi. Lo hanno dimostrato anche la notte del 24 novembre 2004 durante un inseguimento che è poi finito sulle cronache dei giornali alimentando assurde polemiche da sinistra. Un’azione legittima e corretta, confermata anche da recenti sentenze. Meritano la massima onorificenza della città di Milano, anche per mettere fine agli attacchi semplicemente per aver svolto il proprio lavoro a tutela della collettività. Sarebbe assurdo far ripartire processi mediatici nei loro confronti».
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Ramy Elgaml (Ansa)
Chiuso il filone sul depistaggio nell’inchiesta per la morte del giovane durante un inseguimento a Milano. Per i pm, i testimoni sono stati minacciati e costretti dagli uomini dell’Arma a cancellare i video dell’incidente. Gli avvocati dei militari: «Siamo sconcertati».
Ci sono pesanti aggiornamenti sulla «vicenda Ramy». Dopo due avvisi di chiusura delle indagini notificati ieri dai pm Marco Cirigliano e Giancarla Serafini della Procura di Milano, rischiano di andare a processo quattro carabinieri indagati nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Elgaml, il diciannovenne egiziano deceduto a Milano lo scorso 24 novembre durante un inseguimento in zona Corvetto, a sud est di Milano.
Due militari devono rispondere di depistaggio aggravato, perché avrebbero agito per «ostacolare o sviare l’indagine relativa al sinistro stradale con esito mortale» - e di favoreggiamento per aver costretto un testimone oculare «a cancellare dal proprio telefono cellulare» i video che riprendevano gli ultimi istanti di vita del giovane in sella allo scooter guidato dall’amico Fares Bouzidi. Non si era fermato all’alt dei carabinieri, era senza patente e guidava sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Dopo otto chilometri di inseguimento si era schiantato provocando la morte di Ramy. Per quei fatti Bouzidi e il militare alla guida della gazzella rischiano già il processo per omicidio stradale.
Altri due carabinieri devono rispondere per frode processuale per essere giunti sul posto più tardi e aver costretto un ragazzo che passava in zona a cancellare «9 files» con dei «video» dell’incidente. «Cancella immediatamente il video... fammi vedere che lo hai cancellato... adesso sali in macchina perché ti prendi una denuncia». Così avrebbero agito i due carabinieri del nucleo radiomobile, 27 e 38 anni, accusati di depistaggio.
Avrebbero distrutto «documenti utili» ad accertare la verità sulla morte di Ramy Elgaml. Uno di loro era a bordo, ma non alla guida, dell’Alfa Giulietta che aveva inseguito lo scooter con a bordo il diciannovenne. «Ti carico in macchina e aspetti che finiamo, dammi il documento che ti becchi una denuncia», avrebbero detto i due militari di a un secondo testimone oculare che, sul suo cellulare Samsung, aveva registrato un video dell’incidente. Il carabiniere più anziano avrebbe anche fotografato il documento d’identità del testimone per poi cancellarlo dalla memoria, così da «ostacolare le indagini» e impedire la «tempestiva identificazione» del «principale testimone oculare presente ai fatti».
La vicenda aveva provocato la rabbia del quartiere di Ramy Elgaml e per due notti, tra il 24 e il 26 novembre, al Corvetto c’erano state proteste, disordini violenti e numerosi atti di vandalismo. A rischiare di andare sotto processo sono militari dell’Arma di 25, 27, 29 e 38 anni. Si devono difendere da accuse molto pesanti e dovranno sostenere spese che si prevedono rilevanti. L’ammissione al patrocinio a carico dello Stato è possibile solo se ricorrono le condizioni previste, ovvero disporre di un reddito imponibile non superiore a 12.838,01 euro. Una soglia bassissima, senza contare che se in famiglia altre persone percepiscono un reddito, vengono cumulati e il limite diventa quasi ridicolo.
Certo, con il decreto Sicurezza adesso lo Stato sostiene le spese legali di carabinieri e poliziotti, fino ad un massimo di 10.000 per ogni fase del procedimento (il tetto è di 50.000 euro complessivi). «Una norma sacrosanta che le nostre forze di polizia aspettano da molto tempo, e che è nostro dovere assicurare loro», dichiarava ad aprile il premier Giorgia Meloni, annunciando il provvedimento. Le somme anticipate dallo Stato vanno restituite solo in caso di condanna per dolo e non sono richieste in caso di archiviazione.
Prima, era la vergogna assoluta. Il rimborso delle spese coinvolti in procedimenti giudiziari per fatti di servizio (penali e per responsabilità civile e amministrativa) avveniva solo a processo concluso e se nei limiti definiti «congrui» dall’avvocatura dello Stato. Al massimo si poteva ottenere un anticipo spese di 5.000 euro per tutto il procedimento penale.
«Ai colleghi indagati a causa dell’intervento per fermare gli assassini del brigadiere capo dei carabinieri Carlo Legrottaglie è stato corrisposto il primo anticipo sulle spese legali. Siamo a conoscenza che anche per altri colleghi, indagati per fatti di servizio, è stato riconosciuto il legittimo anticipo sulle spese legali e peritali», ha dichiarato Stefano Paoloni, segretario generale del sindacato autonomo di polizia (Sap). «È un aiuto ma non basta, per questo cerchiamo di aiutare i colleghi a stipulare polizze di tutela legale, da attivare in caso di procedimenti», fa sapere un sindacalista dell’Arma, tenuto all’anonimato. Spesso gli indagati vengono cautelativamente sospesi dal servizio e quindi percepiscono una retribuzione dimezzata. Raddoppiare l’anticipo era doveroso, ma per chi serve lo Stato e si trova suo malgrado dall’altra parte della barricata, coinvolto in un procedimento giudiziario, potersi avvalere di un avvocato di fiducia significa affrontare spese ingenti.
Possono diventare insostenibili nei vari gradi di giudizio. L’onere economico della difesa rimane ancora in gran parte a carico del poliziotto o del carabiniere, nel momento in cui ha più bisogno di tutela.
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La trasmissione Dritto e Rovescio, nella puntata andata in onda ieri in prima serata su Retequattro, ha pubblicato nuovi documenti sul caso Ramy che evidenziano delle discrepanze tra quanto dichiarato nel corso dell’interrogatorio da Fares Bouzidi - il ventiduenne che guidava lo scooter inseguito dai carabinieri la notte in cui è morto Ramy - e l’esito della perizia cinematica della Procura, che attribuirebbe proprio a lui la responsabilità dell’incidente e della conseguente morte di Ramy.
Fares, ripercorrendo quanto è accaduto la notte del 24 novembre scorso a Milano, dà delle versioni contrastanti, rispetto all’esito della perizia, in merito sia all’uso di sostanze stupefacenti e di alcol sia alla velocità a cui andava quella notte. Inoltre, alcune incongruenze sembrano riguardare anche la dinamica dell’inseguimento e l’uso del casco. Nel corso della puntata è andato in onda anche un servizio con l’audio originale dell’interrogatorio di Fares Bouzidi.

"Ecco perchè scappavo dai Carabinieri".







