Soccorsi a Modena dopo l'attacco di Salim El Koudri il 16 maggio (Ansa)
L’opposizione se la prende con il governo e con la mancata integrazione pur di negare la realtà: El Koudri non era incapace di intendere e di volere ed era pronto a morire.
La sinistra insiste a dire che la strage di Modena è frutto della mancata integrazione e dei tagli alla sanità, ovvero che la colpa è di chi sta al governo, perché aizza l’odio contro gli stranieri e riduce i servizi sociali allo scopo di fare cassa. Accusando il centrodestra di strumentalizzare l’attentato per fini politici, ovviamente Pd e Avs fanno politica, evitando di rispondere delle responsabilità di un’immigrazione che hanno fortemente favorito e che ora presenta il conto.
Il dispositivo con cui il giudice per le indagini preliminari ha convalidato l’arresto di Salim El Koudri già fa piazza pulita delle tesi consolatorie dell’opposizione. Infatti, pur escludendo l’aggravante del terrorismo (in attesa che siano decrittati i profili social del giovane marocchino), nega che l’uomo si sia lanciato contro la folla mentre era incapace di intendere e di volere. Nonostante in passato sia stato seguito dal centro di igiene mentale, l’aspirante impiegato con laurea in economia sapeva che cosa stava facendo, altrimenti non avrebbe scelto per il suo atto una delle vie più frequentate della città, non avrebbe premuto sull’acceleratore appena raggiunta l’area pedonale e neppure si sarebbe portato dietro un coltellaccio per colpire chi avesse tentato di fermarlo.
Tuttavia, se qualcuno nutrisse ancora dubbi sulla natura dell’attentato, basta leggere l’intervista che il nostro Francesco Borgonovo ha fatto a Claudio Bertolotti. Già capo della sezione contro intelligence e sicurezza della Nato in Afghanistan, Bertolotti dirige l’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo (React). In pratica, è un’autorità in materia di fondamentalismo e attentati e conosce molto bene sia le modalità degli aspiranti kamikaze, sia i meccanismi di quanti vorrebbero portare il jihad a casa nostra. Uno degli aspetti più interessanti del colloquio con l’ex capo della sicurezza in Afghanistan riguarda i profili di quanti compiono una strage. Non si tratta sempre di fanatici, indottrinati da anni di propaganda e preparati in campi di addestramento. Spesso a scatenare la pulsione violenta è la combinazione di fragilità personale e di marginalità sociale, accompagnate da traumi individuali o collettivi.
Come avrete già capito, Salim El Koudri risponde perfettamente all’identikit tracciato da Bertolotti. Perché, pur non risultando un «combattente» dello Stato islamico, l’autore della strage di Modena unisce fragilità psichica (che non vuol dire essere incapace di intendere e di volere) a motivi di risentimento individuali. Quindi, si esclude l’idea che per essere definiti terroristi si debba far parte di una struttura militarizzata e rispondere a un’organizzazione che propaganda attentati. Paradossalmente, non serve neppure un reclutatore che attiri il soggetto nella sua rete e lo spinga a colpire. Spiega Bertolotti che il 60 per cento dei terroristi arrestati in Europa prima di compiere una strage, o anche dopo averla compiuta, manifesta problemi di natura mentale o psicologici o psichiatrici. «Non dobbiamo incorrere nell’errore di non considerarli terroristi perché hanno disturbi: è l’esatto contrario. Proprio perché hanno problemi è più facile per loro essere preda della fascinazione di una strage come modo per sfogare la rabbia e un’insoddisfazione repressa».
Del resto, nel caso di Salim El Koudri, non soltanto si riscontrano il disagio psichico e pure il risentimento per non aver trovato un lavoro e non avere né relazioni sociali né fidanzata, ma anche le modalità di esecuzione dell’attentato. L’uso dell’auto come mezzo per provocare morte e terrore, la messa in calcolo di una possibile morte. Dice Bertolotti: la disponibilità o addirittura la consapevolezza di morire al termine dell’attacco fa pensare che El Koudri puntasse a ottenere il titolo di soldato del Califfato, quindi di diventare con il proprio gesto un combattente del jihad.
Insomma, con buona pace dei compagni, il giovane marocchino non è una vittima del clima d’odio e della mancanza di servizi sociali, è un terrorista.
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Il dormitorio colpito dai droni ucraini (Mchs Russia)
Kiev colpisce altri obiettivi civili e alza la tensione con Mosca. Putin: «Un atto di terrorismo». E prepara già la rappresaglia.
Con la convinzione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di «stare riportando la guerra in casa, in Russia», l’Ucraina sta continuando a bersagliare il territorio del nemico, con l’ultimo massiccio raid che ha colpito un dormitorio studentesco. Si allontana così la possibilità di sedersi al tavolo delle trattative, mentre si avvicina un effetto domino, con il presidente russo, Vladimir Putin, che ha già ordinato una rappresaglia.
L’edificio completamente distrutto dai droni ucraini è un dormitorio dell’istituto professionale a Starobilsk, nella regione di Luhansk occupata dalla Russia. Putin ha svelato che «ci sono state tre ondate. Sedici droni nello stesso luogo». Nel momento dell’attacco, in piena notte, all’interno del dormitorio stavano dormendo 86 giovani, tra i 14 e i 18 anni. A condividere l’ultimo aggiornamento sul bilancio delle vittime e dei feriti è stato lo stesso Putin: ha riferito che il numero dei morti è salito a sei, mentre i feriti sono 39 e i dispersi 15.
Lo zar ha definito il raid come «un attentato terroristico». Ha voluto precisare che «non ci sono installazioni a scopo militare, strutture dei servizi speciali o servizi ad essi correlati vicino al dormitorio». Il presidente russo ha poi lanciato un appello ai militari ucraini: «Non eseguite gli ordini criminali della giunta illegittima e corrotta». Il ministero degli Esteri russo, in una nota, ha tirato in ballo anche l’Alleanza atlantica, sostenendo che «questi attacchi, condotti con armi a lungo raggio fornite al regime di Kiev dai Paesi della Nato, vengono effettuati con l’assistenza tecnica di specialisti stranieri provenienti da noti Stati dell’Alleanza».
Che la rappresaglia fosse l’opzione principale sul tavolo russo era già emerso dalle parole del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ancor prima dell’annuncio di Putin. Peskov ha infatti dichiarato che il raid ucraino è «un crimine mostruoso del regime di Kiev» che «deve essere punito». Mosca ha anche richiesto una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Non stupisce che per la Russia l’attacco al dormitorio allontani dall’orizzonte le trattative per porre fine alla guerra. La posizione è evidente dalle dichiarazioni rilasciate dal ministero degli Esteri russo: «Commettendo atrocità contro i bambini a Starobilsk, il regime di Kiev e i suoi mandanti si assumono la piena responsabilità dell’escalation delle ostilità e del sabotaggio degli sforzi politici e diplomatici volti a risolvere il conflitto». Di parere opposto è Zelensky: è certo che i raid, incluso quello di ieri contro una raffineria russa, costringano Mosca «verso la diplomazia». Ha quindi annunciato di stare «aspettando una risposta dalla parte americana su possibili formati e un calendario di riunioni». Però il segretario di Stato americano Marco Rubio, pur confermando che gli Stati Uniti sono disposti a svolgere il ruolo di mediatore, ha già messo in chiaro che non parteciperanno a colloqui «infiniti» senza esiti concreti.
Quanto ai misteriosi candidati in lizza per diventare inviati europei nei negoziati, il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha affermato che «ci sono alcuni nomi. Certamente non si tratta di Schroder». Il ministro ha comunque puntualizzato che la nomina di un negoziatore europeo «non è un’alternativa al percorso guidato dagli Stati Uniti, bensì un elemento complementare».
A essere all’ordine del giorno è anche la questione dell’adesione dell’Ucraina all’Ue. Sybiha ha inevitabilmente mostrato entusiasmo: «Io ci credo» all’apertura dei cluster negoziali a giugno. Intervenendo in merito, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha confermato che l’Italia è «favorevole alla piena adesione dell’Ucraina» all’Ue ma «servono i tempi e bisogna rispettare determinate regole».
Oltre all’integrazione europea, c’è chi ieri si è spinto oltre. In occasione della riunione dei ministri degli Esteri della Nato in Svezia, il capo della diplomazia finlandese, Elina Valtonen, ha auspicato che «nel prossimo futuro l’Ucraina diventi membro della Nato». Ed è in occasione di questo incontro che il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, ha annunciato la presenza di Zelensky al vertice Nato ad Ankara a luglio. Centrale è stato anche il tema della spesa per la Difesa. Berlino ha dichiarato che nel 2026 vi destinerà il 4% del Pil. Tajani ha sottolineato: «Siamo pronti a spendere di più. Vogliamo raggiungere il 5 per cento del Pil».
Non sono poi mancati i botta e risposta tra Rutte e Mosca. Il primo ha dichiarato che non sarebbe «contento» se fosse «Putin», visto che «le cose non stanno andando nella giusta direzione per lui». Dall’altra parte, il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha accusato la Nato di volersi espandere a Est.
Di certo Rutte ha apprezzato la decisione di Washington di inviare altri 5.000 soldati americani in Polonia. A preoccupare la Casa Bianca sono le tensioni tra i Paesi Baltici e la Russia, dopo che quest’ultima li ha accusati di collaborare con Kiev negli attacchi con droni. «Comprendiamo che questi Paesi si sentano minacciati da tutto ciò. Siamo preoccupati, perché non vogliamo che porti a un conflitto più ampio che possa davvero sfociare in qualcosa di molto peggiore» ha rivelato Rubio. E ha aggiunto che gli Stati Uniti stanno monitorando «attentamente» la situazione. Il dipartimento di Stato americano, nel frattempo, ha dato anche il via libera per vendere a Kiev le attrezzature per il sistema missilistico Hawk, con un costo stimato di 108 milioni di dollari.
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Capaci, 23 maggio 1992 (Ansa)
Cerimonia in loco per l’anniversario dell’attentato in cui morirono Falcone, la moglie e tre agenti. Piantedosi premia i poliziotti impegnati nei servizi di scorta e tutela.
Il 23 maggio 1992 è una data che ha tragicamente segnato la storia del nostro Paese. E quell’esplosione di circa 500 chili di tritolo che provocò una strage sull’autostrada per Palermo, all’altezza di Capaci, divenne lo spartiacque tra un «prima e un dopo», cambiando profondamente il modo di intendere il valore della legalità, della giustizia e dell’impegno civile contro ogni forma di criminalità mafiosa. In quell’attentato mafioso persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Dopo 34 anni il ricordo continua a vivere soprattutto nelle strade di Palermo, tra cortei, incontri e iniziative dedicate alla memoria.
In occasione di questo 34° anniversario della strage di Capaci, la Polizia di Stato di Palermo sarà impegnata oggi in una serie di iniziative commemorative dedicate al ricordo delle vittime di quell’indimenticabile pomeriggio siciliano.
Le commemorazioni avranno inizio con la deposizione di una corona d’alloro presso la Stele di Capaci, il monumento ai caduti sull’autostrada A29, e poi, nella storica sede del Reparto Scorte, all’interno della caserma Pietro Lungaro, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, con il capo della Polizia, Vittorio Pisani, alla presenza delle Autorità civili, militari e religiose deporranno una corona d’alloro in corrispondenza della lapide dedicata alle vittime della strage mafiosa. Nel corso della cerimonia si procederà allo svelamento del quadro contenente il brevetto del ministro dell’Interno relativo al conferimento, da parte del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, della Medaglia d’oro al Merito civile alle donne e agli uomini della Polizia di Stato impegnati nei servizi di scorta e tutela «che mediante l’adempimento quotidiano e silenzioso del loro compito, hanno assicurato e garantiscono la tutela delle persone esposte a pericolo, anche a sacrificio della propria incolumità. Il loro esempio di abnegazione testimonia l’alto valore del servizio reso per la sicurezza dello Stato, meritando la riconoscenza della nazione». L’onorificenza è stata consegnata lo scorso 10 aprile in Piazza del Popolo a Roma, nell’ambito delle celebrazioni per il 174° anniversario della fondazione della Polizia. Sempre in caserma ci sarà la proiezione del docufilm I ragazzi delle scorte, con una puntata dedicata alla storia dell’agente scelto Rocco Dicillio. La docuserie, coprodotta dal Viminale e dal ministero per lo Sport e i Giovani, tramite la Struttura di missione per gli anniversari di interesse nazionale, in collaborazione con 42° Parallelo, torna con due nuovi episodi sui ragazzi che persero la vita con i giudici Falcone e Borsellino: Rocco e Giuseppe, ragazzi d’altri tempi e Agostino, mio padre riportano al centro le loro storie umane, i legami familiari, la memoria di chi è rimasto e il peso che quelle stragi continuano ad avere nel presente perché quegli «eroi» erano e sono, prima di tutto, figli, compagni, padri e amici. Ma anche un modo di sottolineare la professionalità, la competenza oltre che la abnegazione degli uomini delle scorte della Polizia, reparto istituito come struttura organica e stabile in risposta diretta alla stagione del terrorismo e della criminalità organizzata. Le celebrazioni odierne si concluderanno con una messa in suffragio delle vittime nella chiesa di San Domenico dopo che alle 17.58, ora in cui avvenne la strage di Capaci, ci sarà un minuto di raccoglimento e l’esecuzione del Silenzio di ordinanza, contemporaneamente presso l’Ufficio scorte, la Stele di Capaci e l’Albero Falcone.
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L'accoglienza di Giorgia Meloni al primo ministro dell'India Narendra Modi a Villa Doria Pamphili (Ansa)
La visita di Narendra Modi a Roma non è stata una tappa di cortesia. È il segnale che l’Italia ha capito dove si sta spostando il baricentro del mondo.
Quando Giorgia Meloni ha accolto il premier indiano con un «Welcome to Rome, my friend», accompagnandolo anche in una visita notturna al Colosseo, molti hanno letto la scena come una fotografia di cordialità personale. È anche questo, naturalmente. Ma ridurre la visita di Modi a una questione di chimica tra leader, selfie e diplomazia social significa non vedere il punto essenziale.
Dietro l’immagine c’è una scelta politica. Roma e Nuova Delhi stanno provando a costruire una relazione che tiene insieme industria, difesa, energia, porti, migrazione qualificata, tecnologie critiche e sicurezza marittima. Adnkronos ha colto bene il senso della giornata, presentandola non come un semplice bilaterale, ma come un appuntamento che «va ben oltre il protocollo diplomatico».
La dichiarazione congiunta firmata il 20 maggio parla chiaro. Italia e India hanno elevato il rapporto a Special Strategic Partnership, prevedendo incontri annuali tra i leader, un meccanismo guidato dai ministri degli Esteri per seguire il Piano d’Azione Strategico 2025-2029, e l’obiettivo di portare il commercio bilaterale a 20 miliardi di euro entro il 2029. Per l’Italia, questo passaggio arriva in un momento decisivo. L’Europa è stretta fra la guerra a Est, l’instabilità in Medio Oriente, la competizione con la Cina, il rapporto sempre meno scontato con Washington e la necessità di difendere le proprie catene industriali. In questo contesto, l’India non è più un mercato lontano, interessante ma periferico. È una potenza demografica, tecnologica, militare e marittima che si muove con crescente autonomia. È anche uno dei pochi Paesi capaci di parlare con l’Occidente, con il Golfo, con il Sud globale e con una parte del mondo che l’Europa spesso non riesce più a interpretare.
Il cuore della visita è l’Indo-Mediterraneo. Non come formula accademica, ma come geografia reale. L’Oceano Indiano, il Golfo, il Mar Rosso, Suez, il Mediterraneo e l’Europa sono ormai parte di un unico sistema di sicurezza e commercio. Se una crisi blocca Hormuz, se il Mar Rosso diventa impraticabile, se le rotte energetiche vengono minacciate, il problema non è asiatico o mediorientale. È italiano. Colpisce i porti, le industrie, i prezzi dell’energia, le esportazioni e la sicurezza nazionale.
Per questo l’IMEC, il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa, è molto più di un progetto infrastrutturale. È la risposta politica alla frammentazione delle rotte globali. Roma e Nuova Delhi hanno ribadito l’impegno a cooperare sul corridoio e hanno incoraggiato un primo incontro ministeriale IMEC capace di compiere passi concreti già nel 2026. Reuters aveva anticipato che l’IMEC sarebbe stato uno dei punti centrali del vertice, insieme al commercio, agli accordi industriali e alla sicurezza nell’Indo-Pacifico. Qui l’Italia può giocare una partita vera. Non da spettatrice europea, ma da potenza mediterranea. Il Piano Mattei, se vuole essere qualcosa di più di una formula politica, ha bisogno di agganciarsi a una rete più ampia. India, Golfo, Africa orientale, Nord Africa e Mediterraneo sono il quadrante naturale nel quale Roma può trasformare la propria posizione geografica in leva strategica. Per farlo, però, serve pensare da Paese industriale, non da amministratore di emergenze.
La difesa è il secondo pilastro. La dichiarazione congiunta parla di una Defence Industrial Roadmap, con cooperazione tecnologica, co-produzione e co-sviluppo in settori come elicotteri, piattaforme navali, armamenti marini e guerra elettronica. È un punto di enorme importanza per l’Italia. Leonardo, Fincantieri e l’intero ecosistema della difesa italiana hanno davanti un’opportunità che non riguarda solo la vendita di sistemi, ma l’inserimento in una catena industriale con una delle maggiori potenze militari del XXI secolo. Non è un dettaglio che i due Paesi abbiano anche deciso di lanciare un Dialogo sulla sicurezza marittima. L’Italia è una nazione di mare che troppo spesso finge di essere solo una penisola amministrativa. L’India è una potenza dell’Oceano Indiano che guarda a Malacca, al Golfo, all’Africa orientale e al Mediterraneo come parti di una stessa competizione. Le due visioni possono incontrarsi perché entrambe partono da una realtà semplice. Chi controlla o protegge le rotte controlla una parte decisiva della sovranità economica.C’è poi il capitolo sicurezza. Modi e Meloni hanno condannato terrorismo ed estremismo violento, compreso il terrorismo transfrontaliero, e hanno richiamato l’attacco di Pahalgam dell’aprile 2025. Hanno anche accolto il lavoro della task force permanente contro il finanziamento del terrorismo e l’intesa tra Guardia di Finanza e Directorate of Enforcement indiana. È un segnale politico non banale. L’Italia, che conosce il rapporto fra criminalità organizzata, flussi finanziari opachi e vulnerabilità sociali, ha interesse a rafforzare una cooperazione di intelligence economica con l’India. Anche la migrazione, tema spesso trattato in Italia solo in chiave emergenziale, entra in una cornice più seria. La dichiarazione parla di mobilità per studenti, ricercatori e lavoratori qualificati, in particolare nei settori STEM, e di una specifica dichiarazione d’intenti per facilitare l’arrivo di infermieri indiani in Italia. Allo stesso tempo, i due governi discutono di contrasto alla migrazione irregolare, allo sfruttamento del lavoro e alla tratta. Questa è la strada giusta. Non retorica buonista, non chiusura cieca, ma migrazione legale, selettiva, qualificata e controllata.
La visita di Modi arriva dopo un tour che ha incluso Emirati Arabi Uniti, Paesi Bassi, Svezia e Norvegia. Non è una sequenza casuale. È la mappa di un’India che cerca tecnologia, energia, investimenti, sicurezza marittima e accesso ai mercati europei. Roma, se saprà leggere il momento, può diventare uno degli snodi europei di questa strategia. Se non lo farà, altri Paesi lo faranno al posto nostro.
La forza politica di Meloni, in questa partita, sta nell’avere compreso che l’interesse nazionale italiano non si difende solo a Bruxelles o a Washington. Si difende anche costruendo rapporti solidi con potenze che non chiedono all’Italia di rinunciare alla propria identità, ma di giocare con più ambizione. L’India di Modi è una di queste.
Il Colosseo, dunque, non è stato solo uno sfondo suggestivo. È stato il simbolo di due civiltà antiche che provano a parlarsi nel linguaggio duro del presente. Rotte, industria, energia, difesa, tecnologia, migrazione qualificata. Questa è la grammatica del nuovo rapporto Italia-India.
Il punto ora è capire se l’Italia saprà trasformare la visita in politica industriale, oppure se la lascerà evaporare nella solita liturgia delle foto ufficiali. Per una volta, Roma ha davanti una strada che non guarda solo al passato imperiale delle sue pietre, ma alla geografia concreta del potere futuro. E quella strada, oggi, passa da Nuova Delhi.
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