
Si sa che la gente - diceva Fabrizio De André - dà buoni consigli quando non può più dare cattivo esempio». Non suoni irrispettoso l’accostamento alla gaudente «Bocca di Rosa», ma parrebbe che questa sia diventata un’abitudine per Mario Draghi.
Durante il suo discorso pronunciato la settimana scorsa ad Aachen (Aquisgrana) in occasione del conferimento del premio Carlo Magno, davanti al solito paludato parterre dell’establishment europeo, l’ex presidente del Consiglio italiano nonché ex presidente della Banca centrale europea si è presentato con l’elmetto in testa e ha indicato perentoriamente cosa dovrebbe fare l’Europa, orfana degli Usa, per garantire il proprio futuro. Un intervento molto applaudito dagli astanti e ripreso con enfasi dai soliti circoli di benpensanti, ma oggettivamente privo del legame con la realtà. Molte delle teorie enunciate da Draghi rimarranno semplicemente lettera morta, o tutt’al più utili per elencare i motivi del declino europeo, nelle tante ricostruzioni ex-post che leggeremo nei prossimi anni per mano dei profeti dell’«io l’avevo detto».
Finché in tutti gli stati Ue non saremo in grado di trattare qualsiasi impresa europea con reciprocità indipendentemente dal fatto che abbia sede nella propria capitale piuttosto che a Madrid, Roma, Parigi, Berlino o Amsterdam, non ci sarà un vero mercato comunitario. Finché non si metterà seriamente mano alla modifica dei Trattati, nulla potrà mai cambiare. La stessa idea di una politica della difesa «interventista», non solo cozza apertamente con le regole attuali dell’Ue, ma c’è una ragione molto politica per cui l’Ue non vuole spingersi troppo in là nello sviluppare l’articolo 42.7: la paura che possa servire da pretesto a Trump per abbandonare definitivamente l’Europa a sé stessa. Diversi Stati membri vogliono evitare di dare una scusa agli Stati Uniti per non intervenire in caso di attacco ad un Paese europeo.
L’aspetto più disarmante dell’intervento di colui che fu definito «SuperMario» non è però la lontananza dalla realtà, ma l’assenza di una analisi autocritica e il silenzio attorno alle politiche economiche sbagliate che pure lui stesso ha contribuito a definire. Bisogna essere molto chiari: lo sfrontato neoliberalismo, di cui Draghi è stato ed è un esponente chiave, ha assegnato all’Europa un ruolo di realtà terziarizzata, con servizi caratterizzati da bassissime retribuzioni, dipendente dalle Borse Usa in termini finanziari e dai mercati esteri per le proprie sempre più povere produzioni.
Dove sarebbe la potenza economica europea di cui si vaneggia oggi? La gran parte della manifattura è stata delocalizzata, i consumi sono diminuiti cosi come gli investimenti, mentre è esploso il fenomeno della concentrazione della ricchezza. Problemi ovviamente acuitisi soprattutto dopo la crisi energetica innescata dal conflitto in Ucraina e da quello con l’Iran. A reggere rimane solo il risparmio - costantemente drenato verso altri lidi - che è stato accumulato negli anni in cui non si era ancora affermato il modello neoliberale draghiano. Peraltro l’ex presidente della Banca centrale europea sembra trascurare che oggi come non mai sono centrali le risorse naturali: energia, materie prime, beni agricoli, terre rare di cui l’Europa è sprovvista. Forse, allora, l’irrilevanza europea dipende proprio dal fatto che siamo una realtà economica con le ali tarpate per effetto dell’ubriacatura globalista.
Il secondo elemento assai poco comprensibile della mitizzata riflessione di Draghi è legato alla ricetta: che cosa dovrebbe fare l’Europa per tornare ad avere un ruolo internazionale? Trasformarsi in maniera miracolistica in una realtà più unitaria e comunitaria dopo che per trent’anni le politiche europee hanno coltivato l’impossibilità di arrivare a una struttura realmente federativa? L’allargamento a Est, l’ignavia colpevole nella dissoluzione jugoslava, la totale subordinazione alla Germania, il massacro economico della Grecia, la costruzione dell’austerità a vantaggio esclusivo di Paesi frugali che erano e sono paradisi fiscali, possono essere rimossi in nome di un’Europa unita reiterando il modello che ha prodotto il disastro e trovando solo nella guerra alla Russia il collante interno? La risposta viene da sé. Spontaneamente.
I suoi buoni consigli di oggi, per tornare alla metafora iniziale, stridono quindi col suo cattivo esempio di ieri: l’Europa non ha un ruolo internazionale perché ha scelto, pervicacemente un modello sbagliato, quello che ha visto l’ex banchiere tra i protagonisti . Le teorie espresse da Draghi ad Aquisgrana possono trovare seguito solo in coloro che pensano che l’impoverimento dei lavoratori sia un dato positivo.
Due note a latere in conclusione: è curioso e paradossale, per usare due eufemismi, sottolineare il fatto che Ursula von der Leyen, presente all’incontro, abbia calorosamente applaudito la prolusione di Draghi che descriveva l’immobilità dell’Ue, come se lei fosse lì di passaggio e non «governasse» l’istituzione europea da molto tempo, essendo una dei responsabili di questa immobilità. Infine, senza sparare troppo sulla Croce Rossa, un ultimo elemento degno di annotazione è il silenzio dei socialisti europei: il che descrive il loro stato dormiente e spiega assai bene perché, nella fase storica attuale, rischiano seriamente l’estinzione politica.






