
Claudio Bertolotti è stato capo sezione contro intelligence e sicurezza della Nato in Afghanistan e oggi dirige l’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo (React), che ha da poco diffuso un nuovo report sul radicalismo. Un’analisi molto dettagliata che deve fare riflettere, anche sul caso di Salim El Koudry, l’attentatore di Modena il cui atto feroce e violento troppo velocemente è stato ridotto a manifestazione di disagio psichico.
Bertolotti, quali sono i nuovi profili degli attentatori? Nel vostro report voi parlate soprattutto di guerra cognitiva, di una «combinazione di fragilità personale, marginalità sociali, traumi individuali e collettivi». Persone marginalizzate e con fragilità psichiche sono tra i nuovi bersagli della propaganda del terrorismo?
«Ammesso che sia effettivamente la propaganda a scatenare questo impeto o a stimolare la violenza associata al terrorismo. Mi spiego meglio. Non che non lo sia, è che spesso si utilizza troppo grossolanamente il termine propaganda, che è una macro-categoria all’interno della quale si inseriscono ben altre sottocategorie molto strutturate: la disinformazione, la misinformazione, la malinformazione, il discorso d’odio. Ognuna di queste categorie si rivolge allo stesso pubblico, ma con effetti diversi. In alcuni casi sono addirittura gli Stati a utilizzarle, in altri casi sono organizzazioni non statali come le organizzazioni criminali o i gruppi terroristici. Lo Stato islamico in particolare, anche se non è l’unico, attraverso la sua comunicazione strategica definisce quelli che sono gli obiettivi massimali. Cioè combattere, imporre la propria visione del mondo attraverso lo strumento del jihad, che di per sé sarebbe lo sforzo, è la testimonianza della propria fede, è il voler difendere la propria fede e la propria religione e viene usato per legittimare gli atti violenti. La comunicazione strategica dello Stato islamico dice di fare determinate cose: colpire il nemico, l’infedele, a partire dai musulmani non allineati, poi gli ebrei, poi i cristiani e l’Occidente in generale. E dice anche tecnicamente come farlo, spiega perché e come».
Lo abbiamo raccontato già una decina di anni fa, quando Al-Adnani, principale propagandista dello Stato islamico, sosteneva che si dovessero colpire gli infedeli con ogni mezzo: pietre, bastoni, auto, coltelli...
«Esatto, era il lontano 2015-2016 quando Al-Adnani fece questo bel discorso che di fatto stravolse completamente quella che era la natura dello Stato islamico, cioè anticipò la distruzione, la disintegrazione dello Stato islamico, sostanzialmente confermando quello che poi sarebbe venuto, cioè l’abbandono della territorialità e l’espansione sul piano ideologico, fideistico attraverso lo strumento del franchise. Gruppi già esistenti che attraverso l’atto del Bayat, la sottomissione al Califfo, accettano di portare avanti il progetto di massima dello Stato islamico, che è quello di riportare l’islam nelle terre che islamiche sono storicamente state».
E veniamo allora al caso di Modena. Date le premesse che lei ha fatto, è possibile che i messaggi di cui sopra vengano intercettati da qualcuno che ha fragilità psichica e magari motivi di risentimento individuali così da produrre poi degli attacchi? Oliver Roy diceva: «Non è la radicalizzazione dell’islamismo ma l’islamizzazione del radicalismo».
«È esattamente quello che sta avvenendo. Ormai da dieci anni a questa parte abbiamo una fotografia molto dettagliata del terrorismo, almeno in Europa. Come osservatorio React ogni anno pubblichiamo un rapporto che va, dal punto di vista quantitativo e qualitativo, a descriverne l’evoluzione. La maggior parte degli attentatori e dei terroristi che hanno colpito in Europa non sono mai stati parte di un’organizzazione o di una rete strutturata, ma sono attori singoli che rispondono a un appello estremamente generico e seguendo direttive tecniche che poi effettivamente mettono in pratica durante i loro attacchi. Sono cose estremamente semplici, in genere l’utilizzo dell’automobile come ariete, quello che è avvenuto a Modena. O l’utilizzo delle armi bianche, di armi improvvisate che vengono comprate in offerta nei peggiori supermercati delle periferie urbane e che vengono utilizzate per portare a compimento l’atto. Terzo elemento, anche in questo caso confermato nel caso di Modena, la disponibilità o addirittura la consapevolezza di morire al termine dell’attacco, al fine di ottenere il titolo di soldato del Califfato, quindi mujahideen, il combattente del jihad».
Su Salim El Koudry: vedremo che cosa diranno le indagini. Più in generale: per avere un terrorista potrebbe non esserci bisogno di un contatto diretto con una organizzazione, con una sorta di «formatore» o reclutatore.
«È assolutamente così. Circa il 60% dei terroristi arrestati in Europa - poco prima di compiere un attentato terroristico o dopo averlo compiuto - è stato riconosciuto che avessero in qualche modo problemi di natura mentale, o psicologici o psichiatrici, che sono due cose diverse ma che comunque rientrano nella macrocategoria dei problemi mentali. E questo è un dato accertato. Non dobbiamo incappare nell’errore di valutare questi soggetti come non terroristi perché hanno problemi mentali: è l’esatto contrario, proprio perché hanno problemi mentali è più facile per loro incappare nella rete del terrorismo, cioè trovare nel terrorismo, nel jihadismo un punto di riferimento e una giustificazione allo sfogo di una rabbia o di un’insoddisfazione repressa o di un malessere di tipo psicologico o psichiatrico. È la nuova normalità questa, non è l’eccezione».
Però, nel caso di Modena, uno si chiede: come mai Daesh o altri non rivendicano l’attacco?
«Abbiamo la risposta se guardiamo allo storico europeo per arrivare al caso di Modena. Lo Stato islamico rivendica solo ed esclusivamente quando l’attentato è di successo e provoca morti tra le vittime, non soltanto feriti. Modena ha provocato feriti gravi, una signora amputata gravemente, uno choc molto forte, un impatto mediatico molto forte, ma non morti. In ogni caso è tanto per l’Italia. È il primo attacco dei 12 che sono stati registrati negli ultimi dieci anni ad aver avuto successo».
Ma non abbastanza per lo Stato islamico.
«No, perché non ha provocato morti, che è il vero obiettivo. Ha provocato terrore. Poi non c’è un video registrato da parte del soggetto in cui ammette, dichiara e rivendica l’attentato e la sua subordinazione allo Stato islamico attraverso l’atto del Bayat. Due elementi che fanno sì che questo attentato non rientri tra quelli che possono essere rivendicati dallo Stato islamico. Non è escluso però che lo Stato islamico, magari nel prossimo numero della sua pubblicazione periodica, parli di un atto che ha colpito i cristiani, pur senza attribuirsi una responsabilità. Potrebbe cioè dire che è un atto buono, che è bene che ciò sia avvenuto, senza mettere il timbro su quell’evento. Questo non lo possiamo escludere, è avvenuto in altri casi in cui lo Stato islamico non si è assunto la paternità di un attacco ma ha riportato la notizia».
Esiste un problema, mi pare di capire, di fragilità e di disagio di cui si approfittano a vari livelli varie organizzazioni anche di segno opposto. Però ci sono fasce di popolazione che possono destare preoccupazione, tra cui quella degli adolescenti arrabbiati o problematici.
«Sì, è vero. Però anche qui i dati ci dicono altro. Se è vero che gli adolescenti sono quelli più facili da includere in una narrazione, i numeri ci dicono che gli attentati terroristici vengono compiuti da giovani adulti, dai 25 ai 30 anni, addirittura anche qualche anno in più: la mediana è sui 27-28 anni, è relativamente alta. Quindi parliamo di soggetti insoddisfatti di una vita adulta, non di insoddisfazione e delusione di adolescenti che non riescono a trovare una propria identità all’interno della società in cui si ritrovano. Parliamo di giovani adulti che, superata la fase adolescenziale, non riescono a uscire dalla delusione».
Il fenomeno tuttavia è numericamente limitato.
«Per fortuna è numericamente limitato, e questo non ci consente di fare una statistica con dati disaggregati in modo tale da riuscire a tirare fuori una fotografia estremamente dettagliata. Però sono numeri non marginali. Parliamo di una quindicina di attacchi terroristici l’anno, a fronte di un numero quasi dieci volte superiore di soggetti che vengono arrestati o comunque indagati per fenomeni di radicalizzazione o di vicinanza al terrorismo jihadista, e qui in effetti i giovani sono quelli predominanti».
In conclusione, secondo lei sul caso di Modena ci sarebbe da indagare con un po’ più di attenzione, senza liquidare tutto velocemente come caso di malattia mentale.
«Questo è il classico esempio di terrorista europeo, di chi compie un atto terroristico in Europa, con la differenza che non ha fatto una rivendicazione, cioè un atto di sottomissione allo Stato Islamico, punto. Ma tutto il resto è coerente con il profilo dei suoi omologhi europei. Ci sono soggetti che si radicalizzano anche molto velocemente, ma più della metà di questi hanno un pregresso in case di cura per problemi psicologici, Tso, trattamenti per problemi di natura psichiatrica... Non è da sottovalutare questo aspetto, anzi va evidenziato. Per due legislature, la diciassettesima e la diciottesima, avevamo pronto un pacchetto, una legge approvata in maniera trasversale da tutte le commissioni, votata favorevolmente alla Camera, che una volta arrivata al Senato non è mai stata votata. Fu Piero Grasso a non calendarizzare l’approvazione di questa legge sulla prevenzione della radicalizzazione. Attraverso il supporto dei servizi sociali, della scuola, degli organi di prossimità si pensava di operare per rilevare gli indizi di radicalizzazione precoce. Ma era una legge che qualcuno a sinistra non gradiva».






