C’è un uomo in preghiera, con accanto un fucile automatico nel profilo di un vecchio numero Whatsapp di Lamin Saidilly. Un’immagine in bianco e nero che introduce una nuova pista per l’accoltellamento di Milano.
Marco Lombardi, professore di sociologia all’Università cattolica di Milano e direttore di Itstime, centro di ricerca su sicurezza, terrorismo e gestione delle emergenze, spiega alla Verità: «È ancora presto per parlare di terrorismo in senso stretto. La preoccupazione, però, c’è. L’immagine del profilo potrebbe indicare una volontà di organizzarsi con qualcun altro, ma questa è un’ipotesi ancora da verificare. Ciò che è davvero interessante, in quell’immagine, è l’uomo in preghiera con l’Ak47 accanto. Non si tratta più solo di una questione di terrorismo, ma di compatibilità tra culture. Per una, quella islamica, la violenza sembra intimamente consona».
L’obiezione che uno potrebbe porre, però, è che non tutti gli islamici la pensano così. «Certo», prosegue Lombardi, «ma è molto più difficile trovare un’immagine di Gesù Bambino con un Ak47 accanto. Ciò che emerge da quella foto è che c’è un problema di fondo tra la violenza e l’islam. Quella foto ce lo ricorda e, soprattutto, dovrebbe servire a interrogare gli islamici che vogliono partecipare alla collettività».
Colpisce, poi, una questione in questa storia: si è detto subito che Saidilly avesse dei problemi psichiatrici, smentiti tra l’altro dalla stessa famiglia. Un po’ come nel caso dell’attentatore di Modena. Una giustificazione ormai frequente per questo tipo di atti. «È un modo per non spiegare quello che si dovrebbe spiegare. Lo si fa perché non si vuole o non si riesce a capire le ragioni del comportamento dell’altro. È evidente che è una pseudo spiegazione che si pone nella giustezza del proprio comportamento. È però destituita da ogni ragione scientifica ed è pure ridicola come narrativa mainstream. Anche perché è strano che tutti gli psicotici utilizzino quel modus operandi. Potrebbe anche essere uno psichiatrico, ma ciò non significa tollerare questo comportamento», spiega Lombardi.
Anche perché, molto spesso, questi presunti psicotici fanno riferimento all’islam nella sua versione più radicale. Non sono solo pazzi. Sono pazzi che si rifanno a un credo. «Non dobbiamo girare attorno al problema», prosegue il professore, «ci troviamo di fronte a una società sempre più violenta, che non ha più intermediazioni e dove gli attacchi col coltello sono sempre più frequenti. Va anche detto che i primi a essere autori di queste azioni sono portatori di una cultura religiosa che appartiene all’islam».
I casi sembrano sempre meno isolati e, come spiega l’Europol, in gran parte portano la sigla del jihad. Sembrano inarrestabili. «Perché sono sempre coinvolti i musulmani?», si chiede Lombardi. «Porsi questa domanda è fondamentale per provare a risolvere il problema».
Saidilly, inoltre, era già stato condannato nel Regno Unito, ma poi è stato espulso in Italia: «Questo è stato fatto in barba a ogni protocollo e presuppone che si riconsiderano le modalità di cooperazione perché l’azione fatta da Londra significa aumentare la nostra vulnerabilità. Dobbiamo, inoltre, iniziare a considerare le pratiche di rimpatrio destituendole da ogni valenza ideologica per ragionare solo in termini di sicurezza nazionale», afferma il docente della Cattolica. Che poi prosegue: «Le leggi che abbiamo sono inefficaci per definire il terrorismo. Sono ormai fuori tempo massimo». Perché uno dei nodi è proprio questo: il terrorismo è cambiato, è diventato più fluido. Per questo si fa più fatica a definirlo. E, a volte, perfino a comprenderlo realmente.
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