Nel 2023 nel carcere inglese di Lindholme in Gran Bretagna – vicino a Doncaster, nel South Yorkshire – dove sarebbe poi stato detenuto Lamin Saidilly, un drone introdusse supporti contenenti materiale islamista estremista destinato, secondo l’accusa, al proselitismo tra i detenuti. Un anno prima, un rapporto dell’intelligence britannica aveva avvertito del rischio di influenza sui prigionieri violenti e vulnerabili.
Nelle prigioni, si leggeva nel dossier Terrorism in prisons di Jonathan Hall, protezione, appartenenza e prestigio possono diventare strumenti di influenza su persone fragili o destinate a lunghe pene. Saidilly, accusato di tentato omicidio aggravato dai futili motivi per aver accoltellato un cinquantacinquenne a Milano lo scorso 4 luglio, avrebbe aggredito in quel carcere vicino a Doncaster due agenti, anche con coltelli costruiti artigianalmente.
Il gip Luigi Iannelli ieri ha disposto che rimanga San Vittore per il concreto rischio che possa commettere nuove violenze e per il pericolo di fuga, descrivendo il suo profilo come «altamente violento» e «privo di freni inibitori»; è stata, invece, esclusa l’aggravante della premeditazione. Al momento gli investigatori escludono una sua radicalizzazione e considerano decontestualizzata la foto del guerriero islamico in preghiera che hanno trovato sul suo profilo Whatsapp. L’immagine non prova un’adesione ideologica. Diventa, però, un dettaglio da valutare nella storia di un giovane rimasto per quasi due anni nelle carceri inglesi. Il vero interrogativo riguarda ciò che è accaduto durante quella detenzione e quali informazioni siano state trasmesse alle autorità italiane quando Saidilly è tornato a Conegliano. Del resto, durante la precedente detenzione nel Regno Unito, il ventiduenne aveva scritto di avere «una salute mentale precaria» e di temere di potersi uccidere.
Nella casa del padre Doudou, la Digos ha sequestrato una valigia attribuita a Saidilly. All’interno c’erano documenti provenienti dal Regno Unito, tra cui una lettera di uno studio legale britannico relativa a «un procedimento per rapina pendente a suo carico» davanti al tribunale di Leeds. Secondo l’ordinanza del gip, dalla corrispondenza sembrerebbe emergere «una condanna collezionata per rapina e lesioni». Un altro passaggio fa risalire la custodia cautelare al 20 novembre 2023, tre giorni dopo l’accoltellamento e la rapina avvenuti davanti al noto pub di Leeds. La detenzione è documentata almeno fino al 6 novembre 2025. Si tratta di poco meno di due anni certi. Poiché il padre ha riferito che il figlio arrivò in Italia soltanto nel gennaio 2026, è possibile che la permanenza in carcere abbia superato i due anni, ma manca la data esatta della scarcerazione.
Tra i documenti sequestrati compaiono cinque rapporti disciplinari del carcere di Lindholme. Il primo, del 10 luglio 2024, riguarda una violazione del regolamento. Gli altri sono concentrati nell’autunno 2025: il 22 ottobre un’aggressione con il ferimento di un agente e una seconda contestazione disciplinare; il 26 ottobre un’altra violazione; il 6 novembre una nuova aggressione con il ferimento di un agente penitenziario. Il giudice aggiunge che alcune aggressioni contro il personale sarebbero state commesse «in parte anche con ausilio di lame artigianali», richiamando in particolare il rapporto del 22 ottobre. È il collegamento più inquietante con Milano. Dopo una detenzione legata a rapina e lesioni, la violenza sarebbe proseguita contro il personale penitenziario. Pochi mesi dopo il ritorno in Italia, Saidilly è accusato di aver aggredito uno sconosciuto con un coltello. Per il giudice, i precedenti inglesi indicano una «spiccata tendenza al delinquere contro la persona» e contribuiscono a delineare un quadro definito «il più allarmante possibile».
Saidilly è cittadino italiano e non risulta che possieda anche la cittadinanza britannica. Il 6 novembre 2025 era ancora coinvolto in un procedimento disciplinare nel carcere inglese; nel gennaio successivo viveva già con il padre a Conegliano. La tempistica rende plausibile un rimpatrio dopo la scarcerazione. L’ordinanza, però, non contiene alcun provvedimento: il padre riferisce soltanto che Saidilly si era «nuovamente trasferito in Italia». Resta da capire se il rientro fosse imposto e se l’Italia fosse stata informata delle aggressioni alle guardie, delle lame artigianali e del disagio emerso in carcere.
Nella stessa valigia, infatti, erano conservate decine di pagine manoscritte. La polizia ne aveva inizialmente fornito una lettura allarmante: l’autore raccontava l’arresto e il carcere e «manifesta la volontà di compiere gesti violenti, anche con l’utilizzo di coltelli o lame». Il giudice ridimensiona il contenuto degli scritti, perché una parte è autobiografica e difensiva, un’altra appare composta da testi rap con riferimenti a lame, armi, droga, denaro e marchi di lusso. Gli accenni alla violenza sono definiti «episodici e decontestualizzati» e senza «alcunché di più specifico o significativo», dunque non provano la premeditazione.
Restano, però, i riferimenti a una salute mentale precaria e al timore di suicidarsi. Il gip parla di un «profilo personologico allarmante e complesso» e ha disposto una perizia psichiatrica. Saidilly avrebbe scelto la vittima «a caso», l’incolpevole Gerardo «Gerri» Pastore e, dopo essere stato bloccato, avrebbe detto: «Mi sono divertito, appena esco lo rifaccio». La sua legale, Simona Brambilla, ha però riferito che il giovane non ricorda di aver pronunciato quella frase. Saranno ora la perizia e gli atti inglesi a chiarire il suo stato mentale e ciò che è accaduto durante la detenzione.
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