Più che una commissione parlamentare, ormai la commissione Covid assomiglia a una serie televisiva genere horror: ogni puntata promette un colpo di scena e riesce puntualmente a superare quella precedente. L’ultima non ha fatto eccezione. A finire sotto i riflettori è stato Riccardo Fraccaro, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio sotto il governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte.
Il leader del M5s ha detto di essere stato informato da Miguel Martina (il funzionario dell’Agenzia delle Dogane che ha rivelato gravi anomalie sui meccanismi di controllo dei dispositivi di protezione, in particolare sul filone della maxi-commessa da 1,2 miliardi di euro per l’importazione di circa 880 milioni di mascherine fallate dalla Cina, ndr) dell’importazione di mascherine inadeguate, ma di non averlo riferito né alla Procura né all’allora premier. «Ritenevo inverosimili le irregolarità segnalate da Martina», ha spiegato Fraccaro in Aula, aggiungendo: «Di questa cosa non ho parlato con nessuno proprio per non intralciare il lavoro della magistratura. Ho preso il dossier che mi aveva portato per capire quale era la situazione e dopo il nostro incontro ho ragionato sul da farsi: rimango convinto di aver fatto la cosa giusta». Il capogruppo di Fdi in commissione Covid, Alice Buonguerrieri, ha definito paradossale la ricostruzione: se davvero esisteva il sospetto di dispositivi potenzialmente pericolosi per la salute pubblica, nota la deputata, il governo avrebbe dovuto attivarsi immediatamente, non limitarsi al silenzio.
L’audizione ha riaperto anche un’altra vicenda: quella della norma del 2020 sugli albergatori come agenti contabili e sul regime delle responsabilità per il mancato versamento delle tasse di soggiorno riscosse dai clienti. Il capogruppo di Fdi al Senato, Lucio Malan, ha ricordato come Fraccaro abbia dichiarato di non sapere nulla della disposizione, firmata dal governo Conte, che modificò il regime sanzionatorio favorendo, tra i tanti, anche Cesare Paladino, padre di Olivia, compagna dell’allora premier, «che aveva omesso di versare oltre 2 milioni di euro al Comune di Roma capitale». Il racconto di Malan non deve essere piaciuto all’ex premier, che ieri ha chiesto le sue dimissioni, oltre a quelle del presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi).
Se la prima parte della seduta è stata movimentata, la seconda ha assunto i contorni di una disputa procedurale destinata a occupare gran parte dei lavori. Le opposizioni si sono presentate al gran completo, incluso Conte (che non è esattamente un habitué dell’organismo parlamentare che indaga sulla gestione pandemica, avendo partecipato a 9 sedute su un totale di 137 nell’arco di due anni), per contestare a Lisei la gestione delle escussioni testimoniali (cioè la raccolta di dichiarazioni da parte di persone informate sui fatti) disposte dalla presidenza. Il punto centrale è che queste testimonianze hanno fatto emergere elementi politicamente scomodi per chi ha governato durante la pandemia. È bastato affrontare il tema perché la commissione Covid si trasformasse in uno studio legale allargato: cinque avvocati (Buonguerrieri, Colucci, Conte, Lisei e Patriarca di Forza Italia), due interpretazioni del diritto e una sola certezza: che le escussioni erano legittime e sono state autorizzate anche dall’opposizione.
«L’escussione dei testimoni è attività consueta per tutte le commissioni di inchiesta parlamentare», ha spiegato Buonguerrieri, «ed è stata approvata all’unanimità dei gruppi, compresi quelli di sinistra, nella massima trasparenza». Il dato surreale di questa diatriba è che – ha riferito la capogruppo Fdi – «i colleghi di sinistra ad un certo punto hanno anche detto di non aver capito che cosa hanno approvato». La mozione per ascoltare i testimoni sarebbe dunque passata all’unanimità senza che i deputati delle opposizioni se ne rendessero conto. «Non ci stupisce», ha ironizzato Buonguerrieri, scatenando le contestazioni dell’opposizione («Non ci può dare degli stupidi!»), «ma il fatto davvero inquietante ed eloquente è che oggi i colleghi di sinistra sono tutti schierati al gran completo, non era mai capitato prima, solo per impedire gli accertamenti della commissione Covid. C’è anche l’onorevole Conte. I lavori della commissione sono iniziati con due anni di ritardo per colpa dell’ostruzionismo della sinistra […] che li boicotta. Non vogliono che i magistrati e gli ufficiali della GdF indaghino su ciò che è stato fatto quando erano loro al governo, perché evidentemente hanno tanto da nascondere».
Tra interventi procedurali, richieste di chiarimento e reciproche contestazioni, il confronto si è trascinato per oltre un’ora. Malan, Patriarca e lo stesso Lisei hanno ricordato che il ricorso alle escussioni delegate è stato utilizzato anche da altre commissioni parlamentari, comprese alcune presiedute in passato da esponenti del Pd e del Movimento 5 Stelle. Conte ha concluso il suo intervento con un passaggio che aveva il sapore dell’avvertimento: nessuna maggioranza può considerarsi al riparo dalle regole che contribuisce a costruire, perché domani potrebbe trovarsi nella posizione di subirle. Lisei lo ha rintuzzato ricordando che la commissione non celebra processi e che il Codice di procedura penale, evocato dall’ex premier, non disciplina i lavori di un organismo parlamentare.
Dopo ore di polemiche, la maggioranza ha messo ai voti la linea della presidenza. La mozione è stata approvata, confermando la legittimità delle escussioni testimoniali delegate. Sipario. Almeno fino alla prossima puntata, perché se c’è una certezza, in commissione Covid, è che il colpo di scena successivo è sempre dietro l’angolo.
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