Insegnava il Corano dando schiaffi e calci ai minorenni. Arrestato bengalese
Una scuola coranica

Per i metodi sembrava più un centro di addestramento che una scuola coranica per ragazzi: squat per penitenza, tirate d’orecchie, punizioni corporali, anche con penne impugnate «come un coltello». Disciplina, secondo l’accusa, fondata sulla paura, sulla fatica e sull’umiliazione. È questo il quadro che emerge dall’inchiesta sul centro islamico At-Taqwa di Jesi, in viale della Vittoria, dove un imam di 47 anni, originario del Bangladesh e da tempo residente nelle Marche, che insegnava religione, è finito agli arresti domiciliari con l’accusa di maltrattamenti continuati e aggravati nei confronti di almeno una quindicina di minorenni.

Il provvedimento cautelare, richiesto dal sostituto procuratore della Procura di Ancona Valentina Bavai, è stato emesso dal gip lo scorso 1° luglio dagli agenti della Squadra mobile.L’inchiesta, maturata all’interno della moschea, sarebbe nata, però, tra i banchi della scuola ordinaria. È lì che un docente, verso la fine dello scorso anno, avrebbe colto segnali ritenuti incompatibili con una normale attività educativa. Dopo aver ascoltato lo sfogo di uno dei ragazzi sarebbe partita una segnalazione. E, poco dopo, è nata l’ipotesi che il ruolo affidato all’educatore avrebbe consentito il ripetersi delle condotte segnalate. L’inchiesta, infatti, non ricostruirebbe un quadro con episodi isolati. I minori frequentavano la scuola coranica del centro islamico per ricevere l’istruzione religiosa. Ed è in quel contesto, secondo l’ipotesi accusatoria, che sarebbero maturati i comportamenti violenti e coercitivi utilizzati come strumenti disciplinari. Punizioni per errori o anche solo per esitazioni durante le lezioni. Nel corso dell’attività investigativa, svolta nei mesi successivi dagli agenti del Commissariato di Jesi e della Squadra mobile di Ancona, sarebbero stati ricostruiti diversi episodi: un bambino strattonato e schiaffeggiato, un altro preso a calci e umiliato con delle tirate d’orecchie, altri presi a sberle. E un ragazzo, in particolare, sarebbe stato obbligato a eseguire piegamenti sulle gambe mentre, da solo, doveva tirarsi le orecchie. Sarebbero almeno una quindicina, per ora, i minori individuati come parti offese. E bisognerà accertare se le loro famiglie fossero a conoscenza dei metodi d’insegnamento del maestro coranico.

L’attività d’indagine avrebbe fatto ricorso anche a intercettazioni ambientali e video. Le telecamere installate nel centro avrebbero documentato gli episodi, contribuendo a consolidare il quadro indiziario. L’aspetto centrale dell’indagine non riguarda soltanto le singole condotte, ma anche lo scenario nel quale sarebbero avvenute. I ragazzi erano affidati all’insegnante per ragioni educative e di istruzione religiosa. È proprio questo rapporto di affidamento che avrebbe aggravato, secondo l’impostazione della Procura, la gravità dei fatti. L’arresto è stato eseguito direttamente all’interno del centro At-Taqwa. Gli agenti hanno raggiunto il quarantasettenne nella sede di viale della Vittoria e, concluse le formalità negli uffici del Commissariato di Jesi, sono scattati gli arresti domiciliari.

L’inchiesta giudiziaria si inserisce in un contesto che negli ultimi anni aveva già attirato l’attenzione sulla moschea di viale della Vittoria, della quale lo scorso anno si erano occupati gli inviati della trasmissione Fuori dal coro, condotta da Mario Giordano su Rete 4. Nel servizio veniva raccontata l’attività di una comunità descritta come vicina alla corrente oltranzista dei Tabligh. Un esponente dello stesso centro, intervistato, aveva spiegato che il loro compito sarebbe stato quello di «riportare chi si è perso» verso «l’islam radicale». Il servizio d’inchiesta fece scalpore nella comunità locale. Perché solo pochi anni prima, nel 2020, nella Casa del popolo di Jesi, l’associazione At-Taqwa aveva presentato la scuola coranica davanti alle autorità locali. Con tanto di recita e lettura del Corano e dei sermoni in italiano e, sullo sfondo, come dimostrano le foto ancora presenti sulle pagine social dell’associazione, le bandiere del Partito democratico. Ma se da una parte l’ampia comunità islamica locale, una delle più nutrite delle Marche, può contare su meccanismi di integrazione che convergono spesso in eventi pubblici ai quali partecipa anche la Chiesa locale, la presenza dei luoghi di culto è stata spesso al centro del dibattito, tra questioni urbanistiche, proteste dei residenti e polemiche sull’utilizzo degli spazi destinati alla preghiera. Anche l’europarlamentare leghista Anna Maria Cisint aveva ricevuto segnalazioni da parte di cittadini di Jesi relative alla presenza di quattro moschee abusive, indicando gli immobili di via Erbarella 2/A, via Cascamificio 19, via Garibaldi 77 e viale Papa Giovanni XXI. Si tratterebbe di luoghi di culto che negli anni avrebbero provocato problemi di impatto urbano e acustico, con preghiere e richiami amplificati tramite gli impianti sonori.

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