Probabilmente l’unico motivo per cui non creano davvero un partito con tanto di logo e simbolo è perché poi dovrebbero chiamarlo PdL, come la creatura di berlusconiana memoria. Però, nei fatti, il Partito di Lampedusa esiste eccome e in queste ore sta lanciando una robusta offensiva mediatica. Tutta incentrata, ovviamente, sulla consueta retorica strappalacrime sull’immigrazione di massa intesa come unica possibilità di redenzione dell’Occidente.
Non è un caso che, mentre a destra si parla di rimpatri e remigrazione, a sinistra tornino ad agitarsi anche i bollenti spiriti globalisti dei tifosi delle frontiere spalancate.
In Sicilia, il gruppo del Partito democratico ha presentato un disegno di legge per sostenere «la candidatura della comunità di Lampedusa al premio Nobel per la pace». Iniziativa che ieri a immediatamente trovato sponda presso La Stampa. «Se il Nobel è un premio a chi ha fatto di più per la fratellanza tra le nazioni», dichiara il deputato Michele Catanzaro, «allora non esistono un luogo e una comunità che lo meritano di più. Ci auguriamo che questa iniziativa possa trovare un ampio sostegno all’Ars (Assemblea regionale siciliana, ndr), un sostegno che può e deve andare oltre gli schieramenti e le casacche politiche. Lampedusa è uno dei luoghi più significativi del Mediterraneo, l’impegno umanitario e la vocazione all’accoglienza dei lampedusani ci ricordano che, davanti al naufragio, non si volta lo sguardo. Per la sua posizione geografica e per la storia degli ultimi decenni, l’isola è divenuta simbolo dell’incontro tra popoli, della tutela della vita umana in mare e della solidarietà verso quanti sono costretti ad abbandonare i propri paesi a causa di guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti umani, instabilità politica, cambiamenti climatici o condizioni estreme di povertà».
La proposta, in verità, era partita anni fa dal giornalista Fabrizio Gatti, poi era stata rilanciata da Claudio Baglioni e un paio di giorni fa è ritornata in auge grazie alla scrittrice Dacia Maraini, subito supportata dalla collega Stefania Auci. In un lampo, lo star system si è mobilitato per l’ennesima buona causa. Hanno preso la parola, per dire, intellettuali del calibro di Zucchero: «Sono d’accordissimo sulla proposta di dare il Nobel per la pace alla popolazione di Lampedusa perché salva le persone migranti», dice il cantante con raffinato ragionamento politico. «A me basta che non lo diano a Trump e sono contento».
A dirla tutta, pure il ministro Matteo Piantedosi, un paio di anni fa, aveva speso qualche parola sul Nobel all’isola diventata hotspot. A noi viene in mente che i lampedusani meriterebbero piuttosto un premio per la pazienza e che tutta questa enfasi da parte di starlette varie ed eventuali serva soprattutto a perpetuare il meccanismo disumano della migrazione forzata e dello sfruttamento. Un meccanismo che il pensiero prevalente rifiuta da tempo immemore di indagare, anche perché molti ne traggono profitto.
Il sistema Lampedusa, negli anni, ha prodotto propagandisti divenuti politici, ha dato benzina a festival, eventi editoriali, film, documentari e reportage a senso unico. Se ci fosse un po’ di onestà, ciò che si direbbe è che Lampedusa, con i suoi sbarchi continui e le sue endemiche difficoltà, è rappresentativa di un modello fallimentare e mortifero che ha sradicato migliaia e migliaia di persone, lasciandone altre sul fondo del mare. A qualcuno, però, interessa molto insistere su altri aspetti della questione, ovviamente per sostenere progetti politici.
Piero Bartolo, divenuto famoso in quanto «medico di Lampedusa» e portato al Parlamento europeo dalla sinistra sull’onda di libri e fiction celebrative, ha lanciato in queste ore la Rete Lampedusa, «un movimento culturale e civile che nasce per portare nel dibattito pubblico una narrazione diversa sulle migrazioni, fondata su dignità umana, dati, competenza, diritti e progetti concreti». Forse nella speranza di ritrovare la luce dei riflettori, Bartolo si è fatto promotore di un convegno che si terrà la settimana prossima, con l’immancabile contributo di artisti e scrittori. Tra questi Eraldo Affinati, Kasia Smutniak, il giornalista di Avvenire, Nello Scavo, il giudice Luigi Patronaggio, Nicolò Govoni e Vinicio Capossela.
«Rete Lampedusa non nasce solo per testimoniare l’orrore», insiste Bartolo. «Nasce perché non basta più indignarsi. Non basta più ripetere che non si deve morire nel Mediterraneo, se poi non facciamo nulla per cambiare davvero le cose. Serve una voce comune, forte, credibile. Serve una rete capace di unire chi ogni giorno lavora nell’accoglienza, nell’integrazione, nella cooperazione, nella scuola, nella Chiesa, nel volontariato, nelle istituzioni locali. Serve una narrazione diversa, fondata sui dati, sulla verità, sull’esperienza concreta, non sulla paura o sulla propaganda. Per questo vogliamo promuovere canali regolari di migrazione, percorsi trasparenti, formazione nei Paesi di origine, lavoro dignitoso, integrazione vera, cooperazione tra Africa ed Europa. Se vogliamo fermare i trafficanti e ridurre le morti, dobbiamo aprire strade legali e sicure. Se vogliamo governare i processi migratori, dobbiamo uscire dalla logica dell’emergenza permanente e avere finalmente visione, responsabilità e coraggio».
Se lo scopo fosse davvero governare i processi e aprire strade sicure, Bartolo dovrebbe sostenere il governo Meloni, che con un robusto decreto flussi ha fatto esattamente questo. Quanto alla «narrazione diversa» dell’immigrazione, viene da chiedersi quale dovrebbe essere secondo gli illustri signori di cui sopra. Persino a loro dovrebbe essere possibile riconoscere che attualmente il racconto prevalente è quello che presenta l’accoglienza come l’unica possibilità decente e auspicabile. Che cosa potrebbero volere di più i nostri eroi? Beh, probabilmente, se tornassero al governo con la sinistra, farebbero in modo di cancellare del tutto le voci dissenzienti, oltre che i sentimenti della gran parte degli italiani.
Questo è il vero progetto dei profeti dell’accoglienza: fosse per loro, l’Italia intera sarebbe come Lampedusa. E sinceramente la distruzione di una nazione non vale tutti i Nobel di questo mondo.
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