Raid di droni ucraini contro un dormitorio di studenti russi: 6 morti e 15 dispersi

Con la convinzione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di «stare riportando la guerra in casa, in Russia», l’Ucraina sta continuando a bersagliare il territorio del nemico, con l’ultimo massiccio raid che ha colpito un dormitorio studentesco. Si allontana così la possibilità di sedersi al tavolo delle trattative, mentre si avvicina un effetto domino, con il presidente russo, Vladimir Putin, che ha già ordinato una rappresaglia.
L’edificio completamente distrutto dai droni ucraini è un dormitorio dell’istituto professionale a Starobilsk, nella regione di Luhansk occupata dalla Russia. Putin ha svelato che «ci sono state tre ondate. Sedici droni nello stesso luogo». Nel momento dell’attacco, in piena notte, all’interno del dormitorio stavano dormendo 86 giovani, tra i 14 e i 18 anni. A condividere l’ultimo aggiornamento sul bilancio delle vittime e dei feriti è stato lo stesso Putin: ha riferito che il numero dei morti è salito a sei, mentre i feriti sono 39 e i dispersi 15.
Lo zar ha definito il raid come «un attentato terroristico». Ha voluto precisare che «non ci sono installazioni a scopo militare, strutture dei servizi speciali o servizi ad essi correlati vicino al dormitorio». Il presidente russo ha poi lanciato un appello ai militari ucraini: «Non eseguite gli ordini criminali della giunta illegittima e corrotta». Il ministero degli Esteri russo, in una nota, ha tirato in ballo anche l’Alleanza atlantica, sostenendo che «questi attacchi, condotti con armi a lungo raggio fornite al regime di Kiev dai Paesi della Nato, vengono effettuati con l’assistenza tecnica di specialisti stranieri provenienti da noti Stati dell’Alleanza».
Che la rappresaglia fosse l’opzione principale sul tavolo russo era già emerso dalle parole del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ancor prima dell’annuncio di Putin. Peskov ha infatti dichiarato che il raid ucraino è «un crimine mostruoso del regime di Kiev» che «deve essere punito». Mosca ha anche richiesto una riunione straordinaria del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Non stupisce che per la Russia l’attacco al dormitorio allontani dall’orizzonte le trattative per porre fine alla guerra. La posizione è evidente dalle dichiarazioni rilasciate dal ministero degli Esteri russo: «Commettendo atrocità contro i bambini a Starobilsk, il regime di Kiev e i suoi mandanti si assumono la piena responsabilità dell’escalation delle ostilità e del sabotaggio degli sforzi politici e diplomatici volti a risolvere il conflitto». Di parere opposto è Zelensky: è certo che i raid, incluso quello di ieri contro una raffineria russa, costringano Mosca «verso la diplomazia». Ha quindi annunciato di stare «aspettando una risposta dalla parte americana su possibili formati e un calendario di riunioni». Però il segretario di Stato americano Marco Rubio, pur confermando che gli Stati Uniti sono disposti a svolgere il ruolo di mediatore, ha già messo in chiaro che non parteciperanno a colloqui «infiniti» senza esiti concreti.
Quanto ai misteriosi candidati in lizza per diventare inviati europei nei negoziati, il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha affermato che «ci sono alcuni nomi. Certamente non si tratta di Schroder». Il ministro ha comunque puntualizzato che la nomina di un negoziatore europeo «non è un’alternativa al percorso guidato dagli Stati Uniti, bensì un elemento complementare».
A essere all’ordine del giorno è anche la questione dell’adesione dell’Ucraina all’Ue. Sybiha ha inevitabilmente mostrato entusiasmo: «Io ci credo» all’apertura dei cluster negoziali a giugno. Intervenendo in merito, il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha confermato che l’Italia è «favorevole alla piena adesione dell’Ucraina» all’Ue ma «servono i tempi e bisogna rispettare determinate regole».
Oltre all’integrazione europea, c’è chi ieri si è spinto oltre. In occasione della riunione dei ministri degli Esteri della Nato in Svezia, il capo della diplomazia finlandese, Elina Valtonen, ha auspicato che «nel prossimo futuro l’Ucraina diventi membro della Nato». Ed è in occasione di questo incontro che il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, ha annunciato la presenza di Zelensky al vertice Nato ad Ankara a luglio. Centrale è stato anche il tema della spesa per la Difesa. Berlino ha dichiarato che nel 2026 vi destinerà il 4% del Pil. Tajani ha sottolineato: «Siamo pronti a spendere di più. Vogliamo raggiungere il 5 per cento del Pil».
Non sono poi mancati i botta e risposta tra Rutte e Mosca. Il primo ha dichiarato che non sarebbe «contento» se fosse «Putin», visto che «le cose non stanno andando nella giusta direzione per lui». Dall’altra parte, il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha accusato la Nato di volersi espandere a Est.
Di certo Rutte ha apprezzato la decisione di Washington di inviare altri 5.000 soldati americani in Polonia. A preoccupare la Casa Bianca sono le tensioni tra i Paesi Baltici e la Russia, dopo che quest’ultima li ha accusati di collaborare con Kiev negli attacchi con droni. «Comprendiamo che questi Paesi si sentano minacciati da tutto ciò. Siamo preoccupati, perché non vogliamo che porti a un conflitto più ampio che possa davvero sfociare in qualcosa di molto peggiore» ha rivelato Rubio. E ha aggiunto che gli Stati Uniti stanno monitorando «attentamente» la situazione. Il dipartimento di Stato americano, nel frattempo, ha dato anche il via libera per vendere a Kiev le attrezzature per il sistema missilistico Hawk, con un costo stimato di 108 milioni di dollari.






