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2018-05-30
Niente asse con il M5s: Salvini vuol vincere e sa che l’uomo in più si chiama Berlusconi
ANSA
Forza Italia sembra avere futuro, anche se durante la grande fibrillazione sono venute alla luce in tutta la loro prepotenza le differenze di linguaggio, di metodo e forse di obiettivi tra due partiti che per 20 anni si sono considerati fratelli.
Salvini è uscito estenuato dagli 84 giorni di trattative e ha capito che il Movimento 5 stelle è un pianeta multiforme, nel quale ogni decisione viene ridefinita e discussa all'inverosimile. Sa che rimanendo nella coalizione di centrodestra da numero uno (cosa che Silvio Berlusconi gli ha assicurato), sarebbe il naturale candidato premier e avrebbe in tasca la golden share sul futuro governo. Al contrario, ha sperimentato che con Luigi Di Maio e quel 32% di consensi arriverà sempre secondo. Inoltre sa benissimo di essere accettato dai vertici, non dalla base più sinistrorsa del Movimento.
La desistenza nei collegi uninominali con i grillini per spartirsi Nord e Sud è affascinante, perfino impressionista. Ma un leghista della prima ora la smonta: «
Salvini è pragmatico, sa quando spingere sull'acceleratore e quando frenare. Questo è il tempo della calma». L'altra suggestione, quella di candidare Paolo Savona come indipendente e riproporlo come ministro dell'Economia, è invece percorribile. Lo conferma lo stesso Salvini a Dimartedì (La7): «È il meglio e se tornassimo a votare io gli chiederei di rimettersi a disposizione degli italiani perché può rappresentarli al meglio sui tavoli europei. Non pensavo che si scoprisse che un anziano professore di 82 anni, che ha visto nascere l'euro e l'Europa, che ha lavorato per Bankitalia e poteva dare una mano al giovane Salvini e al giovane Di Maio, fosse un barbaro inviso a Bruxelles. Forse qualcuno non voleva far nascere il governo».
Riguardo alla coalizione, fino al 24 giugno (giorno dei ballottaggi delle elezioni amministrative in 797 comuni) non si prevedono colpi di testa, solo una marcatura a uomo per verificare l'effettiva lealtà dell'alleato. Come marito e moglie che escono a cena dopo avere scatenato i rispettivi detective a caccia di amanti, Lega e Forza Italia sanno quali sono i punti deboli del partner. «Li controlleremo non solo sul voto di fiducia a
Carlo Cottarelli, ma sull'adesione ai provvedimenti. Vediamo se la tenuta è reale», spiegano i leghisti. Da Palazzo Grazioli ribattono con effetto stereo: «Se proveranno a far passare in commissione assieme ai grillini provvedimenti senza necessità di spesa, bypassando il governo, sarà facile coglierli sul fatto. Sempre che Cottarelli non affondi in rada». Siamo ai teleobiettivi e alle cimici sui lampadari; le prove di fedeltà sono sempre faticose.
Il centrodestra regge. Al termine di un vertice con i fedelissimi
Anna Maria Bernini, Mara Carfagna, Renato Brunetta, Giorgio Mulè e Mariastella Gelmini, è il Cavaliere a tirare le somme: «Il nostro orizzonte è il centrodestra, abbiamo firmato un programma comune meno di tre mesi fa, votato dalla maggioranza degli elettori». Berlusconi ha apprezzato l'abbassamento dei toni di Salvini su Sergio Mattarella (a differenza di Di Maio) e lo sottolinea: «È una scelta obbligata se pensa di poter fare il premier dopo le prossime elezioni». Una frase che è la chiave di tutto perché sancisce un dato di fatto: in questa fase storica Forza Italia riconosce la Lega come locomotiva dell'alleanza e alla vigilia della campagna elettorale sui pedalò è pronta a sacrificare una percentuale di collegi uninominali per dimostrarlo. Maurizio Gasparri tiene la barra dritta con la consueta grinta. «Il piano A è facile: rispettarsi, fare fronte comune, andare alle elezioni per vincerle sonoramente e governare. Il piano B non esiste, anzi l'unico piano B è Berlusconi». Candidabile e ruggente.
In casa centrodestra sono tutti convinti che dalle urne arriverà quel 40% («anche di più») necessario per andare da
Mattarella e farsi dare le chiavi del Parlamento. Secondo un sondaggio Swg di ieri la coalizione è su quella quota, con il M5s al 29,5% e il centrosinistra al 23%. Ecco perché, nonostante scappatelle e flirt, il matrimonio tiene. Ecco perché i due leader, preoccupati dall'entità politica degli alimenti, continuano a ripetere: «Dovrà essere lui ad assumersi la responsabilità di rompere».
Berlusconi ha deciso di farsi Zen. Non una replica, non una polemica. Neppure su ciò che ha visto lunedì sulle sue televisioni e non gli è piaciuto per niente: la sfilata di Salvini e Di Maio prima da Barbara D'Urso e poi a Matrix per un superspot populista contro il presidente della Repubblica. È singolare che non ne sapesse nulla, ma il suo sconforto di ieri sembrava sincero. Nei saloni di Palazzo Grazioli c'è chi ha parlato di «Mediaset fuori controllo» e della necessità di ripensare alcune scelte. «Il Cavaliere vuole tornare in Senato, non portare il parlamento in casa sua». Troppo caos, troppo spread. Non gli conviene.
Giorgio Gandola
Si sfila anche il Pd e Cottarelli evapora. Rischia di finire prima d’aver iniziato
Carlo Cottarelli rischia di battere il record di (non) durata a Palazzo Chigi di Giuseppe Conte. Il professore foggiano, indicato da Movimento 5 stelle e Lega, è stato premier incaricato per cinque giorni; il tecnico neutrale, chiamato dal presidente della Repubblica,
Sergio Mattarella, potrebbe riuscire nella straordinaria impresa di rinunciare all'incarico dopo appena 48 ore. Il motivo? Cottarelli ieri ha capito che rischiava seriamente di incassare zero voti di fiducia, stabilendo un primato assoluto, insieme ai suoi ministri. Lo ha capito quando il Partito democratico, l'unico che sulla carta avrebbe dovuto assicurargli il sostegno, ha iniziato a tentennare orientandosi per l'astensione. A quel punto, Cottarelli e Mattarella hanno deciso di prendersi altre 24 ore di tempo per tentare di ricondurre i democratici sulla strada del «sì» a questo governo balneare nato già morto.
L'ennesima giornata pazza di questa incredibile crisi politica inizia di buon mattino, quando il Quirinale rende noto che
Cottarelli è atteso da Mattarella alle quattro e mezza del pomeriggio. È il segnale - concorda tutta la stampa italiana - che la lista dei ministri è pronta. Cottarelli arriva puntualissimo, zainetto d'ordinanza a tracolla, eterno sorriso da passaporto stampato sul viso, e incontra Mattarella. Si attende l'uscita di Cottarelli per conoscere i nomi dei ministri. Intanto la probabilità di una astensione del Partito democratico diventa sempre più concreta. «Per rispettare lo scopo preciso del governo», dice il reggente dem Maurizio Martina, in una riunione alla Camera, «e la sua necessaria neutralità politica, penso sia opportuno che il Pd si astenga sul voto di fiducia». Andrea Orlando, leader della minoranza interna dei democratici, chiede elezioni entro la fine di luglio, seguito a ruota dal capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, e da Lorenzo Guerini. Per votare entro la fine di luglio, il 29, le Camere vanno sciolte tra oggi e domani: quelle dichiarazioni suonano come uno stop clamoroso a Cottarelli e a Mattarella.
A quel punto,
Cottarelli, invece di presentarsi davanti ai giornalisti in attesa e leggere la lista dei ministri, sparisce. Evapora, si volatilizza. La notizia che Cottarelli ha lasciato di soppiatto il Colle senza sciogliere la riserva è clamorosa, in molti ipotizzano che abbia rinunciato all'incarico. Non ancora, però. Dopo una mezz'oretta di puro caos, arrivano le smentite all'ipotesi che Cottarelli abbia deciso di gettare la spugna. «Il presidente del Consiglio incaricato», dice il consigliere di Mattarella, Giovanni Grasso, «ha riferito al capo dello Stato della situazione. I due si rivedranno domani mattina (oggi per chi legge, ndr)». Non promette bene.
Stiamo approfondendo alcune questioni sulla lista dei ministri», dichiara
Cottarelli lasciando il Colle, «ma non ci vorrà molto». «Carlo Cottarelli», fa sapere il Quirinale, «ha semplicemente bisogno di più tempo per approfondire alcuni nodi legati alla lista e nessuno ha parlato di rinuncia all'incarico».
E allora, che è successo? Perché questo rinvio? È impossibile pensare che
Cottarelli e Mattarella non siano d'accordo sulla lista dei ministri, considerato che l'ha scritta il capo dello Stato. L'imprevisto che ha prodotto il rinvio, sarebbe la probabile astensione del Partito democratico. Cottarelli, ma soprattutto alcuni dei suoi probabili ministri, a cominciare da Raffaele Cantone, non sono disposti a passare alla storia come quelli della «fiducia zero». Il Pd deciderà la posizione ufficiale del partito con una direzione che si terrà prima del voto di fiducia, probabilmente oggi pomeriggio, ed è probabile che Mattarella farà in modo che il rischio che Cottarelli non ottenga neanche un voto di fiducia sia scongiurato.
A convincere
Cottarelli e Mattarella a fare un po' di «melina», ci si è messa pure la corsa al voto a luglio che si è scatenata ieri. Anche 24 ore in più possono essere utilissime per scongiurare la prospettiva di urne aperte il 29 luglio, ipotesi circolata furiosamente ieri pomeriggio. Una data che al Colle non sta bene per niente, perché si rischierebbe un'astensione record, ma che ieri, a sorpresa, alcuni esponenti del Pd hanno iniziato a chiedere attraverso dichiarazioni ufficiali, unendosi così a M5s e Lega (anche se Matteo Salvini e Luigi Di Maio non hanno mai esplicitamente ipotizzato date, ma hanno chiesto il voto il più presto possibile).
Perché alcuni esponenti di primo piano del Pd, come
Andrea Orlando, Lorenzo Guerini, Andrea Marcucci, ieri hanno letteralmente fatto impazzire Cottarelli e Mattarella, chiedendo il voto a fine luglio? Stando a quanto trapela dai piani alti dem, perché votando immediatamente il Pd ripresenterebbe le liste esattamente uguali a quelle del 4 marzo, senza impegolarsi in un braccio di ferro interno dalle conseguenze imprevedibili. Con i tempi che corrono, già per gli eletti la riconferma è a rischio, figuriamoci cosa succederebbe se si riaprisse il dossier «candidature», tra listini bloccati, collegi blindati e così via. Anche Matteo Orfini e, soprattutto , Maria Elena Boschi, che rischierebbero di essere depennati dalle liste, ieri avrebbero lavorato per il voto a fine luglio, e dunque per spingere Cottarelli a rinunciare all'incarico. C'è chi racconta di telefonate «terrorizzanti» ricevute da alcuni dei ministri in pectore, ai quali veniva suggerito di non entrare a far parte del governo. In ogni caso, oggi (salvo altri imprevisti) il governo neutrale dovrebbe vedere la luce. In serata, Cottarelli, sempre ridendo, ha detto: «Sono ottimista. Sto lavorando alla lista dei ministri. Sono contento». Contento lui…
Carlo Tarallo
Si va verso il voto estivo, ipotesi 29 luglio
Il Generale Spread colpisce con il caldo e con il caldo si tornerà a votare. Il differenziale con i rendimenti dei titoli di stato tedeschi sfonda quota 300 punti, il doppio del giorno dopo la (mezza) vittoria di Lega e M5s, e sgonfia come un soufflè anche il governo di Mr Spending review, Cottarelli Carlo. Gli uffici del Viminale sono già al lavoro con i calendari e al momento la data più probabile è quella del 29 luglio.
Il merito è del Pd non renziano che capisce già in mattinata che appoggiare il governo Cottarelli sarebbe una specie di marchio di infamia e chiede di andare a votare subito, per evitare di ritrovarsi più avanti con una percentuale a una cifra. Dall'altra parte, Silvio Berlusconi scalpita per presentarsi tutto riabilitato, e il capogruppo di Forza Italia, Anna Maria Bernini, chiede le urne subito. Quindi arriva il renziano Andrea Marcucci, uomo d'impresa e di risparmi, prima che di partito, e chiede lo scioglimento delle Camere. Anche perché ormai è chiaro che si potrebbe pure affidare il governo sedicente «tecnico» a Wolfgang Schäuble e Jens Weidmann, i superfalchi tedeschi, ma Lega e 5 stelle gli sfonderebbero il bilancio approvando a maggioranza in Parlamento tutto il contratto del Governo Negato. E allora la legge dice che per tornare alle urne ci vogliono 45 giorni, che diventano 60 per via del voto all'estero, dallo scioglimento delle Camere. Mattarella potrebbe scioglierle anche domani, dopo la rinuncia del premier incaricato, oppure mandare l'uomo del Fondo monetario a farsi bocciare nel Parlamento italiano.
Certo, avendo votato solo tre mesi fa, gli elenchi dei residenti all'estero sono da aggiornare, ma non dovrebbe essere una fatica improba. In ogni caso, lo schema assai probabile è il seguente: decreto del Viminale che taglia da 60 a 30 giorni i tempi per l'organizzazione del voto all'estero e relative urne a 45 giorni dallo scioglimento delle Camere. Ecco dunque come nasce l'ipotesi al momento più probabile di nuove elezioni il 29 luglio.
Del resto Matteo Salvini e Luigi Di Maio dicono quasi in coro: «Per noi va bene prima possibile». E non usano toni imperativi proprio perché sanno che lo spread, e la minaccia di usare la legislatura appena iniziata come «un referendum abrogativo permanente» (legge Fornero, Jobs Act e Rosatellum compresi) funziona benissimo da sola. Se la corsa contro il tempo saltasse, perché l'ormai imprevedibile Uomo del Colle potrebbe ritenere la data del 29 non di suo gradimento, circola anche l'ipotesi di un surreale voto il 19 agosto, previo scioglimento entro il 19 luglio. E poi, sempre dal ministero che fu di Marco Minniti, ecco filtrare le date più rispettose delle sacre ferie: 9; 16; 23 e 30 settembre. L'ultima sarebbe il giorno dopo il compleanno (numero 82) del Cavaliere, che così potrebbe festeggiare tutta questa serie di insperati regali.
Francesco Bonazzi
È tornato Renzi: «Uniamoci contro gli sfascisti»
Abbandonato (per il momento) il progetto di dare vita a un partito di ispirazione macroniano, Matteo Renzi rilancia sul profilo europeista del Pd, ponendosi a capo del fronte antisovranista, e scarica ogni responsabilità per una crisi, che lui definisce «una pagliacciata», sulle spalle di Salvini e Di Maio. In serata, ospite di Otto e Mezzo su La7, ribadisce ciò che aveva già spiegato nel corso della giornata: «Se lo spread sale ed esplodono i mercati è frutto della cialtroneria di chi ha provato a formare il governo e non ci è riuscito. È allucinante sostenere di uscire dall'euro in un fine settimana». L'ex segretario democratico assicura sostegno al capo dello Stato «vergognosamente insultato», ricorda quando «Napolitano mi cambiò almeno 2 ministri su 16», e annuncia di voler giocare «da mediano» questa nuova partita. Si profila una competizione in piena estate. Renzi non mostra tentennamenti: «Il 29 luglio molti italiani hanno la testa altrove rispetto alle elezioni, ma se si dovrà votare a luglio noi siamo pronti. Se M5s e Lega vogliono mettersi insieme tanti saluti a quelli che dicevano che il M5s è di sinistra».
In precedenza, parlando a Circo Massimo su Radio Capital, l'ex leader aveva assicurato che «le elezioni sono una grandissima occasione. Da un lato gli sfascisti istituzionali dall'altro un fronte ampio guidato dal Pd ma che non sia solo il Pd». Quella del Rottamatore è, nella sostanza, una vera e propria apertura nei confronti delle altre anime della sinistra italiana dopo mesi di liti e scissioni. Sulla leadership non sembrano esserci preclusioni. «Chi sarà il leader?», argomenta, «Deciderà la comunità democratica del Pd. Io darò una mano. Non ripartiamo con Renzi sì, Renzi no. Se gioco mediano», aggiunge, «stavolta va bene lo stesso. Ho giocato centravanti alle europee e alle politiche, con risultati diversi». E alla domanda se il fronte potesse includere anche Berlusconi, il diretto interessato assicura: «Assolutamente no. Chiamatelo Fronte repubblicano o Fronte democratico, anche se la parola Fronte in Italia dal '48 in poi non porta molta fortuna. Insomma chiamatelo come volete. Io dico di mettere insieme una coalizione ampia».
Non sono parole pronunciate a caso. Anzi, arrivano dopo che al Nazareno qualcuno accredita la tesi secondo cui a guidare questo schieramento rinnovato potrebbe essere uno tra Gentiloni, Minniti o Calenda.
E a dare sostanza a questa ipotesi di ricostruzione del centrosinistra c'è il tweet dell'ex presidentessa della Camera, Laura Boldrini: «Di fronte all'attacco al presidente della Repubblica Mattarella e di fronte al rischio di una pericolosa deriva populista e sovranista è necessario che tutte le forze progressiste decidano di allearsi alle prossime elezioni». Prima di lei era stato addirittura Massimo D'Alema a paventare la possibilità di riaprire i canali del dialogo con i democratici: «Il punto di partenza è ricostruire un'alleanza progressista, un'unità della sinistra».
Antonio Ricchio
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Carlo Cottarelli non riesce a formare una squadra di governo e chiede al Colle più tempo. I partiti, compresi i dem, spingono per le elezioni. La Lega tiene unito il centrodestra: l'obiettivo è stravincere e governare da soli. Il Cavaliere ci sta (e mette in riga Mediaset). È tornato Matteo Renzi: «Uniamoci contro gli sfascisti». Il Bullo rialza la cresta e guida gli europeisti: «Basta pagliacciate». Corsa verso le urne. Con un decreto si potrebbe accelerare, ma c'è anche una data surreale: 19 agosto Lo speciale contiene quattro articoli. Forza Italia sembra avere futuro, anche se durante la grande fibrillazione sono venute alla luce in tutta la loro prepotenza le differenze di linguaggio, di metodo e forse di obiettivi tra due partiti che per 20 anni si sono considerati fratelli. Salvini è uscito estenuato dagli 84 giorni di trattative e ha capito che il Movimento 5 stelle è un pianeta multiforme, nel quale ogni decisione viene ridefinita e discussa all'inverosimile. Sa che rimanendo nella coalizione di centrodestra da numero uno (cosa che Silvio Berlusconi gli ha assicurato), sarebbe il naturale candidato premier e avrebbe in tasca la golden share sul futuro governo. Al contrario, ha sperimentato che con Luigi Di Maio e quel 32% di consensi arriverà sempre secondo. Inoltre sa benissimo di essere accettato dai vertici, non dalla base più sinistrorsa del Movimento. La desistenza nei collegi uninominali con i grillini per spartirsi Nord e Sud è affascinante, perfino impressionista. Ma un leghista della prima ora la smonta: « Salvini è pragmatico, sa quando spingere sull'acceleratore e quando frenare. Questo è il tempo della calma». L'altra suggestione, quella di candidare Paolo Savona come indipendente e riproporlo come ministro dell'Economia, è invece percorribile. Lo conferma lo stesso Salvini a Dimartedì (La7): «È il meglio e se tornassimo a votare io gli chiederei di rimettersi a disposizione degli italiani perché può rappresentarli al meglio sui tavoli europei. Non pensavo che si scoprisse che un anziano professore di 82 anni, che ha visto nascere l'euro e l'Europa, che ha lavorato per Bankitalia e poteva dare una mano al giovane Salvini e al giovane Di Maio, fosse un barbaro inviso a Bruxelles. Forse qualcuno non voleva far nascere il governo». Riguardo alla coalizione, fino al 24 giugno (giorno dei ballottaggi delle elezioni amministrative in 797 comuni) non si prevedono colpi di testa, solo una marcatura a uomo per verificare l'effettiva lealtà dell'alleato. Come marito e moglie che escono a cena dopo avere scatenato i rispettivi detective a caccia di amanti, Lega e Forza Italia sanno quali sono i punti deboli del partner. «Li controlleremo non solo sul voto di fiducia a Carlo Cottarelli, ma sull'adesione ai provvedimenti. Vediamo se la tenuta è reale», spiegano i leghisti. Da Palazzo Grazioli ribattono con effetto stereo: «Se proveranno a far passare in commissione assieme ai grillini provvedimenti senza necessità di spesa, bypassando il governo, sarà facile coglierli sul fatto. Sempre che Cottarelli non affondi in rada». Siamo ai teleobiettivi e alle cimici sui lampadari; le prove di fedeltà sono sempre faticose. Il centrodestra regge. Al termine di un vertice con i fedelissimi Anna Maria Bernini, Mara Carfagna, Renato Brunetta, Giorgio Mulè e Mariastella Gelmini, è il Cavaliere a tirare le somme: «Il nostro orizzonte è il centrodestra, abbiamo firmato un programma comune meno di tre mesi fa, votato dalla maggioranza degli elettori». Berlusconi ha apprezzato l'abbassamento dei toni di Salvini su Sergio Mattarella (a differenza di Di Maio) e lo sottolinea: «È una scelta obbligata se pensa di poter fare il premier dopo le prossime elezioni». Una frase che è la chiave di tutto perché sancisce un dato di fatto: in questa fase storica Forza Italia riconosce la Lega come locomotiva dell'alleanza e alla vigilia della campagna elettorale sui pedalò è pronta a sacrificare una percentuale di collegi uninominali per dimostrarlo. Maurizio Gasparri tiene la barra dritta con la consueta grinta. «Il piano A è facile: rispettarsi, fare fronte comune, andare alle elezioni per vincerle sonoramente e governare. Il piano B non esiste, anzi l'unico piano B è Berlusconi». Candidabile e ruggente. In casa centrodestra sono tutti convinti che dalle urne arriverà quel 40% («anche di più») necessario per andare da Mattarella e farsi dare le chiavi del Parlamento. Secondo un sondaggio Swg di ieri la coalizione è su quella quota, con il M5s al 29,5% e il centrosinistra al 23%. Ecco perché, nonostante scappatelle e flirt, il matrimonio tiene. Ecco perché i due leader, preoccupati dall'entità politica degli alimenti, continuano a ripetere: «Dovrà essere lui ad assumersi la responsabilità di rompere». Berlusconi ha deciso di farsi Zen. Non una replica, non una polemica. Neppure su ciò che ha visto lunedì sulle sue televisioni e non gli è piaciuto per niente: la sfilata di Salvini e Di Maio prima da Barbara D'Urso e poi a Matrix per un superspot populista contro il presidente della Repubblica. È singolare che non ne sapesse nulla, ma il suo sconforto di ieri sembrava sincero. Nei saloni di Palazzo Grazioli c'è chi ha parlato di «Mediaset fuori controllo» e della necessità di ripensare alcune scelte. «Il Cavaliere vuole tornare in Senato, non portare il parlamento in casa sua». Troppo caos, troppo spread. Non gli conviene. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-sfila-anche-il-pd-e-cottarelli-evapora-rischia-di-finire-prima-daver-iniziato-2573351106.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="si-sfila-anche-il-pd-e-cottarelli-evapora-rischia-di-finire-prima-daver-iniziato" data-post-id="2573351106" data-published-at="1774143618" data-use-pagination="False"> Si sfila anche il Pd e Cottarelli evapora. Rischia di finire prima d’aver iniziato Carlo Cottarelli rischia di battere il record di (non) durata a Palazzo Chigi di Giuseppe Conte. Il professore foggiano, indicato da Movimento 5 stelle e Lega, è stato premier incaricato per cinque giorni; il tecnico neutrale, chiamato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, potrebbe riuscire nella straordinaria impresa di rinunciare all'incarico dopo appena 48 ore. Il motivo? Cottarelli ieri ha capito che rischiava seriamente di incassare zero voti di fiducia, stabilendo un primato assoluto, insieme ai suoi ministri. Lo ha capito quando il Partito democratico, l'unico che sulla carta avrebbe dovuto assicurargli il sostegno, ha iniziato a tentennare orientandosi per l'astensione. A quel punto, Cottarelli e Mattarella hanno deciso di prendersi altre 24 ore di tempo per tentare di ricondurre i democratici sulla strada del «sì» a questo governo balneare nato già morto. L'ennesima giornata pazza di questa incredibile crisi politica inizia di buon mattino, quando il Quirinale rende noto che Cottarelli è atteso da Mattarella alle quattro e mezza del pomeriggio. È il segnale - concorda tutta la stampa italiana - che la lista dei ministri è pronta. Cottarelli arriva puntualissimo, zainetto d'ordinanza a tracolla, eterno sorriso da passaporto stampato sul viso, e incontra Mattarella. Si attende l'uscita di Cottarelli per conoscere i nomi dei ministri. Intanto la probabilità di una astensione del Partito democratico diventa sempre più concreta. «Per rispettare lo scopo preciso del governo», dice il reggente dem Maurizio Martina, in una riunione alla Camera, «e la sua necessaria neutralità politica, penso sia opportuno che il Pd si astenga sul voto di fiducia». Andrea Orlando, leader della minoranza interna dei democratici, chiede elezioni entro la fine di luglio, seguito a ruota dal capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, e da Lorenzo Guerini. Per votare entro la fine di luglio, il 29, le Camere vanno sciolte tra oggi e domani: quelle dichiarazioni suonano come uno stop clamoroso a Cottarelli e a Mattarella. A quel punto, Cottarelli, invece di presentarsi davanti ai giornalisti in attesa e leggere la lista dei ministri, sparisce. Evapora, si volatilizza. La notizia che Cottarelli ha lasciato di soppiatto il Colle senza sciogliere la riserva è clamorosa, in molti ipotizzano che abbia rinunciato all'incarico. Non ancora, però. Dopo una mezz'oretta di puro caos, arrivano le smentite all'ipotesi che Cottarelli abbia deciso di gettare la spugna. «Il presidente del Consiglio incaricato», dice il consigliere di Mattarella, Giovanni Grasso, «ha riferito al capo dello Stato della situazione. I due si rivedranno domani mattina (oggi per chi legge, ndr)». Non promette bene. Stiamo approfondendo alcune questioni sulla lista dei ministri», dichiara Cottarelli lasciando il Colle, «ma non ci vorrà molto». «Carlo Cottarelli», fa sapere il Quirinale, «ha semplicemente bisogno di più tempo per approfondire alcuni nodi legati alla lista e nessuno ha parlato di rinuncia all'incarico». E allora, che è successo? Perché questo rinvio? È impossibile pensare che Cottarelli e Mattarella non siano d'accordo sulla lista dei ministri, considerato che l'ha scritta il capo dello Stato. L'imprevisto che ha prodotto il rinvio, sarebbe la probabile astensione del Partito democratico. Cottarelli, ma soprattutto alcuni dei suoi probabili ministri, a cominciare da Raffaele Cantone, non sono disposti a passare alla storia come quelli della «fiducia zero». Il Pd deciderà la posizione ufficiale del partito con una direzione che si terrà prima del voto di fiducia, probabilmente oggi pomeriggio, ed è probabile che Mattarella farà in modo che il rischio che Cottarelli non ottenga neanche un voto di fiducia sia scongiurato. A convincere Cottarelli e Mattarella a fare un po' di «melina», ci si è messa pure la corsa al voto a luglio che si è scatenata ieri. Anche 24 ore in più possono essere utilissime per scongiurare la prospettiva di urne aperte il 29 luglio, ipotesi circolata furiosamente ieri pomeriggio. Una data che al Colle non sta bene per niente, perché si rischierebbe un'astensione record, ma che ieri, a sorpresa, alcuni esponenti del Pd hanno iniziato a chiedere attraverso dichiarazioni ufficiali, unendosi così a M5s e Lega (anche se Matteo Salvini e Luigi Di Maio non hanno mai esplicitamente ipotizzato date, ma hanno chiesto il voto il più presto possibile). Perché alcuni esponenti di primo piano del Pd, come Andrea Orlando, Lorenzo Guerini, Andrea Marcucci, ieri hanno letteralmente fatto impazzire Cottarelli e Mattarella, chiedendo il voto a fine luglio? Stando a quanto trapela dai piani alti dem, perché votando immediatamente il Pd ripresenterebbe le liste esattamente uguali a quelle del 4 marzo, senza impegolarsi in un braccio di ferro interno dalle conseguenze imprevedibili. Con i tempi che corrono, già per gli eletti la riconferma è a rischio, figuriamoci cosa succederebbe se si riaprisse il dossier «candidature», tra listini bloccati, collegi blindati e così via. Anche Matteo Orfini e, soprattutto , Maria Elena Boschi, che rischierebbero di essere depennati dalle liste, ieri avrebbero lavorato per il voto a fine luglio, e dunque per spingere Cottarelli a rinunciare all'incarico. C'è chi racconta di telefonate «terrorizzanti» ricevute da alcuni dei ministri in pectore, ai quali veniva suggerito di non entrare a far parte del governo. In ogni caso, oggi (salvo altri imprevisti) il governo neutrale dovrebbe vedere la luce. In serata, Cottarelli, sempre ridendo, ha detto: «Sono ottimista. Sto lavorando alla lista dei ministri. Sono contento». Contento lui… Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-sfila-anche-il-pd-e-cottarelli-evapora-rischia-di-finire-prima-daver-iniziato-2573351106.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-va-verso-il-voto-estivo-ipotesi-29-luglio" data-post-id="2573351106" data-published-at="1774143618" data-use-pagination="False"> Si va verso il voto estivo, ipotesi 29 luglio Il Generale Spread colpisce con il caldo e con il caldo si tornerà a votare. Il differenziale con i rendimenti dei titoli di stato tedeschi sfonda quota 300 punti, il doppio del giorno dopo la (mezza) vittoria di Lega e M5s, e sgonfia come un soufflè anche il governo di Mr Spending review, Cottarelli Carlo. Gli uffici del Viminale sono già al lavoro con i calendari e al momento la data più probabile è quella del 29 luglio. Il merito è del Pd non renziano che capisce già in mattinata che appoggiare il governo Cottarelli sarebbe una specie di marchio di infamia e chiede di andare a votare subito, per evitare di ritrovarsi più avanti con una percentuale a una cifra. Dall'altra parte, Silvio Berlusconi scalpita per presentarsi tutto riabilitato, e il capogruppo di Forza Italia, Anna Maria Bernini, chiede le urne subito. Quindi arriva il renziano Andrea Marcucci, uomo d'impresa e di risparmi, prima che di partito, e chiede lo scioglimento delle Camere. Anche perché ormai è chiaro che si potrebbe pure affidare il governo sedicente «tecnico» a Wolfgang Schäuble e Jens Weidmann, i superfalchi tedeschi, ma Lega e 5 stelle gli sfonderebbero il bilancio approvando a maggioranza in Parlamento tutto il contratto del Governo Negato. E allora la legge dice che per tornare alle urne ci vogliono 45 giorni, che diventano 60 per via del voto all'estero, dallo scioglimento delle Camere. Mattarella potrebbe scioglierle anche domani, dopo la rinuncia del premier incaricato, oppure mandare l'uomo del Fondo monetario a farsi bocciare nel Parlamento italiano. Certo, avendo votato solo tre mesi fa, gli elenchi dei residenti all'estero sono da aggiornare, ma non dovrebbe essere una fatica improba. In ogni caso, lo schema assai probabile è il seguente: decreto del Viminale che taglia da 60 a 30 giorni i tempi per l'organizzazione del voto all'estero e relative urne a 45 giorni dallo scioglimento delle Camere. Ecco dunque come nasce l'ipotesi al momento più probabile di nuove elezioni il 29 luglio. Del resto Matteo Salvini e Luigi Di Maio dicono quasi in coro: «Per noi va bene prima possibile». E non usano toni imperativi proprio perché sanno che lo spread, e la minaccia di usare la legislatura appena iniziata come «un referendum abrogativo permanente» (legge Fornero, Jobs Act e Rosatellum compresi) funziona benissimo da sola. Se la corsa contro il tempo saltasse, perché l'ormai imprevedibile Uomo del Colle potrebbe ritenere la data del 29 non di suo gradimento, circola anche l'ipotesi di un surreale voto il 19 agosto, previo scioglimento entro il 19 luglio. E poi, sempre dal ministero che fu di Marco Minniti, ecco filtrare le date più rispettose delle sacre ferie: 9; 16; 23 e 30 settembre. L'ultima sarebbe il giorno dopo il compleanno (numero 82) del Cavaliere, che così potrebbe festeggiare tutta questa serie di insperati regali. Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/si-sfila-anche-il-pd-e-cottarelli-evapora-rischia-di-finire-prima-daver-iniziato-2573351106.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-tornato-renzi-uniamoci-contro-gli-sfascisti" data-post-id="2573351106" data-published-at="1774143618" data-use-pagination="False"> È tornato Renzi: «Uniamoci contro gli sfascisti» Abbandonato (per il momento) il progetto di dare vita a un partito di ispirazione macroniano, Matteo Renzi rilancia sul profilo europeista del Pd, ponendosi a capo del fronte antisovranista, e scarica ogni responsabilità per una crisi, che lui definisce «una pagliacciata», sulle spalle di Salvini e Di Maio. In serata, ospite di Otto e Mezzo su La7, ribadisce ciò che aveva già spiegato nel corso della giornata: «Se lo spread sale ed esplodono i mercati è frutto della cialtroneria di chi ha provato a formare il governo e non ci è riuscito. È allucinante sostenere di uscire dall'euro in un fine settimana». L'ex segretario democratico assicura sostegno al capo dello Stato «vergognosamente insultato», ricorda quando «Napolitano mi cambiò almeno 2 ministri su 16», e annuncia di voler giocare «da mediano» questa nuova partita. Si profila una competizione in piena estate. Renzi non mostra tentennamenti: «Il 29 luglio molti italiani hanno la testa altrove rispetto alle elezioni, ma se si dovrà votare a luglio noi siamo pronti. Se M5s e Lega vogliono mettersi insieme tanti saluti a quelli che dicevano che il M5s è di sinistra». In precedenza, parlando a Circo Massimo su Radio Capital, l'ex leader aveva assicurato che «le elezioni sono una grandissima occasione. Da un lato gli sfascisti istituzionali dall'altro un fronte ampio guidato dal Pd ma che non sia solo il Pd». Quella del Rottamatore è, nella sostanza, una vera e propria apertura nei confronti delle altre anime della sinistra italiana dopo mesi di liti e scissioni. Sulla leadership non sembrano esserci preclusioni. «Chi sarà il leader?», argomenta, «Deciderà la comunità democratica del Pd. Io darò una mano. Non ripartiamo con Renzi sì, Renzi no. Se gioco mediano», aggiunge, «stavolta va bene lo stesso. Ho giocato centravanti alle europee e alle politiche, con risultati diversi». E alla domanda se il fronte potesse includere anche Berlusconi, il diretto interessato assicura: «Assolutamente no. Chiamatelo Fronte repubblicano o Fronte democratico, anche se la parola Fronte in Italia dal '48 in poi non porta molta fortuna. Insomma chiamatelo come volete. Io dico di mettere insieme una coalizione ampia». Non sono parole pronunciate a caso. Anzi, arrivano dopo che al Nazareno qualcuno accredita la tesi secondo cui a guidare questo schieramento rinnovato potrebbe essere uno tra Gentiloni, Minniti o Calenda. E a dare sostanza a questa ipotesi di ricostruzione del centrosinistra c'è il tweet dell'ex presidentessa della Camera, Laura Boldrini: «Di fronte all'attacco al presidente della Repubblica Mattarella e di fronte al rischio di una pericolosa deriva populista e sovranista è necessario che tutte le forze progressiste decidano di allearsi alle prossime elezioni». Prima di lei era stato addirittura Massimo D'Alema a paventare la possibilità di riaprire i canali del dialogo con i democratici: «Il punto di partenza è ricostruire un'alleanza progressista, un'unità della sinistra».Antonio Ricchio
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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