- L’ex membro della task force rivela alla commissione Covid: «Obbligo non necessario, la gente non si fida più». Poi critica l’Ue: «Ho visto medici russi, mentre Bruxelles si interessava solo alle fiale». E sulla linea dura: «Che errore punire chi era in spiaggia».
- L’incredibile caso di un legale che dovrà affrontare un ricorso svela la persecuzione.
Lo speciale contiene due articoli.
«I piani pandemici vanno aggiornati». «Io non direi mai che è necessario un obbligo vaccinale». «Non ricordo un medico dell’Unione europea che sia venuto nel primo periodo, nella prima fase, quando noi eravamo in difficoltà». Sono alcune delle dichiarazioni del professor Giovanni Rezza che emergono dai verbali desecretati ieri, relativi dell’audizione dello scorso 29 aprile. In commissione parlamentare d’inchiesta a deporre era l’epidemiologo, già dirigente di ricerca dell’Istituto superiore di sanità, nonché componente della task force coronavirus, attualmente professore straordinario in igiene e sanità pubblica all’università Vita-Salute San Raffaele.
Il professore, che ha tenuto a sottolineare, «io ero un ricercatore e non un funzionario ministeriale. Non sono a conoscenza di essere sottoposto a indagini e non sono stato mai imputato in procedimenti penali», prima di passare in rassegna le prime fasi della gestione pandemica si è soffermato sull’origine del virus Covid-19. «Possiamo escludere completamente che ci sia stato l’incidente in laboratorio? Non possiamo escluderlo completamente», dichiara.
Sostiene di aver capito «immediatamente che non saremmo riusciti a contenere questo focolaio». Aggiunge: «Il 22 gennaio un comunicato stampa Oms dice: c’è trasmissione interumana. L’Ecd di Stoccolma parla di rischio pandemico basso. Come si fa a dire rischio pandemico basso, quando sappiamo che è un virus che si trasmette da persona a persona?».
Già, ma se la task force era stata istituita il 22 gennaio e se Rezza considerava il rischio pandemico alto, perché non si è battuto per prendere misure più incisive? Soprattutto perché spiega di aver detto: «Se il Covid arriva nel momento in cui c’è il picco influenzale, siccome i sintomi possono essere confusi (quante persone sviluppano il Covid in forma grave? Poche rispetto a tutte quelle che invece si ammalano in maniera asintomatica e in forma non grave), sarà la tempesta perfetta. E questo è avvenuto […] in assenza di test di massa, non si riuscì a identificare i primi casi».
Quando si presentò il problema dei cinesi che rientravano in Italia, il professore dichiara che «sinceramente ero favorevole a quarantenarli, nel senso di non farli andare a scuola subito, ma questo non successe». Rispondendo al presidente della commissione, Marco Lisei, ribadisce: «Disporre la quarantena per tutti quelli che arrivavano dalla Cina era una misura decisamente impossibile da attuare. Se l’avessero chiesto a me e avessi potuto decidere, forse l’avrei anche fatto».
Nel frattempo, prima della notte del 20-21 febbraio 2020, quando al San Matteo di Pavia c’è il primo paziente positivo al Covid, funzionava «una attività di sorveglianza sui casi gravi, che era un adattamento del sistema di sorveglianza dell’influenza […] Tutte le Sari, cioè le infezioni gravi, testate risultarono dopo negative. Con l’ordinanza n. 640 qualcosa è cambiato […] Però è chiaro che per un po’ di tempo…» si è fatto ben poco, lascia intendere Rezza.
«Penso che l’Italia, come altri Paesi europei, sia arrivata non del tutto preparata ad affrontare questa pandemia», dichiara. E andavano aggiornati i piani pandemici, lo ribadisce più volte anche dopo una precisa domanda del senatore Guido Liris (Fdi). «Un piano pandemico non deve essere solo scritto sulla carta, ma dev’essere applicato in ogni fase, anche durante quella interpandemica. Le scorte di farmaci e tutto il resto devono essere preparate nel momento in cui non abbiamo ancora l’evento pandemico in atto», evidenzia l’endocrinologo.
Il piano del 2006 dice che era influenzale, con parti utilizzabili e parti no, però a una domanda di Alberto Bagnai della Lega risponde: «Di fatto, con l’ultimo piano pandemico, quello del 2021, già si prendeva in considerazione il Covid, anche se continuava a essere un Panflu, cioè un piano pandemico influenzale».
Riferendosi al prossimo dichiara che «sono previste azioni nei confronti di tutti i virus respiratori, perché alla fine le azioni che si possono fare sono sempre quelle». Quindi, anche se solo influenzale, un piano pandemico aggiornato e applicato avrebbe fatto la differenza.
Sui dispositivi di protezione individuale ha dato ragione a Ignazio Zullo di Fdi: «Il nostro Paese era impreparato». Così pure ha riconosciuto che «sui medici di medicina generale effettivamente c’è il problema, che io credo sia molto datato, di cercare di rafforzare la sanità territoriale».
Una stoccata l’ha rivolta a Ursula von der Leyen. «Io non ricordo un medico dell’Unione europea che sia venuto nel primo periodo, nella prima fase, quando noi eravamo in difficoltà. Sono arrivati i russi (non so cosa abbiano fatto, ma sono arrivati); sono arrivati gli albanesi; ricordo anche i medici cubani. Però l’Unione europea non ha reagito granché bene e su questo penso che non ci siano molti dubbi […] la Ue si è mossa solo al momento dell’acquisto dei vaccini».
Spiega il limite dei dati aggregati, che venivano presentati ogni giorno in sede di Protezione civile: «C’è una differenza fra i dati aggregati e i dati individuali […] quei casi aggregati vengono segnalati per data di segnalazione e di diagnosi al massimo, ma non per data di comparsa». Ma rivendica la scelta di aver affidato la realizzazione dei modelli previsionali sulla diffusione del virus: «Fui io stesso a indicare la fondazione Bruno Kessler, perché ne conoscevo il valore».
Ha spiegato che «la task force era sostanzialmente un gruppo di lavoro con figure istituzionali» e alla domanda di Alfonso Colucci (M5s) su «qual è stata l’esigenza tecnica di sostituirla», Rezza ha risposto: «Quando è stato nominato il Cts, quella fu una nomina più politica». La politica, dunque, si è imposta sulla scienza.
Lo si comprende dalle parole del professore quando parla di vaccini Covid, anche se non erano oggetto di audizione: «Io non direi mai che è necessario un obbligo vaccinale; direi che è necessario mantenere alte le coperture vaccinali. Dopodiché, obbligo o non obbligo lo decide la politica».
Il suo pensiero è ancor più chiaro: «Quando mai in Inghilterra hanno reso obbligatori i vaccini? Però ottengono comunque delle coperture vaccinali molto elevate. Ciò dipende molto anche dalla credibilità delle istituzioni, da quanto la gente ci crede. C’è poco da fare: negli ultimi anni da noi c’è stata una perdita di credibilità delle istituzioni e dobbiamo fare un po’ tutti autocritica».
Critica riferita anche all’eccessiva partecipazione di nostri esperti a programmi televisivi: «Abbiamo visto come spesso fossero anche in contraddizione fra di loro, fino ad arrivare addirittura a una competizione l’uno con l’altro».
Così pure ammette, parlando delle misure restrittive e rispondendo a Francesco Boccia (Pd): «A volte, si è peccato più per eccesso che per difetto, diciamo la verità; pensiamo al divieto che una persona potesse andare sulla spiaggia da sola».
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