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2018-05-08
Ordinaria immigrazione: botte e rivolte
ANSA
Non sono storie adatte per una fiction Rai intrisa di buoni sentimenti. Non sono materiale maneggiabile da registi e sceneggiatori che puntano a vincere qualche festival internazionale. Sono faccende piccine, che toccano la vita di persone comuni e dunque non interessano quasi a nessuno. Sono vicende di ordinaria immigrazione, brutali nella loro verità, dolorose ma oscurate, perché mostrano il volto reale del Paese che, secondo il premier Paolo Gentiloni, ha «bisogno degli immigrati». Cominciamo il nostro viaggio a bordo di un treno, il regionale 18058 partito domenica pomeriggio dalla stazione di Milano Porta Garibaldi. A bordo c'è un poliziotto di una quarantina d'anni, originario di Verbania. Sale a bordo alle 14.30, deve andare a Lecco, dove prenderà servizio alle 19. Il suo viaggio procede tranquillo per alcune fermate, almeno fino a quando il capotreno non decide di compiere un gesto assurdo: chiedere il biglietto a un immigrato.
Già, il controllore si è permesso di avvicinare un giovane nigeriano, invitandolo a mostrare il cartoncino timbrato. Scelta folle, non trovate? Perché mai un capotreno dovrebbe pretendere che un passeggero compri il biglietto? Di fronte all'allucinante richiesta, il nigeriano si mette a inveire, a insultare il capotreno e gli altri passeggeri presenti a bordo. Ed è qui che interviene il poliziotto. Benché non sia ancora in servizio, si alza e si mette a fare il suo dovere, cercando di riportare la calma. Il treno è ormai giunto nei pressi di Arcore, l'agente prova a convincere il nigeriano a sedersi e a star buono. Solo che il giovane immigrato non è solo. Nel vagone c'è una decina di suoi connazionali. Il gruppo si dirige con rabbia verso il poliziotto, e comincia a pestarlo. Dopo aver bloccato il capotreno, i nigeriani picchiano l'agente, cercando pure di rubargli il portafogli. Alla stazione di Carnate, i picchiatori scappano, lasciando l'agente a terra, cosciente ma coperto di sangue. La banda viene bloccata poco dopo, alla stazione di Calolziocorte, nel Lecchese. Due degli aggressori nigeriani vengono individuati e arrestati. Sono due signori di 24 e 25 anni, entrambi regolarmente presenti sul territorio italiano. Si sentivano in diritto di viaggiare gratis, tanto da aggredire un controllore e pestare a sangue un agente di polizia.
Questa però è solo la prima storia. Il nostro viaggio prosegue, stavolta ci spostiamo a Nord, a Treviso. Il nuovo protagonista è un marocchino di 50 anni. Nel 2015 è stato condannato a 18 mesi di reclusione (pena sospesa) per spaccio. L'anno dopo si è trovato a dover rinnovare il permesso di soggiorno e si è presentato in Questura a Treviso con un bel plico di documenti, tra cui un'istanza di riabilitazione, tutti falsi. Ovviamente, il permesso di soggiorno gli è stato negato, e la Questura ha pure rilevato la «pericolosità sociale» del marocchino.
Il quale, però, ha presentato ricorso al Tar contro il mancato rinnovo. E, indovinate un po', il Tribunale amministrativo gli ha dato ragione. Lo spacciatore socialmente pericoloso deve rimanere in Italia, e sapete perché? Perché ha 7 figli residenti nel nostro Paese, di cui alcuni minorenni. Dunque non possiamo liberarcene, deve poter rimanere qui onde provvedere ai suoi pargoli. Poco importa se, per portare il pane in casa, gli toccherà vendere droga. Vi viene il voltastomaco? Beh, il vostro mal di pancia sarà sempre meno grave di quello patito dai poveri profughi ospiti del centro d'accoglienza di via Taddeo da Sessa, a Napoli. Ieri hanno inscenato una rivolta, sono scesi in strada a protestare per via del cibo scadente fornito nella struttura.
Nulla di strano, non temete: di manifestazioni del genere se ne vedono ogni settimana in ogni parte d'Italia. Vogliono farci credere che il problema siano soltanto gli sbarchi di massa, ma la verità - come ha notato pure uno studio dell'Ispi fresco di pubblicazione - è che i guai più grossi ci derivano dalla gestione delle migliaia e migliaia di persone già presenti sul suolo italiano. Tra queste, tanto per restare nei dintorni di Napoli, ci sono anche i due ghanesi Ernest Mumufie e Jonson Yaw. Li hanno arrestati ieri, il primo è stato fermato mentre presentava richiesta per ottenere il permesso di soggiorno. Volete sapere che cosa hanno fatto?
Lo scorso ottobre sono entrati in casa di un loro connazionale, e lo hanno sequestrato davanti allo sguardo terrorizzato della moglie e dei figli piccoli. Lo hanno rapito a scopo di estorsione: a quanto pare, per restituirlo ai suoi cari, volevano ben 50 euro. Anche questa è una storia atroce, ma lo squallore è il filo conduttore di queste giornate di ordinaria immigrazione.
Lo si respira a Parma, dove è appena stata arrestata dalla polizia una trentenne nigeriana. Era scesa in strada, giovedì sera, in evidente stato di alterazione. Aveva in braccio la figlia di un anno, sbraitava, e quando sono arrivati gli agenti ha cercato di strangolare la piccola con una canottiera arrotolata. Lo squallore si avverte pure a Milano, dove è stato arrestato un romeno di 30 anni. La sera del 26 aprile, durante una rissa nel quartiere «multietnico» di via Padova, aveva ammazzato un connazionale a pugni. Nelle stesse ore, poco lontano, due marocchini si davano alla pazza gioia rapinando ragazzine e accoltellando i passanti, tra cui un bengalese di 23 anni, ammazzato con una pugnalata al torace.
Sono storie normali, che passano quasi inosservate. Dopo tutto, ieri i grandi giornali dovevano occuparsi dei 105 migranti che si trovano da oltre un giorno a bordo della nave Astral della Ong Proactiva open arms. Gli spiriti candidi di casa nostra sono angosciati perché queste persone versano in condizioni igieniche precarie, donne e bimbi compresi. «Nessuno li vuole», titolava Repubblica ieri. Ma sapete perché non sbarcano? Perché le autorità italiane sono crudeli e vogliono farli morire? No. Sono rimasti oltre 24 ore in mezzo al mare perché gli spagnoli di Proactiva si rifiutano di affidare i migranti alla guardia costiera libica: «Sarebbe un respingimento illegale di richiedenti asilo», dicono.
La guardia costiera italiana (che ha istruito e formato i libici) ha dato precise indicazioni, ma le Ong se ne fregano, come già avvenuto in un caso analogo qualche mese fa. Si sentono in diritto di decidere dove e come debbono essere portati gli stranieri partiti dalla Libia. Vogliono che arrivino tutti in Italia, in modo che il disastro migratorio prosegua. E noi non possiamo opporci in alcun modo, dobbiamo assistere a queste scene grottesche.
Se le partenze dalla Libia sono diminuite lo dobbiamo (anche) alla guardia costiera locale. Come ha scritto l'Ispi, tale diminuzione (che probabilmente avrà vita breve) ha prodotto anche un calo delle morti in mare. Ma alle Ong non interessa. Vogliono dettare legge, e guai a toccarle. L'ordinaria immigrazione deve proseguire, non importa quanto sia squallida, dolorosa o violenta.
«Ne arriveranno ancora e l’Ue non ci aiuterà»
Arriveranno sempre meno immigrati? Non ce n'è alcuna certezza. Il nostro sistema dell'accoglienza potrà beneficiare del calo degli arrivi? No, siamo comunque al collasso. La diminuzione degli sbarchi causa comunque meno morti in mare? Decisamente sì. Sembra un po' un boomerang il documento in 10 punti dell'Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), che vorrebbe proporre un fact checking accurato sul tema immigrazione per smentire i soliti «populisti». Ma i risultati vanno decisamente al di là delle intenzioni, dato che dimostrano cose niente affatto scontate riguardo al tema immigratorio.
«Dallo scorso luglio gli sbarchi di migranti sulle coste italiane si sono significativamente ridotti, ma l'Italia e l'Europa sono ancora alle prese con le conseguenze dell'arrivo di quasi 2 milioni di migranti lungo rotte irregolari negli ultimi cinque anni», spiegano i ricercatori Matteo Villa, Elena Corradi e Antonio Villafranca, che aggiungono: «Il sistema di accoglienza italiano rimane sotto pressione, gli altri governi Ue continuano a dimostrarsi poco solidali, e l'integrazione di rifugiati e richiedenti asilo resta una sfida».
Tradotto: l'invasione c'è, nonostante il rallentamento degli arrivi. E l'Italia è già piena, né ha le risorse per integrare i nuovi venuti, e forse neanche quelli vecchi. Occhio, poi, a considerare l'emergenza finita: «I dati relativi ai primi mesi dell'anno (quelli invernali) risultano tuttavia poco indicativi del livello dei flussi nei mesi successivi», spiega l'Ispi. Del resto, ci sono già tanti problemi a smaltire quelli arrivati sin qui: «Continuando a esaminare le richieste agli stessi ritmi del 2017, l'Italia avrebbe bisogno di più di un anno e mezzo senza sbarchi per dare una risposta a tutti i richiedenti asilo», leggiamo nel documento. Inoltre, «il sistema è ancora lontano dall'offrire un numero sufficiente di posti rispetto alle richieste d'asilo».
In compenso, «il calo delle partenze ha ridotto drasticamente il numero assoluto di persone che perde la vita durante la traversata». Almeno un risultato, quindi, lo abbiamo raggiunto: ci sono meno morti in mare. Evitare gli sbarchi salva delle vite. L'Ispi mette poi nero su bianco un altro tema che figura spesso nelle agende dei movimenti anti immigrazione, almeno quelli dell'Europa meridionale: Bruxelles ci lascia soli con l'emergenza. Leggiamo nel rapporto: «La solidarietà europea sul fronte dei ricollocamenti “vale" oggi solo il 4% degli sforzi italiani. Oltre al fallimento dei ricollocamenti, gli aiuti europei coprono solo una minima parte delle spese italiane: nel 2017, per esempio, gli aiuti Ue ammontavano a meno del 2% dei costi incorsi dallo Stato italiano per gestire il fenomeno migratorio». Una volta tanto, quindi, il fact checking funziona davvero.
Adriano Scianca
Dalla poesia al tennis: gli inutili corsi pagati agli stranieri
Mentre la scuola italiana pare ormai avviata a divenire una specie di zoo o riformatorio (vedi i recenti casi di bullismo sugli insegnanti) il ministero dell'Istruzione, a vocazione renziana, ha pensato bene per tutta risposta d'inventarsi il progetto «Porte d'Europa». Si tratta di un concorso che coinvolgerà più di 12000 studenti, tra i 16 e i 18 anni, in Italia e parte d'Europa. I ragazzi dovranno esprimere la loro empatia verso gli immigrati «con scritti, disegni, fotografie, video o prodotti multimediali»; i migliori poi andranno in gita premio alla Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione che si svolge, dal 2016, ogni 3 ottobre a Lampedusa (odierna porta d'Europa appunto). Questo progetto - che fa scrivere a scuola la parola immigrazione con un bel cuore sulla «i» - vuole anzitutto «promuovere occasioni di apprendimento e sensibilizzazione sul tema dei diritti umani, delle migrazioni e dei diritti dei migranti, nella prospettiva di scuole ambasciatrici dell'accoglienza e dell'integrazione», inoltre auspica che «al rientro dalla Giornata della memoria, gli studenti svolgano attività di disseminazione dell'esperienza all'interno delle scuole di appartenenza».
L'idea ministeriale è che gli studenti, disseminando i discorsi sull'inclusione appresi a suon di fanfara a Lampedusa, eviteranno di disseminare altro sui malcapitati professori. Ma i concorsi culturali possono tornare utili anche per gestire i migranti. Per esempio a Milano, dove s'impone drammatico il problema della sicurezza notturna della città (più adatta ormai a Jena Plissken che al milanese tipo), secondo alcuni una soluzione efficace può venire dalla poesia. All'interno del Festival di poesia internazionale organizzato dal Mudec questo 12 maggio, i migranti africani della cooperativa «Finis Terrae» presenteranno una loro rielaborazione lirica delle canzoni della tradizione italiana (speriamo solo non alla maniera di Amici miei con «Ma vaffanzum»). Lo scopo precipuo è quello di aiutarli a «superare un ostacolo all'inclusione ossia l'uso del congiuntivo» che, in effetti, per un migrante è l'unico vero grattacapo in Italia.
C'è poi il concorso «Dimmi» (acronimo per Diari multimediali migranti) che premia il miglior racconto autobiografico a tema migratorio, anche redatto in lingua non italiana, pubblicandolo presso un editore di livello nazionale; l'intento è di «valorizzare il patrimonio culturale rappresentato dalla narrazione di sé delle persone di origine straniera. Bene necessario per costruire una memoria collettiva che appartenga a tutti i cittadini». Qui evidentemente del congiuntivo non frega a nessuno, anzi guai ad azzeccarlo se si vuol vincere, dato che «si consiglia di preservare la forma autentica, non verrà dato peso ad eventuali incertezze linguistiche e grammaticali».
Se la letteratura non piace o i concorsi stressano - tranquilli - la Caritas di Firenze, aiutata prontamente dal comune, offre ai suoi ospiti nordafricani dei corsi gratuiti di tennis, nemmeno da tavolo, con tale motivazione: «Dar loro la possibilità di apprendere uno sport ancora non molto diffuso nei rispettivi paesi d'origine» (a quando il golf o il curling?). Forse il passo successivo - dopo le muse e lo sport - sarà quello degli animali, della pet therapy: ninnare i migranti a dorso di cavallo oppure far loro accarezzare le pecore, per rasserenarli, come si fa in certe nevropatie. Insomma in giro per l'Italia ci sono iniziative, tra il culturale e il ricreativo, per tutti i gusti e tutte le tasche (tanto paga sempre Pantalone); un migrante ha solo l'imbarazzo della scelta in base al ticchio del momento: si va dall'archeologia allo yoga; dalla recitazione al giardinaggio; dal ballo all'apicoltura.
Sarebbe da riderci su, se non fosse che tali attività costano fior di quattrini, oltre al tempo e al personale; risorse che potrebbero essere impiegate assai più utilmente. Sì perché l'altra faccia - dietro ai sorrisi buonisti dell'integrazione - è quella seria del giro d'affari, dei fondi nazionali ed europei a sostegno dei migranti: un tesoretto stimato intorno ai 100 milioni. La beffa finale di tutti questi corsi e concorsi è che, essendo molto ben pubblicizzati in rete, visti attraverso uno schermo dall'altra parte del Mediterraneo, fanno sembrare l'Italia il Paese dei balocchi. Un paese dove però alla fine gli asini (con cui fare pelli di tamburo) siamo solo noi.
Marco Lanterna
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Su un treno regionale lombardo un gruppo di nigeriani senza biglietto pesta a sangue un poliziotto. A Treviso uno spacciatore marocchino non viene espulso perché padre di sette figli. Ecco cosa producono le frontiere aperte. Il documento dell'Ispi che vorrebbe proporre un fact checking accurato sul tema immigrazione per smentire le «bufale» sugli sbarchi fornisce un rendiconto opposto: «Ne arriveranno ancora e l'Ue non ci aiuterà». Il ministero dell'Istruzione organizza un concorso che coinvolgerà più di 12.000 studenti, tra i 16 e i 18 anni, in cui i ragazzi dovranno esprimere la loro empatia verso gli immigrati. Intanto per i richiedenti asilo spuntano iniziative assurde in nome dell'integrazione, come a Firenze dove la Caritas offre ai suoi ospiti nordafricani dei corsi gratuiti di tennis. Lo speciale contiene tre articoli. Non sono storie adatte per una fiction Rai intrisa di buoni sentimenti. Non sono materiale maneggiabile da registi e sceneggiatori che puntano a vincere qualche festival internazionale. Sono faccende piccine, che toccano la vita di persone comuni e dunque non interessano quasi a nessuno. Sono vicende di ordinaria immigrazione, brutali nella loro verità, dolorose ma oscurate, perché mostrano il volto reale del Paese che, secondo il premier Paolo Gentiloni, ha «bisogno degli immigrati». Cominciamo il nostro viaggio a bordo di un treno, il regionale 18058 partito domenica pomeriggio dalla stazione di Milano Porta Garibaldi. A bordo c'è un poliziotto di una quarantina d'anni, originario di Verbania. Sale a bordo alle 14.30, deve andare a Lecco, dove prenderà servizio alle 19. Il suo viaggio procede tranquillo per alcune fermate, almeno fino a quando il capotreno non decide di compiere un gesto assurdo: chiedere il biglietto a un immigrato. Già, il controllore si è permesso di avvicinare un giovane nigeriano, invitandolo a mostrare il cartoncino timbrato. Scelta folle, non trovate? Perché mai un capotreno dovrebbe pretendere che un passeggero compri il biglietto? Di fronte all'allucinante richiesta, il nigeriano si mette a inveire, a insultare il capotreno e gli altri passeggeri presenti a bordo. Ed è qui che interviene il poliziotto. Benché non sia ancora in servizio, si alza e si mette a fare il suo dovere, cercando di riportare la calma. Il treno è ormai giunto nei pressi di Arcore, l'agente prova a convincere il nigeriano a sedersi e a star buono. Solo che il giovane immigrato non è solo. Nel vagone c'è una decina di suoi connazionali. Il gruppo si dirige con rabbia verso il poliziotto, e comincia a pestarlo. Dopo aver bloccato il capotreno, i nigeriani picchiano l'agente, cercando pure di rubargli il portafogli. Alla stazione di Carnate, i picchiatori scappano, lasciando l'agente a terra, cosciente ma coperto di sangue. La banda viene bloccata poco dopo, alla stazione di Calolziocorte, nel Lecchese. Due degli aggressori nigeriani vengono individuati e arrestati. Sono due signori di 24 e 25 anni, entrambi regolarmente presenti sul territorio italiano. Si sentivano in diritto di viaggiare gratis, tanto da aggredire un controllore e pestare a sangue un agente di polizia. Questa però è solo la prima storia. Il nostro viaggio prosegue, stavolta ci spostiamo a Nord, a Treviso. Il nuovo protagonista è un marocchino di 50 anni. Nel 2015 è stato condannato a 18 mesi di reclusione (pena sospesa) per spaccio. L'anno dopo si è trovato a dover rinnovare il permesso di soggiorno e si è presentato in Questura a Treviso con un bel plico di documenti, tra cui un'istanza di riabilitazione, tutti falsi. Ovviamente, il permesso di soggiorno gli è stato negato, e la Questura ha pure rilevato la «pericolosità sociale» del marocchino. Il quale, però, ha presentato ricorso al Tar contro il mancato rinnovo. E, indovinate un po', il Tribunale amministrativo gli ha dato ragione. Lo spacciatore socialmente pericoloso deve rimanere in Italia, e sapete perché? Perché ha 7 figli residenti nel nostro Paese, di cui alcuni minorenni. Dunque non possiamo liberarcene, deve poter rimanere qui onde provvedere ai suoi pargoli. Poco importa se, per portare il pane in casa, gli toccherà vendere droga. Vi viene il voltastomaco? Beh, il vostro mal di pancia sarà sempre meno grave di quello patito dai poveri profughi ospiti del centro d'accoglienza di via Taddeo da Sessa, a Napoli. Ieri hanno inscenato una rivolta, sono scesi in strada a protestare per via del cibo scadente fornito nella struttura. Nulla di strano, non temete: di manifestazioni del genere se ne vedono ogni settimana in ogni parte d'Italia. Vogliono farci credere che il problema siano soltanto gli sbarchi di massa, ma la verità - come ha notato pure uno studio dell'Ispi fresco di pubblicazione - è che i guai più grossi ci derivano dalla gestione delle migliaia e migliaia di persone già presenti sul suolo italiano. Tra queste, tanto per restare nei dintorni di Napoli, ci sono anche i due ghanesi Ernest Mumufie e Jonson Yaw. Li hanno arrestati ieri, il primo è stato fermato mentre presentava richiesta per ottenere il permesso di soggiorno. Volete sapere che cosa hanno fatto? Lo scorso ottobre sono entrati in casa di un loro connazionale, e lo hanno sequestrato davanti allo sguardo terrorizzato della moglie e dei figli piccoli. Lo hanno rapito a scopo di estorsione: a quanto pare, per restituirlo ai suoi cari, volevano ben 50 euro. Anche questa è una storia atroce, ma lo squallore è il filo conduttore di queste giornate di ordinaria immigrazione. Lo si respira a Parma, dove è appena stata arrestata dalla polizia una trentenne nigeriana. Era scesa in strada, giovedì sera, in evidente stato di alterazione. Aveva in braccio la figlia di un anno, sbraitava, e quando sono arrivati gli agenti ha cercato di strangolare la piccola con una canottiera arrotolata. Lo squallore si avverte pure a Milano, dove è stato arrestato un romeno di 30 anni. La sera del 26 aprile, durante una rissa nel quartiere «multietnico» di via Padova, aveva ammazzato un connazionale a pugni. Nelle stesse ore, poco lontano, due marocchini si davano alla pazza gioia rapinando ragazzine e accoltellando i passanti, tra cui un bengalese di 23 anni, ammazzato con una pugnalata al torace. Sono storie normali, che passano quasi inosservate. Dopo tutto, ieri i grandi giornali dovevano occuparsi dei 105 migranti che si trovano da oltre un giorno a bordo della nave Astral della Ong Proactiva open arms. Gli spiriti candidi di casa nostra sono angosciati perché queste persone versano in condizioni igieniche precarie, donne e bimbi compresi. «Nessuno li vuole», titolava Repubblica ieri. Ma sapete perché non sbarcano? Perché le autorità italiane sono crudeli e vogliono farli morire? No. Sono rimasti oltre 24 ore in mezzo al mare perché gli spagnoli di Proactiva si rifiutano di affidare i migranti alla guardia costiera libica: «Sarebbe un respingimento illegale di richiedenti asilo», dicono. La guardia costiera italiana (che ha istruito e formato i libici) ha dato precise indicazioni, ma le Ong se ne fregano, come già avvenuto in un caso analogo qualche mese fa. Si sentono in diritto di decidere dove e come debbono essere portati gli stranieri partiti dalla Libia. Vogliono che arrivino tutti in Italia, in modo che il disastro migratorio prosegua. E noi non possiamo opporci in alcun modo, dobbiamo assistere a queste scene grottesche. Se le partenze dalla Libia sono diminuite lo dobbiamo (anche) alla guardia costiera locale. Come ha scritto l'Ispi, tale diminuzione (che probabilmente avrà vita breve) ha prodotto anche un calo delle morti in mare. Ma alle Ong non interessa. Vogliono dettare legge, e guai a toccarle. L'ordinaria immigrazione deve proseguire, non importa quanto sia squallida, dolorosa o violenta. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ordinaria-immigrazione-2566790146.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ne-arriveranno-ancora-e-lue-non-ci-aiutera" data-post-id="2566790146" data-published-at="1774141054" data-use-pagination="False"> «Ne arriveranno ancora e l’Ue non ci aiuterà» Arriveranno sempre meno immigrati? Non ce n'è alcuna certezza. Il nostro sistema dell'accoglienza potrà beneficiare del calo degli arrivi? No, siamo comunque al collasso. La diminuzione degli sbarchi causa comunque meno morti in mare? Decisamente sì. Sembra un po' un boomerang il documento in 10 punti dell'Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), che vorrebbe proporre un fact checking accurato sul tema immigrazione per smentire i soliti «populisti». Ma i risultati vanno decisamente al di là delle intenzioni, dato che dimostrano cose niente affatto scontate riguardo al tema immigratorio. «Dallo scorso luglio gli sbarchi di migranti sulle coste italiane si sono significativamente ridotti, ma l'Italia e l'Europa sono ancora alle prese con le conseguenze dell'arrivo di quasi 2 milioni di migranti lungo rotte irregolari negli ultimi cinque anni», spiegano i ricercatori Matteo Villa, Elena Corradi e Antonio Villafranca, che aggiungono: «Il sistema di accoglienza italiano rimane sotto pressione, gli altri governi Ue continuano a dimostrarsi poco solidali, e l'integrazione di rifugiati e richiedenti asilo resta una sfida». Tradotto: l'invasione c'è, nonostante il rallentamento degli arrivi. E l'Italia è già piena, né ha le risorse per integrare i nuovi venuti, e forse neanche quelli vecchi. Occhio, poi, a considerare l'emergenza finita: «I dati relativi ai primi mesi dell'anno (quelli invernali) risultano tuttavia poco indicativi del livello dei flussi nei mesi successivi», spiega l'Ispi. Del resto, ci sono già tanti problemi a smaltire quelli arrivati sin qui: «Continuando a esaminare le richieste agli stessi ritmi del 2017, l'Italia avrebbe bisogno di più di un anno e mezzo senza sbarchi per dare una risposta a tutti i richiedenti asilo», leggiamo nel documento. Inoltre, «il sistema è ancora lontano dall'offrire un numero sufficiente di posti rispetto alle richieste d'asilo». In compenso, «il calo delle partenze ha ridotto drasticamente il numero assoluto di persone che perde la vita durante la traversata». Almeno un risultato, quindi, lo abbiamo raggiunto: ci sono meno morti in mare. Evitare gli sbarchi salva delle vite. L'Ispi mette poi nero su bianco un altro tema che figura spesso nelle agende dei movimenti anti immigrazione, almeno quelli dell'Europa meridionale: Bruxelles ci lascia soli con l'emergenza. Leggiamo nel rapporto: «La solidarietà europea sul fronte dei ricollocamenti “vale" oggi solo il 4% degli sforzi italiani. Oltre al fallimento dei ricollocamenti, gli aiuti europei coprono solo una minima parte delle spese italiane: nel 2017, per esempio, gli aiuti Ue ammontavano a meno del 2% dei costi incorsi dallo Stato italiano per gestire il fenomeno migratorio». Una volta tanto, quindi, il fact checking funziona davvero.Adriano Scianca <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ordinaria-immigrazione-2566790146.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="dalla-poesia-al-tennis-gli-inutili-corsi-pagati-agli-stranieri" data-post-id="2566790146" data-published-at="1774141054" data-use-pagination="False"> Dalla poesia al tennis: gli inutili corsi pagati agli stranieri Mentre la scuola italiana pare ormai avviata a divenire una specie di zoo o riformatorio (vedi i recenti casi di bullismo sugli insegnanti) il ministero dell'Istruzione, a vocazione renziana, ha pensato bene per tutta risposta d'inventarsi il progetto «Porte d'Europa». Si tratta di un concorso che coinvolgerà più di 12000 studenti, tra i 16 e i 18 anni, in Italia e parte d'Europa. I ragazzi dovranno esprimere la loro empatia verso gli immigrati «con scritti, disegni, fotografie, video o prodotti multimediali»; i migliori poi andranno in gita premio alla Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'immigrazione che si svolge, dal 2016, ogni 3 ottobre a Lampedusa (odierna porta d'Europa appunto). Questo progetto - che fa scrivere a scuola la parola immigrazione con un bel cuore sulla «i» - vuole anzitutto «promuovere occasioni di apprendimento e sensibilizzazione sul tema dei diritti umani, delle migrazioni e dei diritti dei migranti, nella prospettiva di scuole ambasciatrici dell'accoglienza e dell'integrazione», inoltre auspica che «al rientro dalla Giornata della memoria, gli studenti svolgano attività di disseminazione dell'esperienza all'interno delle scuole di appartenenza». L'idea ministeriale è che gli studenti, disseminando i discorsi sull'inclusione appresi a suon di fanfara a Lampedusa, eviteranno di disseminare altro sui malcapitati professori. Ma i concorsi culturali possono tornare utili anche per gestire i migranti. Per esempio a Milano, dove s'impone drammatico il problema della sicurezza notturna della città (più adatta ormai a Jena Plissken che al milanese tipo), secondo alcuni una soluzione efficace può venire dalla poesia. All'interno del Festival di poesia internazionale organizzato dal Mudec questo 12 maggio, i migranti africani della cooperativa «Finis Terrae» presenteranno una loro rielaborazione lirica delle canzoni della tradizione italiana (speriamo solo non alla maniera di Amici miei con «Ma vaffanzum»). Lo scopo precipuo è quello di aiutarli a «superare un ostacolo all'inclusione ossia l'uso del congiuntivo» che, in effetti, per un migrante è l'unico vero grattacapo in Italia. C'è poi il concorso «Dimmi» (acronimo per Diari multimediali migranti) che premia il miglior racconto autobiografico a tema migratorio, anche redatto in lingua non italiana, pubblicandolo presso un editore di livello nazionale; l'intento è di «valorizzare il patrimonio culturale rappresentato dalla narrazione di sé delle persone di origine straniera. Bene necessario per costruire una memoria collettiva che appartenga a tutti i cittadini». Qui evidentemente del congiuntivo non frega a nessuno, anzi guai ad azzeccarlo se si vuol vincere, dato che «si consiglia di preservare la forma autentica, non verrà dato peso ad eventuali incertezze linguistiche e grammaticali». Se la letteratura non piace o i concorsi stressano - tranquilli - la Caritas di Firenze, aiutata prontamente dal comune, offre ai suoi ospiti nordafricani dei corsi gratuiti di tennis, nemmeno da tavolo, con tale motivazione: «Dar loro la possibilità di apprendere uno sport ancora non molto diffuso nei rispettivi paesi d'origine» (a quando il golf o il curling?). Forse il passo successivo - dopo le muse e lo sport - sarà quello degli animali, della pet therapy: ninnare i migranti a dorso di cavallo oppure far loro accarezzare le pecore, per rasserenarli, come si fa in certe nevropatie. Insomma in giro per l'Italia ci sono iniziative, tra il culturale e il ricreativo, per tutti i gusti e tutte le tasche (tanto paga sempre Pantalone); un migrante ha solo l'imbarazzo della scelta in base al ticchio del momento: si va dall'archeologia allo yoga; dalla recitazione al giardinaggio; dal ballo all'apicoltura. Sarebbe da riderci su, se non fosse che tali attività costano fior di quattrini, oltre al tempo e al personale; risorse che potrebbero essere impiegate assai più utilmente. Sì perché l'altra faccia - dietro ai sorrisi buonisti dell'integrazione - è quella seria del giro d'affari, dei fondi nazionali ed europei a sostegno dei migranti: un tesoretto stimato intorno ai 100 milioni. La beffa finale di tutti questi corsi e concorsi è che, essendo molto ben pubblicizzati in rete, visti attraverso uno schermo dall'altra parte del Mediterraneo, fanno sembrare l'Italia il Paese dei balocchi. Un paese dove però alla fine gli asini (con cui fare pelli di tamburo) siamo solo noi. Marco Lanterna
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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