A quelli che fischiano Fausto Leali quando al Grande fratello dice a modo suo delle verità storiche su Benito Mussolini (tipo che Adolf Hitler lo ammirasse, cosa vera, si legga il Mein Kampf), occorre ricordare che il cantante sta in buona compagnia, infatti la pensava così pure Cesare Pavese, ovvero uno dei numi magni della sinistra. Lo dimostra il Taccuino segreto (o per dir meglio «secretato» da Italo Calvino e dall'Einaudi dopo la morte dello scrittore), un piccolo bloc notes steso tra il 1942-43, nel quale tra molti giudizi eterodossi sono lodati apertamente Mussolini, i nazisti e più in genere una visione nicciano-agonistica della vita. Il taccuino, fino a ieri conosciuto solo da pochi studiosi bacucchi e da qualche italianista, viene oggi pubblicato dall'editore Nino Aragno con l'aggiunta in appendice delle reazioni, soprattutto di sinistra, soprattutto polemiche, quando ne apparvero alcuni brani, i più scabrosi, sulla Stampa dell'8 agosto 1990.
Ma che cosa dice Pavese, quello stesso - ricordiamo - che scrisse sull'Unità, lavorò per l'Einaudi gramsciana e compose uno dei romanzi resistenziali per eccellenza, La casa in collina, in questo esecrando taccuino? Ebbene, rivolgendosi a sé stesso e quindi senza atteggiarsi di fronte a un pubblico, Pavese mette insieme un piccolo breviario di destrofilia. Secondo lui Mussolini aveva finalmente dato una «disciplina» agli italiani, il cui difetto capitale era quello di non saper «essere atroci»; esalta perciò lo Stato etico fascista apportatore di «ordine»; le stragi dei nazisti le paragona a quelle liberatorie della Rivoluzione francese; rivolge apprezzamenti a Hitler, a Francisco Franco e alle loro guerre «epiche», miste a feroci ironie verso gli antifascisti e i pacifisti; Pavese vi commenta positivamente anche il Manifesto di Verona, cioè l'atto fondante della Repubblica sociale, foriero di una prossima rinascita dell'Italia.
Lorenzo Mondo, critico letterario nonché scopritore e possessore del taccuino, racconta nel volume di Aragno anche il perché della sua tardiva pubblicazione, a ben 70 anni dalla morte di Pavese: «Andai da Calvino», allora dirigente dell'Einaudi «che stava dietro la sua scrivania. Mentre sfogliava il taccuino, la sua faccia mi pareva ancora più pallida e magra. Disse che non ne sapeva niente e stette a guardarmi in silenzio meditabondo… Al di là delle probabili e legittime opposizioni della famiglia, c'era da esporsi alle accuse e al rischio di speculazioni volgari. Non lo meritava la famiglia, non lo meritava Pavese». Di fatto quelle pagine avrebbero incrinato la comoda vulgata di un Pavese antifascista tout court, così Giulio Einaudi pensò bene di non accoglierle nelle opere «complete» dello scrittore che stava man mano pubblicando, omise cioè il Taccuino come se non fosse mai esistito. Non sarebbe molto piaciuta a sinistra l'idea del compagno glorioso ma problematico, che pensa con la propria testa anche andando controcorrente, anziché allinearsi alle direttive indicate dal partito e dalla sua egemonia culturale. È la solita vecchia tragica storia della sinistra in Italia, come nel resto del mondo.
Sono quasi tutte comiche invece le reazioni postume dell'intellighenzia italiota alla lettura dei primi brani del taccuino nel 1990. Giudizi che vanno dallo sbigottimento alla minimizzazione, fino alla messa in dubbio della sua autenticità (comunque provata inconfutabilmente da Mondo). Reazioni anche ignobili quando derubricano il Taccuino, al pari del suicidio di Pavese, come l'ennesimo effetto di uno squilibrato, l'esito nevrotico di un pazzo. Per Gian Carlo Pajetta, ad esempio, Pavese vi appare come un «vigliacco e disertore», dunque passibile di fucilazione; Fernanda Pivano invece si dice «pugnalata alle spalle da quello che credeva un antifascista puro»; mentre per Natalia Ginzburg lo scrittore sembra un «ragazzo inconsapevole» (benché all'epoca della stesura avesse già 34 anni suonati).
Insomma, questo volume fa infine luce su una pagina dimenticata, o meglio fatta dimenticare, della nostra cultura. Se si vuole, contigua a quella della lettera al duce di Norberto Bobbio (la missiva amorevolissima in cui Bobbio si proclama «fermo e convinto fascista»), ma la vicenda del taccuino pavesiano è ancor più esemplare nell'illustrare la cappa ideologico-culturale che dal dopoguerra ammorba il nostro Paese.
Se ieri il mondo veniva salvato da Iron man, Capitan america o Spiderman, supereroi eterosessuali con tanto di fidanzata a casa, molto presto toccherà a dei supereroi Lgbt. Ne è convinta la Marvel comics la cui nuova parola d'ordine, nonché fonte d'ispirazione, è «inclusività». Proprio questo va ripetendo, in ogni intervista, il suo presidente Kevin Feige, ottenendo tra l'altro una formidabile copertura pubblicitaria. È bastato infatti lasciar trapelare che The Eternals - film in arrivo nel 2020 con Angelina Jolie - sarà il primo con un supereroe Marvel dichiaratamente gay per creare una curiosità e un'attesa spasmodiche, nemmeno fosse un capolavoro della settima arte.
Appena qualche accenno al personaggio e alla trama - «la storia di un uomo sposato, con figli, che scopre però di essere anche altro» - ha prodotto un'infinità di congetture e condivisioni sul web. Perciò Feige in questi giorni ha ripetuto il giochetto, annunciando che dopo The Eternals il pantheon Marvel si arricchirà presto anche di un protagonista transgender. Con un tono d'orgoglio Feige ha definito «storico» l'evento, aggiungendo che «il film è in lavorazione proprio ora». Perciò tra i fan si è subito scatenato un tototransgender per capire in quale pellicola apparirà e con quali caratteristiche (sì perché i più saputi scommettono che la sessualità di questo nuovo supereroe Lgbt avrà degli effetti anche sui suoi poteri).
Intanto, a mo' di antipasto, il prossimo Thor 4 con Chris Hemsworth nelle sale nel 2021, presenterà un personaggio collaterale orgogliosamente Lgbt, ovvero Valchiria, figura già vista nel terzo capitolo della saga del dio norreno, senza però che venisse esplicitato il suo orientamento sessuale.
La Marvel ha in cantiere anche il seguito di Black Panther (il cui primo capitolo ha solleticato l'orgoglio di tutti gli afroamericani, fruttando un miliardo di dollari al botteghino) e Shang-Chi pellicola che nel 2021 presenterà al mondo il primo supereroe asiatico-americano (in attesa di vedere rappresentate sullo schermo tutte le minoranze etniche Usa, dai messicani agli italoamericani, ognuna con il suo paladino ad hoc). Insomma la Marvel ha abbracciato programmaticamente il politically correct, intuendone i benefici sia in termini d'immagine che soprattutto d'incassi. Che poi i supereroi siano anche delle proiezioni superegoiche utili ai più piccoli per definire la loro personalità in formazione (meccanismo identificativo che questi nuovi paladini crossgender rendono problematico, se non dannoso o impossibile) non sembra preoccupare più di tanto la mecca del cinema.
Ne è prova che l'altro colossale competitor dei fumetti - cioè la Dc comics - non sta ferma a guardare, avendo parimenti intuito le possibilità di questo nuovo trend creativo. Dopo una Wonder Woman amazzone in forte odore di lesbismo, per la Dc si vocifera di una Batwoman ebrea e lesbica, nonché - udite udite - del primo Superman gay. Ebbene sì, il supereroe per eccellenza, forse stufo di far la corte a Lois Lane nelle vesti del goffo e occhialuto Clark Kent, farà infine outing, deponendo il suo mantello d'acciaio per il boa di struzzo.
Pertanto i genitori che in futuro porteranno tranquilli i loro figli al cinema, convinti di farli assistere a un'epica e ancora bambinesca battaglia tra il bene e il male, sono avvisati: anche nei personaggi dei fumetti, un tempo manichei e verecondi, sta soffiando la tramontana dell'ibridazione, della contaminazione, del gender esibito con iattanza da gay pride, insomma il nuovo diktat Lgbt. Non stupisce quindi che qualche tempo fa, il sindaco di Rio de Janeiro, Marcelo Crivela, abbia ordinato il ritiro di un fumetto della Marvel dal titolo Avengers: the children's crusade esposto nell'istituzionale cornice della Bienal internacional do livro per i suoi contenuti «non adatti ai minorenni» (nello specifico dei baci omoerotici tra minori).
Benché il sindaco abbia dimostrato di avere operato in perfetta conformità della legge e in difesa della famiglia, è stato subito linciato via web come se avesse perpetrato chissà quale crimine. E meno male che il Superman Lgbt non era già in azione, sennò l'avrebbe incenerito coi suoi occhi laser.
«Gli eredi di Palmiro Togliatti, i nipoti di Pietro Nenni. Sia chiaro: tutto ciò che è rosso ma non è potabile, solido e non liquido, non mi piace». Quanto manca all'Italia Carmelo Bene. Quanto mancano le sue provocazioni, i suoi anatemi, le sue pose superomistiche; lui che in vita diceva: «Mi ostino a vivere perché anche da morto io continui a essere la causa di un disordine qualsiasi».
Chissà quante ne avrebbe dette sui grillini, la sinistra sfasciata, l'Europa dei commissari tignosi, Greta Thunberg, le sardine «tutto il lager schiamazzante delle rivolte studentesche. Mummie foruncolose e imbellettate che, con la scusa di rivendicare e accattonare un mutamento, una riforma o altro, nidificano nell'autoconservazione. Questa perpetua assemblea è il comfort della bestialità del branco».
Senza dimenticare il calcio (sua passione elevata a forma metafisica) o la letteratura (che cosa avrebbe detto di un Roberto Saviano e dei suoi romanzi grondanti di «morti sparati»). A colmare tale mancanza - in piccolissima parte dato l'ingombro del personaggio - esce ora il libro Amor morto. Concerto mistico che rende accessibili i materiali di Bene sulle «sante devozioni», nonché alcuni testi mistici di Maria Maddalena de' Pazzi e Giovanni della Croce sui quali il maestro lavorava in vista di un Concerto di fine Millennio ad Assisi, purtroppo per noi naufragato. Questo libro ci rammenta la vena latente di misticismo, genuinamente bizantino, in apparenza insospettabile, di quel fiero dissacratore di ortodossie. Ma Carmelo Bene, salentino di Campi, cresciuto da una madre religiosissima che lo volle «chierichetto da tre o quattro messe al giorno», studente prima degli scolopi e poi dei gesuiti, ha intrattenuto sempre un legame odiosamato col sacro e la religione. Ne rendono testimonianza alcuni titoli cruciali della sua opera: da Nostra Signora dei Turchi fino all'autobiografia Sono apparso alla Madonna. «I cretini che non hanno visto la Madonna, hanno orrore di sé, cercano altrove, nel prossimo, nelle donne - in convenevoli del quotidiano fatti di preghiere - e questo porta a miriadi di altari».
A proposito di religione, manca oggi anche un giudizio di Bene su Bergoglio e il suo papato tutto volemose bene e ite missa est (ancor prima però che sia iniziata). Magari ne avrebbe fatto il personaggio di un suo spettacolo, simile a quel Giuseppe Desa da Copertino, conterraneo salentino del Seicento «illetterato et idiota» ma col dono miracoloso della levitazione, che tanto lo intrigava: «La Chiesa aspetterà duecento anni prima di farlo santo. Sempre circondato da poveri. Chi orbo, chi storpio, chi deforme. Si aggrappano alla sua tonaca e lui se li porta in alto, salvo poi lasciarli sfracellare al suolo quando la presa dei malcapitati manca. Analfabeta totale, parlava da ignorante ma, nella sua ignoranza, è degno di san Giovanni della Croce. Morì a Osimo. Disteso su un catafalco, appena coperto da un velo fu esposto ai fedeli. La ressa nella cattedrale era tanta e tale che scoppiò improvviso un grande incendio. Fu una carneficina, morti, ustionati. Il cadavere del frate rimase intatto. Gli fu asportato il cuore e tagliato un dito. Si possono ammirare queste reliquie nella bacheca sacra della grottella a Copertino».
Altre reliquie, questa volta di Carmelo Bene, si potranno ammirare presto nel suo bel Salento. È recente infatti la notizia dell'acquisizione del vasto patrimonio librario, documentario, collezionistico e di scena dell'attore da parte dello Stato attraverso la regione Puglia. La memoria beniana, ricca anche di rilevanti inediti, dispersa tra le abitazioni di Roma e Otranto (memoria che avrebbe dovuto formare l'Immemoriale di Carmelo Bene in realtà mai decollato), verrà dunque esposta nella prestigiosa cornice del convitto Palmieri di Lecce; messa a disposizione di estimatori e studiosi in base a un accordo raggiunto con gli eredi del maestro.
Eppure il genio di Bene li aveva già tutti anticipati e sbaragliati: «Ci sono cose che devono restare inedite per le masse anche se editate. Ezra Pound o Franz Kafka diffusi su internet non diventano più accessibili, al contrario. Quando l'arte era ancora un fenomeno estetico, la sua destinazione era per i privati. Un Velazquez, solo un principe poteva ammirarlo. Da quando è per le plebi, l'arte è diventata decorativa, consolatoria. L'abuso d'informazione dilata l'ignoranza con l'illusione di azzerarla».





