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2025-11-09
Il capo della Cei cerca operai a basso costo
Matteo Zuppi (Ansa)
Dunque, la dottrina sociale della Cei non è ispirata dal pontefice né da nostro Signore, ma da quelli che i comunisti duri e puri, che difendevano gli operai e i braccianti, avrebbero definito «padroncini». I quali, intendiamoci, non sono affatto dei reprobi e degli sfruttatori. Di solito, sono imprenditori onesti e infaticabili, che operano in un sistema distorto, nel quale la sopravvivenza e la competitività dipendono dalla contrazione dei costi di produzione. Ed esiste forse un modo più semplice di ridurre le spese, che pagare stipendi più bassi?
È esattamente questo il circolo vizioso alimentato attraverso l’immigrazione che monsignor Zuppi considera «necessaria»: importare gente che si accontenta di lavorare per paghe infime finisce per determinare una pressione al ribasso su tutti i salari. Un meccanismo che penalizza la manodopera scarsamente qualificata, più facile da sostituire con gli stranieri.
I progressisti sono convinti di avere la soluzione: il salario minimo. Se si vieta ai datori di assumere dipendenti a meno di una certa cifra, sostengono, l’ingiustizia sociale è sventata. Peccato che la strada per l’inferno sia lastricata delle buone intenzioni di Cgil e Pd. Primo, la soglia retributiva sarebbe comunque miserevole: non si arriverebbe a 7 euro netti l’ora, circa 1.000 euro al mese, che per un impiego a tempo pieno bastano a malapena a vivere in una qualunque cittadina della regione di Zuppi. Dopodiché, una quota pur minoritaria di imprenditori disonesti sarebbe incentivata ad accrescere il nero: per evitare la disciplina tariffaria, recluterebbe manovali, allevatori e contadini senza contratto. Il che, peraltro, avviene già oggi, in assenza del salario minimo.
Attenzione: non si può vivere fuori dal mondo. L’economia funziona così. E infatti, in Italia esiste il decreto Flussi, attraverso il quale lo Stato gestisce l’ingresso di lavoratori regolari. Gente che di solito scende dalla scaletta di un aereo e non attracca con un barcone dopo aver rischiato l’annegamento. Il capo dei vescovi italiani ha in mente questi canali legali, quando parla di immigrazione «necessaria»? Oppure è rimasto irretito dalle imprese della ciurma di Luca Casarini e don Mattia Ferrari? La loro Ong di riferimento, Mediterranea saving humans, adesso parteciperà alla coalizione Justice fleet: una rivolta al memorandum Italia-Libia sulla lotta al traffico di esseri umani, portata avanti da una flotta che rifiuterà di coordinarsi con il centro soccorsi di Tripoli. La Cei non penserà mica che bisogni chiudere gli occhi dinanzi alla tratta dei migranti, lasciati in balìa delle onde dopo estorsioni e torture, solo perché agli industriali dell’Emilia-Romagna servono dipendenti a buon mercato?
Don Matteo, come ama farsi chiamare il cardinale Zuppi, deve aver parlato con troppe imprese del Nord Est e con pochi economisti. Costoro gli avrebbero ricordato che, proprio a causa dei bassi salari che gli immigrati percepiscono, il saldo del loro arrivo, per le casse di un Paese, è negativo. Chi li assume è contento, visto che risparmia; ma le ritenute per la previdenza, su buste paga così leggere, sono basse; nel frattempo, queste persone usufruiscono dei servizi pubblici. Senza contare le rimesse che spediscono nei loro Paesi d’origine. Fiumi di denaro in fuga dall’Italia: nel 2024, oltre 8 miliardi di euro. Tutto considerato, è più il costo a carico della collettività del valore aggiunto portato dall’immigrazione «necessaria». Perciò è bizzarro che il presidente della solita Emilia-Romagna, Michele De Pascale, se la prenda con i transfrontalieri della sanità. Fatevi un giro in un qualsiasi pronto soccorso e capirete se il problema sono gli italiani che vanno a curarsi in altre regioni, oppure gli stranieri che versano quasi nulla in tasse, ma intanto beneficiano del nostro welfare.
Pure sul piano demografico, il presunto vantaggio delle frontiere spalancate dura poco: Zuppi, su La 7, ha detto che «se hai denatalità e chiudi le porte, invecchi e basta». La verità, documentata da miriadi di ricerche, è che gli immigrati, tanto restii a integrarsi, con almeno una tendenza occidentale invece entrano quasi subito in sintonia: nel giro di pochi anni, smettono di fare figli. Intanto, come dimostrano i dati del Viminale, commettono il 34% dei reati, pur essendo sì e no il 10% della popolazione. Un affare, no?
«Il lavoro deve essere una fonte di speranza e di vita, che permetta di esprimere la creatività dell’individuo e la sua capacità di fare del bene». L’ha detto ieri il Papa. Forse è meglio dar retta a lui, anziché agli industriali dell’Emilia-Romagna.
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Il cardinale Matteo Zuppi, in tv, svela la fonte d’ispirazione della sua dottrina sociale sui migranti: gli «industriali dell’Emilia-Romagna». Ai quali fa comodo la manodopera a buon mercato, che riduce le paghe medie. Così poi la sinistra può invocare il salario minimo...Parafrasando Indro Montanelli, viene da pensare che la Chiesa ami talmente i poveri da volerne di più. Il Papa ha appena dedicato loro un’esortazione apostolica, ma le indicazioni di politica economica ai cattolici non arrivano da Leone XIV, bensì dai capitalisti. E vengono prontamente recepite dai vescovi. Bastava ascoltare, venerdì sera, il presidente della Conferenza episcopale italiana, Matteo Zuppi, intervistato a Propaganda live: l’immigrazione, ha insistito il cardinale su La 7, «è necessaria. Se si parla con qualsiasi industriale in Emilia-Romagna dice che non c’è futuro senza».Dunque, la dottrina sociale della Cei non è ispirata dal pontefice né da nostro Signore, ma da quelli che i comunisti duri e puri, che difendevano gli operai e i braccianti, avrebbero definito «padroncini». I quali, intendiamoci, non sono affatto dei reprobi e degli sfruttatori. Di solito, sono imprenditori onesti e infaticabili, che operano in un sistema distorto, nel quale la sopravvivenza e la competitività dipendono dalla contrazione dei costi di produzione. Ed esiste forse un modo più semplice di ridurre le spese, che pagare stipendi più bassi?È esattamente questo il circolo vizioso alimentato attraverso l’immigrazione che monsignor Zuppi considera «necessaria»: importare gente che si accontenta di lavorare per paghe infime finisce per determinare una pressione al ribasso su tutti i salari. Un meccanismo che penalizza la manodopera scarsamente qualificata, più facile da sostituire con gli stranieri.I progressisti sono convinti di avere la soluzione: il salario minimo. Se si vieta ai datori di assumere dipendenti a meno di una certa cifra, sostengono, l’ingiustizia sociale è sventata. Peccato che la strada per l’inferno sia lastricata delle buone intenzioni di Cgil e Pd. Primo, la soglia retributiva sarebbe comunque miserevole: non si arriverebbe a 7 euro netti l’ora, circa 1.000 euro al mese, che per un impiego a tempo pieno bastano a malapena a vivere in una qualunque cittadina della regione di Zuppi. Dopodiché, una quota pur minoritaria di imprenditori disonesti sarebbe incentivata ad accrescere il nero: per evitare la disciplina tariffaria, recluterebbe manovali, allevatori e contadini senza contratto. Il che, peraltro, avviene già oggi, in assenza del salario minimo.Attenzione: non si può vivere fuori dal mondo. L’economia funziona così. E infatti, in Italia esiste il decreto Flussi, attraverso il quale lo Stato gestisce l’ingresso di lavoratori regolari. Gente che di solito scende dalla scaletta di un aereo e non attracca con un barcone dopo aver rischiato l’annegamento. Il capo dei vescovi italiani ha in mente questi canali legali, quando parla di immigrazione «necessaria»? Oppure è rimasto irretito dalle imprese della ciurma di Luca Casarini e don Mattia Ferrari? La loro Ong di riferimento, Mediterranea saving humans, adesso parteciperà alla coalizione Justice fleet: una rivolta al memorandum Italia-Libia sulla lotta al traffico di esseri umani, portata avanti da una flotta che rifiuterà di coordinarsi con il centro soccorsi di Tripoli. La Cei non penserà mica che bisogni chiudere gli occhi dinanzi alla tratta dei migranti, lasciati in balìa delle onde dopo estorsioni e torture, solo perché agli industriali dell’Emilia-Romagna servono dipendenti a buon mercato?Don Matteo, come ama farsi chiamare il cardinale Zuppi, deve aver parlato con troppe imprese del Nord Est e con pochi economisti. Costoro gli avrebbero ricordato che, proprio a causa dei bassi salari che gli immigrati percepiscono, il saldo del loro arrivo, per le casse di un Paese, è negativo. Chi li assume è contento, visto che risparmia; ma le ritenute per la previdenza, su buste paga così leggere, sono basse; nel frattempo, queste persone usufruiscono dei servizi pubblici. Senza contare le rimesse che spediscono nei loro Paesi d’origine. Fiumi di denaro in fuga dall’Italia: nel 2024, oltre 8 miliardi di euro. Tutto considerato, è più il costo a carico della collettività del valore aggiunto portato dall’immigrazione «necessaria». Perciò è bizzarro che il presidente della solita Emilia-Romagna, Michele De Pascale, se la prenda con i transfrontalieri della sanità. Fatevi un giro in un qualsiasi pronto soccorso e capirete se il problema sono gli italiani che vanno a curarsi in altre regioni, oppure gli stranieri che versano quasi nulla in tasse, ma intanto beneficiano del nostro welfare. Pure sul piano demografico, il presunto vantaggio delle frontiere spalancate dura poco: Zuppi, su La 7, ha detto che «se hai denatalità e chiudi le porte, invecchi e basta». La verità, documentata da miriadi di ricerche, è che gli immigrati, tanto restii a integrarsi, con almeno una tendenza occidentale invece entrano quasi subito in sintonia: nel giro di pochi anni, smettono di fare figli. Intanto, come dimostrano i dati del Viminale, commettono il 34% dei reati, pur essendo sì e no il 10% della popolazione. Un affare, no?«Il lavoro deve essere una fonte di speranza e di vita, che permetta di esprimere la creatività dell’individuo e la sua capacità di fare del bene». L’ha detto ieri il Papa. Forse è meglio dar retta a lui, anziché agli industriali dell’Emilia-Romagna.
I risultati dell’ultima semestrale registrano ricavi per 74,3 miliardi di euro e perdite nette per 2,3 miliardi. L’utile operativo adjusted è stato di 500 milioni, il cash flow delle attività industriali è andato in negativo per 2,3 miliardi, mentre le consegne sono scese del 6% rispetto al medesimo periodo del 2024. Non è che le aspettative fossero molto migliori, ma Stellantis ha spiegato che anche per il 2026 sospenderà le previsioni, oltre a sospendere i dividendi. Qui gli analisti si aspettavano una cedola simbolica, ma non lo zero assoluto.
Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha voluto fare pulizia e ha deciso di mettere a bilancio 22,5 miliardi di oneri di ristrutturazione. Di questi, ben 14 sono per rimettersi in carreggiata negli Stati Uniti, dove la dottrina Trump, che ha tolto gli incentivi all’elettrico e penalizza le delocalizzazioni dei colossi dell’auto, ha già portato Ford e Gm a «riconvertirsi» alle benzine e a riportare in patria le produzioni spostate in Messico e in Canada. Negli Stati Uniti, primo mercato di sbocco del gruppo, le consegne di Stellantis sono scese del 25% su base annua. Mentre in Europa, c’è stato un calo un calo del 6%, spiegato con problemi nella transizione dei vari modelli. Vanno bene, invece, i mercati di Medio Oriente e Africa (+30% entrambi) e il Sud America, che cresce del 20%.
Filosa però vede una ripresa del mercato, con le consegne cresciute del 9% nel terzo trimestre del 2025 e il portafoglio ordini Usa in forte ripresa (+150% nel 2025 sul 2024). Del resto Stellantis ha investito 13 miliardi di dollari negli Stati Uniti, proprio per adattarsi alle politiche di Donald Trump, e altri 10 miliardi in Europa, dove nell’ultimo anno ha lanciato dieci modelli nuovi.
Sono numeri che sembrano confermare la strategia per la quale è stato scelto, a metà dello scorso anno, un manager come Filosa: focalizzarsi sugli Usa e tenere le posizioni in Europa, ma chiarendo ai governi e a Bruxelles che, senza incentivi e regole certe, salta tutto. Il manager è stato esplicito anche ieri: «La principale differenza tra il mercato americano e quello europeo sta proprio nella regolamentazione. Noi continueremo a investire in Ue, ma potremmo fare di più ed è difficile, perché le regole imposte non sono chiare e penalizzano le case europee». Case europee, va ricordato, che però si sono già ampiamente tutelate con il ricorso a Pechino. I tedeschi di Audi, Volkswagen e Mercedes montano già componenti cinesi e Vw andrà in Cina a costruire auto, mentre chiude stabilimenti in Germania. Quanto a Stellantis, ha varato una joint venture con i cinesi di Leapmotor, che stanno invadendo il mercato italiano usando la rete vendite ex Fiat e con modelli clamorosamente simili (ma elettrici).
Filosa ha anche puntato il dito su «criticità pregresse» e su una «sovrastima del ritmo della transizione ecologica». E ha spiegato che in passato, «abbiamo tagliato costi in maniera eccessiva, licenziando ad esempio molti ingegneri che invece ci aiutano a sviluppare prodotti innovativi». Tanto che lui ha fatto subito assumere 2.000 ingegneri, ovviamente in gran parte negli Stati Uniti. Al netto della normale enfasi sugli errori dei predecessori, va ricordato che Tavares ha lasciato la guida di Stellantis il 3 dicembre 2024 con una liquidazione di quasi 80 milioni di euro e dopo aver riempito la famiglia Agnelli-Elkann di dividendi. Da allora il gruppo è stato gestito dal presidente John Elkann, che poi ha nominato Filosa il 28 maggio 2025. Elkann, che attraverso Exor controlla il 14% di Stellantis, oggi deve accettare una cura da cavallo che richiede un grosso sforzo negli Stati Uniti. Lo fa dopo aver puntato tutto su Trump, dal quale è andato in visita lo scorso primo aprile. Ora lo scherzetto anti elettrico del presidente Usa costa a Stellantis 14 miliardi negli Usa, il tutto dopo che negli anni scorsi la stessa Stellantis era stata tra le case automobilistiche più favorevoli alla transizione ecologica. Dalla nascita di Stellantis (2021) a oggi, Exor ha incassato cedole per oltre 2 miliardi, mentre nei quattro anni di Tavares (2021-2024) sono stati prodotti 55 miliardi di utili e distribuiti in totale 14 miliardi di dividendi. Per Exor (ieri -2,3% ad Amsterdam), questa semestrale è una brutta notizia, anche se molto meno di un tempo. A fine settembre, con il titolo poco sopra gli 8 euro, il valore netto di Stellantis era di 3,8 miliardi e pesava per il 10% sugli asset totali dei Exor. Oggi, con l’azione scesa a 6,2 euro, la capitalizzazione di mercato è sprofondata a 18,1 miliardi e si è dimezzata in un solo anno. Servirebbe forse un aumento di capitale, per Stellantis, ma per ora si è optato per un bond da 5 miliardi, perché i grandi soci non si vogliono diluirsi. Anche questo non deve essere piaciuto molto, in Borsa. Intanto, sembra avverarsi sempre più la profezia consegnata a Ferragosto a un settimanale portoghese da Tavares: «Alla fine l’auto la faranno solo gli Usa e la Cina». Dimenticò di dire che gli ha dato una bella mano.
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Il consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare lo schema di decreto legislativo che recepisce la direttiva 2023/970 del Parlamento europeo e del consiglio del 10 maggio 2023, sulla trasparenza salariale che mira a rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore, tramite la trasparenza retributiva e i relativi meccanismi di applicazione.
Secondo il ministro del Lavoro, Marina Calderone, il provvedimento «rafforza gli strumenti per rendere effettiva la parità salariale. Il testo potrà arricchirsi nel passaggio parlamentare e gli ulteriori confronti con le parti sociali, perché la valorizzazione del talento di tutte e di tutti è una condizione essenziale per un mondo del lavoro moderno e inclusivo».
L’obiettivo è eliminare il divario salariale di genere (gender pay gap) attraverso una maggiore trasparenza e strumenti di tutela. Si applica a datori di lavoro pubblici e privati e riguarda, salvo alcune esclusioni, i lavoratori subordinati (inclusi dirigenti e contratti a termine), estendendosi per alcuni aspetti anche ai candidati durante la fase di selezione. Secondo dati Eurostat del 2023 le donne guadagnano in media il 12% in meno rispetto agli uomini. Peraltro, questo divario ha ripercussioni trasformandosi in un gap pensionistico rilevante (oltre il 26% in media Ue secondo dati Eurostat del 2024). Se quindi il punto di partenza è condivisibile, quello che fa discutere sono gli strumenti e il rischio di indesiderati effetti collaterali. In base alle nuove norme i datori di lavoro avranno l’obbligo di fornire alle persone in cerca di occupazione informazioni sulla retribuzione iniziale e sulla fascia retributiva dei posti vacanti pubblicati. Ai datori di lavoro è fatto divieto di chiedere ai candidati informazioni sulle retribuzioni percepite nei precedenti rapporti professionali. Ma soprattutto, una volta assunti, i lavoratori avranno il diritto di chiedere ai loro datori di lavoro, informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per sesso, delle categorie che svolgono analoghe attività o di pari valore. Potranno anche essere richiesti i criteri utilizzati per determinare la progressione retributiva e di carriera che devono essere, dice la direttiva Ue, oggettivi e neutri sotto il profilo del genere. Le imprese con più di 500 dipendenti dovranno riferire annualmente all’autorità nazionale competente, sul divario retributivo di genere all’interno. Per le imprese tra 100 e 250 dipendenti questa comunicazione avverrà ogni tre anni. Quando l’organico è sotto i 100 dipendenti non c’è obbligo di comunicazione. Se dovesse emergere un divario retributivo superiore al 5% non giustificato da criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere, le imprese saranno obbligate a intervenire svolgendo una valutazione delle retribuzioni con i sindacati. I dipendenti che dovessero aver subito discriminazioni retributive potranno avere un risarcimento, compresi gli stipendi arretrati e i relativi bonus.
Questo significa un aggravio organizzativo importante per l’azienda che potrebbe dover fronteggiare una raffica di contestazioni. E soprattutto si apre il tema delle risorse necessarie per raggiungere l’obiettivo della parità salariale. Sarà interessante vedere se anche i contratti collettivi dovranno tenere conto del fatto che i rinnovi dovranno essere modulati per colmare il divario esistente. Al tempo stesso c’è il rischio che si scateni un vespaio di invidie e gelosie mettendo uomini e donne l’uno contro l’altro nella gestione degli incrementi salariali aziendali.
Per quelle aziende tenute alla comunicazione, nel caso emerga una differenza del livello retributivo tra uomini e donne pari o superiore al 5%, il datore di lavoro avrebbe sei mesi di tempo per rimediare.
Il tema è capire come dare le giuste risposte a una questione sulla quale tutti sono d’accordo in termini di principio ma che andrà gestita con attenzione ed equilibrio. C’è insomma da evitare il rischio di «eccesso di reazione», tema che si è posto all’attenzione in questi giorni con la notizia riportata dal New York Times secondo cui le iniziative dell’azienda Nike a favore della diversità potrebbero aver rappresentato una discriminazione a danno dei lavoratori bianchi. La Enoc (la commissione americana per le pari opportunità) sta indagando su «accuse sistemiche di discriminazione razziale intenzionale legate ai programmi di diversità, equità e inclusione «nei confronti dei dipendenti bianchi del gruppo di abbigliamento sportivo».
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Francesca Lollobrigida trionfa davanti alla canadese Valerie Maltais nella gara dei 3000 metri femminili di pattinaggio di velocità ai Giochi invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Milano-Cortina regala subito grandi emozioni all’Italia. Dopo le prime medaglie nello sci con l’argento di Giovanni Franzoni e il bronzo di Dominik Paris nella discesa libera maschile, arriva anche il primo oro della spedizione azzurra, grazie a Francesca Lollobrigida nel pattinaggio di velocità.
La pattinatrice laziale, nel giorno del suo 35° compleanno, ha conquistato la medaglia nei 3000 metri, stabilendo un nuovo record olimpico con il tempo di 3:54.28. La prova di Lollobrigida è stata straordinaria fin dalle prime manche: «Ultime due in gara per capire quale sarà il metallo della medaglia di Francesca Lollobrigida», si leggeva durante la gara, mentre lei continuava a segnare tempi inarrivabili per le avversarie. Alla fine, la canadese Valerie Maltais si è dovuta arrendere al miglior tempo della giornata, mentre l’argento è andato alla Norvegia e il bronzo al Canada. Subito dopo aver realizzato di aver conquistato il metallo più prezioso, Lollobrigida è corsa incontro al figlio di due anni e mezzo, Tommaso, per abbracciarlo e festeggiare insieme a lui. Una scena che si candida a entrare di diritto tra gli highlights più belli ed emozionanti di questi Giochi. Il trionfo di Lollobrigida completa una giornata intensa per l’Italia tra neve e ghiaccio. Nello sci maschile, Franzoni e Paris avevano già regalato due podi nella discesa libera di Bormio, rispettivamente argento e bronzo, con lo svizzero Franjo von Allmen sul gradino più alto del podio.
Tra le altre competizioni, nello slopestyle maschile a Livigno Snow Park Miro Tabanelli non è riuscito a qualificarsi per la finale, chiudendo diciassettesimo con 51.93 punti. La sessione è stata dominata dai norvegesi, con Birk Ruud e Tormod Frostad al comando.
Intanto, tra le donne dello sci alpino, Federica Brignone sarà al via della discesa libera di domani domenica 8 febbraio, accanto a Sofia Goggia, Nicol Delago e Laura Pirovano. «Per Brignone è la seconda discesa olimpica della carriera: nel 2018 a PyeongChang si ritirò. Goggia è invece alla terza esperienza dopo l’oro di PeyongChang 2018 e l’argento di Pechino 2022, così come Delago, mentre per Pirovano si tratta di una prima assoluta», si legge nelle note tecniche dello staff azzurro.
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