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2019-02-06
Ora la Germania lancia il piano Iri per proteggere le proprie aziende
Ansa
Liberisti e pro mercato con le imprese degli altri, e invece protezionisti e interventisti a casa propria. Sembra questo il ritratto della Germania del futuro uscito dalla penna di Peter Altmaier, il ministro dell'Economia tedesca, che ha fissato alcuni punti fermi (ne evidenzieremo tre) in un documento sulla «strategia industriale nazionale 2030», reso noto pochi giorni dopo lo scioccante rattrappimento delle previsioni di crescita per il 2019 (da +1,8% a +1%).
Primo obiettivo. Creazione di un fondo statale di investimento per prevenire le scalate straniere di compagnie e aziende tedesche. In questa chiave, secondo Altmaier, allo Stato dovrebbe poter essere consentito di acquisire partecipazioni in imprese (aggiunge pudicamente «per un periodo limitato e in casi molto importanti»).
Secondo obiettivo. Assicurare la sopravvivenza o la nascita di alcuni «campioni nazionali», inclusa Deutsche bank. Secondo il ministro, andrebbero individuati i settori trainanti, quelli in cui lo Stato dovrebbe intervenire massicciamente (il documento ne individua nove: dall'aerospaziale all'ingegneria passando per la medicina), e anche operare affinché cresca il peso complessivo dell'industria nella determinazione del Pil tedesco (ad esempio salendo dal 23 al 25% entro il 2030).
Terzo obiettivo. Cambiare la normativa Ue sulla concorrenza, che, ad avviso di Altmaier, è troppo focalizzata sul mercato interno ai 27 Paesi membri, e non dedica sufficiente attenzione a ciò che accade sul piano globale. Altmaier, come si sa, è uno strenuo sostenitore della proposta di fusione tra Alstom e Siemens, che potrebbe andare incontro alle perplessità dell'Antitrust Ue.
Occorre onestamente dare atto ad Altmaier, comunque la si pensi sulle risposte che propone, di aver preso di petto alcune questioni reali. Per troppo tempo, dentro l'Ue, si è inseguito il mito (altamente desiderabile) del mercato perfetto entro i propri confini, senza però accorgersi del fatto che, appena fuori, vigeva piuttosto una sorta di oligopolio perfetto, nella forma di avanzate neo imperiali, specie cinesi.
E - parliamoci chiaro - è proprio il timore della Cina un elemento chiave della proposta di Altmaier. Non solo in Germania, è sempre più forte la paura dell'ingresso di Pechino in settori tecnologicamente avanzati e ricchi di know how, in prima battuta per fornire un apporto di capitali, ma in seconda battuta per impossessarsi di quel patrimonio e farne altro, non di rado stravolgendo o chiudendo le imprese inizialmente «soccorse». La risposta immaginata in Germania è quella di alzare le barriere rispetto all'ingresso cinese nei settori strategici, nelle cosiddette infrastrutture critiche, stoppando direttamente o indirettamente (attraverso l'intervento pubblico tedesco) investimenti cinesi in quei settori.
Ma le cose sono maledettamente complicate, e non sempre, una volta che ci si è posti le domande giuste, arrivano risposte altrettanto adeguate. Vanno dunque evidenziate almeno quattro criticità legate al piano di Altmaier, che - in particolare dal punto di vista italiano - andrebbero soppesate e considerate, per evitare cattive sorprese.
Primo. Nessun doppio standard. È francamente curioso che questa nuova ondata statalista e di protagonismo della mano pubblica venga da chi ci ha costantemente bacchettato proprio per questo motivo. Così come - ed è un argomento gemello - è ipocrita che Berlino e Parigi difendano ogni tipo di scalata e acquisizione quando sono loro a guidare le danze, salvo imbizzarrirsi e minacciare sfracelli se Fincantieri osa mettere il naso nella cantieristica navale francese.
Secondo. È indubbiamente assai robusto l'argomento di chi dice: attenzione, l'Europa rischia di rimanere schiacciata dai due giganti Usa e Cina. Ma siamo sicuri che dal punto di vista italiano sia una buona idea aggregarci (come ultimo vagone) al treno francotedesco, accettando strategie decise a Parigi e Berlino? Non sarebbe meglio ipotizzare una strategia (geopolitica ed economica) meno rigida e più dinamica, che ovviamente non dimentichi il nostro ruolo nell'Ue, ma veda contemporaneamente un'Italia capace di fare sponda con l'America di Donald Trump, la Global Britain che scaturirà dalla Brexit, e i protagonisti asiatici? Ci sono mille contesti (si pensi solo al Nord Africa e alla Libia, per fare un esempio) in cui gli interessi italiani e quelli francesi sono competitivi e alternativi, non complementari.
Terzo. In tempi in cui larghe fasce di popolazione chiedono (comprensibilmente) più protezione, la tentazione di costruire giganti pubblici è forte. Verrebbe da dire: come si traduce «Iri» in tedesco? Attenzione, però: questo significa dare un potere enorme ai partiti, ai governanti pro tempore, alle maggioranze parlamentari, consentendo proprio alla politica di avere un peso sempre maggiore nelle decisioni economiche.
Quarto. Siamo sicuri che un ministro, anche il più illuminato e lungimirante, sia in condizione di decidere quali saranno i settori trainanti, in un mondo che è in vorticosa evoluzione? Non è più saggio chiedere alla politica, anziché un protagonismo diretto in economia, di creare un ambiente pro impresa, riducendo tasse e regolamentazione per un verso, e per altro verso investendo in infrastrutture?
Trump ha fatto esattamente questo. Anche lui ha rotto gli schemi ideologici tradizionali, anche lui ha mescolato ricette liberiste (tagli fiscali) e keynesiane (mega investimenti), ma lo ha fatto per aprire la strada alle imprese private, non per sostituirsi a esse.
In barba alle regole la Merkel salva un’altra banca in crisi con i soldi pubblici
Chi fa da sé, fa per tre. Dalla regola aurea che la Germania applica nei settori più svariati, dall'industria alla politica estera, ovviamente non poteva essere esente il comparto bancario. Quando c'è da introdurre nuove regole, o applicare alla lettera quelle già esistenti, Berlino è sempre in prima fila.
Nel momento in cui si tratta, invece, di lavare i panni sporchi in casa, Angela Merkel e soci hanno sempre pronto un valido escamotage per aggirare le norme esistenti. L'ultimo, recentissimo, esempio è rappresentato dal salvataggio di Norddeutsche landesbank girozentrale (più comunemente nota come Nordlb), una delle banche commerciali più grandi a livello nazionale. Nordlb è una delle sette banche regionali tedesche (landensbanken), una particolare tipologia di istituto bancario che esiste solo in Germania, partecipato dallo Stato tramite i Lander (cioè i governi federali) e dalle associazioni regionali delle Casse di risparmio. La maggioranza delle azioni della banca, attualmente, è di proprietà dello Stato federale della Bassa Sassonia (59,13%), mentre lo Stato della Sassonia Anhalt detiene poco più del 5% del pacchetto.
I riflettori si erano accesi su Nordlb lo scorso novembre con la pubblicazione dei risultati degli stress test condotti dall'Eba, l'Autorità bancaria europea. Nell'occasione, l'istituto aveva conseguito il peggiore risultato sul piano nazionale. Fino a ora, la banca aveva retto all'urto della crisi, tuttavia sui bilanci hanno pesato oltre 7 miliardi di crediti deteriorati erogati alle imprese del settore navale.
Dopo la pubblicazione dei risultati degli stress test, nonostante le rassicurazioni dei dirigenti, è stato da subito chiaro che le cose si stavano mettendo per il verso sbagliato. Fallito il tentativo di fusione con un'altra banca locale, hanno iniziato a circolare con sempre più insistenza le voci che davano come probabile un dissesto, qualora entro febbraio non si fosse trovata una soluzione alternativa.
Ma in Germania non si sono fatti prendere dal panico, e anziché invocare il tanto amato bail in (la procedura europea che regola la risoluzione degli istituti di credito) hanno pensato bene di giocare la partita in casa. Per prima cosa hanno rifiutato, cortesemente ma con decisione, le offerte di due fondi americani (Cerberus capital management e Centerbridge partners), riservandosi però la possibilità di vendere loro gli Npl. Quindi, è stato orchestrato un vero e proprio salvataggio casalingo. Sul piatto, la ragguardevole cifra di 3,7 miliardi di euro: 1,2 miliardi sono stati messi a disposizione dall'associazione tedesca che riunisce le Casse di risparmio, mentre altri 1,5 li ha sganciati il governo della Bassa Sassonia. Quest'ultimo, poi, si è riservato di staccare un altro assegno da 1 miliardo di euro qualora si rendesse necessario.
Anche se consentirà di salvare la banca dal fallimento, l'operazione non sarà indolore. Come detto, i due fondi esteri faranno razzia di crediti deteriorati, verosimilmente con ampio margine. Gli analisti stimano che, a seguito delle perdite derivanti dalla cessione di Npl, l'anno prossimo il Cet1 ratio (l'indice che misura la stabilità patrimoniale degli istituti di credito) dovrebbe scendere sotto le soglie regolamentari, anche se solo temporaneamente. Ma con questa piroetta finanziaria Nordlb si sgancia anche da un comparto industriale nel quale è attiva da sempre, quello navale appunto.
L'allarme lanciato nelle ultime settimane dagli armatori tedeschi riguarda il rischio che questa vicenda incida negativamente su un settore già di per sé molto provato, rendendo ancora più debole la posizione della flotta mercantile di Berlino. Ma le critiche più imponenti, anche sul versante interno, riguardano la natura stessa del sistema bancario tedesco. Nella sessione del Parlamento della Sassonia svoltasi ieri, verdi e liberaldemocratici hanno contestato aspramente la decisione di mettere in atto l'intervento statale che, sostengono i detrattori, produrrà inevitabili ricadute sui contribuenti. Le opposizioni denunciano anche il pericolo che l'Unione europea, finora anche fin troppo tollerante nei confronti della «manina» tedesca sulle banche, possa sollevare l'obiezione che l'operazione si configuri come aiuto di Stato.
Senza dubbio il nostro sistema bancario sconta un problema di capitalizzazione ma, come dimostrano i risultati economici del 2018 diffusi ieri da Intesa Sanpaolo, i nostri istituti sanno perfettamente come realizzare profitti. Viceversa, il modello tedesco non è affatto esente da limiti e difetti.
È singolare perciò parlare di unione bancaria quando uno dei suoi pilastri, il sistema di risoluzione delle banche, viene disatteso oppure applicato con tanta discrezionalità. Salvo poi, da parte degli stessi Paesi che lo aggirano con tanta facilità, esigerne la rigida applicazione altrove.
Pure il commercio è in recessione in tutta Europa
Arriva un altro segnale che dimostra come la crisi dell'economia italiana sia accompagnata da un momento di impasse a livello europeo. A dimostrarlo sono i dati Eurostat sul commercio al dettaglio dell'area euro diffusi ieri.
Secondo i dati, le vendite del commercio al dettaglio dell'area euro hanno subito nell'ultimo mese del 2018 il calo mensile più forte da oltre dieci anni a questa parte: un -1,6%. Dall'istituto europeo di statistica hanno fatto sapere che per trovare un calo più marcato bisogna risalire al marzo del 2008, in piena crisi globale, quando si verificò un -1,7% (arrotondato al -1,65%).
All'interno di un periodo di crisi dell'economia, non stupisce quindi che a ridursi siano i consumi. Il passo indietro di dicembre cancella purtroppo i progressi mensili accumulati dalle vendite nei due mesi precedenti (+0,8% sia a ottobre sia a novembre). Sempre secondo i tecnici dell'ente di statistica dell'Ue, un calo di portata quasi simile, -1,4 %, si verificò nell'ottobre del 2017.
Eurostat raccomanda di interpretare questi dati con prudenza, considerato che vi sono alcuni fattori che potrebbero averli influenzati. Primo fra tutti, ad esempio, il Black friday (il giorno che dà inizio alla stagione degli acquisti natalizi), che nel 2018 si è verificato il 23 novembre e che ha acquisito una crescente importanza anche sulle dinamiche di consumo dell'area euro, mentre negli anni scorsi era più trascurabile.
Di certo, però, la fine del 2018 si è mostrata come un periodo particolarmente negativo. Sempre a dicembre la crescita su base annua delle vendite al dettaglio è salita solo dello 0,8%, riporta ancora Eurostat, un dato in calo rispetto al +1,8% di novembre e al +2,5% di ottobre.
Tornando ai dati mensili, si segnala il crollo delle vendite in Germania, -4,3%, il più forte non solo nell'area euro ma in tutta l'Ue a 28.
Tra gli altri Stati membri per i quali i dati sono disponibili, i cali più forti sono stati registrati anche in Svezia (-2,5%) ed Estonia (-2,0%). Aumenti invece in Austria (+0,7%), Portogallo (+0,6%) e Irlanda (+0,5%). I dati sulle vendite in Italia non sono ancora stati diffusi. A ogni modo, nonostante una marcata contrazione, in tutto il 2018 in media le vendite al dettaglio nell'Eurozona sono cresciute dell'1,4% rispetto al 2017 e del 2% nell'Unione europea.
Continua a leggereRiduci
Il ministro dell'Economia vuole dare al governo il potere di acquistare imprese e bloccare scalate dall'estero per fermare la Cina. Come sempre vige il doppio standard: i teutonici possono fare quello che a noi è vietato.Per scongiurare il crac dell'istituto Nordlb, pronti 3,7 miliardi. Le opposizioni protestano e parlano di un aiuto di Stato.Le vendite al dettaglio lo scorso dicembre sono scese dell'1,6%. Si tratta del calo più forte da marzo 2008.Lo speciale contiene tre articoli.Liberisti e pro mercato con le imprese degli altri, e invece protezionisti e interventisti a casa propria. Sembra questo il ritratto della Germania del futuro uscito dalla penna di Peter Altmaier, il ministro dell'Economia tedesca, che ha fissato alcuni punti fermi (ne evidenzieremo tre) in un documento sulla «strategia industriale nazionale 2030», reso noto pochi giorni dopo lo scioccante rattrappimento delle previsioni di crescita per il 2019 (da +1,8% a +1%). Primo obiettivo. Creazione di un fondo statale di investimento per prevenire le scalate straniere di compagnie e aziende tedesche. In questa chiave, secondo Altmaier, allo Stato dovrebbe poter essere consentito di acquisire partecipazioni in imprese (aggiunge pudicamente «per un periodo limitato e in casi molto importanti»).Secondo obiettivo. Assicurare la sopravvivenza o la nascita di alcuni «campioni nazionali», inclusa Deutsche bank. Secondo il ministro, andrebbero individuati i settori trainanti, quelli in cui lo Stato dovrebbe intervenire massicciamente (il documento ne individua nove: dall'aerospaziale all'ingegneria passando per la medicina), e anche operare affinché cresca il peso complessivo dell'industria nella determinazione del Pil tedesco (ad esempio salendo dal 23 al 25% entro il 2030).Terzo obiettivo. Cambiare la normativa Ue sulla concorrenza, che, ad avviso di Altmaier, è troppo focalizzata sul mercato interno ai 27 Paesi membri, e non dedica sufficiente attenzione a ciò che accade sul piano globale. Altmaier, come si sa, è uno strenuo sostenitore della proposta di fusione tra Alstom e Siemens, che potrebbe andare incontro alle perplessità dell'Antitrust Ue. Occorre onestamente dare atto ad Altmaier, comunque la si pensi sulle risposte che propone, di aver preso di petto alcune questioni reali. Per troppo tempo, dentro l'Ue, si è inseguito il mito (altamente desiderabile) del mercato perfetto entro i propri confini, senza però accorgersi del fatto che, appena fuori, vigeva piuttosto una sorta di oligopolio perfetto, nella forma di avanzate neo imperiali, specie cinesi. E - parliamoci chiaro - è proprio il timore della Cina un elemento chiave della proposta di Altmaier. Non solo in Germania, è sempre più forte la paura dell'ingresso di Pechino in settori tecnologicamente avanzati e ricchi di know how, in prima battuta per fornire un apporto di capitali, ma in seconda battuta per impossessarsi di quel patrimonio e farne altro, non di rado stravolgendo o chiudendo le imprese inizialmente «soccorse». La risposta immaginata in Germania è quella di alzare le barriere rispetto all'ingresso cinese nei settori strategici, nelle cosiddette infrastrutture critiche, stoppando direttamente o indirettamente (attraverso l'intervento pubblico tedesco) investimenti cinesi in quei settori. Ma le cose sono maledettamente complicate, e non sempre, una volta che ci si è posti le domande giuste, arrivano risposte altrettanto adeguate. Vanno dunque evidenziate almeno quattro criticità legate al piano di Altmaier, che - in particolare dal punto di vista italiano - andrebbero soppesate e considerate, per evitare cattive sorprese.Primo. Nessun doppio standard. È francamente curioso che questa nuova ondata statalista e di protagonismo della mano pubblica venga da chi ci ha costantemente bacchettato proprio per questo motivo. Così come - ed è un argomento gemello - è ipocrita che Berlino e Parigi difendano ogni tipo di scalata e acquisizione quando sono loro a guidare le danze, salvo imbizzarrirsi e minacciare sfracelli se Fincantieri osa mettere il naso nella cantieristica navale francese. Secondo. È indubbiamente assai robusto l'argomento di chi dice: attenzione, l'Europa rischia di rimanere schiacciata dai due giganti Usa e Cina. Ma siamo sicuri che dal punto di vista italiano sia una buona idea aggregarci (come ultimo vagone) al treno francotedesco, accettando strategie decise a Parigi e Berlino? Non sarebbe meglio ipotizzare una strategia (geopolitica ed economica) meno rigida e più dinamica, che ovviamente non dimentichi il nostro ruolo nell'Ue, ma veda contemporaneamente un'Italia capace di fare sponda con l'America di Donald Trump, la Global Britain che scaturirà dalla Brexit, e i protagonisti asiatici? Ci sono mille contesti (si pensi solo al Nord Africa e alla Libia, per fare un esempio) in cui gli interessi italiani e quelli francesi sono competitivi e alternativi, non complementari.Terzo. In tempi in cui larghe fasce di popolazione chiedono (comprensibilmente) più protezione, la tentazione di costruire giganti pubblici è forte. Verrebbe da dire: come si traduce «Iri» in tedesco? Attenzione, però: questo significa dare un potere enorme ai partiti, ai governanti pro tempore, alle maggioranze parlamentari, consentendo proprio alla politica di avere un peso sempre maggiore nelle decisioni economiche.Quarto. Siamo sicuri che un ministro, anche il più illuminato e lungimirante, sia in condizione di decidere quali saranno i settori trainanti, in un mondo che è in vorticosa evoluzione? Non è più saggio chiedere alla politica, anziché un protagonismo diretto in economia, di creare un ambiente pro impresa, riducendo tasse e regolamentazione per un verso, e per altro verso investendo in infrastrutture? Trump ha fatto esattamente questo. Anche lui ha rotto gli schemi ideologici tradizionali, anche lui ha mescolato ricette liberiste (tagli fiscali) e keynesiane (mega investimenti), ma lo ha fatto per aprire la strada alle imprese private, non per sostituirsi a esse.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-la-germania-lancia-il-piano-iri-per-proteggere-le-proprie-aziende-2628082075.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="in-barba-alle-regole-la-merkel-salva-unaltra-banca-in-crisi-con-i-soldi-pubblici" data-post-id="2628082075" data-published-at="1586872958" data-use-pagination="False"> In barba alle regole la Merkel salva un’altra banca in crisi con i soldi pubblici Chi fa da sé, fa per tre. Dalla regola aurea che la Germania applica nei settori più svariati, dall'industria alla politica estera, ovviamente non poteva essere esente il comparto bancario. Quando c'è da introdurre nuove regole, o applicare alla lettera quelle già esistenti, Berlino è sempre in prima fila. Nel momento in cui si tratta, invece, di lavare i panni sporchi in casa, Angela Merkel e soci hanno sempre pronto un valido escamotage per aggirare le norme esistenti. L'ultimo, recentissimo, esempio è rappresentato dal salvataggio di Norddeutsche landesbank girozentrale (più comunemente nota come Nordlb), una delle banche commerciali più grandi a livello nazionale. Nordlb è una delle sette banche regionali tedesche (landensbanken), una particolare tipologia di istituto bancario che esiste solo in Germania, partecipato dallo Stato tramite i Lander (cioè i governi federali) e dalle associazioni regionali delle Casse di risparmio. La maggioranza delle azioni della banca, attualmente, è di proprietà dello Stato federale della Bassa Sassonia (59,13%), mentre lo Stato della Sassonia Anhalt detiene poco più del 5% del pacchetto. I riflettori si erano accesi su Nordlb lo scorso novembre con la pubblicazione dei risultati degli stress test condotti dall'Eba, l'Autorità bancaria europea. Nell'occasione, l'istituto aveva conseguito il peggiore risultato sul piano nazionale. Fino a ora, la banca aveva retto all'urto della crisi, tuttavia sui bilanci hanno pesato oltre 7 miliardi di crediti deteriorati erogati alle imprese del settore navale. Dopo la pubblicazione dei risultati degli stress test, nonostante le rassicurazioni dei dirigenti, è stato da subito chiaro che le cose si stavano mettendo per il verso sbagliato. Fallito il tentativo di fusione con un'altra banca locale, hanno iniziato a circolare con sempre più insistenza le voci che davano come probabile un dissesto, qualora entro febbraio non si fosse trovata una soluzione alternativa. Ma in Germania non si sono fatti prendere dal panico, e anziché invocare il tanto amato bail in (la procedura europea che regola la risoluzione degli istituti di credito) hanno pensato bene di giocare la partita in casa. Per prima cosa hanno rifiutato, cortesemente ma con decisione, le offerte di due fondi americani (Cerberus capital management e Centerbridge partners), riservandosi però la possibilità di vendere loro gli Npl. Quindi, è stato orchestrato un vero e proprio salvataggio casalingo. Sul piatto, la ragguardevole cifra di 3,7 miliardi di euro: 1,2 miliardi sono stati messi a disposizione dall'associazione tedesca che riunisce le Casse di risparmio, mentre altri 1,5 li ha sganciati il governo della Bassa Sassonia. Quest'ultimo, poi, si è riservato di staccare un altro assegno da 1 miliardo di euro qualora si rendesse necessario. Anche se consentirà di salvare la banca dal fallimento, l'operazione non sarà indolore. Come detto, i due fondi esteri faranno razzia di crediti deteriorati, verosimilmente con ampio margine. Gli analisti stimano che, a seguito delle perdite derivanti dalla cessione di Npl, l'anno prossimo il Cet1 ratio (l'indice che misura la stabilità patrimoniale degli istituti di credito) dovrebbe scendere sotto le soglie regolamentari, anche se solo temporaneamente. Ma con questa piroetta finanziaria Nordlb si sgancia anche da un comparto industriale nel quale è attiva da sempre, quello navale appunto. L'allarme lanciato nelle ultime settimane dagli armatori tedeschi riguarda il rischio che questa vicenda incida negativamente su un settore già di per sé molto provato, rendendo ancora più debole la posizione della flotta mercantile di Berlino. Ma le critiche più imponenti, anche sul versante interno, riguardano la natura stessa del sistema bancario tedesco. Nella sessione del Parlamento della Sassonia svoltasi ieri, verdi e liberaldemocratici hanno contestato aspramente la decisione di mettere in atto l'intervento statale che, sostengono i detrattori, produrrà inevitabili ricadute sui contribuenti. Le opposizioni denunciano anche il pericolo che l'Unione europea, finora anche fin troppo tollerante nei confronti della «manina» tedesca sulle banche, possa sollevare l'obiezione che l'operazione si configuri come aiuto di Stato. Senza dubbio il nostro sistema bancario sconta un problema di capitalizzazione ma, come dimostrano i risultati economici del 2018 diffusi ieri da Intesa Sanpaolo, i nostri istituti sanno perfettamente come realizzare profitti. Viceversa, il modello tedesco non è affatto esente da limiti e difetti. È singolare perciò parlare di unione bancaria quando uno dei suoi pilastri, il sistema di risoluzione delle banche, viene disatteso oppure applicato con tanta discrezionalità. Salvo poi, da parte degli stessi Paesi che lo aggirano con tanta facilità, esigerne la rigida applicazione altrove. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-la-germania-lancia-il-piano-iri-per-proteggere-le-proprie-aziende-2628082075.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-il-commercio-e-in-recessione-in-tutta-europa" data-post-id="2628082075" data-published-at="1586872958" data-use-pagination="False"> Pure il commercio è in recessione in tutta Europa Arriva un altro segnale che dimostra come la crisi dell'economia italiana sia accompagnata da un momento di impasse a livello europeo. A dimostrarlo sono i dati Eurostat sul commercio al dettaglio dell'area euro diffusi ieri. Secondo i dati, le vendite del commercio al dettaglio dell'area euro hanno subito nell'ultimo mese del 2018 il calo mensile più forte da oltre dieci anni a questa parte: un -1,6%. Dall'istituto europeo di statistica hanno fatto sapere che per trovare un calo più marcato bisogna risalire al marzo del 2008, in piena crisi globale, quando si verificò un -1,7% (arrotondato al -1,65%). All'interno di un periodo di crisi dell'economia, non stupisce quindi che a ridursi siano i consumi. Il passo indietro di dicembre cancella purtroppo i progressi mensili accumulati dalle vendite nei due mesi precedenti (+0,8% sia a ottobre sia a novembre). Sempre secondo i tecnici dell'ente di statistica dell'Ue, un calo di portata quasi simile, -1,4 %, si verificò nell'ottobre del 2017. Eurostat raccomanda di interpretare questi dati con prudenza, considerato che vi sono alcuni fattori che potrebbero averli influenzati. Primo fra tutti, ad esempio, il Black friday (il giorno che dà inizio alla stagione degli acquisti natalizi), che nel 2018 si è verificato il 23 novembre e che ha acquisito una crescente importanza anche sulle dinamiche di consumo dell'area euro, mentre negli anni scorsi era più trascurabile. Di certo, però, la fine del 2018 si è mostrata come un periodo particolarmente negativo. Sempre a dicembre la crescita su base annua delle vendite al dettaglio è salita solo dello 0,8%, riporta ancora Eurostat, un dato in calo rispetto al +1,8% di novembre e al +2,5% di ottobre. Tornando ai dati mensili, si segnala il crollo delle vendite in Germania, -4,3%, il più forte non solo nell'area euro ma in tutta l'Ue a 28. Tra gli altri Stati membri per i quali i dati sono disponibili, i cali più forti sono stati registrati anche in Svezia (-2,5%) ed Estonia (-2,0%). Aumenti invece in Austria (+0,7%), Portogallo (+0,6%) e Irlanda (+0,5%). I dati sulle vendite in Italia non sono ancora stati diffusi. A ogni modo, nonostante una marcata contrazione, in tutto il 2018 in media le vendite al dettaglio nell'Eurozona sono cresciute dell'1,4% rispetto al 2017 e del 2% nell'Unione europea.
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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