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2019-02-06
Ora la Germania lancia il piano Iri per proteggere le proprie aziende
Ansa
Liberisti e pro mercato con le imprese degli altri, e invece protezionisti e interventisti a casa propria. Sembra questo il ritratto della Germania del futuro uscito dalla penna di Peter Altmaier, il ministro dell'Economia tedesca, che ha fissato alcuni punti fermi (ne evidenzieremo tre) in un documento sulla «strategia industriale nazionale 2030», reso noto pochi giorni dopo lo scioccante rattrappimento delle previsioni di crescita per il 2019 (da +1,8% a +1%).
Primo obiettivo. Creazione di un fondo statale di investimento per prevenire le scalate straniere di compagnie e aziende tedesche. In questa chiave, secondo Altmaier, allo Stato dovrebbe poter essere consentito di acquisire partecipazioni in imprese (aggiunge pudicamente «per un periodo limitato e in casi molto importanti»).
Secondo obiettivo. Assicurare la sopravvivenza o la nascita di alcuni «campioni nazionali», inclusa Deutsche bank. Secondo il ministro, andrebbero individuati i settori trainanti, quelli in cui lo Stato dovrebbe intervenire massicciamente (il documento ne individua nove: dall'aerospaziale all'ingegneria passando per la medicina), e anche operare affinché cresca il peso complessivo dell'industria nella determinazione del Pil tedesco (ad esempio salendo dal 23 al 25% entro il 2030).
Terzo obiettivo. Cambiare la normativa Ue sulla concorrenza, che, ad avviso di Altmaier, è troppo focalizzata sul mercato interno ai 27 Paesi membri, e non dedica sufficiente attenzione a ciò che accade sul piano globale. Altmaier, come si sa, è uno strenuo sostenitore della proposta di fusione tra Alstom e Siemens, che potrebbe andare incontro alle perplessità dell'Antitrust Ue.
Occorre onestamente dare atto ad Altmaier, comunque la si pensi sulle risposte che propone, di aver preso di petto alcune questioni reali. Per troppo tempo, dentro l'Ue, si è inseguito il mito (altamente desiderabile) del mercato perfetto entro i propri confini, senza però accorgersi del fatto che, appena fuori, vigeva piuttosto una sorta di oligopolio perfetto, nella forma di avanzate neo imperiali, specie cinesi.
E - parliamoci chiaro - è proprio il timore della Cina un elemento chiave della proposta di Altmaier. Non solo in Germania, è sempre più forte la paura dell'ingresso di Pechino in settori tecnologicamente avanzati e ricchi di know how, in prima battuta per fornire un apporto di capitali, ma in seconda battuta per impossessarsi di quel patrimonio e farne altro, non di rado stravolgendo o chiudendo le imprese inizialmente «soccorse». La risposta immaginata in Germania è quella di alzare le barriere rispetto all'ingresso cinese nei settori strategici, nelle cosiddette infrastrutture critiche, stoppando direttamente o indirettamente (attraverso l'intervento pubblico tedesco) investimenti cinesi in quei settori.
Ma le cose sono maledettamente complicate, e non sempre, una volta che ci si è posti le domande giuste, arrivano risposte altrettanto adeguate. Vanno dunque evidenziate almeno quattro criticità legate al piano di Altmaier, che - in particolare dal punto di vista italiano - andrebbero soppesate e considerate, per evitare cattive sorprese.
Primo. Nessun doppio standard. È francamente curioso che questa nuova ondata statalista e di protagonismo della mano pubblica venga da chi ci ha costantemente bacchettato proprio per questo motivo. Così come - ed è un argomento gemello - è ipocrita che Berlino e Parigi difendano ogni tipo di scalata e acquisizione quando sono loro a guidare le danze, salvo imbizzarrirsi e minacciare sfracelli se Fincantieri osa mettere il naso nella cantieristica navale francese.
Secondo. È indubbiamente assai robusto l'argomento di chi dice: attenzione, l'Europa rischia di rimanere schiacciata dai due giganti Usa e Cina. Ma siamo sicuri che dal punto di vista italiano sia una buona idea aggregarci (come ultimo vagone) al treno francotedesco, accettando strategie decise a Parigi e Berlino? Non sarebbe meglio ipotizzare una strategia (geopolitica ed economica) meno rigida e più dinamica, che ovviamente non dimentichi il nostro ruolo nell'Ue, ma veda contemporaneamente un'Italia capace di fare sponda con l'America di Donald Trump, la Global Britain che scaturirà dalla Brexit, e i protagonisti asiatici? Ci sono mille contesti (si pensi solo al Nord Africa e alla Libia, per fare un esempio) in cui gli interessi italiani e quelli francesi sono competitivi e alternativi, non complementari.
Terzo. In tempi in cui larghe fasce di popolazione chiedono (comprensibilmente) più protezione, la tentazione di costruire giganti pubblici è forte. Verrebbe da dire: come si traduce «Iri» in tedesco? Attenzione, però: questo significa dare un potere enorme ai partiti, ai governanti pro tempore, alle maggioranze parlamentari, consentendo proprio alla politica di avere un peso sempre maggiore nelle decisioni economiche.
Quarto. Siamo sicuri che un ministro, anche il più illuminato e lungimirante, sia in condizione di decidere quali saranno i settori trainanti, in un mondo che è in vorticosa evoluzione? Non è più saggio chiedere alla politica, anziché un protagonismo diretto in economia, di creare un ambiente pro impresa, riducendo tasse e regolamentazione per un verso, e per altro verso investendo in infrastrutture?
Trump ha fatto esattamente questo. Anche lui ha rotto gli schemi ideologici tradizionali, anche lui ha mescolato ricette liberiste (tagli fiscali) e keynesiane (mega investimenti), ma lo ha fatto per aprire la strada alle imprese private, non per sostituirsi a esse.
In barba alle regole la Merkel salva un’altra banca in crisi con i soldi pubblici
Chi fa da sé, fa per tre. Dalla regola aurea che la Germania applica nei settori più svariati, dall'industria alla politica estera, ovviamente non poteva essere esente il comparto bancario. Quando c'è da introdurre nuove regole, o applicare alla lettera quelle già esistenti, Berlino è sempre in prima fila.
Nel momento in cui si tratta, invece, di lavare i panni sporchi in casa, Angela Merkel e soci hanno sempre pronto un valido escamotage per aggirare le norme esistenti. L'ultimo, recentissimo, esempio è rappresentato dal salvataggio di Norddeutsche landesbank girozentrale (più comunemente nota come Nordlb), una delle banche commerciali più grandi a livello nazionale. Nordlb è una delle sette banche regionali tedesche (landensbanken), una particolare tipologia di istituto bancario che esiste solo in Germania, partecipato dallo Stato tramite i Lander (cioè i governi federali) e dalle associazioni regionali delle Casse di risparmio. La maggioranza delle azioni della banca, attualmente, è di proprietà dello Stato federale della Bassa Sassonia (59,13%), mentre lo Stato della Sassonia Anhalt detiene poco più del 5% del pacchetto.
I riflettori si erano accesi su Nordlb lo scorso novembre con la pubblicazione dei risultati degli stress test condotti dall'Eba, l'Autorità bancaria europea. Nell'occasione, l'istituto aveva conseguito il peggiore risultato sul piano nazionale. Fino a ora, la banca aveva retto all'urto della crisi, tuttavia sui bilanci hanno pesato oltre 7 miliardi di crediti deteriorati erogati alle imprese del settore navale.
Dopo la pubblicazione dei risultati degli stress test, nonostante le rassicurazioni dei dirigenti, è stato da subito chiaro che le cose si stavano mettendo per il verso sbagliato. Fallito il tentativo di fusione con un'altra banca locale, hanno iniziato a circolare con sempre più insistenza le voci che davano come probabile un dissesto, qualora entro febbraio non si fosse trovata una soluzione alternativa.
Ma in Germania non si sono fatti prendere dal panico, e anziché invocare il tanto amato bail in (la procedura europea che regola la risoluzione degli istituti di credito) hanno pensato bene di giocare la partita in casa. Per prima cosa hanno rifiutato, cortesemente ma con decisione, le offerte di due fondi americani (Cerberus capital management e Centerbridge partners), riservandosi però la possibilità di vendere loro gli Npl. Quindi, è stato orchestrato un vero e proprio salvataggio casalingo. Sul piatto, la ragguardevole cifra di 3,7 miliardi di euro: 1,2 miliardi sono stati messi a disposizione dall'associazione tedesca che riunisce le Casse di risparmio, mentre altri 1,5 li ha sganciati il governo della Bassa Sassonia. Quest'ultimo, poi, si è riservato di staccare un altro assegno da 1 miliardo di euro qualora si rendesse necessario.
Anche se consentirà di salvare la banca dal fallimento, l'operazione non sarà indolore. Come detto, i due fondi esteri faranno razzia di crediti deteriorati, verosimilmente con ampio margine. Gli analisti stimano che, a seguito delle perdite derivanti dalla cessione di Npl, l'anno prossimo il Cet1 ratio (l'indice che misura la stabilità patrimoniale degli istituti di credito) dovrebbe scendere sotto le soglie regolamentari, anche se solo temporaneamente. Ma con questa piroetta finanziaria Nordlb si sgancia anche da un comparto industriale nel quale è attiva da sempre, quello navale appunto.
L'allarme lanciato nelle ultime settimane dagli armatori tedeschi riguarda il rischio che questa vicenda incida negativamente su un settore già di per sé molto provato, rendendo ancora più debole la posizione della flotta mercantile di Berlino. Ma le critiche più imponenti, anche sul versante interno, riguardano la natura stessa del sistema bancario tedesco. Nella sessione del Parlamento della Sassonia svoltasi ieri, verdi e liberaldemocratici hanno contestato aspramente la decisione di mettere in atto l'intervento statale che, sostengono i detrattori, produrrà inevitabili ricadute sui contribuenti. Le opposizioni denunciano anche il pericolo che l'Unione europea, finora anche fin troppo tollerante nei confronti della «manina» tedesca sulle banche, possa sollevare l'obiezione che l'operazione si configuri come aiuto di Stato.
Senza dubbio il nostro sistema bancario sconta un problema di capitalizzazione ma, come dimostrano i risultati economici del 2018 diffusi ieri da Intesa Sanpaolo, i nostri istituti sanno perfettamente come realizzare profitti. Viceversa, il modello tedesco non è affatto esente da limiti e difetti.
È singolare perciò parlare di unione bancaria quando uno dei suoi pilastri, il sistema di risoluzione delle banche, viene disatteso oppure applicato con tanta discrezionalità. Salvo poi, da parte degli stessi Paesi che lo aggirano con tanta facilità, esigerne la rigida applicazione altrove.
Pure il commercio è in recessione in tutta Europa
Arriva un altro segnale che dimostra come la crisi dell'economia italiana sia accompagnata da un momento di impasse a livello europeo. A dimostrarlo sono i dati Eurostat sul commercio al dettaglio dell'area euro diffusi ieri.
Secondo i dati, le vendite del commercio al dettaglio dell'area euro hanno subito nell'ultimo mese del 2018 il calo mensile più forte da oltre dieci anni a questa parte: un -1,6%. Dall'istituto europeo di statistica hanno fatto sapere che per trovare un calo più marcato bisogna risalire al marzo del 2008, in piena crisi globale, quando si verificò un -1,7% (arrotondato al -1,65%).
All'interno di un periodo di crisi dell'economia, non stupisce quindi che a ridursi siano i consumi. Il passo indietro di dicembre cancella purtroppo i progressi mensili accumulati dalle vendite nei due mesi precedenti (+0,8% sia a ottobre sia a novembre). Sempre secondo i tecnici dell'ente di statistica dell'Ue, un calo di portata quasi simile, -1,4 %, si verificò nell'ottobre del 2017.
Eurostat raccomanda di interpretare questi dati con prudenza, considerato che vi sono alcuni fattori che potrebbero averli influenzati. Primo fra tutti, ad esempio, il Black friday (il giorno che dà inizio alla stagione degli acquisti natalizi), che nel 2018 si è verificato il 23 novembre e che ha acquisito una crescente importanza anche sulle dinamiche di consumo dell'area euro, mentre negli anni scorsi era più trascurabile.
Di certo, però, la fine del 2018 si è mostrata come un periodo particolarmente negativo. Sempre a dicembre la crescita su base annua delle vendite al dettaglio è salita solo dello 0,8%, riporta ancora Eurostat, un dato in calo rispetto al +1,8% di novembre e al +2,5% di ottobre.
Tornando ai dati mensili, si segnala il crollo delle vendite in Germania, -4,3%, il più forte non solo nell'area euro ma in tutta l'Ue a 28.
Tra gli altri Stati membri per i quali i dati sono disponibili, i cali più forti sono stati registrati anche in Svezia (-2,5%) ed Estonia (-2,0%). Aumenti invece in Austria (+0,7%), Portogallo (+0,6%) e Irlanda (+0,5%). I dati sulle vendite in Italia non sono ancora stati diffusi. A ogni modo, nonostante una marcata contrazione, in tutto il 2018 in media le vendite al dettaglio nell'Eurozona sono cresciute dell'1,4% rispetto al 2017 e del 2% nell'Unione europea.
Continua a leggereRiduci
Il ministro dell'Economia vuole dare al governo il potere di acquistare imprese e bloccare scalate dall'estero per fermare la Cina. Come sempre vige il doppio standard: i teutonici possono fare quello che a noi è vietato.Per scongiurare il crac dell'istituto Nordlb, pronti 3,7 miliardi. Le opposizioni protestano e parlano di un aiuto di Stato.Le vendite al dettaglio lo scorso dicembre sono scese dell'1,6%. Si tratta del calo più forte da marzo 2008.Lo speciale contiene tre articoli.Liberisti e pro mercato con le imprese degli altri, e invece protezionisti e interventisti a casa propria. Sembra questo il ritratto della Germania del futuro uscito dalla penna di Peter Altmaier, il ministro dell'Economia tedesca, che ha fissato alcuni punti fermi (ne evidenzieremo tre) in un documento sulla «strategia industriale nazionale 2030», reso noto pochi giorni dopo lo scioccante rattrappimento delle previsioni di crescita per il 2019 (da +1,8% a +1%). Primo obiettivo. Creazione di un fondo statale di investimento per prevenire le scalate straniere di compagnie e aziende tedesche. In questa chiave, secondo Altmaier, allo Stato dovrebbe poter essere consentito di acquisire partecipazioni in imprese (aggiunge pudicamente «per un periodo limitato e in casi molto importanti»).Secondo obiettivo. Assicurare la sopravvivenza o la nascita di alcuni «campioni nazionali», inclusa Deutsche bank. Secondo il ministro, andrebbero individuati i settori trainanti, quelli in cui lo Stato dovrebbe intervenire massicciamente (il documento ne individua nove: dall'aerospaziale all'ingegneria passando per la medicina), e anche operare affinché cresca il peso complessivo dell'industria nella determinazione del Pil tedesco (ad esempio salendo dal 23 al 25% entro il 2030).Terzo obiettivo. Cambiare la normativa Ue sulla concorrenza, che, ad avviso di Altmaier, è troppo focalizzata sul mercato interno ai 27 Paesi membri, e non dedica sufficiente attenzione a ciò che accade sul piano globale. Altmaier, come si sa, è uno strenuo sostenitore della proposta di fusione tra Alstom e Siemens, che potrebbe andare incontro alle perplessità dell'Antitrust Ue. Occorre onestamente dare atto ad Altmaier, comunque la si pensi sulle risposte che propone, di aver preso di petto alcune questioni reali. Per troppo tempo, dentro l'Ue, si è inseguito il mito (altamente desiderabile) del mercato perfetto entro i propri confini, senza però accorgersi del fatto che, appena fuori, vigeva piuttosto una sorta di oligopolio perfetto, nella forma di avanzate neo imperiali, specie cinesi. E - parliamoci chiaro - è proprio il timore della Cina un elemento chiave della proposta di Altmaier. Non solo in Germania, è sempre più forte la paura dell'ingresso di Pechino in settori tecnologicamente avanzati e ricchi di know how, in prima battuta per fornire un apporto di capitali, ma in seconda battuta per impossessarsi di quel patrimonio e farne altro, non di rado stravolgendo o chiudendo le imprese inizialmente «soccorse». La risposta immaginata in Germania è quella di alzare le barriere rispetto all'ingresso cinese nei settori strategici, nelle cosiddette infrastrutture critiche, stoppando direttamente o indirettamente (attraverso l'intervento pubblico tedesco) investimenti cinesi in quei settori. Ma le cose sono maledettamente complicate, e non sempre, una volta che ci si è posti le domande giuste, arrivano risposte altrettanto adeguate. Vanno dunque evidenziate almeno quattro criticità legate al piano di Altmaier, che - in particolare dal punto di vista italiano - andrebbero soppesate e considerate, per evitare cattive sorprese.Primo. Nessun doppio standard. È francamente curioso che questa nuova ondata statalista e di protagonismo della mano pubblica venga da chi ci ha costantemente bacchettato proprio per questo motivo. Così come - ed è un argomento gemello - è ipocrita che Berlino e Parigi difendano ogni tipo di scalata e acquisizione quando sono loro a guidare le danze, salvo imbizzarrirsi e minacciare sfracelli se Fincantieri osa mettere il naso nella cantieristica navale francese. Secondo. È indubbiamente assai robusto l'argomento di chi dice: attenzione, l'Europa rischia di rimanere schiacciata dai due giganti Usa e Cina. Ma siamo sicuri che dal punto di vista italiano sia una buona idea aggregarci (come ultimo vagone) al treno francotedesco, accettando strategie decise a Parigi e Berlino? Non sarebbe meglio ipotizzare una strategia (geopolitica ed economica) meno rigida e più dinamica, che ovviamente non dimentichi il nostro ruolo nell'Ue, ma veda contemporaneamente un'Italia capace di fare sponda con l'America di Donald Trump, la Global Britain che scaturirà dalla Brexit, e i protagonisti asiatici? Ci sono mille contesti (si pensi solo al Nord Africa e alla Libia, per fare un esempio) in cui gli interessi italiani e quelli francesi sono competitivi e alternativi, non complementari.Terzo. In tempi in cui larghe fasce di popolazione chiedono (comprensibilmente) più protezione, la tentazione di costruire giganti pubblici è forte. Verrebbe da dire: come si traduce «Iri» in tedesco? Attenzione, però: questo significa dare un potere enorme ai partiti, ai governanti pro tempore, alle maggioranze parlamentari, consentendo proprio alla politica di avere un peso sempre maggiore nelle decisioni economiche.Quarto. Siamo sicuri che un ministro, anche il più illuminato e lungimirante, sia in condizione di decidere quali saranno i settori trainanti, in un mondo che è in vorticosa evoluzione? Non è più saggio chiedere alla politica, anziché un protagonismo diretto in economia, di creare un ambiente pro impresa, riducendo tasse e regolamentazione per un verso, e per altro verso investendo in infrastrutture? Trump ha fatto esattamente questo. Anche lui ha rotto gli schemi ideologici tradizionali, anche lui ha mescolato ricette liberiste (tagli fiscali) e keynesiane (mega investimenti), ma lo ha fatto per aprire la strada alle imprese private, non per sostituirsi a esse.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-la-germania-lancia-il-piano-iri-per-proteggere-le-proprie-aziende-2628082075.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="in-barba-alle-regole-la-merkel-salva-unaltra-banca-in-crisi-con-i-soldi-pubblici" data-post-id="2628082075" data-published-at="1586872958" data-use-pagination="False"> In barba alle regole la Merkel salva un’altra banca in crisi con i soldi pubblici Chi fa da sé, fa per tre. Dalla regola aurea che la Germania applica nei settori più svariati, dall'industria alla politica estera, ovviamente non poteva essere esente il comparto bancario. Quando c'è da introdurre nuove regole, o applicare alla lettera quelle già esistenti, Berlino è sempre in prima fila. Nel momento in cui si tratta, invece, di lavare i panni sporchi in casa, Angela Merkel e soci hanno sempre pronto un valido escamotage per aggirare le norme esistenti. L'ultimo, recentissimo, esempio è rappresentato dal salvataggio di Norddeutsche landesbank girozentrale (più comunemente nota come Nordlb), una delle banche commerciali più grandi a livello nazionale. Nordlb è una delle sette banche regionali tedesche (landensbanken), una particolare tipologia di istituto bancario che esiste solo in Germania, partecipato dallo Stato tramite i Lander (cioè i governi federali) e dalle associazioni regionali delle Casse di risparmio. La maggioranza delle azioni della banca, attualmente, è di proprietà dello Stato federale della Bassa Sassonia (59,13%), mentre lo Stato della Sassonia Anhalt detiene poco più del 5% del pacchetto. I riflettori si erano accesi su Nordlb lo scorso novembre con la pubblicazione dei risultati degli stress test condotti dall'Eba, l'Autorità bancaria europea. Nell'occasione, l'istituto aveva conseguito il peggiore risultato sul piano nazionale. Fino a ora, la banca aveva retto all'urto della crisi, tuttavia sui bilanci hanno pesato oltre 7 miliardi di crediti deteriorati erogati alle imprese del settore navale. Dopo la pubblicazione dei risultati degli stress test, nonostante le rassicurazioni dei dirigenti, è stato da subito chiaro che le cose si stavano mettendo per il verso sbagliato. Fallito il tentativo di fusione con un'altra banca locale, hanno iniziato a circolare con sempre più insistenza le voci che davano come probabile un dissesto, qualora entro febbraio non si fosse trovata una soluzione alternativa. Ma in Germania non si sono fatti prendere dal panico, e anziché invocare il tanto amato bail in (la procedura europea che regola la risoluzione degli istituti di credito) hanno pensato bene di giocare la partita in casa. Per prima cosa hanno rifiutato, cortesemente ma con decisione, le offerte di due fondi americani (Cerberus capital management e Centerbridge partners), riservandosi però la possibilità di vendere loro gli Npl. Quindi, è stato orchestrato un vero e proprio salvataggio casalingo. Sul piatto, la ragguardevole cifra di 3,7 miliardi di euro: 1,2 miliardi sono stati messi a disposizione dall'associazione tedesca che riunisce le Casse di risparmio, mentre altri 1,5 li ha sganciati il governo della Bassa Sassonia. Quest'ultimo, poi, si è riservato di staccare un altro assegno da 1 miliardo di euro qualora si rendesse necessario. Anche se consentirà di salvare la banca dal fallimento, l'operazione non sarà indolore. Come detto, i due fondi esteri faranno razzia di crediti deteriorati, verosimilmente con ampio margine. Gli analisti stimano che, a seguito delle perdite derivanti dalla cessione di Npl, l'anno prossimo il Cet1 ratio (l'indice che misura la stabilità patrimoniale degli istituti di credito) dovrebbe scendere sotto le soglie regolamentari, anche se solo temporaneamente. Ma con questa piroetta finanziaria Nordlb si sgancia anche da un comparto industriale nel quale è attiva da sempre, quello navale appunto. L'allarme lanciato nelle ultime settimane dagli armatori tedeschi riguarda il rischio che questa vicenda incida negativamente su un settore già di per sé molto provato, rendendo ancora più debole la posizione della flotta mercantile di Berlino. Ma le critiche più imponenti, anche sul versante interno, riguardano la natura stessa del sistema bancario tedesco. Nella sessione del Parlamento della Sassonia svoltasi ieri, verdi e liberaldemocratici hanno contestato aspramente la decisione di mettere in atto l'intervento statale che, sostengono i detrattori, produrrà inevitabili ricadute sui contribuenti. Le opposizioni denunciano anche il pericolo che l'Unione europea, finora anche fin troppo tollerante nei confronti della «manina» tedesca sulle banche, possa sollevare l'obiezione che l'operazione si configuri come aiuto di Stato. Senza dubbio il nostro sistema bancario sconta un problema di capitalizzazione ma, come dimostrano i risultati economici del 2018 diffusi ieri da Intesa Sanpaolo, i nostri istituti sanno perfettamente come realizzare profitti. Viceversa, il modello tedesco non è affatto esente da limiti e difetti. È singolare perciò parlare di unione bancaria quando uno dei suoi pilastri, il sistema di risoluzione delle banche, viene disatteso oppure applicato con tanta discrezionalità. Salvo poi, da parte degli stessi Paesi che lo aggirano con tanta facilità, esigerne la rigida applicazione altrove. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ora-la-germania-lancia-il-piano-iri-per-proteggere-le-proprie-aziende-2628082075.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-il-commercio-e-in-recessione-in-tutta-europa" data-post-id="2628082075" data-published-at="1586872958" data-use-pagination="False"> Pure il commercio è in recessione in tutta Europa Arriva un altro segnale che dimostra come la crisi dell'economia italiana sia accompagnata da un momento di impasse a livello europeo. A dimostrarlo sono i dati Eurostat sul commercio al dettaglio dell'area euro diffusi ieri. Secondo i dati, le vendite del commercio al dettaglio dell'area euro hanno subito nell'ultimo mese del 2018 il calo mensile più forte da oltre dieci anni a questa parte: un -1,6%. Dall'istituto europeo di statistica hanno fatto sapere che per trovare un calo più marcato bisogna risalire al marzo del 2008, in piena crisi globale, quando si verificò un -1,7% (arrotondato al -1,65%). All'interno di un periodo di crisi dell'economia, non stupisce quindi che a ridursi siano i consumi. Il passo indietro di dicembre cancella purtroppo i progressi mensili accumulati dalle vendite nei due mesi precedenti (+0,8% sia a ottobre sia a novembre). Sempre secondo i tecnici dell'ente di statistica dell'Ue, un calo di portata quasi simile, -1,4 %, si verificò nell'ottobre del 2017. Eurostat raccomanda di interpretare questi dati con prudenza, considerato che vi sono alcuni fattori che potrebbero averli influenzati. Primo fra tutti, ad esempio, il Black friday (il giorno che dà inizio alla stagione degli acquisti natalizi), che nel 2018 si è verificato il 23 novembre e che ha acquisito una crescente importanza anche sulle dinamiche di consumo dell'area euro, mentre negli anni scorsi era più trascurabile. Di certo, però, la fine del 2018 si è mostrata come un periodo particolarmente negativo. Sempre a dicembre la crescita su base annua delle vendite al dettaglio è salita solo dello 0,8%, riporta ancora Eurostat, un dato in calo rispetto al +1,8% di novembre e al +2,5% di ottobre. Tornando ai dati mensili, si segnala il crollo delle vendite in Germania, -4,3%, il più forte non solo nell'area euro ma in tutta l'Ue a 28. Tra gli altri Stati membri per i quali i dati sono disponibili, i cali più forti sono stati registrati anche in Svezia (-2,5%) ed Estonia (-2,0%). Aumenti invece in Austria (+0,7%), Portogallo (+0,6%) e Irlanda (+0,5%). I dati sulle vendite in Italia non sono ancora stati diffusi. A ogni modo, nonostante una marcata contrazione, in tutto il 2018 in media le vendite al dettaglio nell'Eurozona sono cresciute dell'1,4% rispetto al 2017 e del 2% nell'Unione europea.
Agra, Utar Pradesh, India, 1999 ©Steve McCurry
Chi di noi, almeno una volta, non si è imbattuto negli occhi grigio verdi di quella splendida bambina afghana che, a metà tra lo spaventato e l’attonito, guardano dritti qualcuno o qualcosa? L’immagine è iconica, talmente straordinario da guadagnarsi l’appellativo di Monna Lisa afghana e dal lontano 1985, quando fu scelta per la copertina del numero di giugno della nota rivista National Geographic, non solo è diventata una sorta di simbolo dei conflitti afgani degli anni ottanta, ma anche lo scatto che ha regalato eterna notorietà al suo autore, il fotoreporter (anche se lui ama definirsi storyteller) statunitense Steve McCurry , dal 1986 membro della prestigiosa agenzia Magnum e autore di straordinari reportage in ogni parte del mondo, dall’India all’Afghanistan , dal Myanmar all’Africa, dalla Cina alla Cambogia, passando per Cuba, il Sud America e il Giappone.
Viaggi avventurosi, spesso pericolosi, fuori dalle rotte comuni, alla ricerca di realtà nascoste e di umanità dimenticate. Viaggi che documentano guerre e le loro tragiche conseguenze, che Mc Curry coglie nei volti tristi e disperati di bambini, donne e uomini, segnati nel corpo e nello spirito, esuli lontani dalle loro terre e relegati nei campi profughi ; ma anche viaggi che raccontano di luoghi remoti, di usi, costumi e tradizioni che il suo occhio attento ed esperto ha colto nella loro straordinaria bellezza di colori densi e accesi, che sembrano trasmettere suoni, odori e profumi. Scatti talmente perfetti da sembrare irreali ( e per questo criticati dai molti suoi detrattori, che lo accusano di fare un uso eccessivo della post produzione), così forti e potenti da arrivare immediatamente ai sensi di chi le osserva, che superano i confini geografici e sociali e vanno oltre le diverse etnie, le latitudini e le longitudini, per parlare un linguaggio universale, fatto non di parole ma di immagini.
Ad animare Mc Curry non è solo la passione smisurata per il proprio lavoro (che coincide con la sua stessa vita…), ma anche la speranza che i suoi lavori possano far prendere coscienza (e anche smuovere le coscienze..) del mondo in cui viviamo, della sua bellezza ma anche delle sue contraddizioni e dei suoi rapidi cambiamenti («… la fotografia, anche se piccola, può avere un ruolo importante nell’alzare l’attenzione e incoraggiare la riflessione…la mia speranza è quella che possa far risplendere una luce su chi siamo e approfondire la nostra conoscenza di un mondo in continuo cambiamento…», ha dichiarato in una recente intervista). Instancabile viaggiatore («Il solo fatto di viaggiare e conoscere culture diverse mi dà gioia e una carica inesauribile»), ogni sua avventura si è «tradotta » in libri, volumi, mostre allestite in ogni parte del globo, tantissime e seguitissime. E se anche, diciamolo, Mc Curry è ’ inflazionato, visto e stravisto, ogni sua mostra è un regalo agli occhi e al cuore. Proprio come la monografica allestita a Parma, nelle sale di Palazzo Pigorini, celebre per essere stato a residenza del poeta Angelo Mazza e dell’esploratore Vittorio Bottego ( che immagino avrebbe sicuramente apprezzato i lavori del reporter di Philadelphia…).
La Mostra
Curata da Biba Giacchetti, esperta conoscitrice dei lavori di McCurry, il percorso espositivo è un’alternanza di immagini iconiche (in primis, la già citata Afghan Girl ) e di scatti meno visti, di foto che incantono ( come lo straordinario Tāj Maḥal riflesso nel’acqua) e di scene che impressionano e fanno riflettere ( come il bambino peruviano che piange mentre si punta il revolver alla tempia). Immagini, tante, che risaltano sulle pareti color pastello delle sale e si susseguono come una storia scandita non dal tempo ma dalle emozioni, accostate per affinità di soggetti e atmosfere, come se fili invisibili legassero fra loro luoghi e persone distanti anni luce. A colpire particolarmente i volti, potenti concentrati di storie, emozioni, dolore, speranza, paura e bellezza. Volti che ti guardano e sembrano parlarti, che mettono a nudo la loro anima per arrivare al cuore: «Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te», ha raccontato lo stesso McCurry nel corso di un'intervista.
Personalmente, di questo grande Maestro che amo moltissimo, ho visto mostre un po’ ovunque, in Italia e all'estero. Non ho visto tutto - ovviamente e purtroppo - ma sicuramente ho avuto la fortuna di ammirare i suoi reportage più famosi e i suoi lavori più noti, quelli entrati «prepotentemente» e di diritto nell’immaginario collettivo, quasi «patrimonio dell’umanità». E poco importa se ho visto dieci volte la ragazza afghana, i templi indiani, le donne del Bengala o le strade sconnesse dell’Havana: Mc Curry ogni volta sa sorprendermi e incantarmi. E poi, come dicevano i latini, repetita iuvant...
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Nel riquadro, un ritratto di Giacomo Casanova (IStock)
Giacomo Casanova era un palato libero, poteva frequentare indifferentemente le osterie popolari come le cucine nobiliari, andare al mercato o a pesca. Per lui il piacere della gola godeva di pari apprezzamento come altri per i quali è passato alla storia. Una conferma tra le pagine del suo diario, Histoire de ma vie, scritto nel rifugio boemo del Castello di Dux dove gli aveva donato ospitalità l’amico conte di Waldstein. «Amai i piatti dai sapori forti, come il pasticcio di maccheroni, il vischioso merluzzo, la cacciagione il cui aroma spesso confina con sentori fetidi, così come i formaggi, la cui perfezione si rivela quando i piccoli esseri che li abitano cominciano a diventare visibili», forse un cenno al caciomarcetto abruzzese che leggenda vuole come, deposto nella madia la sera, lo si trovasse parcheggiato altrove il giorno dopo.
Il diario goloso di Giacomo Casanova è una antologia di saperi e sapori narrata con abile penna e occhio curioso. Non ancora ventenne, incontra a Chioggia un amico di studi veneziani che lo invita ad un picnic di accademici maccheronici durante il quale, abbinato ai piatti, ciascun membro avrebbe recitato un brano di sua composizione. «Accettai e, dopo aver letto dieci stanze composte per l’occasione, fui nominato membro per acclamazione». Ma questo è solo l’inizio. «Fui ancor più brillante a tavola e mangiai tanti maccheroni che mi giudicarono degno di essere proclamato principe». Uno pensa: basta e avanza. E invece no. «Presi il mestolo forato e cominciai a riempire i piatti, spargendo sopra ognuno burro e formaggio» in dosi talmente generose che «i maccheroni nuotavano nel burro che arrivava agli orli del piatto».
I maccheroni veneziani del tempo nulla avevano a che fare con quelli preparati all’ombra del Vesuvio. In realtà erano degli gnocchi impastati con farina di grano o pane raffermo, sorta di dischetti conditi con burro e formaggio e passati al forno. Le ostriche coltivate in Laguna godevano di larga e meritata fama, tanto che Ludovico Manin, l’ultimo doge Serenissimo, aveva riservato loro un’area dedicata, le valli dell’Arsenale. Casanova ne fece presto tesoro, ad esempio con una giovane monaca a Murano. Era il tempo in cui, nelle famiglie nobili, molte giovani venivano spedite nei monasteri indipendentemente dalla loro possibile vocazione per una questione di salvaguardia dei relativi rami ereditari. Il rituale ostricante con un protocollo di valorizzazione multisensoriale: «Ci divertimmo a mangiare ostriche passandocele quando le avevamo già in bocca. Lei mi offriva sulla lingua la sua, mentre io le mettevo in bocca la mia». Uno scambio di amorosi sensi ad alto tasso ormonale.
Come ha ben descritto Vincenzo Corrado nel suo Il cuoco galante, uscito nel 1773, al tempo le ostriche si potevano gustare in vari modi. Crude appena pescate. Cotte alla brace, con pangrattato, sale, pepe e succo di limone così come infarinate e fritte, ma per Casanova vi erano solo quelle crude, gustate in purezza, accompagnate esclusivamente «da quella salsa che le accompagna succhiata dalla bocca del proprio amore» e ricambiata di conseguenza. Nei suoi saliscendi di una vita avventurosa senza pari, Casanova dovette anche affrontare oltre un anno di prigionia ai Piombi. Assieme ai maccheroni, il piatto che era sempre presente nella sua dieta quotidiana era la minestra di riso. Riso che, nella tradizione veneziana, riveste un ruolo importante nel contesto socioeconomico del tempo.
La sua coltivazione iniziò sul finire del Quattrocento, nelle vicine terre degli Estensi. Il Consiglio dei Dieci vide l’opportunità di implementare questa produzione così da integrare quanto già si faceva con la coltivazione dei legumi al fine di dare un miglior benessere alimentare a una popolazione che aveva difficoltà a nutrirsi di carne e pesce e, quindi, di proteine, al di fuori dei centri urbani. Tanto che, nel 1533, lo stesso Consiglio dei Dieci emise una legge per cui non vi sarebbe stata alcuna tassa per chi si dedicava a questa nuova coltivazione. Oltre ai classici risi e bisi, altri piatti storici giunti a noi di quell’epoca, e che Casanova amava condividere con i suoi compagni di avventure, sono la castradina così come la fongadina.
La prima è di origine dalmata, giunta dall’altro versante Adriatico con l’epidemia di peste del 1630. Un cosciotto di montone, salato, essiccato e affumicato, consumato in zuppa con verze e cipolle. Immancabile con la Festa della Madonna della salute il 21 novembre. L’altro, la fongadina, è composto da frattaglie di agnello e capretto di cui storica ambasciata al giorno d’oggi si trova «Da Procida», nella trevigiana San Biagio di Callalta. Non stupitevi se, a uno dei tavoli, trovate assorto a gustarsela un certo Arrigo Cipriani. Ma torniamo a bomba, cioè al lover gourmet Casanova.
Dopo le ostriche non poteva mancare il tartufo, nero come si trovava lungo tutta la dorsale appenninica. Il primo incontro quando, diciottenne, diretto a Roma lungo la via Flaminia con l’amico frate francescano Stefano da Belluno, si ferma per una sosta in terra umbra. «Cenammo a Somma, dove la padrona dell’albergo, donna di rara bellezza, ci preparò dell’ottimo cibo che innaffiammo con del vino di Cipro che le davano i suoi corrieri veneziani in cambio degli eccellenti tartufi che lei donava loro … partii lasciando un pezzo del mio cuore a quell’ottima donna». Anche qui ci soccorre il ricettario di Vincenzo Corrado con una variante curiosa, il purè di tartufi. Pestati assieme a pane fritto, con aglio e aromi, sciogliendo il tutto in un brodo di pesce. Chissà mai se anche Casanova lo esibì, assieme al suo talento coinvolgente, nelle cene che via via organizzò, abbinato a pregiati vini conseguenti, nelle varie città europee dove passò lunghe tappe della sua vita errabonda.
Un capitolo a parte merita lo storione, «amato e ricercato anche per la grandezza rara per un pesce d’acqua dolce», oltre che la squisitezza delle sue carni e anche per quel prezioso tesoretto rappresentato dalle uova di caviale. A quel tempo lo storione risaliva per lunghi tratti i maggiori corsi d’acqua della terraferma veneziana, tanto che molte famiglie patrizie, accanto al parco delle loro ville palladiane, avevano delle ampie peschiere dove gli storioni venivano coccolati prima del sacrificio finale. Era il protagonista di pranzi che rivelavano lo status dei proprietari. Per cuocerlo un apposito contenitore di ampie dimensioni dal quale veniva poi estratto, mostrato nella sua bellezza e infine tagliato a fette con adeguata salsa di contorno.
Casanova era una «carnivoro a 360°». Usava molte metafore ripescate dalla cucina per descrivere le realtà con cui si misurava. A volte incontrava «individui che hanno un po’ dello stoccafisso», così quando lo apprezzavano per una buona citazione, precisava che «era farina del mio sacco». Ma la citazione «stellata» era per il ragù: «Noi affrontiamo la fame per meglio assaporare poi salse come il ragù». Uno comincia a chiedersi con quale ricetta, ma la precisazione non lascia dubbi, riservata al dopocena con la bella di turno. «Ogni donna è un ragù differente dall’altro, anche se molte volte… lo si capisce soltanto dopo». Erotofago? Divoratore della bellezza femminile? Sempre con stile. Come quella volta, a Corfù. Era reduce da una performance che possiamo solo immaginare tanto che chiese alla sua dama di lasciargli una ciocca di capelli come ricordo. Richiesta mirata. Conosceva un confettiere ebreo che ridusse quasi in polvere le ciocche sapientemente tagliuzzate e poi diede loro ulteriore fascino con «una pasta zuccherata di essenze d’ambra, angelica, vaniglie e altri aromi fino a farne tanti piccoli confetti». Cui rese poi degno onore abbinandoli a robusti calici di champagne. Noblescse oblige. C’est dommage.
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Come raccontato dal vicedirettore Francesco Borgonovo a Tivù Verità, nuovo scontro nel caso della famiglia nel bosco: l’assistente sociale ha denunciato per violenza privata gli avvocati dei Trevallion. Intanto la garante dell’infanzia Marina Terragni replica duramente ai servizi sociali e parla di segnali di disagio nei bambini.
Nuovo capitolo nello scontro ormai aperto attorno al caso della cosiddetta «famiglia nel bosco». L’assistente sociale che segue la vicenda avrebbe presentato una denuncia per violenza privata contro gli avvocati dei Trevallion, Danila Solinas e Marco Femminella. Una mossa che segna un ulteriore irrigidimento dei rapporti tra i servizi sociali e la famiglia, già al centro di forti tensioni negli ultimi mesi.
L’intera vicenda era partita dalla relazione redatta dall’assistente sociale Veruska D’Angelo, nella quale venivano segnalate diverse criticità legate alla situazione familiare. Da allora il confronto con Catherine Trevallion, madre dei bambini, si è progressivamente trasformato in un conflitto sempre più duro.
Negli ultimi giorni si è aggiunto un altro episodio. Durante la visita a Vasto della garante nazionale per l’infanzia, Marina Terragni, l’assistente sociale non si sarebbe presentata all’incontro fissato. La stessa Terragni ha raccontato di aver avuto difficoltà anche a contattarla telefonicamente. Secondo alcune fonti, tuttavia, quella stessa mattina sarebbe stato organizzato un incontro con Nathan Trevallion e con la garante abruzzese per l’infanzia, dal quale la madre sarebbe rimasta esclusa. In quell’occasione si sarebbe parlato dei possibili passi futuri e di un percorso per riavvicinare i bambini. A stretto giro è intervenuto anche l’avvocato incaricato di tutelare i servizi sociali. Il legale ha contestato le dichiarazioni della garante nazionale, sostenendo che l’assistente sociale non avrebbe partecipato all’incontro perché impegnata in attività legate proprio alla gestione della vicenda. Nella stessa nota si ribadisce inoltre che i servizi sociali avrebbero operato correttamente. Sempre secondo questa ricostruzione, il tribunale aveva disposto non solo l’allontanamento della madre dalla struttura protetta di Vasto ma anche il trasferimento dei bambini. Tuttavia, dopo l’uscita della madre dalla comunità, i rapporti tra il personale della struttura e i minori sarebbero tornati sereni, circostanza che avrebbe consentito ai bambini di restare lì. L’assistente sociale avrebbe inoltre inviato una lettera al tribunale dell’Aquila nella quale ribadisce la correttezza del proprio operato. Nella comunicazione si sostiene che, al momento dell’allontanamento della madre dalla struttura, i bambini fossero tranquilli e che le tensioni sarebbero nate dal comportamento della donna.
Una versione che però viene contestata da alcune testimonianze, secondo le quali durante quel momento i bambini avrebbero reagito con forte agitazione e pianto. Nel frattempo è arrivata anche la replica di Marina Terragni, che ha smentito in modo netto le ricostruzioni dei servizi sociali. La garante ha dichiarato di non aver mai sostenuto che i bambini stiano bene, ma soltanto che si trovano in buone condizioni fisiche. Al tempo stesso ha parlato di una «notevole agitazione psicomotoria» e di atteggiamenti di paura e diffidenza verso gli estranei, segnali che indicherebbero un evidente disagio.
Il risultato è uno scontro sempre più duro: da una parte i servizi sociali, dall’altra la famiglia Trevallion con i propri legali e l’attenzione della garante nazionale. Un conflitto istituzionale che, mentre le posizioni si irrigidiscono, rischia di lasciare in secondo piano proprio i protagonisti più fragili di tutta la vicenda: i bambini.
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Kulsum Shadab Wahab, fondatrice di Ara Lumiere, tra i capi della collezione «Wounds of Gold»
Da anni impegnata nel sostegno alle donne sopravvissute alla violenza di genere, Wahab ha fondato Ara Lumiere con l’obiettivo di offrire dignità, autonomia economica e nuove opportunità a chi è stata vittima di attacchi con l’acido.
Nel novembre scorso è stata inoltre nominata Women empowerment ambassador per la Camera nazionale della moda italiana, riconoscimento che rafforza il legame tra il suo impegno sociale e il sistema della moda. Il progetto Ara Lumiere si fonda su un modello produttivo preciso: l’atelier impiega esclusivamente donne sopravvissute ad attacchi con acido, coinvolgendole in ogni fase della creazione. Non si tratta di un gesto simbolico, ma di una scelta strutturale che integra artigianalità, formazione e indipendenza economica. Da questa esperienza concreta nasce «Wounds of Gold». La collezione trasforma la memoria in linguaggio visivo: le cicatrici non vengono nascoste né attenuate, ma diventano costruzione, superficie e architettura del capo. Linee irregolari, interruzioni materiche e contrasti tattili traducono l’idea di resilienza in forme sartoriali. La collezione attinge alla forza espressiva dei tessuti indiani, interpretati come materiali vivi, plasmati dal tempo e dall’intervento umano.
Le tradizioni della tessitura vengono rilette attraverso una sartorialità contemporanea che unisce radici culturali e visione futura. Ricami in zari e broccati vengono trattati e manipolati per evocare abrasioni e fratture, creando superfici che ricordano metalli consumati. Il risultato sono texture segnate ma risolute, capaci di raccontare una storia senza rinunciare alla raffinatezza. La palette cromatica è intensa e simbolica. L’oro emerge come elemento narrativo centrale: non semplice ornamento, ma segno di dignità riconquistata. L’argento introduce tensione e modernità, l’avorio suggerisce rinascita, mentre il nero ancora la collezione alla realtà, riconoscendo il trauma senza lasciargli dominare il racconto. Insieme, questi colori costruiscono un percorso visivo che va dalla frattura alla ricomposizione, dall’ombra alla luce. Le silhouette si distinguono per una struttura quasi architettonica, che tuttavia conserva una dimensione intima. Giacche e blazer sartoriali assumono la forma di corazze contemporanee: protettive ma eleganti, rigorose ma sensibili. Le linee volutamente irregolari, le proporzioni leggermente alterate e le texture stratificate riflettono corpi modellati dall’esperienza, lontani dall’idea di perfezione idealizzata che spesso domina la moda. A sostenere il percorso di Ara Lumiere è anche l’agenzia Negri Firman Pr & Communications, guidata da Silvia Negri. La collaborazione nasce da una visione comune: valorizzare un progetto che fonde moda etica, sostenibilità e impegno sociale, trasformando l’abbigliamento in uno strumento di advocacy e cambiamento. L’agenzia ha inoltre sviluppato il concept dell’evento di presentazione della collezione, curandone il posizionamento creativo, l’art direction e la produzione, con l’obiettivo di tradurre i valori del brand in un’esperienza immersiva.
Kulsum Shadab Wahab, originaria dell’India, è una filantropa e imprenditrice impegnata nel supporto alle donne sopravvissute alla violenza di genere e agli attacchi con l’acido. La sua attività filantropica e imprenditoriale nasce proprio in India, dove il progetto Ara Lumiere coinvolge donne sopravvissute a queste aggressioni nella produzione artigianale dei capi, offrendo formazione e indipendenza economica. Con «Wounds of Gold», Ara Lumiere dimostra come il processo creativo possa generare opportunità concrete oltre l’estetica. Ogni capo porta con sé una presenza e una storia, trasformando l’abito in una testimonianza viva.
La collezione invita a riconsiderare i concetti di bellezza, forza e lusso, mostrando come anche una cicatrice possa diventare forma, struttura e luce. In questo modo la moda si afferma non solo come espressione stilistica, ma come strumento di autonomia, dignità e rinascita. «Lo spirito delle donne, il loro coraggio, la loro resilienza e quella forza silenziosa saranno sempre la mia guida. Nel mio ruolo di ambasciatrice custodisco le loro storie e vado avanti con determinazione e responsabilità. Attraverso la moda e l’impegno sociale mi adopero per promuovere un mondo in cui ogni donna possa sentirsi libera, forte e capace di costruire il proprio destino, generando un cambiamento globale», ha concluso Kulsum Shadab Wahab.
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