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2025-06-25
La ricetta della Meloni per la Difesa «Se vuoi la pace, prepara la guerra»
Giorgia Meloni (Ansa)
Chi sa da quanto tempo sognava di pronunciare quelle parole, Giorgia Meloni: ha scelto l’aula del Senato per togliersi lo sfizio. «Si vis pacem para bellum» - il motto dell’antica Roma che vuol dire «se vuoi la pace prepara la guerra», nel senso «se il tuo nemico sa che sei forte, non ti attaccherà» - è risuonato solenne, ieri, nella austera aula di Palazzo Madama, scandito dalla Meloni in occasione della replica dopo il dibattito sulle comunicazioni in vista del Consiglio europeo.
«Sulla Difesa», ha detto la Meloni, «io la penso come i romani: si vis pacem para bellum. Quando ti doti di una Difesa non lo fai per attaccare, la pace è deterrenza, se si hanno dei sistemi di sicurezza e difesa solidi si possono più facilmente evitare dei conflitti». Un pizzico di Margaret Thatcher pure ci stava bene: «È quello che dicevo ieri (l’altro ieri, ndr)», ha sottolineato la Meloni, «citando Margaret Thatcher, i nostri valori non si difendono da soli perché sono buoni e per cause giuste ma si difendono se abbiamo una Difesa adeguata». Con la citazione latina la Meloni si è assicurata i titoli sui siti e i tg di ieri e sui giornali di oggi, e tuttavia ha dovuto incassare la replica, prevedibile, della segretaria dem Elly Schlein, che ha sottolineato come «rispetto a 2.000 anni fa il mondo ha fatto dei passi in avanti nella risoluzione delle controversie. Preparare la guerra, come pensa lei», ha scritto la Schlein in una nota, «è il contrario di quello che serve e vuole l’Italia. Alla presidente del Consiglio dico, se vogliamo la pace, prepariamo la pace». Qualche schermaglia a distanza anche con Giuseppe Conte: «Ha detto che lui non ha firmato l’impegno per il 2% delle spese di Difesa», ha attaccato la Meloni, «dico che una firma è una firma, quella firma è stata messa, io sono d’accordo con quell’impegno che aveva assunto. Poi se Conte ha firmato impegni senza rispettarli dico che non è il mio modo di fare». La citazione in latino della Meloni è stata capovolta pure da Giuseppi: «Qui e ora, ci impegniamo a unire le voci di tutti coloro che, al di là delle lingue, gridano per la stessa causa: se vuoi la pace, prepara la pace, sempre e ovunque», si legge nel documento sottoscritto a l’Aja dal presidente del M5s, e dai rappresentanti di 15 partiti e movimenti provenienti da 11 Paesi europei. Come ben si comprende, al di là di proclami e enunciazioni di principio, la «ciccia» del dibattito è l’aumento delle spese militari al 5% del Pil, richiesto dalla Nato e in particolare da Donald Trump. «Io penso», ha detto la Meloni al Senato, «che l’impegno che i 32 membri della Nato si apprestano ad assumere sia carico di responsabilità, alla luce di un contesto molto incerto. E proprio perché questa esigenza deve inserirsi in maniera sostenibile, nelle ultime settimane ci siamo impegnati a rendere il percorso sostenibile, flessibile e credibile. E ritengo che abbiamo raggiunto l’obiettivo». Obiettivo che, ha sottolineato la Meloni, «deve essere raggiunto in 10 anni, non impone alle nazioni percorsi obbligati, prevede una revisione nel 2029. Poi il tema è su cosa investiamo, anche gli scenari della Difesa stanno cambiando. In Ucraina i maggiori risultati per Kiev sono stati raggiunti con droni che costano 20.000 euro, i dati rischiano di essere più pericolosi dei proiettili, bisogna fare una riflessione seria sulla Difesa del futuro prima di fare investimenti basati su un’idea passata di Difesa». Nel piano della Nato, ha aggiunto la premier, «non si parla solo di spese militari, si parla anche di spese per la sicurezza che sono più ampie: difesa dei confini, lotta ai trafficanti, resilienza, infrastrutture critiche, sviluppo tecnologico, cybersecurity. La Nato deve cogliere un mondo che sta cambiando e particolarmente ci interessa il fianco Sud, per questo devono essere i Paesi a dire che cosa è sicurezza. Io sono preoccupata da quel che accade nel Mediterraneo e in Libia dove la Russia sta spostando la sua proiezione navale».
Per la Lega, l’alleato più riottoso ad aumentare le spese per gli armamenti, è stato il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo a rilasciare un commento (lo diciamo in senso positivo) in perfetto stile democristiano: «Se si tratta di fare degli investimenti in sicurezza», ha detto Romeo, «proprio guardando al fronte Sud dell’alleanza della Nato, quindi il Mediterraneo allargato, per la Difesa e la realizzazione di infrastrutture strategiche, per la protezione di gasdotti e oleodotti, la difesa dei confini nazionali, la lotta all’immigrazione clandestina, la Lega l’ha detto da sempre e siamo d’accordo. Poi è chiaro che il target, che deve essere individuato e so che ci sono delle discussioni ancora in corso, deve essere ovviamente un target sostenibile, magari cercando anche di ottimizzare le risorse perché si può arrivare a spendere meno per spendendo meglio. Bisogna tenere conto della nostra situazione del debito», ha sottolineato Romeo, «e non devono essere sacrificati settori chiave come sanità, scuola, welfare e lavoro, questo è indiscutibile».
La Nato si ricorda del fianco Sud
La Nato corre alle armi. Così, brutalmente, si possono condensare le intenzioni che aleggiano intorno al summit di due giorni, tra oggi e ieri, a L’Aia, nei Paesi Bassi, tra i 32 rappresentanti dei Paesi membri. Apparentemente, Donald Trump è sembrato arrivare con le migliori intenzioni. «Sto andando alla Nato, dove, nella peggiore delle ipotesi, sarà un periodo molto più tranquillo di quello che ho appena vissuto con Israele e Iran. Non vedo l’ora di rivedere tutti i miei bravissimi amici europei. Spero che si realizzino grandi cose», ha scritto sul suo social Truth. Un bel cambio di tono, rispetto a quando chiamava gli europpei «parassiti». Trump, a bordo dell’Air Force One, ha detto che fornirà alla Nato una «definizione esatta» dell’articolo 5, visto che ora ce «ne sono diverse».
In questo contesto si colloca anche il compromesso sostenuto da Mark Rutte, il segretario generale della Nato: raggiungere il 5% sommando un 3,5% di vero budget per la Difesa e un 1,5% per la sicurezza nazionale.
Rutte è in prima linea nel riarmo europeo. Ieri ha accolto al summit Volodymyr Zelensky e ha sottolineato anche come la minaccia russa si estenda sul fronte meridionale, ma non solo. «La Russia è la minaccia diretta e di lungo termine principale della Nato ma non è l’unica. Il fianco Sud è cruciale per noi, perché Mosca e Pechino stanno rapidamente guadagnando influenza, principalmente nel Sahel ma non solo e non dobbiamo essere ingenui».
Le parole di Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea, si collocano sulla stessa linea d’onda e auspicano perfino una rivoluzione antropologica. «Sappiamo che la Russia sarà in grado di testare i nostri impegni di difesa reciproca entro i prossimi cinque anni. Entro il 2030, l’Europa deve avere tutto ciò che serve per una deterrenza credibile. Questo è ciò che chiamiamo «Prontezza 2030». Ma questo richiede una nuova mentalità per tutti noi», ha dichiarato Von der Leyen. «Dobbiamo essere pronti a lasciare la nostra zona di comfort. Dobbiamo esplorare nuovi modi di fare le cose, unendo tecnologia e difesa, civili e militari, in Europa e altrove. Insieme, possiamo scoraggiare chiunque cerchi di farci del male. Per una Nato più forte e un’Europa più forte e sicura».
La corsa alla guerra appassiona (quasi) tutti, con tanto che i tedeschi sono perfino pronti a rinunciare all’austerità, cioè a valori difesi a spada tratta per anni. «Sono convinto che sia questo il momento di investire in modo deciso sulla difesa. Non c’è nulla di più caro dello stallo degli ultimi anni. E il pareggio di bilancio non è un valore in sé», ha dichiarato il ministro delle Finanze tedesco Lars Kingbeil dell’Spd, presentando a Berlino la bozza del bilancio del 2025 e del 2026. Così la Germania raggiungerà il 3,5% del Pil nelle spese per il capitolo dedicato alla difesa e alla sicurezza già nel 2029, con sei anni di anticipo rispetto a quanto concordato nell’ambito della Nato.
Anche Keir Starmer, il primo ministro britannico, ha confermato il proprio impegno a raggiungere il fatidico 5% entro il 2035, assicurando che «questo non comporterà aumenti di tasse per i lavoratori». Nel frattempo, però, in patria la protesta monta perfino nella stessa maggioranza di governo per una riforma del welfare in cantiere che prevede tagli significativi alla spesa sociale (tra l’altro per i disabili).
Le perplessità intorno al summit montano anche dall’altra parte del globo. Infatti, non è passata inosservata l’assenza al summit di Shigeru Ishiba, primo ministro giapponese. Alcune fonti parlano di un certo malumore giapponese e lo riconducono sempre alle pressioni per l’aumento delle spese militari, oppure all’attacco americano in Iran, fornitore cruciale di petrolio. Di sicuro non è passata inosservata neanche l’assenza al summit dei leader della Corea del Sud e dell’Australia, un duro colpo per una Nato che prova a preparare una risposta ai conflitti su scala mondiale.
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Il premier in Senato in vista del Consiglio europeo: «Le armi non servono per attaccare, ma per la deterrenza I nostri valori non si difendono da soli». Polemica la Schlein: «In 2.000 anni il mondo ha fatto passi avanti».Il segretario generale della Nato Rutte al vertice dell’Aia: «Mosca non è l’unica minaccia». Trump: «Vado dai miei amici europei, darò la definizione esatta dell’articolo 5».Lo speciale contiene due articoli.Chi sa da quanto tempo sognava di pronunciare quelle parole, Giorgia Meloni: ha scelto l’aula del Senato per togliersi lo sfizio. «Si vis pacem para bellum» - il motto dell’antica Roma che vuol dire «se vuoi la pace prepara la guerra», nel senso «se il tuo nemico sa che sei forte, non ti attaccherà» - è risuonato solenne, ieri, nella austera aula di Palazzo Madama, scandito dalla Meloni in occasione della replica dopo il dibattito sulle comunicazioni in vista del Consiglio europeo.«Sulla Difesa», ha detto la Meloni, «io la penso come i romani: si vis pacem para bellum. Quando ti doti di una Difesa non lo fai per attaccare, la pace è deterrenza, se si hanno dei sistemi di sicurezza e difesa solidi si possono più facilmente evitare dei conflitti». Un pizzico di Margaret Thatcher pure ci stava bene: «È quello che dicevo ieri (l’altro ieri, ndr)», ha sottolineato la Meloni, «citando Margaret Thatcher, i nostri valori non si difendono da soli perché sono buoni e per cause giuste ma si difendono se abbiamo una Difesa adeguata». Con la citazione latina la Meloni si è assicurata i titoli sui siti e i tg di ieri e sui giornali di oggi, e tuttavia ha dovuto incassare la replica, prevedibile, della segretaria dem Elly Schlein, che ha sottolineato come «rispetto a 2.000 anni fa il mondo ha fatto dei passi in avanti nella risoluzione delle controversie. Preparare la guerra, come pensa lei», ha scritto la Schlein in una nota, «è il contrario di quello che serve e vuole l’Italia. Alla presidente del Consiglio dico, se vogliamo la pace, prepariamo la pace». Qualche schermaglia a distanza anche con Giuseppe Conte: «Ha detto che lui non ha firmato l’impegno per il 2% delle spese di Difesa», ha attaccato la Meloni, «dico che una firma è una firma, quella firma è stata messa, io sono d’accordo con quell’impegno che aveva assunto. Poi se Conte ha firmato impegni senza rispettarli dico che non è il mio modo di fare». La citazione in latino della Meloni è stata capovolta pure da Giuseppi: «Qui e ora, ci impegniamo a unire le voci di tutti coloro che, al di là delle lingue, gridano per la stessa causa: se vuoi la pace, prepara la pace, sempre e ovunque», si legge nel documento sottoscritto a l’Aja dal presidente del M5s, e dai rappresentanti di 15 partiti e movimenti provenienti da 11 Paesi europei. Come ben si comprende, al di là di proclami e enunciazioni di principio, la «ciccia» del dibattito è l’aumento delle spese militari al 5% del Pil, richiesto dalla Nato e in particolare da Donald Trump. «Io penso», ha detto la Meloni al Senato, «che l’impegno che i 32 membri della Nato si apprestano ad assumere sia carico di responsabilità, alla luce di un contesto molto incerto. E proprio perché questa esigenza deve inserirsi in maniera sostenibile, nelle ultime settimane ci siamo impegnati a rendere il percorso sostenibile, flessibile e credibile. E ritengo che abbiamo raggiunto l’obiettivo». Obiettivo che, ha sottolineato la Meloni, «deve essere raggiunto in 10 anni, non impone alle nazioni percorsi obbligati, prevede una revisione nel 2029. Poi il tema è su cosa investiamo, anche gli scenari della Difesa stanno cambiando. In Ucraina i maggiori risultati per Kiev sono stati raggiunti con droni che costano 20.000 euro, i dati rischiano di essere più pericolosi dei proiettili, bisogna fare una riflessione seria sulla Difesa del futuro prima di fare investimenti basati su un’idea passata di Difesa». Nel piano della Nato, ha aggiunto la premier, «non si parla solo di spese militari, si parla anche di spese per la sicurezza che sono più ampie: difesa dei confini, lotta ai trafficanti, resilienza, infrastrutture critiche, sviluppo tecnologico, cybersecurity. La Nato deve cogliere un mondo che sta cambiando e particolarmente ci interessa il fianco Sud, per questo devono essere i Paesi a dire che cosa è sicurezza. Io sono preoccupata da quel che accade nel Mediterraneo e in Libia dove la Russia sta spostando la sua proiezione navale». Per la Lega, l’alleato più riottoso ad aumentare le spese per gli armamenti, è stato il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo a rilasciare un commento (lo diciamo in senso positivo) in perfetto stile democristiano: «Se si tratta di fare degli investimenti in sicurezza», ha detto Romeo, «proprio guardando al fronte Sud dell’alleanza della Nato, quindi il Mediterraneo allargato, per la Difesa e la realizzazione di infrastrutture strategiche, per la protezione di gasdotti e oleodotti, la difesa dei confini nazionali, la lotta all’immigrazione clandestina, la Lega l’ha detto da sempre e siamo d’accordo. Poi è chiaro che il target, che deve essere individuato e so che ci sono delle discussioni ancora in corso, deve essere ovviamente un target sostenibile, magari cercando anche di ottimizzare le risorse perché si può arrivare a spendere meno per spendendo meglio. Bisogna tenere conto della nostra situazione del debito», ha sottolineato Romeo, «e non devono essere sacrificati settori chiave come sanità, scuola, welfare e lavoro, questo è indiscutibile».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/meloni-iran-pace-senato-2672427121.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nato-si-ricorda-del-fianco-sud" data-post-id="2672427121" data-published-at="1750803166" data-use-pagination="False"> La Nato si ricorda del fianco Sud La Nato corre alle armi. Così, brutalmente, si possono condensare le intenzioni che aleggiano intorno al summit di due giorni, tra oggi e ieri, a L’Aia, nei Paesi Bassi, tra i 32 rappresentanti dei Paesi membri. Apparentemente, Donald Trump è sembrato arrivare con le migliori intenzioni. «Sto andando alla Nato, dove, nella peggiore delle ipotesi, sarà un periodo molto più tranquillo di quello che ho appena vissuto con Israele e Iran. Non vedo l’ora di rivedere tutti i miei bravissimi amici europei. Spero che si realizzino grandi cose», ha scritto sul suo social Truth. Un bel cambio di tono, rispetto a quando chiamava gli europpei «parassiti». Trump, a bordo dell’Air Force One, ha detto che fornirà alla Nato una «definizione esatta» dell’articolo 5, visto che ora ce «ne sono diverse».In questo contesto si colloca anche il compromesso sostenuto da Mark Rutte, il segretario generale della Nato: raggiungere il 5% sommando un 3,5% di vero budget per la Difesa e un 1,5% per la sicurezza nazionale.Rutte è in prima linea nel riarmo europeo. Ieri ha accolto al summit Volodymyr Zelensky e ha sottolineato anche come la minaccia russa si estenda sul fronte meridionale, ma non solo. «La Russia è la minaccia diretta e di lungo termine principale della Nato ma non è l’unica. Il fianco Sud è cruciale per noi, perché Mosca e Pechino stanno rapidamente guadagnando influenza, principalmente nel Sahel ma non solo e non dobbiamo essere ingenui».Le parole di Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea, si collocano sulla stessa linea d’onda e auspicano perfino una rivoluzione antropologica. «Sappiamo che la Russia sarà in grado di testare i nostri impegni di difesa reciproca entro i prossimi cinque anni. Entro il 2030, l’Europa deve avere tutto ciò che serve per una deterrenza credibile. Questo è ciò che chiamiamo «Prontezza 2030». Ma questo richiede una nuova mentalità per tutti noi», ha dichiarato Von der Leyen. «Dobbiamo essere pronti a lasciare la nostra zona di comfort. Dobbiamo esplorare nuovi modi di fare le cose, unendo tecnologia e difesa, civili e militari, in Europa e altrove. Insieme, possiamo scoraggiare chiunque cerchi di farci del male. Per una Nato più forte e un’Europa più forte e sicura».La corsa alla guerra appassiona (quasi) tutti, con tanto che i tedeschi sono perfino pronti a rinunciare all’austerità, cioè a valori difesi a spada tratta per anni. «Sono convinto che sia questo il momento di investire in modo deciso sulla difesa. Non c’è nulla di più caro dello stallo degli ultimi anni. E il pareggio di bilancio non è un valore in sé», ha dichiarato il ministro delle Finanze tedesco Lars Kingbeil dell’Spd, presentando a Berlino la bozza del bilancio del 2025 e del 2026. Così la Germania raggiungerà il 3,5% del Pil nelle spese per il capitolo dedicato alla difesa e alla sicurezza già nel 2029, con sei anni di anticipo rispetto a quanto concordato nell’ambito della Nato.Anche Keir Starmer, il primo ministro britannico, ha confermato il proprio impegno a raggiungere il fatidico 5% entro il 2035, assicurando che «questo non comporterà aumenti di tasse per i lavoratori». Nel frattempo, però, in patria la protesta monta perfino nella stessa maggioranza di governo per una riforma del welfare in cantiere che prevede tagli significativi alla spesa sociale (tra l’altro per i disabili).Le perplessità intorno al summit montano anche dall’altra parte del globo. Infatti, non è passata inosservata l’assenza al summit di Shigeru Ishiba, primo ministro giapponese. Alcune fonti parlano di un certo malumore giapponese e lo riconducono sempre alle pressioni per l’aumento delle spese militari, oppure all’attacco americano in Iran, fornitore cruciale di petrolio. Di sicuro non è passata inosservata neanche l’assenza al summit dei leader della Corea del Sud e dell’Australia, un duro colpo per una Nato che prova a preparare una risposta ai conflitti su scala mondiale.
Nessuno sia lasciato indietro. Il diritto di Taiwan a cooperare per una salute universale
Dal 18 al 23 maggio 2026, mentre si svolge a Ginevra la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità (AMS), una questione di giustizia e sicurezza globale rimane aperta e inaccettabilmente irrisolta. Nonostante il passare degli anni, la partecipazione di Taiwan ai lavori dell'Assemblea continua a essere ostacolata, lasciando un vuoto ingiustificabile nella rete sanitaria internazionale. L’AMS affronta temi cruciali sulla salute, dall'impatto del cambiamento climatico alla preparazione verso nuove pandemie e alla lotta contro la resistenza antimicrobica, eppure si continua a permettere che ragioni politiche prevalgano sul diritto universale alla salute, emarginando un Paese libero e democratico da un dialogo che appartiene a tutti.
L’esclusione di Taiwan dal sistema delle Nazioni Unite e dalle sue agenzie specializzate affonda le radici in una grave e persistente distorsione della Risoluzione 2758. È necessario ribadire con fermezza che tale documento, insieme alla Risoluzione 25.1 dell’AMS, affronta esclusivamente la rappresentanza della Cina all’ONU, ma non menziona Taiwan, non stabilisce che sia parte della Repubblica Popolare Cinese, né le conferisce il diritto di rappresentarla. Solo il governo democraticamente eletto di Taiwan può dare voce ai suoi 23 milioni di abitanti. Subire questa imposizione esterna è un’ingiustizia verso un intero popolo e mina l'integrità della sicurezza sanitaria globale.
Negli ultimi anni, il sostegno internazionale a favore di Taiwan è aumentato. In Italia, la Camera dei deputati ha approvato diverse risoluzioni, in particolare nel marzo 2025 ha approvato il documento finale dell’indagine conoscitiva sull’Indo-Pacifico, riaffermando l’importanza di Taiwan per la stabilità della regione. Nel mese di novembre 2025, l'Aula consiliare della Regione Lombardia ha compiuto un passo storico, approvando all'unanimità la mozione n. 370. L'atto promuove l’inclusione del Paese nelle organizzazioni internazionali, agendo concretamente contro il suo isolamento diplomatico. Un simile orientamento è condiviso anche dal Parlamento Europeo, dai suoi Stati membri e da numerosi altri governi, tra cui quelli di Giappone, Stati Uniti, Canada e Regno Unito, che hanno adottato risoluzioni affini, condannando le provocazioni militari della Cina e l’uso strumentale derivante dalla distorta interpretazione della Risoluzione 2758. Tali iniziative testimoniano la crescente consapevolezza delle democrazie mondiali e la ferma volontà di porre fine a un’emarginazione forzata e non più sostenibile per garantire a Taiwan il pieno riconoscimento nel contesto internazionale.
Taiwan ha dato prova di una competenza straordinaria nella gestione delle crisi e nell’innovazione medica. Nel 2025, ha raggiunto con cinque anni di anticipo i target dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l'eliminazione dell'epatite C, portando i tassi di diagnosi e trattamento sopra il 90%. La sua esperienza nella prevenzione delle malattie infettive, supportata da un sistema di sorveglianza digitale all'avanguardia, è un bene pubblico che il mondo non può permettersi di sprecare. Oltre alla gestione delle emergenze, sta guidando la transizione verso la "Sanità Intelligente". Attraverso l’implementazione del Programma 888 per il monitoraggio delle patologie croniche e l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei protocolli clinici, ha sviluppato modelli di cura predittiva con il potenziale di rivoluzionare l'efficienza dei sistemi sanitari.
In netto contrasto con questi contributi, dal 2017 a oggi la partecipazione di Taiwan ai meccanismi tecnici e informativi dell'OMS è stata drasticamente ridotta a causa dell'ostruzionismo di Pechino. Tale esclusione compromette la capacità di risposta globale, come abbiamo tragicamente appreso durante la pandemia di COVID-19, quando i nostri tempestivi segnali d'allerta rimasero inascoltati. Nell’attuale scenario del 2026, rinnoviamo con urgenza l’appello affinché l'Italia e la comunità internazionale si pongano come contrappeso a queste pressioni arbitrarie e discriminatorie. Sostenere l’ammissione di Taiwan in qualità di osservatore alle Nazioni Unite e alle sue agenzie specializzate non è un gesto politico contro qualcuno, ma un gesto di responsabilità verso tutti.
Taiwan è sempre pronta a mettere a disposizione strategie, tecnologie avanzate e l'eccellenza dei propri professionisti nella convinzione che il diritto alla salute e la sicurezza non debbano conoscere confini. “Insieme è meglio”, solo se nessuno viene lasciato indietro.
Riccardo Tsan Nan Lin
Direttore Generale
Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia
Ufficio di Milano
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La società IT presenta a Milano una nuova piattaforma gestionale dedicata alle piccole e medie imprese italiane. Automazione, integrazione con l’ecosistema Microsoft e modello «pay per use» al centro del progetto, con focus su produttività e digitalizzazione dei processi aziendali.
Le piccole e medie imprese italiane restano il cuore dell’economia del Paese, ma spesso affrontano la trasformazione digitale con strumenti limitati, costi elevati e processi ancora troppo manuali. È su questo terreno che Cegeka prova a inserirsi con SPACEplus, nuova piattaforma ERP presentata a Milano nella sede di Comin & Partners.
L’obiettivo dichiarato dall’azienda è rendere accessibili anche alle Pmi strumenti normalmente riservati a realtà più strutturate: gestione automatizzata dei processi aziendali, integrazione dell’intelligenza artificiale e un modello di utilizzo «pay per use», che consente alle imprese di attivare solo i moduli realmente necessari.
SPACEplus nasce dall’evoluzione delle precedenti piattaforme sviluppate da Cegeka negli ultimi decenni. Il progetto mantiene alcuni elementi storici della famiglia SPACE - modularità, personalizzazione e semplicità di utilizzo - ma introduce una nuova architettura tecnologica pensata per aumentare prestazioni e scalabilità. La piattaforma è stata sviluppata con un’attenzione particolare alle esigenze delle Pmi italiane, soprattutto nei settori manifatturiero, metallurgico, cosmetico, dell’occhialeria, dell’Oil & Gas, della plastica e dei servizi. Il sistema punta ad accompagnare le aziende nella gestione quotidiana di attività amministrative, produzione, gestione ordini e monitoraggio operativo.
Uno degli aspetti centrali del progetto riguarda l’integrazione dell’intelligenza artificiale all’interno dei processi aziendali. SPACEplus utilizza sistemi di automazione per attività come analisi documentale, inserimento dati, precompilazione e gestione ordini, fino alle analisi avanzate a supporto delle decisioni aziendali. La piattaforma dialoga inoltre con l’ecosistema Microsoft e Office 365, integrando strumenti come Teams, Excel, Outlook e Power BI per trasformare dati e documenti in dashboard e flussi automatizzati.
Secondo Cegeka, i benefici osservati riguardano soprattutto la riduzione dei tempi operativi, una maggiore accuratezza nella gestione dei dati e una diminuzione delle attività manuali ripetitive. «Il mercato degli ERP per le Pmi italiane aveva bisogno di essere ripensato», ha spiegato Lorenzo Greco, amministratore delegato di Cegeka Italia. «SPACEplus mette la sovranità digitale e la velocità decisionale al centro, trasformando uno strumento gestionale in un vero vantaggio competitivo». L’azienda ha inoltre delineato una roadmap di sviluppo che guarda al 2030, con l’obiettivo di evolvere progressivamente la piattaforma verso un’architettura cross-platform basata su .NET10 e di aggiornare in modo continuo le funzionalità legate all’intelligenza artificiale.
Fondata nel 1992 in Belgio da André Knaepen, Cegeka opera oggi in 17 Paesi con oltre 9.000 dipendenti e un fatturato consolidato che nel 2025 ha superato 1,28 miliardi di euro. In Italia il gruppo conta circa 500 professionisti e concentra la propria attività su cloud, cybersecurity, data management, AI e business applications.
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Edifici residenziali fatiscenti e danneggiati costeggiano le strade dell'Avana, a testimonianza di anni di degrado e mancanza di manutenzione, in un contesto di persistente difficoltà economica (Getty Images)
Washington colpisce Gaesa, il colosso statale che controlla oltre il 40% dell’economia cubana, imponendo lo stop ai rapporti con L’Avana entro il 5 giugno. Diaz-Canel denuncia un attacco «genocida», mentre l’isola sprofonda fra blackout e crisi del turismo.
Nello scontro fra Cuba e Donald Trump si è aperto un nuovo capitolo e l’amministrazione statunitense ha imposto l’ennesimo pacchetto di sanzioni all’isola caraibica. Washington questa volta ha colpito le imprese straniere che lavorano con L'Avana e che entro il 5 giugno dovranno chiudere ogni tipo di transazione con il consorzio Gaesa, Grupo de admnistración empresarial sociedad anónima, l’ente statale cubano che gestisce oltre il 40% dell’economia dell’isola e ha un patrimonio stimato superiore ai 18 miliardi di dollari.
Gaesa è nato a metà degli anni Novanta, dopo il crollo del blocco sovietico, ed è stato fondamentale per mantenere in piedi la sempre traballante economia cubana. Le nuove sanzioni colpiscono anche gli istituti finanziari e bancari e rischiano di essere il colpo di grazia per il regime del presidente e segretario del partito comunista Miguel Diaz-Canel. Se la scadenza del 5 giugno non verrà rispettata tutti i soggetti saranno sottoposti a quelle che tecnicamente si chiamano sanzioni secondarie, che bloccherebbero i loro rapporti con gli Stati Uniti. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha voluto inserire Gaesa in questa nuova black list, insieme a Mona Nickel, un’azienda con un’importante partecipazione canadese nell’esportazione del nichel e cobalto, attraverso la Sherrit, che ha subito sospeso tutte le attività a L’Avana.
Il Canada è una delle nazioni con più interessi a Cuba, insieme a Messico e Spagna. Madrid per il momento si è rifiutata di chiudere il canale cubano, ma le pressioni statunitensi stanno crescendo, perché sostengono che queste imprese facciano profitti con asset che il regime comunista ha espropriato a persone ed imprese statunitensi. Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla su X ha attaccato Washington accusando Donald Trump di voler punire la popolazione lasciandola senza cibo né medicinali. Il responsabile degli Esteri è arrivato a definire queste nuove sanzioni nate con un intento genocida contro la nazione cubana e che questo rende più difficili le relazioni fra i due stati. «Questo atto statunitense è contro i principi dell’umanità», ha continuato Parrilla Rodriguez, e le dichiarazioni di Marco Rubio sono ciniche, ipocrite e deliranti. «Queste azioni della Casa Bianca vogliono causare il massimo danno possibile alla popolazione e alle famiglie cubane, senza alcuna giustificazione, se non quella di occupare la nostra nazione». Al ministro degli Esteri ha fatto eco Jose Ernesto Diaz-Perez, rappresentante di Cuba presso l’Organizzazione mondiale del commercio, che ha detto che si tratta di una violazione del diritto internazionale e delle norme che reggono il sistema multilaterale del commercio.
Cuba sta attraversando uno dei momenti più bui della sua storia e la sua economia non sembra dare nessun segno di ripresa. Nei primi mesi del 2026 il turismo, settore trainante di Cuba, è crollato del 46%, rispetto al primo semestre del 2025 ed i resort sono sempre più spesso vuoti. Manca energia elettrica quasi ovunque con blackout che arrivano anche a 24 ore consecutive colpendo anche gli edifici pubblici e soprattutto i trasporti. A l’Havana scarseggia da mesi il carburante ed il comparto industriale ha una produzione ridotta a metà delle sue potenzialità. Il governo di Diaz-Canel sta provando a recuperare energia con impianti solari, ma si tratta di piccoli apparecchi che faticano a fornire un minimo di sicurezza energetica. Il primo ministro Manuel Marreno Cruz ha lanciato un appello internazionale dichiarando che «ogni volta che un turista viene a Cuba, aiuta il popolo cubano a sopravvivere a queste ingiuste sanzioni».
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