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2025-10-02
L’Usb: blocco totale. Cgil a rimorchio. Il Viminale allerta le forze dell’ordine
Maurizio Landini (Ansa)
Siamo entrati nella fase più calda delle proteste pro Gaza. L’allerta è generale e massima, con il ministero dell’Interno che ha diramato una circolare in cui invita tutti i questori a una «valutazione particolarmente attenta e oculata della concessione di permessi, congedi e qualsiasi altra forma di assenza legittima al personale di polizia dall’1 al 6 ottobre». In poche parole, servono più agenti possibili per fronteggiare qualsiasi tipo di emergenza. A destare le preoccupazioni del Viminale non è soltanto la manifestazione nazionale di sabato, ma anche i possibili disordini che potrebbero verificarsi man mano che le imbarcazioni della Flotilla navigano verso la Striscia.
L’ultimo messaggio inviato dalla ciurma della flotta progressista, del resto, era un evidente appello politico: «Stiamo entrando nella zona ad alto rischio. I lavoratori di tutto il mondo si stanno preparando per mobilitazioni di massa. Un attacco alla Flotilla è un attacco alla Palestina. Per favore, condividete questo messaggio il più possibile. Unitevi a noi. Fermate il genocidio. Tenete gli occhi su Gaza». A questo appello, quasi una chiamata alle armi, hanno risposto in particolare tutte quelle forze di sinistra che hanno già occupato le piazze e non ne vogliono sapere di smobilitare. In prima fila ci sono, ovviamente, la Cgil e i sindacati di base, ossia Usb, Cobas e Cub, che hanno annunciato uno sciopero generale senza preavviso qualora la Flotilla venisse fermata dalle autorità israeliane.
Durante una conferenza stampa convocata ieri dalle quattro sigle, Maurizio Landini ha dichiarato di essere pronto a «uno sciopero generale che riguardi tutte le lavoratrici, tutti i lavoratori, di tutti i settori pubblici e privati». In serata, lo sciopero è stato programmato per la giornata di domani. Dopo aver chiarito la posizione dei sindacati, il segretario della Cgil ha anche attaccato Giorgia Meloni, ritenuta colpevole di aver definito «irresponsabili» gli equipaggi della Flotilla.
Anche l’Usb, il gruppo che ha fatto finora da mattatore delle proteste, ha ribadito che «l’assenza di un intervento davanti a un genocidio si configura come complicità. Il governo sta violando il dettato costituzionale. Queste sono le basi giuridiche dello sciopero», ha affermato Guido Lutrario, membro dell’esecutivo nazionale Usb. Che, oltre a definire «legale e legittimo» lo sciopero senza preavviso, ha anche detto che «bisogna andare oltre». Come ha spiegato il sindacalista, «se vogliamo fare quello che il governo non fa, è necessario produrre un embargo nei confronti di Israele. I portuali lo stanno già facendo, sono fermamente decisi a impedire il commercio con un Paese genocida. È successo a Livorno e Genova e deve succedere in tutti gli altri porti». Di più: «Vogliamo bloccare il Paese per restituirgli la dignità calpestata da questo governo». La risposta dell’esecutivo non si è fatta attendere: «Non permetteremo che Cgil ed estremisti di sinistra portino in Italia il caos. Non tollereremo nessuno “sciopero generale improvviso”», ha scritto su X il vicepremier Matteo Salvini.
Oltre ai sindacati, però, si stanno muovendo anche i collettivi studenteschi. Le prime rivolte sono partite da Roma, dove l’altro ieri un corteo si è concluso con l’occupazione della facoltà di Scienze politiche alla Sapienza. Da lì la protesta si è diffusa in altre città universitarie della Penisola, come Padova e Napoli, dove ieri sono state occupate le sedi sia dell’Orientale che della Federico II. A dirigere gli studenti dell’ateneo romano, in particolare, ci sono formazioni di estrema sinistra come Cambiare rotta, Osa e Udu. «Dopo tanti anni l’università è stata bloccata, le lezioni interrotte, le biblioteche chiuse, e tutta la comunità accademica si è unita sulle stesse parole d’ordine: blocchiamo tutto, supportiamo la Global Sumud Flotilla e rompiamo ogni tipo di rapporto col genocidio», hanno scritto in un comunicato i militanti di Cambiare rotta. Che poi hanno minacciato: «Se la Flotilla verrà attaccata, siamo pronti di nuovo a bloccare tutto».
Sulle occupazioni della Sapienza si è espressa in prima persona Giorgia Meloni. Anche stavolta, ha dichiarato il premier, «le nostre forze dell’ordine devono perdere tempo con questi figli di papà dei centri sociali che stanno creando problemi alla Sapienza, dove hanno sostituito la bandiera dell’Europa con quella della Palestina. E qui a sinistra ci sarà un cortocircuito perché potrebbero trovarsi in difficoltà». In effetti, tra gli obiettivi della critica degli studenti figura anche Elly Schlein, da loro definita «complice del genocidio». Dalle università, in ogni caso, la protesta si è estesa anche alle scuole. Nella Capitale, per esempio, sono già stati occupati tre licei: il Rossellini, il Cavour e il Socrate. Ma anche a Torino, altro epicentro dei disordini, gli studenti hanno preso possesso del liceo Galileo Ferraris.
Ieri, alla notizia che la Flotilla era stata abbordata da Israele, la rabbia è esplosa in mezza Italia. «Aggredita la Global Sumud Flotilla, 3 ottobre sciopero generale. Ora e il momento di bloccare tutto», ha scritto il sindacato di base Usb sui suoi canali. La stessa portavoce italiana di Global Sumud Flotilla, Maria Elena Delia, ha invitato alla rivolta: «Non lasciamoli soli. Ora tocca all'equipaggio di terra fare la sua parte». A Napoli, in serata, manifestanti hanno occupato i binari della stazione Centrale causando il blocco del traffico ferroviario in arrivo e in partenza e forti ritardi. A Roma, attivisti si sono concentrati vicino alla stazione Termini, per una manifestazione spontanea. Le forze dell’ordina hanno cinturato lo scalo, in un clima di altissima tensione.
Resiste la tendopoli alla Scala
«Non ci muoveremo da qui fino a quando il sindaco non avrà sciolto il gemellaggio di Milano con Tel Aviv». Con queste parole, il 26 settembre scorso, alcuni manifestanti provenienti dall’Unione sindacale di base, dalle associazioni palestinesi e dai militanti di Potere al popolo insieme agli studenti di Cambiare rotta e Osa hanno montato le loro tende da campeggio in piazza della Scala a Milano, ribattezzato il sito «piazza Gaza» e chiesto a gran voce «lo stop dell’attacco genocida a Gaza e in Palestina, lo stop a ogni rapporto economico e istituzionale con Israele e garanzie di sicurezza per la missione umanitaria della Global Sumud Flottilla, costantemente sotto attacco». Usb sottolinea di volere un «segnale politicamente tangibile di rifiuto delle violenze messe in atto dal colonialismo sionista».
Ma probabilmente resteranno lì ancora per un po’. Almeno fino al 4 ottobre, quando a Roma si svolgerà una nuova manifestazione nazionale a favore della Palestina. Già, perché il sindaco Beppe Sala non può esimersi dall’abbracciare la causa dei pro Pal accampati tra Palazzo Marino e il Teatro alla Scala; intanto li lascia lì per strada, mentre lui sabato sera dal palco del Piermarini chiudeva il suo saluto al mondo della moda riunito al Teatro per i Cnmi Sustainable Fashion Awards strillando «Free Gaza».
Un discorso toccante e pieno di buoni sentimenti: «Stiamo vivendo un periodo molto duro, lo sapete meglio di me. Le peggiori disuguaglianze sociali, la crisi climatica, e le città sono i luoghi in cui normalmente questi problemi sono più evidenti». E ci racconta anche che, nonostante «affrontiamo problemi come il costo della vita, il costo delle abitazioni, le disuguaglianze sociali, l’insicurezza» a Milano «stiamo ancora vivendo un periodo molto buono». Poi, la ricetta che risolve i problemi: «Restare insieme, lavorare insieme. Tutti noi dobbiamo fare la nostra parte, e la vostra voce è molto forte. La voce del settore della moda è molto, molto forte».
In tutto ciò c’è chi, come Riccardo De Corato, che di Milano è stato il vicesindaco durante la giunta guidata da Letizia Moratti, si chiede come faccia il Comune a tollerare l’accampamento degli anarchici a pochi passi dal Duomo. Presidio che peraltro, ricorda De Corato, resta lì indisturbato dopo gli scontri e gli assalti avvenuti in Stazione Centrale non più tardi del lunedì precedente, il 22 settembre. Scontri che, «come ben sappiamo, hanno avuto gravi conseguenze e ripercussioni, soprattutto nei confronti di diversi esercizi commerciali e che hanno anche visto 60 poliziotti feriti. È assurdo e nella maniera più assoluta inconcepibile che la maggioranza di Palazzo Marino e tutto il centrosinistra milanese continuino a tollerare questi manifestanti violenti e mascherati che, come abbiamo visto e letto, altro non sono che anarchici, no global e Centri Sociali». Il deputato di Fratelli d’Italia, vicepresidente della Commissione Affari costituzionali ricorda inoltre «che questi ultimi, inoltre, continuano a occupare abusivamente nove edifici a Milano dove sviluppano anche le loro attività e iniziative e il Comune continua a non fare niente e, ancor più grave, a non prenderne le distanze».
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Anche Maurizio Landini mobilita la piazza: domani sciopero generale. Partono le occupazioni negli atenei Il ministero dell’Interno: «Valutazione oculata sui permessi e i congedi degli agenti dall’1 al 6 ottobre».I manifestanti pretendono che Milano sciolga il gemellaggio con la città di Tel Aviv. Riccardo De Corato (Fdi): «È assurdo e inconcepibile che Palazzo Marino li tolleri ancora».Lo speciale contiene due articoliSiamo entrati nella fase più calda delle proteste pro Gaza. L’allerta è generale e massima, con il ministero dell’Interno che ha diramato una circolare in cui invita tutti i questori a una «valutazione particolarmente attenta e oculata della concessione di permessi, congedi e qualsiasi altra forma di assenza legittima al personale di polizia dall’1 al 6 ottobre». In poche parole, servono più agenti possibili per fronteggiare qualsiasi tipo di emergenza. A destare le preoccupazioni del Viminale non è soltanto la manifestazione nazionale di sabato, ma anche i possibili disordini che potrebbero verificarsi man mano che le imbarcazioni della Flotilla navigano verso la Striscia. L’ultimo messaggio inviato dalla ciurma della flotta progressista, del resto, era un evidente appello politico: «Stiamo entrando nella zona ad alto rischio. I lavoratori di tutto il mondo si stanno preparando per mobilitazioni di massa. Un attacco alla Flotilla è un attacco alla Palestina. Per favore, condividete questo messaggio il più possibile. Unitevi a noi. Fermate il genocidio. Tenete gli occhi su Gaza». A questo appello, quasi una chiamata alle armi, hanno risposto in particolare tutte quelle forze di sinistra che hanno già occupato le piazze e non ne vogliono sapere di smobilitare. In prima fila ci sono, ovviamente, la Cgil e i sindacati di base, ossia Usb, Cobas e Cub, che hanno annunciato uno sciopero generale senza preavviso qualora la Flotilla venisse fermata dalle autorità israeliane. Durante una conferenza stampa convocata ieri dalle quattro sigle, Maurizio Landini ha dichiarato di essere pronto a «uno sciopero generale che riguardi tutte le lavoratrici, tutti i lavoratori, di tutti i settori pubblici e privati». In serata, lo sciopero è stato programmato per la giornata di domani. Dopo aver chiarito la posizione dei sindacati, il segretario della Cgil ha anche attaccato Giorgia Meloni, ritenuta colpevole di aver definito «irresponsabili» gli equipaggi della Flotilla.Anche l’Usb, il gruppo che ha fatto finora da mattatore delle proteste, ha ribadito che «l’assenza di un intervento davanti a un genocidio si configura come complicità. Il governo sta violando il dettato costituzionale. Queste sono le basi giuridiche dello sciopero», ha affermato Guido Lutrario, membro dell’esecutivo nazionale Usb. Che, oltre a definire «legale e legittimo» lo sciopero senza preavviso, ha anche detto che «bisogna andare oltre». Come ha spiegato il sindacalista, «se vogliamo fare quello che il governo non fa, è necessario produrre un embargo nei confronti di Israele. I portuali lo stanno già facendo, sono fermamente decisi a impedire il commercio con un Paese genocida. È successo a Livorno e Genova e deve succedere in tutti gli altri porti». Di più: «Vogliamo bloccare il Paese per restituirgli la dignità calpestata da questo governo». La risposta dell’esecutivo non si è fatta attendere: «Non permetteremo che Cgil ed estremisti di sinistra portino in Italia il caos. Non tollereremo nessuno “sciopero generale improvviso”», ha scritto su X il vicepremier Matteo Salvini.Oltre ai sindacati, però, si stanno muovendo anche i collettivi studenteschi. Le prime rivolte sono partite da Roma, dove l’altro ieri un corteo si è concluso con l’occupazione della facoltà di Scienze politiche alla Sapienza. Da lì la protesta si è diffusa in altre città universitarie della Penisola, come Padova e Napoli, dove ieri sono state occupate le sedi sia dell’Orientale che della Federico II. A dirigere gli studenti dell’ateneo romano, in particolare, ci sono formazioni di estrema sinistra come Cambiare rotta, Osa e Udu. «Dopo tanti anni l’università è stata bloccata, le lezioni interrotte, le biblioteche chiuse, e tutta la comunità accademica si è unita sulle stesse parole d’ordine: blocchiamo tutto, supportiamo la Global Sumud Flotilla e rompiamo ogni tipo di rapporto col genocidio», hanno scritto in un comunicato i militanti di Cambiare rotta. Che poi hanno minacciato: «Se la Flotilla verrà attaccata, siamo pronti di nuovo a bloccare tutto».Sulle occupazioni della Sapienza si è espressa in prima persona Giorgia Meloni. Anche stavolta, ha dichiarato il premier, «le nostre forze dell’ordine devono perdere tempo con questi figli di papà dei centri sociali che stanno creando problemi alla Sapienza, dove hanno sostituito la bandiera dell’Europa con quella della Palestina. E qui a sinistra ci sarà un cortocircuito perché potrebbero trovarsi in difficoltà». In effetti, tra gli obiettivi della critica degli studenti figura anche Elly Schlein, da loro definita «complice del genocidio». Dalle università, in ogni caso, la protesta si è estesa anche alle scuole. Nella Capitale, per esempio, sono già stati occupati tre licei: il Rossellini, il Cavour e il Socrate. Ma anche a Torino, altro epicentro dei disordini, gli studenti hanno preso possesso del liceo Galileo Ferraris.Ieri, alla notizia che la Flotilla era stata abbordata da Israele, la rabbia è esplosa in mezza Italia. «Aggredita la Global Sumud Flotilla, 3 ottobre sciopero generale. Ora e il momento di bloccare tutto», ha scritto il sindacato di base Usb sui suoi canali. La stessa portavoce italiana di Global Sumud Flotilla, Maria Elena Delia, ha invitato alla rivolta: «Non lasciamoli soli. Ora tocca all'equipaggio di terra fare la sua parte». A Napoli, in serata, manifestanti hanno occupato i binari della stazione Centrale causando il blocco del traffico ferroviario in arrivo e in partenza e forti ritardi. A Roma, attivisti si sono concentrati vicino alla stazione Termini, per una manifestazione spontanea. Le forze dell’ordina hanno cinturato lo scalo, in un clima di altissima tensione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lusb-blocco-totale-cgil-a-rimorchio-il-viminale-allerta-le-forze-dellordine-2674145782.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="resiste-la-tendopoli-alla-scala" data-post-id="2674145782" data-published-at="1759354208" data-use-pagination="False"> Resiste la tendopoli alla Scala «Non ci muoveremo da qui fino a quando il sindaco non avrà sciolto il gemellaggio di Milano con Tel Aviv». Con queste parole, il 26 settembre scorso, alcuni manifestanti provenienti dall’Unione sindacale di base, dalle associazioni palestinesi e dai militanti di Potere al popolo insieme agli studenti di Cambiare rotta e Osa hanno montato le loro tende da campeggio in piazza della Scala a Milano, ribattezzato il sito «piazza Gaza» e chiesto a gran voce «lo stop dell’attacco genocida a Gaza e in Palestina, lo stop a ogni rapporto economico e istituzionale con Israele e garanzie di sicurezza per la missione umanitaria della Global Sumud Flottilla, costantemente sotto attacco». Usb sottolinea di volere un «segnale politicamente tangibile di rifiuto delle violenze messe in atto dal colonialismo sionista».Ma probabilmente resteranno lì ancora per un po’. Almeno fino al 4 ottobre, quando a Roma si svolgerà una nuova manifestazione nazionale a favore della Palestina. Già, perché il sindaco Beppe Sala non può esimersi dall’abbracciare la causa dei pro Pal accampati tra Palazzo Marino e il Teatro alla Scala; intanto li lascia lì per strada, mentre lui sabato sera dal palco del Piermarini chiudeva il suo saluto al mondo della moda riunito al Teatro per i Cnmi Sustainable Fashion Awards strillando «Free Gaza».Un discorso toccante e pieno di buoni sentimenti: «Stiamo vivendo un periodo molto duro, lo sapete meglio di me. Le peggiori disuguaglianze sociali, la crisi climatica, e le città sono i luoghi in cui normalmente questi problemi sono più evidenti». E ci racconta anche che, nonostante «affrontiamo problemi come il costo della vita, il costo delle abitazioni, le disuguaglianze sociali, l’insicurezza» a Milano «stiamo ancora vivendo un periodo molto buono». Poi, la ricetta che risolve i problemi: «Restare insieme, lavorare insieme. Tutti noi dobbiamo fare la nostra parte, e la vostra voce è molto forte. La voce del settore della moda è molto, molto forte».In tutto ciò c’è chi, come Riccardo De Corato, che di Milano è stato il vicesindaco durante la giunta guidata da Letizia Moratti, si chiede come faccia il Comune a tollerare l’accampamento degli anarchici a pochi passi dal Duomo. Presidio che peraltro, ricorda De Corato, resta lì indisturbato dopo gli scontri e gli assalti avvenuti in Stazione Centrale non più tardi del lunedì precedente, il 22 settembre. Scontri che, «come ben sappiamo, hanno avuto gravi conseguenze e ripercussioni, soprattutto nei confronti di diversi esercizi commerciali e che hanno anche visto 60 poliziotti feriti. È assurdo e nella maniera più assoluta inconcepibile che la maggioranza di Palazzo Marino e tutto il centrosinistra milanese continuino a tollerare questi manifestanti violenti e mascherati che, come abbiamo visto e letto, altro non sono che anarchici, no global e Centri Sociali». Il deputato di Fratelli d’Italia, vicepresidente della Commissione Affari costituzionali ricorda inoltre «che questi ultimi, inoltre, continuano a occupare abusivamente nove edifici a Milano dove sviluppano anche le loro attività e iniziative e il Comune continua a non fare niente e, ancor più grave, a non prenderne le distanze».
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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