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2018-09-05
L’Onu: raggiunta una tregua a Tripoli. E il Califfato cerca di fare proseliti
Ansa
In Libia è aumentato il conto delle vittime delle violenze riesplose nei giorni scorsi: sono ormai 50, oltre a 138 feriti. Secondo la missione Unsmil dell'Onu, che aveva invocato un immediato cessate il fuoco, tra i morti ci sono 25 civili. Gli scontri a fuoco erano ripresi nella mattinata di ieri nella periferia meridionale di Tripoli, poco prima che si aprisse il tavolo convocato dalle Nazioni unite per tentare una mediazione. L'incontro era stato proposto allo scopo di «rispondere alle richieste delle delle varie parti, compreso il governo di accordo nazionale riconosciuto a livello internazionale». Il luogo del vertice non era stato reso subito pubblico per ragioni di sicurezza. Al termine dei colloqui, è stato annunciato il raggiungimento di un accordo per una tregua stra le milizie sotto l'egida dell'inviato speciale in Libia, il libanese Ghassan Salamé. L'intesa mira a «mettere fine a tutte le ostilità, proteggere i civili, salvaguardare la proprietà pubblica e privata». Dovrebbe anche essere riaperto l'aeroporto di Mitiga.
Tra i luoghi teatro degli scontri armati c'è stato persino un centro per sfollati, che ospita 900 senzatetto, oltre che a un centro di detenzione dal quale sarebbero fuggiti circa 1.800 migranti.
È stata smentita la notizia dello scoppio di un grande incendio nella sede dell'ambasciata americana, evacuata nel 2014, che è situata lungo il percorso verso l'aeroporto, l'infrastruttura, chiusa all'inizio degli scontri, al cui controllo puntavano i ribelli (e già presa di mira quattro anni fa). «Le ambulanze», ha riferito il portavoce della Protezione civile libica, «non sono riuscite a recarsi in quella zona malgrado le richieste di aiuto degli abitanti». In realtà, ha precisato in un tweet la rappresentanza diplomatica Usa, le fiamme hanno interessato un serbatoio di combustibile adiacente al muro di cinta dell'edificio.
Cresce la preoccupazione per la sorte dei circa 430 italiani presenti nell'area. Il sito Alwasat riferisce le parole di un portavoce dell'Eni, che parla di «attività che per il momento si stanno svolgendo normalmente», anche se domenica erano state evacuate una decina di tecnici e parte del personale diplomatico dell'ambasciata, sfiorata da un colpo di mortaio.
D'altra parte, l'ambasciatore Giuseppe Perrone, che non si troverebbe più in Libia, è inviso all'uomo forte di Tobruk, il generale Khalifa Haftar, che sarebbe, se non il regista, il principale beneficiario dei disordini che stanno ulteriormente indebolendo il fragile equilibrio su cui poggiava l'esecutivo guidato da Fayez Al Serraj. Il quale, dopo aver proclamato lo stato d'emergenza, si è visto costretto a richiedere l'intervento della Forza antiterrorismo stanziata a Misurata, dove si trovano anche uomini e dotazioni dell'esercito italiano: circa 400 militari, 130 mezzi di terra, alcune unità navali attraccate nel porto della capitale e basi aeree al largo della costa libica. Tutto il necessario per la missione Mare sicuro, che era stata concordata dall'ex premier Paolo Gentiloni e da Serraj per contrastare i trafficanti di esseri umani, i contrabbandieri e i terroristi. L'Alto rappresentante per la politica estera dell'Unione europea, Federica Mogherini, ha parlato con Salamé, comunicandogli il «pieno sostegno da parte dell'Ue» per «una soluzione a lungo termine» che si basi non sull'impiego della forza (escluso pure dal governo italiano), bensì su un «processo politico». Sempre dal fronte delle istituzioni europee sono arrivati i moniti del presidente del Parlamento di Starburgo, Antonio Tajani, che biasimando la longa manus francese sui disordini, ha dichiarato: «Gli Stati membri devono smettere di promuovere le proprie agende nazionali, danneggiando tutti i cittadini europei». In effetti, mentre negli ultimi due mesi le importazioni di petrolio dalla Libia verso l'Italia sono letteralmente crollate, la compagnia transalpina Total sta rafforzando la propria presenza attraverso una serie di partecipazioni nelle società operanti nel turbolento Stato nordafricano.
Rita Katz di Site, che monitora la presenza degli islamici radicalizzati sul web, all'Ansa ha spiegato che mentre l'anno scorso «l'Isis non esisteva più in Libia», nel 2018 si sono già svolte circa 12 missioni suicide, poiché «alcuni dei combattenti di Iraq e Siria sono stati in grado di tornare». E ora potrebbero approfittare del caos per imbarcarsi alla volta dell'Europa. La geometria delle forze in campo, d'altronde, è complessa. Quello che sta avendo luogo non è soltanto uno scontro tra Serraj, sostenuto dall'Italia e il suo principale concorrente, Haftar, che gode del favore della Francia. La Libia è un Paese tribale e le milizie (molte delle quali vicine al fondamentalismo islamico) si contendono pezzi di territorio e traffici illeciti ma redditizi. Tra questi gruppi spiccano la Settima brigata di Abdel Rahim Al Kani e la brigata Al Samoud, del miliziano Salah Badi. A rinfocolare la mai sopita guerra civile ha contribuito l'insistenza del presidente francese Emmanuel Macron per celebrare elezioni democratiche a dicembre. Traguardo cui il Paese non è pronto, perché tutti hanno ancora interesse a trarre vantaggio dal precario status quo.
Alessandro Rico
Il governo scommette sulla pace
Gli scontri in Libia tra le milizie ribelli e la possibile nuova ondata di migranti in viaggio verso le nostre coste preoccupano il governo gialloblù. Il conflitto, che ora sembra aver ricevuto una battuta d'arresto dopo il cessate il fuoco, ha però messo in seria difficoltà il pattugliamento dei flussi migratori. C'è il timore dell'arrivo di nuovi jihadisti, dopo che nella giornata di lunedì sono evasi circa 1.800 detenuti dalle carceri libiche.
Ieri il presidente del Consiglio è tornato a Palazzo Chigi. Dopo aver saltato il primo cdm di lunedì, Giuseppe Conte ha condotto un vertice con il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e quello dell'Interno Matteo Salvini. Insieme a loro il capo di gabinetto del Viminale Matteo Piantedosi.
Sul tavolo anche il riassetto dei nostri apparati di sicurezza, con la sostituzione di Alberto Manenti alla direzione dell'Aise e di Alessandro Pansa al Dis, decisioni che verranno prese con tutta probabilità nei consigli dei ministri dei prossimi giorni. Il governo dovrà anche mettere mano al ricambio nelle forze armate, un incastro di difficile soluzione su cui ci vuole ancora del tempo.
Il pallino sulla Libia è in mano alla Farnesina. Moavero Milanesi ieri ha espresso vicinanza al governo di Fayez al Serraj, tenendosi informato per tutta la giornata sull'evolversi degli scontri a Tripoli dove la Settima Brigata, guidata dai fratelli Kani, aveva preso il controllo totale della strada per l'aeroporto internazionale. Secondo quanto raccolto dal sito Analisidifesa, le unità del governo di Fayez al Serraj sono riuscite però a mantenere le linee difensive verso il centro storico. Anzi sarebbero passate al contrattacco in diverse zone. «La situazione, comunque, continua a essere fluida e per il momento non c'è una parte che prevalga sull'altra in maniera incisiva». L'Italia quindi scommette sul fatto che il governo attuale non cada sotto i colpi della brigata originaria di Tarhuna, una sessantina di chilometri a Sud Est di Tripoli, che ha lanciato l'assalto contro la capitale sfidando l'autorità del governo di unità nazionale. Fino allo scorso aprile era schierata con Serraj. Ora invece accusa di corruzione le milizie di Tripoli. Il nostro governo scommette sulla futura mediazione tra la Settima Brigata e Serraj, grazie all'Onu. Per questo la Farnesina ha diramato una nota nella giornata di ieri, dove ribadisce «il pieno sostegno italiano alle legittime istituzioni libiche e al piano di azione delle Nazioni unite. L'Italia invita tutte le parti ad una soluzione pacifica e negoziata».
Non solo. Moavero Milanesi si è intrattenuto a lungo al telefono con il rappresentante speciale del segretario generale Onu per la Libia, Ghassan Salamè, «nel corso della quale ha appreso la sua valutazione sui recenti eventi e sulle azioni da lui intraprese per superare le tensioni e l'attuale fase di instabilità». La linea politica è risultata al momento vincente, confermata dal cessate il fuoco raggiunto ieri in tarda serata dopo l'incontro organizzato proprio dall'Onu. Il rischio che una nuova ondata di migranti possa raggiungere le nostre coste non è però stata ancora sventata. Nel frattempo ieri Salvini ha incontrato l'ex primo ministro britannico Tony Blair: «Positivo e lungo incontro con l'ex premier britannico su immigrazione, Brexit, politiche energetiche. Ho proposto una conferenza su sviluppo e investimenti per l'Africa». Tra i due si sarebbe parlato soprattutto della Tap, il gasdotto che correrà dall'Azerbaijan alla Puglia. Blair lavora come consulente per il Trans Adriatic Pipeline dal 2014, per il progetto che è la punta di diamante dell'Azerbaigian di Ilham Aliyev.
Alessandro Da Rold
Putin si fa beffe dell’alt di Trump e scatena i bombardieri sulla Siria
Gli aerei da guerra russi, insieme a quelli del regime di Bashar al Assad, hanno messo a segno ieri circa 50 raid nel triangolo Idlib-al-Ghab-Latakia, nel Nord Ovest della Siria.
È ripartita così, tre settimane dopo gli ultimi bombardamenti dell'aviazione russa, l'offensiva militare programmata da Mosca e Damasco, con il sostegno di Teheran, sulla provincia di Idlib, l'ultima roccaforte dei ribelli che si oppongono al governo di Assad. L'attacco arriva dopo il vano monito lanciato poche ore prima dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: «Il presidente siriano Bashar al Assad», aveva scritto Trump su Twitter la scorsa notte, «non deve attaccare sconsideratamente la provincia di Idlib. I russi e gli iraniani farebbero un grave errore umanitario partecipando a questa potenziale tragedia umana. Centinaia di migliaia di persone potrebbero essere uccise. Non lasciare che succeda!».
Un appello non raccolto da Vladimir Putin: gli aerei di Mosca hanno infatti martellato in particolare alcune aree sotto il controllo dei miliziani jihadisti del Fronte di Hayat Tahrir al-Sham, l'ex Fronte Al Nusra, legato ad Al Qaeda, come la città di Jisr al-Shughur ma anche zone controllate da gruppi ribelli sostenuti dalla Turchia, nella città di Ariha. Sarebbero nove le vittime dei bombardamenti, secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani, gruppo vicino ai ribelli con sede nel Regno Unito.
Damasco sta ammassando al confine della provincia le truppe di terra, il che lascia immaginare che siamo vicini all'attacco finale. Liberare la provincia di Idlib significa far tornare la Siria occidentale sotto il totale controllo totale di Assad.
Preoccupazione in Turchia: Erdogan è fermamente contrario ad una offensiva su larga scala, che potrebbe provocare una nuova ondata di profughi verso i suoi confini. Ankara ha chiesto a Mosca di colpire in maniera mirata i ribelli qaedisti del Fronte di Hayat Tahrir al-Sham.
All'altolà di Trump ha risposto il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, secondo il quale «non prestare attenzione al potenziale molto pericoloso e negativo dell'intera situazione in Siria non è un approccio completo ed esauriente. La situazione a Idlib rimane fonte di particolare preoccupazione a Mosca come a Damasco, ad Ankara come a Teheran», ha aggiunto Peskov, «perché ospita un nido del terrorismo. Lanciare semplicemente moniti senza prestare attenzione al potenziale negativo e di grande pericolo per tutta la situazione in Siria è un approccio incompleto e non globale. I terroristi a Idlib si sono radicati e sono una minaccia per le basi russe in Siria. La situazione a Idlib», ha precisato il portavoce di Putin, «sarà una questione prioritaria al trilaterale Mosca-Ankara-Teheran previsto per il prossimo 7 settembre nella capitale iraniana».
Il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha affermato che «a Idlib sono in corso sforzi per espellere i terroristi minimizzando i costi umanitari». Zarif ha incontrato, tra gli altri, il presidente siriano Bashar al Assad, il collega Walid al Muallem e il primo ministro Imad Khamis. Sull'altro fronte diplomatico, ieri il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha incontrato l'incaricato speciale della Casa Bianca per la Siria, James Jeffrey, con l'obiettivo di «evitare catastrofi umanitarie». L'inviato delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura, ha chiesto di «evitare qualsiasi mossa che possa essere usata come scusa per boicottare o ritardare gli sforzi alla ricerca di una soluzione politica».
Carlo Tarallo
Macron cerca gloria in Nord Africa ma in patria fallisce
È una fine d'estate uggiosa, quella di Emmanuel Macron, che piace sempre meno ai francesi. I sondaggi non gli danno scampo. Lo ha confermato quello realizzato da Ifop-Fiducial per Paris Match e Sud Radio: solo il 31% dei francesi apprezza il proprio presidente. Dopo lo stesso periodo di governo, persino il detestato François Hollande era al 32%.
Le ragioni di questo autunno anticipato sulla Macronie (come chiamano la Francia del giovane presidente) sono molteplici. In principio fu l'affaire Benalla, che la presidenza della Repubblica e il governo hanno tentato di minimizzare ad ogni costo, ma che per molti francesi, è stata una dolorosa constatazione del fatto che anche la «politica nuova» di Macron, è inquinata da scandali e stanze segrete.
Poi, quando sembrava che stesse tornando il sereno, un altro fulmine si è abbattuto: le dimissioni del popolarissimo ministro dell'Ecologia Nicolas Hulot, che l'interessato ha annunciato in diretta radio senza nemmeno avvisare il presidente della Repubblica né il primo ministro. Ne è seguita una settimana di grande agitazione, alimentata anche da un altro scivolone del governo: la probabile marcia indietro sull'avvio del prelievo alla fonte delle tasse, previsto inizialmente per il 1° gennaio 2019.
Il quotidiano Le Parisien ha pubblicato una nota riservata della direzione generale delle finanze pubbliche che aveva registrato numerosissme anomalie di calcolo, nelle simulazioni compiute in questi mesi con numerose imprese. Macron ha deciso di temporeggiare ed eventualmente di fare entrare in vigore il prelievo alla fonte più in là. Ma mentre la Francia attendeva di conoscere il nome del nuovo ministro dell'Ecologia e di sapere come avrebbe dovuto pagare le tasse, il team Macron ha segnato un altro autogol, annunciando la nomina all'incarico di console generale di Francia a Los Angeles di Philippe Bessons. Uno scrittore che, tra le sue opere annovera Un personnage de roman, un romanzo dedicato proprio a Emmanuel Macron.
Ieri è stato finalmente comunicato il nome del nuovo ministro dell'Ecologia che sarà François de Rugy. Si tratta dell'attuale presidente dell'Assemblée Nationale, la Camera francese. Sempre ieri però si è dimessa un'altra figura molto popolare del governo: Laura Flessel, ex campionessa olimpica di scherma e, fino a ieri, ministro dello Sport (dietro le dimissioni ci sarebbe un presunto caso di evasione fiscale che penderebbe sul capo dell'ex membro del governo).
Come spesso accade ai politici quando hanno problemi in patria, la cosa migliore è di spostare l'attenzione dell'opinione pubblica sull'estero. Forse è per questo che Macron ha parlato recentemente di Sahel e Libia. Nessun grande annuncio riportato dalla stampa ma segnali piuttosto chiari diretti anche a Roma. Il 29 agosto scorso, si è tenuta la conferenza degli ambasciatori francesi, il presidente e il suo ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, hanno toccato nei loro interventi due temi che sono fonte di attriti con l'Italia.
Sulla Libia, Macron ha affermato che senza una stabilizzazione del Paese «sarà impossibile stabilizzare il Sahel in maniera duratura». È interessante notare come il presidente francese abbia ricordato l'impegno della Francia nella lotta «contro i traffici e le reti di trafficanti di esseri umani insieme all'Unione Africana e all'Organizzazione internazionale per le migrazioni». Nessun accenno all'Italia. Come se il Belpaese non avesse fatto nulla in questi ambiti.
Macron ha poi ribadito la propria convinzione: “credo profondamente alla restaurazione della sovranità libica e all'unità del Paese. È una parte essenziale della stabilizzazione della regione e quindi della lotta contro i terroristi e i trafficanti. In questo senso, i prossimi mesi saranno decisivi. Sarà necessaria la nostra mobilitazione per evitare ogni tentazione di divisione, perché questo Paese è diventato il teatro di tutte le influenze e di tutti gli interessi esterni. Il nostro ruolo, per la nostra sicurezza e per quella della regione è di riuscire a far avanzare l'accordo di Parigi tra le quattro parti coinvolte, deciso lo scorso maggio».
Davanti alla stessa conferenza degli ambasciatori francesi è intervenuto poi il capo della diplomazia transalpina. Parlando dell'Ue, il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian è stato tutt'altro che diplomatico nei confronti di Roma. «Potrei menzionare anche l'Italia e l'Europa centrale e orientale. Ogni Stato membro è libero di eleggere i dirigenti che preferisce ma la nostra visione dell'Unione Europea, come primo circolo di alleanze e di valori, non è compatibile con governi che non ne rispettano i principi fondamentali. Non si sentono in alcun modo legati dalla solidarietà comunitaria e hanno, in fondo, un approccio utilitaristico dell'Unione, nella quale sceglieranno solo ciò che li interessa, in primo luogo la redistribuzione dei soldi. Noi non siamo pronti a pagare per questa Europa».
Le Drian che, va ricordato, è stato anche ministro della Difesa sotto la presidenza di François Hollande, non ha mancato di parlare della Libia ed è stato ancora più chiaro di Emmanuel Macron. Come noto la Francia vuole che in Libia si voti il prima possibile, per questo «sostiene finanziariamente la preparazione delle elezioni». Poi ha dichiarato qualcosa che potrebbe suonare come una excusatio non petita. «Certo che non è tutto risolto. Ma ormai c'è un piano, uno scenario per l'uscita dalla crisi. Lo ripeto: questo piano non è diretto contro qualcuno, è nell'interesse di tutti. Interessa sia agli europei che ai vicini della Libia».
Matteo Ghisalberti
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Dopo una giornata di scontri, le Nazioni unite annunciano l'accordo tra le milizie per il cessate il fuoco. Colpito centro di detenzione: 1.800 migranti in fuga. Pericolo «foreign fighter» di rientro da Iraq e Siria.Il governo scommette sulla pace. Summit ristretto per l'emergenza libica guidato da Giuseppe Conte: la linea è sostenere fino all'ultimo l'esecutivo tripolino. Sul tavolo la possibile nuova ondata di sbarchi.Vladimir Putin si fa beffe dell'alt di Donald Trump e scatena i bombardieri sulla Siria. Mosca, appoggiata dall'Iran, picchia duro su Idlib. Venerdì trilaterale con la Turchia. Emmanuel Macron cerca gloria in Nord Africa ma in patria fallisce. Un secondo ministro si dimette, mentre i consensi del presidente sono persino più bassi di quelli di Hollande nello stesso periodo.Lo speciale contiene quattro articoli.In Libia è aumentato il conto delle vittime delle violenze riesplose nei giorni scorsi: sono ormai 50, oltre a 138 feriti. Secondo la missione Unsmil dell'Onu, che aveva invocato un immediato cessate il fuoco, tra i morti ci sono 25 civili. Gli scontri a fuoco erano ripresi nella mattinata di ieri nella periferia meridionale di Tripoli, poco prima che si aprisse il tavolo convocato dalle Nazioni unite per tentare una mediazione. L'incontro era stato proposto allo scopo di «rispondere alle richieste delle delle varie parti, compreso il governo di accordo nazionale riconosciuto a livello internazionale». Il luogo del vertice non era stato reso subito pubblico per ragioni di sicurezza. Al termine dei colloqui, è stato annunciato il raggiungimento di un accordo per una tregua stra le milizie sotto l'egida dell'inviato speciale in Libia, il libanese Ghassan Salamé. L'intesa mira a «mettere fine a tutte le ostilità, proteggere i civili, salvaguardare la proprietà pubblica e privata». Dovrebbe anche essere riaperto l'aeroporto di Mitiga. Tra i luoghi teatro degli scontri armati c'è stato persino un centro per sfollati, che ospita 900 senzatetto, oltre che a un centro di detenzione dal quale sarebbero fuggiti circa 1.800 migranti.È stata smentita la notizia dello scoppio di un grande incendio nella sede dell'ambasciata americana, evacuata nel 2014, che è situata lungo il percorso verso l'aeroporto, l'infrastruttura, chiusa all'inizio degli scontri, al cui controllo puntavano i ribelli (e già presa di mira quattro anni fa). «Le ambulanze», ha riferito il portavoce della Protezione civile libica, «non sono riuscite a recarsi in quella zona malgrado le richieste di aiuto degli abitanti». In realtà, ha precisato in un tweet la rappresentanza diplomatica Usa, le fiamme hanno interessato un serbatoio di combustibile adiacente al muro di cinta dell'edificio.Cresce la preoccupazione per la sorte dei circa 430 italiani presenti nell'area. Il sito Alwasat riferisce le parole di un portavoce dell'Eni, che parla di «attività che per il momento si stanno svolgendo normalmente», anche se domenica erano state evacuate una decina di tecnici e parte del personale diplomatico dell'ambasciata, sfiorata da un colpo di mortaio. D'altra parte, l'ambasciatore Giuseppe Perrone, che non si troverebbe più in Libia, è inviso all'uomo forte di Tobruk, il generale Khalifa Haftar, che sarebbe, se non il regista, il principale beneficiario dei disordini che stanno ulteriormente indebolendo il fragile equilibrio su cui poggiava l'esecutivo guidato da Fayez Al Serraj. Il quale, dopo aver proclamato lo stato d'emergenza, si è visto costretto a richiedere l'intervento della Forza antiterrorismo stanziata a Misurata, dove si trovano anche uomini e dotazioni dell'esercito italiano: circa 400 militari, 130 mezzi di terra, alcune unità navali attraccate nel porto della capitale e basi aeree al largo della costa libica. Tutto il necessario per la missione Mare sicuro, che era stata concordata dall'ex premier Paolo Gentiloni e da Serraj per contrastare i trafficanti di esseri umani, i contrabbandieri e i terroristi. L'Alto rappresentante per la politica estera dell'Unione europea, Federica Mogherini, ha parlato con Salamé, comunicandogli il «pieno sostegno da parte dell'Ue» per «una soluzione a lungo termine» che si basi non sull'impiego della forza (escluso pure dal governo italiano), bensì su un «processo politico». Sempre dal fronte delle istituzioni europee sono arrivati i moniti del presidente del Parlamento di Starburgo, Antonio Tajani, che biasimando la longa manus francese sui disordini, ha dichiarato: «Gli Stati membri devono smettere di promuovere le proprie agende nazionali, danneggiando tutti i cittadini europei». In effetti, mentre negli ultimi due mesi le importazioni di petrolio dalla Libia verso l'Italia sono letteralmente crollate, la compagnia transalpina Total sta rafforzando la propria presenza attraverso una serie di partecipazioni nelle società operanti nel turbolento Stato nordafricano.Rita Katz di Site, che monitora la presenza degli islamici radicalizzati sul web, all'Ansa ha spiegato che mentre l'anno scorso «l'Isis non esisteva più in Libia», nel 2018 si sono già svolte circa 12 missioni suicide, poiché «alcuni dei combattenti di Iraq e Siria sono stati in grado di tornare». E ora potrebbero approfittare del caos per imbarcarsi alla volta dell'Europa. La geometria delle forze in campo, d'altronde, è complessa. Quello che sta avendo luogo non è soltanto uno scontro tra Serraj, sostenuto dall'Italia e il suo principale concorrente, Haftar, che gode del favore della Francia. La Libia è un Paese tribale e le milizie (molte delle quali vicine al fondamentalismo islamico) si contendono pezzi di territorio e traffici illeciti ma redditizi. Tra questi gruppi spiccano la Settima brigata di Abdel Rahim Al Kani e la brigata Al Samoud, del miliziano Salah Badi. A rinfocolare la mai sopita guerra civile ha contribuito l'insistenza del presidente francese Emmanuel Macron per celebrare elezioni democratiche a dicembre. Traguardo cui il Paese non è pronto, perché tutti hanno ancora interesse a trarre vantaggio dal precario status quo.Alessandro Rico<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lonu-raggiunta-una-tregua-a-tripoli-e-il-califfato-cerca-di-fare-proseliti-2601971051.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-governo-scommette-sulla-pace" data-post-id="2601971051" data-published-at="1781539705" data-use-pagination="False"> Il governo scommette sulla pace Gli scontri in Libia tra le milizie ribelli e la possibile nuova ondata di migranti in viaggio verso le nostre coste preoccupano il governo gialloblù. Il conflitto, che ora sembra aver ricevuto una battuta d'arresto dopo il cessate il fuoco, ha però messo in seria difficoltà il pattugliamento dei flussi migratori. C'è il timore dell'arrivo di nuovi jihadisti, dopo che nella giornata di lunedì sono evasi circa 1.800 detenuti dalle carceri libiche. Ieri il presidente del Consiglio è tornato a Palazzo Chigi. Dopo aver saltato il primo cdm di lunedì, Giuseppe Conte ha condotto un vertice con il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi e quello dell'Interno Matteo Salvini. Insieme a loro il capo di gabinetto del Viminale Matteo Piantedosi. Sul tavolo anche il riassetto dei nostri apparati di sicurezza, con la sostituzione di Alberto Manenti alla direzione dell'Aise e di Alessandro Pansa al Dis, decisioni che verranno prese con tutta probabilità nei consigli dei ministri dei prossimi giorni. Il governo dovrà anche mettere mano al ricambio nelle forze armate, un incastro di difficile soluzione su cui ci vuole ancora del tempo. Il pallino sulla Libia è in mano alla Farnesina. Moavero Milanesi ieri ha espresso vicinanza al governo di Fayez al Serraj, tenendosi informato per tutta la giornata sull'evolversi degli scontri a Tripoli dove la Settima Brigata, guidata dai fratelli Kani, aveva preso il controllo totale della strada per l'aeroporto internazionale. Secondo quanto raccolto dal sito Analisidifesa, le unità del governo di Fayez al Serraj sono riuscite però a mantenere le linee difensive verso il centro storico. Anzi sarebbero passate al contrattacco in diverse zone. «La situazione, comunque, continua a essere fluida e per il momento non c'è una parte che prevalga sull'altra in maniera incisiva». L'Italia quindi scommette sul fatto che il governo attuale non cada sotto i colpi della brigata originaria di Tarhuna, una sessantina di chilometri a Sud Est di Tripoli, che ha lanciato l'assalto contro la capitale sfidando l'autorità del governo di unità nazionale. Fino allo scorso aprile era schierata con Serraj. Ora invece accusa di corruzione le milizie di Tripoli. Il nostro governo scommette sulla futura mediazione tra la Settima Brigata e Serraj, grazie all'Onu. Per questo la Farnesina ha diramato una nota nella giornata di ieri, dove ribadisce «il pieno sostegno italiano alle legittime istituzioni libiche e al piano di azione delle Nazioni unite. L'Italia invita tutte le parti ad una soluzione pacifica e negoziata». Non solo. Moavero Milanesi si è intrattenuto a lungo al telefono con il rappresentante speciale del segretario generale Onu per la Libia, Ghassan Salamè, «nel corso della quale ha appreso la sua valutazione sui recenti eventi e sulle azioni da lui intraprese per superare le tensioni e l'attuale fase di instabilità». La linea politica è risultata al momento vincente, confermata dal cessate il fuoco raggiunto ieri in tarda serata dopo l'incontro organizzato proprio dall'Onu. Il rischio che una nuova ondata di migranti possa raggiungere le nostre coste non è però stata ancora sventata. Nel frattempo ieri Salvini ha incontrato l'ex primo ministro britannico Tony Blair: «Positivo e lungo incontro con l'ex premier britannico su immigrazione, Brexit, politiche energetiche. Ho proposto una conferenza su sviluppo e investimenti per l'Africa». Tra i due si sarebbe parlato soprattutto della Tap, il gasdotto che correrà dall'Azerbaijan alla Puglia. Blair lavora come consulente per il Trans Adriatic Pipeline dal 2014, per il progetto che è la punta di diamante dell'Azerbaigian di Ilham Aliyev. Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lonu-raggiunta-una-tregua-a-tripoli-e-il-califfato-cerca-di-fare-proseliti-2601971051.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="putin-si-fa-beffe-dellalt-di-trump-e-scatena-i-bombardieri-sulla-siria" data-post-id="2601971051" data-published-at="1781539705" data-use-pagination="False"> Putin si fa beffe dell’alt di Trump e scatena i bombardieri sulla Siria Gli aerei da guerra russi, insieme a quelli del regime di Bashar al Assad, hanno messo a segno ieri circa 50 raid nel triangolo Idlib-al-Ghab-Latakia, nel Nord Ovest della Siria. È ripartita così, tre settimane dopo gli ultimi bombardamenti dell'aviazione russa, l'offensiva militare programmata da Mosca e Damasco, con il sostegno di Teheran, sulla provincia di Idlib, l'ultima roccaforte dei ribelli che si oppongono al governo di Assad. L'attacco arriva dopo il vano monito lanciato poche ore prima dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: «Il presidente siriano Bashar al Assad», aveva scritto Trump su Twitter la scorsa notte, «non deve attaccare sconsideratamente la provincia di Idlib. I russi e gli iraniani farebbero un grave errore umanitario partecipando a questa potenziale tragedia umana. Centinaia di migliaia di persone potrebbero essere uccise. Non lasciare che succeda!». Un appello non raccolto da Vladimir Putin: gli aerei di Mosca hanno infatti martellato in particolare alcune aree sotto il controllo dei miliziani jihadisti del Fronte di Hayat Tahrir al-Sham, l'ex Fronte Al Nusra, legato ad Al Qaeda, come la città di Jisr al-Shughur ma anche zone controllate da gruppi ribelli sostenuti dalla Turchia, nella città di Ariha. Sarebbero nove le vittime dei bombardamenti, secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani, gruppo vicino ai ribelli con sede nel Regno Unito. Damasco sta ammassando al confine della provincia le truppe di terra, il che lascia immaginare che siamo vicini all'attacco finale. Liberare la provincia di Idlib significa far tornare la Siria occidentale sotto il totale controllo totale di Assad. Preoccupazione in Turchia: Erdogan è fermamente contrario ad una offensiva su larga scala, che potrebbe provocare una nuova ondata di profughi verso i suoi confini. Ankara ha chiesto a Mosca di colpire in maniera mirata i ribelli qaedisti del Fronte di Hayat Tahrir al-Sham. All'altolà di Trump ha risposto il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, secondo il quale «non prestare attenzione al potenziale molto pericoloso e negativo dell'intera situazione in Siria non è un approccio completo ed esauriente. La situazione a Idlib rimane fonte di particolare preoccupazione a Mosca come a Damasco, ad Ankara come a Teheran», ha aggiunto Peskov, «perché ospita un nido del terrorismo. Lanciare semplicemente moniti senza prestare attenzione al potenziale negativo e di grande pericolo per tutta la situazione in Siria è un approccio incompleto e non globale. I terroristi a Idlib si sono radicati e sono una minaccia per le basi russe in Siria. La situazione a Idlib», ha precisato il portavoce di Putin, «sarà una questione prioritaria al trilaterale Mosca-Ankara-Teheran previsto per il prossimo 7 settembre nella capitale iraniana». Il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha affermato che «a Idlib sono in corso sforzi per espellere i terroristi minimizzando i costi umanitari». Zarif ha incontrato, tra gli altri, il presidente siriano Bashar al Assad, il collega Walid al Muallem e il primo ministro Imad Khamis. Sull'altro fronte diplomatico, ieri il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, ha incontrato l'incaricato speciale della Casa Bianca per la Siria, James Jeffrey, con l'obiettivo di «evitare catastrofi umanitarie». L'inviato delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan de Mistura, ha chiesto di «evitare qualsiasi mossa che possa essere usata come scusa per boicottare o ritardare gli sforzi alla ricerca di una soluzione politica». Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lonu-raggiunta-una-tregua-a-tripoli-e-il-califfato-cerca-di-fare-proseliti-2601971051.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="macron-cerca-gloria-in-nord-africa-ma-in-patria-fallisce" data-post-id="2601971051" data-published-at="1781539705" data-use-pagination="False"> Macron cerca gloria in Nord Africa ma in patria fallisce È una fine d'estate uggiosa, quella di Emmanuel Macron, che piace sempre meno ai francesi. I sondaggi non gli danno scampo. Lo ha confermato quello realizzato da Ifop-Fiducial per Paris Match e Sud Radio: solo il 31% dei francesi apprezza il proprio presidente. Dopo lo stesso periodo di governo, persino il detestato François Hollande era al 32%. Le ragioni di questo autunno anticipato sulla Macronie (come chiamano la Francia del giovane presidente) sono molteplici. In principio fu l'affaire Benalla, che la presidenza della Repubblica e il governo hanno tentato di minimizzare ad ogni costo, ma che per molti francesi, è stata una dolorosa constatazione del fatto che anche la «politica nuova» di Macron, è inquinata da scandali e stanze segrete. Poi, quando sembrava che stesse tornando il sereno, un altro fulmine si è abbattuto: le dimissioni del popolarissimo ministro dell'Ecologia Nicolas Hulot, che l'interessato ha annunciato in diretta radio senza nemmeno avvisare il presidente della Repubblica né il primo ministro. Ne è seguita una settimana di grande agitazione, alimentata anche da un altro scivolone del governo: la probabile marcia indietro sull'avvio del prelievo alla fonte delle tasse, previsto inizialmente per il 1° gennaio 2019. Il quotidiano Le Parisien ha pubblicato una nota riservata della direzione generale delle finanze pubbliche che aveva registrato numerosissme anomalie di calcolo, nelle simulazioni compiute in questi mesi con numerose imprese. Macron ha deciso di temporeggiare ed eventualmente di fare entrare in vigore il prelievo alla fonte più in là. Ma mentre la Francia attendeva di conoscere il nome del nuovo ministro dell'Ecologia e di sapere come avrebbe dovuto pagare le tasse, il team Macron ha segnato un altro autogol, annunciando la nomina all'incarico di console generale di Francia a Los Angeles di Philippe Bessons. Uno scrittore che, tra le sue opere annovera Un personnage de roman, un romanzo dedicato proprio a Emmanuel Macron. Ieri è stato finalmente comunicato il nome del nuovo ministro dell'Ecologia che sarà François de Rugy. Si tratta dell'attuale presidente dell'Assemblée Nationale, la Camera francese. Sempre ieri però si è dimessa un'altra figura molto popolare del governo: Laura Flessel, ex campionessa olimpica di scherma e, fino a ieri, ministro dello Sport (dietro le dimissioni ci sarebbe un presunto caso di evasione fiscale che penderebbe sul capo dell'ex membro del governo). Come spesso accade ai politici quando hanno problemi in patria, la cosa migliore è di spostare l'attenzione dell'opinione pubblica sull'estero. Forse è per questo che Macron ha parlato recentemente di Sahel e Libia. Nessun grande annuncio riportato dalla stampa ma segnali piuttosto chiari diretti anche a Roma. Il 29 agosto scorso, si è tenuta la conferenza degli ambasciatori francesi, il presidente e il suo ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drian, hanno toccato nei loro interventi due temi che sono fonte di attriti con l'Italia. Sulla Libia, Macron ha affermato che senza una stabilizzazione del Paese «sarà impossibile stabilizzare il Sahel in maniera duratura». È interessante notare come il presidente francese abbia ricordato l'impegno della Francia nella lotta «contro i traffici e le reti di trafficanti di esseri umani insieme all'Unione Africana e all'Organizzazione internazionale per le migrazioni». Nessun accenno all'Italia. Come se il Belpaese non avesse fatto nulla in questi ambiti. Macron ha poi ribadito la propria convinzione: “credo profondamente alla restaurazione della sovranità libica e all'unità del Paese. È una parte essenziale della stabilizzazione della regione e quindi della lotta contro i terroristi e i trafficanti. In questo senso, i prossimi mesi saranno decisivi. Sarà necessaria la nostra mobilitazione per evitare ogni tentazione di divisione, perché questo Paese è diventato il teatro di tutte le influenze e di tutti gli interessi esterni. Il nostro ruolo, per la nostra sicurezza e per quella della regione è di riuscire a far avanzare l'accordo di Parigi tra le quattro parti coinvolte, deciso lo scorso maggio». Davanti alla stessa conferenza degli ambasciatori francesi è intervenuto poi il capo della diplomazia transalpina. Parlando dell'Ue, il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian è stato tutt'altro che diplomatico nei confronti di Roma. «Potrei menzionare anche l'Italia e l'Europa centrale e orientale. Ogni Stato membro è libero di eleggere i dirigenti che preferisce ma la nostra visione dell'Unione Europea, come primo circolo di alleanze e di valori, non è compatibile con governi che non ne rispettano i principi fondamentali. Non si sentono in alcun modo legati dalla solidarietà comunitaria e hanno, in fondo, un approccio utilitaristico dell'Unione, nella quale sceglieranno solo ciò che li interessa, in primo luogo la redistribuzione dei soldi. Noi non siamo pronti a pagare per questa Europa». Le Drian che, va ricordato, è stato anche ministro della Difesa sotto la presidenza di François Hollande, non ha mancato di parlare della Libia ed è stato ancora più chiaro di Emmanuel Macron. Come noto la Francia vuole che in Libia si voti il prima possibile, per questo «sostiene finanziariamente la preparazione delle elezioni». Poi ha dichiarato qualcosa che potrebbe suonare come una excusatio non petita. «Certo che non è tutto risolto. Ma ormai c'è un piano, uno scenario per l'uscita dalla crisi. Lo ripeto: questo piano non è diretto contro qualcuno, è nell'interesse di tutti. Interessa sia agli europei che ai vicini della Libia».Matteo Ghisalberti
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Hezbollah può perdere comandanti, combattenti, depositi di armi e influenza politica, ma continua a sopravvivere grazie a una rete finanziaria internazionale che resta largamente operativa. È questa la conclusione del rapporto Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, pubblicato dal Centro austriaco di documentazione sull’islam politico e firmato dall’esperta di Medio Oriente Lina Khatib.
Lo studio arriva dopo una fase estremamente difficile per il movimento sciita libanese. La guerra che combatte contro Israele dal 2023 ha provocato pesanti perdite militari, la distruzione di infrastrutture strategiche e la morte di numerosi dirigenti. Anche il crollo del regime siriano di Bashar al Assad nel dicembre 2024 ha privato Hezbollah di un alleato fondamentale e di importanti canali economici utilizzati per finanziare le proprie attività. Secondo il rapporto, tuttavia, la sconfitta militare non si è tradotta in una sconfitta economica. Le strutture finanziarie costruite in oltre quarant’anni di attività continuano a operare su scala globale e l’Europa rappresenta ancora uno dei principali centri di raccolta, movimentazione e riciclaggio di denaro.
Il Dipartimento del Tesoro americano stima che Hezbollah riceva almeno 700 milioni di dollari all’anno dall’Iran. Considerando che il bilancio complessivo del gruppo supera il miliardo di dollari, emerge che quasi un terzo delle entrate proviene da attività autonome sviluppate attraverso reti criminali e finanziarie internazionali. Il rapporto descrive una struttura estremamente sofisticata che collega traffico di droga, riciclaggio di denaro, commercio internazionale, criptovalute, diamanti, opere d’arte, società di copertura e organizzazioni apparentemente legittime sparse in tutto il mondo. L’Europa occupa una posizione centrale in questo sistema. Le autorità occidentali hanno individuato attività riconducibili a Hezbollah in Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Italia, Romania, Spagna, Svizzera e Regno Unito. Tra i Paesi maggiormente coinvolti figurano Francia e Germania, ma il rapporto evidenzia come il fenomeno interessi l’intero continente.
Anche l’Italia compare più volte nel documento. Non viene indicata come il principale centro operativo dell’organizzazione, ma come uno snodo logistico e commerciale importante all’interno delle rotte utilizzate dalle reti criminali collegate a Hezbollah. Uno degli episodi citati riguarda il traffico di Captagon, la droga sintetica che per anni ha rappresentato una delle principali fonti di reddito del regime siriano e dei suoi alleati. Nel 2021 le autorità austriache hanno smantellato una rete che stava organizzando il trasferimento di 30 tonnellate di Captagon verso l’Arabia Saudita. La sostanza veniva prodotta in Libano, nascosta all’interno di forni per pizza e altre apparecchiature, spedita in Belgio, trasferita in Austria e successivamente inoltrata verso la penisola arabica attraverso porti italiani. Secondo gli investigatori, la scelta dell’Europa era strategica. Le merci provenienti dal continente europeo erano sottoposte a controlli meno rigorosi rispetto a quelle in arrivo direttamente dal Libano, consentendo ai trafficanti di sfruttare le vulnerabilità del sistema commerciale internazionale. Dietro molte di queste attività vi sarebbe la cosiddetta Business Affairs Component (Bac), la struttura economico-finanziaria di Hezbollah fondata dal comandante Imad Mughniyah. Secondo il rapporto, il Bac è stato guidato da Adham Husayn Tabaja, considerato dagli Stati Uniti uno dei principali finanziatori dell’organizzazione e inserito nelle liste dei terroristi globali. Al suo fianco operava Abdallah Safi al Din, rappresentante di Hezbollah in Iran e figura centrale nei rapporti finanziari con Teheran. Attraverso questa struttura Hezbollah avrebbe sviluppato una stretta collaborazione con diversi cartelli della droga latinoamericani, offrendo servizi di riciclaggio di denaro in cambio di commissioni milionarie.
Uno dei casi più significativi descritti nel rapporto è quello della cosiddetta Cedar Network, smantellata dalla Drug Enforcement Administration americana nell’ambito del Progetto Cassandra. Secondo le indagini, la rete acquistava cocaina dai cartelli colombiani, la distribuiva in Europa e negli Stati Uniti e successivamente ripuliva i proventi attraverso un articolato sistema commerciale. Al centro del meccanismo vi era Mohamad Noureddine, considerato il coordinatore dei flussi finanziari dell’organizzazione. Operando da Beirut, Noureddine avrebbe supervisionato il riciclaggio di milioni di dollari derivanti dal traffico di cocaina e destinato parte dei fondi all’acquisto di armamenti per Hezbollah e per gruppi alleati attivi in Siria e Iraq. Accanto a lui operava Hassan Trabulsi, che secondo le indagini utilizzava una concessionaria automobilistica in Germania per acquistare e rivendere veicoli di lusso con denaro proveniente dal narcotraffico. Le auto venivano poi esportate verso l’Africa occidentale, dove venivano rivendute per completare il processo di riciclaggio.
Un ruolo analogo sarebbe stato svolto da Ali Zbib, incaricato dell’acquisto di orologi di lusso destinati agli stessi circuiti commerciali. Il rapporto ricorda inoltre che nel 2016 una vasta operazione internazionale portò all’arresto di 16membri della rete tra Francia, Belgio, Germania e Italia. Secondo gli investigatori, l’organizzazione era in grado di riciclare fino a un milione di euro alla settimana. Tra le figure più importanti citate nello studio compare anche Ayman Joumaa, considerato uno dei maggiori broker internazionali del narcotraffico e del riciclaggio di denaro collegato a Hezbollah. La sua organizzazione avrebbe movimentato fondi attraverso società offshore, compagnie di navigazione, hotel e reti hawala distribuite tra Libano, Panama e Colombia. Ma il narcotraffico non rappresenta l’unica fonte di reddito. Il rapporto dedica un intero capitolo al mercato dell’arte e dei diamanti, descritto come uno degli strumenti più efficaci per occultare la provenienza dei fondi. Al centro di questo sistema compare Nazem Said Ahmad, mercante d’arte libanese colpito da sanzioni statunitensi e britanniche e considerato uno dei principali finanziatori personali di Hassan Nasrallah. Secondo il Dipartimento del Tesoro americano, Ahmad avrebbe utilizzato una rete di società di copertura e prestanome per acquistare e movimentare opere di enorme valore realizzate da artisti come Andy Warhol, Pablo Picasso, Ai Weiwei e Jean-Michel Basquiat. Dal 2012 avrebbe acquistato opere per oltre 54 milioni di dollari, sfruttando le difficoltà di valutazione tipiche del mercato dell’arte per trasferire denaro fuori dal Libano e aggirare le sanzioni internazionali. Lo stesso sistema sarebbe stato utilizzato per il commercio di diamanti. Attraverso una complessa rete di intermediari e società di copertura, Ahmad avrebbe movimentato migliaia di carati, alterando valutazioni e certificazioni per aumentare il valore degli asset e occultare i reali beneficiari delle transazioni.
E per riciclare i soldi il gruppo commercia pure automobili usate
Quando si parla di Hezbollah, l’attenzione si concentra quasi sempre sulle attività militari dell’organizzazione sciita libanese, sul suo arsenale missilistico e sul sostegno ricevuto dall’Iran. Molto meno nota è invece la dimensione economica del gruppo, che secondo numerose indagini internazionali si avvale di una rete finanziaria globale capace di operare tra Medio Oriente, Africa, America Latina ed Europa. Uno degli aspetti più sorprendenti emersi negli ultimi anni riguarda il commercio internazionale di automobili usate. Un settore apparentemente ordinario che, secondo investigatori americani ed europei, viene sfruttato da organizzazioni criminali collegate a Hezbollah per riciclare denaro proveniente dal traffico di droga e da altre attività illecite.
Il meccanismo individuato dalle autorità segue uno schema relativamente semplice. I proventi del narcotraffico vengono raccolti in diversi Paesi e successivamente utilizzati per acquistare veicoli usati. Le automobili vengono poi esportate soprattutto verso l’Africa occidentale, uno dei principali mercati mondiali per i veicoli di seconda mano. Una volta rivenduti, i mezzi generano profitti apparentemente legittimi che possono essere reinseriti nel sistema finanziario internazionale. Secondo gli investigatori, una parte di queste risorse finisce per sostenere reti riconducibili a Hezbollah. L’Europa occupa un ruolo centrale all’interno di questo sistema. Non perché il mercato automobilistico europeo finanzi direttamente il gruppo libanese, ma perché alcune reti criminali utilizzano società commerciali, operatori logistici e intermediari presenti nel continente per movimentare e occultare ingenti quantità di denaro. I grandi flussi di merci che attraversano quotidianamente porti e frontiere europee offrono infatti opportunità ideali per mascherare operazioni sospette all’interno di attività apparentemente regolari. Uno dei casi più significativi riguarda la rete finanziaria attribuita all’uomo d’affari libanese Ayman Joumaa e le indagini sviluppate attorno alla Lebanese Canadian Bank. Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, centinaia di milioni di dollari provenienti dal narcotraffico transitano attraverso un articolato sistema di riciclaggio che coinvolge società commerciali, attività di import-export e movimentazioni finanziarie internazionali. Le automobili usate rappresentano soltanto uno degli strumenti utilizzati per ripulire il denaro e reinserirlo nell’economia legale.
Le dimensioni del fenomeno emergono con maggiore chiarezza durante l’operazione internazionale «Cedar», coordinata tra agenzie di sicurezza europee e statunitensi. L’inchiesta porta alla luce una rete accusata di aver riciclato centinaia di milioni di euro attraverso diversi Paesi dell’Unione europea, confermando come il continente venga considerato un ambiente favorevole per attività economiche utilizzate per nascondere la provenienza dei fondi. L’Europa continua a rappresentare un nodo strategico per le attività economiche e finanziarie riconducibili a Hezbollah. Germania, Belgio, Francia, Paesi Bassi e alcuni Stati balcanici vengono frequentemente citati nelle analisi di intelligence come aree nelle quali operano facilitatori e reti di supporto sospettate di contribuire alle attività economiche dell'organizzazione. Per le autorità occidentali il fenomeno non riguarda soltanto il terrorismo. Hezbollah viene accusato da diversi governi di aver sviluppato rapporti con gruppi criminali coinvolti nel traffico di cocaina, nel contrabbando e nel riciclaggio di denaro. L’organizzazione respinge queste accuse e sostiene che si tratti di campagne politiche finalizzate a colpirne l’immagine internazionale. Tuttavia, negli ultimi quindici anni, numerose indagini giudiziarie e rapporti di intelligence continuano a individuare collegamenti tra soggetti vicini al gruppo e sofisticate operazioni economiche transnazionali.
Tra le figure finite nel mirino delle autorità americane compare Adham Husayn Tabaja, noto come Adham Tabaja. Washington lo considera un membro di Hezbollah con collegamenti diretti ai vertici dell’organizzazione e alla sua componente operativa. Attraverso il gruppo Al-Inmaa, attivo nei settori immobiliare e delle costruzioni, ha contribuito a sostenere economicamente il movimento sciita. Secondo il Dipartimento del Tesoro statunitense, le sue attività si estendono dal Libano all'Iraq e forniscono al gruppo sia risorse finanziarie sia infrastrutture operative.
Nel 2015 gli Stati Uniti lo hanno designato come terrorista globale e hanno congelano i beni soggetti alla giurisdizione americana. Provvedimenti analoghi sono stati adottati anche dall’Arabia Saudita. La vicenda delle automobili usate rappresenta soltanto una delle molteplici modalità attraverso cui le organizzazioni terroristiche moderne riescono a finanziare le proprie attività. Non si tratta più soltanto di donazioni o sostegni statali. Sempre più spesso queste realtà sfruttano le opportunità offerte dall’economia globale, infiltrandosi nei circuiti commerciali internazionali e utilizzando attività apparentemente legittime per generare e trasferire denaro.
I pagamenti iraniani? Arrivano in cripto
Negli ultimi anni Hezbollah ha inoltre investito sempre più nelle criptovalute. Secondo il rapporto, Le operazioni finanziarie di Hezbollah in Europa, l’organizzazione utilizza principalmente la rete Tron e la stablecoin Tether, strumenti considerati particolarmente interessanti perché più difficili da monitorare rispetto al Bitcoin.
Gli Stati Uniti hanno colpito il settore delle criptovalute iraniano imponendo sanzioni a Nobitex, il principale exchange del Paese, e ad altre tre piattaforme digitali accusate di favorire l’elusione delle restrizioni internazionali e il finanziamento del terrorismo. Secondo il Dipartimento del Tesoro, Nobitex avrebbe gestito oltre la metà dei flussi di asset digitali diretti verso l’Iran nel 2025, facilitando operazioni riconducibili ai Pasdaran, ad attività terroristiche e a gruppi legati al ransomware. Sanzionati anche il presidente e cofondatore Amir Hossein Rad e altri dirigenti della società. Nel mirino di Washington sono finite inoltre Wallex, Bitpin e Ramzinex, tra le maggiori piattaforme iraniane per volume di scambi. Le autorità americane sostengono che questi operatori abbiano avuto un ruolo chiave nel trasferimento di fondi e nell’aggiramento delle sanzioni economiche.
Tra le figure chiave di questo settore emerge Tawfiq Muhammad Said al Law, operatore hawala con base in Siria accusato di aver fornito portafogli digitali utilizzati per ricevere fondi derivanti dalla vendita di petrolio iraniano e trasferirli a Hezbollah. Lo studio cita inoltre Muhammad Ja'far Qasir e Muhammad Qasim al-Bazzal, responsabili del coordinamento dei trasferimenti finanziari tra il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, Hezbollah, il regime siriano e gli Huthi yemeniti. Secondo gli autori, queste attività dimostrano come Hezbollah non sia semplicemente un’organizzazione armata attiva in Libano, ma una vera e propria multinazionale del finanziamento illecito capace di integrare narcotraffico, commercio internazionale, servizi finanziari, opere d’arte, diamanti e nuove tecnologie digitali.
A rendere ancora più difficile il contrasto di queste attività è la mancanza di una posizione uniforme in Europa. Mentre Stati Uniti, Regno Unito, Germania e altri Paesi considerano Hezbollah nella sua interezza un’organizzazione terroristica, l’Unione europea continua formalmente a distinguere tra ala politica e ala militare. Secondo gli autori del rapporto questa distinzione crea aree grigie che facilitano la raccolta e la movimentazione di fondi. Le differenze legislative tra i vari Paesi europei rendono inoltre più difficile seguire il percorso del denaro e coordinare le attività investigative. L’Italia, insieme ad altri Paesi europei, rappresenta uno dei tasselli di questa rete internazionale. Finché tali infrastrutture finanziarie resteranno operative, avvertono gli autori del rapporto, Hezbollah continuerà a disporre delle risorse necessarie per mantenere la propria influenza ben oltre i confini del Libano.
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Le attività investigative, avviate nel 2024 a seguito di approfondimenti fiscali su una società con sede nel Lodigiano, risultata essere una società cartiera che emetteva fatture per operazioni inesistenti per migliaia di euro, hanno portato alla luce un’organizzazione criminale in grado di trasferire in Cina oltre 200 milioni di euro.
Secondo gli investigatori, il sodalizio sfruttava i complessi meccanismi di riciclaggio tipici del cosiddetto «underground banking», ossia sistemi di trasferimento di denaro che operano al di fuori dei circuiti finanziari ufficiali e regolamentati, aggirando i controlli antiriciclaggio. Le somme venivano spesso trasferite attraverso triangolazioni con altri Paesi europei prima di giungere a destinazione.
Questo sistema consentiva ai beneficiari delle fatture false di riciclare proventi derivanti da diverse tipologie di reati presupposto, tra cui reati tributari, societari e fallimentari, ma anche attività legate al traffico di stupefacenti e alla criminalità organizzata. Parallelamente, soggetti appartenenti alla comunità cinese avrebbero potuto riciclare ingenti quantità di denaro proveniente dalle proprie attività economiche e rimpatriare in Cina somme già «ripulite».
Il meccanismo si basava su una compensazione tra il denaro contante restituito ai beneficiari delle fatture false e i bonifici effettuati da questi ultimi sui conti correnti gestiti dall’organizzazione.
In numerose operazioni i trasferimenti venivano effettuati mediante l’utilizzo dei cosiddetti «virtual iban», particolari codici che consentono di reindirizzare i fondi verso un unico conto principale, mascherando i reali beneficiari e rendendo particolarmente complessa la ricostruzione dei flussi finanziari legati alle false fatturazioni.
L’organizzazione criminale avrebbe operato attraverso 41 società cartiere, gestite da un ufficio anonimo con sede a Chiari, in provincia di Brescia. Attraverso queste strutture sarebbero state emesse fatture per operazioni inesistenti per un valore complessivo di circa 200 milioni di euro nei confronti di numerose società clienti.
Le somme ricevute venivano successivamente trasferite all’estero e, in un secondo momento, retrocesse in contanti alle società beneficiarie delle false fatture. Per questo servizio l’organizzazione tratteneva una commissione pari al 10 per cento degli importi movimentati.
Le indagini hanno inoltre accertato che alcune società avrebbero indebitamente sfruttato le normative agevolative previste per gli eventi sismici dell’Abruzzo del 2009 e quelle introdotte durante la pandemia da Covid-19, inserendo in contabilità crediti inesistenti utilizzati per compensare debiti di natura fiscale, previdenziale e assicurativa.
Una delle società cartiere sarebbe stata utilizzata anche per realizzare una frode Iva nell’importazione di merci dall’India attraverso il ricorso illecito al regime del deposito Iva, che consente agli operatori economici di lavorare in sospensione d’imposta e di rinviare il pagamento dell’Iva a una fase successiva all’importazione.
Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, la società fittizia si limitava a interporsi tra il fornitore e il destinatario finale della merce, senza svolgere alcuna reale attività commerciale e senza mai assolvere al pagamento dell’imposta dovuta.
Tra i destinatari delle misure cautelari personali figura anche un commercialista italiano, ritenuto responsabile della gestione amministrativa e contabile delle imprese riconducibili all’organizzazione. L’uomo avrebbe predisposto i modelli F24 utilizzati dalle società beneficiarie delle indebite compensazioni, oltre a tutta la documentazione necessaria per conferire alle aziende coinvolte una parvenza di regolarità formale.
Contestualmente all’esecuzione delle otto misure cautelari personali — tra cui gli arresti domiciliari nei confronti del presunto capo dell’associazione, con applicazione del braccialetto elettronico — l’autorità giudiziaria ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di circa 31 milioni di euro.
I sequestri hanno riguardato i componenti dell’organizzazione e gli altri indagati, nonché le 41 società cartiere, i relativi conti correnti e l’ufficio «occulto» utilizzato per la gestione dell’intera struttura criminale.
Le misure patrimoniali hanno interessato disponibilità finanziarie, quote societarie, immobili, autovetture e beni di lusso, tra cui orologi e preziosi.
Nel corso delle perquisizioni, grazie al supporto delle unità cinofile «cash dog» in servizio presso i reparti della Guardia di Finanza degli aeroporti di Bergamo-Orio al Serio e Milano-Linate, sono stati inoltre rinvenuti e sequestrati oltre 100mila euro in contanti occultati all’interno di immobili e autovetture.s
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Paola Cortellesi (Ansa)
Nella festa del 2 giugno c’è stato un ciclopico convitato di pietra. Il 2 giugno è una di quelle rare occasioni nelle quali l’Italia, per qualche ora, sospende il proprio esercizio preferito - la divisione - e si concede il lusso dell’unità. Le bandiere sventolano senza polemica. Persino i partiti, almeno in apparenza, accettano una tregua. Così è stato anche nell’ottantesimo anniversario: una celebrazione accurata, solenne, ovviamente retorica, inevitabilmente pedagogica nel suo richiamo ai fondamenti della comunità nazionale. Sul Colle, sembrava prevalere quel sentimento raro che gli italiani provano soltanto in certe occasioni: il desiderio di riconoscersi in qualcosa di comune. Purtroppo tale anelito non può appartenere ai moralmente superiori, che per nessun motivo possono avere qualcosa in comune con i «moralmente inferiori». Fino a un certo punto siamo andati benino, per mezza giornata abbiamo dato l’impressione di un Paese normale. E invece no, i moralmente superiori non potevano permetterlo.
Nessuna polemica chiara, ma un qualcosa di più sottile e, per questo, più rivelatore: un’omissione nel discorso della signora Paola Cortellesi. In ottant’anni di storia repubblicana, abbiamo prodotto così poca cultura e così poche idee, che il massimo che siamo riusciti a mettere insieme è Paola Cortellesi, che ha raccontato questi otto decenni come una battaglia delle donne. In otto decenni non abbiamo avuto altro? In effetti, di omissioni nel discorso della Cortellesi ce ne sono state moltissime. Ha ricordato un Paese nato dopo guerra, dittatura, fame e resistenza: come dimenticarselo. Ha ricordato le donne seviziate e trucidate dai nazifascisti, ma ha elegantemente dimenticato quelle seviziate e uccise dai partigiani rossi in quanto si trattava di donne che avevano avuto solo la sventura di essere mogli o figlie o madri di persone coinvolte in un regime che, essendo durato venti anni, aveva coinvolto molte persone. A volte erano anche personalità del mondo antifascista e anticomunista, che i partigiani comunisti eliminavano perché, come avevano combattuto il fascismo, avrebbero combattuto anche il comunismo. I partigiani comunisti sono stati massacratori della divisione Osoppo e gli artefici del cosiddetto «triangolo della morte», un luogo tra Modena e Reggio Emilia in cui la gente è stata uccisa e data in pasto ai maiali e tra loro le donne non sono state poche.
Non ricordando quelle donne da loro seviziate e uccise, a volte ragazzine quattordicenni, la signora Cortellesi ha compiuto il gesto ignobile di calpestare la loro morte e il loro dolore. Non ha ricordato le cosiddette «marocchinate». Non ha nominato il fatto che l’antifascismo nasce con il cadavere impiccato per i piedi di Claretta Petacci, il cui assassinio non è mai stato perseguito penalmente, come prova tangibile dello sfregio per le donne e per il loro corpo. I gerarchi nazisti sono stati ben più colpevoli di Mussolini, ma hanno avuto diritto a un processo, perché la Storia ha diritto a un processo, e le loro donne sono state lasciate in pace. La signora Cortellesi, non ricordandola, ha calpestato le sevizie e la morte di una giovane donna uccisa barbaramente senza processo. Il cadavere di Claretta Petacci, impiccata per i piedi, ci ricorda che il fascismo, che ha ucciso, stuprato e storpiato mentre era al potere, ha fatto schifo e che altrettanto ha fatto l’antifascismo nella sua parte stalinista, che ha ucciso, stuprato e storpiato quando non era neanche al potere. Il fascismo è morto da 80 anni, ma l’antifascismo stalinista è purtroppo vivo e continua a bearsi del linciaggio di Mussolini, che ha privato la storia del suo processo, e del linciaggio di una giovane donna che non aveva commesso crimini.
Quando è che i morti seppelliranno i morti e potremo cominciare a non essere sempre impaludati in una storia sporca di ottant’anni fa? La signora Cortellesi parla di voto alle donne, ma sarebbe forse stato carino ricordare che, negli anni Venti, la proposta di voto alle donne fu bocciata da socialisti e liberali nel timore che avrebbe avvantaggiato i partiti cattolici. Poi la signora Cortellesi fa un rapido ripasso di come il fascismo considerasse la donna: moglie, madre e arredamento del focolare mentre i maschi potevano divertirsi tanto, scaraventati in una guerra assurda, mentre si trascinavano sulle piste del deserto o le nevi sovietiche con armi obsolete. Il fascismo non fu un movimento conservatore, certamente non un movimento di destra (Winston Churchill e Charles De Gaulle erano conservatori e di destra, e lasciavano le donne in pace a casa loro, ai loro focolari), ma un movimento rivoluzionario di derivazione marxista, cioè iperstatalista, e con il fanatismo dello sport e delle armi: le ragazze erano costrette a fare le Giovani italiane, dai 14 ai 17 anni, con una preparazione sportiva e paramilitare.
Comunque nelle Università dell’Italietta fascista si è laureata Rita Levi Montalicini . La signora Cortellesi non ha parlato della più immonda e atroce delle violenze contro le donne: i figli strappati a madri incolpevoli. La Repubblica ha equiparato marito e moglie: detto così suona benissimo, ma in realtà è stata una trappola mortale. Il potere tolto al pater familias è stato dato allo Stato: un potere enorme e spietato. Lo Stato decide le vaccinazioni e, soprattutto, manda le assistenti sociali, le psicologhe e i giudici a distruggere senza motivo il legame più ancestrale e sacro, avendo come risultato madri incolpevoli che per anni non sanno dove siano finiti i propri figli. Sanno solo che sono stati deportati in case famiglia, ossia orfanatrofi di Stato.
Ma il convitato di pietra più grosso, più indecentemente imperdonabile è stato non aver nominato Giorgia Meloni, primo presidente donna del nostro Paese. Non si tratta qui di discutere la figura politica di Meloni, né di condividerne o respingerne le scelte. Che piaccia o no, che susciti consenso o opposizione, il fatto rimane. La prima presidente del Consiglio donna rappresenta una novità destinata a entrare nei manuali e nelle cronologie istituzionali. È una circostanza che appartiene alla storia della Repubblica molto più che alla cronaca del governo. Una ricorrenza come il 2 giugno vive di simboli condivisi e di riconoscimenti che trascendono le appartenenze. È qui che la questione smette di riguardare la protagonista dell’omissione e comincia a riguardare il clima culturale del Paese. Le democrazie vivono di conflitto regolato. Ma esistono momenti nei quali il conflitto dovrebbe riconoscere un limite. Il 2 giugno è uno di questi. Quando ciò non accade, si produce una frattura visibile e abbastanza grossa. Quindi vorrei prendere io la parola e dire quello che la signora Cortellesi avrebbe dovuto dire, e cioè che io sono profondamente fiera del presidente del Consiglio del mio Paese, Giorgia Meloni, che è arrivata a essere presidente del Consiglio partendo dalle borgate, cosa che gli imbecilli le rimproverano senza capire che invece è un merito enorme. Come un merito enorme è l’essere diventata presidente del Consiglio senza essere la «figlia di» o «la moglie di». Quindi faccio volentieri io i complimenti e gli auguri alla signora Meloni: sono molto fiera di lei, del suo non essersi mai inginocchiata davanti a nessuno e sono contenta che in questo momento a capo del mio Paese ci sia lei.
Agli organizzatori della manifestazione, una sola domanda: ma veramente in rappresentanza delle donne e degli uomini dell’Italia, della loro cultura, della loro storia non avevamo niente di meglio da offrire di Paola Cortellesi?
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