
È morto soffocato dai fumi bollenti e tossici che il fuoco ha sprigionato in quell’inferno Riccardo Minghetti, 16 anni appena. Il suo cuore si è fermato in quel seminterrato e sul suo corpo di ragazzo sono passate decine di persone che provavano a mettersi in fuga, disperate. E mentre tutto questo accadeva, Jessica Maric era già lontana. Proprio lei, consapevole di come il suo locale fosse privo di vie di fuga, appena viste le fiamme e senza dare l’allarme, non ci ha pensato un attimo: si è diretta verso le scale e poi fuori e poi, ancora, per strada fino a casa, con l’incasso della serata sottobraccio.
Eppure per Jessica, proprietaria de Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti (arrestato tre giorni fa), non si apriranno le porte del carcere e nemmeno sarà confinata ai domiciliari con il braccialetto elettronico. È la Procura del Canton Vallese, quella che dovrebbe portare luce sulle vere responsabilità di quella tragica notte a non aver chiesto, per lei, misure restrittive particolari se non il divieto di lasciare la Svizzera. Nulla di sorprendente: si tratta degli stessi pubblici ministeri che, dopo oltre una settimana dalle ammissioni del sindaco di Crans-Montana, Nicolas Feraud, sulla totale assenza di controlli negli ultimi cinque anni all’interno del longue bar dei Moretti, non ha iscritto alcun funzionario comunale nel registro degli indagati.
Fortunatamente a procedere per fare chiarezza è la Procura di Roma che ha aperto una inchiesta parallela sulla tragedia di Crans-Montana, che, la notte di Capodanno, ha provocato la morte di 40 giovanissimi - di cui sei italiani - e il ferimento di altri 116 rimasti profondamente ustionati. Il fascicolo è aperto per omicidio, lesioni, incendio e disastro e gli inquirenti hanno deciso di effettuare sulle salme dei nostri giovani, anche per quelli i cui funerali sono già stati celebrati, l’esame autoptico come unico modo per provare a stabilire con certezza i fatti e le responsabilità.
Ieri è stato il momento di Riccardo, il giovane romano dallo sguardo dolce, entrato nel bar insieme ad alcuni amici e alla sorella, che si è salvata. I risultati sono impietosi: arresto cardiaco provocato da un’asfissia polmonare, con numerose lesioni da calpestamento. Per il 20 di gennaio è fissato l’esame sul corpo di Emanuele Galeppini, anche lui sedicenne, di Genova, e nelle prossime settimane toccherà anche a tutti gli altri.
Il vicepresidente del Consiglio, Antonio Tajani, sempre ieri, ha aperto la seduta al Senato dedicata all’informativa su Venezuela e Iran, con un minuto di raccoglimento per le vittime chiesto dal presidente Ignazio La Russa, e ha annunciato la volontà di costituire l’Italia come parte civile: «Perché questa è una ferita che è stata inferta non a qualche famiglia, ma a tutto il Paese», ha dichiarato.
Di giorno in giorno le verità che emergono sul rogo de Le Constellation sono sempre più difficili da accettare. Come per esempio il fatto che la porta di sicurezza nel seminterrato, ricoperto da materiale altamente infiammabile, era inutilizzabile. A renderlo evidente, alcuni frame di un video girato poco prima che scoppiasse l’incendio, dove si vede chiaramente l’uscita laterale della parte sotterranea del locale resa inaccessibile. Dunque non solo la porta di servizio al piano terra era, per ammissione dello stesso Jacques Moretti, chiusa a chiave, ma anche quella di sicurezza al piano basso, affacciata sulle scale del palazzo che ospitava Le Constellation, era sbarrata addirittura da un mobile, forse un tavolo, a simboleggiare in modo inequivocabile la mancanza totale di rispetto per le minime norme di sicurezza. Da parte di gente che serviva alcol a gruppi di «bambini», stipati in un seminterrato per 100 euro a testa di biglietto.
«C’è poca gente, fanne entrare di più», avrebbe detto, infatti, proprio quella sera intorno alle 22 Jessica Maric alla sua cameriera prediletta, Cyane Panine, 24 anni, la «donna col casco» della strage poi deceduta a causa del rogo. La giovane, secondo i media svizzeri, conosceva e frequentava assiduamente la coppia Moretti-Maric, tanto assiduamente che Jacques, intervenuto dopo la chiamata della moglie sul luogo dell’incendio, avrebbe cercato lei per prima, trovandola però già agonizzante. La stessa Jessica avrebbe riferito che il legame con questa ragazza era così forte per entrambi che lei stessa la considerava «una sorellina». Una sorellina da lasciare, però, tra le fiamme, se è il caso. In una delle sequenze rimaste a testimoniare quella notte e riportate dai media svizzeri, si vede, in modo ormai quasi inequivocabile, Jessica, di spalle, lasciare il locale senza dare nell’occhio, senza gridare «al fuoco» e senza afferrare l’estintore che solo lei e pochi altri potevano trovare. Così i nostri ragazzi sono stati consegnati alla morte.
Eppure, per Jessica, ieri il tribunale non ha confermato le misure restrittive inizialmente ipotizzate: alla donna spetta solo un obbligo di firma quotidiano in una stazione di polizia. Per lei, «la carcerazione non era un’opzione sul tavolo, visto che la Procura non l’ha richiesta», hanno spiegato i giudici. Ieri il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha visitato l’ospedale Niguarda di Milano per incontrare i ricoverati nella struttura («Sono molto scosso»), mentre il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato controlli sempre più accurati sul tema prevenzione incendi nei locali aperti al pubblico.
Secondo LaPresse, infine, papa Leone XIV riceverà giovedì in udienza in Vaticano alcuni genitori dei ragazzi italiani morti. L’incontro con il Pontefice avverrà in forma strettamente privata.





