True
2025-05-19
India vs Pakistan. Guerra scongiurata o soltanto rinviata?
Ansa
La tregua tra India e Pakistan, annunciata il 10 maggio 2025 dopo un’escalation militare seguita all’attentato terroristico di Pahalgam, è attualmente in bilico a causa di diversi fattori che ne minacciano la stabilità. Poche ore dopo l’annuncio della tregua, entrambe le parti si sono accusate reciprocamente di violazioni lungo la Linea di Controllo e in altre aree sensibili. Sono stati segnalati bombardamenti e attacchi con droni, alimentando la sfiducia reciproca e mettendo in discussione la sincerità degli impegni assunti dalle parti. L’India ha sospeso il Trattato delle acque dell’Indo, un accordo fondamentale per la gestione condivisa delle risorse idriche. Il Pakistan ha avvertito che la mancata risoluzione di questa disputa potrebbe compromettere seriamente la tregua. In sintesi, la tregua tra India e Pakistan è fragile e minacciata da violazioni sul campo, dispute irrisolte, tensioni diplomatiche e pressioni interne. Senza un impegno concreto per affrontare le cause profonde del conflitto, in particolare la questione del Kashmir, e senza un monitoraggio internazionale efficace, il rischio di un nuovo ciclo di violenze rimane elevato. Le relazioni diplomatiche rimangono tese: l’India ha chiuso il valico di Attari, ha mantenuto il divieto di visti e ha sospeso i collegamenti aerei con il Pakistan. Il Pakistan, dal canto suo, ha sospeso l’Accordo di Simla del 1972, che fungeva da base per la risoluzione bilaterale delle controversie. In India, alcuni esponenti politici e militari hanno criticato la decisione di accettare la tregua, ritenendola prematura e demoralizzante per le forze armate.
In Pakistan, il primo ministro Shehbaz Sharif ha proclamato una «vittoria storica», alimentando ulteriori tensioni. Le più recenti manovre militari, tra cui l’Operazione Sindoor lanciata dall’India e la Bunyan-ul-Marsoos attivata dal Pakistan, hanno segnato una drammatica intensificazione nell’impiego di armamenti sofisticati, sollevando il timore concreto di errori di calcolo e di un’escalation fuori controllo. Il confronto tra due potenze nucleari dotate di eserciti molto potenti su una regione contesa, teatro di due guerre in passato, ha nuovamente scosso la comunità internazionale. Già nel 2016 e nel 2019, episodi simili di alta tensione tra Nuova Delhi e Islamabad avevano avuto come epicentro il Kashmir, ma in quei frangenti gli Stati Uniti erano intervenuti svolgendo un ruolo cruciale nel disinnescare la crisi. Diversamente da allora, l’attuale amministrazione statunitense guidata da Donald Trump si mantiene defilata: il vicepresidente J.D. Vance ha dichiarato a Fox News che lo scontro indo-pakistano «non riguarda fondamentalmente noi».
A innescare l’attuale ciclo di violenze è stato l’attacco terroristico avvenuto il mese scorso contro turisti nella regione del Kashmir controllata dall’India. L’attentato ha provocato la morte di 25 cittadini indiani e di un turista nepalese. Nuova Delhi ha attribuito immediatamente la responsabilità a Islamabad, che ha però negato ogni coinvolgimento, chiedendo l’avvio di un’indagine internazionale indipendente. Il generale Asim Munir, capo di Stato Maggiore delle forze armate pakistane, ha gettato benzina sul fuoco: è salito su un carro armato durante un’esercitazione per lanciare un messaggio chiaro: «Nessuna ambiguità, qualunque avventura militare dell’India riceverà una risposta immediata, decisa e di altissimo livello». Secondo Bharat Karnad, professore emerito di studi strategici presso il Centre for Policy Research di New Delhi che ha parlato al Time, la situazione dipende in larga parte proprio dalla figura di Asim Munir, che definisce «una testa calda, un fondamentalista del Corano, uno di quelli che credono davvero. Ha citato la Ghazwa-e-Hind, riferendosi a una guerra santa contro l’India menzionata negli Hadith islamici. Dall’altro lato, Fawad Chaudhry, ex ministro pakistano dell’Informazione sotto il governo di Imran Khan, punta il dito contro il premier indiano Narendra Modi. Per lui, Modi starebbe tentando di ridisegnare i confini del Kashmir per consolidare la propria eredità politica, soprattutto in vista di sondaggi elettorali sfavorevoli. «Vuole essere ricordato come un leader superiore a Gandhi o Nehru. Per questo allargherà il fronte bellico», ha affermato Chaudhry al Time.
Ora nel vuoto lasciato da Washington, altri attori stanno avanzando e potrebbe essere la chiave di volta. È il caso delle monarchie del Golfo, che si stanno proponendo come mediatori in una crisi di cui, ufficialmente, non sono parte. A guidare questa diplomazia silenziosa è l’Arabia Saudita. Il ministro degli Esteri saudita, Adel Al-Jubeir, ha compiuto una visita non annunciata in India per incontrare il collega Subrahmanyam Jaishankar e tentare una mediazione. Per Riad la pace non è solo auspicabile, ma vitale: nel Regno vivono circa 2,6 milioni di lavoratori indiani, una cifra analoga a quella dei pakistani. La visita di Modi a Gedda, proprio nei giorni dell’attacco in Kashmir, aveva come obiettivo il rafforzamento del Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa, sostenuto da un accordo di investimenti da 100 miliardi di dollari. I Paesi del Golfo, per via dei loro legami profondi con l’India e il Pakistan, hanno tutto l’interesse a promuovere la moderazione tra le parti, dato che stabilità regionale è cruciale per loro. Con l’avvento di Mohammed Bin Salman la geopolitica saudita è cambiata e l’ascesa economica e diplomatica del Golfo ha spostato il baricentro delle decisioni strategiche: oggi sono gli interessi a guidare la politica estera, non più le affinità ideologiche. Ne sono prova anche i negoziati -per il momento bloccati - tra Arabia Saudita e Israele per normalizzare le relazioni.
Oltre a Riad, anche altri attori regionali come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti stanno cercando di influenzare la crisi. E in modo sorprendente: invece di sostenere Islamabad - come spesso avvenuto in passato per ragioni religiose - entrambi hanno chiesto moderazione. Secondo fonti indiane, Doha si sarebbe addirittura espressa in favore di Nuova Delhi. Eppure la partita resta complessa. La Cina continua a essere un pilastro del sostegno al Pakistan, tanto sul piano militare quanto su quello economico. Sono stati proprio i caccia cinesi J-10C, equipaggiati con missili PL-15, ad abbattere cinque jet indiani nei recenti scontri. Pechino è anche parte in causa nella disputa territoriale, controllando due fasce del Kashmir.
Ma il dato più rilevante è forse il superamento delle logiche ideologiche tradizionali. Per decenni, il Pakistan ha fatto leva sulla sua identità islamica per rivendicare una posizione privilegiata nel mondo musulmano. Oggi, però, l’India - pur laica e con valori divergenti - è divenuta un partner economico imprescindibile anche per le monarchie sunnite del Golfo. L’Iran, confinante col Pakistan e patria di una grande comunità sciita, è un caso emblematico: ha oggi rapporti migliori con l’India di quanti ne abbia con Islamabad. Dopo l’attentato nel Kashmir, Teheran ha espresso cordoglio verso Nuova Delhi e il suo ministro degli Esteri ha visitato l’India appena qualche ora dopo essere stato in Pakistan, offrendosi come mediatore. Inoltre, l’India è profondamente coinvolta nello sviluppo del porto iraniano di Chabahar, dove ha investito oltre 370 milioni di dollari.
Nonostante le iniziative diplomatiche, gli analisti temono che il punto di non ritorno possa essere stato superato e la prospettiva di una guerra aperta resta concreta. La diplomazia ha ancora margini di manovra, ma serviranno negoziati intensi, multilaterali e soprattutto continui per evitare che le fiamme divampino e molto dipende da quanto seriamente l’Arabia Saudita vorrà fare pressione sull’India. ma se fallirà lo scontro sarà inevitabile.
«Modi ha risposto ai terroristi islamici e non ha mai parlato di cessate il fuoco».
Yigal Carmon, è presidente e fondatore del Memri ed ex consigliere per l’antiterrorismo di due primi ministri israeliani.
Alcuni analisti ritengono che quella siglata è una tregua molto fragile.
«Il Pakistan ha violato il “cessate il fuoco” più volte, dopo l’annuncio del presidente americano Donald Trump lo scorso 10 maggio. In India, pertanto, non si parla di “cessate il fuoco”, ma semplicemente di una pausa. L’India, infatti, potrebbe essere costretta a ricominciare il conflitto armato contro il Pakistan, se gli attacchi contro il suo territorio e i suoi civili continueranno. Il 12 maggio 2025, alle 20 ora indiana, il primo ministro indiano Narendra Modi ha pronunciato un discorso alla nazione. Questo è stato il suo primo discorso da quando l'India ha lanciato l'Operazione Sindoor il 7 maggio, prendendo di mira le infrastrutture terroristiche in Pakistan, in risposta all’attacco terroristico sponsorizzato dal Pakistan contro civili a Pahalgam, nel Jammu e Kashmir. Il discorso di Modi è arrivato due giorni dopo che India e Pakistan avevano raggiunto un’intesa per interrompere le azioni militari via terra, aria e mare. È importante notare che anche Modi, nel suo discorso, non ha mai usato il termine “cessate il fuoco”. Il primo ministro indiano ha invece sottolineato: “Abbiamo appena sospeso la nostra azione di ritorsione contro i campi terroristici e militari del Pakistan. Nei prossimi giorni valuteremo ogni passo del Pakistan in base al tipo di atteggiamento che il Pakistan adotterà in futuro”. L’Operazione Sindoor è pertanto ancora attiva».
Altri analisti dicono che questa è l’ennesima «guerra per procura». È d’accordo?
«No, non sono d’accordo. L’India è un Paese sovrano ed è la democrazia più grande al mondo con una popolazione di circa un miliardo e mezzo di persone. L’Operazione Sindoor è stata lanciata in risposta all’attentato in Kashmir, che è l’ultimo di una serie che hanno colpito l’India negli anni. Lo scorso 22 aprile, infatti, l’India è stata attaccata. Un efferato attacco terroristico jihadista ha colpito Pahalgam, una popolare destinazione turistica nel Jammu e Kashmir, in India. I terroristi hanno scelto le proprie vittime in base alla loro religione. L’obiettivo principale era uccidere uomini induisti. Le vittime sono state giustiziate sotto gli occhi delle loro famiglie. Molti hanno definito questo attacco come il 7 ottobre indiano. L’attacco è stato rivendicato dal The Resistance Force (Trf), che è un proxy di Lashkar-e-Taiba (LeT), un’organizzazione salafita-jihadista con sede in Pakistan. La Trf è un rebranding del LeT per eludere le sanzioni imposte a quest’ultimo. Questi gruppi sono sostenuti dal Pakistan e dal capo di Stato Maggiore dell’esercito pakistano, il generale Asim Munir, definito da molti come il nuovo Bin Laden. Il generale Munir è stato anche a capo dei servizi di intelligence (Isi) dal 2016 al 2019. Qualche giorno prima dell’attentato, Munir aveva pronunciato un discorso, in cui aveva delineato una posizione ideologica religiosa contro l’India, affermando che “siamo diversi dagli indù” e che “il Kashmir è la nostra giugulare”. Nel suo discorso aveva anche detto che la civiltà islamica è superiore a quella occidentale. Commentando l’attacco terroristico in Kashmir, il maggiore (in pensione) Gaurav Arya, un noto commentatore indiano di sicurezza, ha affermato: “Asim Munir è il nemico, riconosciamo il nemico”».
Qual è il bilancio dell’operazione Sindoor?
«L’India ha distrutto il 25% dell’aeronautica militare pakistana in un solo attacco. Per questo motivo, il Pakistan ha implorato Washington, chiedendo un immediato cessate il fuoco. L’India però si è difesa da sola. Il Pakistan è invece sostenuto dalla Turchia e dalla Cina e, in questa guerra con l’India, è stato salvato in extremis dall’intervento americano. Se la guerra fosse continuata altri quattro giorni, il Pakistan non avrebbe più avuto un esercito».
Secondo lei, il conflitto può ricominciare e dobbiamo temere il rischio nucleare?
«Il conflitto potrebbe ricominciare, ma non dobbiamo temere il rischio nucleare. Inoltre, secondo i media indiani, New Delhi ha colpito almeno due ingressi al complesso sotterraneo che ospita testate nucleari. In questo momento, l’India è però occupata in una campagna di boicottaggio della Turchia. Durante l’operazione Sindoor, infatti, la colonnella indiana Sofia Qureishi, che è di fede musulmana, ha dichiarato che i pakistani avevano lanciato dai 300 ai 400 droni Asisguard Songar di fabbricazione turca contro il territorio indiano».
Cosa succede nel Balochistan?
«Il Balochistan è una regione ricca di risorse naturali, che potrebbe dichiarare in un futuro vicino la propria indipendenza dal Pakistan. Il Balochistan Liberation Army (Bla), un movimento nazionalista laico, è riuscito ad approfittare dell’Operazione Sindoor per infliggere varie perdite al Pakistan. Se il Pakistan perdesse il Balochistan, sarebbe una sconfitta anche per la Cina, che ha investito pesantemente nel porto di Gwadar, nella regione del Balochistan».
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La tregua tra i due Stati è fragile e la tensione resta alta. Ma nella regione c’è una novità: mentre gli Usa mantengono un profilo basso, i Paesi arabi del Golfo non si schierano con Islamabad, come in passato, e si offrono come mediatori. Imitati dall’Iran.L’esperto Yigal Carmon: «È una pausa nelle operazioni. Tutto parte dagli eccidi in Kashmir, opera di un gruppo sostenuto dai servizi pakistani»Lo speciale contiene due articoliLa tregua tra India e Pakistan, annunciata il 10 maggio 2025 dopo un’escalation militare seguita all’attentato terroristico di Pahalgam, è attualmente in bilico a causa di diversi fattori che ne minacciano la stabilità. Poche ore dopo l’annuncio della tregua, entrambe le parti si sono accusate reciprocamente di violazioni lungo la Linea di Controllo e in altre aree sensibili. Sono stati segnalati bombardamenti e attacchi con droni, alimentando la sfiducia reciproca e mettendo in discussione la sincerità degli impegni assunti dalle parti. L’India ha sospeso il Trattato delle acque dell’Indo, un accordo fondamentale per la gestione condivisa delle risorse idriche. Il Pakistan ha avvertito che la mancata risoluzione di questa disputa potrebbe compromettere seriamente la tregua. In sintesi, la tregua tra India e Pakistan è fragile e minacciata da violazioni sul campo, dispute irrisolte, tensioni diplomatiche e pressioni interne. Senza un impegno concreto per affrontare le cause profonde del conflitto, in particolare la questione del Kashmir, e senza un monitoraggio internazionale efficace, il rischio di un nuovo ciclo di violenze rimane elevato. Le relazioni diplomatiche rimangono tese: l’India ha chiuso il valico di Attari, ha mantenuto il divieto di visti e ha sospeso i collegamenti aerei con il Pakistan. Il Pakistan, dal canto suo, ha sospeso l’Accordo di Simla del 1972, che fungeva da base per la risoluzione bilaterale delle controversie. In India, alcuni esponenti politici e militari hanno criticato la decisione di accettare la tregua, ritenendola prematura e demoralizzante per le forze armate. In Pakistan, il primo ministro Shehbaz Sharif ha proclamato una «vittoria storica», alimentando ulteriori tensioni. Le più recenti manovre militari, tra cui l’Operazione Sindoor lanciata dall’India e la Bunyan-ul-Marsoos attivata dal Pakistan, hanno segnato una drammatica intensificazione nell’impiego di armamenti sofisticati, sollevando il timore concreto di errori di calcolo e di un’escalation fuori controllo. Il confronto tra due potenze nucleari dotate di eserciti molto potenti su una regione contesa, teatro di due guerre in passato, ha nuovamente scosso la comunità internazionale. Già nel 2016 e nel 2019, episodi simili di alta tensione tra Nuova Delhi e Islamabad avevano avuto come epicentro il Kashmir, ma in quei frangenti gli Stati Uniti erano intervenuti svolgendo un ruolo cruciale nel disinnescare la crisi. Diversamente da allora, l’attuale amministrazione statunitense guidata da Donald Trump si mantiene defilata: il vicepresidente J.D. Vance ha dichiarato a Fox News che lo scontro indo-pakistano «non riguarda fondamentalmente noi». A innescare l’attuale ciclo di violenze è stato l’attacco terroristico avvenuto il mese scorso contro turisti nella regione del Kashmir controllata dall’India. L’attentato ha provocato la morte di 25 cittadini indiani e di un turista nepalese. Nuova Delhi ha attribuito immediatamente la responsabilità a Islamabad, che ha però negato ogni coinvolgimento, chiedendo l’avvio di un’indagine internazionale indipendente. Il generale Asim Munir, capo di Stato Maggiore delle forze armate pakistane, ha gettato benzina sul fuoco: è salito su un carro armato durante un’esercitazione per lanciare un messaggio chiaro: «Nessuna ambiguità, qualunque avventura militare dell’India riceverà una risposta immediata, decisa e di altissimo livello». Secondo Bharat Karnad, professore emerito di studi strategici presso il Centre for Policy Research di New Delhi che ha parlato al Time, la situazione dipende in larga parte proprio dalla figura di Asim Munir, che definisce «una testa calda, un fondamentalista del Corano, uno di quelli che credono davvero. Ha citato la Ghazwa-e-Hind, riferendosi a una guerra santa contro l’India menzionata negli Hadith islamici. Dall’altro lato, Fawad Chaudhry, ex ministro pakistano dell’Informazione sotto il governo di Imran Khan, punta il dito contro il premier indiano Narendra Modi. Per lui, Modi starebbe tentando di ridisegnare i confini del Kashmir per consolidare la propria eredità politica, soprattutto in vista di sondaggi elettorali sfavorevoli. «Vuole essere ricordato come un leader superiore a Gandhi o Nehru. Per questo allargherà il fronte bellico», ha affermato Chaudhry al Time. Ora nel vuoto lasciato da Washington, altri attori stanno avanzando e potrebbe essere la chiave di volta. È il caso delle monarchie del Golfo, che si stanno proponendo come mediatori in una crisi di cui, ufficialmente, non sono parte. A guidare questa diplomazia silenziosa è l’Arabia Saudita. Il ministro degli Esteri saudita, Adel Al-Jubeir, ha compiuto una visita non annunciata in India per incontrare il collega Subrahmanyam Jaishankar e tentare una mediazione. Per Riad la pace non è solo auspicabile, ma vitale: nel Regno vivono circa 2,6 milioni di lavoratori indiani, una cifra analoga a quella dei pakistani. La visita di Modi a Gedda, proprio nei giorni dell’attacco in Kashmir, aveva come obiettivo il rafforzamento del Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa, sostenuto da un accordo di investimenti da 100 miliardi di dollari. I Paesi del Golfo, per via dei loro legami profondi con l’India e il Pakistan, hanno tutto l’interesse a promuovere la moderazione tra le parti, dato che stabilità regionale è cruciale per loro. Con l’avvento di Mohammed Bin Salman la geopolitica saudita è cambiata e l’ascesa economica e diplomatica del Golfo ha spostato il baricentro delle decisioni strategiche: oggi sono gli interessi a guidare la politica estera, non più le affinità ideologiche. Ne sono prova anche i negoziati -per il momento bloccati - tra Arabia Saudita e Israele per normalizzare le relazioni. Oltre a Riad, anche altri attori regionali come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti stanno cercando di influenzare la crisi. E in modo sorprendente: invece di sostenere Islamabad - come spesso avvenuto in passato per ragioni religiose - entrambi hanno chiesto moderazione. Secondo fonti indiane, Doha si sarebbe addirittura espressa in favore di Nuova Delhi. Eppure la partita resta complessa. La Cina continua a essere un pilastro del sostegno al Pakistan, tanto sul piano militare quanto su quello economico. Sono stati proprio i caccia cinesi J-10C, equipaggiati con missili PL-15, ad abbattere cinque jet indiani nei recenti scontri. Pechino è anche parte in causa nella disputa territoriale, controllando due fasce del Kashmir. Ma il dato più rilevante è forse il superamento delle logiche ideologiche tradizionali. Per decenni, il Pakistan ha fatto leva sulla sua identità islamica per rivendicare una posizione privilegiata nel mondo musulmano. Oggi, però, l’India - pur laica e con valori divergenti - è divenuta un partner economico imprescindibile anche per le monarchie sunnite del Golfo. L’Iran, confinante col Pakistan e patria di una grande comunità sciita, è un caso emblematico: ha oggi rapporti migliori con l’India di quanti ne abbia con Islamabad. Dopo l’attentato nel Kashmir, Teheran ha espresso cordoglio verso Nuova Delhi e il suo ministro degli Esteri ha visitato l’India appena qualche ora dopo essere stato in Pakistan, offrendosi come mediatore. Inoltre, l’India è profondamente coinvolta nello sviluppo del porto iraniano di Chabahar, dove ha investito oltre 370 milioni di dollari. Nonostante le iniziative diplomatiche, gli analisti temono che il punto di non ritorno possa essere stato superato e la prospettiva di una guerra aperta resta concreta. La diplomazia ha ancora margini di manovra, ma serviranno negoziati intensi, multilaterali e soprattutto continui per evitare che le fiamme divampino e molto dipende da quanto seriamente l’Arabia Saudita vorrà fare pressione sull’India. ma se fallirà lo scontro sarà inevitabile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/india-vs-pakistan-guerra-scongiurata-o-soltanto-rinviata-2672036827.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="modi-ha-risposto-ai-terroristi-islamici-e-non-ha-mai-parlato-di-cessate-il-fuoco" data-post-id="2672036827" data-published-at="1747553203" data-use-pagination="False"> «Modi ha risposto ai terroristi islamici e non ha mai parlato di cessate il fuoco». Yigal Carmon, è presidente e fondatore del Memri ed ex consigliere per l’antiterrorismo di due primi ministri israeliani. Alcuni analisti ritengono che quella siglata è una tregua molto fragile. «Il Pakistan ha violato il “cessate il fuoco” più volte, dopo l’annuncio del presidente americano Donald Trump lo scorso 10 maggio. In India, pertanto, non si parla di “cessate il fuoco”, ma semplicemente di una pausa. L’India, infatti, potrebbe essere costretta a ricominciare il conflitto armato contro il Pakistan, se gli attacchi contro il suo territorio e i suoi civili continueranno. Il 12 maggio 2025, alle 20 ora indiana, il primo ministro indiano Narendra Modi ha pronunciato un discorso alla nazione. Questo è stato il suo primo discorso da quando l'India ha lanciato l'Operazione Sindoor il 7 maggio, prendendo di mira le infrastrutture terroristiche in Pakistan, in risposta all’attacco terroristico sponsorizzato dal Pakistan contro civili a Pahalgam, nel Jammu e Kashmir. Il discorso di Modi è arrivato due giorni dopo che India e Pakistan avevano raggiunto un’intesa per interrompere le azioni militari via terra, aria e mare. È importante notare che anche Modi, nel suo discorso, non ha mai usato il termine “cessate il fuoco”. Il primo ministro indiano ha invece sottolineato: “Abbiamo appena sospeso la nostra azione di ritorsione contro i campi terroristici e militari del Pakistan. Nei prossimi giorni valuteremo ogni passo del Pakistan in base al tipo di atteggiamento che il Pakistan adotterà in futuro”. L’Operazione Sindoor è pertanto ancora attiva». Altri analisti dicono che questa è l’ennesima «guerra per procura». È d’accordo? «No, non sono d’accordo. L’India è un Paese sovrano ed è la democrazia più grande al mondo con una popolazione di circa un miliardo e mezzo di persone. L’Operazione Sindoor è stata lanciata in risposta all’attentato in Kashmir, che è l’ultimo di una serie che hanno colpito l’India negli anni. Lo scorso 22 aprile, infatti, l’India è stata attaccata. Un efferato attacco terroristico jihadista ha colpito Pahalgam, una popolare destinazione turistica nel Jammu e Kashmir, in India. I terroristi hanno scelto le proprie vittime in base alla loro religione. L’obiettivo principale era uccidere uomini induisti. Le vittime sono state giustiziate sotto gli occhi delle loro famiglie. Molti hanno definito questo attacco come il 7 ottobre indiano. L’attacco è stato rivendicato dal The Resistance Force (Trf), che è un proxy di Lashkar-e-Taiba (LeT), un’organizzazione salafita-jihadista con sede in Pakistan. La Trf è un rebranding del LeT per eludere le sanzioni imposte a quest’ultimo. Questi gruppi sono sostenuti dal Pakistan e dal capo di Stato Maggiore dell’esercito pakistano, il generale Asim Munir, definito da molti come il nuovo Bin Laden. Il generale Munir è stato anche a capo dei servizi di intelligence (Isi) dal 2016 al 2019. Qualche giorno prima dell’attentato, Munir aveva pronunciato un discorso, in cui aveva delineato una posizione ideologica religiosa contro l’India, affermando che “siamo diversi dagli indù” e che “il Kashmir è la nostra giugulare”. Nel suo discorso aveva anche detto che la civiltà islamica è superiore a quella occidentale. Commentando l’attacco terroristico in Kashmir, il maggiore (in pensione) Gaurav Arya, un noto commentatore indiano di sicurezza, ha affermato: “Asim Munir è il nemico, riconosciamo il nemico”». Qual è il bilancio dell’operazione Sindoor? «L’India ha distrutto il 25% dell’aeronautica militare pakistana in un solo attacco. Per questo motivo, il Pakistan ha implorato Washington, chiedendo un immediato cessate il fuoco. L’India però si è difesa da sola. Il Pakistan è invece sostenuto dalla Turchia e dalla Cina e, in questa guerra con l’India, è stato salvato in extremis dall’intervento americano. Se la guerra fosse continuata altri quattro giorni, il Pakistan non avrebbe più avuto un esercito». Secondo lei, il conflitto può ricominciare e dobbiamo temere il rischio nucleare? «Il conflitto potrebbe ricominciare, ma non dobbiamo temere il rischio nucleare. Inoltre, secondo i media indiani, New Delhi ha colpito almeno due ingressi al complesso sotterraneo che ospita testate nucleari. In questo momento, l’India è però occupata in una campagna di boicottaggio della Turchia. Durante l’operazione Sindoor, infatti, la colonnella indiana Sofia Qureishi, che è di fede musulmana, ha dichiarato che i pakistani avevano lanciato dai 300 ai 400 droni Asisguard Songar di fabbricazione turca contro il territorio indiano». Cosa succede nel Balochistan? «Il Balochistan è una regione ricca di risorse naturali, che potrebbe dichiarare in un futuro vicino la propria indipendenza dal Pakistan. Il Balochistan Liberation Army (Bla), un movimento nazionalista laico, è riuscito ad approfittare dell’Operazione Sindoor per infliggere varie perdite al Pakistan. Se il Pakistan perdesse il Balochistan, sarebbe una sconfitta anche per la Cina, che ha investito pesantemente nel porto di Gwadar, nella regione del Balochistan».
Dall'alto in senso orario i 5 indagati nell'inchiesta per frode sportiva: Rodolfo Di Vuolo, Andrea Gervasoni, Gianluca Rocchi, Daniele Paterna, Luigi Nasca (Ansa/Getty Images)
Arbitropoli o Calciopoli bis, l’inchiesta della Procura di Milano continua a scuotere il calcio italiano. Ha già fatto saltare i vertici tecnici dell’Aia, ha riaperto ferite mai davvero chiuse nella Serie A e ora ruota attorno a un fascicolo milanese che si annuncia corposo, ma di cui resta da capire la sostanza: se contenga solo testimonianze, veleni arbitrali e moviole rilette in Procura, oppure anche chat, presenze, intercettazioni e riscontri capaci di reggere davanti a un giudice. Nell’ultimo anno il pm Maurizio Ascione avrebbe ascoltato almeno 30 arbitri, forse di più, con interrogatori di cinque o sei ore su decisioni, segnali, richiami Var e rigori dati o tolti. Sullo sfondo resta qualche malumore in Procura: dal 25 aprile, giorno degli inviti a comparire a Gianluca Rocchi e Andrea Gervasoni, non ci sono state note ufficiali né conferenze stampa, nonostante la riforma sulla presunzione d’innocenza affidi al procuratore capo la comunicazione dei casi di interesse pubblico.
Marcello Viola che, fanno notare alcuni addetti ai lavori, non ha mai nascosto la sua fede interista, in altre inchieste mediatiche come «Doppia Curva» (sui tifosi di Inter e Milan) era intervenuto pubblicamente. Finora invece non è accaduto. A pesare nel futuro dell’inchiesta o del futuro processo ci sarà comunque anche il tema della competenza territoriale: per Lissone sarebbe competente Monza, mentre alcuni club di Serie A, come anticipato dalla Verità, vorrebbero spostare il fascicolo a Roma, sede dell’Aia e della Figc. C’è anche attesa per capire cosa decideranno di fare proprio le squadre, se costituirsi o meno.
La tensione sull’Inter si è intanto allentata, quando ieri dagli ambienti investigativi è arrivata la precisazione che né il club né i dirigenti nerazzurri risultano indagati. Marotta aveva già preso le distanze domenica, negando liste di arbitri «graditi» o rapporti opachi e ricordando il rigore non dato in Inter-Roma, episodio citato anche dall’ex assistente Domenico Rocca nel suo esposto: «Perché Andrea Gervasoni non “bussa” ai Var» per un rigore che la commissione avrebbe poi definito «netto» e «perso»? Un errore che, secondo Rocca, avrebbe favorito il Napoli nella corsa scudetto.
Gli indagati noti al momento sono cinque. Rocchi, designatore degli arbitri di Serie A e B, e Gervasoni, supervisore Var, entrambi autosospesi, sono accusati di concorso in frode sportiva. Con loro ci sono gli addetti Var Rodolfo Di Vuolo e Luigi Nasca. Daniele Paterna, invece, è indagato per false informazioni al pubblico ministero: era stato ascoltato come testimone sulla vicenda di Udinese-Parma, ma il verbale è stato sospeso e la sua posizione trasformata. Il punto è che gli iscritti potrebbero essere più di cinque, perché alcune contestazioni parlano di concorso con «più persone». Ed è proprio qui che resta il buco nero: chi sono gli altri?
Il cuore tecnico del fascicolo sta nelle partite. Rocchi risponde di tre ipotesi: Udinese-Parma del 1° marzo 2025, con la presunta interferenza nella sala Var di Lissone attraverso le «bussate» sul vetro prima del rigore dato all’Udinese; Bologna-Inter del 20 aprile, con la designazione di Andrea Colombo, ritenuto dall’accusa arbitro «gradito» ai nerazzurri; e poi il caso Daniele Doveri, che secondo i pm sarebbe stato «schermato» dopo una riunione a San Siro del 2 aprile, giorno dell’andata di Coppa Italia tra Milan e Inter: lì, secondo l’accusa, Rocchi avrebbe discusso «con più persone» la scelta di mandarlo nella semifinale di ritorno Inter-Milan del 23 aprile, per evitarne l’impiego in gare successive più delicate: i soggetti presenti devono ancora essere identificati. Su Udinese-Parma entra anche Paterna, indagato non per la decisione tecnica, ma per ciò che avrebbe riferito ai pm sulla cabina Var di Lissone. Secondo l’ex assistente Pasquale De Meo, lì sarebbe esistita una prassi nota: gesti dalle vetrate, persino codici come «sasso-carta-forbice», per orientare Var e Avar. Se confermata, dice, sarebbe una violazione del protocollo: «Perché in alcune partite scattava quel segnale e in altre no? Così si finiva per falsare il campionato».
Restano i paradossi: l’Inter perse a Bologna 1-0, Doveri arbitrò Parma-Inter il 5 aprile, tre giorni dopo il presunto accordo di San Siro, e il 23 aprile i nerazzurri uscirono dalla Coppa Italia perdendo 3-0 col Milan. Ma l’esito negativo non chiude il tema: la Cassazione, nel processo Calciopoli, ha chiarito che per la frode sportiva non serve alterare davvero il risultato, bastano la volontà fraudolenta e l’idoneità dell’accordo a incidere sulla gara.
Gervasoni è legato a Salernitana-Modena, per un rigore dato e poi revocato dal Var; lì c’era anche Luigi Nasca, coinvolto pure in Inter-Verona, nata dall’esposto dell’avvocato Michele Croce sulla gomitata di Alessandro Bastoni a Ondrej Duda nell’azione del gol di Davide Frattesi. La difesa di Rocchi, con l’avvocato Antonio D’Avirro, contesta accuse generiche: se c’è concorso, va spiegato con chi; e su Udinese-Parma il rigore c’era. L’ex designatore, sostituito da Dino Tommasi, starebbe valutando di avvalersi della facoltà di non rispondere davanti ad Ascione domani, mentre Gervasoni dovrebbe invece rispondere al pm.
Ma la crisi è anche politica ed economica. Oggi Antonio Zappi si gioca davanti al Coni il futuro da presidente Aia dopo l’inibizione a 13 mesi, con il commissariamento sullo sfondo. La Figc ha avviato audit sui conti: oltre 53 milioni di budget federale bruciati in anticipo, raduni sospesi, «Erasmus arbitrale», Referee Abroad, con rimborsi e sezioni regionali sul lastrico. Nel caos pesano anche il contratto da 250.000 euro di Rocchi e il nuovo fronte Daniele Orsato, per la telefonata in viva voce dopo Ascoli-Vis Pesaro.
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Pedro Sánchez (Getty Images)
Cominciamo dalle armi, che il pacifista Pedro Sánchez aborrisce, così come la guerra. Ricordate quando, di fronte alla richiesta degli Stati Uniti di aumentare le spese di bilancio per la Difesa, il premier madrileno rifiutò sdegnato? E avete presente quando la sinistra italiana attaccò Giorgia Meloni dicendo che non aveva avuto lo stesso coraggio del collega? Bene. Ora leggetevi il testo diffuso ieri dall’agenzia Ansa: «La Spagna ha incrementato del 50% le risorse destinate alla Difesa nel 2025 su base annua, raggiungendo i 4,2 miliardi di dollari (oltre 34 miliardi di euro): è quanto emerge da un rapporto diffuso dall’Istituto internazionale di ricerche con sede a Stoccolma riportato dai media iberici. È la prima volta dal 1994 che la partita destinata agli armamenti supera il 2% del Pil».
Non è tutto. La Spagna viene spesso descritta come un esempio da seguire per le sue politiche green. Da quando Sánchez è alla Moncloa in effetti la transizione energetica ha proceduto a passi da gigante, al punto che un anno fa, a causa di un picco di offerta della produzione di rinnovabili, ha provocato un blackout della rete. Ma il problema non è tanto che l’infrastruttura iberica si sia dimostrata fragile al punto da lasciare al buio intere città. La vera questione è che con Sánchez non tutto ciò che luccica è oro. Infatti, nonostante i forti investimenti nel solare e nell’eolico, la Spagna continua a produrre energia dall’atomo, sfruttando i sette reattori nucleari di cui dispone. Le centrali di Almaraz, Ascó, Cofrendes, Vandellòs e Trillo, da sole sfornano circa il 20% della corrente di cui il Paese ha bisogno. E nonostante sia previsto lo smantellamento degli impianti entro il 2035, al momento la questione chiusura non è all’ordine del giorno.
Ma attenzione, non è finita. Mentre Sánchez e i suoi ministri (uno, Teresa Ribera, l’ha spedito in Europa, come commissario al Green deal e vicepresidente) fanno gli ecologisti e pure i pacifisti, poi il Paese continua a importare gas dalla Russia. Gli ultimi dati sono del Centre for research on energy and clean air, che nel rapporto di due settimane fa ci ha informato che a marzo, per riempire i terminali di rigassificazione, Madrid ha speso 355 milioni di euro, comprando un quarto dell’intera produzione di gas esportata da Mosca verso la Ue, con un incremento del 124%. Insomma, il campione della sinistra ecologista e nonviolenta è un tizio che predica bene e razzola male, perché senza dirlo compra il gas più di altri e lo fa finanziando la guerra di Putin.
Ma il nuovo eroe di Elly Schlein, l’uomo che è divenuto il faro dei progressisti italiani per la crescita e lo sviluppo della Spagna, se si va oltre la propaganda sembra un po’ meno un esempio da seguire. Guardiamo i numeri. A febbraio la disoccupazione era al 9,8%, contro il 5,3 dell’Italia, e quella giovanile sfiorava il 24%, contro il 17,6 di casa nostra. Il tasso d’inflazione a marzo stava al 3,4, il doppio di quello tricolore e nel 2025 la crescita del reddito pro capite delle famiglie era allo 0,9 contro il nostro 3,5. Che altro c’è da dire? Il nostro export cresce, quello di Madrid cala, così come l’avanzo primario. In pratica, se si va al sodo, si scopre che il miracolo di Pedro Sánchez non è così splendente come sembra o come viene raccontato. L’unica cosa che gli riesce bene è accreditarsi come un nuovo Che Guevara, facendo finta di scortare la Flotilla e di dichiarare guerra a Trump. Ed è così che ha fatto girare la testa a Elly.
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Nicole Minetti (Ansa)
Troppa grazia san Sergio. Ieri il Quirinale ha deciso di riaprire il dossier Nicole Minetti e a due mesi dalla firma ha innestato una fragorosa marcia indietro. Lo ha fatto con implicita sorpresa e toni perentori, come se il capo dello Stato, Sergio Mattarella, avesse firmato il discusso atto di clemenza a sua insaputa e senza essere garantito dalle verifiche necessarie per dare un perimetro di «inattaccabilità» al caso. La frenata a tempo scaduto arriva dopo un’inchiesta giornalistica del Fatto Quotidiano che ha sollevato dubbi sull’intera «operazione grazia», inducendo lo staff del presidente a indossare i guanti di amianto per trasferire altrove la patata bollente.
L’ufficio stampa del Quirinale ha ufficializzato una dura presa di distanza dal dossier sul quale aveva l’ultima parola: «In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Nicole Minetti adottato dal presidente della Repubblica, su proposta favorevole del ministro della Giustizia e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del signor presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa». La risposta da via Arenula è arrivata a stretto giro: «Al termine delle verifiche, nessuno degli elementi negativi presentati dalla stampa consta agli atti della procedura».
La clemenza del Colle ha evitato l’esecuzione della condanna (3 anni e 11 mesi) alla protagonista della stagione delle «cene eleganti» berlusconiane. Clemenza derivata da un presupposto dato per certo: «L’affidamento in prova avrebbe reso estremamente difficile la cura e l’assistenza di un minore sottoposto, per una grave patologia, a periodiche visite e a terapie specialistiche all’estero». Il capro espiatorio del «dietrofront» non poteva che essere il più semplice e politicamente comodo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Infatti il masso in arrivo dal Colle gli è caduto immediatamente su un piede. E sull’intera questione, per proprietà transitiva, è partito il cinema delle opposizioni: «Venga in aula», «Deve spiegare», «Si dimetta».
Tutto scontato ma tutto troppo semplice, visto che gli attori della pièce sono tre. 1) è il ministero a istruire le domande di grazia (Corte Costituzionale, sentenza numero 200 del 2006); 2) è la Procura generale della corte d’Appello (in questo caso di Milano) a concretizzare il dossier e a rilevarne i profili di rilevanza e di debolezza; 3) è il Quirinale ad apporre la firma che decreta la responsabilità istituzionale del gesto. Non esiste un precedente di annullamento della grazia. Sul tema si è espresso Alfonso Celotto, docente di Diritto costituzionale all’Università Roma 3: «In linea di principio non è prevista la revoca. Ma se è stata concessa su presupposti erronei o non conferenti non si può escludere che l’atto sia revocabile».
È vero che il Colle non ha gli strumenti per indagare sulla veridicità delle carte arrivate, ma si suppone che valuti a fondo pesi e contrappesi e - soprattutto davanti a nomi divisivi come quello di Nicole Minetti - interloquisca con gli altri attori allo scopo di dare alla grazia tutti i crismi dell’ineluttabilità. Ciò che è stato fatto, visto che nei giorni successivi alla grazia tutti i quirinalisti hanno difeso la decisione e lo stesso capo ufficio stampa Giovanni Grasso ha spiegato su X a un contestatore: «C’è una relazione favorevole molto ampia del procuratore competente. È un caso molto particolare, purtroppo non posso rivelare i dettagli perché c’é di mezzo la tutela di un minore. Sono sicuro che se sapesse le motivazioni le condividerebbe». Ora il clima è cambiato e il refrain è: impallinare Nordio.
Le obiezioni sollevate dal Fatto ipotizzano che la nuova vita dell’ex igienista dentale con il compagno Giuseppe Cipriani non sarebbe coerente con la grazia. Quel bambino di 9 anni, proveniente dall’Instituto del Niño y Adolescente di Maldonado in Uruguay, non sarebbe stato realmente abbandonato dai suoi genitori. La madre biologica è viva, ma da quando è scoppiato il caso sarebbe irreperibile. L’avvocata dei genitori biologici, Mercedes Nieto, non può più rispondere sulla vicenda: è morta nel 2024 insieme al marito, carbonizzati nella loro casa a Garzón. È aperta un’inchiesta per duplice omicidio. Per ottenere l’affidamento del piccolo, Minetti ha intentato una causa di «Separazione definitiva e perdita della patria potestà» vinta nel 2023. Sempre il quotidiano di Marco Travaglio avanza dubbi sulle cure al bambino, sottoposto a un’operazione chirurgica a Boston nel 2021 quando non era ancora ufficialmente figlio di Minetti.
Il bimbo era realmente in un orfanotrofio, l’adozione sembra legittima. La stessa madre adottiva ha dato mandato ai suoi avvocati di «diffidare il Fatto dalla diffusione di ulteriori notizie false, diffamatorie, gravemente lesive della mia reputazione personale e famigliare». Dal canto suo la procura generale di Milano, che diede parere favorevole a firma del sostituto Gaetano Brusa (già presidente del tribunale di Sorveglianza di Genova), ha sottolineato: «Abbiamo acquisito i dati e svolto gli accertamenti richiesti dal ministero. Il quadro era completo e non emergevano dati anomali».
Secondo prassi consolidata, il caso è esploso politicamente. Angelo Bonelli (Avs) annuncia un’interrogazione parlamentare. Debora Serracchiani (Pd) tuona: «Cosa sta aspettando Giorgia Meloni a far dimettere Nordio? Il supplemento di analisi segnala un livello di approssimazione e sciatteria a via Arenula mai visto prima». In tutto ciò nessuno ha messo in dubbio l’operato del Quirinale e della Procura generale di Milano. È curioso notare come i magistrati non vengano neppure sfiorati e il Colle - spesso applaudito per essere un controllore inflessibile della Costituzione (caso più recente il decreto Sicurezza) - in questa vicenda venga fatto passare per un notaio giustamente passivo. Il «non poteva non sapere» non è più di moda. Nei giochi di potere italiani siamo tornati al Manzoni buonanima, con un vaso di coccio fra i vasi di ferro. Indovinate quali.
Ecco la domanda e l’ok delle toghe
Ecco i due documenti che raccontano - fino a qui - la storia della grazia per Nicole Minetti. Il primo è una richiesta inviata nel 2025 al presidente della Repubblica: la firma un prestigioso studio legale milanese e ricostruisce la vicenda di un bimbo - il cui nome ovviamente rimane tutelato per ragioni di privacy - con gravi patologie. Nelle 13 pagine, l’avvocato ricostruisce la vita della Minetti dopo la condanna: la giovane età in cui sono stati commessi i reati, il cambio di vita, le distanze dal contesto «irripetibile» in cui si erano consumati, la relazione con Giuseppe Cipriani, la consapevolezza delle condotte illecite. Quindi la richiesta spiega nei particolari i problemi di salute del piccolo (anch’essi tutelati da privacy), conosciuto in Uruguay dove la Minetti si reca per seguire gli affari del compagno, imprenditore. I due ricorrono all’adozione speciale nel 2020, perché la situazione del bimbo è così compromessa da non permettere il suo inserimento negli elenchi comuni. Si legge che «i genitori hanno garantito al minore tutte le cure necessarie per la patologia di cui è portatore», fino a un delicato intervento chirurgico. Quattro anni dopo tale intervento (in America), però - e siamo al 2025 - un consulto medico riscontra la necessità di nuove cure. Ecco che «l’espiazione della pena necessariamente sul territorio italiano potrebbe impedire alla madre», si legge, «l’assistenza al piccolo», vista la necessità di numerosi viaggi. I legali allegano i referti psicologici sulla necessità del piccolo di non subire altri abbandoni, e di permettergli di rimanere collegato al suo Paese natale, dove la Minetti - dicono gli avvocati - vuole svolgere ancora attività di volontariato. Viene garantito il «reinserimento sociale» dell’ex consigliere regionale lombardo, citando i «quindici anni» di «condotta ineccepibile». Alla missiva vengono annessi 12 documenti, tra cui le carte mediche, attestazioni di due diversi istituti di carità, le relazioni degli psicologi.
La seconda carta che La Verità mostra qui è il parere favorevole della Corte d’Appello della Procura generale di Milano, che in data 9 gennaio 2026 dà l’ok su richiesta del ministero della Giustizia. Anche qui, è molto interessante leggere le motivazioni: il sostituto procuratore Gaetano Brusa riscontra in pieno le ragioni della domanda di grazia, e ritiene la documentazione prodotta «indicativa di radicale presa di distanza dal passato deviante», nonché una «positiva rielaborazione di quanto i valori della convivenza civile siano stati alterati nel contesto ambientale in cui sono stati commessi i reati». Viene citato Silvio Berlusconi come figura che «indubbiamente» avrebbe creato situazioni capaci di «ingenerare senso di impunità» e «condizionare le scelte» della donna «nel rendere efficiente il sistema prostitutivo» in atto ad Arcore. Dunque «la spinta criminale» aveva origine in «condizionamenti esterni» ormai esauriti, a cui la Minetti sarebbe ora impermeabile.
Viste queste carte, il Colle aveva detto sì. Fino a ieri.
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In Europa la spesa ha raggiunto 864 miliardi di dollari, in aumento del 14% sul 2024 e del 102% rispetto al 2016. Si tratta della più forte crescita annuale della spesa nell’Europa centrale e occidentale dalla fine della guerra fredda. «Nel 2025 la spesa militare da parte dei membri europei della Nato è aumentata più velocemente che in qualsiasi momento dal 1953», spiega Jade Guiberteau Ricard, ricercatrice Sipri.
A contribuire a questa impennata sicuramente la guerra tra Russia e Ucraina: nel 2025 la spesa militare della Russia è cresciuta del 5,9% toccando i 190 miliardi di dollari (circa il 7,5% del Pil), mentre l’Ucraina ha aumentato la sua spesa del 20% arrivando a 84,1 miliardi di dollari, ben il 40% del suo Pil. Nello specifico, i 29 membri europei della Nato hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari nel 2025: 22 di essi hanno registrato una spesa militare pari ad almeno il 2% del Pil. A spendere di più sono state Spagna al quindicesimo posto (+50%), che ha raggiunto la fatidica soglia, e Germania (+24% annuo) quarto Paese al mondo per spese militari e prima in Europa, raggiungendo i 114 miliardi di dollari. La spesa della Polonia (al quattordicesimo posto) è cresciuta del 23%, mentre l’Italia è al dodicesimo posto con un totale di 48,1 miliardi di dollari.
La crescita globale è avvenuta nonostante il calo della spesa degli Stati Uniti, i quali restano comunque in testa alla classifica, insieme a Cina e Russia, per un totale complessivo di 1.480 miliardi di dollari di investimenti che equivalgono al 51% del totale globale.
La spesa militare statunitense è diminuita del 7,5% a 954 miliardi di dollari nel 2025 a causa della mancata approvazione da parte di Washington di nuovi aiuti finanziari militari per l’Ucraina. Nei tre anni precedenti, i finanziamenti militari statunitensi a Kiev ammontavano a 127 miliardi di dollari. «È probabile che il calo della spesa militare statunitense nel 2025 sia solo di breve durata», spiegano però dal Sipri. La guerra in Iran, infatti, sarà destinata ad invertire questa tendenza in quanto la spesa approvata dal Congresso degli Stati Uniti per il 2026 è salita a oltre un trilione di dollari e potrebbe salire ulteriormente a 1,5 trilioni di dollari nel 2027 se l’ultima proposta di bilancio del presidente Donald Trump verrà accettata. «La spesa militare globale è aumentata nuovamente nel 2025, poiché gli Stati hanno risposto a un altro anno di guerre, incertezze e sconvolgimenti geopolitici con massicci programmi di riarmo», afferma Xiao Liang, ricercatore del Sipri.
Per quanto riguarda il Medio Oriente, nel 2025 la spesa militare è stata sostanzialmente la stessa dell’anno precedente. In Israele è diminuita del 4,9%, attestandosi a 48,3 miliardi di dollari, a seguito della riduzione dell’intensità del conflitto a Gaza. Ma la spesa militare israeliana è rimasta comunque superiore del 97% rispetto al 2022. Anche l’Iran ha fatto registrare un calo per il secondo anno consecutivo, diminuendo del 5,6% a 7,4 miliardi di dollari nel 2025, a causa però delle difficoltà economiche. Il Giappone ha aumentato le sue spese militari del 9,7%, raggiungendo i 62,2 miliardi di dollari nel 2025. Si tratta dell’1,4% del Pil, la quota più alta dal 1958. Anche Taiwan ha aumentato le sue spese del 14%, arrivando a 18,2 miliardi di dollari. Spese in crescita dell’8% anche per Asia e Oceania. Nel continente africano, la Nigeria ha aumentato le sue spese del 55% nell’ambito degli sforzi per contrastare il dilagante estremismo.
Ma mentre aumenta l’incertezza nel mondo c’è chi grazie alla guerra diventa sempre più ricco.
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