True
2025-05-19
India vs Pakistan. Guerra scongiurata o soltanto rinviata?
Ansa
La tregua tra India e Pakistan, annunciata il 10 maggio 2025 dopo un’escalation militare seguita all’attentato terroristico di Pahalgam, è attualmente in bilico a causa di diversi fattori che ne minacciano la stabilità. Poche ore dopo l’annuncio della tregua, entrambe le parti si sono accusate reciprocamente di violazioni lungo la Linea di Controllo e in altre aree sensibili. Sono stati segnalati bombardamenti e attacchi con droni, alimentando la sfiducia reciproca e mettendo in discussione la sincerità degli impegni assunti dalle parti. L’India ha sospeso il Trattato delle acque dell’Indo, un accordo fondamentale per la gestione condivisa delle risorse idriche. Il Pakistan ha avvertito che la mancata risoluzione di questa disputa potrebbe compromettere seriamente la tregua. In sintesi, la tregua tra India e Pakistan è fragile e minacciata da violazioni sul campo, dispute irrisolte, tensioni diplomatiche e pressioni interne. Senza un impegno concreto per affrontare le cause profonde del conflitto, in particolare la questione del Kashmir, e senza un monitoraggio internazionale efficace, il rischio di un nuovo ciclo di violenze rimane elevato. Le relazioni diplomatiche rimangono tese: l’India ha chiuso il valico di Attari, ha mantenuto il divieto di visti e ha sospeso i collegamenti aerei con il Pakistan. Il Pakistan, dal canto suo, ha sospeso l’Accordo di Simla del 1972, che fungeva da base per la risoluzione bilaterale delle controversie. In India, alcuni esponenti politici e militari hanno criticato la decisione di accettare la tregua, ritenendola prematura e demoralizzante per le forze armate.
In Pakistan, il primo ministro Shehbaz Sharif ha proclamato una «vittoria storica», alimentando ulteriori tensioni. Le più recenti manovre militari, tra cui l’Operazione Sindoor lanciata dall’India e la Bunyan-ul-Marsoos attivata dal Pakistan, hanno segnato una drammatica intensificazione nell’impiego di armamenti sofisticati, sollevando il timore concreto di errori di calcolo e di un’escalation fuori controllo. Il confronto tra due potenze nucleari dotate di eserciti molto potenti su una regione contesa, teatro di due guerre in passato, ha nuovamente scosso la comunità internazionale. Già nel 2016 e nel 2019, episodi simili di alta tensione tra Nuova Delhi e Islamabad avevano avuto come epicentro il Kashmir, ma in quei frangenti gli Stati Uniti erano intervenuti svolgendo un ruolo cruciale nel disinnescare la crisi. Diversamente da allora, l’attuale amministrazione statunitense guidata da Donald Trump si mantiene defilata: il vicepresidente J.D. Vance ha dichiarato a Fox News che lo scontro indo-pakistano «non riguarda fondamentalmente noi».
A innescare l’attuale ciclo di violenze è stato l’attacco terroristico avvenuto il mese scorso contro turisti nella regione del Kashmir controllata dall’India. L’attentato ha provocato la morte di 25 cittadini indiani e di un turista nepalese. Nuova Delhi ha attribuito immediatamente la responsabilità a Islamabad, che ha però negato ogni coinvolgimento, chiedendo l’avvio di un’indagine internazionale indipendente. Il generale Asim Munir, capo di Stato Maggiore delle forze armate pakistane, ha gettato benzina sul fuoco: è salito su un carro armato durante un’esercitazione per lanciare un messaggio chiaro: «Nessuna ambiguità, qualunque avventura militare dell’India riceverà una risposta immediata, decisa e di altissimo livello». Secondo Bharat Karnad, professore emerito di studi strategici presso il Centre for Policy Research di New Delhi che ha parlato al Time, la situazione dipende in larga parte proprio dalla figura di Asim Munir, che definisce «una testa calda, un fondamentalista del Corano, uno di quelli che credono davvero. Ha citato la Ghazwa-e-Hind, riferendosi a una guerra santa contro l’India menzionata negli Hadith islamici. Dall’altro lato, Fawad Chaudhry, ex ministro pakistano dell’Informazione sotto il governo di Imran Khan, punta il dito contro il premier indiano Narendra Modi. Per lui, Modi starebbe tentando di ridisegnare i confini del Kashmir per consolidare la propria eredità politica, soprattutto in vista di sondaggi elettorali sfavorevoli. «Vuole essere ricordato come un leader superiore a Gandhi o Nehru. Per questo allargherà il fronte bellico», ha affermato Chaudhry al Time.
Ora nel vuoto lasciato da Washington, altri attori stanno avanzando e potrebbe essere la chiave di volta. È il caso delle monarchie del Golfo, che si stanno proponendo come mediatori in una crisi di cui, ufficialmente, non sono parte. A guidare questa diplomazia silenziosa è l’Arabia Saudita. Il ministro degli Esteri saudita, Adel Al-Jubeir, ha compiuto una visita non annunciata in India per incontrare il collega Subrahmanyam Jaishankar e tentare una mediazione. Per Riad la pace non è solo auspicabile, ma vitale: nel Regno vivono circa 2,6 milioni di lavoratori indiani, una cifra analoga a quella dei pakistani. La visita di Modi a Gedda, proprio nei giorni dell’attacco in Kashmir, aveva come obiettivo il rafforzamento del Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa, sostenuto da un accordo di investimenti da 100 miliardi di dollari. I Paesi del Golfo, per via dei loro legami profondi con l’India e il Pakistan, hanno tutto l’interesse a promuovere la moderazione tra le parti, dato che stabilità regionale è cruciale per loro. Con l’avvento di Mohammed Bin Salman la geopolitica saudita è cambiata e l’ascesa economica e diplomatica del Golfo ha spostato il baricentro delle decisioni strategiche: oggi sono gli interessi a guidare la politica estera, non più le affinità ideologiche. Ne sono prova anche i negoziati -per il momento bloccati - tra Arabia Saudita e Israele per normalizzare le relazioni.
Oltre a Riad, anche altri attori regionali come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti stanno cercando di influenzare la crisi. E in modo sorprendente: invece di sostenere Islamabad - come spesso avvenuto in passato per ragioni religiose - entrambi hanno chiesto moderazione. Secondo fonti indiane, Doha si sarebbe addirittura espressa in favore di Nuova Delhi. Eppure la partita resta complessa. La Cina continua a essere un pilastro del sostegno al Pakistan, tanto sul piano militare quanto su quello economico. Sono stati proprio i caccia cinesi J-10C, equipaggiati con missili PL-15, ad abbattere cinque jet indiani nei recenti scontri. Pechino è anche parte in causa nella disputa territoriale, controllando due fasce del Kashmir.
Ma il dato più rilevante è forse il superamento delle logiche ideologiche tradizionali. Per decenni, il Pakistan ha fatto leva sulla sua identità islamica per rivendicare una posizione privilegiata nel mondo musulmano. Oggi, però, l’India - pur laica e con valori divergenti - è divenuta un partner economico imprescindibile anche per le monarchie sunnite del Golfo. L’Iran, confinante col Pakistan e patria di una grande comunità sciita, è un caso emblematico: ha oggi rapporti migliori con l’India di quanti ne abbia con Islamabad. Dopo l’attentato nel Kashmir, Teheran ha espresso cordoglio verso Nuova Delhi e il suo ministro degli Esteri ha visitato l’India appena qualche ora dopo essere stato in Pakistan, offrendosi come mediatore. Inoltre, l’India è profondamente coinvolta nello sviluppo del porto iraniano di Chabahar, dove ha investito oltre 370 milioni di dollari.
Nonostante le iniziative diplomatiche, gli analisti temono che il punto di non ritorno possa essere stato superato e la prospettiva di una guerra aperta resta concreta. La diplomazia ha ancora margini di manovra, ma serviranno negoziati intensi, multilaterali e soprattutto continui per evitare che le fiamme divampino e molto dipende da quanto seriamente l’Arabia Saudita vorrà fare pressione sull’India. ma se fallirà lo scontro sarà inevitabile.
«Modi ha risposto ai terroristi islamici e non ha mai parlato di cessate il fuoco».
Yigal Carmon, è presidente e fondatore del Memri ed ex consigliere per l’antiterrorismo di due primi ministri israeliani.
Alcuni analisti ritengono che quella siglata è una tregua molto fragile.
«Il Pakistan ha violato il “cessate il fuoco” più volte, dopo l’annuncio del presidente americano Donald Trump lo scorso 10 maggio. In India, pertanto, non si parla di “cessate il fuoco”, ma semplicemente di una pausa. L’India, infatti, potrebbe essere costretta a ricominciare il conflitto armato contro il Pakistan, se gli attacchi contro il suo territorio e i suoi civili continueranno. Il 12 maggio 2025, alle 20 ora indiana, il primo ministro indiano Narendra Modi ha pronunciato un discorso alla nazione. Questo è stato il suo primo discorso da quando l'India ha lanciato l'Operazione Sindoor il 7 maggio, prendendo di mira le infrastrutture terroristiche in Pakistan, in risposta all’attacco terroristico sponsorizzato dal Pakistan contro civili a Pahalgam, nel Jammu e Kashmir. Il discorso di Modi è arrivato due giorni dopo che India e Pakistan avevano raggiunto un’intesa per interrompere le azioni militari via terra, aria e mare. È importante notare che anche Modi, nel suo discorso, non ha mai usato il termine “cessate il fuoco”. Il primo ministro indiano ha invece sottolineato: “Abbiamo appena sospeso la nostra azione di ritorsione contro i campi terroristici e militari del Pakistan. Nei prossimi giorni valuteremo ogni passo del Pakistan in base al tipo di atteggiamento che il Pakistan adotterà in futuro”. L’Operazione Sindoor è pertanto ancora attiva».
Altri analisti dicono che questa è l’ennesima «guerra per procura». È d’accordo?
«No, non sono d’accordo. L’India è un Paese sovrano ed è la democrazia più grande al mondo con una popolazione di circa un miliardo e mezzo di persone. L’Operazione Sindoor è stata lanciata in risposta all’attentato in Kashmir, che è l’ultimo di una serie che hanno colpito l’India negli anni. Lo scorso 22 aprile, infatti, l’India è stata attaccata. Un efferato attacco terroristico jihadista ha colpito Pahalgam, una popolare destinazione turistica nel Jammu e Kashmir, in India. I terroristi hanno scelto le proprie vittime in base alla loro religione. L’obiettivo principale era uccidere uomini induisti. Le vittime sono state giustiziate sotto gli occhi delle loro famiglie. Molti hanno definito questo attacco come il 7 ottobre indiano. L’attacco è stato rivendicato dal The Resistance Force (Trf), che è un proxy di Lashkar-e-Taiba (LeT), un’organizzazione salafita-jihadista con sede in Pakistan. La Trf è un rebranding del LeT per eludere le sanzioni imposte a quest’ultimo. Questi gruppi sono sostenuti dal Pakistan e dal capo di Stato Maggiore dell’esercito pakistano, il generale Asim Munir, definito da molti come il nuovo Bin Laden. Il generale Munir è stato anche a capo dei servizi di intelligence (Isi) dal 2016 al 2019. Qualche giorno prima dell’attentato, Munir aveva pronunciato un discorso, in cui aveva delineato una posizione ideologica religiosa contro l’India, affermando che “siamo diversi dagli indù” e che “il Kashmir è la nostra giugulare”. Nel suo discorso aveva anche detto che la civiltà islamica è superiore a quella occidentale. Commentando l’attacco terroristico in Kashmir, il maggiore (in pensione) Gaurav Arya, un noto commentatore indiano di sicurezza, ha affermato: “Asim Munir è il nemico, riconosciamo il nemico”».
Qual è il bilancio dell’operazione Sindoor?
«L’India ha distrutto il 25% dell’aeronautica militare pakistana in un solo attacco. Per questo motivo, il Pakistan ha implorato Washington, chiedendo un immediato cessate il fuoco. L’India però si è difesa da sola. Il Pakistan è invece sostenuto dalla Turchia e dalla Cina e, in questa guerra con l’India, è stato salvato in extremis dall’intervento americano. Se la guerra fosse continuata altri quattro giorni, il Pakistan non avrebbe più avuto un esercito».
Secondo lei, il conflitto può ricominciare e dobbiamo temere il rischio nucleare?
«Il conflitto potrebbe ricominciare, ma non dobbiamo temere il rischio nucleare. Inoltre, secondo i media indiani, New Delhi ha colpito almeno due ingressi al complesso sotterraneo che ospita testate nucleari. In questo momento, l’India è però occupata in una campagna di boicottaggio della Turchia. Durante l’operazione Sindoor, infatti, la colonnella indiana Sofia Qureishi, che è di fede musulmana, ha dichiarato che i pakistani avevano lanciato dai 300 ai 400 droni Asisguard Songar di fabbricazione turca contro il territorio indiano».
Cosa succede nel Balochistan?
«Il Balochistan è una regione ricca di risorse naturali, che potrebbe dichiarare in un futuro vicino la propria indipendenza dal Pakistan. Il Balochistan Liberation Army (Bla), un movimento nazionalista laico, è riuscito ad approfittare dell’Operazione Sindoor per infliggere varie perdite al Pakistan. Se il Pakistan perdesse il Balochistan, sarebbe una sconfitta anche per la Cina, che ha investito pesantemente nel porto di Gwadar, nella regione del Balochistan».
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La tregua tra i due Stati è fragile e la tensione resta alta. Ma nella regione c’è una novità: mentre gli Usa mantengono un profilo basso, i Paesi arabi del Golfo non si schierano con Islamabad, come in passato, e si offrono come mediatori. Imitati dall’Iran.L’esperto Yigal Carmon: «È una pausa nelle operazioni. Tutto parte dagli eccidi in Kashmir, opera di un gruppo sostenuto dai servizi pakistani»Lo speciale contiene due articoliLa tregua tra India e Pakistan, annunciata il 10 maggio 2025 dopo un’escalation militare seguita all’attentato terroristico di Pahalgam, è attualmente in bilico a causa di diversi fattori che ne minacciano la stabilità. Poche ore dopo l’annuncio della tregua, entrambe le parti si sono accusate reciprocamente di violazioni lungo la Linea di Controllo e in altre aree sensibili. Sono stati segnalati bombardamenti e attacchi con droni, alimentando la sfiducia reciproca e mettendo in discussione la sincerità degli impegni assunti dalle parti. L’India ha sospeso il Trattato delle acque dell’Indo, un accordo fondamentale per la gestione condivisa delle risorse idriche. Il Pakistan ha avvertito che la mancata risoluzione di questa disputa potrebbe compromettere seriamente la tregua. In sintesi, la tregua tra India e Pakistan è fragile e minacciata da violazioni sul campo, dispute irrisolte, tensioni diplomatiche e pressioni interne. Senza un impegno concreto per affrontare le cause profonde del conflitto, in particolare la questione del Kashmir, e senza un monitoraggio internazionale efficace, il rischio di un nuovo ciclo di violenze rimane elevato. Le relazioni diplomatiche rimangono tese: l’India ha chiuso il valico di Attari, ha mantenuto il divieto di visti e ha sospeso i collegamenti aerei con il Pakistan. Il Pakistan, dal canto suo, ha sospeso l’Accordo di Simla del 1972, che fungeva da base per la risoluzione bilaterale delle controversie. In India, alcuni esponenti politici e militari hanno criticato la decisione di accettare la tregua, ritenendola prematura e demoralizzante per le forze armate. In Pakistan, il primo ministro Shehbaz Sharif ha proclamato una «vittoria storica», alimentando ulteriori tensioni. Le più recenti manovre militari, tra cui l’Operazione Sindoor lanciata dall’India e la Bunyan-ul-Marsoos attivata dal Pakistan, hanno segnato una drammatica intensificazione nell’impiego di armamenti sofisticati, sollevando il timore concreto di errori di calcolo e di un’escalation fuori controllo. Il confronto tra due potenze nucleari dotate di eserciti molto potenti su una regione contesa, teatro di due guerre in passato, ha nuovamente scosso la comunità internazionale. Già nel 2016 e nel 2019, episodi simili di alta tensione tra Nuova Delhi e Islamabad avevano avuto come epicentro il Kashmir, ma in quei frangenti gli Stati Uniti erano intervenuti svolgendo un ruolo cruciale nel disinnescare la crisi. Diversamente da allora, l’attuale amministrazione statunitense guidata da Donald Trump si mantiene defilata: il vicepresidente J.D. Vance ha dichiarato a Fox News che lo scontro indo-pakistano «non riguarda fondamentalmente noi». A innescare l’attuale ciclo di violenze è stato l’attacco terroristico avvenuto il mese scorso contro turisti nella regione del Kashmir controllata dall’India. L’attentato ha provocato la morte di 25 cittadini indiani e di un turista nepalese. Nuova Delhi ha attribuito immediatamente la responsabilità a Islamabad, che ha però negato ogni coinvolgimento, chiedendo l’avvio di un’indagine internazionale indipendente. Il generale Asim Munir, capo di Stato Maggiore delle forze armate pakistane, ha gettato benzina sul fuoco: è salito su un carro armato durante un’esercitazione per lanciare un messaggio chiaro: «Nessuna ambiguità, qualunque avventura militare dell’India riceverà una risposta immediata, decisa e di altissimo livello». Secondo Bharat Karnad, professore emerito di studi strategici presso il Centre for Policy Research di New Delhi che ha parlato al Time, la situazione dipende in larga parte proprio dalla figura di Asim Munir, che definisce «una testa calda, un fondamentalista del Corano, uno di quelli che credono davvero. Ha citato la Ghazwa-e-Hind, riferendosi a una guerra santa contro l’India menzionata negli Hadith islamici. Dall’altro lato, Fawad Chaudhry, ex ministro pakistano dell’Informazione sotto il governo di Imran Khan, punta il dito contro il premier indiano Narendra Modi. Per lui, Modi starebbe tentando di ridisegnare i confini del Kashmir per consolidare la propria eredità politica, soprattutto in vista di sondaggi elettorali sfavorevoli. «Vuole essere ricordato come un leader superiore a Gandhi o Nehru. Per questo allargherà il fronte bellico», ha affermato Chaudhry al Time. Ora nel vuoto lasciato da Washington, altri attori stanno avanzando e potrebbe essere la chiave di volta. È il caso delle monarchie del Golfo, che si stanno proponendo come mediatori in una crisi di cui, ufficialmente, non sono parte. A guidare questa diplomazia silenziosa è l’Arabia Saudita. Il ministro degli Esteri saudita, Adel Al-Jubeir, ha compiuto una visita non annunciata in India per incontrare il collega Subrahmanyam Jaishankar e tentare una mediazione. Per Riad la pace non è solo auspicabile, ma vitale: nel Regno vivono circa 2,6 milioni di lavoratori indiani, una cifra analoga a quella dei pakistani. La visita di Modi a Gedda, proprio nei giorni dell’attacco in Kashmir, aveva come obiettivo il rafforzamento del Corridoio economico India-Medio Oriente-Europa, sostenuto da un accordo di investimenti da 100 miliardi di dollari. I Paesi del Golfo, per via dei loro legami profondi con l’India e il Pakistan, hanno tutto l’interesse a promuovere la moderazione tra le parti, dato che stabilità regionale è cruciale per loro. Con l’avvento di Mohammed Bin Salman la geopolitica saudita è cambiata e l’ascesa economica e diplomatica del Golfo ha spostato il baricentro delle decisioni strategiche: oggi sono gli interessi a guidare la politica estera, non più le affinità ideologiche. Ne sono prova anche i negoziati -per il momento bloccati - tra Arabia Saudita e Israele per normalizzare le relazioni. Oltre a Riad, anche altri attori regionali come il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti stanno cercando di influenzare la crisi. E in modo sorprendente: invece di sostenere Islamabad - come spesso avvenuto in passato per ragioni religiose - entrambi hanno chiesto moderazione. Secondo fonti indiane, Doha si sarebbe addirittura espressa in favore di Nuova Delhi. Eppure la partita resta complessa. La Cina continua a essere un pilastro del sostegno al Pakistan, tanto sul piano militare quanto su quello economico. Sono stati proprio i caccia cinesi J-10C, equipaggiati con missili PL-15, ad abbattere cinque jet indiani nei recenti scontri. Pechino è anche parte in causa nella disputa territoriale, controllando due fasce del Kashmir. Ma il dato più rilevante è forse il superamento delle logiche ideologiche tradizionali. Per decenni, il Pakistan ha fatto leva sulla sua identità islamica per rivendicare una posizione privilegiata nel mondo musulmano. Oggi, però, l’India - pur laica e con valori divergenti - è divenuta un partner economico imprescindibile anche per le monarchie sunnite del Golfo. L’Iran, confinante col Pakistan e patria di una grande comunità sciita, è un caso emblematico: ha oggi rapporti migliori con l’India di quanti ne abbia con Islamabad. Dopo l’attentato nel Kashmir, Teheran ha espresso cordoglio verso Nuova Delhi e il suo ministro degli Esteri ha visitato l’India appena qualche ora dopo essere stato in Pakistan, offrendosi come mediatore. Inoltre, l’India è profondamente coinvolta nello sviluppo del porto iraniano di Chabahar, dove ha investito oltre 370 milioni di dollari. Nonostante le iniziative diplomatiche, gli analisti temono che il punto di non ritorno possa essere stato superato e la prospettiva di una guerra aperta resta concreta. La diplomazia ha ancora margini di manovra, ma serviranno negoziati intensi, multilaterali e soprattutto continui per evitare che le fiamme divampino e molto dipende da quanto seriamente l’Arabia Saudita vorrà fare pressione sull’India. ma se fallirà lo scontro sarà inevitabile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/india-vs-pakistan-guerra-scongiurata-o-soltanto-rinviata-2672036827.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="modi-ha-risposto-ai-terroristi-islamici-e-non-ha-mai-parlato-di-cessate-il-fuoco" data-post-id="2672036827" data-published-at="1747553203" data-use-pagination="False"> «Modi ha risposto ai terroristi islamici e non ha mai parlato di cessate il fuoco». Yigal Carmon, è presidente e fondatore del Memri ed ex consigliere per l’antiterrorismo di due primi ministri israeliani. Alcuni analisti ritengono che quella siglata è una tregua molto fragile. «Il Pakistan ha violato il “cessate il fuoco” più volte, dopo l’annuncio del presidente americano Donald Trump lo scorso 10 maggio. In India, pertanto, non si parla di “cessate il fuoco”, ma semplicemente di una pausa. L’India, infatti, potrebbe essere costretta a ricominciare il conflitto armato contro il Pakistan, se gli attacchi contro il suo territorio e i suoi civili continueranno. Il 12 maggio 2025, alle 20 ora indiana, il primo ministro indiano Narendra Modi ha pronunciato un discorso alla nazione. Questo è stato il suo primo discorso da quando l'India ha lanciato l'Operazione Sindoor il 7 maggio, prendendo di mira le infrastrutture terroristiche in Pakistan, in risposta all’attacco terroristico sponsorizzato dal Pakistan contro civili a Pahalgam, nel Jammu e Kashmir. Il discorso di Modi è arrivato due giorni dopo che India e Pakistan avevano raggiunto un’intesa per interrompere le azioni militari via terra, aria e mare. È importante notare che anche Modi, nel suo discorso, non ha mai usato il termine “cessate il fuoco”. Il primo ministro indiano ha invece sottolineato: “Abbiamo appena sospeso la nostra azione di ritorsione contro i campi terroristici e militari del Pakistan. Nei prossimi giorni valuteremo ogni passo del Pakistan in base al tipo di atteggiamento che il Pakistan adotterà in futuro”. L’Operazione Sindoor è pertanto ancora attiva». Altri analisti dicono che questa è l’ennesima «guerra per procura». È d’accordo? «No, non sono d’accordo. L’India è un Paese sovrano ed è la democrazia più grande al mondo con una popolazione di circa un miliardo e mezzo di persone. L’Operazione Sindoor è stata lanciata in risposta all’attentato in Kashmir, che è l’ultimo di una serie che hanno colpito l’India negli anni. Lo scorso 22 aprile, infatti, l’India è stata attaccata. Un efferato attacco terroristico jihadista ha colpito Pahalgam, una popolare destinazione turistica nel Jammu e Kashmir, in India. I terroristi hanno scelto le proprie vittime in base alla loro religione. L’obiettivo principale era uccidere uomini induisti. Le vittime sono state giustiziate sotto gli occhi delle loro famiglie. Molti hanno definito questo attacco come il 7 ottobre indiano. L’attacco è stato rivendicato dal The Resistance Force (Trf), che è un proxy di Lashkar-e-Taiba (LeT), un’organizzazione salafita-jihadista con sede in Pakistan. La Trf è un rebranding del LeT per eludere le sanzioni imposte a quest’ultimo. Questi gruppi sono sostenuti dal Pakistan e dal capo di Stato Maggiore dell’esercito pakistano, il generale Asim Munir, definito da molti come il nuovo Bin Laden. Il generale Munir è stato anche a capo dei servizi di intelligence (Isi) dal 2016 al 2019. Qualche giorno prima dell’attentato, Munir aveva pronunciato un discorso, in cui aveva delineato una posizione ideologica religiosa contro l’India, affermando che “siamo diversi dagli indù” e che “il Kashmir è la nostra giugulare”. Nel suo discorso aveva anche detto che la civiltà islamica è superiore a quella occidentale. Commentando l’attacco terroristico in Kashmir, il maggiore (in pensione) Gaurav Arya, un noto commentatore indiano di sicurezza, ha affermato: “Asim Munir è il nemico, riconosciamo il nemico”». Qual è il bilancio dell’operazione Sindoor? «L’India ha distrutto il 25% dell’aeronautica militare pakistana in un solo attacco. Per questo motivo, il Pakistan ha implorato Washington, chiedendo un immediato cessate il fuoco. L’India però si è difesa da sola. Il Pakistan è invece sostenuto dalla Turchia e dalla Cina e, in questa guerra con l’India, è stato salvato in extremis dall’intervento americano. Se la guerra fosse continuata altri quattro giorni, il Pakistan non avrebbe più avuto un esercito». Secondo lei, il conflitto può ricominciare e dobbiamo temere il rischio nucleare? «Il conflitto potrebbe ricominciare, ma non dobbiamo temere il rischio nucleare. Inoltre, secondo i media indiani, New Delhi ha colpito almeno due ingressi al complesso sotterraneo che ospita testate nucleari. In questo momento, l’India è però occupata in una campagna di boicottaggio della Turchia. Durante l’operazione Sindoor, infatti, la colonnella indiana Sofia Qureishi, che è di fede musulmana, ha dichiarato che i pakistani avevano lanciato dai 300 ai 400 droni Asisguard Songar di fabbricazione turca contro il territorio indiano». Cosa succede nel Balochistan? «Il Balochistan è una regione ricca di risorse naturali, che potrebbe dichiarare in un futuro vicino la propria indipendenza dal Pakistan. Il Balochistan Liberation Army (Bla), un movimento nazionalista laico, è riuscito ad approfittare dell’Operazione Sindoor per infliggere varie perdite al Pakistan. Se il Pakistan perdesse il Balochistan, sarebbe una sconfitta anche per la Cina, che ha investito pesantemente nel porto di Gwadar, nella regione del Balochistan».
Una jeep israeliana transita davanti al valico di Erez, che collega Israele a Gaza, in uno scatto dello scorso ottobre (Getty Images)
Oudeh avrebbe avuto un ruolo centrale nell’apparato di sicurezza di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre, ricoprendo l’incarico di responsabile dell’intelligence militare e collaborando strettamente con al Haddad nella ricostruzione della struttura operativa del gruppo dopo la morte di Mohammed Deif e Mohammed Sinwar. Le stesse fonti sostengono che l’incarico gli fosse già stato proposto in passato dopo l’eliminazione di Sinwar, ma che in quel momento avesse deciso di non assumere la guida dell’organizzazione armata. Nell’immagine diffusa insieme alle informazioni, Oudeh compare accanto a Raafa Salameh, Abu Obeida e Mohammed Deif. Tutti gli altri dirigenti presenti nella foto sarebbero stati eliminati nel corso delle operazioni israeliane.
Intanto Israele si sta preparando per impedire che possa verificarsi un nuovo 7 ottobre. A quasi tre anni dall’attacco di Hamas contro le comunità israeliane al confine con Gaza, lo Stato ebraico sta costruendo una nuova rete di difesa territoriale basata su civili addestrati, squadre di intervento rapido e protocolli operativi studiati direttamente sulle lezioni del massacro del 2023. Secondo quanto riportato dal FDD Long War Journal, all’inizio di maggio nella comunità di Nir Oz, una delle località simbolo dell’assalto di Hamas, i membri di una nuova squadra volontaria di sicurezza civile hanno completato la seconda delle otto sessioni previste da un innovativo programma di addestramento chiamato «Magen 48». L’iniziativa è gestita dall’organizzazione israeliana Magen Yehuda e nasce con l’obiettivo dichiarato di fornire ai cosiddetti «difensori civili» competenze operative e strumenti professionali per affrontare eventuali nuovi attacchi terroristici. Il progetto viene realizzato in collaborazione diretta con le Forze di difesa israeliane (Idf), che stanno contribuendo all’addestramento delle squadre locali di volontari incaricate di intervenire immediatamente in caso di incursioni armate.
Il trauma del 7 ottobre continua infatti a influenzare profondamente la strategia di sicurezza israeliana. Quel giorno migliaia di terroristi di Hamas, supportati da altri gruppi armati e da saccheggiatori civili, sfondarono le difese israeliane penetrando nelle comunità vicino alla Striscia di Gaza. L’attacco provocò massacri, sequestri e devastazioni senza precedenti. Molti dei villaggi colpiti sono ancora oggi impegnati nella ricostruzione, mentre migliaia di residenti stanno lentamente tornando nelle proprie abitazioni dopo lunghi mesi di evacuazione. In questo contesto Israele punta ora a creare comunità capaci di difendersi autonomamente nei primi minuti di un’aggressione, evitando di dipendere esclusivamente dall’arrivo delle forze armate regolari.
Le unità addestrate dal programma vengono chiamate «Kitat Konenut», cioè squadre di intervento rapido. Si tratta di gruppi composti principalmente da ex soldati residenti nelle comunità di confine vicino a Gaza, al Libano e alla Cisgiordania. Queste squadre rappresentano la prima linea di difesa locale e hanno il compito di reagire immediatamente a infiltrazioni terroristiche mentre la comunità attende l’arrivo di rinforzi militari e di polizia.
Il nome «Magen 48» è stato scelto in memoria dei 48 membri delle forze di sicurezza israeliane uccisi il 7 ottobre. L’organizzazione lavora a stretto contatto con il Comando del Fronte Interno delle IDF, con la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e con i consigli locali delle comunità di frontiera. Il modello di addestramento è stato sviluppato studiando le esperienze delle località che riuscirono a resistere meglio durante l’attacco di Hamas, in particolare il Kibbutz Erez, considerato uno dei casi più efficaci di difesa locale durante l’assalto. Secondo quanto dichiarato sul sito ufficiale di Magen 48, il programma mira a garantire che ogni comunità attorno alla Striscia di Gaza sia «addestrata, equipaggiata e operativamente pronta» per affrontare future minacce. La preparazione delle comunità viene considerata una priorità strategica non soltanto per rafforzare la sicurezza dei residenti, ma anche per favorire il ritorno della popolazione evacuata dopo gli attacchi di Hamas.
L’iniziativa arriva in una fase estremamente delicata per Israele. Mentre il governo israeliano continua a chiedere il disarmo di Hamas e a mantenere alta la pressione militare sulla Striscia di Gaza, la sicurezza delle aree di confine rimane una delle principali preoccupazioni strategiche del Paese. Il 13 maggio il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Nickolay Mladenov, direttore del Gaza Board of Peace, discutendo della situazione del cessate il fuoco e delle prospettive di smantellamento delle capacità militari di Hamas. Nello stesso giorno le IDF hanno annunciato l’eliminazione di un membro delle forze Nukhba di Hamas a Gaza.
Ari Briggs, cofondatore di Magen 48, ha spiegato al Long War Journal della FDD che il nuovo protocollo di addestramento israeliano è già stato adottato in 67 comunità vicino al confine con Gaza e che il piano prevede di estendere il modello fino a circa 600 comunità nei prossimi anni. Briggs ha sottolineato che sono già state svolte oltre 550 sessioni di addestramento e che più di 1.500 persone hanno completato i corsi, numeri che equivalgono alla formazione di diversi battaglioni di fanteria. Secondo Briggs, il progetto rappresenta soltanto una prima fase di un piano molto più ampio. Il dirigente di Magen 48 ha spiegato che circa 900.000 israeliani vivono in aree considerate vulnerabili lungo diversi confini del Paese. Dopo il 7 ottobre oltre 74.000 persone furono evacuate dalle comunità vicine a Gaza per più di un anno, mentre evacuazioni simili si verificarono anche nel nord di Israele. Sebbene molti residenti siano tornati, la guerra ancora in corso continua ad alimentare un forte senso di insicurezza tra la popolazione.
Uno degli elementi più innovativi del programma riguarda il cambiamento della dottrina operativa. Briggs ha spiegato che il nuovo approccio prevede di affrontare i terroristi prima che riescano a raggiungere il centro delle comunità. L’obiettivo è quindi portare il combattimento direttamente contro gli assalitori invece di attendere passivamente dietro i cancelli dei kibbutz o dei villaggi. Per ogni comunità vengono elaborati specifici piani difensivi, con analisi dettagliate delle aree vulnerabili, delle posizioni delle telecamere di sorveglianza, delle recinzioni e delle postazioni fortificate da costruire. Briggs ha sottolineato che la principale lezione del 7 ottobre non riguarda semplicemente l’uso delle armi, ma soprattutto l’organizzazione delle squadre, il coordinamento operativo e la rapidità di risposta. Durante le esercitazioni osservate dal Long War Journal a Nir Oz, i volontari hanno simulato la bonifica di aree della comunità da terroristi armati, lavorando in coppie e coordinandosi con altri gruppi di difesa locale. Il programma comprende inoltre formazione medica, gestione delle emergenze e utilizzo avanzato delle armi. Prima del 7 ottobre ogni volontario riceveva soltanto circa 70 proiettili all’anno per l’addestramento al poligono. Oggi l’accesso alle munizioni è stato notevolmente ampliato e ai partecipanti viene richiesto di saper colpire bersagli fino a 150 metri di distanza. Anche le dimensioni delle squadre sono aumentate: dalle circa 12 persone previste in passato si è passati fino a un massimo di 28 volontari per comunità. Le unità sono inoltre miste e comprendono anche donne, come dimostrato durante le esercitazioni svolte a Nir Oz.
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