I mercati vedono Mediobanca dentro Siena
2026-02-05

Il long-Covid, ovvero l’effetto di lungo periodo, rischia di avere un impatto paragonabile al momento più acuto del Covid stesso, quando tra lockdown e chiusure era scattato l’allarme rosso sulla tenuta del sistema produttivo italiano.
È uno dei dati che emerge dall’Osservatorio sulla piccola e media impresa di Global Strategy, società internazionale di management consulting e financial advisory, realizzato prendendo in considerazione i bilanci di 55 mila aziende con un fatturato dai 5 ai 250 milioni di euro per il periodo che va dal 2019 al 2020 con la tendenza per i mesi successivi
L'ANALISI
L’elemento che emerge in modo chiaro è quanto la pandemia abbia colpito a macchia di leopardo, con settori che hanno sofferto pesantemente mentre altri che addirittura hanno visto la crescita del giro d’affari. E dunque se il settore moda fa registrare un forte calo del 17,3%, come pure in negativo ci sono i comparti dell’energia e dell’estrazione e dei prodotti in metallo abbiamo invece comparti in controtendenza come quelli dei servizi alle imprese, alimenti e bevande (sino al top delle costruzioni con una crescita a due cifre.
Se poi si entra nel dettaglio dei numeri aziendali si scopre che, a fronte di un calo medio della domanda e dei fatturati, vi sono miglioramenti per quanto riguarda il patrimonio netto e l’indebitamento. «Un dato però che non deve tranquillizzare - chiarisce Stefano Nuzzo, equity partner di Global Strategy -. I numeri positivi infatti sono per molta parte legati alla possibilità di rivalutazione degli asset e alla moratoria sui prestiti e sul fisco. In sostanza si è trattato del pacchetto di aiuti a sostegno dell’economia decisi dal governo in piena pandemia. Ma oggi questi sostegni finiscono ed i nodi vengono al pettine».
Ed eccoci quindi al long-covid. «Anche perché - aggiunge il manager - agli effetti di lungo periodo della pandemia ora si sommano l’impennata dei costi dell’energia e gli effetti della guerra in Ucraina». Da qui una diversa mappa dei settori più colpiti. «Oggi anche l’alimentare risente dei maggiori costi di approvvigionamento, come pure i comparti energivori e dell’automotive».
Ma dunque come affrontare il momento particolarmente difficile? «Intanto una premessa - risponde Nuzzo - dalla nostra indagine sui bilanci più virtuosi che abbiamo analizzato, emerge una imprenditoria estremamente resiliente». «Spesso queste aziende, pur con fatturati importanti, sono a conduzione familiare con l’imprenditore che vede nel lavoro e nello sviluppo dell’attività una ragione di vita - spiega ancora il manager -.
E dunque abbiamo visto il moltiplicarsi degli sforzi per trovare soluzioni facendo fronte alla situazione anche con i propri patrimoni personali. Non è un caso che gli investimenti, in taluni casi, non siano calati» «Ma la novità più significativa - dice ancora Nuzzo - è un salto strategico che si va imponendo. Prima di tutto l’imprenditore pianifica maggiormente sui tempi medio-lunghi. Anche sui fornitori c’è un ripensamento: acquistare troppo lontano non paga. Ma poi si è arrivati a comprendere che fare da soli non è più possibile. Se da un lato infatti, l’azienda familiare è resiliente, dall’altro le piccole dimensioni, specie in periodo di crisi, diventano un problema. Da qui l’idea di puntare ad aggregazioni».
Sta di fatto che siamo nel pieno di una tempesta perfetta di inflazione, guerra, aumento del costo delle materie prime e dell’energia, La colonna portante dell’economia italiana, ovvero la piccola e media impresa, può farcela da sola? «Le nostre aziende sono forti, lo dimostra la nostra ricerca - conclude Nuzzo - certo è importante che il piano di sostegni varato dal governo faccia davvero da volano alla ripresa dell’economia. Oggi l’impresa pensa di più al futuro. Lo deve fare alche lo Stato».
Riparte il risiko. Corre Mediobanca scommettendo su un nuovo blitz di Mps per arrivare alla fusione. Si fa vivo anche Credit Agricole riaprendo il fronte Banco-Bpm: «Abbiamo obiettivi molto ambiziosi per l’Italia», ricorda l’amministratore delegato del gruppo, Olivier Gavalda. Per quanto riguarda Banco Bpm, sottolinea di voler «avere una posizione equivalente alla nostra rappresentanza del 20% nel consiglio di amministrazione». Secondo le indiscrezioni i francesi puntano ad avere fra quattro e cinque consiglieri.
I riflettori più potenti, però, sono puntati altrove. A Siena l’assemblea ha votato il cambio di governance della banca che dovrebbe portare alla conferma di Nicola Maione alla presidenza e Luigi Lovaglio come amministratore delegato. Una continuità che, a quanto pare trova il gradimento del ministero dell’Economia. L’ultima parola, però, spetta alla Bce.
Nel frattempo corre Mediobanca ha chiuso la seduta con un balzo di circa il 5,8% a 19 euro. Messaggio chiarissimo: il mercato ha ricominciato a scommettere su una nuova Opa di Mps che potrebbe portare l’istituto fondato da Enrico Cuccia fuori da Piazza Affari.
Il gruppo toscano non ha voluto rubare la scena. Si è limitato a un progresso più sobrio, +1,5% a 9,06 euro.
Ma non è affatto detto che delisting e fusione fra le due banche siano la strada migliore. Secondo quanto filtra da fonti di mercato sentite da Adnkronos, l’incorporazione sarebbe molto costosa, Tre miliardi da spendere per la nuova e 500 milioni di spese. Totale: 3,5 miliardi. Una cifra che le stesse fonti non esitano a definire «monstre», soprattutto se messa a confronto con le sinergie stimate, circa 700 milioni. Dettaglio tutt’altro che secondario: quelle sinergie, assicurano i ben informati, potrebbero essere realizzate anche senza fusione. Insomma, il conto è salato e il dessert non è nemmeno obbligatorio.
Mentre il mercato faceva i suoi calcoli, a Siena si scriveva un altro capitolo della giornata, più silenzioso ma non meno significativo. Si è infatti tenuta l’assemblea straordinaria degli azionisti di Banca Monte dei Paschi, presieduta da Nicola Maione. Partecipazione robusta: 68,01% del capitale sociale, tutto transitato attraverso il rappresentante designato, secondo la liturgia assembleare dei tempi moderni.
All’ordine del giorno c’era un solo punto, ma bello corposo: le modifiche allo statuto. E qui l’assemblea non ha fatto prigionieri. Tutte le delibere sono state approvate con percentuali superiori al 99% del capitale rappresentato. Una di quelle sedute in cui il verbo «approvare» si coniuga senza esitazioni.
Tra le decisioni principali spiccano la possibilità per il consiglio di amministrazione uscente di presentare una propria lista di candidati per il rinnovo dell’organo, la modifica delle regole di cooptazione dei consiglieri in corso di mandato e l’eliminazione del limite massimo di anni per la rieleggibilità degli amministratori. In pratica: più flessibilità, meno paletti. Una scelta di continuità. Non solo: il consiglio avrà anche la facoltà di distribuire fino al 100% degli utili, aprendo la strada a un dividendo più generoso. La riserva legale sarà portata al 5%. Anche questo un modo per alzare la remunerazione.
Una bella ripulita, insomma, all’architettura interna. La banca, però, mette le mani avanti. Tutto approvato, sì, ma non ancora efficace. Alla data odierna, infatti, la Banca centrale europea non ha rilasciato il provvedimento autorizzativo sulle modifiche statutarie. Traduzione: finché Francoforte non timbra, nulla si muove. La vigilanza resta l’ultimo semaforo.
E c’è anche un’assenza che non passa inosservata. Il ministero dell’Economia e delle Finanze non avrebbe partecipato alla votazione dell’assemblea straordinaria di Mps. Una di quelle non-presenze che, nel linguaggio della finanza, pesano quasi quanto una dichiarazione.
Morale della giornata? Mediobanca corre, Mps cammina (+1,15% a 9,04 euro), il mercato sogna, i conti tornano (più o meno) e Siena continua a essere uno dei palcoscenici più osservati del grande romanzo bancario italiano. Il prossimo capitolo è atteso a fine febbraio. E, come sempre, nessuno ha ancora letto l’ultima pagina.
Nel 2021 il Comune rimuove i cartelloni antiabortisti di Pro vita & famiglia dopo averne autorizzato l’affissione. Ora il Tar dà ragione all’amministrazione appellandosi a una norma entrata in vigore mesi dopo i fatti. L’associazione annuncia ricorso e denuncia l’uso del Codice della strada come strumento di censura ideologica contro chi difende maternità e famiglia.
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», afferma il presidente di Pro vita & famiglia Toni Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra».
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
