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2025-11-08
Green pass e Garante: «Report» gira a vuoto
Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica)
Non si ferma lo scontro tra Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione Report e Agostino Ghiglia, componente del Garante della privacy. Dopo che l’autority ha sanzionato Report con una multa da 150.000 euro per la divulgazione dell’audio di parte di una telefonata tra l’ex ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, e la moglie, Federica Corsini, i servizi della trasmissione di Rai 3 su Ghiglia si susseguono con cadenza settimanale. E puntualmente oggi è arrivata l’anticipazione del nuovo servizio che andrà in onda domenica: «Il 23 aprile 2021, in piena campagna vaccinale per il Covid-19, il Garante rivolge un avvertimento formale al governo guidato da Mario Draghi sull’utilizzo del Green pass. Secondo il Garante avrebbe violato alcuni aspetti legati alla privacy. Un ammonimento arrivato dopo l’approvazione del decreto “Riaperture”». La clip prosegue così: «Il partito che più si opponeva al pass era Fratelli d’Italia, allora all’opposizione, il presidente era Giorgia Meloni. Dai documenti esclusivi in possesso di Report emergerebbe che lo stesso giorno del provvedimento, Ghiglia avrebbe avvisato Meloni, che avrebbe risposto “bravo, ora esco” (con un comunicato stampa, ndr). Di questo Ghiglia avrebbe informato gli uffici. Successivamente Meloni fa una dichiarazione ripresa dall’Ansa».
Va detto che l’eventuale anticipazione di Ghiglia, orari alla mano, non ha garantito alla Meloni alcun vantaggio competitivo per cavalcare la notizia. Quel giorno la stessa Ansa aveva battuto alle 16.41 la prima parte (la seconda è uscita 4 minuti dopo) della nota del Garante: «La norma appena approvata per la creazione e la gestione delle “certificazioni verdi”, presenta criticità tali da inficiare, la validità e il funzionamento del sistema previsto per la riapertura degli spostamenti durante la pandemia. È quindi necessario un intervento urgente a tutela dei diritti e delle libertà delle persone». Il comunicato della Meloni era però uscito più di tre ore dopo, alle 20.02: «Il Garante per la privacy boccia le cosiddette “certificazioni verdi” introdotte dal governo Draghi e critica duramente il decreto “riaperture”. È l’ennesima falla di un decreto inaccettabile, che calpesta le più elementari libertà degli italiani e che Fdi contrasterà con forza». Il comunicato della Meloni era stato battuto sul tempo di una quarantina di minuti da quello di Francesco Lollobrigida, all’epoca capogruppo di Fdi alla Camera, uscito sulle agenzie alle 19.23. E da quello di un senatore di Fdi, Gaetano Nastri, uscito alle 18.18. Ma nonostante questo l’anticipazione di Report è bastata per scatenare le opposizioni, a partire da Angelo Bonelli, secondo il quale, «dopo le anticipazioni di Report e il silenzio di Giorgia e Arianna Meloni, una cosa è chiara: non solo Ghiglia, ma l’intero collegio dell’autorità per la privacy deve dimettersi. L’autorità va restituita alla sua indipendenza, non lasciata in mano a chi la piega agli interessi del governo».
Ma soprattutto, ha portato Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fdi a una presa di posizione durissima contro e Ranucci: «Non c’è una sola spiegazione consentita dalla legge e dalla Costituzione per cui un giornalista possa essere in possesso e pubblicare le conversazioni private tra un componente di un’autorità di garanzia e un parlamentare senza che siano stati loro a consegnarle spontaneamente». «Nel caso specifico», continua, «Report va persino oltre: pubblica uno scambio di messaggi privati del 2021 tra Ghiglia e Meloni. È un serio attacco alla tenuta democratica non solo perché si parla dell’attuale premier, ma perché Meloni, all’epoca, era il leader dell’unico partito di opposizione». Sulla base di questo Donzelli pone una serie di domande: «Ranucci spia da anni i componenti di autorità di garanzia che hanno il compito di controllare il suo operato? Spiava il leader dell’unica opposizione nel 2021? Ha diversamente rubato, oggi a posteriori, conversazioni private dell’attuale premier?». Quasi un atto di accusa, al quale Ranucci ha risposto confermando le indiscrezioni dei giorni scorsi: i messaggi resi noti dalla sua trasmissione sarebbero stati inoltrati dallo stesso Ghiglia ai suoi collaboratori. «Non c’è nessun materiale intercettato abusivamente, né trafugato né frutto di illecito: quel materiale è stato girato dallo stesso Ghiglia all’ufficio: è lui che attribuisce a Meloni quelle dichiarazioni», sostiene Ranucci. Insomma, stando alla versione del conduttore, dietro ai servizi di Report non ci sarebbe alcuna operazione di spionaggio, ma solo un uso eccessivamente disinvolto delle chat da parte di Ghiglia.
Sul caso Ranucci è intervenuto anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, che dopo l’audizione del giornalista in Antimafia aveva ipotizzato azioni legali a sua tutela. Fazzolari, riferendosi a una sua intervista, ha spiegato: «Quando mi è stato chiesto se avessi intenzione di agire in sede legale contro Ranucci, ho risposto così: “Se non andassi avanti finirei per avvalorare le accuse di Ranucci. Se invece scegliessi di tutelarmi, verrei accusato di voler intimidire la stampa”. Ed è andata esattamente così. Mi vengono mosse entrambe le accuse. Procederò quindi per le vie legali contro le menzogne volontariamente diffuse da Ranucci sul mio conto».
Intanto ieri, il presidente della commissione Antimafia, Chiara Colosimo, ha trasmesso alla Procura di Roma il verbale integrale dell’audizione di Ranucci.
La moglie di Sangiuliano attacca: «Allibita dall’ostinazione di Ranucci»
Dopo settimane di polemiche sulla multa da 150.000 euro per la messa in onda, durante un servizio sul cosiddetto caso Boccia, dell’audio di una sua conversazione privata con Gennaro Sangiuliano, Federica Corsini, moglie dell’ex ministro della Cultura, ha deciso di rompere il silenzio. E lo ha fatto con una dichiarazione fiume, nella quale la Corsini si dice «allibita e mortificata dall’ostinazione con cui Sigfrido Ranucci continua a sostenere che fosse “fondamentale”, per il diritto di cronaca, mandare in onda la mia voce. Per l’informazione pubblica, poteva essere di interesse la notizia, non certo la mia sofferenza». «Invece Report», prosegue la donna, «ha scelto di “offrire” al pubblico il dolore di un momento intimo e privato, che nulla aggiungeva. Le dichiarazioni di Ranucci, le sue esternazioni, peraltro continue e su ogni mezzo di informazione, non fanno altro che aggiungere umiliazione a umiliazione, perché continua ad affermare che era legittimo esporre il mio dramma con la mia voce e insinuando che il provvedimento del Garante della privacy sia frutto di pressioni, favoritismi o peggio». Poi prosegue: «Comprendo la sua (di Ranucci, ndr) necessità di difendersi in quanto lo scorso febbraio la Procura di Roma gli ha inviato un avviso di garanzia per il reato previsto dall’art. 615 bis comma 2 (interferenze illecite nella vita privata), quale autore del servizio giornalistico andato in onda l’8 dicembre 2024 nel corso di Report».
«Inoltre», aggiunge, «Ranucci sapeva - già dal 14 aprile scorso - di essere sottoposto a indagine del Garante della privacy per effetto della mia segnalazione e che rischiava la sanzione. Quello che non capisco è perché Ranucci abbia deciso di iniziare un’inchiesta sul Garante della privacy utilizzando la sua trasmissione, i mezzi e gli strumenti della Rai (ente pubblico) per difendere sé stesso, in aperto conflitto di interessi poiché coinvolto in prima persona e peraltro senza dar conto al pubblico di Report della sostanza della sua condotta. E la Rai, se avesse saputo che Ranucci era indagato, non avrebbe dovuto consentirglielo».
Per la Corsini, anche lei giornalista del servizio pubblico, «Ranucci non poteva e non doveva difendersi utilizzando la Rai, continuando a rimarcare la mia pubblica mortificazione e avanzando anche indirettamente su di me sospetti di favoritismo». Secondo la moglie di Sangiuliano , «ci sono prove che Ranucci abbia contattato direttamente colei (Maria Rosaria Boccia, ndr) che aveva abusivamente registrato l’audio, audio che era già stato offerto ad altri giornalisti e testate che ne avevano rifiutato la diffusione per etica, rispetto della deontologia e della legge, in quanto carpito illegalmente». E ancora. «Inorridisco nel leggere - negli atti del procedimento - i messaggi tra Ranucci e chi oggi è imputato di stalking aggravato: con lei parla di “imbastire il nostro lavoro”; è incredibile la solidarietà che le esprime». Poi la Corsini manifesta il timore che, «visti i sistemi fin qui utilizzati da Report e Ranucci, mi aspetto che proporranno al pubblico anche un’inchiesta sulla mia persona, per screditarmi e ridurmi al silenzio con sospetti, pedinamenti, audio, mail e chissà cos’altro».
Accuse forti e al momento prive di riscontro, dettate probabilmente dal vedere riaperta una ferita che sembrava chiusa. Ma dice anche che «tutti possiamo sbagliare, anche in buona fede, ma Report ha compiuto un atto di violenza contro di me e doveva riconoscerlo, senza nascondersi dietro il servizio pubblico». Sulla maxi multa a Report la Corsini non gioisce: «Il Garante della privacy ha stabilito quella cifra, ma anche un solo euro sarebbe bastato: ciò che conta per me - e per tutti coloro che potrebbero subire ciò che io ho subito da Report - è il principio del rispetto della dignità e della privacy di ogni persona, di ogni donna».
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La trasmissione lancia nuove accuse: «Agostino Ghiglia avvisò Giorgia Meloni della bocciatura del dl Riaperture». Ma l’attuale premier non ebbe alcun vantaggio. Giovanni Donzelli: «Il cronista spiava l’allora leader dell’opposizione?». La replica: «Sms diffusi dal capo dell’autorità».Federica Corsini: «Contro di me il programma ha compiuto un atto di violenza che non riconosce. Per difendersi usa la Rai».Lo speciale contiene due articoliNon si ferma lo scontro tra Sigfrido Ranucci, conduttore della trasmissione Report e Agostino Ghiglia, componente del Garante della privacy. Dopo che l’autority ha sanzionato Report con una multa da 150.000 euro per la divulgazione dell’audio di parte di una telefonata tra l’ex ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, e la moglie, Federica Corsini, i servizi della trasmissione di Rai 3 su Ghiglia si susseguono con cadenza settimanale. E puntualmente oggi è arrivata l’anticipazione del nuovo servizio che andrà in onda domenica: «Il 23 aprile 2021, in piena campagna vaccinale per il Covid-19, il Garante rivolge un avvertimento formale al governo guidato da Mario Draghi sull’utilizzo del Green pass. Secondo il Garante avrebbe violato alcuni aspetti legati alla privacy. Un ammonimento arrivato dopo l’approvazione del decreto “Riaperture”». La clip prosegue così: «Il partito che più si opponeva al pass era Fratelli d’Italia, allora all’opposizione, il presidente era Giorgia Meloni. Dai documenti esclusivi in possesso di Report emergerebbe che lo stesso giorno del provvedimento, Ghiglia avrebbe avvisato Meloni, che avrebbe risposto “bravo, ora esco” (con un comunicato stampa, ndr). Di questo Ghiglia avrebbe informato gli uffici. Successivamente Meloni fa una dichiarazione ripresa dall’Ansa». Va detto che l’eventuale anticipazione di Ghiglia, orari alla mano, non ha garantito alla Meloni alcun vantaggio competitivo per cavalcare la notizia. Quel giorno la stessa Ansa aveva battuto alle 16.41 la prima parte (la seconda è uscita 4 minuti dopo) della nota del Garante: «La norma appena approvata per la creazione e la gestione delle “certificazioni verdi”, presenta criticità tali da inficiare, la validità e il funzionamento del sistema previsto per la riapertura degli spostamenti durante la pandemia. È quindi necessario un intervento urgente a tutela dei diritti e delle libertà delle persone». Il comunicato della Meloni era però uscito più di tre ore dopo, alle 20.02: «Il Garante per la privacy boccia le cosiddette “certificazioni verdi” introdotte dal governo Draghi e critica duramente il decreto “riaperture”. È l’ennesima falla di un decreto inaccettabile, che calpesta le più elementari libertà degli italiani e che Fdi contrasterà con forza». Il comunicato della Meloni era stato battuto sul tempo di una quarantina di minuti da quello di Francesco Lollobrigida, all’epoca capogruppo di Fdi alla Camera, uscito sulle agenzie alle 19.23. E da quello di un senatore di Fdi, Gaetano Nastri, uscito alle 18.18. Ma nonostante questo l’anticipazione di Report è bastata per scatenare le opposizioni, a partire da Angelo Bonelli, secondo il quale, «dopo le anticipazioni di Report e il silenzio di Giorgia e Arianna Meloni, una cosa è chiara: non solo Ghiglia, ma l’intero collegio dell’autorità per la privacy deve dimettersi. L’autorità va restituita alla sua indipendenza, non lasciata in mano a chi la piega agli interessi del governo». Ma soprattutto, ha portato Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fdi a una presa di posizione durissima contro e Ranucci: «Non c’è una sola spiegazione consentita dalla legge e dalla Costituzione per cui un giornalista possa essere in possesso e pubblicare le conversazioni private tra un componente di un’autorità di garanzia e un parlamentare senza che siano stati loro a consegnarle spontaneamente». «Nel caso specifico», continua, «Report va persino oltre: pubblica uno scambio di messaggi privati del 2021 tra Ghiglia e Meloni. È un serio attacco alla tenuta democratica non solo perché si parla dell’attuale premier, ma perché Meloni, all’epoca, era il leader dell’unico partito di opposizione». Sulla base di questo Donzelli pone una serie di domande: «Ranucci spia da anni i componenti di autorità di garanzia che hanno il compito di controllare il suo operato? Spiava il leader dell’unica opposizione nel 2021? Ha diversamente rubato, oggi a posteriori, conversazioni private dell’attuale premier?». Quasi un atto di accusa, al quale Ranucci ha risposto confermando le indiscrezioni dei giorni scorsi: i messaggi resi noti dalla sua trasmissione sarebbero stati inoltrati dallo stesso Ghiglia ai suoi collaboratori. «Non c’è nessun materiale intercettato abusivamente, né trafugato né frutto di illecito: quel materiale è stato girato dallo stesso Ghiglia all’ufficio: è lui che attribuisce a Meloni quelle dichiarazioni», sostiene Ranucci. Insomma, stando alla versione del conduttore, dietro ai servizi di Report non ci sarebbe alcuna operazione di spionaggio, ma solo un uso eccessivamente disinvolto delle chat da parte di Ghiglia.Sul caso Ranucci è intervenuto anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, che dopo l’audizione del giornalista in Antimafia aveva ipotizzato azioni legali a sua tutela. Fazzolari, riferendosi a una sua intervista, ha spiegato: «Quando mi è stato chiesto se avessi intenzione di agire in sede legale contro Ranucci, ho risposto così: “Se non andassi avanti finirei per avvalorare le accuse di Ranucci. Se invece scegliessi di tutelarmi, verrei accusato di voler intimidire la stampa”. Ed è andata esattamente così. Mi vengono mosse entrambe le accuse. Procederò quindi per le vie legali contro le menzogne volontariamente diffuse da Ranucci sul mio conto». Intanto ieri, il presidente della commissione Antimafia, Chiara Colosimo, ha trasmesso alla Procura di Roma il verbale integrale dell’audizione di Ranucci. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sigrido-ranucci-rai-report-programma-2674277390.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-moglie-di-sangiuliano-attacca-allibita-dallostinazione-di-ranucci" data-post-id="2674277390" data-published-at="1762597874" data-use-pagination="False"> La moglie di Sangiuliano attacca: «Allibita dall’ostinazione di Ranucci» Dopo settimane di polemiche sulla multa da 150.000 euro per la messa in onda, durante un servizio sul cosiddetto caso Boccia, dell’audio di una sua conversazione privata con Gennaro Sangiuliano, Federica Corsini, moglie dell’ex ministro della Cultura, ha deciso di rompere il silenzio. E lo ha fatto con una dichiarazione fiume, nella quale la Corsini si dice «allibita e mortificata dall’ostinazione con cui Sigfrido Ranucci continua a sostenere che fosse “fondamentale”, per il diritto di cronaca, mandare in onda la mia voce. Per l’informazione pubblica, poteva essere di interesse la notizia, non certo la mia sofferenza». «Invece Report», prosegue la donna, «ha scelto di “offrire” al pubblico il dolore di un momento intimo e privato, che nulla aggiungeva. Le dichiarazioni di Ranucci, le sue esternazioni, peraltro continue e su ogni mezzo di informazione, non fanno altro che aggiungere umiliazione a umiliazione, perché continua ad affermare che era legittimo esporre il mio dramma con la mia voce e insinuando che il provvedimento del Garante della privacy sia frutto di pressioni, favoritismi o peggio». Poi prosegue: «Comprendo la sua (di Ranucci, ndr) necessità di difendersi in quanto lo scorso febbraio la Procura di Roma gli ha inviato un avviso di garanzia per il reato previsto dall’art. 615 bis comma 2 (interferenze illecite nella vita privata), quale autore del servizio giornalistico andato in onda l’8 dicembre 2024 nel corso di Report».«Inoltre», aggiunge, «Ranucci sapeva - già dal 14 aprile scorso - di essere sottoposto a indagine del Garante della privacy per effetto della mia segnalazione e che rischiava la sanzione. Quello che non capisco è perché Ranucci abbia deciso di iniziare un’inchiesta sul Garante della privacy utilizzando la sua trasmissione, i mezzi e gli strumenti della Rai (ente pubblico) per difendere sé stesso, in aperto conflitto di interessi poiché coinvolto in prima persona e peraltro senza dar conto al pubblico di Report della sostanza della sua condotta. E la Rai, se avesse saputo che Ranucci era indagato, non avrebbe dovuto consentirglielo».Per la Corsini, anche lei giornalista del servizio pubblico, «Ranucci non poteva e non doveva difendersi utilizzando la Rai, continuando a rimarcare la mia pubblica mortificazione e avanzando anche indirettamente su di me sospetti di favoritismo». Secondo la moglie di Sangiuliano , «ci sono prove che Ranucci abbia contattato direttamente colei (Maria Rosaria Boccia, ndr) che aveva abusivamente registrato l’audio, audio che era già stato offerto ad altri giornalisti e testate che ne avevano rifiutato la diffusione per etica, rispetto della deontologia e della legge, in quanto carpito illegalmente». E ancora. «Inorridisco nel leggere - negli atti del procedimento - i messaggi tra Ranucci e chi oggi è imputato di stalking aggravato: con lei parla di “imbastire il nostro lavoro”; è incredibile la solidarietà che le esprime». Poi la Corsini manifesta il timore che, «visti i sistemi fin qui utilizzati da Report e Ranucci, mi aspetto che proporranno al pubblico anche un’inchiesta sulla mia persona, per screditarmi e ridurmi al silenzio con sospetti, pedinamenti, audio, mail e chissà cos’altro».Accuse forti e al momento prive di riscontro, dettate probabilmente dal vedere riaperta una ferita che sembrava chiusa. Ma dice anche che «tutti possiamo sbagliare, anche in buona fede, ma Report ha compiuto un atto di violenza contro di me e doveva riconoscerlo, senza nascondersi dietro il servizio pubblico». Sulla maxi multa a Report la Corsini non gioisce: «Il Garante della privacy ha stabilito quella cifra, ma anche un solo euro sarebbe bastato: ciò che conta per me - e per tutti coloro che potrebbero subire ciò che io ho subito da Report - è il principio del rispetto della dignità e della privacy di ogni persona, di ogni donna».
Jeffrey Epstein. Nel riquadro, Joanna Rubinstein (Ansa)
Ieri a finire impallinata dopo la declassificazione dei documenti, stabilita a seguito dell’approvazione dell’Epstein Files Transparency Act e resa possibile dal Dipartimento di Giustizia americano (DoJ), è stata la coppia presidenziale americana dei Clinton, da tempo molto chiacchierati per le loro relazioni con Jeffrey Epstein. L’ex presidente americano Bill Clinton e la moglie Hillary, ministro degli esteri Usa durante il primo mandato presidenziale di Barack Obama dal 2009 al 2013, si sono sempre rifiutati di testimoniare sui loro affari con il faccendiere. Convocati a ottobre, poi a dicembre e infine il 13 e il 14 gennaio, non si sono mai presentati definendo i mandati di comparizione «legalmente non validi», così avevano scritto in una lettera alla commissione di vigilanza presieduta dal repubblicano James Comer. La commissione ha dunque approvato una risoluzione per chiedere la loro incriminazione per oltraggio al Congresso, inviandola all’Aula per il voto finale che avrebbe dovuto aver luogo ieri. A fronte di quest’ultimatum, l’ex presidente e la ex first lady hanno dovuto accettare le condizioni imposte dal mandato: testimonianze pubbliche filmate, trascritte e senza limite di tempo. «Nessuno è al di sopra della legge», ha commentato Comer: la ex coppia presidenziale testimonierà il 26 (Hillary) e 27 febbraio (Bill).
Altra vittima illustre degli Epstein files è stata Joanna Rubinstein, presidente del Consiglio di amministrazione dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Svezia (Unhcr). Rubinstein si è dimessa ieri dopo che, da una mail tra lei e Epstein, è emerso che la donna nel 2012 ha soggiornato con i figli nell’isola caraibica privata del condannato per molestie sessuali. «Grazie mille. Ai bambini sono piaciute tantissimo le tue storie e, naturalmente, la tua isola. Grazie mille per il pranzo meraviglioso e il pomeriggio in paradiso. È stata una gioia in più per me incontrarvi finalmente di persona», aveva scritto Rubinstein a Epstein. Ironia della sorte, la donna che ha portato i suoi bambini nell’isola è stata tra il 2015 e il 2020 a capo della filiale americana della World Childhood Foundation, fondata dalla regina Silvia, moglie del re Carlo XVI Gustavo di Svezia. Era, insomma, una figura di spicco nella filantropia internazionale, insospettabile e moralmente indiscussa fino al rilascio delle email segrete, rese pubbliche dalla implacabile giustizia americana. «Joanna ha scelto di lasciare il suo incarico dopo quanto apparso sui media nel fine settimana. L’organizzazione o il Consiglio di amministrazione non ne erano a conoscenza», ha dichiarato Daniel Axelsson, addetto stampa dell’Unhcr svedese.
Dicono tutti così: non ne sapevamo nulla. Eppure Rubinstein è andata in visita nell’isola degli orrori di Jeffrey Epstein nel 2012, tre anni dopo le accuse e l’incarcerazione del faccendiere per reati sessuali. Stesso discorso per Peter Mandelson: il Foreign Office l’altro ieri ha dichiarato che le mail hanno dimostrato una relazione «più ampia e profonda ai tempi della nomina» dell’ex ambasciatore inglese negli Stati Uniti, ma il premier laburista britannico Keir Starmer si è ampiamente speso per difenderlo, salvo poi sollecitare un’indagine penale a Scotland Yard, che ieri ha aperto un fascicolo per cattiva condotta nell’esercizio di funzioni pubbliche per i consigli di Mandelson a Epstein su come sabotare la supertassa sui bonus dei banchieri. Non solo: l’ex ambasciatore, dopo essersi ritirato dal partito Labour, ieri ha dovuto annunciare le sue dimissioni, con decorrenza da oggi, anche dalla Camera dei Lord, dove era entrato nel 2008 a seguito della nomina formale a life peer («pari a vita») della regina Elisabetta su raccomandazione dell’allora primo ministro Gordon Brown, laburista (ça va sans dire).
Altri italiani sono stati nominati dal finanziere nelle sue email. Uno è l’ex premier Mario Monti, indicato come «bureaucrat» in una mail inviata da Larry Summers, altra figura di spicco della sinistra americana ed ex segretario al tesoro Usa sotto Bill Clinton. «Monti depends on your purpose», scriveva Summers a Epstein.
C’è poi il capitolo Elkann. Epstein ricevette un invito a un evento a Londra organizzato da Edmondo di Robilant e Marco Voena per Lapo Elkann. «L’ho fotografato oggi», gli scrisse un mittente sconosciuto. «Digli che siamo amici», rispose il faccendiere. In un’altra email del 15 agosto 2010, Epstein scrive di aver parlato con il fratello John Elkann e Luca di Montezemolo e di avere ospite nel suo ranch Eduardo Teodorani, figlio della sorella di Gianni, Maria Sole Agnelli, recentemente scomparsa («Eduardo Teodorani and Annabel Nielson are here at ranch with me»). A proposito di John, un mittente coperto da segreto scrive a Epstein: «Marina ha sentito grandi cose su di lui da un amico. So che è fratello di Lapo. Cosa ne pensi?». «Great, great, great», risponde Epstein. «Penso che lui sia il nuovo obiettivo. Come facciamo a incontrarlo? Certo non attraverso Edu» (Teodorani?, ndr), replica il mittente.
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Fabrizio Corona (Ansa)
La decisione era nell’aria, ma da ieri mattina sono stati rimossi i profili social di Fabrizio Corona. In particolare, non è più visibile quello Instagram, dove si legge che la pagina è stata «rimossa». Pagina nella quale l’ex agente fotografico rilanciava i video pubblicati su un canale di YouTube del suo format on line Falsissimo con puntate, le ultime in particolare, contro Mediaset e Alfonso Signorini. Anche lunedì sera l’ex re dei paparazzi aveva pubblicato una puntata. Un portavoce di Meta, la società controllata da Mark Zuckerberg che gestisce i social Facebook e Instagram, ha commentato così la cancellazione dei profili di Corona: «Abbiamo rimosso gli account per violazioni multiple degli standard della community di Meta». Resiste, almeno per il momento, il canale YouTube da oltre un milione di iscritti, dal quale però sono stati rimossi numerosi contenuti, compreso il video pubblicato lunedì sera dopo che Corona ha nuovamente rimandato sul suo canale la puntata in cui attaccava conduttori di trasmissioni Mediaset e la famiglia Berlusconi.
Cancellati anche quasi tutti i contenuti dell’account su TikTok. Anche se manca la conferma ufficiale, a pesare sulla decisione potrebbe essere stata un’azione dell’ufficio legale di Mediaset, come raramente accade, i colossi del Web ad agire in via preventiva contro il format Falsissimo.
Una serie di diffide aveva contestato infatti una lunga serie di violazioni da parte dell’ex agente fotografico, sia per quanto riguarda il copyright che per contenuti diffamatori e messaggi di odio. Mentre la Procura di Milano ha aperto nei giorni scorsi un’inchiesta per concorso in diffamazione con Corona e ricettazione di immagini e chat trasmesse a carico di manager di Google.
Secondo Ivano Chiesa, storico legale dell’ex re dei paparazzi, «la rimozione dei profili di Corona è una censura degna di un Paese come l’Italia, un’operazione di oscuramento antidemocratico. La gente ferma me e lui per strada, sono tutti dalla nostra parte». A sollevare dubbi sulla decisione dei colossi del Web è stato anche il Codacons, che in una nota ha sottolineato come la decisione «sembra dimostrare come le piattaforme che gestiscono i social network utilizzino due pesi e due misure per gestire presunte violazioni delle loro regole».
Va detto che la vicenda che ha portato alla diffida da parte di Mediaset ha pochi precedenti, se non addirittura nessuno, perfino nella turbolenta carriera di Corona. Dopo lo stop da parte dei giudici alla pubblicazione dei contenuti relativi alla vita privata del conduttore Mediaset Alfonso Signorini, l’ex re dei paparazzi aveva reagito imbastendo una puntata di Falsissimo durante la quale aveva accusato Gerry Scotti di aver avuto rapporti intimi con tutte le «Letterine» ai tempi di Passaparola. «Per essere lì», aveva accusato Corona, «dovevano tutte andare a letto con lui. Tutte». Parole pesantissime, che indirettamente chiamano in causa anche la compagna di Piersilvio Berlusconi, Silvia Toffanin, che aveva esordito in tv proprio in quella trasmissione. E soprattutto, a differenza di quelle (che rimangono comunque tutte da dimostrare) contro Signorini, che si basavano sul racconto e sulle chat mostrate da un ex concorrente del Grande Fratello Vip, le accuse contro Scotti non erano supportate da nessuna testimonianza. Ma avevano comunque fatto velocemente il giro del Web, costringendo il conduttore a replicare: «Le presunte rivelazioni che riguardano un periodo di 25 anni fa della mia vita professionale sono semplicemente false. Sono amareggiato non solo per me, nessuno ha pensato alle ragazze. Sono donne che meritano rispetto oggi come allora e come nel futuro. Non è giusto marchiare la loro esperienza professionale con il termine “Letterina”, come fosse uno stigma. Non se lo meritano. Oggi hanno le loro professioni, le loro famiglie, figli magari adolescenti che devono sentire falsità imbarazzanti. Senza rispetto, senza un minimo di sensibilità». Ma soprattutto, molte delle ragazze che avevano partecipato alla trasmissione, si sono schierate a difesa del conduttore. E una in particolare, Ludmilla Radchenko, ha pubblicato sui social alcuni messaggi che avrebbe scambiato in chat con Corona che non sembrano lasciare molti dubbi sulle modalità con cui l’ex fotografo avrebbe tentato di puntellare il caso dopo essersi esposto pubblicamente. «Quando rientri? Ti volevo parlare di una cosa», le avrebbe chiesto Corona. Immediata la risposta della Radchenko: «Molto brutto che hai tirato in mezzo anche me sapendo che sono sempre stata “pulita”». «Non ti ho tirato in mezzo, solo Ilary e Silvia (verosimilmente Ilary Blasi e Silvia Toffanin, ndr). Ci sentiamo domani?», avrebbe quindi chiesto Corona. A quel punto, l’ex letterina è apparsa ancora più chiara: «Io sono stata la letterina, punto. Quindi il mio nome è in mezzo. E sai benissimo la gente come rende le notizie, tutte in un secchio».
Uno scenario che rende facile intuire perché i colossi del Web hanno deciso di tutelarsi, lasciando per la prima volta Corona solo contro tutti.
La Procura di Parigi convoca Musk
Gli uffici francesi della X di Elon Musk sono stati perquisiti dall’unità anticrimine informatico della Procura di Parigi e dell’Europol. L’indagine è quella avviata già nel gennaio di un anno fa sui contenuti consigliati dall’algoritmo della piattaforma di social media del miliardario sudafricano, prima che includesse il discusso chatbot basato sull’intelligenza artificiale, Grok, assistente Ia su X. «Lo svolgimento di questa indagine rientra, in questa fase, in un approccio costruttivo, con l’obiettivo ultimo di garantire il rispetto da parte di X delle leggi francesi», ha affermato la Procura in una nota. I reati ipotizzati sono la complicità nel possesso o nella distribuzione organizzata di immagini di bambini di natura pornografica, la violazione dei diritti all’immagine delle persone con deepfake a sfondo sessuale e l’estrazione fraudolenta di dati da parte di un gruppo organizzato. Musk e l’ex ad del social, Linda Yaccarino, sono stati convocati dai pm per audizioni libere il prossimo 20 aprile. X non ha ancora rilasciato dichiarazioni, ma nel luglio 2025 aveva descritto l’ampliamento dell’indagine come «motivato politicamente» e aveva negato «categoricamente» le accuse di aver manipolato il suo algoritmo. Aggiungeva che «X rimane all’oscuro delle accuse specifiche mosse alla piattaforma.
Un mese fa, dopo pressioni internazionali, X ha implementato quelle che ha definito «misure tecnologiche» per impedire che lo strumento di intelligenza artificiale venisse utilizzato per manipolare foto di persone reali e ha limitato la creazione e la modifica delle immagini ai soli abbonati paganti. Musk ha annunciato che gli utenti che utilizzano Grok per generare contenuti illegali «subiranno le stesse conseguenze» di coloro che caricano materiale illegale.
Nel frattempo, l’Information commissioner’s office (Ofcom) del Regno Unito, l’ente che promuove la riservatezza dei dati per gli individui, ha affermato che sta continuando a indagare sulla piattaforma X e sulla sua società affiliata xAI. Si muove in collaborazione con l’Autorità di regolamentazione e di concorrenza per le industrie delle comunicazioni del Regno Unito, che sta raccogliendo prove per verificare se Grok venga utilizzato per creare immagini sessualizzate. Ofcom ha avviato a gennaio un’indagine su X, ma non ha ancora affrontato il problema xAI, perché l’Online safety act (che ha l’obiettivo di proteggere i bambini e gli adulti da contenuti online dannosi e illegali) non si applica ancora a tutti i chatbot Ia.
Sia X, sia xAI fanno già parte della stessa azienda, controllata da Musk. Il gruppo è destinato a entrare a far parte della società missilistica SpaceX, in base a un accordo annunciato lunedì e dal valore di 1.250 miliardi di dollari. Musk afferma che la domanda di elettricità per AI non può essere soddisfatta sul pianeta Terra e che i data center dovranno quindi trovare collocazione nello spazio ricorrendo all’energia solare, evitando così i gravi problemi ambientali che oggi si profilano con l’elaborazione dei dati.
Tornando all’indagine, non è la prima volta che la giustizia francese indaga sui proprietari di piattaforme social ritenendoli responsabili dei contenuti diffusi. Pavel Durov, il fondatore di Telegram di origine russa con cittadinanza francese e degli Emirati Arabi Uniti, venne arrestato nell’agosto del 2024 con l’accusa di non contrastare la criminalità, compresi i contenuti pedopornografici. Durov ha sempre negato qualsiasi illecito. Ieri su X ha postato: «La Francia è l’unico Paese al mondo che persegue penalmente tutti i social network che offrono alle persone un certo grado di libertà (Telegram, X, TikTok...). Non fraintendete: questo non è un Paese libero».
E c’è chi subito ne ha approfittato per infierire. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha lanciato martedì un pacchetto di misure in cinque punti volto «a contrastare gli abusi delle grandi piattaforme digitali». Intervenendo al Summit mondiale dei governi di Dubai, ha affermato: «Il mio governo collaborerà con la Procura della Repubblica per indagare e perseguire i crimini commessi da Grok, TikTok e Instagram».
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Jacques e Jessica Moretti (Ansa)
La risposta è arrivata ieri con la Procura di Sion che rimanda al mittente «le preoccupazioni» dei Moretti e stabilisce che il sito può legittimamente restare attivo.
La piattaforma (crans.merkt.ch) era stata creata da Jordan lo scorso 13 gennaio e permette di caricare foto e video in modo del tutto anonimo e spontaneo. Qualsiasi informazione che aiuti a fare chiarezza sulle dinamiche che hanno causato 41 vittime e 115 feriti di cui 64 ancora ricoverati in ospedale a causa delle ustioni e dei danni ai polmoni per i fumi tossici respirati.
Tempo neanche 24 ore che in una lettera indirizzata alla procura, Patrik Michod, legale dei Moretti, accusa Jordan di volersi sostituire alla autorità giudiziaria. Solo le autorità penali, precisa, e non gli avvocati delle parti sono titolati ad amministrare le prove per evitare il rischio di influenzare potenziali testimoni.
A suo dire inoltre, il sito configurerebbe una sorta di indagine parallela mentre la possibilità di inviare materiale in forma anonima renderebbe difficile verificarne l’origine. Per non parlare dell’autenticità, specie considerando il rischio che immagini o video siano creati o manipolati tramite strumenti di intelligenza artificiale. Da cui il pericolo di introdurre prove false nel procedimento. Timori che per la procura non sembrano sussistere pur precisando che il sito resterà sotto osservazione. Secondo quanto riportato in una lettera consultata dalla tv svizzera Léman Bleu, il Ministero pubblico, autorità competente per le indagini penali nel Canton Vallese, avrebbe risposto che la legge elvetica non impedisce alle parti di raccogliere mezzi di prova da sottoporre alla valutazione del pool di inquirenti. Anche attraverso piattaforme come quella «incriminata». Avrebbe inoltre sgombrato il campo dal rischio principale, quello che tramite questa raccolta di informazioni, possano essere condizionati eventuali testimoni. Come spiegato dalla procura, l’attività di Jordan si limiterebbe alla messa a disposizione dei testimoni di una piattaforma destinata alla trasmissione delle loro informazioni. Non li incoraggerebbe a parlare con lui perché il sito non prevede alcuna interazione.
Una linea sostenuta dallo stesso Jordan che in una comunicazione alla procura datata 22 gennaio, aveva anche tenuto a precisare che non esistono motivi giuridici per vietare a una parte di raccogliere elementi potenzialmente utili alla difesa dei propri interessi e che il materiale acquisito può essere sottoposto alle stesse verifiche previste per qualsiasi altra fonte. Uno strumento analogo per la ricerca di testimoni potrebbe essere realizzato anche dalla polizia o dalla procura, cosa che lo stesso Jordan peraltro, aveva proposto fin da subito, senza ottenere però alcun riscontro. Di lì la decisione di attivarsi comunque non prima però di mettere ben in chiaro sulla pagina introduttiva del sito, che gli utenti sono incoraggiati a rivolgersi alla polizia o al Ministero pubblico.
Intanto, dopo le polemiche sugli errori di comunicazione delle prime settimane, da parte del Comune di Crans Montana continua la strategia riparativa. Dopo il «mea culpa» del sindaco Nicolas Féraud che aveva ammesso come il locale dei due indagati non fosse stato controllato negli ultimi cinque anni, dopo le scuse tardive arrivate ben 26 giorni dopo l’accaduto, l’amministrazione ha deciso di stanziare un milione di franchi per una Fondazione d’aiuto alle vittime dell’incendio. Una cifra che rapportata al numero di abitanti del comune rappresenta un importo di 100 franchi a persona che arrivano a 130 se si considera la partecipazione del cantone. Al momento però la fondazione sarebbe ancora in fase di costituzione, di pari passo con la speranza che alle famiglie delle vittime arrivino i 10 mila euro promessi dal Canton Vallese, ancora non se ne ha notizia. Insieme all’auspicio che la maggioranza dei cittadini di Crans-Montana, ha spiegato Feraud, sia disposta ad effettuare tale donazione. «Siamo consapevoli che il denaro non cancellerà nessuna ferita, ma speriamo di poter sostenere le famiglie colpite da questa tragedia e testimoniare la solidarietà della comunità di Crans-Montana», ha aggiunto. Non ha inoltre mancato di precisare che la donazione è indipendente da eventuali risarcimenti danni che potrebbero essere stabiliti successivamente. E che potrebbero gravare non poco sul comune che al momento vede il proprio capo della sicurezza nell'obiettivo degli inquirenti. L’interrogatorio è fissato per venerdì 6 febbraio mentre successivamente sarà la volta dell’ex responsabile che aveva firmato il verbale di ispezione del locale. Tanti gli interrogativi da chiarire mentre continuano i gialli sull’identità del facoltoso imprenditore che ha pagato la cauzione di Jacques Moretti e sulle mancate autopsie. Solo due quelle effettuate dopo la strage.
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«La presenza dell’Ice alle Olimpiadi non è una compressione della nostra sovranità». Lo ha detto il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, nel corso dell’informativa alla Camera sull’ipotesi della presenza di agenti americani dell’Ice durante i prossimi Giochi olimpici di Milano-Cortina.
«La cooperazione in questione tra le autorità italiane e l’Homeland Security Investigations risale a un accordo bilaterale del 2009, ratificato con legge nel luglio 2014, quando al Governo c’era quella stessa opposizione che oggi mostra di indignarsi». «Potrei insistere su questa contraddizione, ma non lo faccio perché quella iniziativa del governo dell’epoca fu vantaggiosa in quanto l’accordo bilaterale tra Stati Uniti e Italia sulla cooperazione di polizia nel contrasto ad alcuni delitti particolarmente gravi corrispondeva, e tuttora corrisponde, all’interesse di entrambi i Paesi, e contribuì ad aumentare la sicurezza dell’Italia», ha aggiunto.