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2019-10-14
I fuoriusciti: viaggio tra i cattolici che non stanno con nessun Papa
Se una parte di mondo cattolico dissente dalla linea del Pontificato di papa Francesco, c'è chi è forse meno spiazzato proprio perché, in dissenso, lo è da decenni. Come i componenti della Fraternità San Pio X, la società di vita apostolica tradizionalista fondata da monsignor Marcel François Lefebvre in argine a quelle che sono ritenute derive post Concilio Vaticano II non solo in riferimento alla messa novus ordo, ma anche, anzi soprattutto, alla «libertà religiosa». Concetto, questo, che, radicatosi nella Chiesa negli ultimi decenni, è ritenuto l'anticamera di un relativismo distruttore del cattolicesimo.
I «lefebvriani», come solitamente vengono chiamati, stando ai dati del 2015 hanno oltre 200 seminaristi, 186 religiose, 84 suore oblate, cinque conventi, sei seminari e tre vescovi. Le loro messe, rigorosamente tridentine, vantano una partecipazione media di circa 600.000 persone su scala mondiale. Notevole, considerando lo svuotamento dei seminari cattolici degli ultimi decenni, risulta la crescita dei sacerdoti facenti capito alla Fraternità che, da 30 che erano nel 1976, sono divenuti 180 dieci anni dopo, per salire a 354 nel 1996, a 622 nel 2015 e, ancora, a 658 nel giugno di quest'anno. Un'impennata di oltre il 2.000% in poco più di 40 anni.
Dal punto di vista dottrinale, la Fraternità non fa sconti al Pontificato attuale, soprattutto alla luce dei documenti come Amoris laetitia con cui, come noto, si sono formulate «aperture» nei confronti dei divorziati risposati per quanto riguarda l'accesso alla comunione. Secondo don Davide Pagliarani, superiore generale della San Pio X, questa enciclica «rappresenta, nella storia della Chiesa di questi ultimi anni, quello che Hiroshima e Nagasaki rappresentano per la storia del Giappone moderno: umanamente parlando, i danni sono irreparabili».
Ciò nonostante, secondo don Pagliarani non c'è nulla di cui stupirsi dal momento che la linea aperturista di papa Francesco sarebbe in perfetta coerenza con quella tracciata dal Concilio vaticano II. «La Chiesa sinodale, sempre in ascolto», secondo il superiore della Fraternità, costituisce infatti solo «l'ultima evoluzione della Chiesa collegiale, predicata dal Vaticano II». Di conseguenza, a detta del capo dei «lefebvriani» c'è ben poco di cui aspettarsi dal Sinodo sull'Amazzonia. «Abbiamo l'impressione che invece di lottare contro il paganesimo», ha evidenziato don Pagliarani, «la gerarchia attuale voglia assumerne e incorporarne i valori. Gli artigiani del prossimo sinodo si riferiscono a questi “segni dei tempi", cari a Giovanni XXIII, che bisogna scrutare come segni dello Spirito Santo». Il mondo tradizionalista non è però composto solo dalla Fraternità san Pio X che pure, per storia e seguito, ne rappresenta senza dubbio l'espressione principale.
Ancora più a destra, per così dire, della società religiosa fondata da monsignor Lefebvre, troviamo difatti l'Istituto Mater Boni Consilii, fondato nel 1985 da quattro sacerdoti italiani fino ad allora appartenenti alla Fraternità. Si tratta di una realtà sedevacantista e che quindi sposa una tesi estrema, vale a dire quella secondo cui dal 7 dicembre 1965 la sede apostolica è formalmente vacante, con la conseguenza che tutti i libri liturgici da allora promulgati non sono neppure considerabili cattolici, bensì testi praticamente nulli.
Ciò nonostante, e pur risultando probabilmente sconosciuto ai più, anche questo un sodalizio di tradizionalisti non sembra affatto prossimo all'estinzione, anzi. È in crescita. Lo conferma alla Verità don Ugolino Giugni che per l'Istituto Mater Boni Consilii dell'apostolato in Lombardia e Triveneto.
«L'Istituto nacque quattro sacerdoti: oggi ne conta 14, l'ultimo dei quali ordinato nel giugno scorso. Abbiamo cinque case, di cui tre all'estero in Francia, Belgio e Argentina», spiega il sacerdote. Che inoltre aggiunge: «Celebriamo la messa in nove Paesi. Solo in Italia, i centri messa serviti regolarmente sono 16. Abbiamo una rivista che esce in due lingue, un sito Internet e una casa editrice con più di 50 titoli pubblicati di teologia, catechesi, storia e attualità». «Inoltre», aggiunge don Giugni, «abbiamo un seminario in Piemonte a Verrua Savoia in cui formiamo i candidati al sacerdozio di domani. Quest'anno a settembre ci sono stati sei nuovi seminaristi provenienti da Polonia, Ungheria, Francia e Italia».
Alla crescita delle vocazioni corrisponde anche quella dei fedeli. «Certamente il numero dei fedeli che partecipano alle nostre Messe e pellegrinaggi è aumentato molto in questi ultimi anni e c'è sempre gente nuova che si avvicina al nostro Istituto», spiega infatti il sacerdote. Come prevedibile, anche don Giugni non nutre grandi aspettative, anzi, dal Sinodo sull'Amazzonia. «Staremo a vedere cosa uscirà fuori dal Sinodo amazzonico», afferma, «anche se già si parla di preti sposati o sacerdozio femminile ed ecologia green e inculturazione. È passata quasi inosservata dai media una cerimonia pagana avvenuta nei giardini vaticani il 4 ottobre scorso, festa di San Francesco, in cui una “sciamana" invocava la “madre terra" alla presenza di Jorge Mario Bergoglio e di alcuni cardinali riuniti. Cosa ci toccherà ancora sentire e vedere? Preghiamo perché il Signore Gesù abbia pietà della sua Chiesa e di noi».
Ora, al di là del Sinodo sull'Amazzonia, i cui esiti saranno noti tra non molti giorni, ciò che qui rileva è che realtà come la Fraternità San Pio X e l'Istituto Mater Boni Consilii, benché minoritarie e ignorate dai media, siano sorprendentemente in crescita. In numeri ancora ridotti, d'accordo: ma comunque in crescita. Il che alimenta un dubbio: si tratta forse di casi isolati o, meglio, di un puro caso? Non si direbbe. Uno studio pubblicato nel novembre 2017 su Sociological Science a firma di Sean Bock, sociologo di Harvard, ha infatti concluso come negli Stati Uniti solo «la religione moderata» sia «in declino»; viceversa, gli evangelici conservatori e in generale quanti hanno convinzioni che molti giudicherebbero anacronistiche sono stabili, quando non avanzano.
Un fenomeno che sembra avere motivazioni teologiche prima che sociologiche, come indica una ricerca quinquennale apparsa nel 2016 su Review of religious research che, realizzata esaminando un campione di oltre 2.250 fedeli suddivisi tra 22 congregazioni, 13 in calo e 9 in espansione, ha concluso come il conservatorismo teologico del clero e dei fedeli sia un fattore predittivo della crescita di una chiesa. Le «aperture» dottrinali che tanto allietano la stampa laica, insomma, non giovano al cristianesimo. Anzi, ne accelerano il declino.
Tutto ciò era stato previsto già nel lontano 1972 dallo studioso Dean M. Kelley nel suo volume Why conservative churches are growing (Harper & Row) con cui, in piena primavera secolarista, pronosticava la riscossa della religione conservatrice, basata su rigidi codici morali. Una lezione che il mondo tradizionalista sembra aver appreso alla grande. Al contrario, tocca dire, di quanto accade in casa cattolica.
Il Sinodo in corso va verso un compromesso
«Non sarà Roma a dirci quello che dobbiamo fare in Germania», disse il cardinale Reinhard Marx, capo dei vescovi tedeschi, nel periodo tra il sinodo sulla famiglia del 2014 e quello del 2015. È una frase importante per comprendere i tempi che sta vivendo la Chiesa, che molti vorrebbero in pericolo di nuovi scismi, come già tante volte è accaduto nella storia.
Oggi con il Sinodo panamazzonico in corso è sempre la Chiesa tedesca ad alimentare le dicerie scismatiche con un suo Sinodo nazionale. Il cardinale Rainer Woelki, arcivescovo di Colonia, ha dichiarato che avverte il timore che il «“cammino sinodale" intrapreso dall'episcopato tedesco porti a uno scisma nella Chiesa tedesca e in quella universale». Peraltro nel settembre scorso anche il Vaticano ha scritto due lettere ai vescovi tedeschi per richiamarli all'ordine: «La conferenza episcopale non può dare effetto legale alle risoluzioni, ciò è al di fuori delle sue competenze».
I temi dell'agenda tedesca riguardano la diluizione del celibato sacerdotale (con la tentazione di aprire ai cosiddetti viri probati), nuovi ministeri per le donne, le tematiche di morale sessuale (fra cui le proposte di benedizione per coppie gay in chiesa). È facile sentire assonanze con quanto si sta discutendo in questi giorni in Vaticano per il caso amazzonico: viri probati e possibili diaconesse, entrambi oggetto di forti spinte e critiche al tempo stesso. Per il Sinodo amazzonico non mancano voci che parlano di un'assemblea apertamente scismatica, viste anche le sue venature panteiste e indigeniste.
Lo stesso papa Francesco, durante la conferenza stampa sull'aereo di ritorno dall'ultimo viaggio apostolico, ha ammesso che uno scisma è possibile. Il Papa ha detto di non aver «paura degli scismi, prego perché non ce ne siano»; l'affermazione seguiva una dichiarazione su un libro scritto dal vaticanista francese Nicolas Senèze, che ipotizza un complotto politico-mediatico orchestrato da ambienti della destra americana contro il Papato. In effetti, negli ambienti conservatori della Chiesa statunitense ci sono malumori nei confronti di alcune scelte e parole di papa Jorge Mario Bergoglio, ma è ben difficile che uno scisma possa originarsi a queste latitudini.
Salvo sorprese non ci sarà alcuno scisma formale, né da destra, né da sinistra. Ed è questa la vera cifra della Chiesa di oggi, ormai prigioniera della liquidità culturale. Molti studiosi, laici e consacrati, ritengono che la Chiesa sia già in una situazione di scisma di fatto, con due fazioni che la abitano: da una parte i critici del Papato di Francesco, ma che per essere cattolici sanno che occorre riconoscere Francesco come Papa; dall'altra quelli che lo sostengono con entusiasmo perché pare promuovere il loro insegnamento ambiguo sia a livello dottrinale sia pastorale. La «rivoluzione» di Francesco procede a colpi di «conversioni pastorali», per cui si dice che non si cambia la dottrina, mentre si propone una pastorale che di fatto la mette a rischio. È accaduto con l'esortazione apostolica Amoris laetitia e la comunione ai divorziati risposati, e probabilmente accadrà al termine del Sinodo panamazzonico: si ordineranno al sacerdozio uomini sposati ad experimentum e solo per quell'area, magari si presenterà anche una forma di ministero per le donne che non si chiamerà diaconato, ma nello stesso tempo si dirà che non si tocca il celibato sacerdotale e il ministero ordinato. E così si aprono processi, come ha dichiarato il cardinale Gerhard Müller: «Se in Amazzonia si ordinano al sacerdozio uomini stimabili che vivono unioni dichiaratamente stabili, al fine di fornire i sacramenti alla comunità, perché questo non dovrebbe infine rappresentare anche la leva per introdurre i viri probati in Germania, dove il celibato non è più accettato nella società?».
In questo modo, con la logica del «no, ma anche sì», a destra possono continuare ad affermare che la dottrina rimane intatta, a sinistra, invece, si fa come se ognuno potesse interpretarla a seconda delle situazioni. Più che a possibili scismi, ci si trova di fronte a una progressiva deriva protestantizzante della Chiesa cattolica, in cui ognuno, a casa sua, fa un po' come gli pare.
«La confusione nella Chiesa ha già dato vita a una “doppia religione”»
Storico e presidente della Fondazione Lepanto, il professor Roberto De Mattei è un profondo conoscitore della galassia tradizionalista, in cui coglie almeno tre anime. «Nella Chiesa oggi c'è uno scisma di fatto», aggiunge, «una divisione materiale anche se non giuridicamente consumata».
Quali filoni tradizionalisti individua?
«Il primo è quello sedevacantista che risale agli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II. Per loro scelta si sono separati dalla Chiesa ufficiale perché non riconoscono i Papi da Paolo VI in poi, né cardinali né vescovi. In Italia il punto di riferimento più conosciuto è don Francesco Ricossa e la sua comunità. Hanno le loro cappelle, i loro sacerdoti, il loro apostolato. È un mondo a sé stante».
Sono scismatici?
«È una definizione che rifiuterebbero. Ma se per scisma si intende una rottura giuridica, allora si possono definire scismatici perché si situano al di fuori della Chiesa di cui non riconoscono la gerarchia».
Poi ci sono i lefebvriani.
«Non mi piace questa parola, sembra ritenere che quel gruppo di cattolici si riduca alle idee di monsignor Marcel Lefebvre. Li chiamerei semplicemente tradizionalisti. È improprio applicare alla Fraternità San Pio X il termine scismatici. Secondo il diritto canonico sono in posizione irregolare, senza dubbio; tuttavia, papa Francesco non solo ha tolto le scomuniche, ma ha fatto di più: ha restituito loro una forma di giurisdizione perché li ha autorizzati ad amministrare i sacramenti».
Perché questo è un discrimine importante?
«Perché i sacramenti da loro amministrati sono validi. La loro situazione non è sanata del tutto, hanno ancora negoziati in corso, non sono reintegrati, ma non si possono definire scismatici».
Monsignor Lefebvre non aveva consacrato quattro vescovi?
«Sì, nel 1988, e questo è all'origine della scomunica. Ma da allora non ne sono stati fatti altri. Tant'è vero che l'attuale superiore generale, don Pagliarani, è un semplice sacerdote, mentre il precedente, monsignor Bernard Fellay, era uno dei quattro ordinati da Lefebvre».
Veniamo al terzo filone del dissenso cattolico.
«È quello legato al cardinale Raymond Leo Burke, a vescovi come monsignor Carlo Maria Viganò e monsignor Athanasius Schneider, che ha preso forma con i dubia manifestati da quattro cardinali. Io stesso mi riconosco in questo contesto di resistenza a Francesco che non ha subìto sanzioni canoniche ma puramente mediatiche: veniamo dipinti e marginalizzati come i nemici del pontefice, coloro che portano la divisione nella Chiesa. Ci sarebbe poi una quarta posizione, molto ardita».
A che cosa si riferisce?
«Potremmo chiamarli nuovi sedevacantisti. Un fenomeno nato negli ultimi anni. Sono cattolici non tradizionalisti in senso stretto, in quanto (a differenza della Fraternità San Pio X) accettano pienamente il Concilio, ma affermano che il vero Papa è Benedetto XVI, non Francesco».
Per un'irregolarità nell'elezione o la sostanza degli insegnamenti?
«Da una parte ritengono invalida la rinuncia di Benedetto XVI, dall'altro contestano il conclave. Sono affermazioni forti perché non ci sono le prove. È comunque un movimento più diffuso di quanto si può credere: molti laici e molti preti in privato mi dicono di essere convinti che il vero Papa sia Benedetto XVI, ma non escono allo scoperto».
Il movimento tradizionalista è comunque in crescita?
«Non c'è dubbio. L'importante è conoscere le sue anime e non fare di ogni erba un fascio. Io sono favorevole a una collaborazione tra tutte le forze che si richiamano alla tradizione. Direi che in questo momento c'è un'unica Chiesa, con Francesco legittimo Papa, ma con due religioni. La religione tradizionale, quella che si riconosce nel magistero di sempre, e una nuova religione che sta venendo alla luce in maniera più chiara con questo Sinodo sull'Amazzonia».
Che cosa dice questa nuova religione?
«Il partito amazzonico nega il celibato dei preti, afferma la possibilità di affidare ministeri sacerdotali alle donne, ha una visione panteista della natura, arriva a mettere in dubbio la divinità di Cristo e i dogmi della risurrezione e del peccato originale. Oggi esiste uno scisma di fatto, una divisione materiale benché non giuridicamente consumata».
Quanto durerà questa scissione?
«Difficile dirlo. Nessuno vuole uscire dalla Chiesa: non i tradizionalisti e nemmeno il partito ultraprogressista, che una volta fuori perderebbe tutta la sua influenza. È una situazione complicata e drammatica».
Che intervento auspica per sciogliere questo nodo?
«Auspico chiarezza in questa confusione deliberatamente provocata. Quando le posizioni sono chiare, le idee si confrontano e la verità è destinata a prevalere sull'errore. Viceversa le idee false, per vincere, hanno bisogno di un'atmosfera di ambiguità, confusione ed equivoci come l'attuale. Auspico che cardinali e vescovi, gli esponenti della Chiesa docente, si esprimano con chiarezza, e abbiano lo stesso coraggio anche i progressisti. La grande maggioranza dei fedeli moderati, che oscillano tra i due poli dell'ortodossia e dell'eterodossia, deve poter prendere posizione».
E il Papa?
«Sia più chiaro anche Francesco, che resta spesso nell'ambiguità anche se tutto quello che fa è di appoggio al partito dell'eterodossia».
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Dalla Fraternità San Pio X, fondata da Lefebvre nel 1970 in polemica col Concilio, all'Istituto Mater Boni Consilii. Mentre il clero progressista è in «ritirata», i tradizionalisti, anche se in rotta con Roma, riempiono i seminari. Il Sinodo in corso va verso un compromesso. Dissidi su preti sposati e diaconesse. Probabile accordo al ribasso: dottrina ribadita ma pastorale lassista. «La confusione nella Chiesa ha già dato vita a una "doppia religione"». Il presidente della Fondazione Lepanto Roberto De Mattei descrive una fase drammatica per i fedeli: «C'è uno scisma di fatto, ma né i tradizionalisti né il partito amazzonico usciranno». Lo speciale comprende tre articoli. Se una parte di mondo cattolico dissente dalla linea del Pontificato di papa Francesco, c'è chi è forse meno spiazzato proprio perché, in dissenso, lo è da decenni. Come i componenti della Fraternità San Pio X, la società di vita apostolica tradizionalista fondata da monsignor Marcel François Lefebvre in argine a quelle che sono ritenute derive post Concilio Vaticano II non solo in riferimento alla messa novus ordo, ma anche, anzi soprattutto, alla «libertà religiosa». Concetto, questo, che, radicatosi nella Chiesa negli ultimi decenni, è ritenuto l'anticamera di un relativismo distruttore del cattolicesimo. I «lefebvriani», come solitamente vengono chiamati, stando ai dati del 2015 hanno oltre 200 seminaristi, 186 religiose, 84 suore oblate, cinque conventi, sei seminari e tre vescovi. Le loro messe, rigorosamente tridentine, vantano una partecipazione media di circa 600.000 persone su scala mondiale. Notevole, considerando lo svuotamento dei seminari cattolici degli ultimi decenni, risulta la crescita dei sacerdoti facenti capito alla Fraternità che, da 30 che erano nel 1976, sono divenuti 180 dieci anni dopo, per salire a 354 nel 1996, a 622 nel 2015 e, ancora, a 658 nel giugno di quest'anno. Un'impennata di oltre il 2.000% in poco più di 40 anni. Dal punto di vista dottrinale, la Fraternità non fa sconti al Pontificato attuale, soprattutto alla luce dei documenti come Amoris laetitia con cui, come noto, si sono formulate «aperture» nei confronti dei divorziati risposati per quanto riguarda l'accesso alla comunione. Secondo don Davide Pagliarani, superiore generale della San Pio X, questa enciclica «rappresenta, nella storia della Chiesa di questi ultimi anni, quello che Hiroshima e Nagasaki rappresentano per la storia del Giappone moderno: umanamente parlando, i danni sono irreparabili». Ciò nonostante, secondo don Pagliarani non c'è nulla di cui stupirsi dal momento che la linea aperturista di papa Francesco sarebbe in perfetta coerenza con quella tracciata dal Concilio vaticano II. «La Chiesa sinodale, sempre in ascolto», secondo il superiore della Fraternità, costituisce infatti solo «l'ultima evoluzione della Chiesa collegiale, predicata dal Vaticano II». Di conseguenza, a detta del capo dei «lefebvriani» c'è ben poco di cui aspettarsi dal Sinodo sull'Amazzonia. «Abbiamo l'impressione che invece di lottare contro il paganesimo», ha evidenziato don Pagliarani, «la gerarchia attuale voglia assumerne e incorporarne i valori. Gli artigiani del prossimo sinodo si riferiscono a questi “segni dei tempi", cari a Giovanni XXIII, che bisogna scrutare come segni dello Spirito Santo». Il mondo tradizionalista non è però composto solo dalla Fraternità san Pio X che pure, per storia e seguito, ne rappresenta senza dubbio l'espressione principale. Ancora più a destra, per così dire, della società religiosa fondata da monsignor Lefebvre, troviamo difatti l'Istituto Mater Boni Consilii, fondato nel 1985 da quattro sacerdoti italiani fino ad allora appartenenti alla Fraternità. Si tratta di una realtà sedevacantista e che quindi sposa una tesi estrema, vale a dire quella secondo cui dal 7 dicembre 1965 la sede apostolica è formalmente vacante, con la conseguenza che tutti i libri liturgici da allora promulgati non sono neppure considerabili cattolici, bensì testi praticamente nulli. Ciò nonostante, e pur risultando probabilmente sconosciuto ai più, anche questo un sodalizio di tradizionalisti non sembra affatto prossimo all'estinzione, anzi. È in crescita. Lo conferma alla Verità don Ugolino Giugni che per l'Istituto Mater Boni Consilii dell'apostolato in Lombardia e Triveneto. «L'Istituto nacque quattro sacerdoti: oggi ne conta 14, l'ultimo dei quali ordinato nel giugno scorso. Abbiamo cinque case, di cui tre all'estero in Francia, Belgio e Argentina», spiega il sacerdote. Che inoltre aggiunge: «Celebriamo la messa in nove Paesi. Solo in Italia, i centri messa serviti regolarmente sono 16. Abbiamo una rivista che esce in due lingue, un sito Internet e una casa editrice con più di 50 titoli pubblicati di teologia, catechesi, storia e attualità». «Inoltre», aggiunge don Giugni, «abbiamo un seminario in Piemonte a Verrua Savoia in cui formiamo i candidati al sacerdozio di domani. Quest'anno a settembre ci sono stati sei nuovi seminaristi provenienti da Polonia, Ungheria, Francia e Italia». Alla crescita delle vocazioni corrisponde anche quella dei fedeli. «Certamente il numero dei fedeli che partecipano alle nostre Messe e pellegrinaggi è aumentato molto in questi ultimi anni e c'è sempre gente nuova che si avvicina al nostro Istituto», spiega infatti il sacerdote. Come prevedibile, anche don Giugni non nutre grandi aspettative, anzi, dal Sinodo sull'Amazzonia. «Staremo a vedere cosa uscirà fuori dal Sinodo amazzonico», afferma, «anche se già si parla di preti sposati o sacerdozio femminile ed ecologia green e inculturazione. È passata quasi inosservata dai media una cerimonia pagana avvenuta nei giardini vaticani il 4 ottobre scorso, festa di San Francesco, in cui una “sciamana" invocava la “madre terra" alla presenza di Jorge Mario Bergoglio e di alcuni cardinali riuniti. Cosa ci toccherà ancora sentire e vedere? Preghiamo perché il Signore Gesù abbia pietà della sua Chiesa e di noi». Ora, al di là del Sinodo sull'Amazzonia, i cui esiti saranno noti tra non molti giorni, ciò che qui rileva è che realtà come la Fraternità San Pio X e l'Istituto Mater Boni Consilii, benché minoritarie e ignorate dai media, siano sorprendentemente in crescita. In numeri ancora ridotti, d'accordo: ma comunque in crescita. Il che alimenta un dubbio: si tratta forse di casi isolati o, meglio, di un puro caso? Non si direbbe. Uno studio pubblicato nel novembre 2017 su Sociological Science a firma di Sean Bock, sociologo di Harvard, ha infatti concluso come negli Stati Uniti solo «la religione moderata» sia «in declino»; viceversa, gli evangelici conservatori e in generale quanti hanno convinzioni che molti giudicherebbero anacronistiche sono stabili, quando non avanzano. Un fenomeno che sembra avere motivazioni teologiche prima che sociologiche, come indica una ricerca quinquennale apparsa nel 2016 su Review of religious research che, realizzata esaminando un campione di oltre 2.250 fedeli suddivisi tra 22 congregazioni, 13 in calo e 9 in espansione, ha concluso come il conservatorismo teologico del clero e dei fedeli sia un fattore predittivo della crescita di una chiesa. Le «aperture» dottrinali che tanto allietano la stampa laica, insomma, non giovano al cristianesimo. Anzi, ne accelerano il declino. Tutto ciò era stato previsto già nel lontano 1972 dallo studioso Dean M. Kelley nel suo volume Why conservative churches are growing (Harper & Row) con cui, in piena primavera secolarista, pronosticava la riscossa della religione conservatrice, basata su rigidi codici morali. Una lezione che il mondo tradizionalista sembra aver appreso alla grande. 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Oggi con il Sinodo panamazzonico in corso è sempre la Chiesa tedesca ad alimentare le dicerie scismatiche con un suo Sinodo nazionale. Il cardinale Rainer Woelki, arcivescovo di Colonia, ha dichiarato che avverte il timore che il «“cammino sinodale" intrapreso dall'episcopato tedesco porti a uno scisma nella Chiesa tedesca e in quella universale». Peraltro nel settembre scorso anche il Vaticano ha scritto due lettere ai vescovi tedeschi per richiamarli all'ordine: «La conferenza episcopale non può dare effetto legale alle risoluzioni, ciò è al di fuori delle sue competenze». I temi dell'agenda tedesca riguardano la diluizione del celibato sacerdotale (con la tentazione di aprire ai cosiddetti viri probati), nuovi ministeri per le donne, le tematiche di morale sessuale (fra cui le proposte di benedizione per coppie gay in chiesa). 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In effetti, negli ambienti conservatori della Chiesa statunitense ci sono malumori nei confronti di alcune scelte e parole di papa Jorge Mario Bergoglio, ma è ben difficile che uno scisma possa originarsi a queste latitudini. Salvo sorprese non ci sarà alcuno scisma formale, né da destra, né da sinistra. Ed è questa la vera cifra della Chiesa di oggi, ormai prigioniera della liquidità culturale. Molti studiosi, laici e consacrati, ritengono che la Chiesa sia già in una situazione di scisma di fatto, con due fazioni che la abitano: da una parte i critici del Papato di Francesco, ma che per essere cattolici sanno che occorre riconoscere Francesco come Papa; dall'altra quelli che lo sostengono con entusiasmo perché pare promuovere il loro insegnamento ambiguo sia a livello dottrinale sia pastorale. La «rivoluzione» di Francesco procede a colpi di «conversioni pastorali», per cui si dice che non si cambia la dottrina, mentre si propone una pastorale che di fatto la mette a rischio. È accaduto con l'esortazione apostolica Amoris laetitia e la comunione ai divorziati risposati, e probabilmente accadrà al termine del Sinodo panamazzonico: si ordineranno al sacerdozio uomini sposati ad experimentum e solo per quell'area, magari si presenterà anche una forma di ministero per le donne che non si chiamerà diaconato, ma nello stesso tempo si dirà che non si tocca il celibato sacerdotale e il ministero ordinato. E così si aprono processi, come ha dichiarato il cardinale Gerhard Müller: «Se in Amazzonia si ordinano al sacerdozio uomini stimabili che vivono unioni dichiaratamente stabili, al fine di fornire i sacramenti alla comunità, perché questo non dovrebbe infine rappresentare anche la leva per introdurre i viri probati in Germania, dove il celibato non è più accettato nella società?». In questo modo, con la logica del «no, ma anche sì», a destra possono continuare ad affermare che la dottrina rimane intatta, a sinistra, invece, si fa come se ognuno potesse interpretarla a seconda delle situazioni. 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Quali filoni tradizionalisti individua? «Il primo è quello sedevacantista che risale agli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II. Per loro scelta si sono separati dalla Chiesa ufficiale perché non riconoscono i Papi da Paolo VI in poi, né cardinali né vescovi. In Italia il punto di riferimento più conosciuto è don Francesco Ricossa e la sua comunità. Hanno le loro cappelle, i loro sacerdoti, il loro apostolato. È un mondo a sé stante». Sono scismatici? «È una definizione che rifiuterebbero. Ma se per scisma si intende una rottura giuridica, allora si possono definire scismatici perché si situano al di fuori della Chiesa di cui non riconoscono la gerarchia». Poi ci sono i lefebvriani. «Non mi piace questa parola, sembra ritenere che quel gruppo di cattolici si riduca alle idee di monsignor Marcel Lefebvre. Li chiamerei semplicemente tradizionalisti. È improprio applicare alla Fraternità San Pio X il termine scismatici. Secondo il diritto canonico sono in posizione irregolare, senza dubbio; tuttavia, papa Francesco non solo ha tolto le scomuniche, ma ha fatto di più: ha restituito loro una forma di giurisdizione perché li ha autorizzati ad amministrare i sacramenti». Perché questo è un discrimine importante? «Perché i sacramenti da loro amministrati sono validi. La loro situazione non è sanata del tutto, hanno ancora negoziati in corso, non sono reintegrati, ma non si possono definire scismatici». Monsignor Lefebvre non aveva consacrato quattro vescovi? «Sì, nel 1988, e questo è all'origine della scomunica. Ma da allora non ne sono stati fatti altri. Tant'è vero che l'attuale superiore generale, don Pagliarani, è un semplice sacerdote, mentre il precedente, monsignor Bernard Fellay, era uno dei quattro ordinati da Lefebvre». Veniamo al terzo filone del dissenso cattolico. «È quello legato al cardinale Raymond Leo Burke, a vescovi come monsignor Carlo Maria Viganò e monsignor Athanasius Schneider, che ha preso forma con i dubia manifestati da quattro cardinali. Io stesso mi riconosco in questo contesto di resistenza a Francesco che non ha subìto sanzioni canoniche ma puramente mediatiche: veniamo dipinti e marginalizzati come i nemici del pontefice, coloro che portano la divisione nella Chiesa. Ci sarebbe poi una quarta posizione, molto ardita». A che cosa si riferisce? «Potremmo chiamarli nuovi sedevacantisti. Un fenomeno nato negli ultimi anni. Sono cattolici non tradizionalisti in senso stretto, in quanto (a differenza della Fraternità San Pio X) accettano pienamente il Concilio, ma affermano che il vero Papa è Benedetto XVI, non Francesco». Per un'irregolarità nell'elezione o la sostanza degli insegnamenti? «Da una parte ritengono invalida la rinuncia di Benedetto XVI, dall'altro contestano il conclave. Sono affermazioni forti perché non ci sono le prove. È comunque un movimento più diffuso di quanto si può credere: molti laici e molti preti in privato mi dicono di essere convinti che il vero Papa sia Benedetto XVI, ma non escono allo scoperto». Il movimento tradizionalista è comunque in crescita? «Non c'è dubbio. L'importante è conoscere le sue anime e non fare di ogni erba un fascio. Io sono favorevole a una collaborazione tra tutte le forze che si richiamano alla tradizione. Direi che in questo momento c'è un'unica Chiesa, con Francesco legittimo Papa, ma con due religioni. La religione tradizionale, quella che si riconosce nel magistero di sempre, e una nuova religione che sta venendo alla luce in maniera più chiara con questo Sinodo sull'Amazzonia». Che cosa dice questa nuova religione? «Il partito amazzonico nega il celibato dei preti, afferma la possibilità di affidare ministeri sacerdotali alle donne, ha una visione panteista della natura, arriva a mettere in dubbio la divinità di Cristo e i dogmi della risurrezione e del peccato originale. Oggi esiste uno scisma di fatto, una divisione materiale benché non giuridicamente consumata». Quanto durerà questa scissione? «Difficile dirlo. Nessuno vuole uscire dalla Chiesa: non i tradizionalisti e nemmeno il partito ultraprogressista, che una volta fuori perderebbe tutta la sua influenza. È una situazione complicata e drammatica». Che intervento auspica per sciogliere questo nodo? «Auspico chiarezza in questa confusione deliberatamente provocata. Quando le posizioni sono chiare, le idee si confrontano e la verità è destinata a prevalere sull'errore. Viceversa le idee false, per vincere, hanno bisogno di un'atmosfera di ambiguità, confusione ed equivoci come l'attuale. Auspico che cardinali e vescovi, gli esponenti della Chiesa docente, si esprimano con chiarezza, e abbiano lo stesso coraggio anche i progressisti. La grande maggioranza dei fedeli moderati, che oscillano tra i due poli dell'ortodossia e dell'eterodossia, deve poter prendere posizione». E il Papa? «Sia più chiaro anche Francesco, che resta spesso nell'ambiguità anche se tutto quello che fa è di appoggio al partito dell'eterodossia».
La Polizia scientifica in via Nerino a Milano, luogo della morte di Oleksandr Adarich, nel riquadro (Ansa)
In alcuni articoli di denuncia, Adarich viene definito senza mezzi termini «un banchiere truffatore, un imbroglione della famiglia Yanukovych», accusato di aver usato banche e società collegate per spremere l’azienda ucraina Tomak attraverso pignoramenti e passaggi societari pilotati, con l’appoggio di apparati statali deviati. Vicino all’area politica di Sylna Ukrayina, confluita nel sistema di Yanukovych, Adarich incarnava il profilo di un banchiere inserito nelle reti economico-politiche pre-Maidan, oggi invise al governo di Volodymyr Zelensky. Con questo fardello, il 54enne nato a Kiev, sposato, padre di due figli e con doppia cittadinanza ucraina e romena, è morto la sera del 23 gennaio a Milano, precipitando dal quarto piano di un B&b in via Nerino, a pochi passi dal Duomo.
L’indagine, coordinata dal pm Rosario Ferracane e dalla Squadra Mobile, ipotizza un suicidio inscenato. Il B&b era stato affittato con un alias; nella stanza sono stati trovati documenti d’identità multipli; testimoni e telecamere indicano presenze subito dopo la caduta e sul corpo ci sono segni di costrizione. L’autopsia, attesa nei prossimi giorni, dovrà chiarire se fosse già morto prima del volo di 15 metri. Adarich era arrivato dalla Spagna, dove viveva, per affari mai chiariti.
Secondo i registri aziendali ucraini, il banchiere non era stato solo il proprietario di Fidobank, ma controllava una rete di società con sede a Kiev, tra cui Eurobank, Deviza e Fido investments, ed era stato dirigente di Ukrsibbank: una presenza economica strutturata nel cuore della finanza ucraina.
Circa 260-270 milioni di euro bruciati: 62-64 milioni rimborsati dallo Stato ai correntisti, 16-17 milioni rimasti congelati sui conti, un presunto schema da 50-52 milioni legato all’acquisto di Erste Bank e oltre 140 milioni di euro fatti uscire all’estero. Una ricostruzione delle autorità che ha travolto decine di migliaia di famiglie e imprese, lasciando migliaia di risparmiatori senza recuperare i propri soldi.
La storia parte a Kiev nei primi anni Duemila: Adarich cresce come manager, diventa banchiere-padrone tra il 2012 e il 2013 ed entra nella politica regionale. Dopo Maidan incarna un sistema che il Paese vuole smantellare. Nel 2016 la Banca nazionale dichiara insolventi Fidobank ed Eurobank e avvia la liquidazione. A Kiev partono indagini amministrative e penali, con sequestri e verifiche sui flussi di capitale. Le accuse più dure arrivano dal Fondo di garanzia dei depositi: Kateryna Mysnyk, direttrice del dipartimento investigativo, aveva parlato di «uno dei primi e più grandi schemi fraudolenti» del settore, descrivendo una catena di operazioni da circa 55-56 milioni di dollari, fondi fatti uscire come importazioni fittizie per oltre 150 milioni di dollari e rientrati come presunti investimenti, seguiti dall’acquisto di Erste per 82 milioni di dollari e dall’acquisizione di oltre 180 immobili, poi rivenduti - secondo il Fondo - a prezzi sottostimati. Anche dopo il crac, gli asset di Fidobank hanno continuato a circolare: nel 2020 i suoi crediti sono finiti a società poi emerse in inchieste di Radio liberty per legami opachi e connessioni con Mosca.
Nell’Ucraina oggi in guerra con la Russia, figure come Adarich sono invise a Kiev perché incarnano l’intreccio tra banche, politica e vecchie élite, lo stesso contesto da dove arriva l’ex ministro Yuriy Kolobov, arrestato in Spagna, da dove Adarich era partito per Milano.
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Volodymyr Zelensky e Friedrich Merz (Ansa)
E che il diktat di Zelensky non si traduca in una mossa vincente ne è convinto anche il Lussemburgo. Il ministro degli Esteri lussemburghese, Xavier Bettel, prima di varcare le porte del Consiglio esteri dell’Ue, ha dichiarato: «Ho sentito che il presidente Zelensky ha detto che devono diventare membri l’anno prossimo. Mi dispiace, gliel’ho detto più volte: non dare ultimatum, non è nel tuo interesse». Il rischio di imboccare la strada di due pesi e due misure è infatti dietro l’angolo: «Il fatto è che esistono delle regole, i criteri di Copenaghen, e devono essere rispettati. Non possiamo dire che ci sono criteri per alcuni e non per altri».
Sulla questione, il premier ungherese Viktor Orbán è tornato a criticare Bruxelles. «Tre quarti degli europei respingono l’adesione accelerata dell’Ucraina all’Unione europea. Eppure, Bruxelles continua a procedere. Non le importa cosa pensa la gente» ha scritto su X. Tra l’altro Orbán aveva rivelato l’esistenza di un documento segreto, discusso nell’Ue, che dovrebbe prevedere proprio la procedura accelerata per l’adesione di Kiev il prossimo anno. L’Alta rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, durante la conferenza stampa al termine del Consiglio esteri, non ha risposto a chi le ha chiesto chiarimenti sulle rivelazioni del premier ungherese. Si è limitata a sostenere vagamente che «ciò che è chiaro è che il futuro dell’Ucraina è nell’Unione europea. Stiamo quindi lavorando su questo, sul processo di adesione all’Ue».
Ma oltre al percorso accelerato, tra le varie richieste del presidente ucraino rientra anche la creazione di un esercito europeo: aveva lanciato l’appello la scorsa settimana dal palco di Davos. A esprimersi in merito è stato ieri l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera: «Non sposo l’idea di esercito europeo, resto legato alla Nato assieme agli Usa» ha dichiarato, precisando che «i militari americani rimangono fondamentali». Ha poi aggiunto: «Adesso avremo più fondi grazie agli apporti europei e questo permetterà una più stretta collaborazione con le industrie militari». A commentare le parole di Dragone, è stato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, durante la prima edizione del «Forum Difesa», promosso da Bruno Vespa e Comin & Partners in collaborazione con l’Iai. Il ministro ha chiarito che «nessuno pensa di avere domani mattina un esercito europeo», anche perché «la difesa resta nazionale per Costituzione». Sull’Europa si tratta piuttosto «della possibilità di interoperare tra eserciti, aeronautiche e marine dei diversi Paesi» ma sempre «secondo gli schemi della Nato».
E mentre Bruxelles ha sbandierato alcune misure discusse contro Mosca, dall’inclusione della Russia nella lista nera antiriciclaggio all’intenzione di presentare il 20° pacchetto di sanzioni, il presidente americano Donald Trump ha annunciato la tregua di una settimana.
La proposta della Casa Bianca sarebbe stata infatti accettata dallo zar russo, Vladimir Putin. «A causa del freddo estremo, ho chiesto personalmente al presidente Putin di non aprire il fuoco su Kiev e le altre città per una settimana durante questo periodo e lui ha accettato di farlo. E devo dire che è stato molto bello», ha detto il tycoon durante la riunione di gabinetto. Prima dell’annuncio, dai blogger militari russi e dai media ucraini era trapelata la notizia, non confermata dal Cremlino, di un possibile cessate il fuoco inerente alle infrastrutture energetiche. Stando a quanto riferito da Axios, la tregua per il freddo era stata proposta dagli Stati Uniti durante il trilaterale della scorsa settimana, ma Mosca aveva preso tempo. L’inviato americano, Steve Witkoff, ha poi fatto il punto su quanto raggiunto ad Abu Dhabi: si sono registrati «sviluppi positivi» sulla questione territoriale che stanno proseguendo e sono «in gran parte completati» gli accordi «sul protocollo di sicurezza» e «sulla prosperità».
Ma i prossimi colloqui, che si terranno domenica sempre nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, si svolgeranno senza la mediazione americana. A confermarlo è stato il consigliere presidenziale russo, Yuri Ushakov: «Questo è ciò su cui americani e ucraini hanno concordato: instaurare contatti bilaterali a un livello inferiore». Lo stesso Witkoff ha comunicato che il secondo round del trilaterale, che prevede quindi anche la partecipazione americana, si terrà «tra circa una settimana».
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Ali Khamenei (Ansa)
L’amministrazione Trump sta aumentando la pressione sull’Iran. Ieri, Washington ha portato a un totale di dieci unità le navi da guerra schierate in Medio Oriente. Dall’altra parte, le forze armate della Repubblica islamica hanno ricevuto un lotto di mille droni. «In linea con le minacce future, l’esercito mantiene e potenzia i suoi vantaggi strategici per un combattimento rapido e per imporre una risposta schiacciante contro qualsiasi aggressore», ha dichiarato il comandante in capo dell’esercito iraniano, Amir Hatami. Non solo. Teheran ha altresì annunciato che, la settimana prossima, effettuerà delle esercitazioni militari nello Stretto di Hormuz. «Oggi dobbiamo essere preparati a uno stato di guerra. La nostra strategia è che non inizieremo mai una guerra, ma se verrà imposta, ci difenderemo», ha affermato, dal canto suo, il vicepresidente iraniano, Mohammad Reza Aref, che ha poi invocato delle «garanzie» per eventuali negoziati con Washington. Reuters ha intanto riferito che il regime di Ali Khamenei starebbe attuando una campagna di arresti di massa per dissuadere il sorgere di nuove proteste.
Che la tensione complessiva stia aumentando è testimoniato anche dal fatto che, sempre ieri, il direttore generale di Rosatom, Alexey Likhachev, ha reso noto che Mosca sarebbe pronta a ritirare il personale russo dalla centrale nucleare iraniana di Bushehr. Tutto questo, mentre la stessa Ankara si sta preparando all’ipotesi di un attacco statunitense contro la Repubblica islamica. «Se gli Stati Uniti attaccassero l’Iran e il regime cadesse, la Turchia sta pianificando ulteriori misure per rafforzare la sicurezza del confine», ha affermato un funzionario turco.
È nel mezzo di queste fibrillazioni che si sono registrate varie manovre diplomatiche. Axios ha riferito che, entro la fine di questa settimana, alti funzionari israeliani e sauditi saranno a Washington per discutere della crisi iraniana. Mosca, dal canto suo, sta cercando di calmare le acque. «Continuiamo a invitare tutte le parti alla moderazione e ad astenersi dal ricorrere alla forza per risolvere questa controversia. Qualsiasi azione coercitiva non farebbe altro che seminare il caos nella regione», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Di Iran ha parlato, ieri, anche Vladimir Putin nell’incontro che ha avuto con il presidente degli Emirati arabi, Mohamed bin Zayed al-Nahyan. Non è del resto un mistero che, dopo aver perso un alleato chiave come Bashar al Assad in Siria, la Russia tema adesso di veder crollare anche il regime khomeinista.
Tutto questo, mentre, mercoledì, il vice consigliere per la sicurezza nazionale dell’India, Pavan Kapoor, si è recato a Teheran per incontrare il suo omologo iraniano, Ali Bagheri Kani. Dall’altra parte, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si è sentito al telefono ieri con il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. Nel frattempo, oggi il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, si recherà ad Ankara: il suo obiettivo è quello di far leva sulla Turchia per scongiurare un eventuale attacco statunitense. Del resto, l’altro ieri, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha avuto un colloquio con l’ambasciatore statunitense in Turchia, Tom Barrack.
Insomma, l’incremento della tensione e tutta questa fibrillazione diplomatica evidenziano che potrebbe succedere presto qualcosa. Per quanto non ci sia ancora nulla di certo, sembra che, negli ultimi giorni, la frustrazione di Trump nei confronti di Teheran sia aumentata. Il presidente americano, in particolare, sarebbe irritato dalla mancanza di progressi nelle trattative inerenti a due delicate questioni: quella del programma nucleare e quella del programma balistico. Ragion per cui, sarebbe al momento orientato all’opzione militare contro la Repubblica islamica: il che significherebbe probabilmente un attacco o ad alcuni siti atomici o agli impianti per la fabbricazione missilistica. In quest’ottica, il presidente americano potrebbe decidere di ordinare un’azione militare proprio per mettere gli ayatollah con le spalle al muro, costringendoli a cedere alle sue richieste negoziali. «Hanno tutte le possibilità di raggiungere un accordo. Non dovrebbero perseguire capacità nucleari. Saremo pronti a fare tutto ciò che questo presidente si aspetta dal dipartimento della Guerra, proprio come abbiamo fatto questo mese in Venezuela», ha detto, ieri sera, il capo del Pentagono, Pete Hegseth.
Ma non è tutto. Sul tavolo, secondo la Cnn, ci sarebbero anche azioni militari mirate contro i leader del regime khomeinista. E qui veniamo a un punto cruciale. Più che a un regime change classico, Trump sarebbe interessato ad adottare con l’Iran una soluzione venezuelana: decapitare, cioè, il regime, per poi scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima però di averlo adeguatamente addomesticato. L’obiettivo sarebbe quello di esercitare la pressione per riorientare la politica estera di Teheran: esattamente quello che la Casa Bianca sta facendo a Caracas, in nome della cosiddetta «coercizione senza proprietà».
Una strategia, questa, che consentirebbe a Washington di tutelare gli interessi nazionali, evitando al contempo che gli Usa si ritrovino direttamente impelagati in qualche pantano militare. Trump ha d’altronde sempre nutrito significativo scetticismo verso i processi di nation building. Chiaramente, al netto di alcuni parallelismi, la situazione venezuelana non è completamente sovrapponibile a quella iraniana.
Via libera per inserire i pasdaran tra le organizzazioni terroristiche
«La repressione non può rimanere impunita». Con queste parole Kaja Kallas ha commentato la svolta impressa dai ministri degli Esteri dell’Unione europea, che hanno compiuto un passo ritenuto ormai irreversibile: l’avvio del processo per inserire i Guardiani della Rivoluzione iraniana nella lista delle organizzazioni terroristiche. «Un regime che elimina migliaia di cittadini al proprio interno - ha scritto Kallas - sta preparando la propria fine».
Allo stesso tempo, il consiglio Affari esteri ha dato il via libera a un nuovo pacchetto di misure restrittive contro Teheran. Secondo fonti diplomatiche europee, le sanzioni prevedono il divieto di ingresso nell’Ue e il congelamento dei beni per 21 soggetti: 15 persone fisiche e sei entità coinvolte nella repressione delle proteste interne, oltre a dieci individui legati alla fornitura di armamenti iraniani alla Russia, impiegati nella guerra in Ucraina. Le sanzioni individuali sono state approvate formalmente all’apertura dei lavori dei Ventisette, riuniti a Bruxelles.
Diverso, ma strettamente collegato, il percorso che riguarda la designazione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione come organizzazione terroristica. La decisione finale è attesa in una fase successiva, anche se - secondo fonti europee - diversi Stati membri avrebbero già espresso il proprio assenso. Un orientamento confermato dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani: «È emerso il consenso sulla definizione dei pasdaran come organizzazione terroristica, ma questo non significa che non si debba dialogare con Teheran». Il presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha definito «storica», in un’intervista televisiva, la possibilità di inserire i Guardiani della Rivoluzione nella lista nera dell’Ue. «È una richiesta avanzata dall’Eurocamera fin dal 2023 - ha ricordato - e oggi ciò che sembrava irrealizzabile diventa finalmente possibile». Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha accusato l’Europa di contribuire all’escalation delle tensioni regionali e ha definito la decisione un grave errore strategico: «Diversi Paesi stanno attualmente cercando di evitare lo scoppio di una guerra totale nella nostra regione. Nessuno di loro è europeo. L’Europa è invece impegnata ad alimentare il fuoco», ha scritto su X il capo della diplomazia di Teheran. Per l’ambasciatore in Italia dello Stato di Israele, Jonathan Peled, «è una decisione storica dell’Unione europea che chiama le cose con il loro nome. I Guardiani della Rivoluzione iraniana sono il principale motore del terrorismo e dell’instabilità. Esprimiamo il nostro apprezzamento per il contributo apportato dall’Italia a una decisione dell’Ue che costituisce un passo decisivo sulla via della responsabilità e della sicurezza».
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica nasce nel 1979, all’indomani della rivoluzione khomeinista, su impulso diretto della nuova leadership religiosa. La sua missione ufficiale è «difendere e diffondere i principi della rivoluzione islamica». Oltre al controllo interno, il Corpo rappresenta lo strumento principale della proiezione regionale iraniana. Attraverso la Forza Quds, unità specializzata nelle operazioni esterne, Teheran sostiene e coordina alleati come Hezbollah in Libano e le milizie sciite Hashd al-Shaabi in Iraq. La stessa Forza Quds è sospettata di aver preso parte a numerose attività clandestine sul suolo europeo, tra cui un attentato contro una sinagoga a Bochum, in Germania, nel 2021: un episodio che costituisce la base giuridica utilizzata per avviare la procedura di designazione terroristica a livello Ue.
Una decisione attesa da anni dall’opposizione iraniana. Azar Karimi, portavoce dell’associazione Giovani iraniani in Italia, parla di «un passaggio storico»: «L’Ue riconosce ciò che il popolo iraniano denuncia da 47 anni: repressione, violenza, terrorismo e violazioni sistematiche dei diritti umani. È una vittoria morale e politica per milioni di iraniani. Non cancella il dolore, ma manda un segnale chiaro: questo regime è agli sgoccioli. È un momento di speranza, responsabilità e memoria».
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