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2019-10-14
I fuoriusciti: viaggio tra i cattolici che non stanno con nessun Papa
Se una parte di mondo cattolico dissente dalla linea del Pontificato di papa Francesco, c'è chi è forse meno spiazzato proprio perché, in dissenso, lo è da decenni. Come i componenti della Fraternità San Pio X, la società di vita apostolica tradizionalista fondata da monsignor Marcel François Lefebvre in argine a quelle che sono ritenute derive post Concilio Vaticano II non solo in riferimento alla messa novus ordo, ma anche, anzi soprattutto, alla «libertà religiosa». Concetto, questo, che, radicatosi nella Chiesa negli ultimi decenni, è ritenuto l'anticamera di un relativismo distruttore del cattolicesimo.
I «lefebvriani», come solitamente vengono chiamati, stando ai dati del 2015 hanno oltre 200 seminaristi, 186 religiose, 84 suore oblate, cinque conventi, sei seminari e tre vescovi. Le loro messe, rigorosamente tridentine, vantano una partecipazione media di circa 600.000 persone su scala mondiale. Notevole, considerando lo svuotamento dei seminari cattolici degli ultimi decenni, risulta la crescita dei sacerdoti facenti capito alla Fraternità che, da 30 che erano nel 1976, sono divenuti 180 dieci anni dopo, per salire a 354 nel 1996, a 622 nel 2015 e, ancora, a 658 nel giugno di quest'anno. Un'impennata di oltre il 2.000% in poco più di 40 anni.
Dal punto di vista dottrinale, la Fraternità non fa sconti al Pontificato attuale, soprattutto alla luce dei documenti come Amoris laetitia con cui, come noto, si sono formulate «aperture» nei confronti dei divorziati risposati per quanto riguarda l'accesso alla comunione. Secondo don Davide Pagliarani, superiore generale della San Pio X, questa enciclica «rappresenta, nella storia della Chiesa di questi ultimi anni, quello che Hiroshima e Nagasaki rappresentano per la storia del Giappone moderno: umanamente parlando, i danni sono irreparabili».
Ciò nonostante, secondo don Pagliarani non c'è nulla di cui stupirsi dal momento che la linea aperturista di papa Francesco sarebbe in perfetta coerenza con quella tracciata dal Concilio vaticano II. «La Chiesa sinodale, sempre in ascolto», secondo il superiore della Fraternità, costituisce infatti solo «l'ultima evoluzione della Chiesa collegiale, predicata dal Vaticano II». Di conseguenza, a detta del capo dei «lefebvriani» c'è ben poco di cui aspettarsi dal Sinodo sull'Amazzonia. «Abbiamo l'impressione che invece di lottare contro il paganesimo», ha evidenziato don Pagliarani, «la gerarchia attuale voglia assumerne e incorporarne i valori. Gli artigiani del prossimo sinodo si riferiscono a questi “segni dei tempi", cari a Giovanni XXIII, che bisogna scrutare come segni dello Spirito Santo». Il mondo tradizionalista non è però composto solo dalla Fraternità san Pio X che pure, per storia e seguito, ne rappresenta senza dubbio l'espressione principale.
Ancora più a destra, per così dire, della società religiosa fondata da monsignor Lefebvre, troviamo difatti l'Istituto Mater Boni Consilii, fondato nel 1985 da quattro sacerdoti italiani fino ad allora appartenenti alla Fraternità. Si tratta di una realtà sedevacantista e che quindi sposa una tesi estrema, vale a dire quella secondo cui dal 7 dicembre 1965 la sede apostolica è formalmente vacante, con la conseguenza che tutti i libri liturgici da allora promulgati non sono neppure considerabili cattolici, bensì testi praticamente nulli.
Ciò nonostante, e pur risultando probabilmente sconosciuto ai più, anche questo un sodalizio di tradizionalisti non sembra affatto prossimo all'estinzione, anzi. È in crescita. Lo conferma alla Verità don Ugolino Giugni che per l'Istituto Mater Boni Consilii dell'apostolato in Lombardia e Triveneto.
«L'Istituto nacque quattro sacerdoti: oggi ne conta 14, l'ultimo dei quali ordinato nel giugno scorso. Abbiamo cinque case, di cui tre all'estero in Francia, Belgio e Argentina», spiega il sacerdote. Che inoltre aggiunge: «Celebriamo la messa in nove Paesi. Solo in Italia, i centri messa serviti regolarmente sono 16. Abbiamo una rivista che esce in due lingue, un sito Internet e una casa editrice con più di 50 titoli pubblicati di teologia, catechesi, storia e attualità». «Inoltre», aggiunge don Giugni, «abbiamo un seminario in Piemonte a Verrua Savoia in cui formiamo i candidati al sacerdozio di domani. Quest'anno a settembre ci sono stati sei nuovi seminaristi provenienti da Polonia, Ungheria, Francia e Italia».
Alla crescita delle vocazioni corrisponde anche quella dei fedeli. «Certamente il numero dei fedeli che partecipano alle nostre Messe e pellegrinaggi è aumentato molto in questi ultimi anni e c'è sempre gente nuova che si avvicina al nostro Istituto», spiega infatti il sacerdote. Come prevedibile, anche don Giugni non nutre grandi aspettative, anzi, dal Sinodo sull'Amazzonia. «Staremo a vedere cosa uscirà fuori dal Sinodo amazzonico», afferma, «anche se già si parla di preti sposati o sacerdozio femminile ed ecologia green e inculturazione. È passata quasi inosservata dai media una cerimonia pagana avvenuta nei giardini vaticani il 4 ottobre scorso, festa di San Francesco, in cui una “sciamana" invocava la “madre terra" alla presenza di Jorge Mario Bergoglio e di alcuni cardinali riuniti. Cosa ci toccherà ancora sentire e vedere? Preghiamo perché il Signore Gesù abbia pietà della sua Chiesa e di noi».
Ora, al di là del Sinodo sull'Amazzonia, i cui esiti saranno noti tra non molti giorni, ciò che qui rileva è che realtà come la Fraternità San Pio X e l'Istituto Mater Boni Consilii, benché minoritarie e ignorate dai media, siano sorprendentemente in crescita. In numeri ancora ridotti, d'accordo: ma comunque in crescita. Il che alimenta un dubbio: si tratta forse di casi isolati o, meglio, di un puro caso? Non si direbbe. Uno studio pubblicato nel novembre 2017 su Sociological Science a firma di Sean Bock, sociologo di Harvard, ha infatti concluso come negli Stati Uniti solo «la religione moderata» sia «in declino»; viceversa, gli evangelici conservatori e in generale quanti hanno convinzioni che molti giudicherebbero anacronistiche sono stabili, quando non avanzano.
Un fenomeno che sembra avere motivazioni teologiche prima che sociologiche, come indica una ricerca quinquennale apparsa nel 2016 su Review of religious research che, realizzata esaminando un campione di oltre 2.250 fedeli suddivisi tra 22 congregazioni, 13 in calo e 9 in espansione, ha concluso come il conservatorismo teologico del clero e dei fedeli sia un fattore predittivo della crescita di una chiesa. Le «aperture» dottrinali che tanto allietano la stampa laica, insomma, non giovano al cristianesimo. Anzi, ne accelerano il declino.
Tutto ciò era stato previsto già nel lontano 1972 dallo studioso Dean M. Kelley nel suo volume Why conservative churches are growing (Harper & Row) con cui, in piena primavera secolarista, pronosticava la riscossa della religione conservatrice, basata su rigidi codici morali. Una lezione che il mondo tradizionalista sembra aver appreso alla grande. Al contrario, tocca dire, di quanto accade in casa cattolica.
Il Sinodo in corso va verso un compromesso
«Non sarà Roma a dirci quello che dobbiamo fare in Germania», disse il cardinale Reinhard Marx, capo dei vescovi tedeschi, nel periodo tra il sinodo sulla famiglia del 2014 e quello del 2015. È una frase importante per comprendere i tempi che sta vivendo la Chiesa, che molti vorrebbero in pericolo di nuovi scismi, come già tante volte è accaduto nella storia.
Oggi con il Sinodo panamazzonico in corso è sempre la Chiesa tedesca ad alimentare le dicerie scismatiche con un suo Sinodo nazionale. Il cardinale Rainer Woelki, arcivescovo di Colonia, ha dichiarato che avverte il timore che il «“cammino sinodale" intrapreso dall'episcopato tedesco porti a uno scisma nella Chiesa tedesca e in quella universale». Peraltro nel settembre scorso anche il Vaticano ha scritto due lettere ai vescovi tedeschi per richiamarli all'ordine: «La conferenza episcopale non può dare effetto legale alle risoluzioni, ciò è al di fuori delle sue competenze».
I temi dell'agenda tedesca riguardano la diluizione del celibato sacerdotale (con la tentazione di aprire ai cosiddetti viri probati), nuovi ministeri per le donne, le tematiche di morale sessuale (fra cui le proposte di benedizione per coppie gay in chiesa). È facile sentire assonanze con quanto si sta discutendo in questi giorni in Vaticano per il caso amazzonico: viri probati e possibili diaconesse, entrambi oggetto di forti spinte e critiche al tempo stesso. Per il Sinodo amazzonico non mancano voci che parlano di un'assemblea apertamente scismatica, viste anche le sue venature panteiste e indigeniste.
Lo stesso papa Francesco, durante la conferenza stampa sull'aereo di ritorno dall'ultimo viaggio apostolico, ha ammesso che uno scisma è possibile. Il Papa ha detto di non aver «paura degli scismi, prego perché non ce ne siano»; l'affermazione seguiva una dichiarazione su un libro scritto dal vaticanista francese Nicolas Senèze, che ipotizza un complotto politico-mediatico orchestrato da ambienti della destra americana contro il Papato. In effetti, negli ambienti conservatori della Chiesa statunitense ci sono malumori nei confronti di alcune scelte e parole di papa Jorge Mario Bergoglio, ma è ben difficile che uno scisma possa originarsi a queste latitudini.
Salvo sorprese non ci sarà alcuno scisma formale, né da destra, né da sinistra. Ed è questa la vera cifra della Chiesa di oggi, ormai prigioniera della liquidità culturale. Molti studiosi, laici e consacrati, ritengono che la Chiesa sia già in una situazione di scisma di fatto, con due fazioni che la abitano: da una parte i critici del Papato di Francesco, ma che per essere cattolici sanno che occorre riconoscere Francesco come Papa; dall'altra quelli che lo sostengono con entusiasmo perché pare promuovere il loro insegnamento ambiguo sia a livello dottrinale sia pastorale. La «rivoluzione» di Francesco procede a colpi di «conversioni pastorali», per cui si dice che non si cambia la dottrina, mentre si propone una pastorale che di fatto la mette a rischio. È accaduto con l'esortazione apostolica Amoris laetitia e la comunione ai divorziati risposati, e probabilmente accadrà al termine del Sinodo panamazzonico: si ordineranno al sacerdozio uomini sposati ad experimentum e solo per quell'area, magari si presenterà anche una forma di ministero per le donne che non si chiamerà diaconato, ma nello stesso tempo si dirà che non si tocca il celibato sacerdotale e il ministero ordinato. E così si aprono processi, come ha dichiarato il cardinale Gerhard Müller: «Se in Amazzonia si ordinano al sacerdozio uomini stimabili che vivono unioni dichiaratamente stabili, al fine di fornire i sacramenti alla comunità, perché questo non dovrebbe infine rappresentare anche la leva per introdurre i viri probati in Germania, dove il celibato non è più accettato nella società?».
In questo modo, con la logica del «no, ma anche sì», a destra possono continuare ad affermare che la dottrina rimane intatta, a sinistra, invece, si fa come se ognuno potesse interpretarla a seconda delle situazioni. Più che a possibili scismi, ci si trova di fronte a una progressiva deriva protestantizzante della Chiesa cattolica, in cui ognuno, a casa sua, fa un po' come gli pare.
«La confusione nella Chiesa ha già dato vita a una “doppia religione”»
Storico e presidente della Fondazione Lepanto, il professor Roberto De Mattei è un profondo conoscitore della galassia tradizionalista, in cui coglie almeno tre anime. «Nella Chiesa oggi c'è uno scisma di fatto», aggiunge, «una divisione materiale anche se non giuridicamente consumata».
Quali filoni tradizionalisti individua?
«Il primo è quello sedevacantista che risale agli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II. Per loro scelta si sono separati dalla Chiesa ufficiale perché non riconoscono i Papi da Paolo VI in poi, né cardinali né vescovi. In Italia il punto di riferimento più conosciuto è don Francesco Ricossa e la sua comunità. Hanno le loro cappelle, i loro sacerdoti, il loro apostolato. È un mondo a sé stante».
Sono scismatici?
«È una definizione che rifiuterebbero. Ma se per scisma si intende una rottura giuridica, allora si possono definire scismatici perché si situano al di fuori della Chiesa di cui non riconoscono la gerarchia».
Poi ci sono i lefebvriani.
«Non mi piace questa parola, sembra ritenere che quel gruppo di cattolici si riduca alle idee di monsignor Marcel Lefebvre. Li chiamerei semplicemente tradizionalisti. È improprio applicare alla Fraternità San Pio X il termine scismatici. Secondo il diritto canonico sono in posizione irregolare, senza dubbio; tuttavia, papa Francesco non solo ha tolto le scomuniche, ma ha fatto di più: ha restituito loro una forma di giurisdizione perché li ha autorizzati ad amministrare i sacramenti».
Perché questo è un discrimine importante?
«Perché i sacramenti da loro amministrati sono validi. La loro situazione non è sanata del tutto, hanno ancora negoziati in corso, non sono reintegrati, ma non si possono definire scismatici».
Monsignor Lefebvre non aveva consacrato quattro vescovi?
«Sì, nel 1988, e questo è all'origine della scomunica. Ma da allora non ne sono stati fatti altri. Tant'è vero che l'attuale superiore generale, don Pagliarani, è un semplice sacerdote, mentre il precedente, monsignor Bernard Fellay, era uno dei quattro ordinati da Lefebvre».
Veniamo al terzo filone del dissenso cattolico.
«È quello legato al cardinale Raymond Leo Burke, a vescovi come monsignor Carlo Maria Viganò e monsignor Athanasius Schneider, che ha preso forma con i dubia manifestati da quattro cardinali. Io stesso mi riconosco in questo contesto di resistenza a Francesco che non ha subìto sanzioni canoniche ma puramente mediatiche: veniamo dipinti e marginalizzati come i nemici del pontefice, coloro che portano la divisione nella Chiesa. Ci sarebbe poi una quarta posizione, molto ardita».
A che cosa si riferisce?
«Potremmo chiamarli nuovi sedevacantisti. Un fenomeno nato negli ultimi anni. Sono cattolici non tradizionalisti in senso stretto, in quanto (a differenza della Fraternità San Pio X) accettano pienamente il Concilio, ma affermano che il vero Papa è Benedetto XVI, non Francesco».
Per un'irregolarità nell'elezione o la sostanza degli insegnamenti?
«Da una parte ritengono invalida la rinuncia di Benedetto XVI, dall'altro contestano il conclave. Sono affermazioni forti perché non ci sono le prove. È comunque un movimento più diffuso di quanto si può credere: molti laici e molti preti in privato mi dicono di essere convinti che il vero Papa sia Benedetto XVI, ma non escono allo scoperto».
Il movimento tradizionalista è comunque in crescita?
«Non c'è dubbio. L'importante è conoscere le sue anime e non fare di ogni erba un fascio. Io sono favorevole a una collaborazione tra tutte le forze che si richiamano alla tradizione. Direi che in questo momento c'è un'unica Chiesa, con Francesco legittimo Papa, ma con due religioni. La religione tradizionale, quella che si riconosce nel magistero di sempre, e una nuova religione che sta venendo alla luce in maniera più chiara con questo Sinodo sull'Amazzonia».
Che cosa dice questa nuova religione?
«Il partito amazzonico nega il celibato dei preti, afferma la possibilità di affidare ministeri sacerdotali alle donne, ha una visione panteista della natura, arriva a mettere in dubbio la divinità di Cristo e i dogmi della risurrezione e del peccato originale. Oggi esiste uno scisma di fatto, una divisione materiale benché non giuridicamente consumata».
Quanto durerà questa scissione?
«Difficile dirlo. Nessuno vuole uscire dalla Chiesa: non i tradizionalisti e nemmeno il partito ultraprogressista, che una volta fuori perderebbe tutta la sua influenza. È una situazione complicata e drammatica».
Che intervento auspica per sciogliere questo nodo?
«Auspico chiarezza in questa confusione deliberatamente provocata. Quando le posizioni sono chiare, le idee si confrontano e la verità è destinata a prevalere sull'errore. Viceversa le idee false, per vincere, hanno bisogno di un'atmosfera di ambiguità, confusione ed equivoci come l'attuale. Auspico che cardinali e vescovi, gli esponenti della Chiesa docente, si esprimano con chiarezza, e abbiano lo stesso coraggio anche i progressisti. La grande maggioranza dei fedeli moderati, che oscillano tra i due poli dell'ortodossia e dell'eterodossia, deve poter prendere posizione».
E il Papa?
«Sia più chiaro anche Francesco, che resta spesso nell'ambiguità anche se tutto quello che fa è di appoggio al partito dell'eterodossia».
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Dalla Fraternità San Pio X, fondata da Lefebvre nel 1970 in polemica col Concilio, all'Istituto Mater Boni Consilii. Mentre il clero progressista è in «ritirata», i tradizionalisti, anche se in rotta con Roma, riempiono i seminari. Il Sinodo in corso va verso un compromesso. Dissidi su preti sposati e diaconesse. Probabile accordo al ribasso: dottrina ribadita ma pastorale lassista. «La confusione nella Chiesa ha già dato vita a una "doppia religione"». Il presidente della Fondazione Lepanto Roberto De Mattei descrive una fase drammatica per i fedeli: «C'è uno scisma di fatto, ma né i tradizionalisti né il partito amazzonico usciranno». Lo speciale comprende tre articoli. Se una parte di mondo cattolico dissente dalla linea del Pontificato di papa Francesco, c'è chi è forse meno spiazzato proprio perché, in dissenso, lo è da decenni. Come i componenti della Fraternità San Pio X, la società di vita apostolica tradizionalista fondata da monsignor Marcel François Lefebvre in argine a quelle che sono ritenute derive post Concilio Vaticano II non solo in riferimento alla messa novus ordo, ma anche, anzi soprattutto, alla «libertà religiosa». Concetto, questo, che, radicatosi nella Chiesa negli ultimi decenni, è ritenuto l'anticamera di un relativismo distruttore del cattolicesimo. I «lefebvriani», come solitamente vengono chiamati, stando ai dati del 2015 hanno oltre 200 seminaristi, 186 religiose, 84 suore oblate, cinque conventi, sei seminari e tre vescovi. Le loro messe, rigorosamente tridentine, vantano una partecipazione media di circa 600.000 persone su scala mondiale. Notevole, considerando lo svuotamento dei seminari cattolici degli ultimi decenni, risulta la crescita dei sacerdoti facenti capito alla Fraternità che, da 30 che erano nel 1976, sono divenuti 180 dieci anni dopo, per salire a 354 nel 1996, a 622 nel 2015 e, ancora, a 658 nel giugno di quest'anno. Un'impennata di oltre il 2.000% in poco più di 40 anni. Dal punto di vista dottrinale, la Fraternità non fa sconti al Pontificato attuale, soprattutto alla luce dei documenti come Amoris laetitia con cui, come noto, si sono formulate «aperture» nei confronti dei divorziati risposati per quanto riguarda l'accesso alla comunione. Secondo don Davide Pagliarani, superiore generale della San Pio X, questa enciclica «rappresenta, nella storia della Chiesa di questi ultimi anni, quello che Hiroshima e Nagasaki rappresentano per la storia del Giappone moderno: umanamente parlando, i danni sono irreparabili». Ciò nonostante, secondo don Pagliarani non c'è nulla di cui stupirsi dal momento che la linea aperturista di papa Francesco sarebbe in perfetta coerenza con quella tracciata dal Concilio vaticano II. «La Chiesa sinodale, sempre in ascolto», secondo il superiore della Fraternità, costituisce infatti solo «l'ultima evoluzione della Chiesa collegiale, predicata dal Vaticano II». Di conseguenza, a detta del capo dei «lefebvriani» c'è ben poco di cui aspettarsi dal Sinodo sull'Amazzonia. «Abbiamo l'impressione che invece di lottare contro il paganesimo», ha evidenziato don Pagliarani, «la gerarchia attuale voglia assumerne e incorporarne i valori. Gli artigiani del prossimo sinodo si riferiscono a questi “segni dei tempi", cari a Giovanni XXIII, che bisogna scrutare come segni dello Spirito Santo». Il mondo tradizionalista non è però composto solo dalla Fraternità san Pio X che pure, per storia e seguito, ne rappresenta senza dubbio l'espressione principale. Ancora più a destra, per così dire, della società religiosa fondata da monsignor Lefebvre, troviamo difatti l'Istituto Mater Boni Consilii, fondato nel 1985 da quattro sacerdoti italiani fino ad allora appartenenti alla Fraternità. Si tratta di una realtà sedevacantista e che quindi sposa una tesi estrema, vale a dire quella secondo cui dal 7 dicembre 1965 la sede apostolica è formalmente vacante, con la conseguenza che tutti i libri liturgici da allora promulgati non sono neppure considerabili cattolici, bensì testi praticamente nulli. Ciò nonostante, e pur risultando probabilmente sconosciuto ai più, anche questo un sodalizio di tradizionalisti non sembra affatto prossimo all'estinzione, anzi. È in crescita. Lo conferma alla Verità don Ugolino Giugni che per l'Istituto Mater Boni Consilii dell'apostolato in Lombardia e Triveneto. «L'Istituto nacque quattro sacerdoti: oggi ne conta 14, l'ultimo dei quali ordinato nel giugno scorso. Abbiamo cinque case, di cui tre all'estero in Francia, Belgio e Argentina», spiega il sacerdote. Che inoltre aggiunge: «Celebriamo la messa in nove Paesi. Solo in Italia, i centri messa serviti regolarmente sono 16. Abbiamo una rivista che esce in due lingue, un sito Internet e una casa editrice con più di 50 titoli pubblicati di teologia, catechesi, storia e attualità». «Inoltre», aggiunge don Giugni, «abbiamo un seminario in Piemonte a Verrua Savoia in cui formiamo i candidati al sacerdozio di domani. Quest'anno a settembre ci sono stati sei nuovi seminaristi provenienti da Polonia, Ungheria, Francia e Italia». Alla crescita delle vocazioni corrisponde anche quella dei fedeli. «Certamente il numero dei fedeli che partecipano alle nostre Messe e pellegrinaggi è aumentato molto in questi ultimi anni e c'è sempre gente nuova che si avvicina al nostro Istituto», spiega infatti il sacerdote. Come prevedibile, anche don Giugni non nutre grandi aspettative, anzi, dal Sinodo sull'Amazzonia. «Staremo a vedere cosa uscirà fuori dal Sinodo amazzonico», afferma, «anche se già si parla di preti sposati o sacerdozio femminile ed ecologia green e inculturazione. È passata quasi inosservata dai media una cerimonia pagana avvenuta nei giardini vaticani il 4 ottobre scorso, festa di San Francesco, in cui una “sciamana" invocava la “madre terra" alla presenza di Jorge Mario Bergoglio e di alcuni cardinali riuniti. Cosa ci toccherà ancora sentire e vedere? Preghiamo perché il Signore Gesù abbia pietà della sua Chiesa e di noi». Ora, al di là del Sinodo sull'Amazzonia, i cui esiti saranno noti tra non molti giorni, ciò che qui rileva è che realtà come la Fraternità San Pio X e l'Istituto Mater Boni Consilii, benché minoritarie e ignorate dai media, siano sorprendentemente in crescita. In numeri ancora ridotti, d'accordo: ma comunque in crescita. Il che alimenta un dubbio: si tratta forse di casi isolati o, meglio, di un puro caso? Non si direbbe. Uno studio pubblicato nel novembre 2017 su Sociological Science a firma di Sean Bock, sociologo di Harvard, ha infatti concluso come negli Stati Uniti solo «la religione moderata» sia «in declino»; viceversa, gli evangelici conservatori e in generale quanti hanno convinzioni che molti giudicherebbero anacronistiche sono stabili, quando non avanzano. Un fenomeno che sembra avere motivazioni teologiche prima che sociologiche, come indica una ricerca quinquennale apparsa nel 2016 su Review of religious research che, realizzata esaminando un campione di oltre 2.250 fedeli suddivisi tra 22 congregazioni, 13 in calo e 9 in espansione, ha concluso come il conservatorismo teologico del clero e dei fedeli sia un fattore predittivo della crescita di una chiesa. Le «aperture» dottrinali che tanto allietano la stampa laica, insomma, non giovano al cristianesimo. Anzi, ne accelerano il declino. Tutto ciò era stato previsto già nel lontano 1972 dallo studioso Dean M. Kelley nel suo volume Why conservative churches are growing (Harper & Row) con cui, in piena primavera secolarista, pronosticava la riscossa della religione conservatrice, basata su rigidi codici morali. Una lezione che il mondo tradizionalista sembra aver appreso alla grande. 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Oggi con il Sinodo panamazzonico in corso è sempre la Chiesa tedesca ad alimentare le dicerie scismatiche con un suo Sinodo nazionale. Il cardinale Rainer Woelki, arcivescovo di Colonia, ha dichiarato che avverte il timore che il «“cammino sinodale" intrapreso dall'episcopato tedesco porti a uno scisma nella Chiesa tedesca e in quella universale». Peraltro nel settembre scorso anche il Vaticano ha scritto due lettere ai vescovi tedeschi per richiamarli all'ordine: «La conferenza episcopale non può dare effetto legale alle risoluzioni, ciò è al di fuori delle sue competenze». I temi dell'agenda tedesca riguardano la diluizione del celibato sacerdotale (con la tentazione di aprire ai cosiddetti viri probati), nuovi ministeri per le donne, le tematiche di morale sessuale (fra cui le proposte di benedizione per coppie gay in chiesa). 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In effetti, negli ambienti conservatori della Chiesa statunitense ci sono malumori nei confronti di alcune scelte e parole di papa Jorge Mario Bergoglio, ma è ben difficile che uno scisma possa originarsi a queste latitudini. Salvo sorprese non ci sarà alcuno scisma formale, né da destra, né da sinistra. Ed è questa la vera cifra della Chiesa di oggi, ormai prigioniera della liquidità culturale. Molti studiosi, laici e consacrati, ritengono che la Chiesa sia già in una situazione di scisma di fatto, con due fazioni che la abitano: da una parte i critici del Papato di Francesco, ma che per essere cattolici sanno che occorre riconoscere Francesco come Papa; dall'altra quelli che lo sostengono con entusiasmo perché pare promuovere il loro insegnamento ambiguo sia a livello dottrinale sia pastorale. La «rivoluzione» di Francesco procede a colpi di «conversioni pastorali», per cui si dice che non si cambia la dottrina, mentre si propone una pastorale che di fatto la mette a rischio. È accaduto con l'esortazione apostolica Amoris laetitia e la comunione ai divorziati risposati, e probabilmente accadrà al termine del Sinodo panamazzonico: si ordineranno al sacerdozio uomini sposati ad experimentum e solo per quell'area, magari si presenterà anche una forma di ministero per le donne che non si chiamerà diaconato, ma nello stesso tempo si dirà che non si tocca il celibato sacerdotale e il ministero ordinato. E così si aprono processi, come ha dichiarato il cardinale Gerhard Müller: «Se in Amazzonia si ordinano al sacerdozio uomini stimabili che vivono unioni dichiaratamente stabili, al fine di fornire i sacramenti alla comunità, perché questo non dovrebbe infine rappresentare anche la leva per introdurre i viri probati in Germania, dove il celibato non è più accettato nella società?». In questo modo, con la logica del «no, ma anche sì», a destra possono continuare ad affermare che la dottrina rimane intatta, a sinistra, invece, si fa come se ognuno potesse interpretarla a seconda delle situazioni. 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Quali filoni tradizionalisti individua? «Il primo è quello sedevacantista che risale agli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II. Per loro scelta si sono separati dalla Chiesa ufficiale perché non riconoscono i Papi da Paolo VI in poi, né cardinali né vescovi. In Italia il punto di riferimento più conosciuto è don Francesco Ricossa e la sua comunità. Hanno le loro cappelle, i loro sacerdoti, il loro apostolato. È un mondo a sé stante». Sono scismatici? «È una definizione che rifiuterebbero. Ma se per scisma si intende una rottura giuridica, allora si possono definire scismatici perché si situano al di fuori della Chiesa di cui non riconoscono la gerarchia». Poi ci sono i lefebvriani. «Non mi piace questa parola, sembra ritenere che quel gruppo di cattolici si riduca alle idee di monsignor Marcel Lefebvre. Li chiamerei semplicemente tradizionalisti. È improprio applicare alla Fraternità San Pio X il termine scismatici. Secondo il diritto canonico sono in posizione irregolare, senza dubbio; tuttavia, papa Francesco non solo ha tolto le scomuniche, ma ha fatto di più: ha restituito loro una forma di giurisdizione perché li ha autorizzati ad amministrare i sacramenti». Perché questo è un discrimine importante? «Perché i sacramenti da loro amministrati sono validi. La loro situazione non è sanata del tutto, hanno ancora negoziati in corso, non sono reintegrati, ma non si possono definire scismatici». Monsignor Lefebvre non aveva consacrato quattro vescovi? «Sì, nel 1988, e questo è all'origine della scomunica. Ma da allora non ne sono stati fatti altri. Tant'è vero che l'attuale superiore generale, don Pagliarani, è un semplice sacerdote, mentre il precedente, monsignor Bernard Fellay, era uno dei quattro ordinati da Lefebvre». Veniamo al terzo filone del dissenso cattolico. «È quello legato al cardinale Raymond Leo Burke, a vescovi come monsignor Carlo Maria Viganò e monsignor Athanasius Schneider, che ha preso forma con i dubia manifestati da quattro cardinali. Io stesso mi riconosco in questo contesto di resistenza a Francesco che non ha subìto sanzioni canoniche ma puramente mediatiche: veniamo dipinti e marginalizzati come i nemici del pontefice, coloro che portano la divisione nella Chiesa. Ci sarebbe poi una quarta posizione, molto ardita». A che cosa si riferisce? «Potremmo chiamarli nuovi sedevacantisti. Un fenomeno nato negli ultimi anni. Sono cattolici non tradizionalisti in senso stretto, in quanto (a differenza della Fraternità San Pio X) accettano pienamente il Concilio, ma affermano che il vero Papa è Benedetto XVI, non Francesco». Per un'irregolarità nell'elezione o la sostanza degli insegnamenti? «Da una parte ritengono invalida la rinuncia di Benedetto XVI, dall'altro contestano il conclave. Sono affermazioni forti perché non ci sono le prove. È comunque un movimento più diffuso di quanto si può credere: molti laici e molti preti in privato mi dicono di essere convinti che il vero Papa sia Benedetto XVI, ma non escono allo scoperto». Il movimento tradizionalista è comunque in crescita? «Non c'è dubbio. L'importante è conoscere le sue anime e non fare di ogni erba un fascio. Io sono favorevole a una collaborazione tra tutte le forze che si richiamano alla tradizione. Direi che in questo momento c'è un'unica Chiesa, con Francesco legittimo Papa, ma con due religioni. La religione tradizionale, quella che si riconosce nel magistero di sempre, e una nuova religione che sta venendo alla luce in maniera più chiara con questo Sinodo sull'Amazzonia». Che cosa dice questa nuova religione? «Il partito amazzonico nega il celibato dei preti, afferma la possibilità di affidare ministeri sacerdotali alle donne, ha una visione panteista della natura, arriva a mettere in dubbio la divinità di Cristo e i dogmi della risurrezione e del peccato originale. Oggi esiste uno scisma di fatto, una divisione materiale benché non giuridicamente consumata». Quanto durerà questa scissione? «Difficile dirlo. Nessuno vuole uscire dalla Chiesa: non i tradizionalisti e nemmeno il partito ultraprogressista, che una volta fuori perderebbe tutta la sua influenza. È una situazione complicata e drammatica». Che intervento auspica per sciogliere questo nodo? «Auspico chiarezza in questa confusione deliberatamente provocata. Quando le posizioni sono chiare, le idee si confrontano e la verità è destinata a prevalere sull'errore. Viceversa le idee false, per vincere, hanno bisogno di un'atmosfera di ambiguità, confusione ed equivoci come l'attuale. Auspico che cardinali e vescovi, gli esponenti della Chiesa docente, si esprimano con chiarezza, e abbiano lo stesso coraggio anche i progressisti. La grande maggioranza dei fedeli moderati, che oscillano tra i due poli dell'ortodossia e dell'eterodossia, deve poter prendere posizione». E il Papa? «Sia più chiaro anche Francesco, che resta spesso nell'ambiguità anche se tutto quello che fa è di appoggio al partito dell'eterodossia».
Il portiere di Capo Verde, Vozinha, sventola la bandiera nazionale dopo lo 0-0 contro la Spagna (Ansa)
D’accordo, non sarà il Mondiale più bello di sempre e nemmeno quello più semplice da raccontare. Le polemiche sul format allargato, le partite sbilanciate sulla carta e un’organizzazione che continua a far discutere fanno da cornice a una competizione che molti osservano con diffidenza. Eppure, quando il pallone inizia a rotolare, il torneo trova sempre il modo di produrre storie che sfuggono a qualsiasi schema.
Ieri, in una giornata in cui ogni pronostico è saltato e nazionali più quotate han dovuto fare i conti con l'organizzazione e la vivacità di vere e proprie cenerentole, è successo ancora. La Spagna campione d’Europa si è fermata sullo 0-0 contro Capo Verde, alla prima partita della sua storia ai Mondiali. E a prendersi la scena è stato Vozinha. Il portiere della nazionale capoverdiana ha chiuso la serata più importante della sua carriera con sette parate, il premio di migliore in campo e le lacrime agli occhi. Josimar José Évora Dias, questo il suo nome completo, è diventato il simbolo dell'impresa di Capo Verde contro la Spagna. Anche il suo nome racchiude un piccolo pezzo di storia del calcio: il padre avrebbe voluto chiamarlo Valdano, in omaggio all'argentino Jorge Valdano, ma le autorità di Capo Verde non approvarono la scelta. Alla fine divenne Josimar, come il difensore brasiliano che si mise in luce ai Mondiali del 1986, l'anno della sua nascita.
A quarant'anni, al debutto assoluto del suo Paese in un Mondiale, è riuscito a mantenere la porta inviolata contro i campioni d'Europa in carica, diventando il portiere più anziano di sempre a riuscirci all'esordio nella competizione. Al fischio finale, mentre sventolava la bandiera di Capo Verde, il quarantenne non è riuscito a trattenere la commozione. «Ho pianto perché pensavo ai miei nonni: mi hanno cresciuto ma sono mancati qualche anno fa», ha spiegato. Nemmeno sua madre era sugli spalti di Atlanta: problemi legati al visto le hanno impedito di raggiungere gli Stati Uniti. «Nemmeno da bambino ho mai sognato un momento del genere. Ora posso dire che ne è valsa la pena», ha aggiunto l'eroe degli Squali Blu. Se il campo lo ha consacrato a sorpresa tra i protagonisti del torneo, i social hanno fatto il resto. Prima del fischio d'inizio Vozinha aveva circa 50.000 follower su Instagram; poche ore dopo il pareggio contro la Spagna aveva già superato quota 2,5 milioni. Una crescita vertiginosa che racconta meglio di tante parole l'impatto avuto dalla sua prestazione.
Ma quella di Capo Verde è una storia collettiva. In difesa, ad esempio, si è distinto Roberto Pico Lopes, autore di un salvataggio decisivo nel finale su Oyarzabal. Nato a Dublino da madre irlandese e padre capoverdiano, il centrale dello Shamrock Rovers deve la propria avventura internazionale a LinkedIn. Nel 2019 ricevette un messaggio in portoghese dall'allora commissario tecnico Rui Águas. Lo ignorò per mesi, convinto che si trattasse di spam. Solo dopo un secondo tentativo decise di tradurlo con Google Translate, scoprendo che Capo Verde stava cercando giocatori con origini nel Paese. Accettò senza esitazione. Sei anni dopo si è ritrovato a fermare l'attacco della Spagna in una partita destinata a entrare nella storia del calcio capoverdiano.
Perché se il risultato più clamoroso della giornata è arrivato da Atlanta, le sorprese non sono finite lì. A Seattle, il Belgio ha evitato la sconfitta soltanto grazie all'ingresso di Romelu Lukaku. I Diavoli Rossi allenati da Rudi Garcia erano andati sotto nel primo tempo per effetto della rete di Ashour, servito dall'intramontabile Mohamed Salah nel giorno del suo trentaquattresimo compleanno. Poi il palo colpito da De Bruyne su punizione e, al 66', la svolta: Lukaku entra in campo e dieci secondi dopo propizia l'autogol di Hany che vale l'1-1 finale. Ha dovuto rincorrere anche l'Uruguay di Marcelo Bielsa, fermato sull'1-1 dall'Arabia Saudita a Miami. Dopo il vantaggio saudita firmato da Al Amri, la Celeste ha sbattuto a più riprese contro Mohammed Al Owais, già protagonista nella storica vittoria contro l'Argentina ai Mondiali del Qatar. Il portiere saudita ha tenuto in piedi i suoi con una serie di interventi decisivi, arrendendosi soltanto nel finale alla rete del pareggio di Araujo. La nazionale sudamericana, dopo anni in cui si è goduta centravanti come Diego Forlan, Luis Suarez ed Edinson Cavani, paga come non mai l'assenza di un vero bomber. Darwin Nunez, dopo quella stagione brillante al Benfica e il passaggio milionario al Liverpool si è letteralmente perso e il passaggio nel campionato saudita non lo ha di certo aiutato.
Tra la serata e la notte italiana toccherà esordire ad alcune delle favorite per il titolo. Alle 21 sarà il momento della Francia di Kylian Mbappé contro il Senegal. A mezzanotte debutterà la Norvegia di Erling Haaland contro l'Iraq. Infine, alle 3 del mattino, entreranno in scena i campioni del mondo in carica dell'Argentina, guidati ancora una volta da Lionel Messi, attesi dalla sfida contro l'Algeria. Dopo quanto visto nelle ultime ventiquattr'ore, però, una certezza sembra essere venuta meno: ai Mondiali, almeno per una sera, nessuno è davvero imbattibile.
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Il sindaco di Genova Silvia Salis (Getty Images)
Sta diventando la Mara Maionchi della Lanterna. Più che una sindaca, una grande organizzatrice di eventi. Stiamo parlando della prima cittadina di Genova, Silvia Salis, maritata con Fausto Brizzi, noto regista cinematografico. L’ultima kermesse battezzata dall’ex campionessa di lancio del martello è stata la tappa del Summer festival di Radio dimensione suono, con cantanti del calibro di Annalisa, Sayf, Irama, Dito nella piaga e i Pinguini tattici nucleari. L’ennesima grande festa offerta ai genovesi da quando c’è lei, la sindaca che piace alla gente che piace. Con posti garantiti sotto il palco per tutta la maggioranza. Amici e parenti compresi.
Ieri nella chat dell’opposizione comunale ha iniziato a girare questo messaggio, verosimilmente inviato dai piani alti di Palazzo Tursi: «Abbiamo riservato tre ingressi per ogni consigliere di maggioranza, permettono di stare in una zona riservata davanti al palco (ingresso Pit). La sindaca farà un saluto sul palco alle 21. I biglietti arriveranno in Comune venerdì mattina e vanno tassativamente ritirati durante la giornata al sesto piano di Tursi (a qualsiasi ora)». L’ex assessore alla Sicurezza della giunta di centrodestra Sergio Gambino ha pubblicato lo screenshot su Facebook e ha commentato: «Se fai parte della maggioranza Salis hai posti riservati. Concerto Rds a Genova ieri sera “accessibile a tutte e tutti” ha detto la Sindaca Salis. Però i posti riservati sotto il palco sono per i consiglieri di maggioranza e loro amici. A Genova l’inclusione vale per tutti o solo per gli amici della maggioranza».
La Salis da tempo usa la musica come strumento per raggiungere i giovani e mostrarsi fresca e al passo con i tempi. E quando sul palco salgono gli artisti, lei è sempre al loro fianco, pronta a prendersi l’applauso. Sotto la sua amministrazione l’Arena del mare ha ospitato due dei protagonisti di Sanremo 2025, Lucio Corsi e Brunori Sas. A Capodanno ha regalato alla città il concerto gratuito dei Pinguini tattici nucleari, che ha riempito Piazza della Vittoria. Quindi, l’11 aprile, c’è stato l’exploit della dj Charlotte De Witte, che ha fatto ballare più di 10.000 persone davanti a Palazzo Ducale. Il 18 e il 20 giugno, con il patrocinio del Comune, che ha concesso lo stadio Luigi Ferraris, il capoluogo ligure ospiterà il doppio concerto di Olly, genovese e sampdoriano come la prima cittadina (titolo dell’evento «Tutti a casa»).
Ma nonostante il successo di tali eventi, non sono mancate le beghe mediatiche e, anche, giudiziarie. Infatti la gara indetta per l’organizzazione del concerto di Capodanno e per altri eventi da realizzare nel successivo triennio è finita sub iudice dopo il ricorso della Duemila grandi eventi, esclusa a discapito della Rst events. La prima è stata tagliata fuori «in esito alla verifica di congruità dell’offerta» e a determinare la decisione è stata «in particolare la mancanza di documenti probanti […] relativamente ai costi degli artisti che costituiscono l’elemento principale della prestazione».
La Commissione, dopo avere eliminato la Duemila grandi eventi, «ha disposto la proposta di aggiudicazione a favore» della Rst. L’azienda bocciata ha fatto ricorso e, allora, la Commissione «ha ammesso la presentazione in “tempi adeguati” di eventuali contratti di ingaggio con gli artisti “al fine di valutare in autotutela la riammissione alla gara”». La ricorrente «non ha esibito tali contratti affermando che, in seguito all’esclusione dalla selezione, nessun artista ha più ritenuto di sottoscrivere impegni definitivi per un evento di incerta organizzazione», mentre la Rst, «dopo la citata proposta di aggiudicazione del 30 ottobre 2025, ha sottoscritto i contratti con gli artisti», i Pinguini tattici nucleari. A questo punto la Duemila grandi eventi si è rivolta al Tribunale amministrativo regionale che ha ritenuto «fondate le censure» della ricorrente. Infatti, per i magistrati, il «presupposto dell’esclusione della “mancanza di documenti probanti […] relativamente ai costi degli artisti, che costituiscono l’elemento principale della prestazione” contrasta con l’articolo 9 del Disciplinare secondo cui l’esistenza dei contratti di ingaggio/opzione degli artisti deve sussistere solo al momento dell’aggiudicazione e non in fasi anteriori di gara». In più «l’esclusione è stata disposta senza la previa attivazione del contraddittorio procedimentale».
Nella loro sentenza i giudici scrivono anche: «L’esistenza di tali contratti costituisce pertanto un requisito di esecuzione (e non di partecipazione) la cui esistenza non può essere pretesa né in sede di presentazione delle offerte, né in una fase anteriore all’aggiudicazione». Le toghe, nella decisione, fanno notare anche che la Rst, come era normale, «ha stipulato il contratto di ingaggio degli artisti il 31 ottobre 2025, ossia solo dopo la proposta di aggiudicazione» e non prima, come si pretendeva dalla Duemila grandi eventi. Per questo il Tar, il 10 aprile, ha ordinato il «rinnovo delle operazioni di gara […] con conclusione delle operazioni entro trenta giorni». Ovviamente la nuova valutazione di congruità non riguarderà la proposta per il Capodanno 2025, ormai andato in cavalleria, ma l’eventuale «subentro nel contratto per la parte di residua efficacia dello stesso ove consente all’aggiudicatario di ottenere nuovi affidamenti diretti nel triennio». Che, invece, come vedremo, stanno andando ancora alla Rst o, meglio alla sua società gemella, la Ops.
Intanto il Comune ha fatto ricorso e, la settimana scorsa, ha ottenuto una sospensiva della nuova valutazione di congruità. I giudici, però, decideranno nel merito solo a ottobre. Le opposizioni, in Comune, hanno immediatamente protestato, soprattutto dopo avere scoperto che il concerto di Capodanno è costato più di 1 milione di euro, tutto compreso, cifra che il centrodestra aveva impegnato per organizzare tre diverse serate durante le festività natalizie del 2024, con tanto di diretta Mediaset. I giornali locali hanno riportato quanto detto in aula dal vicesindaco dem Alessandro Terrile, di professione avvocato: «Siamo convinti del corretto operato dell’amministrazione e degli uffici» ha chiarito, come già aveva ribadito la sindaca Salis. Il braccio destro della ex campionessa ha aggiunto che per quanto riguarda gli altri eventi, «a oggi non sono previsti né sono stati affidati, dopo il Capodanno, ulteriori eventi alla Rst events», specificando che la Rst events non avrebbe gestito né il dj set di Charlotte de Witte in piazza Matteotti, né il doppio concerto di Olly allo stadio Ferraris in programma a giugno, quest’ultimo oltretutto evento non organizzato dal Comune. In realtà nella locandina di Olly, sono presenti i nomi della Rst e della Ops eventi.
Mentre nel manifestino della De Witte solo quello della Ops. Che pare ottenere affidamenti con la nota tecnica del frazionamento per mantenere il singolo incarico sotto soglia. Ma è utile sapere chi ci sia dietro la Ops. L’amministratore e socio di maggioranza, con il 34%, è Nicolò Sasso. Le altre quote della società appartengono ad Alessandro Orlando e a Luca Pietronave (33% a testa). Orlando e Sasso sono anche, rispettivamente con il 49,5 e il 45% delle quote, i soci di maggioranza della Rst che, in teoria, secondo il vicesindaco non sarebbe più stata coinvolta negli eventi sopra citati. Dunque Sasso e Orlando, quando non prendono gli appalti con la Rst, li ottengono con la Ops, nata a gennaio del 2025. Sasso, tra l’altro, sino al gennaio del 2025 era dipendente della Duemila grandi eventi. «Abbiamo scoperto da una sua intervista che si trova in Rete che Sasso era da ottobre 2024, che organizzava cose al di fuori della Duemila grandi eventi, quando era ancora nostro dipendente e avrebbe dovuto operare sotto le nostre direttive» commenta, con un po’ di amarezza, Paola Donati, socia della Duemila grandi eventi, azienda fondata dall’ex presidente di Assomusica Vincenzo Spera. Noi siamo andati a bussare alla sede ufficiale della Ops, in corso Martinetti, nel quartiere operaio di Sampierdarena. La via in cui si trova non fa venire in mente Broadway e le attività della zona non hanno nulla a che vedere con la musica. All’indirizzo indicato sul sito della società abbiamo trovato un palazzone della prima metà del Novecento un po’ fatiscente. Siamo saliti al secondo piano e ci siamo trovati di fronte uno studio legale. Abbiamo chiesto della Ops e una segretaria ci ha guardato un po’ stupita: «Qui c’è solo la sede legale». E dove è quella operativa? La ragazza, perplessa, ha iniziato a cercare informazioni prima sul computer e poi sul cellulare. Ma mentre armeggiava un collega è venuto in suo soccorso: «Via Giovanni Tommaso Invrea 9/13, lo stesso indirizzo della Rst. Questa è la sede legale, quella è la sede operativa, la stessa della Rst».
Dunque il Comune non darà più appalti alla Rst, ma li dà alla società gemella: stessi soci, stessa sede operativa. Ma anche a Genova the show must go on.
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Elly Schlein e Giuseppe Conte (Imagoeconomica)
E a svantaggio del ceto medio, perché - come è noto - i grandi capitali non stanno certo ad aspettare che qualcuno li tartassi. Da quando a sinistra ne hanno iniziato a parlare, gli studi legali specializzati in legislazione fiscale sono già al lavoro per trovare le scappatoie che evitino ai propri clienti di vedersi svuotare il portafogli. Così come è successo in Francia, quando i socialisti inventarono una patrimoniale, e così come è accaduto in altri Paesi europei, chi ha i soldi non li tiene sotto il materasso in attesa che arrivino Prodi, Schlein, Conte e compagni. La fuga dei capitali o anche solo il trasferimento all’estero della residenza fiscale di ricconi e holding è nei fatti. Dal Lussemburgo all’Olanda, dall’Irlanda al Delaware, il mondo è pieno di posti pronti a stendere tappeti rossi a milionari e miliardari.
Dunque, nella rete dell’Agenzia delle entrate rischiano di finire solo i pesci piccoli, ovvero quelli che non hanno schiere di consulenti in grado di inventarsi trust e scatole cinesi per sfuggire agli agenti del Fisco. E attenzione, siccome ormai anche a sinistra hanno capito che a parlare di tasse si rischia solo di perdere voti, il passaparola che da qualche giorno va di moda nel Campo largo impone di tenere la bocca chiusa sulla patrimoniale, anche perché per essere efficace un’imposta sulla proprietà deve necessariamente raschiare il fondo del barile, ovvero colpire dai 500.000 euro in su. Al che nel mirino finirebbero moltissimi contribuenti i quali, pur non essendo ricchi nel vero senso della parola, magari a prezzo di svariati sacrifici sono riusciti a comprarsi una casa, oppure l’hanno ricevuta in eredità dai genitori. E adesso la coppia Bonelli e Fratoianni batte cassa, con i rischi recessivi che nel passato, quando Mario Monti introdusse l’Imu, ben conosciamo.
Il silenzio auto imposto tuttavia, vale solo sulla casa, che è il grande amore degli italiani. Perché se si gratta un po’ si capisce che a mettere tutti i compagni d’accordo è la tassazione delle rendite. Invece di colpire il mattone si colpiscono gli investimenti. Del resto, nel passato la sinistra ha spesso colpito i risparmi. È a tutti noto quello che accadde nel 1992, quando nella notte fra il 9 e il 10 luglio il governo di Giuliano Amato fece un prelievo forzoso sui risparmi degli italiani. Un sei per mille sottratto a tutti, ricchi e poveri, industriali e pensionati. Da lì in poi è stato un crescendo. Con Prodi è arrivata l’Eurotassa, imposta di scopo per avere la moneta unica, che colpì i redditi ma anche il Tfr. Quindi ci sono state l’imposta di bollo di Mario Monti (insieme con l’Imu) e la razionalizzazione del prelievo sul capital gain, con l’istituzione di un’aliquota fissa al 20% (al posto di quella precedente al 12,5%). Infine, ecco Matteo Renzi, che adesso accusa Giorgia Meloni di essere Lady tax pensando che gli italiani si siano dimenticati delle sue acrobazie fiscali. Con lui al governo il prelievo sul capital gain fu portato al 26%, ma senza consentire di dedurre le perdite. Adesso Stefano Patuanelli, luogotenente di Giuseppe Conte, dice che si deve spostare il carico di tasse dal lavoro alle rendite. Dunque, col Campo largo al governo è immaginabile che si arrivi al 30% o forse anche più. Siccome in altri Paesi, come ad esempio il Regno Unito, si paga tra il 10 e il 20, e in generale la media europea colloca il capital gain al 19, è facile immaginare, che se vincesse la sinistra, la prima cosa che faranno i ricconi sarà traslocare all’estero e spostare anche le proprie attività finanziare.
A pagare dunque saranno i soliti noti. Ovvero, come è già accaduto ai tempi di Monti, a essere colpiti saranno soprattutto i piccoli patrimoni, con un effetto regressivo. Quando l’ex rettore della Bocconi introdusse l’imposta di bollo ci fu chi parlò di mostro fiscale che agiva come un Robin Hood alla rovescia. Nel prossimo futuro, se vincessero Schlein e Conte come li definiranno? I Bonnie & Clyde dei risparmi, che prendono al ceto medio e lasciano ai ricchi?
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Pina Picierno all'evento di lancio del movimento Europeisti.eu a Milano (Ansa)
Proprio qui, nel 2013, Mario Monti provò a convertire in un’offerta politica i giorni accumulati a Palazzo Chigi grazie all’intervento del presidente Giorgio Napolitano dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi. Il marchio era quello di Scelta Civica, il programma era (a loro dire) «serissimo» e il risultato, per usare un eufemismo, non fu proprio una marcia trionfale. Tredici anni dopo, nello stesso teatro milanese, ci riprova. Nuovo nome, Europeisti.eu, sala piena (con più o meno le stesse facce di 13 anni fa), stesso interrogativo: il centro è una forza politica o una condizione dello spirito? Monti ha premesso di non avere «nulla da insegnare a nessuno». Poi ha snocciolato il suo curriculum europeo, lungo quasi sessant’anni. E ha anche ricordato di essere stato, insieme a Elsa Fornero, bersaglio del primo hate speech in Italia.
Alla fine, come spesso accade, tutti parlano di Roberto Vannacci. Del resto, più che di Altiero Spinelli l’introduzione è stata dedicata a Star Wars e alla principessa Leila e ai piani per distruggere la Morte Nera. Non è ancora chiaro se la Morte Nera sia il bipolarismo, il sovranismo, il campo largo, lo stesso Vannacci, Vladimir Putin o proprio l’ennesimo esperimento centrista italiano.
Ilaria Borletti Buitoni, già deputata montiana, se la prende con Lilli Gruber: «È grazie a lei se il generale prenderà migliaia di voti». Pina Picierno sostiene che la destra italiana abbia preferito Vannacci ad Adam Smith perdendo la sua identità liberale e scegliendo invece il populismo. Monti, invece, usa il generale per attaccare Giorgia Meloni. Per il senatore a vita, il premier ha trasformato l’«interesse nazionale» in una categoria elastica: se Vannacci mette in difficoltà la destra e regala qualcosa alla sinistra, allora non è più un problema della maggioranza, ma una ferita alla patria.
In platea ci sono Sergio Scalpelli e Piercamillo Falasca, c’è un pezzo di mondo radicale e socialista, ma soprattutto ci sono Carlo Calenda, Pina Picierno, Daniele Nahum, Carlo Cottarelli, Giuseppe De Mita, Sofia Ventura, Giuseppe Benedetto e persino la destra europeista di Filippo Rossi. C’è anche Luigi Marattin che prende subito le distanze da chi pensa che «Israele non ha il diritto di esistere» o da chi non vuole che i palestinesi sino finalmente liberi «da quei tagliagole da Hamas». Qualcuno se la prende con chi nel Pd vorrebbe proporre una patrimoniale.
Falasca invece alza il tiro contro il sistema italiano: «Dobbiamo hackerare il bipolarismo, sabotarlo. Il bipolarismo italiano è un bluff, è una truffa».
Nahum ha scelto invece l’attacco frontale («Picierno sarebbe stata un ottimo segretario dei dem» dice). Mentre sul Campo largo di Schlein, Conte e Fratoianni ha evocato Neville Chamberlain a Monaco 1938, accusandolo di pacifismo balordo sull’Ucraina, spesa facile e nessuna idea di crescita. Al centrodestra ha invece associato la leghista Silvia Sardone, la «re-immigrazione» e la politica identitaria.
Calenda ha chiuso con un tono allarmistico. Il leader di Azione sostiene che l’Europa rischia di cadere perché «l’età degli imperi è tornata» e noi, più che impero, rischiamo di diventare «colonie». Ha poi ridimensionato Meloni, Vannacci e il Campo largo a episodi della cronaca politica, sostenendo che questa generazione sarà giudicata non su quei nomi, ma sulla capacità di costruire gli Stati Uniti d’Europa. Ma il primo test per gli europeisti, più modestamente, sarà quello di aver una percentuale accettabile a livello nazionale.
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