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2019-10-14
I fuoriusciti: viaggio tra i cattolici che non stanno con nessun Papa
Se una parte di mondo cattolico dissente dalla linea del Pontificato di papa Francesco, c'è chi è forse meno spiazzato proprio perché, in dissenso, lo è da decenni. Come i componenti della Fraternità San Pio X, la società di vita apostolica tradizionalista fondata da monsignor Marcel François Lefebvre in argine a quelle che sono ritenute derive post Concilio Vaticano II non solo in riferimento alla messa novus ordo, ma anche, anzi soprattutto, alla «libertà religiosa». Concetto, questo, che, radicatosi nella Chiesa negli ultimi decenni, è ritenuto l'anticamera di un relativismo distruttore del cattolicesimo.
I «lefebvriani», come solitamente vengono chiamati, stando ai dati del 2015 hanno oltre 200 seminaristi, 186 religiose, 84 suore oblate, cinque conventi, sei seminari e tre vescovi. Le loro messe, rigorosamente tridentine, vantano una partecipazione media di circa 600.000 persone su scala mondiale. Notevole, considerando lo svuotamento dei seminari cattolici degli ultimi decenni, risulta la crescita dei sacerdoti facenti capito alla Fraternità che, da 30 che erano nel 1976, sono divenuti 180 dieci anni dopo, per salire a 354 nel 1996, a 622 nel 2015 e, ancora, a 658 nel giugno di quest'anno. Un'impennata di oltre il 2.000% in poco più di 40 anni.
Dal punto di vista dottrinale, la Fraternità non fa sconti al Pontificato attuale, soprattutto alla luce dei documenti come Amoris laetitia con cui, come noto, si sono formulate «aperture» nei confronti dei divorziati risposati per quanto riguarda l'accesso alla comunione. Secondo don Davide Pagliarani, superiore generale della San Pio X, questa enciclica «rappresenta, nella storia della Chiesa di questi ultimi anni, quello che Hiroshima e Nagasaki rappresentano per la storia del Giappone moderno: umanamente parlando, i danni sono irreparabili».
Ciò nonostante, secondo don Pagliarani non c'è nulla di cui stupirsi dal momento che la linea aperturista di papa Francesco sarebbe in perfetta coerenza con quella tracciata dal Concilio vaticano II. «La Chiesa sinodale, sempre in ascolto», secondo il superiore della Fraternità, costituisce infatti solo «l'ultima evoluzione della Chiesa collegiale, predicata dal Vaticano II». Di conseguenza, a detta del capo dei «lefebvriani» c'è ben poco di cui aspettarsi dal Sinodo sull'Amazzonia. «Abbiamo l'impressione che invece di lottare contro il paganesimo», ha evidenziato don Pagliarani, «la gerarchia attuale voglia assumerne e incorporarne i valori. Gli artigiani del prossimo sinodo si riferiscono a questi “segni dei tempi", cari a Giovanni XXIII, che bisogna scrutare come segni dello Spirito Santo». Il mondo tradizionalista non è però composto solo dalla Fraternità san Pio X che pure, per storia e seguito, ne rappresenta senza dubbio l'espressione principale.
Ancora più a destra, per così dire, della società religiosa fondata da monsignor Lefebvre, troviamo difatti l'Istituto Mater Boni Consilii, fondato nel 1985 da quattro sacerdoti italiani fino ad allora appartenenti alla Fraternità. Si tratta di una realtà sedevacantista e che quindi sposa una tesi estrema, vale a dire quella secondo cui dal 7 dicembre 1965 la sede apostolica è formalmente vacante, con la conseguenza che tutti i libri liturgici da allora promulgati non sono neppure considerabili cattolici, bensì testi praticamente nulli.
Ciò nonostante, e pur risultando probabilmente sconosciuto ai più, anche questo un sodalizio di tradizionalisti non sembra affatto prossimo all'estinzione, anzi. È in crescita. Lo conferma alla Verità don Ugolino Giugni che per l'Istituto Mater Boni Consilii dell'apostolato in Lombardia e Triveneto.
«L'Istituto nacque quattro sacerdoti: oggi ne conta 14, l'ultimo dei quali ordinato nel giugno scorso. Abbiamo cinque case, di cui tre all'estero in Francia, Belgio e Argentina», spiega il sacerdote. Che inoltre aggiunge: «Celebriamo la messa in nove Paesi. Solo in Italia, i centri messa serviti regolarmente sono 16. Abbiamo una rivista che esce in due lingue, un sito Internet e una casa editrice con più di 50 titoli pubblicati di teologia, catechesi, storia e attualità». «Inoltre», aggiunge don Giugni, «abbiamo un seminario in Piemonte a Verrua Savoia in cui formiamo i candidati al sacerdozio di domani. Quest'anno a settembre ci sono stati sei nuovi seminaristi provenienti da Polonia, Ungheria, Francia e Italia».
Alla crescita delle vocazioni corrisponde anche quella dei fedeli. «Certamente il numero dei fedeli che partecipano alle nostre Messe e pellegrinaggi è aumentato molto in questi ultimi anni e c'è sempre gente nuova che si avvicina al nostro Istituto», spiega infatti il sacerdote. Come prevedibile, anche don Giugni non nutre grandi aspettative, anzi, dal Sinodo sull'Amazzonia. «Staremo a vedere cosa uscirà fuori dal Sinodo amazzonico», afferma, «anche se già si parla di preti sposati o sacerdozio femminile ed ecologia green e inculturazione. È passata quasi inosservata dai media una cerimonia pagana avvenuta nei giardini vaticani il 4 ottobre scorso, festa di San Francesco, in cui una “sciamana" invocava la “madre terra" alla presenza di Jorge Mario Bergoglio e di alcuni cardinali riuniti. Cosa ci toccherà ancora sentire e vedere? Preghiamo perché il Signore Gesù abbia pietà della sua Chiesa e di noi».
Ora, al di là del Sinodo sull'Amazzonia, i cui esiti saranno noti tra non molti giorni, ciò che qui rileva è che realtà come la Fraternità San Pio X e l'Istituto Mater Boni Consilii, benché minoritarie e ignorate dai media, siano sorprendentemente in crescita. In numeri ancora ridotti, d'accordo: ma comunque in crescita. Il che alimenta un dubbio: si tratta forse di casi isolati o, meglio, di un puro caso? Non si direbbe. Uno studio pubblicato nel novembre 2017 su Sociological Science a firma di Sean Bock, sociologo di Harvard, ha infatti concluso come negli Stati Uniti solo «la religione moderata» sia «in declino»; viceversa, gli evangelici conservatori e in generale quanti hanno convinzioni che molti giudicherebbero anacronistiche sono stabili, quando non avanzano.
Un fenomeno che sembra avere motivazioni teologiche prima che sociologiche, come indica una ricerca quinquennale apparsa nel 2016 su Review of religious research che, realizzata esaminando un campione di oltre 2.250 fedeli suddivisi tra 22 congregazioni, 13 in calo e 9 in espansione, ha concluso come il conservatorismo teologico del clero e dei fedeli sia un fattore predittivo della crescita di una chiesa. Le «aperture» dottrinali che tanto allietano la stampa laica, insomma, non giovano al cristianesimo. Anzi, ne accelerano il declino.
Tutto ciò era stato previsto già nel lontano 1972 dallo studioso Dean M. Kelley nel suo volume Why conservative churches are growing (Harper & Row) con cui, in piena primavera secolarista, pronosticava la riscossa della religione conservatrice, basata su rigidi codici morali. Una lezione che il mondo tradizionalista sembra aver appreso alla grande. Al contrario, tocca dire, di quanto accade in casa cattolica.
Il Sinodo in corso va verso un compromesso
«Non sarà Roma a dirci quello che dobbiamo fare in Germania», disse il cardinale Reinhard Marx, capo dei vescovi tedeschi, nel periodo tra il sinodo sulla famiglia del 2014 e quello del 2015. È una frase importante per comprendere i tempi che sta vivendo la Chiesa, che molti vorrebbero in pericolo di nuovi scismi, come già tante volte è accaduto nella storia.
Oggi con il Sinodo panamazzonico in corso è sempre la Chiesa tedesca ad alimentare le dicerie scismatiche con un suo Sinodo nazionale. Il cardinale Rainer Woelki, arcivescovo di Colonia, ha dichiarato che avverte il timore che il «“cammino sinodale" intrapreso dall'episcopato tedesco porti a uno scisma nella Chiesa tedesca e in quella universale». Peraltro nel settembre scorso anche il Vaticano ha scritto due lettere ai vescovi tedeschi per richiamarli all'ordine: «La conferenza episcopale non può dare effetto legale alle risoluzioni, ciò è al di fuori delle sue competenze».
I temi dell'agenda tedesca riguardano la diluizione del celibato sacerdotale (con la tentazione di aprire ai cosiddetti viri probati), nuovi ministeri per le donne, le tematiche di morale sessuale (fra cui le proposte di benedizione per coppie gay in chiesa). È facile sentire assonanze con quanto si sta discutendo in questi giorni in Vaticano per il caso amazzonico: viri probati e possibili diaconesse, entrambi oggetto di forti spinte e critiche al tempo stesso. Per il Sinodo amazzonico non mancano voci che parlano di un'assemblea apertamente scismatica, viste anche le sue venature panteiste e indigeniste.
Lo stesso papa Francesco, durante la conferenza stampa sull'aereo di ritorno dall'ultimo viaggio apostolico, ha ammesso che uno scisma è possibile. Il Papa ha detto di non aver «paura degli scismi, prego perché non ce ne siano»; l'affermazione seguiva una dichiarazione su un libro scritto dal vaticanista francese Nicolas Senèze, che ipotizza un complotto politico-mediatico orchestrato da ambienti della destra americana contro il Papato. In effetti, negli ambienti conservatori della Chiesa statunitense ci sono malumori nei confronti di alcune scelte e parole di papa Jorge Mario Bergoglio, ma è ben difficile che uno scisma possa originarsi a queste latitudini.
Salvo sorprese non ci sarà alcuno scisma formale, né da destra, né da sinistra. Ed è questa la vera cifra della Chiesa di oggi, ormai prigioniera della liquidità culturale. Molti studiosi, laici e consacrati, ritengono che la Chiesa sia già in una situazione di scisma di fatto, con due fazioni che la abitano: da una parte i critici del Papato di Francesco, ma che per essere cattolici sanno che occorre riconoscere Francesco come Papa; dall'altra quelli che lo sostengono con entusiasmo perché pare promuovere il loro insegnamento ambiguo sia a livello dottrinale sia pastorale. La «rivoluzione» di Francesco procede a colpi di «conversioni pastorali», per cui si dice che non si cambia la dottrina, mentre si propone una pastorale che di fatto la mette a rischio. È accaduto con l'esortazione apostolica Amoris laetitia e la comunione ai divorziati risposati, e probabilmente accadrà al termine del Sinodo panamazzonico: si ordineranno al sacerdozio uomini sposati ad experimentum e solo per quell'area, magari si presenterà anche una forma di ministero per le donne che non si chiamerà diaconato, ma nello stesso tempo si dirà che non si tocca il celibato sacerdotale e il ministero ordinato. E così si aprono processi, come ha dichiarato il cardinale Gerhard Müller: «Se in Amazzonia si ordinano al sacerdozio uomini stimabili che vivono unioni dichiaratamente stabili, al fine di fornire i sacramenti alla comunità, perché questo non dovrebbe infine rappresentare anche la leva per introdurre i viri probati in Germania, dove il celibato non è più accettato nella società?».
In questo modo, con la logica del «no, ma anche sì», a destra possono continuare ad affermare che la dottrina rimane intatta, a sinistra, invece, si fa come se ognuno potesse interpretarla a seconda delle situazioni. Più che a possibili scismi, ci si trova di fronte a una progressiva deriva protestantizzante della Chiesa cattolica, in cui ognuno, a casa sua, fa un po' come gli pare.
«La confusione nella Chiesa ha già dato vita a una “doppia religione”»
Storico e presidente della Fondazione Lepanto, il professor Roberto De Mattei è un profondo conoscitore della galassia tradizionalista, in cui coglie almeno tre anime. «Nella Chiesa oggi c'è uno scisma di fatto», aggiunge, «una divisione materiale anche se non giuridicamente consumata».
Quali filoni tradizionalisti individua?
«Il primo è quello sedevacantista che risale agli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II. Per loro scelta si sono separati dalla Chiesa ufficiale perché non riconoscono i Papi da Paolo VI in poi, né cardinali né vescovi. In Italia il punto di riferimento più conosciuto è don Francesco Ricossa e la sua comunità. Hanno le loro cappelle, i loro sacerdoti, il loro apostolato. È un mondo a sé stante».
Sono scismatici?
«È una definizione che rifiuterebbero. Ma se per scisma si intende una rottura giuridica, allora si possono definire scismatici perché si situano al di fuori della Chiesa di cui non riconoscono la gerarchia».
Poi ci sono i lefebvriani.
«Non mi piace questa parola, sembra ritenere che quel gruppo di cattolici si riduca alle idee di monsignor Marcel Lefebvre. Li chiamerei semplicemente tradizionalisti. È improprio applicare alla Fraternità San Pio X il termine scismatici. Secondo il diritto canonico sono in posizione irregolare, senza dubbio; tuttavia, papa Francesco non solo ha tolto le scomuniche, ma ha fatto di più: ha restituito loro una forma di giurisdizione perché li ha autorizzati ad amministrare i sacramenti».
Perché questo è un discrimine importante?
«Perché i sacramenti da loro amministrati sono validi. La loro situazione non è sanata del tutto, hanno ancora negoziati in corso, non sono reintegrati, ma non si possono definire scismatici».
Monsignor Lefebvre non aveva consacrato quattro vescovi?
«Sì, nel 1988, e questo è all'origine della scomunica. Ma da allora non ne sono stati fatti altri. Tant'è vero che l'attuale superiore generale, don Pagliarani, è un semplice sacerdote, mentre il precedente, monsignor Bernard Fellay, era uno dei quattro ordinati da Lefebvre».
Veniamo al terzo filone del dissenso cattolico.
«È quello legato al cardinale Raymond Leo Burke, a vescovi come monsignor Carlo Maria Viganò e monsignor Athanasius Schneider, che ha preso forma con i dubia manifestati da quattro cardinali. Io stesso mi riconosco in questo contesto di resistenza a Francesco che non ha subìto sanzioni canoniche ma puramente mediatiche: veniamo dipinti e marginalizzati come i nemici del pontefice, coloro che portano la divisione nella Chiesa. Ci sarebbe poi una quarta posizione, molto ardita».
A che cosa si riferisce?
«Potremmo chiamarli nuovi sedevacantisti. Un fenomeno nato negli ultimi anni. Sono cattolici non tradizionalisti in senso stretto, in quanto (a differenza della Fraternità San Pio X) accettano pienamente il Concilio, ma affermano che il vero Papa è Benedetto XVI, non Francesco».
Per un'irregolarità nell'elezione o la sostanza degli insegnamenti?
«Da una parte ritengono invalida la rinuncia di Benedetto XVI, dall'altro contestano il conclave. Sono affermazioni forti perché non ci sono le prove. È comunque un movimento più diffuso di quanto si può credere: molti laici e molti preti in privato mi dicono di essere convinti che il vero Papa sia Benedetto XVI, ma non escono allo scoperto».
Il movimento tradizionalista è comunque in crescita?
«Non c'è dubbio. L'importante è conoscere le sue anime e non fare di ogni erba un fascio. Io sono favorevole a una collaborazione tra tutte le forze che si richiamano alla tradizione. Direi che in questo momento c'è un'unica Chiesa, con Francesco legittimo Papa, ma con due religioni. La religione tradizionale, quella che si riconosce nel magistero di sempre, e una nuova religione che sta venendo alla luce in maniera più chiara con questo Sinodo sull'Amazzonia».
Che cosa dice questa nuova religione?
«Il partito amazzonico nega il celibato dei preti, afferma la possibilità di affidare ministeri sacerdotali alle donne, ha una visione panteista della natura, arriva a mettere in dubbio la divinità di Cristo e i dogmi della risurrezione e del peccato originale. Oggi esiste uno scisma di fatto, una divisione materiale benché non giuridicamente consumata».
Quanto durerà questa scissione?
«Difficile dirlo. Nessuno vuole uscire dalla Chiesa: non i tradizionalisti e nemmeno il partito ultraprogressista, che una volta fuori perderebbe tutta la sua influenza. È una situazione complicata e drammatica».
Che intervento auspica per sciogliere questo nodo?
«Auspico chiarezza in questa confusione deliberatamente provocata. Quando le posizioni sono chiare, le idee si confrontano e la verità è destinata a prevalere sull'errore. Viceversa le idee false, per vincere, hanno bisogno di un'atmosfera di ambiguità, confusione ed equivoci come l'attuale. Auspico che cardinali e vescovi, gli esponenti della Chiesa docente, si esprimano con chiarezza, e abbiano lo stesso coraggio anche i progressisti. La grande maggioranza dei fedeli moderati, che oscillano tra i due poli dell'ortodossia e dell'eterodossia, deve poter prendere posizione».
E il Papa?
«Sia più chiaro anche Francesco, che resta spesso nell'ambiguità anche se tutto quello che fa è di appoggio al partito dell'eterodossia».
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Dalla Fraternità San Pio X, fondata da Lefebvre nel 1970 in polemica col Concilio, all'Istituto Mater Boni Consilii. Mentre il clero progressista è in «ritirata», i tradizionalisti, anche se in rotta con Roma, riempiono i seminari. Il Sinodo in corso va verso un compromesso. Dissidi su preti sposati e diaconesse. Probabile accordo al ribasso: dottrina ribadita ma pastorale lassista. «La confusione nella Chiesa ha già dato vita a una "doppia religione"». Il presidente della Fondazione Lepanto Roberto De Mattei descrive una fase drammatica per i fedeli: «C'è uno scisma di fatto, ma né i tradizionalisti né il partito amazzonico usciranno». Lo speciale comprende tre articoli. Se una parte di mondo cattolico dissente dalla linea del Pontificato di papa Francesco, c'è chi è forse meno spiazzato proprio perché, in dissenso, lo è da decenni. Come i componenti della Fraternità San Pio X, la società di vita apostolica tradizionalista fondata da monsignor Marcel François Lefebvre in argine a quelle che sono ritenute derive post Concilio Vaticano II non solo in riferimento alla messa novus ordo, ma anche, anzi soprattutto, alla «libertà religiosa». Concetto, questo, che, radicatosi nella Chiesa negli ultimi decenni, è ritenuto l'anticamera di un relativismo distruttore del cattolicesimo. I «lefebvriani», come solitamente vengono chiamati, stando ai dati del 2015 hanno oltre 200 seminaristi, 186 religiose, 84 suore oblate, cinque conventi, sei seminari e tre vescovi. Le loro messe, rigorosamente tridentine, vantano una partecipazione media di circa 600.000 persone su scala mondiale. Notevole, considerando lo svuotamento dei seminari cattolici degli ultimi decenni, risulta la crescita dei sacerdoti facenti capito alla Fraternità che, da 30 che erano nel 1976, sono divenuti 180 dieci anni dopo, per salire a 354 nel 1996, a 622 nel 2015 e, ancora, a 658 nel giugno di quest'anno. Un'impennata di oltre il 2.000% in poco più di 40 anni. Dal punto di vista dottrinale, la Fraternità non fa sconti al Pontificato attuale, soprattutto alla luce dei documenti come Amoris laetitia con cui, come noto, si sono formulate «aperture» nei confronti dei divorziati risposati per quanto riguarda l'accesso alla comunione. Secondo don Davide Pagliarani, superiore generale della San Pio X, questa enciclica «rappresenta, nella storia della Chiesa di questi ultimi anni, quello che Hiroshima e Nagasaki rappresentano per la storia del Giappone moderno: umanamente parlando, i danni sono irreparabili». Ciò nonostante, secondo don Pagliarani non c'è nulla di cui stupirsi dal momento che la linea aperturista di papa Francesco sarebbe in perfetta coerenza con quella tracciata dal Concilio vaticano II. «La Chiesa sinodale, sempre in ascolto», secondo il superiore della Fraternità, costituisce infatti solo «l'ultima evoluzione della Chiesa collegiale, predicata dal Vaticano II». Di conseguenza, a detta del capo dei «lefebvriani» c'è ben poco di cui aspettarsi dal Sinodo sull'Amazzonia. «Abbiamo l'impressione che invece di lottare contro il paganesimo», ha evidenziato don Pagliarani, «la gerarchia attuale voglia assumerne e incorporarne i valori. Gli artigiani del prossimo sinodo si riferiscono a questi “segni dei tempi", cari a Giovanni XXIII, che bisogna scrutare come segni dello Spirito Santo». Il mondo tradizionalista non è però composto solo dalla Fraternità san Pio X che pure, per storia e seguito, ne rappresenta senza dubbio l'espressione principale. Ancora più a destra, per così dire, della società religiosa fondata da monsignor Lefebvre, troviamo difatti l'Istituto Mater Boni Consilii, fondato nel 1985 da quattro sacerdoti italiani fino ad allora appartenenti alla Fraternità. Si tratta di una realtà sedevacantista e che quindi sposa una tesi estrema, vale a dire quella secondo cui dal 7 dicembre 1965 la sede apostolica è formalmente vacante, con la conseguenza che tutti i libri liturgici da allora promulgati non sono neppure considerabili cattolici, bensì testi praticamente nulli. Ciò nonostante, e pur risultando probabilmente sconosciuto ai più, anche questo un sodalizio di tradizionalisti non sembra affatto prossimo all'estinzione, anzi. È in crescita. Lo conferma alla Verità don Ugolino Giugni che per l'Istituto Mater Boni Consilii dell'apostolato in Lombardia e Triveneto. «L'Istituto nacque quattro sacerdoti: oggi ne conta 14, l'ultimo dei quali ordinato nel giugno scorso. Abbiamo cinque case, di cui tre all'estero in Francia, Belgio e Argentina», spiega il sacerdote. Che inoltre aggiunge: «Celebriamo la messa in nove Paesi. Solo in Italia, i centri messa serviti regolarmente sono 16. Abbiamo una rivista che esce in due lingue, un sito Internet e una casa editrice con più di 50 titoli pubblicati di teologia, catechesi, storia e attualità». «Inoltre», aggiunge don Giugni, «abbiamo un seminario in Piemonte a Verrua Savoia in cui formiamo i candidati al sacerdozio di domani. Quest'anno a settembre ci sono stati sei nuovi seminaristi provenienti da Polonia, Ungheria, Francia e Italia». Alla crescita delle vocazioni corrisponde anche quella dei fedeli. «Certamente il numero dei fedeli che partecipano alle nostre Messe e pellegrinaggi è aumentato molto in questi ultimi anni e c'è sempre gente nuova che si avvicina al nostro Istituto», spiega infatti il sacerdote. Come prevedibile, anche don Giugni non nutre grandi aspettative, anzi, dal Sinodo sull'Amazzonia. «Staremo a vedere cosa uscirà fuori dal Sinodo amazzonico», afferma, «anche se già si parla di preti sposati o sacerdozio femminile ed ecologia green e inculturazione. È passata quasi inosservata dai media una cerimonia pagana avvenuta nei giardini vaticani il 4 ottobre scorso, festa di San Francesco, in cui una “sciamana" invocava la “madre terra" alla presenza di Jorge Mario Bergoglio e di alcuni cardinali riuniti. Cosa ci toccherà ancora sentire e vedere? Preghiamo perché il Signore Gesù abbia pietà della sua Chiesa e di noi». Ora, al di là del Sinodo sull'Amazzonia, i cui esiti saranno noti tra non molti giorni, ciò che qui rileva è che realtà come la Fraternità San Pio X e l'Istituto Mater Boni Consilii, benché minoritarie e ignorate dai media, siano sorprendentemente in crescita. In numeri ancora ridotti, d'accordo: ma comunque in crescita. Il che alimenta un dubbio: si tratta forse di casi isolati o, meglio, di un puro caso? Non si direbbe. Uno studio pubblicato nel novembre 2017 su Sociological Science a firma di Sean Bock, sociologo di Harvard, ha infatti concluso come negli Stati Uniti solo «la religione moderata» sia «in declino»; viceversa, gli evangelici conservatori e in generale quanti hanno convinzioni che molti giudicherebbero anacronistiche sono stabili, quando non avanzano. Un fenomeno che sembra avere motivazioni teologiche prima che sociologiche, come indica una ricerca quinquennale apparsa nel 2016 su Review of religious research che, realizzata esaminando un campione di oltre 2.250 fedeli suddivisi tra 22 congregazioni, 13 in calo e 9 in espansione, ha concluso come il conservatorismo teologico del clero e dei fedeli sia un fattore predittivo della crescita di una chiesa. Le «aperture» dottrinali che tanto allietano la stampa laica, insomma, non giovano al cristianesimo. Anzi, ne accelerano il declino. Tutto ciò era stato previsto già nel lontano 1972 dallo studioso Dean M. Kelley nel suo volume Why conservative churches are growing (Harper & Row) con cui, in piena primavera secolarista, pronosticava la riscossa della religione conservatrice, basata su rigidi codici morali. Una lezione che il mondo tradizionalista sembra aver appreso alla grande. 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Oggi con il Sinodo panamazzonico in corso è sempre la Chiesa tedesca ad alimentare le dicerie scismatiche con un suo Sinodo nazionale. Il cardinale Rainer Woelki, arcivescovo di Colonia, ha dichiarato che avverte il timore che il «“cammino sinodale" intrapreso dall'episcopato tedesco porti a uno scisma nella Chiesa tedesca e in quella universale». Peraltro nel settembre scorso anche il Vaticano ha scritto due lettere ai vescovi tedeschi per richiamarli all'ordine: «La conferenza episcopale non può dare effetto legale alle risoluzioni, ciò è al di fuori delle sue competenze». I temi dell'agenda tedesca riguardano la diluizione del celibato sacerdotale (con la tentazione di aprire ai cosiddetti viri probati), nuovi ministeri per le donne, le tematiche di morale sessuale (fra cui le proposte di benedizione per coppie gay in chiesa). 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In effetti, negli ambienti conservatori della Chiesa statunitense ci sono malumori nei confronti di alcune scelte e parole di papa Jorge Mario Bergoglio, ma è ben difficile che uno scisma possa originarsi a queste latitudini. Salvo sorprese non ci sarà alcuno scisma formale, né da destra, né da sinistra. Ed è questa la vera cifra della Chiesa di oggi, ormai prigioniera della liquidità culturale. Molti studiosi, laici e consacrati, ritengono che la Chiesa sia già in una situazione di scisma di fatto, con due fazioni che la abitano: da una parte i critici del Papato di Francesco, ma che per essere cattolici sanno che occorre riconoscere Francesco come Papa; dall'altra quelli che lo sostengono con entusiasmo perché pare promuovere il loro insegnamento ambiguo sia a livello dottrinale sia pastorale. La «rivoluzione» di Francesco procede a colpi di «conversioni pastorali», per cui si dice che non si cambia la dottrina, mentre si propone una pastorale che di fatto la mette a rischio. È accaduto con l'esortazione apostolica Amoris laetitia e la comunione ai divorziati risposati, e probabilmente accadrà al termine del Sinodo panamazzonico: si ordineranno al sacerdozio uomini sposati ad experimentum e solo per quell'area, magari si presenterà anche una forma di ministero per le donne che non si chiamerà diaconato, ma nello stesso tempo si dirà che non si tocca il celibato sacerdotale e il ministero ordinato. E così si aprono processi, come ha dichiarato il cardinale Gerhard Müller: «Se in Amazzonia si ordinano al sacerdozio uomini stimabili che vivono unioni dichiaratamente stabili, al fine di fornire i sacramenti alla comunità, perché questo non dovrebbe infine rappresentare anche la leva per introdurre i viri probati in Germania, dove il celibato non è più accettato nella società?». In questo modo, con la logica del «no, ma anche sì», a destra possono continuare ad affermare che la dottrina rimane intatta, a sinistra, invece, si fa come se ognuno potesse interpretarla a seconda delle situazioni. 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Quali filoni tradizionalisti individua? «Il primo è quello sedevacantista che risale agli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II. Per loro scelta si sono separati dalla Chiesa ufficiale perché non riconoscono i Papi da Paolo VI in poi, né cardinali né vescovi. In Italia il punto di riferimento più conosciuto è don Francesco Ricossa e la sua comunità. Hanno le loro cappelle, i loro sacerdoti, il loro apostolato. È un mondo a sé stante». Sono scismatici? «È una definizione che rifiuterebbero. Ma se per scisma si intende una rottura giuridica, allora si possono definire scismatici perché si situano al di fuori della Chiesa di cui non riconoscono la gerarchia». Poi ci sono i lefebvriani. «Non mi piace questa parola, sembra ritenere che quel gruppo di cattolici si riduca alle idee di monsignor Marcel Lefebvre. Li chiamerei semplicemente tradizionalisti. È improprio applicare alla Fraternità San Pio X il termine scismatici. Secondo il diritto canonico sono in posizione irregolare, senza dubbio; tuttavia, papa Francesco non solo ha tolto le scomuniche, ma ha fatto di più: ha restituito loro una forma di giurisdizione perché li ha autorizzati ad amministrare i sacramenti». Perché questo è un discrimine importante? «Perché i sacramenti da loro amministrati sono validi. La loro situazione non è sanata del tutto, hanno ancora negoziati in corso, non sono reintegrati, ma non si possono definire scismatici». Monsignor Lefebvre non aveva consacrato quattro vescovi? «Sì, nel 1988, e questo è all'origine della scomunica. Ma da allora non ne sono stati fatti altri. Tant'è vero che l'attuale superiore generale, don Pagliarani, è un semplice sacerdote, mentre il precedente, monsignor Bernard Fellay, era uno dei quattro ordinati da Lefebvre». Veniamo al terzo filone del dissenso cattolico. «È quello legato al cardinale Raymond Leo Burke, a vescovi come monsignor Carlo Maria Viganò e monsignor Athanasius Schneider, che ha preso forma con i dubia manifestati da quattro cardinali. Io stesso mi riconosco in questo contesto di resistenza a Francesco che non ha subìto sanzioni canoniche ma puramente mediatiche: veniamo dipinti e marginalizzati come i nemici del pontefice, coloro che portano la divisione nella Chiesa. Ci sarebbe poi una quarta posizione, molto ardita». A che cosa si riferisce? «Potremmo chiamarli nuovi sedevacantisti. Un fenomeno nato negli ultimi anni. Sono cattolici non tradizionalisti in senso stretto, in quanto (a differenza della Fraternità San Pio X) accettano pienamente il Concilio, ma affermano che il vero Papa è Benedetto XVI, non Francesco». Per un'irregolarità nell'elezione o la sostanza degli insegnamenti? «Da una parte ritengono invalida la rinuncia di Benedetto XVI, dall'altro contestano il conclave. Sono affermazioni forti perché non ci sono le prove. È comunque un movimento più diffuso di quanto si può credere: molti laici e molti preti in privato mi dicono di essere convinti che il vero Papa sia Benedetto XVI, ma non escono allo scoperto». Il movimento tradizionalista è comunque in crescita? «Non c'è dubbio. L'importante è conoscere le sue anime e non fare di ogni erba un fascio. Io sono favorevole a una collaborazione tra tutte le forze che si richiamano alla tradizione. Direi che in questo momento c'è un'unica Chiesa, con Francesco legittimo Papa, ma con due religioni. La religione tradizionale, quella che si riconosce nel magistero di sempre, e una nuova religione che sta venendo alla luce in maniera più chiara con questo Sinodo sull'Amazzonia». Che cosa dice questa nuova religione? «Il partito amazzonico nega il celibato dei preti, afferma la possibilità di affidare ministeri sacerdotali alle donne, ha una visione panteista della natura, arriva a mettere in dubbio la divinità di Cristo e i dogmi della risurrezione e del peccato originale. Oggi esiste uno scisma di fatto, una divisione materiale benché non giuridicamente consumata». Quanto durerà questa scissione? «Difficile dirlo. Nessuno vuole uscire dalla Chiesa: non i tradizionalisti e nemmeno il partito ultraprogressista, che una volta fuori perderebbe tutta la sua influenza. È una situazione complicata e drammatica». Che intervento auspica per sciogliere questo nodo? «Auspico chiarezza in questa confusione deliberatamente provocata. Quando le posizioni sono chiare, le idee si confrontano e la verità è destinata a prevalere sull'errore. Viceversa le idee false, per vincere, hanno bisogno di un'atmosfera di ambiguità, confusione ed equivoci come l'attuale. Auspico che cardinali e vescovi, gli esponenti della Chiesa docente, si esprimano con chiarezza, e abbiano lo stesso coraggio anche i progressisti. La grande maggioranza dei fedeli moderati, che oscillano tra i due poli dell'ortodossia e dell'eterodossia, deve poter prendere posizione». E il Papa? «Sia più chiaro anche Francesco, che resta spesso nell'ambiguità anche se tutto quello che fa è di appoggio al partito dell'eterodossia».
(Imagoeconomica)
Erano convinti che a Palazzo Chigi sarebbe stato una docile marionetta nelle loro mani, una bella statuina da girare e raggirare con facilità.
La storia ha dimostrato che si sbagliavano e il primo a fare la sgradita scoperta fu lo stesso Salvini, che nell’estate del 2019 decise di far cadere il governo e di invocare le elezioni anticipate per capitalizzare il 34% preso alle Europee. Purtroppo, l’allora ministro dell’Interno non aveva fatto i conti con le capacità camaleontiche di Conte il quale, abbandonati i toni felpati assunti fino ad allora, mostrò il suo vero volto. Con una ferocia inaspettata, il fu Avvocato del popolo attaccò Salvini nell’aula del Senato avendolo accanto. Tanta crudeltà nascondeva una giravolta già decisa, che consentì al professore di Volturara Appula di passare senza soluzione di continuità da un esecutivo spostato a destra, con la Lega, a uno spostato a sinistra, con il Pd. Ma sempre con lui premier.
Ecco, quella fu la prima volta in cui si capì che il vero caimano non era Silvio Berlusconi, a cui la stampa di sinistra aveva affibbiato il soprannome, ma Giuseppe Conte, uno con l’aria mite ma le mascelle d’acciaio, capaci di triturare qualsiasi avversario. Da alligatore voracissimo, in otto anni - tanti ne ha finora accumulati sulla scena politica - il Camaleconte ha ingoiato senza batter ciglio Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, Alessandro Di Battista e Virginia Raggi, Danilo Toninelli e Vincenzo Spadafora e, da ultima, Chiara Appendino. Nell’elenco delle vittime del professore, cresciuto nelle grazie di Villa Nazareth, collegio vigilato dalla segreteria di Stato vaticana, non può certo essere dimenticato il fondatore dei 5 stelle, ovvero Beppe Grillo, che pur avendo provato a contrastare l’avanzata di Conte, alla fine ha dovuto ripiegare, costretto a lasciare campo largo all’ex premier.
Ecco, appunto, il campo largo. Da quando l’Anm ha sconfitto il governo sulla riforma della giustizia, l’avvocato di Volturara Appula sogna un ritorno trionfale a Palazzo Chigi. Prima ancora che gli altri leader di centrosinistra parlassero, lunedì scorso lui si era già preso la scena, convocando una conferenza stampa per commentare il risultato del referendum. Da allora, ed è passata una settimana, Conte non ha più smesso di dichiarare, passando dalle interviste ai talk show e viceversa, ma soprattutto aggiustando il tiro con una serie di capriole: non più contrario ad aiutare l’Ucraina e nemmeno più ostile alle regole europee, e magari, presto, pure non più a ostile Trump. In campagna elettorale prima ancora che siano indette le elezioni, Conte si è subito candidato alle primarie della coalizione, convinto che in un duello con Elly Schlein - ma anche con Silvia Salis, Ernesto Maria Ruffini e chiunque altro volesse sfidarlo - non ci sarebbe partita. Quelli che se ne intendono, in effetti, dicono che il Caimano a 5 stelle ingoierebbe tutti gli avversari. Prova ne sia che Matteo Renzi non soltanto si guarda bene dall’intralciargli la strada, ma addirittura si è affrettato a dire che non c’è alcuna preclusione nei confronti del leader pentastellato e le primarie per la sinistra sarebbero una benedizione.
Ma c’è chi va anche oltre. Paolo Mieli, ad esempio. L’ex direttore del Corriere ieri ha vergato un editoriale per suggerire a Elly Schlein di lasciare a Conte il ruolo di competitore contro Giorgia Meloni. L’ex premier avrebbe il vantaggio di essere già stato a Palazzo Chigi con una coalizione di cui faceva parte il Pd. «Cedendogli lo scettro eviterebbe una contesa insidiosa, dai probabili risvolti destabilizzanti», ha scritto l’inventore del cerchiobottismo. «Sarebbe una prova di saggezza da parte sua cedere il passo a un leader che ha 20 anni più di lei. Il futuro, ne siamo certi, la ripagherebbe». Non sono sicuro, al contrario di Mieli, che il futuro o Conte ripagherebbero il passo indietro. Però sono certo che gli italiani ricordano bene i guasti provocati dall’ex presidente del Consiglio, a cominciare dal reddito di cittadinanza per finire con il Superbonus. Ma ancor di più credo che abbiano memoria dei lockdown e della gestione dell’emergenza Covid, con l’Italia messa in stand by, i punti Primula di Domenico Arcuri, i banchi a rotelle, eccetera. Così come penso non abbiamo dimenticato i voltafaccia sulle misure anti migranti. Per questo mi viene spontanea una domanda: rimettereste il Paese nelle mani di costui?
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Il cancelliere tedesco Merz con il presidente siriano al-Sharaa (Getty Images)
È l’accordo che il governo tedesco ha raggiunto a Berlino, dove lo stesso Merz e il presidente della Repubblica, Frank-Walter Steinmeier, hanno ricevuto - tra proteste e malumori - il leader di Damasco. L’uomo che, deposta la scimitarra, ha cambiato anche nome: non è più il combattente Abu Muhammad al-Jolani, bensì il politico in giacca e cravatta Ahmad Husayn al-Sharaa.
È stato lui a coniare il neologismo che indica il rientro a casa volontario dei siriani: un modello che permetta loro, ha detto al-Sharaa, «di contribuire alla ricostruzione della loro patria senza dover abbandonare la vita stabile che si sono costruiti» in Germania. Per la verità, il principale contributo alla ricostruzione del Paese, reduce da anni di guerra civile, lo darà proprio la Germania: Merz ha accettato di stanziare, già quest’anno, 200 milioni per adeguare la rete idrica e ristrutturare gli ospedali siriani. È il prezzo da pagare per rispedire indietro gli immigrati che Angela Merkel, undici anni fa, aveva iniziato ad accogliere a braccia aperte, all’apice della crisi umanitaria in Medio Oriente.
Il 31 agosto 2015, dopo aver visitato un centro per rifugiati a Dresda, la cancelliera cristiano-democratica pronunciò una frase passata alla storia: «Wir schaffen das!», «Possiamo farcela!». Fu lo «Yes, we can!» con i crauti, pensato per convincere i cittadini ad accettare l’ingresso di 1 milione e 200.000 richiedenti asilo nel biennio 2015-2016, il 35-40% dei quali provenienti dalla Siria. Dietro l’afflato di carità, si celavano motivazioni ben più materialistiche: la Merkel aveva intravisto la possibilità di importare la manodopera a basso costo di cui l’industria tedesca aveva bisogno per rimanere competitiva sui mercati. Ma nel giro di pochi mesi, iniziarono i guai: la notte di Capodanno, i nuovi arrivati, in primis nordafricani e afgani, ringraziarono per l’ospitalità organizzando molestie e stupri di gruppo in varie città. Gli episodi più gravi avvennero a Colonia, ma aggressioni analoghe si verificarono pure altrove, da Amburgo a Stoccarda. Le autorità fecero di tutto per occultare la notizia, finendo per indignare ancora di più l’opinione pubblica.
In seguito, vennero le ondate di attentati e di assalti all’arma bianca, che costrinsero persino il socialdemocratico Olaf Scholz a un giro di vite: sospensione di Schengen, reintroduzione dei controlli ai confini, espulsione dei criminali anche in Paesi che si farebbe fatica a considerare sicuri, tipo l’Afghanistan. È la stessa strada battuta dal governo in carica di Cdu e Spd, che ha attivato un canale con Kabul e adesso, pur di mandar via i siriani, sdogana l’ex miliziano di Damasco. Reduce da trasferte di successo negli Stati Uniti di Trump e nella Francia di Emmanuel Macron.
Così, l’intesa di ieri completa il matricidio cristiano-democratico: Merz rinnega la Merkel. La quale, nel 2024, in occasione della presentazione della sua autobiografia, Libertà, insisteva: «Fu giusto accogliere quei rifugiati. Quale sarebbe stata l’alternativa? Respingere i profughi alle frontiere con gli idranti?». Intanto, rivendicava l’altra furbata tedesca: l’accordo da 6 miliardi di euro con la Turchia di Recep Erdogan, che consentì al Paese, una volta soddisfatte le richieste delle imprese, di chiudere le porte e scaricare sulle nazioni mediterranee barconi e naufragi. Un esempio che deve aver convinto Merz ad allentare i cordoni della borsa a beneficio del collega mediorientale.
Il cancelliere, ieri, ha dichiarato che «la maggior parte dei siriani desidera tornare nel proprio Paese». Tutto sta a instaurare anche lì uno «Stato di diritto» e garantire la tutela dei cittadini, «indipendentemente dalla loro religione, etnia o genere». A Berlino, però, hanno talmente fretta di sgomberare le strade dagli indesiderati, che sembrano disposti ad accontentarsi di impegni puramente verbali. Al-Sharaa ha giurato: «Vogliamo diventare uno Stato di istituzioni, in cui tutte le componenti della società possano vivere senza paura». «Tutte le minoranze», ha proclamato, «dovranno godere dei diritti». Nel frattempo, però, i cristiani continuano a essere oggetto di abusi.
Gli ultimi episodi si sono verificati, in questi giorni, ad Al-Suqaylabiyah, l’unico centro del governatorato di Hama a maggioranza greco-ortodossa. Una lite scoppiata per la vendita di alcolici in un negozio, che per gli islamici va proibita e che è stata già bandita quasi ovunque a Damasco, ha provocato pesanti rappresaglie: orde di giovani radicalizzati, a bordo di motociclette, hanno devastato vetrine, locali e una statua della Madonna, per poi aggredire e insultare ragazze cristiane. La comunità è stata costretta a celebrare in modo molto discreto la Domenica delle Palme. E i crimini restano impuniti. Ad Asia News, monsignor Jacques Mourad, arcivescovo siro-cattolico di Homs, ha riferito che, nella sua città, «quasi ogni giorno vi sono uccisioni», specie di alawiti. «Nessuno dice nulla o fa nulla per fermare questo circolo di vendetta», ha sospirato il prelato.
Sono le premesse adeguate per ordinare rimpatri di massa. In Germania esisterà Magistratura democratica?
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Ilaria Salis (Ansa)
Fratelli d’Italia porta il caso dentro le istituzioni europee. L’eurodeputato Stefano Cavedagna ha inviato una lettera urgente alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola. Il terreno è quello del rispetto delle regole interne. La premessa è che al controllo di polizia l’eurodeputata era in stanza con «un suo assistente parlamentare accreditato, il quale», scrive Cavedagna, «risulterebbe già condannato per reati connessi a episodi di attivismo violento». Il punto, invece, è questo: «La stretta vicinanza tra l’eurodeputata e l’assistente presente sul posto, alla luce dei presunti precedenti penali dello stesso, potrebbe sollevare dubbi sull’adeguatezza delle procedure di selezione, nonché su eventuali rapporti interpersonali particolarmente stretti o, quantomeno, inopportuni, stante che i deputati non possono assumere personale con il quale si è legati da relazioni stabili, coniugali o di convivenza».
L’assistente è Ivan Bonnin, segnalato nel 2014 per i picchetti del collettivo Hobo davanti agli ingressi dell’ateneo di Bologna e condannato a pagare una multa da 90.000 euro divisa in sei parti, tra studenti e ricercatori (15.000 euro a testa), con un decreto di condanna per interruzione di pubblico servizio e violenza privata. Cavedagna ricorda che «le linee guida prevedono la consegna di un estratto del casellario giudiziale non anteriore a sei mesi». Poi parte con le richieste: «La presidenza è a conoscenza dei fatti esposti? Com’è stato possibile procedere all’assunzione in apparente presenza di una condanna definitiva? Sono state rispettate le procedure di verifica? Il casellario giudiziale è stato effettivamente consegnato oppure ci sono state carenze nei controlli o anomalie nella documentazione presentata?». Infine l’esponente di Fdi chiede «se il contratto tra l’eurodeputata Salis e il suo assistente sia in ottemperanza» delle norme che regolano assunzioni e relazioni affettive, «dato che», rimarca Cavedagna, «è espressamente vietato assumere coniugi, conviventi e persone con cui si ha una relazione stabile». La vicecapogruppo di Fdi alla Camera, Elisabetta Gardini, parla di «intreccio inquietante»: «Le notizie emerse sul ruolo e sui precedenti dell’assistente dell’eurodeputata delineano un intreccio inquietante tra estremismo politico, incarichi pubblici e denaro dei contribuenti». Poi aggiunge: «È inaccettabile che soggetti con simili precedenti operino nelle istituzioni europee». Per il capogruppo alla Camera, Galeazzo Bignami, la Salis deve «chiarire» sul «suo collaboratore pregiudicato»: «Davvero ha assunto un personaggio che gli stessi giudici ritengono un violento?». La risposta della Salis arriva via radio, a Un giorno da pecora: «Bonnin ha un dottorato in Scienze politiche internazionali, quindi qualificato per svolgere l’incarico che gli ho affidato». Ma, evocando errori di gioventù, ammette: «Ha qualche piccolo precedente legato a manifestazioni, risalenti a più di dieci anni fa, in quanto faceva parte dei collettivi studenteschi». Infine tenta di rimandare la palla nel campo avversario: «Direi a Fdi di guardare prima in casa propria». Ma le critiche non si fermano. La Lega, con Gianluca Cantalamessa, chiede: «Salis faccia chiarezza sul suo assistente. Ha precedenti penali? Ha con lui una relazione? Affetti privati e incarichi pubblici non possono andare insieme. I soldi dei contribuenti non possono essere utilizzati per pagare il proprio partner. Se non è in grado di fare luce, si faccia da parte».
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Andrea Delmastro (Imagoeconomica)
Per il «Delma» le cose non si mettono bene. La Direzione distrettuale antimafia sospetta che l’ex sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro Delle Vedove, abbia agito come prestanome per il clan romano dei Senese, contribuendo a costruire una rete di attività formalmente regolari ma funzionali a ripulire capitali illeciti. Le cosiddette «lavatrici di soldi sporchi». Al centro dell’inchiesta c’è la Bisteccheria d’Italia, un ristorante in via Tuscolana a Roma che, secondo gli inquirenti, sarebbe stato utilizzato per riciclare il denaro riconducibile al clan guidato da Michele Senese, detto «o’ pazz». L’indagine coinvolge Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, condannato a febbraio 2026 a quattro anni di carcere per intestazione fittizia di beni aggravata da favoreggiamento del clan Senese. Miriam è incensurata ed è amministratrice unica della società costituita a Biella il 16 dicembre 2024 insieme a Delmastro, che deteneva il 25%, e ad altri tre esponenti Fdi piemontesi che detenevano quote minoritarie. L’accusa è di aver «trasferito e reinvestito» nella società, soldi delle attività illecite del clan. Si ipotizzano i reati di riciclaggio e intestazione fittizia dei beni. Un’attività illecita aggravata dal fatto di averla «commessa al fine di agevolare l'associazione di stampo mafioso» del gruppo criminale. Nel mirino anche una cena alla Bisteccheria d’Italia alla quale avrebbero preso parte figure di vertice dell’amministrazione penitenziaria di cui Delmastro aveva le deleghe e del ministero della Giustizia.
Delmastro ha tentato frettolosamente e maldestramente di uscirne cedendo le sue quote prima a un’altra delle sue società (novembre 2025) e poi a un’altra socia, Donatella Pelle (febbraio 2026). La stessa Pelle aveva poi rimesso le quote alla socia di maggioranza, Miriam Caroccia, rendendo tutta la situazione ancor più sospetta.
Delmastro, che per questa storia è stato costretto alle dimissioni, ha sempre sostenuto di aver investito in buona fede, dichiarandosi ignaro di qualsiasi collegamento con ambienti criminali e sottolineando di essersi ritirato non appena sono emersi i primi dubbi. Anche l’avvocato Fabrizio Gallo, che assiste Mauro e Miriam Caroccia, respingono le accuse: «In quella società non c’erano soldi della camorra».
Ma il quadro delineato dagli inquirenti racconta una storia diversa. Secondo gli investigatori la Bisteccheria d’Italia, rappresenta l’evoluzione di un modello già noto: attività di ristorazione apparentemente ordinarie, con volumi d’affari sproporzionati rispetto alle dimensioni del locale, utilizzate per immettere nel circuito legale denaro di provenienza illecita. Un meccanismo che, negli anni, avrebbe consentito al clan Senese di riciclare enormi somme di denaro. Il caso ovviamente è diventato politico e istituzionale. Il leader del M5s, Giuseppe Conte, sbraita: «Meloni qual è la tua responsabilità politica? Te lo tieni nel partito? Vieni a riferire in Parlamento».
Ieri si è riunito l’ufficio di presidenza della commissione parlamentare Antimafia che ha approvato all’unanimità l’avvio di un ciclo di audizioni: della Procura di Roma, delle forze dell’ordine, del Dap, dell’Ucis, della scorta coinvolta e, ovviamente, dello stesso Delmastro. Entro questa settimana saranno sentiti dai pm della Dda di piazzale Clodio, Mauro Caroccia e la figlia Miriam. Domani si riunisce anche il comitato etico di Montecitorio, presieduto dal deputato di Fdi, Riccardo Zucconi. Tra i componenti dell’organismo c’è anche l’altra meloniana, Carolina Varchi, candidabile al posto di Delmastro. Se il comitato segnalerà la cattiva condotta dell’ex sottosegretario, spetterà al presidente della Camera, Lorenzo Fontana, leggere pubblicamente in aula una dichiarazione di censura nei suoi confronti. Un caso senza precedenti. Ma il caso ha ricadute anche in Piemonte. Ieri sera la vicepresidente della Regione, Elena Chiorino, coinvolta nell’affaire Delmastro, si è dimessa anche da assessore.
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