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2019-10-14
I fuoriusciti: viaggio tra i cattolici che non stanno con nessun Papa
Se una parte di mondo cattolico dissente dalla linea del Pontificato di papa Francesco, c'è chi è forse meno spiazzato proprio perché, in dissenso, lo è da decenni. Come i componenti della Fraternità San Pio X, la società di vita apostolica tradizionalista fondata da monsignor Marcel François Lefebvre in argine a quelle che sono ritenute derive post Concilio Vaticano II non solo in riferimento alla messa novus ordo, ma anche, anzi soprattutto, alla «libertà religiosa». Concetto, questo, che, radicatosi nella Chiesa negli ultimi decenni, è ritenuto l'anticamera di un relativismo distruttore del cattolicesimo.
I «lefebvriani», come solitamente vengono chiamati, stando ai dati del 2015 hanno oltre 200 seminaristi, 186 religiose, 84 suore oblate, cinque conventi, sei seminari e tre vescovi. Le loro messe, rigorosamente tridentine, vantano una partecipazione media di circa 600.000 persone su scala mondiale. Notevole, considerando lo svuotamento dei seminari cattolici degli ultimi decenni, risulta la crescita dei sacerdoti facenti capito alla Fraternità che, da 30 che erano nel 1976, sono divenuti 180 dieci anni dopo, per salire a 354 nel 1996, a 622 nel 2015 e, ancora, a 658 nel giugno di quest'anno. Un'impennata di oltre il 2.000% in poco più di 40 anni.
Dal punto di vista dottrinale, la Fraternità non fa sconti al Pontificato attuale, soprattutto alla luce dei documenti come Amoris laetitia con cui, come noto, si sono formulate «aperture» nei confronti dei divorziati risposati per quanto riguarda l'accesso alla comunione. Secondo don Davide Pagliarani, superiore generale della San Pio X, questa enciclica «rappresenta, nella storia della Chiesa di questi ultimi anni, quello che Hiroshima e Nagasaki rappresentano per la storia del Giappone moderno: umanamente parlando, i danni sono irreparabili».
Ciò nonostante, secondo don Pagliarani non c'è nulla di cui stupirsi dal momento che la linea aperturista di papa Francesco sarebbe in perfetta coerenza con quella tracciata dal Concilio vaticano II. «La Chiesa sinodale, sempre in ascolto», secondo il superiore della Fraternità, costituisce infatti solo «l'ultima evoluzione della Chiesa collegiale, predicata dal Vaticano II». Di conseguenza, a detta del capo dei «lefebvriani» c'è ben poco di cui aspettarsi dal Sinodo sull'Amazzonia. «Abbiamo l'impressione che invece di lottare contro il paganesimo», ha evidenziato don Pagliarani, «la gerarchia attuale voglia assumerne e incorporarne i valori. Gli artigiani del prossimo sinodo si riferiscono a questi “segni dei tempi", cari a Giovanni XXIII, che bisogna scrutare come segni dello Spirito Santo». Il mondo tradizionalista non è però composto solo dalla Fraternità san Pio X che pure, per storia e seguito, ne rappresenta senza dubbio l'espressione principale.
Ancora più a destra, per così dire, della società religiosa fondata da monsignor Lefebvre, troviamo difatti l'Istituto Mater Boni Consilii, fondato nel 1985 da quattro sacerdoti italiani fino ad allora appartenenti alla Fraternità. Si tratta di una realtà sedevacantista e che quindi sposa una tesi estrema, vale a dire quella secondo cui dal 7 dicembre 1965 la sede apostolica è formalmente vacante, con la conseguenza che tutti i libri liturgici da allora promulgati non sono neppure considerabili cattolici, bensì testi praticamente nulli.
Ciò nonostante, e pur risultando probabilmente sconosciuto ai più, anche questo un sodalizio di tradizionalisti non sembra affatto prossimo all'estinzione, anzi. È in crescita. Lo conferma alla Verità don Ugolino Giugni che per l'Istituto Mater Boni Consilii dell'apostolato in Lombardia e Triveneto.
«L'Istituto nacque quattro sacerdoti: oggi ne conta 14, l'ultimo dei quali ordinato nel giugno scorso. Abbiamo cinque case, di cui tre all'estero in Francia, Belgio e Argentina», spiega il sacerdote. Che inoltre aggiunge: «Celebriamo la messa in nove Paesi. Solo in Italia, i centri messa serviti regolarmente sono 16. Abbiamo una rivista che esce in due lingue, un sito Internet e una casa editrice con più di 50 titoli pubblicati di teologia, catechesi, storia e attualità». «Inoltre», aggiunge don Giugni, «abbiamo un seminario in Piemonte a Verrua Savoia in cui formiamo i candidati al sacerdozio di domani. Quest'anno a settembre ci sono stati sei nuovi seminaristi provenienti da Polonia, Ungheria, Francia e Italia».
Alla crescita delle vocazioni corrisponde anche quella dei fedeli. «Certamente il numero dei fedeli che partecipano alle nostre Messe e pellegrinaggi è aumentato molto in questi ultimi anni e c'è sempre gente nuova che si avvicina al nostro Istituto», spiega infatti il sacerdote. Come prevedibile, anche don Giugni non nutre grandi aspettative, anzi, dal Sinodo sull'Amazzonia. «Staremo a vedere cosa uscirà fuori dal Sinodo amazzonico», afferma, «anche se già si parla di preti sposati o sacerdozio femminile ed ecologia green e inculturazione. È passata quasi inosservata dai media una cerimonia pagana avvenuta nei giardini vaticani il 4 ottobre scorso, festa di San Francesco, in cui una “sciamana" invocava la “madre terra" alla presenza di Jorge Mario Bergoglio e di alcuni cardinali riuniti. Cosa ci toccherà ancora sentire e vedere? Preghiamo perché il Signore Gesù abbia pietà della sua Chiesa e di noi».
Ora, al di là del Sinodo sull'Amazzonia, i cui esiti saranno noti tra non molti giorni, ciò che qui rileva è che realtà come la Fraternità San Pio X e l'Istituto Mater Boni Consilii, benché minoritarie e ignorate dai media, siano sorprendentemente in crescita. In numeri ancora ridotti, d'accordo: ma comunque in crescita. Il che alimenta un dubbio: si tratta forse di casi isolati o, meglio, di un puro caso? Non si direbbe. Uno studio pubblicato nel novembre 2017 su Sociological Science a firma di Sean Bock, sociologo di Harvard, ha infatti concluso come negli Stati Uniti solo «la religione moderata» sia «in declino»; viceversa, gli evangelici conservatori e in generale quanti hanno convinzioni che molti giudicherebbero anacronistiche sono stabili, quando non avanzano.
Un fenomeno che sembra avere motivazioni teologiche prima che sociologiche, come indica una ricerca quinquennale apparsa nel 2016 su Review of religious research che, realizzata esaminando un campione di oltre 2.250 fedeli suddivisi tra 22 congregazioni, 13 in calo e 9 in espansione, ha concluso come il conservatorismo teologico del clero e dei fedeli sia un fattore predittivo della crescita di una chiesa. Le «aperture» dottrinali che tanto allietano la stampa laica, insomma, non giovano al cristianesimo. Anzi, ne accelerano il declino.
Tutto ciò era stato previsto già nel lontano 1972 dallo studioso Dean M. Kelley nel suo volume Why conservative churches are growing (Harper & Row) con cui, in piena primavera secolarista, pronosticava la riscossa della religione conservatrice, basata su rigidi codici morali. Una lezione che il mondo tradizionalista sembra aver appreso alla grande. Al contrario, tocca dire, di quanto accade in casa cattolica.
Il Sinodo in corso va verso un compromesso
«Non sarà Roma a dirci quello che dobbiamo fare in Germania», disse il cardinale Reinhard Marx, capo dei vescovi tedeschi, nel periodo tra il sinodo sulla famiglia del 2014 e quello del 2015. È una frase importante per comprendere i tempi che sta vivendo la Chiesa, che molti vorrebbero in pericolo di nuovi scismi, come già tante volte è accaduto nella storia.
Oggi con il Sinodo panamazzonico in corso è sempre la Chiesa tedesca ad alimentare le dicerie scismatiche con un suo Sinodo nazionale. Il cardinale Rainer Woelki, arcivescovo di Colonia, ha dichiarato che avverte il timore che il «“cammino sinodale" intrapreso dall'episcopato tedesco porti a uno scisma nella Chiesa tedesca e in quella universale». Peraltro nel settembre scorso anche il Vaticano ha scritto due lettere ai vescovi tedeschi per richiamarli all'ordine: «La conferenza episcopale non può dare effetto legale alle risoluzioni, ciò è al di fuori delle sue competenze».
I temi dell'agenda tedesca riguardano la diluizione del celibato sacerdotale (con la tentazione di aprire ai cosiddetti viri probati), nuovi ministeri per le donne, le tematiche di morale sessuale (fra cui le proposte di benedizione per coppie gay in chiesa). È facile sentire assonanze con quanto si sta discutendo in questi giorni in Vaticano per il caso amazzonico: viri probati e possibili diaconesse, entrambi oggetto di forti spinte e critiche al tempo stesso. Per il Sinodo amazzonico non mancano voci che parlano di un'assemblea apertamente scismatica, viste anche le sue venature panteiste e indigeniste.
Lo stesso papa Francesco, durante la conferenza stampa sull'aereo di ritorno dall'ultimo viaggio apostolico, ha ammesso che uno scisma è possibile. Il Papa ha detto di non aver «paura degli scismi, prego perché non ce ne siano»; l'affermazione seguiva una dichiarazione su un libro scritto dal vaticanista francese Nicolas Senèze, che ipotizza un complotto politico-mediatico orchestrato da ambienti della destra americana contro il Papato. In effetti, negli ambienti conservatori della Chiesa statunitense ci sono malumori nei confronti di alcune scelte e parole di papa Jorge Mario Bergoglio, ma è ben difficile che uno scisma possa originarsi a queste latitudini.
Salvo sorprese non ci sarà alcuno scisma formale, né da destra, né da sinistra. Ed è questa la vera cifra della Chiesa di oggi, ormai prigioniera della liquidità culturale. Molti studiosi, laici e consacrati, ritengono che la Chiesa sia già in una situazione di scisma di fatto, con due fazioni che la abitano: da una parte i critici del Papato di Francesco, ma che per essere cattolici sanno che occorre riconoscere Francesco come Papa; dall'altra quelli che lo sostengono con entusiasmo perché pare promuovere il loro insegnamento ambiguo sia a livello dottrinale sia pastorale. La «rivoluzione» di Francesco procede a colpi di «conversioni pastorali», per cui si dice che non si cambia la dottrina, mentre si propone una pastorale che di fatto la mette a rischio. È accaduto con l'esortazione apostolica Amoris laetitia e la comunione ai divorziati risposati, e probabilmente accadrà al termine del Sinodo panamazzonico: si ordineranno al sacerdozio uomini sposati ad experimentum e solo per quell'area, magari si presenterà anche una forma di ministero per le donne che non si chiamerà diaconato, ma nello stesso tempo si dirà che non si tocca il celibato sacerdotale e il ministero ordinato. E così si aprono processi, come ha dichiarato il cardinale Gerhard Müller: «Se in Amazzonia si ordinano al sacerdozio uomini stimabili che vivono unioni dichiaratamente stabili, al fine di fornire i sacramenti alla comunità, perché questo non dovrebbe infine rappresentare anche la leva per introdurre i viri probati in Germania, dove il celibato non è più accettato nella società?».
In questo modo, con la logica del «no, ma anche sì», a destra possono continuare ad affermare che la dottrina rimane intatta, a sinistra, invece, si fa come se ognuno potesse interpretarla a seconda delle situazioni. Più che a possibili scismi, ci si trova di fronte a una progressiva deriva protestantizzante della Chiesa cattolica, in cui ognuno, a casa sua, fa un po' come gli pare.
«La confusione nella Chiesa ha già dato vita a una “doppia religione”»
Storico e presidente della Fondazione Lepanto, il professor Roberto De Mattei è un profondo conoscitore della galassia tradizionalista, in cui coglie almeno tre anime. «Nella Chiesa oggi c'è uno scisma di fatto», aggiunge, «una divisione materiale anche se non giuridicamente consumata».
Quali filoni tradizionalisti individua?
«Il primo è quello sedevacantista che risale agli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II. Per loro scelta si sono separati dalla Chiesa ufficiale perché non riconoscono i Papi da Paolo VI in poi, né cardinali né vescovi. In Italia il punto di riferimento più conosciuto è don Francesco Ricossa e la sua comunità. Hanno le loro cappelle, i loro sacerdoti, il loro apostolato. È un mondo a sé stante».
Sono scismatici?
«È una definizione che rifiuterebbero. Ma se per scisma si intende una rottura giuridica, allora si possono definire scismatici perché si situano al di fuori della Chiesa di cui non riconoscono la gerarchia».
Poi ci sono i lefebvriani.
«Non mi piace questa parola, sembra ritenere che quel gruppo di cattolici si riduca alle idee di monsignor Marcel Lefebvre. Li chiamerei semplicemente tradizionalisti. È improprio applicare alla Fraternità San Pio X il termine scismatici. Secondo il diritto canonico sono in posizione irregolare, senza dubbio; tuttavia, papa Francesco non solo ha tolto le scomuniche, ma ha fatto di più: ha restituito loro una forma di giurisdizione perché li ha autorizzati ad amministrare i sacramenti».
Perché questo è un discrimine importante?
«Perché i sacramenti da loro amministrati sono validi. La loro situazione non è sanata del tutto, hanno ancora negoziati in corso, non sono reintegrati, ma non si possono definire scismatici».
Monsignor Lefebvre non aveva consacrato quattro vescovi?
«Sì, nel 1988, e questo è all'origine della scomunica. Ma da allora non ne sono stati fatti altri. Tant'è vero che l'attuale superiore generale, don Pagliarani, è un semplice sacerdote, mentre il precedente, monsignor Bernard Fellay, era uno dei quattro ordinati da Lefebvre».
Veniamo al terzo filone del dissenso cattolico.
«È quello legato al cardinale Raymond Leo Burke, a vescovi come monsignor Carlo Maria Viganò e monsignor Athanasius Schneider, che ha preso forma con i dubia manifestati da quattro cardinali. Io stesso mi riconosco in questo contesto di resistenza a Francesco che non ha subìto sanzioni canoniche ma puramente mediatiche: veniamo dipinti e marginalizzati come i nemici del pontefice, coloro che portano la divisione nella Chiesa. Ci sarebbe poi una quarta posizione, molto ardita».
A che cosa si riferisce?
«Potremmo chiamarli nuovi sedevacantisti. Un fenomeno nato negli ultimi anni. Sono cattolici non tradizionalisti in senso stretto, in quanto (a differenza della Fraternità San Pio X) accettano pienamente il Concilio, ma affermano che il vero Papa è Benedetto XVI, non Francesco».
Per un'irregolarità nell'elezione o la sostanza degli insegnamenti?
«Da una parte ritengono invalida la rinuncia di Benedetto XVI, dall'altro contestano il conclave. Sono affermazioni forti perché non ci sono le prove. È comunque un movimento più diffuso di quanto si può credere: molti laici e molti preti in privato mi dicono di essere convinti che il vero Papa sia Benedetto XVI, ma non escono allo scoperto».
Il movimento tradizionalista è comunque in crescita?
«Non c'è dubbio. L'importante è conoscere le sue anime e non fare di ogni erba un fascio. Io sono favorevole a una collaborazione tra tutte le forze che si richiamano alla tradizione. Direi che in questo momento c'è un'unica Chiesa, con Francesco legittimo Papa, ma con due religioni. La religione tradizionale, quella che si riconosce nel magistero di sempre, e una nuova religione che sta venendo alla luce in maniera più chiara con questo Sinodo sull'Amazzonia».
Che cosa dice questa nuova religione?
«Il partito amazzonico nega il celibato dei preti, afferma la possibilità di affidare ministeri sacerdotali alle donne, ha una visione panteista della natura, arriva a mettere in dubbio la divinità di Cristo e i dogmi della risurrezione e del peccato originale. Oggi esiste uno scisma di fatto, una divisione materiale benché non giuridicamente consumata».
Quanto durerà questa scissione?
«Difficile dirlo. Nessuno vuole uscire dalla Chiesa: non i tradizionalisti e nemmeno il partito ultraprogressista, che una volta fuori perderebbe tutta la sua influenza. È una situazione complicata e drammatica».
Che intervento auspica per sciogliere questo nodo?
«Auspico chiarezza in questa confusione deliberatamente provocata. Quando le posizioni sono chiare, le idee si confrontano e la verità è destinata a prevalere sull'errore. Viceversa le idee false, per vincere, hanno bisogno di un'atmosfera di ambiguità, confusione ed equivoci come l'attuale. Auspico che cardinali e vescovi, gli esponenti della Chiesa docente, si esprimano con chiarezza, e abbiano lo stesso coraggio anche i progressisti. La grande maggioranza dei fedeli moderati, che oscillano tra i due poli dell'ortodossia e dell'eterodossia, deve poter prendere posizione».
E il Papa?
«Sia più chiaro anche Francesco, che resta spesso nell'ambiguità anche se tutto quello che fa è di appoggio al partito dell'eterodossia».
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Dalla Fraternità San Pio X, fondata da Lefebvre nel 1970 in polemica col Concilio, all'Istituto Mater Boni Consilii. Mentre il clero progressista è in «ritirata», i tradizionalisti, anche se in rotta con Roma, riempiono i seminari. Il Sinodo in corso va verso un compromesso. Dissidi su preti sposati e diaconesse. Probabile accordo al ribasso: dottrina ribadita ma pastorale lassista. «La confusione nella Chiesa ha già dato vita a una "doppia religione"». Il presidente della Fondazione Lepanto Roberto De Mattei descrive una fase drammatica per i fedeli: «C'è uno scisma di fatto, ma né i tradizionalisti né il partito amazzonico usciranno». Lo speciale comprende tre articoli. Se una parte di mondo cattolico dissente dalla linea del Pontificato di papa Francesco, c'è chi è forse meno spiazzato proprio perché, in dissenso, lo è da decenni. Come i componenti della Fraternità San Pio X, la società di vita apostolica tradizionalista fondata da monsignor Marcel François Lefebvre in argine a quelle che sono ritenute derive post Concilio Vaticano II non solo in riferimento alla messa novus ordo, ma anche, anzi soprattutto, alla «libertà religiosa». Concetto, questo, che, radicatosi nella Chiesa negli ultimi decenni, è ritenuto l'anticamera di un relativismo distruttore del cattolicesimo. I «lefebvriani», come solitamente vengono chiamati, stando ai dati del 2015 hanno oltre 200 seminaristi, 186 religiose, 84 suore oblate, cinque conventi, sei seminari e tre vescovi. Le loro messe, rigorosamente tridentine, vantano una partecipazione media di circa 600.000 persone su scala mondiale. Notevole, considerando lo svuotamento dei seminari cattolici degli ultimi decenni, risulta la crescita dei sacerdoti facenti capito alla Fraternità che, da 30 che erano nel 1976, sono divenuti 180 dieci anni dopo, per salire a 354 nel 1996, a 622 nel 2015 e, ancora, a 658 nel giugno di quest'anno. Un'impennata di oltre il 2.000% in poco più di 40 anni. Dal punto di vista dottrinale, la Fraternità non fa sconti al Pontificato attuale, soprattutto alla luce dei documenti come Amoris laetitia con cui, come noto, si sono formulate «aperture» nei confronti dei divorziati risposati per quanto riguarda l'accesso alla comunione. Secondo don Davide Pagliarani, superiore generale della San Pio X, questa enciclica «rappresenta, nella storia della Chiesa di questi ultimi anni, quello che Hiroshima e Nagasaki rappresentano per la storia del Giappone moderno: umanamente parlando, i danni sono irreparabili». Ciò nonostante, secondo don Pagliarani non c'è nulla di cui stupirsi dal momento che la linea aperturista di papa Francesco sarebbe in perfetta coerenza con quella tracciata dal Concilio vaticano II. «La Chiesa sinodale, sempre in ascolto», secondo il superiore della Fraternità, costituisce infatti solo «l'ultima evoluzione della Chiesa collegiale, predicata dal Vaticano II». Di conseguenza, a detta del capo dei «lefebvriani» c'è ben poco di cui aspettarsi dal Sinodo sull'Amazzonia. «Abbiamo l'impressione che invece di lottare contro il paganesimo», ha evidenziato don Pagliarani, «la gerarchia attuale voglia assumerne e incorporarne i valori. Gli artigiani del prossimo sinodo si riferiscono a questi “segni dei tempi", cari a Giovanni XXIII, che bisogna scrutare come segni dello Spirito Santo». Il mondo tradizionalista non è però composto solo dalla Fraternità san Pio X che pure, per storia e seguito, ne rappresenta senza dubbio l'espressione principale. Ancora più a destra, per così dire, della società religiosa fondata da monsignor Lefebvre, troviamo difatti l'Istituto Mater Boni Consilii, fondato nel 1985 da quattro sacerdoti italiani fino ad allora appartenenti alla Fraternità. Si tratta di una realtà sedevacantista e che quindi sposa una tesi estrema, vale a dire quella secondo cui dal 7 dicembre 1965 la sede apostolica è formalmente vacante, con la conseguenza che tutti i libri liturgici da allora promulgati non sono neppure considerabili cattolici, bensì testi praticamente nulli. Ciò nonostante, e pur risultando probabilmente sconosciuto ai più, anche questo un sodalizio di tradizionalisti non sembra affatto prossimo all'estinzione, anzi. È in crescita. Lo conferma alla Verità don Ugolino Giugni che per l'Istituto Mater Boni Consilii dell'apostolato in Lombardia e Triveneto. «L'Istituto nacque quattro sacerdoti: oggi ne conta 14, l'ultimo dei quali ordinato nel giugno scorso. Abbiamo cinque case, di cui tre all'estero in Francia, Belgio e Argentina», spiega il sacerdote. Che inoltre aggiunge: «Celebriamo la messa in nove Paesi. Solo in Italia, i centri messa serviti regolarmente sono 16. Abbiamo una rivista che esce in due lingue, un sito Internet e una casa editrice con più di 50 titoli pubblicati di teologia, catechesi, storia e attualità». «Inoltre», aggiunge don Giugni, «abbiamo un seminario in Piemonte a Verrua Savoia in cui formiamo i candidati al sacerdozio di domani. Quest'anno a settembre ci sono stati sei nuovi seminaristi provenienti da Polonia, Ungheria, Francia e Italia». Alla crescita delle vocazioni corrisponde anche quella dei fedeli. «Certamente il numero dei fedeli che partecipano alle nostre Messe e pellegrinaggi è aumentato molto in questi ultimi anni e c'è sempre gente nuova che si avvicina al nostro Istituto», spiega infatti il sacerdote. Come prevedibile, anche don Giugni non nutre grandi aspettative, anzi, dal Sinodo sull'Amazzonia. «Staremo a vedere cosa uscirà fuori dal Sinodo amazzonico», afferma, «anche se già si parla di preti sposati o sacerdozio femminile ed ecologia green e inculturazione. È passata quasi inosservata dai media una cerimonia pagana avvenuta nei giardini vaticani il 4 ottobre scorso, festa di San Francesco, in cui una “sciamana" invocava la “madre terra" alla presenza di Jorge Mario Bergoglio e di alcuni cardinali riuniti. Cosa ci toccherà ancora sentire e vedere? Preghiamo perché il Signore Gesù abbia pietà della sua Chiesa e di noi». Ora, al di là del Sinodo sull'Amazzonia, i cui esiti saranno noti tra non molti giorni, ciò che qui rileva è che realtà come la Fraternità San Pio X e l'Istituto Mater Boni Consilii, benché minoritarie e ignorate dai media, siano sorprendentemente in crescita. In numeri ancora ridotti, d'accordo: ma comunque in crescita. Il che alimenta un dubbio: si tratta forse di casi isolati o, meglio, di un puro caso? Non si direbbe. Uno studio pubblicato nel novembre 2017 su Sociological Science a firma di Sean Bock, sociologo di Harvard, ha infatti concluso come negli Stati Uniti solo «la religione moderata» sia «in declino»; viceversa, gli evangelici conservatori e in generale quanti hanno convinzioni che molti giudicherebbero anacronistiche sono stabili, quando non avanzano. Un fenomeno che sembra avere motivazioni teologiche prima che sociologiche, come indica una ricerca quinquennale apparsa nel 2016 su Review of religious research che, realizzata esaminando un campione di oltre 2.250 fedeli suddivisi tra 22 congregazioni, 13 in calo e 9 in espansione, ha concluso come il conservatorismo teologico del clero e dei fedeli sia un fattore predittivo della crescita di una chiesa. Le «aperture» dottrinali che tanto allietano la stampa laica, insomma, non giovano al cristianesimo. Anzi, ne accelerano il declino. Tutto ciò era stato previsto già nel lontano 1972 dallo studioso Dean M. Kelley nel suo volume Why conservative churches are growing (Harper & Row) con cui, in piena primavera secolarista, pronosticava la riscossa della religione conservatrice, basata su rigidi codici morali. Una lezione che il mondo tradizionalista sembra aver appreso alla grande. 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Oggi con il Sinodo panamazzonico in corso è sempre la Chiesa tedesca ad alimentare le dicerie scismatiche con un suo Sinodo nazionale. Il cardinale Rainer Woelki, arcivescovo di Colonia, ha dichiarato che avverte il timore che il «“cammino sinodale" intrapreso dall'episcopato tedesco porti a uno scisma nella Chiesa tedesca e in quella universale». Peraltro nel settembre scorso anche il Vaticano ha scritto due lettere ai vescovi tedeschi per richiamarli all'ordine: «La conferenza episcopale non può dare effetto legale alle risoluzioni, ciò è al di fuori delle sue competenze». I temi dell'agenda tedesca riguardano la diluizione del celibato sacerdotale (con la tentazione di aprire ai cosiddetti viri probati), nuovi ministeri per le donne, le tematiche di morale sessuale (fra cui le proposte di benedizione per coppie gay in chiesa). 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In effetti, negli ambienti conservatori della Chiesa statunitense ci sono malumori nei confronti di alcune scelte e parole di papa Jorge Mario Bergoglio, ma è ben difficile che uno scisma possa originarsi a queste latitudini. Salvo sorprese non ci sarà alcuno scisma formale, né da destra, né da sinistra. Ed è questa la vera cifra della Chiesa di oggi, ormai prigioniera della liquidità culturale. Molti studiosi, laici e consacrati, ritengono che la Chiesa sia già in una situazione di scisma di fatto, con due fazioni che la abitano: da una parte i critici del Papato di Francesco, ma che per essere cattolici sanno che occorre riconoscere Francesco come Papa; dall'altra quelli che lo sostengono con entusiasmo perché pare promuovere il loro insegnamento ambiguo sia a livello dottrinale sia pastorale. La «rivoluzione» di Francesco procede a colpi di «conversioni pastorali», per cui si dice che non si cambia la dottrina, mentre si propone una pastorale che di fatto la mette a rischio. È accaduto con l'esortazione apostolica Amoris laetitia e la comunione ai divorziati risposati, e probabilmente accadrà al termine del Sinodo panamazzonico: si ordineranno al sacerdozio uomini sposati ad experimentum e solo per quell'area, magari si presenterà anche una forma di ministero per le donne che non si chiamerà diaconato, ma nello stesso tempo si dirà che non si tocca il celibato sacerdotale e il ministero ordinato. E così si aprono processi, come ha dichiarato il cardinale Gerhard Müller: «Se in Amazzonia si ordinano al sacerdozio uomini stimabili che vivono unioni dichiaratamente stabili, al fine di fornire i sacramenti alla comunità, perché questo non dovrebbe infine rappresentare anche la leva per introdurre i viri probati in Germania, dove il celibato non è più accettato nella società?». In questo modo, con la logica del «no, ma anche sì», a destra possono continuare ad affermare che la dottrina rimane intatta, a sinistra, invece, si fa come se ognuno potesse interpretarla a seconda delle situazioni. 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Quali filoni tradizionalisti individua? «Il primo è quello sedevacantista che risale agli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II. Per loro scelta si sono separati dalla Chiesa ufficiale perché non riconoscono i Papi da Paolo VI in poi, né cardinali né vescovi. In Italia il punto di riferimento più conosciuto è don Francesco Ricossa e la sua comunità. Hanno le loro cappelle, i loro sacerdoti, il loro apostolato. È un mondo a sé stante». Sono scismatici? «È una definizione che rifiuterebbero. Ma se per scisma si intende una rottura giuridica, allora si possono definire scismatici perché si situano al di fuori della Chiesa di cui non riconoscono la gerarchia». Poi ci sono i lefebvriani. «Non mi piace questa parola, sembra ritenere che quel gruppo di cattolici si riduca alle idee di monsignor Marcel Lefebvre. Li chiamerei semplicemente tradizionalisti. È improprio applicare alla Fraternità San Pio X il termine scismatici. Secondo il diritto canonico sono in posizione irregolare, senza dubbio; tuttavia, papa Francesco non solo ha tolto le scomuniche, ma ha fatto di più: ha restituito loro una forma di giurisdizione perché li ha autorizzati ad amministrare i sacramenti». Perché questo è un discrimine importante? «Perché i sacramenti da loro amministrati sono validi. La loro situazione non è sanata del tutto, hanno ancora negoziati in corso, non sono reintegrati, ma non si possono definire scismatici». Monsignor Lefebvre non aveva consacrato quattro vescovi? «Sì, nel 1988, e questo è all'origine della scomunica. Ma da allora non ne sono stati fatti altri. Tant'è vero che l'attuale superiore generale, don Pagliarani, è un semplice sacerdote, mentre il precedente, monsignor Bernard Fellay, era uno dei quattro ordinati da Lefebvre». Veniamo al terzo filone del dissenso cattolico. «È quello legato al cardinale Raymond Leo Burke, a vescovi come monsignor Carlo Maria Viganò e monsignor Athanasius Schneider, che ha preso forma con i dubia manifestati da quattro cardinali. Io stesso mi riconosco in questo contesto di resistenza a Francesco che non ha subìto sanzioni canoniche ma puramente mediatiche: veniamo dipinti e marginalizzati come i nemici del pontefice, coloro che portano la divisione nella Chiesa. Ci sarebbe poi una quarta posizione, molto ardita». A che cosa si riferisce? «Potremmo chiamarli nuovi sedevacantisti. Un fenomeno nato negli ultimi anni. Sono cattolici non tradizionalisti in senso stretto, in quanto (a differenza della Fraternità San Pio X) accettano pienamente il Concilio, ma affermano che il vero Papa è Benedetto XVI, non Francesco». Per un'irregolarità nell'elezione o la sostanza degli insegnamenti? «Da una parte ritengono invalida la rinuncia di Benedetto XVI, dall'altro contestano il conclave. Sono affermazioni forti perché non ci sono le prove. È comunque un movimento più diffuso di quanto si può credere: molti laici e molti preti in privato mi dicono di essere convinti che il vero Papa sia Benedetto XVI, ma non escono allo scoperto». Il movimento tradizionalista è comunque in crescita? «Non c'è dubbio. L'importante è conoscere le sue anime e non fare di ogni erba un fascio. Io sono favorevole a una collaborazione tra tutte le forze che si richiamano alla tradizione. Direi che in questo momento c'è un'unica Chiesa, con Francesco legittimo Papa, ma con due religioni. La religione tradizionale, quella che si riconosce nel magistero di sempre, e una nuova religione che sta venendo alla luce in maniera più chiara con questo Sinodo sull'Amazzonia». Che cosa dice questa nuova religione? «Il partito amazzonico nega il celibato dei preti, afferma la possibilità di affidare ministeri sacerdotali alle donne, ha una visione panteista della natura, arriva a mettere in dubbio la divinità di Cristo e i dogmi della risurrezione e del peccato originale. Oggi esiste uno scisma di fatto, una divisione materiale benché non giuridicamente consumata». Quanto durerà questa scissione? «Difficile dirlo. Nessuno vuole uscire dalla Chiesa: non i tradizionalisti e nemmeno il partito ultraprogressista, che una volta fuori perderebbe tutta la sua influenza. È una situazione complicata e drammatica». Che intervento auspica per sciogliere questo nodo? «Auspico chiarezza in questa confusione deliberatamente provocata. Quando le posizioni sono chiare, le idee si confrontano e la verità è destinata a prevalere sull'errore. Viceversa le idee false, per vincere, hanno bisogno di un'atmosfera di ambiguità, confusione ed equivoci come l'attuale. Auspico che cardinali e vescovi, gli esponenti della Chiesa docente, si esprimano con chiarezza, e abbiano lo stesso coraggio anche i progressisti. La grande maggioranza dei fedeli moderati, che oscillano tra i due poli dell'ortodossia e dell'eterodossia, deve poter prendere posizione». E il Papa? «Sia più chiaro anche Francesco, che resta spesso nell'ambiguità anche se tutto quello che fa è di appoggio al partito dell'eterodossia».
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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