Anche in Cgil c’è chi critica Landini. E lui cambia il suo braccio destro
Maurizio Landini (Ansa)
  • Aumentano gli scontenti dopo il divorzio dalla Uil. Ma il leader insiste sulla linea movimentista e anti Meloni In vista di elezioni e referendum è pronto a imporre il fedelissimo Gesmundo come segretario organizzativo.
  • Proteste contro l’emendamento che chiede di comunicare 7 giorni prima l’adesione.

Lo speciale contiene due articoli.


Da mesi, chi segue da vicino le vicende del sindacato e della politica economica del Paese si pone una domanda, se vogliamo banale: ma è possibile che di fronte alla trasformazione della Cgil in una sorta di movimento d’opposizione al governo, ai continui no rispetto a qualsiasi accordo o contratto di lavoro che possa coinvolgere la Meloni e a cospetto di un isolamento sempre più profondo, non ci sia nessuno che dall’interno critichi o comunque ponga qualche domanda a Maurizio Landini?


La realtà è che dei mal di pancia sono sempre esistiti e sono cresciuti in parallelo con l’escalation della linea barricadera del segretario. L’apice poi si è avuto nelle ultime settimane in corrispondenza del divorzio dalla Uil che aveva, abbastanza inspiegabilmente, assecondato tutte le mosse del segretario rosso, abdicando a una storia di riformismo. Divorzio che ha isolato la Cgil sia nella battaglia per il rinnovo dei contratti della Pubblica amministrazione, sia nell’opposizione senza se e senza ma alla manovra. Sul primo fronte la separazione delle due sigle ha spalancato la strada a rinnovi per più di 1,5 milioni di lavoratori che hanno portato a casa incrementi da 140 euro lordi al mese nonostante il «no» della Cgil. Ma come, il governo per la prima volta nella storia mette sul piatto 20 miliardi per le buste paga degli statali e la Cgil si rifiuta di firmare aumenti che corrispondono al 6% delle retribuzioni? Sul secondo, invece, Landini dovrà organizzare lo sciopero generale del 12 dicembre contro la legge di Bilancio praticamente da solo. Con Cisl (da tempo) e Uil (da pochissimo) che hanno deciso di mantenere aperta la linea del dialogo con l’esecutivo nella speranza di ottenere qualche correttivo. Insomma, è diventato plastico che i no a prescindere che hanno caratterizzato tutto il mandato di Landini alla guida del più grande sindacato italiano sono inutili. O meglio, di sicuro non portano risultati ai lavoratori, mentre garantiscono comparsate in tv e titoloni sulle prime pagine al segretario che continua a smentire ambizioni politiche.

Come non essere scontenti? Tra le categorie i meno soddisfatti sono i chimici, una sigla che da sempre è all’avanguardia su formule contrattuali e tempestività negli accordi, ma anche tra tessili, edili e trasporti serpeggia una certa frustrazione. Eppure i distinguo più netti si registrano alla Camera del Lavoro di Milano, l’organizzazione che tutela gli interessi dei lavoratori del territorio meneghino.

Tutto comunque tenuto ben ovattato per evitare che qualcosa possa arrivare all’esterno. Il problema è che anche davanti ai mal di pancia anziché arretrare la strategia di Landini accelera. Per l’ultimo anno di mandato, il cambio ai vertici ci sarà a inizio 2027, il leader maximo vuol spingere il più possibile verso la trasformazione del sindacato da organizzazione che punta a firmare intese e contratti di lavoro grazie alle categorie, a una sorta di movimento che deve rafforzarsi sui territori. Semplifichiamo, ma il concetto è questo: meno centralità a metalmeccanici, pubblico impiego, tessili e commercio, cioè a chi rappresenta i vari settori del lavoro e negozia con la controparte datoriale per ottenere più diritti e aumenti in busta paga e più spazio ai grandi temi sociali che partono dalla battaglia per la pace a Gaza e arrivano fino alla giustizia e ai referendum. L’esempio è proprio quello del referendum su Jobs Act e cittadinanza che ha portato a votare 14 milioni di persone. Una sconfitta (non si è nemmeno sfiorato il quorum) che Landini considera un grande successo.

Ecco, per realizzare il suo progetto, il segretario non ammette tentennamenti. Vuole accanto a sé solo fedelissimi senza se e senza ma. Al punto che l’ultima mossa, che non è stata ancora ufficializzata, ha portato alla sostituzione del suo numero due. Al cambio della figura più importante e influente nel sindacato, dopo il leader ovviamente. Una decina di giorni fa, infatti, Landini ha comunicato al segretario organizzativo, Luigi Giove, che le sue deleghe sarebbero passate a Pino Gesmundo. Una sostituzione tra pugliesi che Giove avrebbe appreso con grande sorpresa, anche perché dopo aver appoggiato la corsa dell’ex Fiom contro Vincenzo Colla tra il 2018 e il 2019, Giove si era mosso sempre nel solco del capo. Ma probabilmente senza quell’afflato che Landini oggi ritiene fondamentale per realizzare il suo progetto in vista del referendum sulla giustizia e delle elezioni politiche. Si parlerà di campagna contro l’assenteismo, ma la volontà sarà di portare più cittadini possibile a votare contro il governo Meloni. E per raggiungere l’obiettivo Landini non ammette opposizione.

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