
Il sito del governo invita le imprese italiane a investire in Russia
Venghino, siori imprenditori italiani. Venghino in Russia, che ci sono bei rubli per voi. Firmato: il governo italiano. Sì, proprio quello di Mario Draghi che ha ancora online sulla pagina «Info Mercati Esteri» dell'esecutivo da piazzista per consigliare alle imprese italiane di correre in Russia a fare grandi affari.
Ci sono lodi sperticate dell'economia russa e della sua complementarietà con quella italiana e addirittura excursus sulle ragioni storiche e culturali per cui l'Italia dovrebbe fare affari con la Russia. Una vera e propria elegia che certo sarà stata scritta prima dello scoppio della guerra in Ucraina, ma che è lì a campeggiare oggi sotto l'ombrello web del governo italiano guidato da Draghi e del ministero degli Affari Esteri guidato da Luigi Di Maio. Diventa davvero difficili con un biglietto da visita così poi andare a tirare le orecchie a qualunque politico abbia avuto in passato rapporti preferenziali con la Russia di Putin: il primo ad averlo fatto è appunto il governo italiano.
Ed è proprio l'esecutivo a spiegare che «la Russia è il principale fornitore di prodotti energetici al mondo ma ha una base industriale e un settore primario ancora relativamente poco sviluppati; l'Italia, al contrario, non dispone di materie prime ma vanta un ampio e diversificato settore manifatturiero ed agro-alimentare. Si tratta di una complementarietà fra i due sistemi produttivi che rende i due Paesi naturali partner economici e commerciali. La complementarietà si riflette non solo nella bilancia commerciale ma anche nelle numerose joint ventures che favoriscono il trasferimento di tecnologia».
Marito e moglie ideali dunque l'Italia di Draghi e la Russia di Putin, di cui si tessono anche particolari lodi: «La modernizzazione del sistema economico è una priorità delle Autorità della Federazione. Ciò riguarda non solo alcuni settori-chiave ad alto contenuto tecnologico, ma anche le infrastrutture, il cui adeguamento è indispensabile allo sviluppo del Paese. Esistono, dunque, opportunità di collaborazione per imprese italiane in numerosi settori». Non solo: «il pubblico russo», continua il sito del governo Draghi, «guarda con estremo favore al prodotto italiano. Il "Made in Italy" è qui sinonimo di qualità, non solo nelle tradizionali "tre A" ("abbigliamento, alimentare, arredamento"), ma anche nei beni strumentali e per l'industria (macchinari e meccanica) e nell'alta tecnologia. Più in generale, esiste un capitale di simpatia da parte russa verso il nostro Paese, legato a questioni storiche e culturali, che può rappresentare un oggettivo vantaggio in termini di cooperazione economica e commerciale».
Sarà per questo che nessuno ha pensato ancora di annullare l'appuntamento che campeggia anche nella pagina dell'Ice dove si annuncia che «L'Ice-Agenzia organizza, in collaborazione con Gimav (Associazione italiana dei fornitori macchine, impianti accessori e prodotti speciali per la lavorazione del vetro) la partecipazione collettiva alla 23esima edizione della Fiera Mir Stekla 2022 che si svolgerà presso l'Expocentre Fairgrounds di Mosca dal 6 al 9 giugno 2022. La fiera rappresenta per le aziende italiane un'ottima occasione per sviluppare nuove relazioni d'affari ed intercettare le esigenze del mercato russo, molto importante per il settore, che incide per il 3,7% sull'export totale e si posiziona tra i primi 10 mercati di destinazione». Sempre l'Ice suggerisce ancora oggi come non sia affatto «da sottovalutare la possibilità di comprendere da vicino le esigenze merceologiche e tecnologiche delle aziende locali, utili per lo studio del posizionamento sul mercato, consolidando l'immagine del Made in Italy di settore e sostenere il rafforzamento della presenza commerciale delle aziende italiane, da sempre riconosciute per le eccellenze tecnologiche».
Nella pagina dell'Ice il notiziario è evidentemente piuttosto recente, altrimenti non si sarebbe puntato su un appuntamento in calendario nella prima parte del prossimo mese di giugno. Si potrà essere corsi in anticipo, e poi nessuno ha pensato bene di aggiornare le informazioni con la nuova situazione internazionale che rende improbabile se non grottesca ogni parola lì scritta. Queste pagine internet però dovevano essere un veicolo di informazioni importanti per le imprese italiane, offrendo informazioni e opportunità per investire all'estero. Che senso ha farle e poi non aggiornarle di continuo con le novità, soprattutto quelle che cambiano radicalmente le condizioni per fare o, in questo caso, evitare di fare investimenti in paesi esteri? È un po’ come se il sito «Viaggiare sicuri» invece di essere aggiornato con le ultime novità paese per paese fornite dalla unità di crisi della Farnesina fosse rimasto ad anni addietro, consigliando magari una bella vacanza in Ucraina.
A proposito, sul portale «Info mercati Esteri» del governo italiano si consiglia esattamente alle imprese italiane di trasferire le loro sedi proprio in Ucraina: «Il basso livello dei salari (mediamente intorno ai 300 Euro al mese) può rappresentare una fattore di interesse per imprese italiane interessate ad opportunità di delocalizzazione».
Il Medio Oriente continua a muoversi su un equilibrio estremamente fragile tra operazioni militari, trattative diplomatiche e tensioni marittime che coinvolgono direttamente Stati Uniti, Iran, Israele e le monarchie del Golfo.
Nelle ultime ore il fronte più delicato è tornato a essere quello del Libano meridionale, dove un razzo è caduto all’interno della base di Shama, sede del contingente italiano di Unifil Sector West. L’esplosione non ha provocato vittime tra i militari italiani, ma ha danneggiato lievemente un mezzo del contingente. Secondo fonti informate, si sarebbe trattato di un razzo a corto raggio da 107 millimetri, un tipo di ordigno spesso utilizzato dalle milizie di Hezbollah (tesi confermata anche dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani). Il missile sarebbe finito in un’area aperta della base e le schegge avrebbero perforato un veicolo militare. L’episodio conferma come la tregua annunciata dal presidente americano Donald Trump il 16 aprile, poi prorogata il 23 aprile per ulteriori tre settimane, resti estremamente instabile. Sul terreno gli scontri continuano e le operazioni israeliane nel Sud del Libano proseguono quasi quotidianamente. Nonostante i combattimenti, Libano e Israele dovrebbero partecipare a nuovi colloqui previsti a Washington il 14 e 15 maggio.
Stati Uniti e Iran si starebbero avvicinando a un’intesa temporanea per interrompere la guerra in corso. Lo riferiscono fonti e funzionari citati da Reuters, secondo cui Teheran starebbe valutando una proposta destinata a fermare i combattimenti senza però risolvere le questioni più controverse, in particolare quelle legate nucleare iraniano. Il regime starebbe esaminando un memorandum di una pagina che prevederebbe tre fasi: fine formale della guerra, gestione della crisi nello Stretto di Hormuz e apertura di negoziati più ampi entro 30 giorni. Donald Trump ha dichiarato che un accordo è «molto possibile» e potrebbe arrivare presto. Restano però aperti i nodi principali: Washington continua a chiedere limiti al programma nucleare iraniano e la piena riapertura dello Stretto. Nel frattempo gli Stati Uniti hanno imposto nuove sanzioni contro alti esponenti iracheni accusati di sostenere gli ayatollah contrabbandando petrolio. Da Teheran arrivano ancora segnali prudenti. Un funzionario del ministero degli Esteri iraniano, citato dall’agenzia Fars, ha spiegato che la Repubblica islamica sta ancora valutando i messaggi ricevuti dagli Stati Uniti e che non è stata fornita alcuna risposta definitiva. Secondo la stampa iraniana, il presidente iraniano Massoud Pezeshkian e l’ayatollah Mojtaba Khamenei ieri si sarebbero incontrati. Il colloquio (sempre che sia avvenuto) sarebbe durato quasi due ore e mezza e, a quanto riportano i media di Stato, si sarebbe svolto in un clima descritto come «franco e cordiale».
Le difficoltà di Washington emergono anche da una valutazione riservata della Cia, anticipata dal Washington Post. Secondo l’Agenzia americana l’Iran sarebbe in grado di resistere al blocco navale imposto dagli Stati Uniti per almeno tre o quattro mesi prima di subire conseguenze economiche davvero gravi. L’analisi sostiene inoltre che Teheran conservi ancora circa il 70% delle sue scorte missilistiche precedenti alla guerra e il 75% dei lanciatori mobili. Secondo fonti americane, il regime sarebbe riuscito a riattivare gran parte dei depositi sotterranei danneggiati e a riprendere la produzione di alcuni sistemi missilistici.
La crisi nel Golfo continua nel frattempo ad avere pesanti ripercussioni sul traffico commerciale internazionale. Il segretario generale dell’Organizzazione marittima internazionale, Arsenio Dominguez, ha dichiarato che circa 1.500 navi e oltre 20.000 membri degli equipaggi risultano ancora bloccati nel Golfo Persico a causa delle restrizioni imposte dall’Iran nello Stretto di Hormuz. Teheran, inoltre, avrebbe dato vita a una nuova agenzia governativa per controllare il traffico navale e potenzialmente riscuotere dei pedaggi. Negli Stati Uniti, invece, cresce la pressione politica interna. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Arabia Saudita e Kuwait hanno eliminato le limitazioni imposte all’utilizzo delle proprie basi militari e dello spazio aereo da parte delle forze statunitensi, introdotte dopo l’avvio dell’operazione americana «Project Freedom» nello Stretto di Hormuz. La decisione, riferiscono fonti americane e saudite citate dal quotidiano, rimuove uno dei principali ostacoli che avevano rallentato la missione Usa destinata a garantire il passaggio delle navi commerciali nell’area.
L’amministrazione di Donald Trump, che ieri ha esortato il regime anche a liberare la premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi, starebbe ora valutando la riattivazione delle operazioni di scorta navale e aerea alle imbarcazioni mercantili, sospese dopo appena 36 ore dall’avvio. Il Pentagono non ha ancora indicato una data ufficiale, ma la ripresa potrebbe avvenire già nei prossimi giorni. Il Wall Street Journal sottolinea inoltre che «Project Freedom» aveva provocato forti tensioni tra Washington e Riad, dando origine a contatti diretti ai massimi livelli tra Trump e il principe ereditario Mohammed bin Salman e mettendo sotto pressione l’alleanza strategica tra Stati Uniti e Arabia Saudita.
Infine, il ministro Tajani ha dichiarato che l’Italia è pronta a inviare dragamine e altre navi in una missione internazionale per sminare Hormuz e garantire la libertà di navigazione, ma solo dopo la fine della guerra. Secondo il vicepremier, la missione dovrebbe essere internazionale, sotto egida Onu, Ue o altro accordo multilaterale.
A Siena il potere non cambia mai davvero forma. Cambia salotto, cambia alleanze, cambia notaio. Ma resta la stessa liturgia fatta di consigli d’amministrazione trasformati in trincee o verbali usati come baionette. E infatti dentro Montepaschi non c’è più soltanto una dialettica societaria.
È scontro tra la maggioranza che sostiene l’amministratore delegato Luigi Lovaglio e il presidente Cesare Bisoni, e la minoranza eletta nella lista del vecchio cda, che pensava di poter ancora esercitare un ruolo nel governo del Monte e invece si è ritrovata ai margini.
L’ultimo botto è arrivato ieri, con le dimissioni di Fabrizio Palermo. Una nota asciutta: il manager «non condivide le recenti determinazioni in materia di governance». Palermo non era un consigliere qualsiasi. Ex Cdp, amministratore delegato di Acea in scadenza. Personalità considerata vicino a Francesco Gaetano Caltagirone, era stato il candidato del cda per strappare il timone a Luigi Lovaglio che nel frattempo era stato anche licenziato. Ma l’assemblea del 15 aprile ha raccontato un’altra storia. Ha vinto Lovaglio, sostenuto dalla lista promossa dall’imprenditore Pierluigi Tortora e appoggiato dai grandi azionisti: Delfin, Banco Bpm, BlackRock, Vanguard. Da quel momento il consiglio è diventato un ring. I rappresentanti della lista presentata vecchio board - Palermo, Corrado Passera, Carlo Vivaldi, Nicola Maione, Paolo Boccardelli e Antonella Centra - insieme alla consigliera di Assogestioni Paola De Martini hanno mandato il primo segnale politico: niente sostegno alle deleghe di Lovaglio e soprattutto freddezza sulla nomina di Cesare Bisoni alla presidenza. Martedì il consiglio si è trasformato in un’aula giudiziaria. Sul tavolo c’era la posizione di Carlo Vivaldi, ex Unicredit, giudicato incompatibile per la contemporanea presenza nel board di Banca Mediolanum.
La motivazione ufficiale parla di «organi di banche concorrenti». Vivaldi si è dimesso. A quel punto Palermo ha capito che la partita era chiusa. Escono così di scena due dei sei consiglieri nominati nella lista sostenuta dal gruppo Caltagirone. Restano le macerie di una battaglia combattuta in poche settimane Adesso cosa succede? Lo statuto prevede un minimo di nove consiglieri su 15. In teoria, se si dimettessero tutti i rappresentanti delle minoranze, il consiglio potrebbe decadere. Ma nessuno, almeno per ora, pensa davvero a questo gesto estremo. Molto più probabile invece la sostituzione rapida delle caselle vuote. E qui il risiko diventa quasi dinastico. Dovrebbero entrare i primi dei non eletti della lista del vecchio cda: Gianluca Brancadoro, ex vicepresidente del Monte, e soprattutto Alessandro Caltagirone, secondogenito di Francesco Gaetano Caltagirone.
Vuol dire che il costruttore romano, già secondo socio della banca con il 13,5%, nonostante la sconfitta assembleare continua a presidiare il fortino senese pezzo dopo pezzo, uomo dopo uomo, poltrona dopo poltrona. Come nei vecchi assedi medievali: magari perdi una torre, ma continui a scavare sotto le mura. Siamo a Siena. Sullo sfondo adesso avanzano anche le procure. Quella di Milano ha chiesto a Camera e Senato l’autorizzazione preventiva (ora all’esame delle giunte) per acquisire alcune conversazioni Whatsapp nell’ambito dell’inchiesta Mps-Mediobanca prelevandole dal telefonino dell’ex direttore generale del Mef, Marcello Sala oggi in Nexi. Una mossa che nasce da una nuova frontiera della giurisprudenza costituzionale inaugurata dal caso Matteo Renzi e dalla sentenza sulla Fondazione Open: le chat dei parlamentari sono «corrispondenza costituzionalmente rilevante» e quindi protette dalle prerogative parlamentari. In pratica: i pm possono anche trovare le conversazioni nei telefoni sequestrati ai terzi, ma prima di usarle devono bussare alle Camere. La prossima settimana comincerà l’esame in commissione. Un precedente simile si è già visto con Francesco Saverio Romano, quando la Camera negò alla Procura di Palermo l’autorizzazione al sequestro della corrispondenza informatica. Così il grande romanzo senese si allarga. Non più soltanto finanza, potere e banche. Adesso entrano in scena anche immunità parlamentari, Whatsapp, conflitti di attribuzione e procure in assetto da guerra. E a quel punto Mps torna a essere ciò che è sempre stata: non una semplice banca, ma un genere letterario.
- Chiusa la nuova inchiesta per il delitto di Chiara Poggi, si va verso il rinvio a giudizio dell’amico del fratello della vittima.
- Pm di Pavia in pressing per la revisione di Stasi. Il legale dell’ex fidanzato condannato: «Ha speranza crescente, tiene i piedi per terra».
Lo speciale contiene due articoli.
Il cerchio attorno ad Andrea Sempio, unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi sembra essersi stretto tramite una profonda immersione nella sua vita privata, familiare e digitale. Lo si deduce leggendo i contenuti dell’avviso di chiusura delle indagini preliminari che ieri gli ha fatto notificare la Procura di Pavia, 18 pagine fitte che elencano il materiale a suo carico.
Nell’elenco anche 98 intercettazioni realizzate dai magistrati di Brescia nell’ambito del processo per corruzione nei confronti dell’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti. Audio richieste espressamente dagli inquirenti pavesi ai colleghi bresciani. Venditti, insieme con la collega Giulia Pezzino, aveva curato l’indagine che nel 2017 si chiuse con l’archiviazione di Sempio per l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari.
Il nuovo capo d’imputazione è quello già anticipato nell’avviso a comparire per rendere interrogatorio. Per gli inquirenti si tratta di un omicidio aggravato dalla «crudeltà» e dai «motivi abietti», collegati al movente: «L’odio per la vittima a seguito del rifiuto» di un «approccio sessuale». Un movente che gli investigatori devono aver cercato (e a loro giudizio, trovato) tramite una mappatura digitale totale della vita di Sempio. Non soltanto telefoni e computer, ma cronologie, archivi personali conservati su Cloud e hard disk, email, profili social. E, soprattutto, tre pennette Usb. Lì, con molta probabilità, chi indaga deve aver cercato traccia dei video intimi tra Chiara e Alberto Stasi. Un dettaglio che si incrocia inevitabilmente con l’ultimo soliloquio di Sempio intercettato, quello in cui, dopo aver affermato di aver visto i «video», cita proprio una «pennetta». «Fin dal 2009, fin dal processo Stasi, che ci fosse una pendrive decisiva ai fini della soluzione del giallo di Garlasco era già notizia, non è che sia una novità», ha affermato, cercando di arginare possibili congetture, l’avvocato Liborio Cataliotti, che poi ha aggiunto: «Quanto alla portata dell’accusa non c’è nessuna novità».
Chi pensava di trovare nell’avviso di chiusura delle indagini riferimenti all’arma del delitto, infatti, deve essere rimasto deluso. Non c’è ancora, inoltre, una dinamica dei fatti completamente definita. La parola «almeno» si ripete per tre volte in poche righe in riferimento alle lesioni che avrebbero prima tramortito e poi ucciso Chiara. Però c’è una frase molto interessante, infilata quasi casualmente nell’elenco dei reperti sequestrati ai genitori di Sempio. Una nota del Nucleo investigativo di Milano riporta un appunto manoscritto ritrovato a casa Sempio: «Già stato audito ma i carabinieri si sono dimenticati di chiedere a Sempio dove fosse la mattina dell’omicidio». Il documento sembra suggerire che la pista sul commesso trentottenne, quella del 2017, potrebbe non essere stata approfondita davvero.
E qui il collegamento con Brescia, dove le indagini sono ancora in corso, diventa inevitabile. Anche perché è difficile pensare che i genitori dell’indagato si riferiscano al figlio indicandone il cognome. Non ci sono ulteriori riferimenti che, in questo momento, aiutino a interpretare meglio quello scritto. Ma il peso dell’inchiesta bresciana emerge in modo concreto se si arriva alle ultime pagine. Qui vengono elencate le intercettazioni provenienti dal procedimento sui magistrati. Una massa enorme di captazioni, se si pensa che quelle realizzate da Pavia e ritenute dal pool di Fabio Napoleone come «rilevanti» sono 114 e quelle trasmesse da Francesco Prete sono 98. È il segnale che i due fascicoli si sono intrecciati e saldati. Dentro quel collegamento aleggia inevitabilmente l’ipotesi che nel 2017 alcune verifiche fondamentali possano non essere state fatte. Tra queste di certo ci sono le trascrizioni di alcuni audio «cannate» dai carabinieri della «Squadretta» di Venditti, che le avrebbero riportate solo parzialmente e, in alcuni casi, le avrebbero ritenute irrilevanti. Ma c’è anche un altro dettaglio. In un’agenda di colore marrone, con la prima pagina che riporta la data 27 luglio 2018, e quindi riferibile al periodo immediatamente successivo all’archiviazione dell’inchiesta coordinata da Venditti, sarebbe stato scovato un appunto parziale che cominciava con «libero di» e finiva con «bel culo». Nell’atto consegnato all’indagato non viene ricostruito il contesto e l’utilità al fine delle indagini. Ma per essere finito nella documentazione selezionata dagli inquirenti deve essere stato ritenuto come un elemento d’interesse.
La Procura è entrata anche nell’archivio familiare dei Sempio, portando via ai due coniugi una fotocamera digitale, vecchi telefoni cellulari, una cornice digitale Telefunken, quaderni pieni di appunti manoscritti, agende e fogli sparsi. Ma anche circa 81 tra cd e dvd, alcuni dei quali descritti nel fascicolo come contenenti materiale «pornografico». Poi c’è il cerchio degli amici di Andrea. Gli inquirenti hanno sequestrato materiale a Roberto Freddi, Mattia Capra e Michele Bertani. È soprattutto il nome di quest’ultimo a riportare il caso all’interno di una dimensione oscura. Bertani, morto suicida nel 2016, era uno degli amici storici di Andrea. Come ultimo post sui social il ragazzo aveva riportato una citazione della canzone La Verità del gruppo rap Club Dogo: «La verità sta nelle cose che nessuno sa, la verità mai nessuno te la racconterà». Un passaggio particolarmente suggestivo sul quale per mesi si è arrovellato il circuito mediatico. In uno dei tanti monologhi intercettati, Sempio sembrava rivolgersi proprio a lui: «Da 0 a 18 anni tutte le c… le abbiamo fatte assieme». E in un passaggio successivo dice: «Perché ti impicchi, adesso che ti sei impiccato che cosa hai ottenuto? Sei morto, sei morto». A casa dei genitori di Bertani sono stati acquisiti materiale personale e vecchi dispositivi elettronici: un block notes con numerose pagine manoscritte, una copertina plastificata del liceo Cairoli di Vigevano piena di appunti, un curriculum vitae, 13 fotocopie collegati al gruppo musicale Invers. E anche la documentazione relativa a un ricovero psichiatrico del 2015.
Nel fascicolo sono finiti anche materiale proveniente dalla trasmissione Le Iene: 57 file audio e video contenuti in una cartella denominata «Garlasco», per un totale di 36,5 gigabyte. Un segnale ulteriore di quanto l’indagine abbia rastrellato tutto ciò che negli anni ha riguardato il delitto, comprese piste e contributi televisivi. «Catalogo le prove in due categorie», ha spiegato l’avvocato Cataliotti, «da un lato quelle tradizionali e le consulenze, che non ci preoccuperebbero, perché saremmo assolutamente in grado di fronteggiarle; dall’altro le captazioni, riassunte, o meglio che a noi sono state riassunte, la maggior parte delle quali rappresentate dal soliloquio, e che invece sarebbero probanti. Io mi permetto di fare appello alla prudenza». Le valutazioni dell’avvocato sono queste: «È come se ci trovassimo di fronte a un soggetto che dopo aver commesso un reato, pressoché non provato e pressoché volontariamente, perché consapevole di essere intercettato, avrebbe fornito lui stesso le prove per sorreggere le accuse». Una situazione che Cataliotti definisce «paradossale». I Poggi, ha commentato l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, «sanno che è colpevole Stasi e che, in qualche modo, si vuole cercare di togliergli questo ruolo. Direi che la situazione è unica, forse, nel panorama giudiziario italiano».
Adesso, però, il tempo delle piste mediatiche e delle ipotesi parallele sembra essersi ristretto. La risposta, dopo quasi 20 anni di errori, omissioni, archiviazioni e improvvisi ritorni dal passato, con molta probabilità sarà affidata all’aula di un tribunale.
Pm di Pavia in pressing per la revisione di Stasi
La Procura di Pavia ha disposto la trasmissione alla Procura generale di Milano del materiale raccolto su Andrea Sempio per «sollecitare» una eventuale richiesta di revisione del processo che nel 2015 si è chiuso con la condanna definitiva a 16 anni per Alberto Stasi. Il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone, nella nota che accompagnerà gli atti, scrive che «si è provveduto, in data odierna, a notificare l’avviso di conclusione delle indagini» nei confronti di Andrea Sempio, «con conseguente deposito di tutti gli atti del procedimento penale relativo all’omicidio di Chiara Poggi».
La Procura chiarisce anche che provvederà «come già reso noto, a inoltrare al procuratore generale di Milano l’atto contestato all’indagato nel corso del suo interrogatorio del 6 maggio 2026», cioè quello notificato l’altro giorno a Sempio, «illustrativo e riassuntivo dei nuovi elementi probatori, raccolti a seguito della riapertura delle indagini 2016/2017», per «l’eventuale esercizio di ogni sua prerogativa». Dentro quel passaggio c’è tutta la complessità della nuova fase giudiziaria del caso Garlasco. Perché la Procura di Pavia, di fatto, sta dicendo alla Procura generale di Milano: valutate voi se esistono le condizioni per chiedere la revisione del processo Stasi davanti alla Corte d’Appello di Brescia. Una strada che, però, come aveva già confermato proprio il procuratore generale Francesca Nanni dopo aver incontrato (il 24 aprile scorso) Napoleone, pare sia lunga. Lo studio delle carte «non sarà né facile né breve», aveva spiegato il magistrato. Una frase che fotografa la dimensione del materiale investigativo accumulato negli anni attorno al delitto di Garlasco.
Nel frattempo, anche la difesa di Stasi prepara la sua strategia. Dopo l’analisi completa degli atti, gli avvocati presenteranno la richiesta di revisione per tentare di cancellare la condanna definitiva. E insieme all’istanza potrebbe arrivare anche la richiesta di sospensione della pena, che porterebbe alla scarcerazione di Stasi, attualmente in regime di semilibertà. Il suo legale, Antonio De Rensis, prova a descrivere lo stato d’animo del suo assistito: «Alberto ha una speranza sempre più crescente, ma ha anche comunque un equilibrio che lo fa rimanere con i piedi per terra, consapevole della sua situazione attuale di detenuto, e altrettanto consapevole che questa è un’indagine seria, che forse ci permetterà di lavorare intensamente e nel tempo più veloce possibile, compatibilmente con la mole degli atti, per preparare una richiesta di revisione».
Poi sembra inviare un messaggio preciso al fronte schierato contro il suo assistito: «Questa indagine fa e farà tanta paura a qualcuno, si cerca di sfuggire dalla realtà immaginando situazioni che non hanno niente a che vedere con la realtà. Chissà che questa indagine non ci faccia scoprire che qualche censore verrà poi censurato».













