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2018-06-01
Risorge Conte. E anche un po’ Savona
ANSA
I siti stranieri sono stati i primi a dare il suo nome per il ministero dell'Economia del governo italiano. Giovanni Tria, 69 anni, laurea in giurisprudenza, presidente della Scuola di amministrazione pubblica e docente di politica economica alla facoltà di economia di Tor Vergata, è il ministro dell'Economia del governo politico M5s-Lega. L'accordo è arrivato dopo il passo di lato del professor Paolo Savona, originale candidato al dicastero di Via XX Settembre «censurato» dal presidente Sergio Mattarella perché antieuropeista, che avrà invece il ministero delle Politiche comunitarie. Quasi una vittoria di Pirro per il Colle… Non in quota Lega, ma di area centrodestra, curriculum ineccepibile, Tria, allievo oltre che amico dell'economista Luigi Paganetto, «nasce» nell'alveo del partito Socialista, particolarmente legato a Gianni De Michelis, con cui condivide lo studio e l'analisi delle economie dell'Est, in particolare quella della Cina, Paese di cui è un profondo conoscitore come lo è del mondo statunitense. Vicino a Giulio Tremonti, collaboratore di Renato Brunetta del quale è stato consulente all'epoca in cui era ministro della Pubblica amministrazione, con lui ha scritto diversi articoli, tra i quali, nel 2003, Il patto di stabilità e crescita: regole fiscali da cambiare. Brunetta non gioisce però e si trincera dietro un secco «no comment», sulla nomina.
Personaggio understatment (ed è lì la sua grande forza), naturalmente mite e perbene, ha grandi capacità di mediatore fino ad essere un adeguato «ponte» con il centrosinistra. Grande competenza macroeconomica, europeista, nessun ostracismo verso l'euro ma che non giudica «perfetto», ma con una concezione internazionalistica dell'Ue tanto da essere un attento analista della politica e dell'economia dei Paesi europei. Commentando un intervento di La Malfa e Savona sul Corsera scrisse: «Una svalutazione può certo essere manovrata per “imbrogliare i nemici" tramite politiche monetarie ad hoc, ma il tasso di cambio è essenzialmente un prezzo e come tale può determinarsi sul mercato o distorto, come qualsiasi altro prezzo, impedendo al mercato di funzionare. Ma come ogni altro prezzo è un mezzo di riequilibrio se determinato almeno in parte dal mercato. Se un Paese come la Germania mantiene per anni un surplus tra il 6 e l'8% del Pil senza che la sua valuta si apprezzi rispetto a quella di Paesi in deficit significa che questo strumento di riequilibrio economico di mercato è stato eliminato, e non che si è eliminata una policy sbagliata. E non c'entrano neppure le maggiori o minori virtù italiche rispetto a quelle germaniche».
Partecipando alla presentazione del «XII Rapporto sull'economia italiana» a cura di Mario Baldassarri, Tria sospese il giudizio sul reddito di cittadinanza: «In attesa di sapere cosa sarà» e quali saranno «quindi, le risorse richieste e l'ampiezza del pubblico dei beneficiari. Esso sembra oscillare tra una indennità di disoccupazione un poco rafforzata e un provvedimento, improbabile, tale da configurare una società in cui una parte della popolazione produce e l'altra consuma».
Più possibilista invece verso la flat tax: «Interessante l'obiettivo della flat tax, che coincide con l'obiettivo di riduzione della pressione fiscale come condizione di una politica di crescita, soprattutto se si vede questo obiettivo non tanto come un modo per aumentare il reddito spendibile di famiglie e imprese, e quindi sostenere la domanda interna, ma come un modo per aumentare il rendimento dei fattori produttivi, lavoro e capitale, e quindi anche degli investimenti».
Collaboratore di Formiche.net, lo scorso 14 maggio, scriveva sulle proposte dall'alleanza Di Maio-Salvini: «Le norme attuative dei propositi si dovranno scrivere con le competenze istituzionali in grado di misurare effetti di bilancio e coerenze legislative di sistema. E in genere la realtà delle cifre ridimensiona spesso la visione». Inoltre sottolineava come non fosse «affatto chiaro quale sarebbe l'indirizzo del governo di coalizione sui temi di politica industriale e sul sistema di controlli giudiziari e para-giudiziari che assieme al codice degli appalti stanno paralizzando ogni velleità di attivazione degli investimenti pubblici, pur da tutti auspicati». Nello stesso articolo sottolineava: «Vi è la “vulgata" che serva subito un governo per impedire che queste clausole di aumento dell'Iva vengano attivate, perché ciò sarebbe recessivo. La tesi non mi sembra sostenibile a meno che si pensi di impedire l'aumento delle aliquote Iva creando altro deficit». Piuttosto, scrive, e la cosa non potrà che diventare argomento caldo fin dal primo cdm, «non si vede perché non si debba far scattare le clausole di salvaguardia di aumento dell'Iva per finanziare parte consistente dell'operazione flat tax». La conoscenza profonda della Pa consentirà al ministro Giovanni Tria di guidare la macchina di Via XX Settembre e costruire una squadra capace di affrontare «attacchi» dentro e fuori. Fin da subito, rinunciando forse a qualche concerto jazz e a qualche serata tra amici nell'amata Toscana.
Sarina Biraghi
La Lega e i 5 stelle possono partire anche con la spintarella della Meloni
Habemus papam, Giuseppe II. Giuseppe Conte, il professore pugliese di Volturara Appula, è il secondo presidente del Consiglio battezzato con il nome proprio maschile più diffuso in Italia. Il primo fu Giuseppe Pella, piemontese di Valdengo, successore di Alcide De Gasperi. Pella, democristiano, governò l'Italia per soli 5 mesi, dal 17 agosto 1953 al 18 gennaio 1954. L'allora capo dello Stato, Luigi Einaudi, incaricò Pella di formare un governo provvisorio, il cui unico obiettivo era approvare la legge finanziaria.
Il governo Pella durò 5 mesi, Giuseppe Conte spera (anzi conta, ovviamente) di durare 5 anni. La sua prima esperienza come premier incaricato, era durata appena 5 giorni. Il sogno di Conte era naufragato domenica scorsa, di sera, infrangendosi contro uno scoglio di 82 anni chiamato Paolo Savona all'Economia. Lo scoglio non c'è più, o meglio: si è spostato al ministero delle Politiche comunitarie. All'Economia va il docente Giovanni Tria, che ha l'ok del capo dello Stato, Sergio Mattarella, e così Giuseppe Conte può finalmente iniziare la sua navigazione in mare aperto, sostenuto dalla maggioranza M5s-Lega, con l'appoggio esterno di Fratelli d'Italia.
La novità della convulsa giornata di ieri, infatti, è questa: Giorgia Meloni non entrerà al governo, e neanche nessun altro esponente del suo partito, che si asterrà sulla fiducia. La lista dei ministri è sostanzialmente invariata rispetto a quella presentata domenica scorsa al presidente della Repubblica, Mattarella, da Conte, che vedendosi bocciare il nome di Savona per il ministero dell'Economia, rimise l'incarico. Matteo Salvini, che su Savona ha combattuto una battaglia al penultimo sangue, alla fine si è convinto a «salvarci», come ieri titolava la Verità in prima pagina, chiedendo al leader della Lega «un atto di buonsenso che sblocchi la situazione».
Il governo del buonsenso nasce alle 18 e 58 di ieri, quando Luigi Di Maio e Matteo Salvini, diffondono la dichiarazione congiunta che il Quirinale attende per chiudere una crisi durata 89 giorni. «Ci sono tutte le condizioni per un governo politico M5s-Lega con Giuseppe Conte presidente del Consiglio», annunciano Di Maio e Salvini, dopo una riunione durata quasi quattro ore, alla Camera, prima da soli e poi con Conte, sul tetto di Montecitorio.
«Impegno, coerenza, ascolto», dice Matteo Salvini alcuni minuti dopo, su Facebook, «lavoro, pazienza, buon senso, testa e cuore per il bene degli italiani. Forse finalmente ci siamo, dopo tanti ostacoli, attacchi, minacce e bugie. Grazie per la fiducia amici, vi voglio bene e sappiate che avrò bisogno di voi».
La giornata della svolta inizia di buon mattino, quando Giorgia Meloni e Matteo Salvini annullano gli appuntamenti elettorali e piombano a Roma. Tra le 11 e le 12, Di Maio e Salvini arrivano alla Camera. Alle 14, Salvini incontra la Meloni; subito dopo si riunisce con Di Maio. L'ipotesi di un ingresso in maggioranza di Fdi tramonta: il M5s non accetta la presenza di ministri «meloniani», poiché la prospettiva stava facendo andare in frantumi i pentastellati. «Mi pare di capire», commenta la Meloni, «che Matteo Salvini abbia parlato di un eventuale ingresso di Fdi nel futuro governo per rafforzare il campo del centrodestra, mi pare anche che abbia ricevuto un niet da parte del M5s. Mi dispiace, non mi fa ben sperare per il futuro del governo. Presumibilmente», aggiunge la Meloni, «ci asterremo sul voto di fiducia per aiutarlo a nascere perché abbiamo sempre detto che un governo politico è meglio di uno tecnico».
Dunque, il centrodestra sembra spaccarsi in tre. Lega al governo, Fdi astenuta sulla fiducia, Forza Italia contraria, come annunciato dalla capogruppo azzurra Mariastella Gelmini: tre partiti, tre posizioni diverse. Alle 17 e 37, Giuseppe Conte raggiunge Matteo Salvini e Luigi Di Maio a Montecitorio. Il premier e i suoi due vicepremier mettono a punto la lista dei ministri; informano il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dell'accordo, e inviano via mail, dal cellulare di Luigi Di Maio, l'elenco.
Carlo Cottarelli, che alle 18 era salito al Colle per l'ennesimo colloquio «informale», viene riconvocato ufficialmente dal presidente della Repubblica per le 19 e 30. Puntualissimo, arriva al Quirinale e incontra Mattarella. Neanche 10 minuti e, il segretario generale della presidenza della Repubblica, Ugo Zampetti, annuncia che Cottarelli ha rimesso il mandato. «È stato per me un grande onore», dice Cottarelli all'uscita dell'incontro con Mattarella, «lavorare al servizio del paese, anche se solo per qualche giorno. La formazione di un governo politico», sottolinea Cottarelli, «è di gran lunga la migliore soluzione per il paese, limita l'incertezza che deriverebbe da nuove elezioni. Esprimo i miei auguri di cuore di buon lavoro al governo che spero possa essere formato al più presto. Grazie e scusate», conclude Cottarelli, «se sono stato troppo silenzioso in questi giorni». I giornalisti applaudono, cosa mai accaduta prima: un po' per incoraggiare Cottarelli, un po' perché finalmente la fine di questa assurda telenovela sembra vicinissima. Alle 21, Giuseppe Conte sale al Quirinale per ricevere l'incarico di presidente del Consiglio. Oggi, alle 11, il giuramento. Lunedì prossimo la fiducia al Senato, martedì alla Camera.
Carlo Tarallo
Ai due leader Interno e super Lavoro. Giorgetti sarà il nuovo Gianni Letta
Con il trolley è venuto e con il trolley se ne andrà, non senza aver fatto un po' di turismo a Montecitorio, con una visita privata all'aula della Camera. Carlo Cottarelli, ieri sera alle 19.30 è andato al Quirinale per rimettere il mandato, dopo un colloquio informale alle 18, proprio mentre Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini mettevano a punto la lista del governo gialloblù. In coppia con l'uomo del Colle, l'economista del Fondo monetario archivia con la remissione del mandato un'avventura capace di bruciare 125 punti di spread: il differenziale dei titoli italiani con quelli tedeschi era a 178 giovedì 24, quando il governo Conte sembrava sicuro, e ha toccato quota 303 quando Mattarella sembrava intenzionato a mandare Cottarelli allo sbaraglio anche se perfino il Pd parlava di elezioni subito.
Non male come «tutela del risparmio degli italiani».
Ieri, man mano che la paura per la morsa dei mercati calava, anche al Quirinale si faceva strada un minimo imbarazzo per come la mossa Cottarelli «non è stata evidentemente compresa». Mattarella, dicono fonti dello stesso Pd, sarebbe rimasto sorpreso dal voltafaccia del suo ex partito rispetto a mister spending review, ma non si pente manco un po' di aver sbarrato il portone di via XX Settembre a Paolo Savona.
In ogni caso, ieri mattina ha avuto un incontro (sempre «informale», per carità) con Cottarelli, per aggiornarlo delle novità e tenerlo caldo, nel caso leghisti e grillini avessero litigato di nuovo. Ma i leader dei due partiti usciti semi-vincitori dalle elezioni di domenica 4 marzo hanno imparato la lezione e si sono fatti furbi. «Problemi su qualche ministro suggerito dal Colle o da Bankitalia? No problem, intanto partiamo con il governo, che tanto i singoli ministri si possono sempre sfiduciare appena sgarrano», spiega uno dei vertici del Carroccio. Il discorso, tanto per non far nomi, vale innanzitutto per l'economista Giovanni Tria, preside di Bernardo Mattarella (figlio) alla Scuola della pubblica amministrazione, e in passato consigliere di Giuliano Amato al Tesoro e di Lamberto Dini agli Esteri per la cooperazione internazionale. Ma vale anche per Enzo Moavero Milanesi, spostato dagli Affari europei alla Farnesina, ed espressione purissima di quello che Lega e M5s chiamano un po' spregiativamente establishment. Del resto, indiscrezioni di area grillina sostengono che il capo dello Stato, su probabile consiglio di Mario Draghi e del governatore Ignazio Visco, abbia fatto arrivare nomi come Pierluigi Ciocca e Salvatore Rossi, che però sarebbero stati bocciati proprio in quanto di scuola Bankitalia, giudicata da Lega e 5 stelle non esattamente una garanzia in fatto di «tutela dei risparmiatori».
Ma il capo dello Stato, con il suo Cottarelli appeso agli eventi come un altro campione della Troika, ovvero il premier spagnolo Mariano Rajoy, ha anche voluto sondare il presidente del Senato, Elisabetta Casellati. Anche con lei «incontro informale» di buon mattino, nel corso del quale l'ex collega dell'avvocato Niccolò Ghedini e il capo dello Stato hanno parlato anche di numeri, sempre «informalmente». La maggioranza gialloblù al Senato ha solo sei seggi di vantaggio e quindi chissà se Fratelli d'Italia potrebbe aggiungere 14 voti. E poi c'è da capire se Silvio Berlusconi farà un'opposizione feroce, oppure sarà pronto a votare qualche fiducia qua e là, su punti che in fondo erano nel programma del centrodestra.
A parte lo spostamento di Savona al posto di Moavero Milanesi, la lista dei ministri annunciata da Di Maio domenica sera non dovrebbe subire grandi modifiche. I due leader, Salvini e Di Maio, saranno vicepremier con il secondo che avrà il ministero dello Sviluppo economico unificato con il Lavoro, mentre il leghista andrà al Viminale. Il post-padano Giancarlo Giorgetti dovrebbe andare a Palazzo Chigi, a cercare di non far rimpiangere Gianni Letta, mentre Riccardo Fraccaro (M5s) sarà ministro ai Rapporti col Parlamento e democrazia diretta. Alla Funzione pubblica, al posto della Madia, è pronta la leghista Giulia Bongiorno, mentre alla Giustizia andrà Alfonso Bonafede. All'Ambiente il generale Sergio Costa. Alla Difesa, nella speranza di imbarcare qualche Fratello d'Italia come viceministro, si siederà Elisabetta Trenta in quota M5s. Mentre a Infrastrutture e trasporti ecco Danilo Toninelli, sempre in quota M5s. Il provveditore di Milano, Marco Bussetti, alla Scuola. Mentre la grillina Giulia Grillo va verso la Sanità con Lorenzo Fontana alla Disabilità. Ministro per il Sud sarà la grillina Barbara Lezzi, alla Cultura Roberto Bonisoli.
Francesco Bonazzi
Così è fallito l’ultimo assalto al professore
Anche se avverte che a 82 anni il suo posto è nell'amato orto, fra la salvia e le verze, Paolo Savona ha deciso di godersi lo spettacolo e accetterà le Politiche comunitarie. Si toglierà lo sfizio di piantare le tende a Bruxelles dove lo detestano e di chiedere la parola per mettere in imbarazzo i nani della moneta unica. Una bella sfida a Sergio Mattarella. Una vendetta sottile, anche se quello è un ministero di seconda fila; roba da Valdo Spini o Rocco Buttiglione. Come suonare l'oboe quando hai dentro di te la genialità del primo violino. In sua vece, davanti ad Angela Merkel, andrà Giovanni Tria, che sta su posizioni molto vicine - su euro e Quarto Reich - a quelle del magister sardo che da una settimana stiamo scambiando per Dracula.
L'accanimento violento e livoroso con cui i giornaloni italiani si stanno scagliando contro Savona da domenica scorsa è pari solo alle monetine per Bettino Craxi, al tiro al bersaglio al Silvio Berlusconi del 1994 e alla demolizione dell'arbitro Byron Moreno che ci cacciò dai mondiali coreani (lì almeno c'era un motivo). L'ex ministro del governo di Carlo Azeglio Ciampi, ex dirigente di Bankitalia, membro dell'Ocse, mente sopraffina chiamata a stilare trattati internazionali e molto altro, ha commesso due errori imperdonabili per i numerosi cani lupo con i canini affilati che lo stanno inseguendo nonostante lo spread sia tornato a cuccia: ha sollevato legittime obiezioni sulla solidità dell'euro in alcuni dei suoi 39 libri, scritti senza la prefazione di Walter Veltroni. E ha osato guardare negli occhi, senza abbassare i suoi, il presidente della Repubblica che gli ordinava di togliersi di torno per non irritare gli euromonarchi del nostro destino.
Non fare il servo, nel mainstream mediatico, è considerato qualcosa di inaudito, un'imperdonabile leggerezza che lui sta duramente pagando. Dopo essere stato accusato di favorire la bancarotta del Paese e di sobillare la Troika per creare un effetto Grecia, ecco l'inevitabile salto di qualità: le insinuazioni personali. Così ieri il Corriere della Sera (per rimanere in vantaggio su Repubblica e La Stampa, dove la nostalgia del renzismo è lancinante) ha pubblicato una mail inoltrata alla redazione da uno pseudo amico di Savona incline alla delazione, nella quale il professore avrebbe scritto qualcosa di terribile come «Il mio silenzio sdegnoso li offende più di una risposta. Mattarella non ha capito che ormai il popolo si è ribellato e deve dare una risposta». Ma questo è il meno.
Lo scoop più eccitante è quello che Luigi Di Maio avrebbe riferito a Carlo Cottarelli al bar: Savona è iscritto alla massoneria americana. Senza virgolette perché ormai si pubblica anche il sospiro incerto del pastore errante. La pratica ha pure un nome, si chiama «battuta rubata». Ovviamente un politico in astinenza da rissa, per esempio il deputato del Pd Michele Anzaldi, lo si trova sempre. E parte il circo. «Se fosse confermato, Di Maio e il Movimento 5 stelle accetterebbero che l'economista venga nominato ministro? Se è l'ennesima bufala, perché Di Maio non smentisce?». I social sono meravigliosi ventilatori e infatti il professore si ritrova l'hashtag #Savonamassone. Ammesso che lo sia, potremmo divertirci a contare (anche fra i giornalisti di successo) quelli che non lo sono stati o non lo sono.
Savona ha tenuto il punto con il capo dello Stato, ha criticato la Germania bulimica che domina il gioco monetario e lo hanno massacrato neanche fosse il terrorista Cesare Battisti quando sputa sull'Italia. Poco importa che un premio Nobel dell'Economia come Paul Krugman gli abbia dato ragione («È veramente orribile escludere dal potere i partiti populisti che hanno vinto perché vogliono un ministro delle finanze euroscettico. La fede nella moneta unica supera la democrazia?»). È del tutto marginale che da destra a sinistra ci si stupisca delle manganellate all'economista, come fa Stefano Fassina, non certo sospettabile di leghismo: «Milioni di italiani delle fasce deboli hanno votato M5s al Sud e Lega al Nord. Savona è una persona autorevole e competente, è l'uomo giusto per forzare le regole europee. E in più conosce anche i nostri limiti e i nostri pregi».
Le fauci restano aperte, i guardiani delle élites hanno il loro nemico da sbranare. Poiché al terzo «Piano B» per l'uscita dall'euro un venerdì notte (ma c'è qualcuno che ci crede?), la noia sta cominciando a travolgere il lettore, anticipiamo due sviluppi che potrebbero affiancare le «battute rubate» di chi peraltro gronda deontologia: la scoperta di una Gladio economica organizzata dai servizi deviati nei caveau di Bankitalia e la pubblicazione di una foto sbiadita del professore a sei anni, vestito da balilla con il fez. Quella ci manca.
Ieri, prima di derubricarsi da primo violino a oboe con una certa vendicativa perfidia, Paolo Savona ha voluto rassicurare i pochi che lo ascoltano: «Non c'è alcuna possibilità di default del debito pubblico italiano. Lo devono capire». Ma non lo capiranno, caro professore. Le rape ideologiche contengono anche meno sangue di quelle che lei coltiva nell'orto.
Giorgio Gandola
Cottarelli se l’è presa nel trolley, può tornare a godersi la pensione
Nella frenetica escalation di vertici, impegni annullati, meeting, abboccamenti e incontri di ieri, c'era qualcuno che non sapeva come passare il tempo. Si consumava nell'attesa. Non aveva nulla da fare, se non aspettare che il Quirinale decidesse il suo destino e soprattutto quello del governo da lui diligentemente confezionato. Questo fino al tardo pomeriggio, quando Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno annunciato di aver trovato «le condizioni per un governo politico», rendendo di fatto il suo esecutivo tecnico perfettamente inutile. Quest'uomo si chiama Carlo Cottarelli, che per quattro giorni è rimasto virtualmente sulla soglia di Palazzo Chigi e ieri ha scoperto di poter a tornare serenamente ai suoi studi economici e all'Osservatorio conti pubblici dell'Università Cattolica. Alle 19.30, convocato, si è recato al Colle per l'ultima volta in questa lunga crisi post-elettorale e ha rimesso il mandato ricevuto da Sergio Mattarella.
Anche ieri è rimasto relegato dietro le quinte, nonostante avesse pronta da giorni la lista dei ministri per un esecutivo «neutrale». Alle 18 era già salito al Colle per un «colloquio informale» con il capo dello Stato, l'ennesimo di questi ultimi giorni, d'altronde si trattava pur sempre del presidente del Consiglio incaricato e qualcosa bisognava dirgli. Un incontro durato soltanto pochi minuti.
Quindi come ha impiegato il resto della giornata? In spasmodica attesa che squillasse il telefono? Sperando che Di Maio e Salvini si decidessero finalmente a governare? Oppure augurandosi il contrario? Tali dubbi e pensieri devono aver affollato per tutto il giorno la testa dell'ex commissario alla spending review. Lunghe ore trascorse a immaginare i possibili scenari, a tessere contromisure per arginare lo spread.
Cottarelli tuttavia non poteva sprecare mattinata e pomeriggio recluso nel suo ufficio, appositamente allestito al primo piano di Montecitorio, a rigirarsi i pollici. Infatti, come un turista qualsiasi, ne ha approfittato per visitare l'aula della Camera, seguendo con attenzione le spiegazioni dei commessi. Ha ascoltato con interesse la lunga storia del palazzo, da quando nel 1653 Innocenzo X lo commissionò a Gian Lorenzo Bernini come residenza per la famiglia Ludovisi. Il premier incaricato è stato quindi ancora avvistato in Transatlantico mentre iniziava proprio il faccia a faccia tra Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Giuseppe Conte. Quindi è stato visto percorrere velocemente il cosiddetto Corridoio dei passi perduti, il cui nome ben si accompagnava con lo smarrimento di Cottarelli. Poi è sparito dietro le porte del suo studio, in Sala dei busti. Sempre con lo stesso pensiero a brulicare in testa: potrò presentare la sua squadra dei ministri oppure dovrò cedere il passo definitivamente a Giuseppe Conte?
I suoi sostenitori erano rimasti pochissimi. Anche lo stesso Partito democratico, che ora lo invoca come possibile, ennesimo, leader, aveva iniziato a invocare le elezioni appena dopo l'estate. E nessuno pareva disposto a votare la fiducia a un suo sempre più improbabile e barcollante governo. A sorreggerlo restava però la moglie, con la quale ieri ha avuto un intenso scambio di telefonate. Forse anche perché non sapeva chi chiamare.
Lei si chiama Miria Pigato e lavora, come il marito, nel mondo della finanza e dei grandi numeri. È infatti una practice manager alla Banca mondiale ed è sempre stata convinta, fino all'ultimo, che il suo consorte avrebbe potuto fare bene a Palazzo Chigi. La Pigato, che ha vissuto per 25 anni a Washington, si diceva sicura del ruolo benefico che avrebbe potuto ricoprire il suo Carlo nella razionalizzazione dei conti pubblici italiani. Non a caso Cottarelli è stato soprannominato «Mister forbici».
Ma per questa volta le famigerate forbici sono rimaste nel cassetto, poiché il premier incaricato non è mai potuto uscire dal «parcheggio» in cui lo aveva relegato il presidente Sergio Mattarella. Aspettando che Lega e 5 stelle facessero i giochi che gli elettori li hanno chiamati a fare.
L'interminabile giornata turistica di Cottarelli alla Camera si è chiusa precipitosamente nel giro di pochi minuti. Alle 19.30 l'ingresso nel Palazzo del Quirinale. Alle 19.40 il segretario della presidenza della Repubblica Ugo Zampetti annunciava che lo sforzo di Mister forbici «non risulta più necessario». Cinque minuti dopo è stato lo stesso (ormai ex) premier incaricato a confermare ai giornalisti di aver rimesso il mandato nelle mani di Mattarella: «È stato per me un grande onore lavorare al servizio del Paese, anche se soltanto per qualche giorno. Ringrazio le persone che si erano rese disponibili a entrare in tale governo e i dipendenti della Camera». Cottarelli ha ammesso che «la formazione di un governo politico è di gran lunga la soluzione migliore per il Paese. Esprimo i miei auguri di cuore al governo che spero sia formato al più presto».
A parte la gita tra gli stucchi di Montecitorio, le telefonate a vuoto e l'applauso dei giornalisti al suo «grazie, e scusatemi se sono stato un po' silenzioso con voi», di questa giornata noiosa e frenetica Cottarelli si porta a casa il ringraziamento da parte del capo dello Stato per «l'impegno, la serietà e il senso delle istituzioni che ha dimostrato nello svolgimento del compito affidatogli». Incarico che secondo molti, e forse anche secondo lo stesso Mattarella, era destinato a finire così. Pazienza, Mister forbici saprà consolarsi con la pensione d'oro del Fmi.
Alfredo Arduino
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Un'accelerazione delle trattative sfocia nell'incarico. L'ingresso di Fdi nell'esecutivo sfuma all'ultimo per le resistenze dei grillini. Ma Matteo Salvini ottiene l'astensione che spacca in tre il centrodestra.Oggi il giuramento, lunedì la fiducia. Il Tesoro a Giovanni Tria, professore a Tor Vergata, di formazione socialista, ex collaboratore di Renato Brunetta. Non predica l'eurexit ma contesta la concorrenza sleale della Germania. L'economista bocciato dal Quirinale ritorna in gioco alle Politiche europee: il Corriere l'ha attaccato pubblicando una mail privata e alludendo a logge massoniche. Ma lui ha resistito e sarà della partita.A Matteo e Gigino i posti di vicepremier. Enzo Moavero Milanesi agli Esteri, Difesa alla grillina Elisabetta Trenta.Dopo quattro giorni trascorsi ad aspettare, il premier di scorta al servizio di Mattarella ha rimesso il mandato Il suo governo non ha mai avuto i voti, l'ha ammesso lui stesso: «Soluzione politica è di gran lunga la migliore».Dopo quattro giorni trascorsi ad aspettare, il premier di scorta al servizio di Sergio Mattarella ha rimesso il mandato Il suo governo non ha mai avuto i voti, l'ha ammesso lui stesso: «Soluzione politica è di gran lunga la migliore». Lo speciale contiene cinque articoli I siti stranieri sono stati i primi a dare il suo nome per il ministero dell'Economia del governo italiano. Giovanni Tria, 69 anni, laurea in giurisprudenza, presidente della Scuola di amministrazione pubblica e docente di politica economica alla facoltà di economia di Tor Vergata, è il ministro dell'Economia del governo politico M5s-Lega. L'accordo è arrivato dopo il passo di lato del professor Paolo Savona, originale candidato al dicastero di Via XX Settembre «censurato» dal presidente Sergio Mattarella perché antieuropeista, che avrà invece il ministero delle Politiche comunitarie. Quasi una vittoria di Pirro per il Colle… Non in quota Lega, ma di area centrodestra, curriculum ineccepibile, Tria, allievo oltre che amico dell'economista Luigi Paganetto, «nasce» nell'alveo del partito Socialista, particolarmente legato a Gianni De Michelis, con cui condivide lo studio e l'analisi delle economie dell'Est, in particolare quella della Cina, Paese di cui è un profondo conoscitore come lo è del mondo statunitense. Vicino a Giulio Tremonti, collaboratore di Renato Brunetta del quale è stato consulente all'epoca in cui era ministro della Pubblica amministrazione, con lui ha scritto diversi articoli, tra i quali, nel 2003, Il patto di stabilità e crescita: regole fiscali da cambiare. Brunetta non gioisce però e si trincera dietro un secco «no comment», sulla nomina. Personaggio understatment (ed è lì la sua grande forza), naturalmente mite e perbene, ha grandi capacità di mediatore fino ad essere un adeguato «ponte» con il centrosinistra. Grande competenza macroeconomica, europeista, nessun ostracismo verso l'euro ma che non giudica «perfetto», ma con una concezione internazionalistica dell'Ue tanto da essere un attento analista della politica e dell'economia dei Paesi europei. Commentando un intervento di La Malfa e Savona sul Corsera scrisse: «Una svalutazione può certo essere manovrata per “imbrogliare i nemici" tramite politiche monetarie ad hoc, ma il tasso di cambio è essenzialmente un prezzo e come tale può determinarsi sul mercato o distorto, come qualsiasi altro prezzo, impedendo al mercato di funzionare. Ma come ogni altro prezzo è un mezzo di riequilibrio se determinato almeno in parte dal mercato. Se un Paese come la Germania mantiene per anni un surplus tra il 6 e l'8% del Pil senza che la sua valuta si apprezzi rispetto a quella di Paesi in deficit significa che questo strumento di riequilibrio economico di mercato è stato eliminato, e non che si è eliminata una policy sbagliata. E non c'entrano neppure le maggiori o minori virtù italiche rispetto a quelle germaniche». Partecipando alla presentazione del «XII Rapporto sull'economia italiana» a cura di Mario Baldassarri, Tria sospese il giudizio sul reddito di cittadinanza: «In attesa di sapere cosa sarà» e quali saranno «quindi, le risorse richieste e l'ampiezza del pubblico dei beneficiari. Esso sembra oscillare tra una indennità di disoccupazione un poco rafforzata e un provvedimento, improbabile, tale da configurare una società in cui una parte della popolazione produce e l'altra consuma». Più possibilista invece verso la flat tax: «Interessante l'obiettivo della flat tax, che coincide con l'obiettivo di riduzione della pressione fiscale come condizione di una politica di crescita, soprattutto se si vede questo obiettivo non tanto come un modo per aumentare il reddito spendibile di famiglie e imprese, e quindi sostenere la domanda interna, ma come un modo per aumentare il rendimento dei fattori produttivi, lavoro e capitale, e quindi anche degli investimenti». Collaboratore di Formiche.net, lo scorso 14 maggio, scriveva sulle proposte dall'alleanza Di Maio-Salvini: «Le norme attuative dei propositi si dovranno scrivere con le competenze istituzionali in grado di misurare effetti di bilancio e coerenze legislative di sistema. E in genere la realtà delle cifre ridimensiona spesso la visione». Inoltre sottolineava come non fosse «affatto chiaro quale sarebbe l'indirizzo del governo di coalizione sui temi di politica industriale e sul sistema di controlli giudiziari e para-giudiziari che assieme al codice degli appalti stanno paralizzando ogni velleità di attivazione degli investimenti pubblici, pur da tutti auspicati». Nello stesso articolo sottolineava: «Vi è la “vulgata" che serva subito un governo per impedire che queste clausole di aumento dell'Iva vengano attivate, perché ciò sarebbe recessivo. La tesi non mi sembra sostenibile a meno che si pensi di impedire l'aumento delle aliquote Iva creando altro deficit». Piuttosto, scrive, e la cosa non potrà che diventare argomento caldo fin dal primo cdm, «non si vede perché non si debba far scattare le clausole di salvaguardia di aumento dell'Iva per finanziare parte consistente dell'operazione flat tax». La conoscenza profonda della Pa consentirà al ministro Giovanni Tria di guidare la macchina di Via XX Settembre e costruire una squadra capace di affrontare «attacchi» dentro e fuori. Fin da subito, rinunciando forse a qualche concerto jazz e a qualche serata tra amici nell'amata Toscana. Sarina Biraghi<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/governo-conte-tria-toninelli-2574017731.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="la-lega-e-i-5-stelle-possono-partire-anche-con-la-spintarella-della-meloni" data-post-id="2574017731" data-published-at="1780206655" data-use-pagination="False"> La Lega e i 5 stelle possono partire anche con la spintarella della Meloni Habemus papam, Giuseppe II. Giuseppe Conte, il professore pugliese di Volturara Appula, è il secondo presidente del Consiglio battezzato con il nome proprio maschile più diffuso in Italia. Il primo fu Giuseppe Pella, piemontese di Valdengo, successore di Alcide De Gasperi. Pella, democristiano, governò l'Italia per soli 5 mesi, dal 17 agosto 1953 al 18 gennaio 1954. L'allora capo dello Stato, Luigi Einaudi, incaricò Pella di formare un governo provvisorio, il cui unico obiettivo era approvare la legge finanziaria. Il governo Pella durò 5 mesi, Giuseppe Conte spera (anzi conta, ovviamente) di durare 5 anni. La sua prima esperienza come premier incaricato, era durata appena 5 giorni. Il sogno di Conte era naufragato domenica scorsa, di sera, infrangendosi contro uno scoglio di 82 anni chiamato Paolo Savona all'Economia. Lo scoglio non c'è più, o meglio: si è spostato al ministero delle Politiche comunitarie. All'Economia va il docente Giovanni Tria, che ha l'ok del capo dello Stato, Sergio Mattarella, e così Giuseppe Conte può finalmente iniziare la sua navigazione in mare aperto, sostenuto dalla maggioranza M5s-Lega, con l'appoggio esterno di Fratelli d'Italia. La novità della convulsa giornata di ieri, infatti, è questa: Giorgia Meloni non entrerà al governo, e neanche nessun altro esponente del suo partito, che si asterrà sulla fiducia. La lista dei ministri è sostanzialmente invariata rispetto a quella presentata domenica scorsa al presidente della Repubblica, Mattarella, da Conte, che vedendosi bocciare il nome di Savona per il ministero dell'Economia, rimise l'incarico. Matteo Salvini, che su Savona ha combattuto una battaglia al penultimo sangue, alla fine si è convinto a «salvarci», come ieri titolava la Verità in prima pagina, chiedendo al leader della Lega «un atto di buonsenso che sblocchi la situazione». Il governo del buonsenso nasce alle 18 e 58 di ieri, quando Luigi Di Maio e Matteo Salvini, diffondono la dichiarazione congiunta che il Quirinale attende per chiudere una crisi durata 89 giorni. «Ci sono tutte le condizioni per un governo politico M5s-Lega con Giuseppe Conte presidente del Consiglio», annunciano Di Maio e Salvini, dopo una riunione durata quasi quattro ore, alla Camera, prima da soli e poi con Conte, sul tetto di Montecitorio. «Impegno, coerenza, ascolto», dice Matteo Salvini alcuni minuti dopo, su Facebook, «lavoro, pazienza, buon senso, testa e cuore per il bene degli italiani. Forse finalmente ci siamo, dopo tanti ostacoli, attacchi, minacce e bugie. Grazie per la fiducia amici, vi voglio bene e sappiate che avrò bisogno di voi». La giornata della svolta inizia di buon mattino, quando Giorgia Meloni e Matteo Salvini annullano gli appuntamenti elettorali e piombano a Roma. Tra le 11 e le 12, Di Maio e Salvini arrivano alla Camera. Alle 14, Salvini incontra la Meloni; subito dopo si riunisce con Di Maio. L'ipotesi di un ingresso in maggioranza di Fdi tramonta: il M5s non accetta la presenza di ministri «meloniani», poiché la prospettiva stava facendo andare in frantumi i pentastellati. «Mi pare di capire», commenta la Meloni, «che Matteo Salvini abbia parlato di un eventuale ingresso di Fdi nel futuro governo per rafforzare il campo del centrodestra, mi pare anche che abbia ricevuto un niet da parte del M5s. Mi dispiace, non mi fa ben sperare per il futuro del governo. Presumibilmente», aggiunge la Meloni, «ci asterremo sul voto di fiducia per aiutarlo a nascere perché abbiamo sempre detto che un governo politico è meglio di uno tecnico». Dunque, il centrodestra sembra spaccarsi in tre. Lega al governo, Fdi astenuta sulla fiducia, Forza Italia contraria, come annunciato dalla capogruppo azzurra Mariastella Gelmini: tre partiti, tre posizioni diverse. Alle 17 e 37, Giuseppe Conte raggiunge Matteo Salvini e Luigi Di Maio a Montecitorio. Il premier e i suoi due vicepremier mettono a punto la lista dei ministri; informano il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dell'accordo, e inviano via mail, dal cellulare di Luigi Di Maio, l'elenco. Carlo Cottarelli, che alle 18 era salito al Colle per l'ennesimo colloquio «informale», viene riconvocato ufficialmente dal presidente della Repubblica per le 19 e 30. Puntualissimo, arriva al Quirinale e incontra Mattarella. Neanche 10 minuti e, il segretario generale della presidenza della Repubblica, Ugo Zampetti, annuncia che Cottarelli ha rimesso il mandato. «È stato per me un grande onore», dice Cottarelli all'uscita dell'incontro con Mattarella, «lavorare al servizio del paese, anche se solo per qualche giorno. La formazione di un governo politico», sottolinea Cottarelli, «è di gran lunga la migliore soluzione per il paese, limita l'incertezza che deriverebbe da nuove elezioni. Esprimo i miei auguri di cuore di buon lavoro al governo che spero possa essere formato al più presto. Grazie e scusate», conclude Cottarelli, «se sono stato troppo silenzioso in questi giorni». I giornalisti applaudono, cosa mai accaduta prima: un po' per incoraggiare Cottarelli, un po' perché finalmente la fine di questa assurda telenovela sembra vicinissima. Alle 21, Giuseppe Conte sale al Quirinale per ricevere l'incarico di presidente del Consiglio. Oggi, alle 11, il giuramento. Lunedì prossimo la fiducia al Senato, martedì alla Camera. Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/governo-conte-tria-toninelli-2574017731.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ai-due-leader-interno-e-super-lavoro-giorgetti-sara-il-nuovo-gianni-letta" data-post-id="2574017731" data-published-at="1780206655" data-use-pagination="False"> Ai due leader Interno e super Lavoro. Giorgetti sarà il nuovo Gianni Letta Con il trolley è venuto e con il trolley se ne andrà, non senza aver fatto un po' di turismo a Montecitorio, con una visita privata all'aula della Camera. Carlo Cottarelli, ieri sera alle 19.30 è andato al Quirinale per rimettere il mandato, dopo un colloquio informale alle 18, proprio mentre Giuseppe Conte, Luigi Di Maio e Matteo Salvini mettevano a punto la lista del governo gialloblù. In coppia con l'uomo del Colle, l'economista del Fondo monetario archivia con la remissione del mandato un'avventura capace di bruciare 125 punti di spread: il differenziale dei titoli italiani con quelli tedeschi era a 178 giovedì 24, quando il governo Conte sembrava sicuro, e ha toccato quota 303 quando Mattarella sembrava intenzionato a mandare Cottarelli allo sbaraglio anche se perfino il Pd parlava di elezioni subito. Non male come «tutela del risparmio degli italiani». Ieri, man mano che la paura per la morsa dei mercati calava, anche al Quirinale si faceva strada un minimo imbarazzo per come la mossa Cottarelli «non è stata evidentemente compresa». Mattarella, dicono fonti dello stesso Pd, sarebbe rimasto sorpreso dal voltafaccia del suo ex partito rispetto a mister spending review, ma non si pente manco un po' di aver sbarrato il portone di via XX Settembre a Paolo Savona. In ogni caso, ieri mattina ha avuto un incontro (sempre «informale», per carità) con Cottarelli, per aggiornarlo delle novità e tenerlo caldo, nel caso leghisti e grillini avessero litigato di nuovo. Ma i leader dei due partiti usciti semi-vincitori dalle elezioni di domenica 4 marzo hanno imparato la lezione e si sono fatti furbi. «Problemi su qualche ministro suggerito dal Colle o da Bankitalia? No problem, intanto partiamo con il governo, che tanto i singoli ministri si possono sempre sfiduciare appena sgarrano», spiega uno dei vertici del Carroccio. Il discorso, tanto per non far nomi, vale innanzitutto per l'economista Giovanni Tria, preside di Bernardo Mattarella (figlio) alla Scuola della pubblica amministrazione, e in passato consigliere di Giuliano Amato al Tesoro e di Lamberto Dini agli Esteri per la cooperazione internazionale. Ma vale anche per Enzo Moavero Milanesi, spostato dagli Affari europei alla Farnesina, ed espressione purissima di quello che Lega e M5s chiamano un po' spregiativamente establishment. Del resto, indiscrezioni di area grillina sostengono che il capo dello Stato, su probabile consiglio di Mario Draghi e del governatore Ignazio Visco, abbia fatto arrivare nomi come Pierluigi Ciocca e Salvatore Rossi, che però sarebbero stati bocciati proprio in quanto di scuola Bankitalia, giudicata da Lega e 5 stelle non esattamente una garanzia in fatto di «tutela dei risparmiatori». Ma il capo dello Stato, con il suo Cottarelli appeso agli eventi come un altro campione della Troika, ovvero il premier spagnolo Mariano Rajoy, ha anche voluto sondare il presidente del Senato, Elisabetta Casellati. Anche con lei «incontro informale» di buon mattino, nel corso del quale l'ex collega dell'avvocato Niccolò Ghedini e il capo dello Stato hanno parlato anche di numeri, sempre «informalmente». La maggioranza gialloblù al Senato ha solo sei seggi di vantaggio e quindi chissà se Fratelli d'Italia potrebbe aggiungere 14 voti. E poi c'è da capire se Silvio Berlusconi farà un'opposizione feroce, oppure sarà pronto a votare qualche fiducia qua e là, su punti che in fondo erano nel programma del centrodestra. A parte lo spostamento di Savona al posto di Moavero Milanesi, la lista dei ministri annunciata da Di Maio domenica sera non dovrebbe subire grandi modifiche. I due leader, Salvini e Di Maio, saranno vicepremier con il secondo che avrà il ministero dello Sviluppo economico unificato con il Lavoro, mentre il leghista andrà al Viminale. Il post-padano Giancarlo Giorgetti dovrebbe andare a Palazzo Chigi, a cercare di non far rimpiangere Gianni Letta, mentre Riccardo Fraccaro (M5s) sarà ministro ai Rapporti col Parlamento e democrazia diretta. Alla Funzione pubblica, al posto della Madia, è pronta la leghista Giulia Bongiorno, mentre alla Giustizia andrà Alfonso Bonafede. All'Ambiente il generale Sergio Costa. Alla Difesa, nella speranza di imbarcare qualche Fratello d'Italia come viceministro, si siederà Elisabetta Trenta in quota M5s. Mentre a Infrastrutture e trasporti ecco Danilo Toninelli, sempre in quota M5s. Il provveditore di Milano, Marco Bussetti, alla Scuola. Mentre la grillina Giulia Grillo va verso la Sanità con Lorenzo Fontana alla Disabilità. Ministro per il Sud sarà la grillina Barbara Lezzi, alla Cultura Roberto Bonisoli. Francesco Bonazzi <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/governo-conte-tria-toninelli-2574017731.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="cosi-e-fallito-lultimo-assalto-al-professore" data-post-id="2574017731" data-published-at="1780206655" data-use-pagination="False"> Così è fallito l’ultimo assalto al professore Anche se avverte che a 82 anni il suo posto è nell'amato orto, fra la salvia e le verze, Paolo Savona ha deciso di godersi lo spettacolo e accetterà le Politiche comunitarie. Si toglierà lo sfizio di piantare le tende a Bruxelles dove lo detestano e di chiedere la parola per mettere in imbarazzo i nani della moneta unica. Una bella sfida a Sergio Mattarella. Una vendetta sottile, anche se quello è un ministero di seconda fila; roba da Valdo Spini o Rocco Buttiglione. Come suonare l'oboe quando hai dentro di te la genialità del primo violino. In sua vece, davanti ad Angela Merkel, andrà Giovanni Tria, che sta su posizioni molto vicine - su euro e Quarto Reich - a quelle del magister sardo che da una settimana stiamo scambiando per Dracula. L'accanimento violento e livoroso con cui i giornaloni italiani si stanno scagliando contro Savona da domenica scorsa è pari solo alle monetine per Bettino Craxi, al tiro al bersaglio al Silvio Berlusconi del 1994 e alla demolizione dell'arbitro Byron Moreno che ci cacciò dai mondiali coreani (lì almeno c'era un motivo). L'ex ministro del governo di Carlo Azeglio Ciampi, ex dirigente di Bankitalia, membro dell'Ocse, mente sopraffina chiamata a stilare trattati internazionali e molto altro, ha commesso due errori imperdonabili per i numerosi cani lupo con i canini affilati che lo stanno inseguendo nonostante lo spread sia tornato a cuccia: ha sollevato legittime obiezioni sulla solidità dell'euro in alcuni dei suoi 39 libri, scritti senza la prefazione di Walter Veltroni. E ha osato guardare negli occhi, senza abbassare i suoi, il presidente della Repubblica che gli ordinava di togliersi di torno per non irritare gli euromonarchi del nostro destino. Non fare il servo, nel mainstream mediatico, è considerato qualcosa di inaudito, un'imperdonabile leggerezza che lui sta duramente pagando. Dopo essere stato accusato di favorire la bancarotta del Paese e di sobillare la Troika per creare un effetto Grecia, ecco l'inevitabile salto di qualità: le insinuazioni personali. Così ieri il Corriere della Sera (per rimanere in vantaggio su Repubblica e La Stampa, dove la nostalgia del renzismo è lancinante) ha pubblicato una mail inoltrata alla redazione da uno pseudo amico di Savona incline alla delazione, nella quale il professore avrebbe scritto qualcosa di terribile come «Il mio silenzio sdegnoso li offende più di una risposta. Mattarella non ha capito che ormai il popolo si è ribellato e deve dare una risposta». Ma questo è il meno. Lo scoop più eccitante è quello che Luigi Di Maio avrebbe riferito a Carlo Cottarelli al bar: Savona è iscritto alla massoneria americana. Senza virgolette perché ormai si pubblica anche il sospiro incerto del pastore errante. La pratica ha pure un nome, si chiama «battuta rubata». Ovviamente un politico in astinenza da rissa, per esempio il deputato del Pd Michele Anzaldi, lo si trova sempre. E parte il circo. «Se fosse confermato, Di Maio e il Movimento 5 stelle accetterebbero che l'economista venga nominato ministro? Se è l'ennesima bufala, perché Di Maio non smentisce?». I social sono meravigliosi ventilatori e infatti il professore si ritrova l'hashtag #Savonamassone. Ammesso che lo sia, potremmo divertirci a contare (anche fra i giornalisti di successo) quelli che non lo sono stati o non lo sono. Savona ha tenuto il punto con il capo dello Stato, ha criticato la Germania bulimica che domina il gioco monetario e lo hanno massacrato neanche fosse il terrorista Cesare Battisti quando sputa sull'Italia. Poco importa che un premio Nobel dell'Economia come Paul Krugman gli abbia dato ragione («È veramente orribile escludere dal potere i partiti populisti che hanno vinto perché vogliono un ministro delle finanze euroscettico. La fede nella moneta unica supera la democrazia?»). È del tutto marginale che da destra a sinistra ci si stupisca delle manganellate all'economista, come fa Stefano Fassina, non certo sospettabile di leghismo: «Milioni di italiani delle fasce deboli hanno votato M5s al Sud e Lega al Nord. Savona è una persona autorevole e competente, è l'uomo giusto per forzare le regole europee. E in più conosce anche i nostri limiti e i nostri pregi». Le fauci restano aperte, i guardiani delle élites hanno il loro nemico da sbranare. Poiché al terzo «Piano B» per l'uscita dall'euro un venerdì notte (ma c'è qualcuno che ci crede?), la noia sta cominciando a travolgere il lettore, anticipiamo due sviluppi che potrebbero affiancare le «battute rubate» di chi peraltro gronda deontologia: la scoperta di una Gladio economica organizzata dai servizi deviati nei caveau di Bankitalia e la pubblicazione di una foto sbiadita del professore a sei anni, vestito da balilla con il fez. Quella ci manca. Ieri, prima di derubricarsi da primo violino a oboe con una certa vendicativa perfidia, Paolo Savona ha voluto rassicurare i pochi che lo ascoltano: «Non c'è alcuna possibilità di default del debito pubblico italiano. Lo devono capire». Ma non lo capiranno, caro professore. Le rape ideologiche contengono anche meno sangue di quelle che lei coltiva nell'orto. Giorgio Gandola <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/governo-conte-tria-toninelli-2574017731.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="cottarelli-se-le-presa-nel-trolley-puo-tornare-a-godersi-la-pensione" data-post-id="2574017731" data-published-at="1780206655" data-use-pagination="False"> Cottarelli se l’è presa nel trolley, può tornare a godersi la pensione Nella frenetica escalation di vertici, impegni annullati, meeting, abboccamenti e incontri di ieri, c'era qualcuno che non sapeva come passare il tempo. Si consumava nell'attesa. Non aveva nulla da fare, se non aspettare che il Quirinale decidesse il suo destino e soprattutto quello del governo da lui diligentemente confezionato. Questo fino al tardo pomeriggio, quando Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno annunciato di aver trovato «le condizioni per un governo politico», rendendo di fatto il suo esecutivo tecnico perfettamente inutile. Quest'uomo si chiama Carlo Cottarelli, che per quattro giorni è rimasto virtualmente sulla soglia di Palazzo Chigi e ieri ha scoperto di poter a tornare serenamente ai suoi studi economici e all'Osservatorio conti pubblici dell'Università Cattolica. Alle 19.30, convocato, si è recato al Colle per l'ultima volta in questa lunga crisi post-elettorale e ha rimesso il mandato ricevuto da Sergio Mattarella. Anche ieri è rimasto relegato dietro le quinte, nonostante avesse pronta da giorni la lista dei ministri per un esecutivo «neutrale». Alle 18 era già salito al Colle per un «colloquio informale» con il capo dello Stato, l'ennesimo di questi ultimi giorni, d'altronde si trattava pur sempre del presidente del Consiglio incaricato e qualcosa bisognava dirgli. Un incontro durato soltanto pochi minuti. Quindi come ha impiegato il resto della giornata? In spasmodica attesa che squillasse il telefono? Sperando che Di Maio e Salvini si decidessero finalmente a governare? Oppure augurandosi il contrario? Tali dubbi e pensieri devono aver affollato per tutto il giorno la testa dell'ex commissario alla spending review. Lunghe ore trascorse a immaginare i possibili scenari, a tessere contromisure per arginare lo spread. Cottarelli tuttavia non poteva sprecare mattinata e pomeriggio recluso nel suo ufficio, appositamente allestito al primo piano di Montecitorio, a rigirarsi i pollici. Infatti, come un turista qualsiasi, ne ha approfittato per visitare l'aula della Camera, seguendo con attenzione le spiegazioni dei commessi. Ha ascoltato con interesse la lunga storia del palazzo, da quando nel 1653 Innocenzo X lo commissionò a Gian Lorenzo Bernini come residenza per la famiglia Ludovisi. Il premier incaricato è stato quindi ancora avvistato in Transatlantico mentre iniziava proprio il faccia a faccia tra Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Giuseppe Conte. Quindi è stato visto percorrere velocemente il cosiddetto Corridoio dei passi perduti, il cui nome ben si accompagnava con lo smarrimento di Cottarelli. Poi è sparito dietro le porte del suo studio, in Sala dei busti. Sempre con lo stesso pensiero a brulicare in testa: potrò presentare la sua squadra dei ministri oppure dovrò cedere il passo definitivamente a Giuseppe Conte? I suoi sostenitori erano rimasti pochissimi. Anche lo stesso Partito democratico, che ora lo invoca come possibile, ennesimo, leader, aveva iniziato a invocare le elezioni appena dopo l'estate. E nessuno pareva disposto a votare la fiducia a un suo sempre più improbabile e barcollante governo. A sorreggerlo restava però la moglie, con la quale ieri ha avuto un intenso scambio di telefonate. Forse anche perché non sapeva chi chiamare. Lei si chiama Miria Pigato e lavora, come il marito, nel mondo della finanza e dei grandi numeri. È infatti una practice manager alla Banca mondiale ed è sempre stata convinta, fino all'ultimo, che il suo consorte avrebbe potuto fare bene a Palazzo Chigi. La Pigato, che ha vissuto per 25 anni a Washington, si diceva sicura del ruolo benefico che avrebbe potuto ricoprire il suo Carlo nella razionalizzazione dei conti pubblici italiani. Non a caso Cottarelli è stato soprannominato «Mister forbici». Ma per questa volta le famigerate forbici sono rimaste nel cassetto, poiché il premier incaricato non è mai potuto uscire dal «parcheggio» in cui lo aveva relegato il presidente Sergio Mattarella. Aspettando che Lega e 5 stelle facessero i giochi che gli elettori li hanno chiamati a fare. L'interminabile giornata turistica di Cottarelli alla Camera si è chiusa precipitosamente nel giro di pochi minuti. Alle 19.30 l'ingresso nel Palazzo del Quirinale. Alle 19.40 il segretario della presidenza della Repubblica Ugo Zampetti annunciava che lo sforzo di Mister forbici «non risulta più necessario». Cinque minuti dopo è stato lo stesso (ormai ex) premier incaricato a confermare ai giornalisti di aver rimesso il mandato nelle mani di Mattarella: «È stato per me un grande onore lavorare al servizio del Paese, anche se soltanto per qualche giorno. Ringrazio le persone che si erano rese disponibili a entrare in tale governo e i dipendenti della Camera». Cottarelli ha ammesso che «la formazione di un governo politico è di gran lunga la soluzione migliore per il Paese. Esprimo i miei auguri di cuore al governo che spero sia formato al più presto». A parte la gita tra gli stucchi di Montecitorio, le telefonate a vuoto e l'applauso dei giornalisti al suo «grazie, e scusatemi se sono stato un po' silenzioso con voi», di questa giornata noiosa e frenetica Cottarelli si porta a casa il ringraziamento da parte del capo dello Stato per «l'impegno, la serietà e il senso delle istituzioni che ha dimostrato nello svolgimento del compito affidatogli». Incarico che secondo molti, e forse anche secondo lo stesso Mattarella, era destinato a finire così. Pazienza, Mister forbici saprà consolarsi con la pensione d'oro del Fmi. Alfredo Arduino
Manifestanti bloccano la strada del Brennero (Getty Images)
In pratica, vorrebbe che gran parte del traffico fosse dirottato altrove o che le merci transitassero su rotaia invece che su gomma. L’aspirazione ovviamente è legittima, perché il transito di migliaia di Tir (se ne calcolano almeno 6.500-7.000 al giorno, pari a 2,4-2,5 milioni di mezzi pesanti all’anno), oltre a intasare l’autostrada, genera sicuramente inquinamento.
Ma poi bisogna fare i conti con la realtà, e se i camion sull’A22 non piacciono non è che i treni che bucano le montagne siano poi accolti con gli applausi dagli stessi Verdi. Basta infatti rivolgere lo sguardo a Ovest per vedere l’opposizione che da anni impedisce la conclusione della linea ferroviaria che dovrebbe collegare l’Italia alla Francia, creando un corridoio per le merci.
In Val di Susa si combatte da anni una battaglia fra alcuni cosiddetti ambientalisti e le forze dell’ordine. Tutto all’insegna della difesa della natura e dell’inviolabilità della montagna. Sta di fatto che l’opera ha accumulato decenni di ritardo e ovviamente ha visto man mano lievitare i costi. Immaginate se qualcuno domani provasse ad aumentare il traffico merci via ferrovia lungo la rotta Brennero-Monaco. Prevedo già le barricate: e se questa volta sono scesi in autostrada in 2.000, in difesa dell’ambiente alpino, in caso di aumento della circolazione dei container su rotaia arriverebbe un esercito di contestatori, come è già accaduto in Piemonte.
Del resto, quando c’è da protestare ogni scusa è buona e dietro al verde spesso si nasconde il rosso antico: e se non si nasconde, si infila. Prendete quanto accaduto ieri. Il gruppo che ha bloccato l’A22 ha invaso la strada pacificamente, senza neppure fare troppo rumore e senza abusare della pazienza degli abitanti della zona. Tuttavia, al blocco autostradale qualcuno ha pensato bene di aggiungere anche il blocco ferroviario, appiccando un incendio a una centralina fondamentale per il traffico dei treni.
Risultato: anche la circolazione dei convogli è stata resa impraticabile. Per tutto il giorno né in auto né con un Frecciarossa è stato possibile raggiungere l’Austria, se non dopo gravi ritardi.
L’attentato, perché di questo si tratta, non è stato rivendicato e dunque è difficile capire se si tratti di qualche gruppo anarco-insurrezionalista o di qualche ultrà ambientalista. Ma poco importa, perché capita a volte che questi mondi si sfiorino e quando non si sfiorano c’è chi prova a inquinarli, contaminandoli in modo che dalla difesa della natura si passi all’offesa dell’ordine costituito.
Certi mondi - quello degli ambientalisti e quello dei comunisti duri e puri - dovrebbero invece essere ben distanti, per non nuocere alla causa dell’ecologia. Un esempio: la proposta lanciata da un esponente di Avs a Firenze, il quale parlando di crisi abitativa nel capoluogo toscano ha suggerito di requisire le case private. Un’idea che certo non ha nulla da spartire con episodi come quello della centralina di Verona, ma che è comunque da Stato socialista, dove la proprietà privata (difesa dalla Costituzione più bella del mondo) non è tutelata. Ma si sa, a certuni la carta su cui si regge la nostra Repubblica piace solo in determinate parti, mentre altre si preferisce dimenticarle.
Come dicevo, a volte gratti e sotto il verde spunta il rosso antico. Infatti, a Firenze, il gruppo Avs, alla sigla principale che significa Alleanza verdi e sinistra ha aggiunto «Ecolò», che allude all’ecologia ma contiene pure «co», che sta per comunisti.
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L’equazione che il governatore di Bankitalia Fabio Panetta ha messo in campo parlando di progressi digitali sembra non fare una grinza: l’Intelligenza artificiale è uno strumento imprescindibile per garantire sviluppo in un mondo sempre più competitivo. «Lo Stato può agire da committente primario dell’innovazione. Orientando la domanda pubblica verso applicazioni avanzate in settori come sanità, energia, sicurezza e mobilità, può aprire nuovi mercati, ridurre il rischio per i pionieri e accelerare la diffusione di nuove soluzioni». Perfetto, ma chi lo fa?
Chi mette i soldi sul tavolo? Nel 2025 gli Stati Uniti hanno raccolto 188,8 miliardi di dollari, più del doppio rispetto al 2024 e pari all’83,6% del totale globale dei finanziamenti in IA. La natura degli investimenti Usa è nettamente trainata dal privato, ma spesso la mano pubblica è «camuffata», nel senso che il governo investe tra i 250 e i 300 miliardi all’anno in appalti alle aziende tecnologiche private nei settori di Difesa, intelligence e sanità. La Cina, invece, statalizza sia gli investimenti sia le aziende: per il 2026, Xi Jinping ha fissato un budget di circa 61,8 miliardi di dollari. E in Europa? Molto dopo i colossi Usa e Cina, la Gran Bretagna (extra Ue) è il terzo Paese per investimenti privati in IA. Poi abbiamo Germania, Svezia e Francia, che bilanciano investimenti pubblici e privati.
Torniamo a Panetta e domandiamoci quanto cubino gli investimenti italiani e quale «rubinetto» li apra. La spesa pubblica certa sull’IA è di circa 2 miliardi nel triennio 2024-2026; sul fronte privato, gli investitori hanno annunciato fino a 25 miliardi nel 2026-2028. Siamo nella fascia medio-bassa delle grandi economie europee. Con questo quadro come si può pensare di realizzare quel che Panetta auspica quando l’Europa si è preoccupata in primis di normare l’IA e quasi per nulla di finanziarla? Siamo sempre lì: alla assoluta incapacità di «vedere» dove andrà il mondo. Eravamo in ritardo sul comparto difesa (tanto ci pensavano gli americani) e adesso ci sveniamo per le spese militari. Vogliamo competere nel mercato dell’IA ma siamo impigliati nelle stesse logiche contabilistiche che avevamo con le spese militari e che ci bloccano rispetto ai rincari energetici. Abbiamo chiesto una deroga al Patto di stabilità e ci sentiamo rispondere picche da Von der Leyen e Dombrovskis, il falco di Riga: ma come si può pensare di essere tra i top player globali quando siamo prigionieri di uno che arriva dalla Lettonia!
La questione energetica intacca anche l’IA. Panetta chiede di spingere, ma qualcuno ha messo nero su bianco il surplus di consumo che i cloud assorbono? Il consumo elettrico globale dei data center raggiungerà circa 1.050 TWh entro fine 2026: è oltre tre volte il fabbisogno elettrico annuo dell’Italia. Guardando al 2030, il consumo elettrico complessivo dei data center potrebbe crescere fino al 127%. In Europa sono operativi quasi 3.000 data center, con consumi stimati in aumento fino a quasi 150 TWh entro il 2026. In Italia, tra il 2019 e il 2023 la domanda elettrica dei data center è già cresciuta del 50%, con un +144% dei consumi elettrici diretti. Si prevede che entro il 2030 il fabbisogno elettrico salirà a 20 TWh, circa il 6% dei consumi nazionali. In un Paese dove aprire il discorso sul gas e sul petrolio russo è come bestemmiare in chiesa, dove andiamo a prendere l’energia?
Ovviamente la stessa Ue si contorce nei paradossi normativi: come il lettone ci frega sui conti, un olandese (Frans Timmermans) ci aveva legati mani e piedi alla decarbonizzazione. Peccato che l’IA spinga nella direzione opposta sui consumi. Non abbiamo soldi, non abbiamo energia, ma vogliamo essere competitivi. E ancora non abbiamo toccato né il tema dei minerali per la componentistica dell’industria digitale, né la questione di chi esegua i lavori per alimentare le macchine. Per non dire della perdita dei posti di lavoro e quindi del welfare necessario per non avere una bomba sociale. Ce lo faremo spiegare da Dombrovskis, il falchetto di Riga. E dagli eurofanatici come lui.
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Mark Rutte (Ansa)
Come osservatori? Probabilmente qualcosa di più. Pertanto ritengo utile avviare una riflessione sulla futura alleanza globale delle democrazie sia contrapposta al blocco sinocentrico delle nazioni autoritarie sia in grado di avere una capacità ordinativa nei confronti delle molteplici e crescenti fonti di disordine mondiale.
Per l’Italia il tema è di massima priorità: è un piccolo potere geopolitico, ma una grande potenza economica dipendente dall’export, la quarta al mondo. Per aumentare l’export stesso (obiettivo fissato dal governo nel breve/medio termine a 700 miliardi anno a partire dai circa 630/35 correnti) ha bisogno che l’area dove poter fare operazioni commerciali in sicurezza (e quindi assicurabili) sia sempre più ampia e presidiata. L’opzione di strategia mercantilistica, cioè geopoliticamente neutrale, non è praticabile, se non in misura minima, da Roma. Semplificando, l’Italia non può essere la Svizzera. Pertanto ha bisogno di moltiplicatori di forza via alleanze «schierate». Finora tali moltiplicatori li ha trovati con un metodo di duplice alleanza con Ue e Stati Uniti, ma ora serve un moltiplicatore/ombrello più grande per sicurezza ed espansione economica.
Perché? L’America, pur superpotenza, è ormai piccola per sostenere da sola il ruolo di poliziotto e locomotiva del pianeta. In una conversazione come studente a Washington con Henry Kissinger nei primi anni ’70 dello scorso secolo tale valutazione era già chiara: condivise la necessità per gli Stati Uniti di passare da una gestione singola del pianeta a una collettiva. Ma nell’iniziativa Library Group non trovò alleati disposti a caricarsi di maggiori oneri (burden sharing) in particolare il Giappone per vincoli costituzionali demilitarizzanti e la Germania per priorità di finanziare un consenso interno ed una capacità economica utili per la riunificazione.
Quando nel 2007 presentai a Washington il libro detto sopra, i politici presenti, sia democratici sia repubblicani, concordarono a porte chiuse sull’insufficiente scala statunitense e, in particolare i repubblicani, sulla necessità di organizzare meglio le alleanze, ma precisarono che se l’avessero detto in campagna elettorale avrebbero perso il seggio: il punto era il dissenso dell’elettorato a cessioni di sovranità statunitense nei confronti di alleanze multilaterali. In particolare, più tecnicamente, i repubblicani confermarono la dottrina del National Interest (Condolezza Rice, 2000) contrapposta al globalismo: offrire agli alleati un ombrello, ma forzandoli a gestire con proprie forze i problemi di vicinato regionale. Concetto poi ripreso dall’amministrazione Obama (2008-16) con il motto: lead from behind (guidare da dietro). Donald Trump è il prodotto di un’America che si sente piccola e sfruttata e che vuole tornare grande con un metodo rivendicativo nei confronti degli alleati, oltre che tutti gli esportatori sul suo mercato interno, sul piano economico e meno erosivo sul piano militare.
Ma non sta funzionando: i dazi sono controproducenti per l’America e questa da sola non riesce a mantenere un monopolio della violenza utile per ottenere con sola deterrenza risultati geopolitici. Il tentativo di staccare la Russia dalla Cina per indebolire Pechino non sta funzionando e la Cina, pur disposta a collaborazioni intrabelliche selettive con l’America, ha una strategia di lungo termine di sostituzione dell’America stessa come primo potere globale. E sta mostrando di poterci riuscire. Per evitarlo, l’America sta rischierando le sue forze di deterrenza nel Pacifico togliendo una parte di risorse dal fronte europeo.
Ma tanti segnali indicano che a Washington c’è confusione sulla postura strategica utile per gli Stati Uniti: una specie di insalata tra strategia di dominio longitudinale delle Americhe, ritirismo, interventismo globale. Ma intravedo una possibile sintesi in questo pasticcio: il ritorno alla strategia del National Interest variata come ombrello per una convergenza più integrata tra alleati sui lati dell’Atlantico e del Pacifico. Il che sarebbe rilevante perché da decenni l’America vuole tenere separate le sue alleanze nei due oceani per poterle controllare con facilità. Forse Washington sta valutando che nel cambio di mondo in atto per contenere la Cina sia necessario integrare di più le alleanze di cui è parte. Non sarebbe una novità perché il senatore repubblicano John McCain, candidato contro Barack Obama nelle presidenziali del 2008, lanciò la proposta di Lega delle democrazie che implicava maggiore integrazione economica e militare tra loro.
È interesse degli europei far coincidere un’architettura della sicurezza con l’estensione dei trattati doganali a dazi minimizzati e commercio equo che l’Ue ha siglato e sta siglando nel Pacifico (per esempio Giappone ed India, negoziato con l’Australia, ecc) e nell’Atlantico (Canada, Messico, ecc.). È interesse dell’America poter contare sull’effetto scala e moltiplicatore di forza di un’alleanza globale dove resterebbe comunque prima potenza. Per questo mi auguro che l’invito ad Ankara delle nazioni del Pacifico includa loro figure politiche apicali per avviare un processo integrativo più profondo e rapido. Nel mio gruppo di ricerca tale movimento geopolitico viene definito come transizione dalla Pax Americana ad una Nova Pax, speranza strategica per le democrazie.
www.carlopelanda.com
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Pete Hegseth (Ansa)
Secondo quanto riportato da Iran International, che cita fonti di Bloomberg, due notti fa un attacco missilistico balistico iraniano contro una base aerea kuwaitiana ha provocato feriti tra il personale americano e causato gravi danni a mezzi militari statunitensi. L’obiettivo era la base di Ali Al Salem. Le fonti riferiscono che la difesa aerea del Kuwait è riuscita a intercettare un missile Fateh-110, ma i detriti sono precipitati all’interno della struttura militare. Circa cinque persone, tra contractor e militari in servizio, hanno riportato ferite lievi. Un drone MQ-9 Reaper è stato distrutto, mentre un secondo velivolo dello stesso tipo avrebbe subito danni significativi.
Secondo Nbc, funzionari statunitensi stanno inoltre indagando sull’abbattimento di un caccia F-15E avvenuto ad aprile. Tra le ipotesi al vaglio vi è quella dell’utilizzo da parte iraniana di un sistema portatile di difesa aerea di fabbricazione cinese. L’ambasciata cinese negli Stati Uniti ha replicato affermando che Pechino gestisce le esportazioni di armamenti «in maniera responsabile e nel rispetto delle normative nazionali».
Sul piano diplomatico, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito la disponibilità di Teheran a raggiungere un’intesa con Washington. Durante una conversazione telefonica con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani, il presidente iraniano ha dichiarato che il suo Paese «è pronto a raggiungere un quadro dignitoso» per porre fine alla guerra e alle tensioni regionali. «L’Iran ha costantemente dimostrato il suo impegno per il dialogo», ha affermato Pezeshkian, invitando gli Stati Uniti a «ricambiare mostrando una reale volontà politica e rispettando gli obblighi internazionali». Washington però mantiene una posizione di forza. Intervenendo allo Shangri-La Dialogue di Singapore, il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha invitato gli alleati degli Usa a incrementare le spese militari e ad assumersi maggiori responsabilità. «Gli alleati che si rifiutano di farsi avanti e di fare la propria parte dovranno affrontare un netto cambiamento nel nostro modo di operare», ha dichiarato. Il capo del Pentagono ha poi lanciato un messaggio destinato soprattutto ai partner storici degli Stati Uniti compresa l’Ue: «L’era in cui gli Usa sovvenzionavano la difesa di nazioni ricche è finita. Abbiamo bisogno di partner, non di protettorati.
Cerchiamo alleanze fondate su responsabilità condivisa, non su dipendenza condivisa». Hegseth ha inoltre ribadito che l’amministrazione Trump considera prioritario impedire all’Iran di acquisire un’arma nucleare. «Abbiamo ancora obblighi globali per garantire che l’Iran non si doti di un’arma nucleare», ha affermato, aggiungendo che gli Stati Uniti sono «più che capaci di riprendere le operazioni militari» contro Teheran se i negoziati non dovessero produrre risultati. Hegseth infine ha riferito di aver parlato in mattinata con Donald Trump:«Il presidente mi ha chiesto di sottolineare ancora una volta la sua pazienza nel perseguire questo obiettivo», ha dichiarato il capo del Pentagono. «Con gli Stati Uniti impegnati in un’iniziativa di portata storica, ritiene che un accordo con Teheran sarebbe un buon accordo, anzi un ottimo accordo, e resta determinato a raggiungerlo». Hegseth ha poi lanciato un monito: «Se l’Iran non intende accettare un’intesa che garantisca in modo credibile la rinuncia alle armi nucleari, allora dovrà confrontarsi con la forza militare degli Stati Uniti».
Uno dei principali ostacoli ai negoziati è legato ai sei miliardi di dollari di fondi iraniani congelati in Qatar. Secondo il New York Post, Washington starebbe studiando una formula che consentirebbe lo sblocco graduale delle somme sotto forma di aiuti alimentari e forniture mediche. L’erogazione sarebbe però subordinata al raggiungimento di obiettivi concordati, tra cui la riapertura e la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz. I fondi derivano dall’accordo sullo scambio di prigionieri concluso nel 2023 tra Stati Uniti e Iran e furono congelati nuovamente dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre dello stesso anno. Nel frattempo il Centcom ha confermato che «le forze statunitensi restano presenti e vigili in tutta la regione mediorientale», mentre nello Stretto di Hormuz continuano le misure straordinarie di sicurezza.
Secondo il Wall Street Journal, diverse petroliere attraversano la rotta con i sistemi di identificazione elettronica disattivati e in coordinamento con le forze statunitensi, segno che la minaccia nella principale arteria energetica mondiale rimane elevata. A confermare che il traffico marittimo continua, seppur sotto stretto controllo, è anche l’agenzia iraniana Fars, secondo cui nelle ultime 24 ore venti navi hanno attraversato lo Stretto di Hormuz in coordinamento con la Marina delle Guardie rivoluzionarie iraniane. In questo contesto, secondo una fonte Usa citata da Associated press, Washington ha fermato una nuova nave mercantile diretta verso i porti iraniani. La portarinfuse Lian Star, battente bandiera del Gambia, sarebbe stata resa inoperativa nel Golfo di Oman dopo aver ignorato gli avvertimenti Usa. Sale così a sei il numero delle navi bloccate dagli Usa per aver tentato di violare il blocco navale contro l’Iran.
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