Molta sinistra, invece, è favorevole al Sì
2026-03-17

Nonostante non dipenda dalle forniture russe come la Germania e l’Italia, anche la Francia deve fare i conti con problemi di sicurezza energetica, seppur di diversa natura, che contribuiscono a spingere verso l’alto i prezzi dell’elettricità.
Lunedì scorso 29 dei 56 reattori nucleari presenti nel Paese erano fermi per controlli. In parte si trattava di chiusure programmate da tempo per la manutenzione ordinaria, soprattutto quella necessaria a prolungare la vita dei reattori oltre i quarant’anni. In dodici casi invece lo stop faceva seguito al riscontro di fenomeni di corrosione alle tubature, che hanno colpito soprattutto i reattori più recenti e più potenti, e le cui cause non sono ancora ben chiare.
STOP ALL'EXPORT
«Il trattamento di queste anomalie richiederà diversi anni», ha detto martedì in un’audizione al Senato francese il presidente dell’Autorità per la sicurezza nucleare Bernard Doroszczuk. Difficile per Électricité de France (Edf), il colosso che gestisce le 19 centrali nucleari d’Oltralpe, far fronte al problema evitando ricadute sulla produzione nazionale di elettricità.
Una produzione che, del resto, è in calo da anni e che la Francia ormai non esporta quasi più all’estero. Se nel 2005 le centrali nucleari fornivano il 78 per cento dell’elettricità del Paese, nel 2020 la percentuale era scesa al 67 per cento, il livello più basso dal 1985. E se negli ultimi anni la produzione annua è rimasta sotto i 400 terawattora (una soglia piuttosto bassa), Edf prevede per quest’anno di scendere sotto i 300.
Come si diceva, i motivi del blocco di più della metà dei reattori nucleari francesi sono di due tipi, uno ordinario e uno straordinario (a questi si aggiunge l’effetto Covid: le manutenzioni programmate nel 2020 non sono state possibili, a causa dei confinamenti, e quindi Edf si è vista costretta a recuperarle in seguito, affollando il calendario dei lavori).
COLPA DI CHI?
Il motivo ordinario sono i lavori di manutenzione, che per i 32 reattori che hanno o si avvicinano ai quarant’anni d’età hanno tempi particolarmente lunghi. Per dire, una unità della centrale del Bugey, nel dipartimento dell’Ain, ha iniziato ad essere ispezionata il 31 luglio dell’anno scorso e non è ancora tornata in servizio.
«Chiudiamo i reattori per sei mesi in modo che possano funzionare per altri dieci anni, il che rappresenta il miglior investimento possibile», ha spiegato a Le Monde Valérie Faudon, della Société française d’énergie nucléaire.
Il fattore non ordinario, invece, è la corrosione dei tubi attraverso i quali deve passare l’acqua destinata a raffreddare il nocciolo del reattore nucleare in caso d’incidente. Secondo l’Autorità per la sicurezza nucleare all’origine di questo problema potrebbe esserci un difetto di progettazione dei modelli, da attribuire alla società americana Westinghouse, ma si tratta soltanto di ipotesi.
Quel che ora preoccupa il governo è che, per esaminare i reattori, le tecniche a ultrasuoni non sono sufficienti: è necessario intervenire pesantemente tagliando le tubature e questo ovviamente comporta un lungo stop alla produzione.
IMPIANTI TROPPO VECCHI
Nonostante questi problemi in Francia le voci contrarie al nucleare non sono molte. La richiesta di chiudere i reattori più vecchi è ben lontana dall’essere presa in considerazione, tanto che lo scorso febbraio in piena campagna elettorale il presidente Emmanuel Macron aveva confermato la proroga dell’uso degli impianti «al di là dei 50 anni di vita», insieme con la costruzione di sei nuovi reattori, un progetto del valore di 50 miliardi di euro (e altri otto reattori «sono allo studio», aveva aggiunto).
L’obiettivo è portare la capacità complessiva degli impianti a 100 gigawatt (GW) entro il 2050. Ad oggi è di 61,4 GW, ma la disponibilità effettiva è stata in media di 48 GW a gennaio ed è scesa sotto i 30 GW da fine aprile, 10-15 GW in meno rispetto agli anni scorsi nello stesso periodo. Ma secondo l’Autorità per la sicurezza nucleare la possibilità di estendere la vita dei reattori oltre il mezzo secolo è quantomeno dubbia: «In questa fase, le informazioni fornite da Edf non ci permettono di prevederlo», ha sottolineato Bernard Doroszczuk nella sua audizione davanti ai senatori.
In risposta a chi dice che voteranno Sì solo massoni deviati e imputati, aumentano gli esponenti di sinistra favorevoli alla riforma Nordio.
L’esercito dei riformisti avanza spedito. L’ultimo in ordine di tempo a schierarsi dalla parte del Sì è, Arturo Parisi, promotore dell’Ulivo e delle riforme istituzionali negli anni Novanta, ex ministro della Difesa con Prodi: «Voto Sì per far avanzare una giustizia garantista. Voterò Sì guidato dalla domanda che sta al centro della riforma della separazione delle carriere dei magistrati: la necessità della terzietà del giudice tra chi accusa e chi difende».
La sinistra per il Sì diventa così un moto insurrezionale contro i dogmi che imbrigliano il campo largo. Un messaggio chiaro e forte a Elly Schlein che gioca ancora a fare a gara con Giuseppe Conte per intestarsi un’eventuale vittoria che miri a un illusorio avviso di sfratto al governo.
Alla Camera nasce l’intergruppo per il Sì. Oltre al Pd, ci sono dentro esponenti di Azione, +Europa e Italia Viva oltre al Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin che dice: «Qui non si vota sul governo Meloni ma su una riforma che condividiamo».
Il leader di Azione, Carlo Calenda, non ha dubbi: «La riforma era nel nostro programma». E la neo calendiana Elisabetta Gualmini, dopo l’addio al Pd, gli va dietro insieme alla collega Valentina Grippo. «Sono sempre stato favorevole a questa riforma, anche quando ero nella Margherita o nel Pd», conferma l’altro calendiano Ettore Rosato.
Nel gruppo anche Benedetto Della Vedova, +Europa, ex radicale, puro pedigree garantista: «La riforma è radicale, liberale, antiautoritaria, più di sinistra che di destra».
Molti anche gli esponenti di Italia Viva per il Sì, da quando Matteo Renzi ha dato libertà di voto, riservandosi lui di prendere una posizione a ridosso dell’urna, a partire dalla presidente dei senatori, Raffaella Paita e dal renziano Roberto Giachetti: «È una battaglia che porto avanti da trent’anni, ho auspicato venisse approvata con Berlusconi», commenta.
Molti dem sudano freddo. Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex deputato del Pd, è in prima linea per spiegare le ragioni del Sì. «Con il Sì completiamo il giusto processo rimasto incompiuto. Non un disegno contro la magistratura, ma una coerenza attesa. Separare le carriere per rafforzare la terzietà del giudice», dichiara.
Nel Pd pesa soprattutto l’adesione all’intergruppo della vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, enfant prodige della Margherita, cresciuta, nel mito di Ciriaco De Mita, che da mesi non le manda a dire a Schlein. «Questa riforma riguarda concretamente la vita delle persone. E io credo che sia molto importante provare a discutere nel merito», recita in un video social visto come un atto di insubordinazione alla linea dettata dalla segretaria Pd.
Pur votando contro il governo Meloni si espone per il Sì anche Augusto Barbera, 87 anni, ex presidente della Consulta, ex parlamentare Pci-Pds ed ex (per una breve parentesi) ministro con Ciampi.
Il leader di Democrazia sovrana popolare, Marco Rizzo, sceglie un intervento social per annunciare il suo Sì raccontando del furto alla moglie nella metropolitana di Milano «e non ditemi che non c’entra nulla perché se li beccano, il giorno dopo li rivedete in metro. Basta, ci siamo rotti le scatole».
Ma a mandare su tutte le furie gli ultras del No è Giuliano Pisapia, l’ex sindaco arancione di Milano che strappò la città, dopo anni di dominio, al centrodestra. Da stimato avvocato penalista, figlio di Gian Domenico Pisapia, uno degli artefici del codice di procedura penale entrato in vigore nel 1989, che introdusse il rito accusatorio, dice che voterà Sì. Ha prevalso l’avvocato sul politico beccandosi anche una sequela di insulti dai dem.
Impegnato per la campagna del Sì anche il presidente dell’associazione di area di centrosinistra Libertà eguale, Enrico Morando, già senatore Pds-Ds, viceministro con i governi Renzi e Gentiloni e fondatore del Pd: «Bisogna votare sul testo e non sul contesto. Non abbiamo alcuna intenzione di sostenere il governo Meloni, ma essendo in gioco il testo e non il contesto questa è una buona riforma che ne completa altre di cui la sinistra è stata protagonista».
Insieme a lui tanti volti noti ex Pds-Ds, come la filosofa e storica, Claudia Mancina, componente della direzione del Pd, e poi Chicco Testa, Claudio Petruccioli, Cesare Salvi, Umberto Ranieri, Nicola Latorre, Mario Oliverio che portano sul fronte del Sì la cultura politica della Quercia. Tra questi c’è l’ex ministro dell’Interno nonché figura chiave del governo D’Alema, Marco Minniti, il quale ritiene che «questa riforma sia un passo in avanti, che rende l’Italia più moderna, più europea e anche più sicura».
Ma il Sì viene pronunciato anche dall’ex senatore Giorgio Tonini, fondatore del Pd e tra i principali ispiratori del Lingotto, e Tommaso Nannicini, ex parlamentare dem ed esponente di spicco del think thank a supporto del governo Renzi. A favore del Sì, gli ex parlamentari dem, Anna Paola Concia e Stefano Esposito. Per confermare la riforma del governo anche l’ex ministro dell’Interno del governo Prodi, Enzo Bianco e, dalla Cgil, il sindacalista Michele Magno.
Nell’opposizione il Sì più netto arriva dal Psi: «Non si tratta solo di una scelta politica ma di una posizione coerente con la storia della comunità socialista», dice il segretario Enzo Maraio. Idem da socialisti di oggi e di ieri, da Bobo Craxi a Fabrizio Cicchitto.
Riformisti e progressisti non accettano di essere inquadrati in una minoranza della minoranza.
Massimo D’Alema mi aveva già convinto che fosse giusto votare Sì al referendum. Se lui è contrario, mi ero detto dopo aver letto le sue motivazioni a favore del No, c’è un motivo in più per approvare la riforma della giustizia messa a punto dal ministro Nordio. In questi giorni ho però trovato altre tesi a sostegno del Sì nelle parole di chi ha deciso di votare No. Per esempio, dopo aver letto l’intervista di Mario Monti al Corriere della Sera ho capito quanto siano pretestuose le ragioni di chi si oppone alla separazione delle carriere.
Il senatore a vita, già noto per aver guidato il governo nella stagione compresa fra la fine del 2011 e l’inizio del 2013, dice che voterà No a tutela dello Stato di diritto. Accodandosi alla vulgata degli Enrico Grosso, secondo i quali se passasse la legge sarebbero addirittura in pericolo le vite degli italiani, l’ex presidente del Consiglio sostiene che con la riforma lo Stato di diritto ne risulterebbe indebolito. Perché? La risposta dell’ex rettore della Bocconi non è chiarissima. Il senatore a vita parla di smottamenti, di frane, di geologi e di protezione civile, per dire che separare le carriere minerebbe l’equilibrio fra i poteri dell’esecutivo e quelli dell’ordine giudiziario. Ovviamente Monti non cita alcunché di concreto, ma spiega che oltre al testo (dove ovviamente non c’è alcuna traccia di quanto temuto dall’ex premier) c’è il contesto, ovvero gli scontri che negli anni si sono susseguiti tra magistratura e governo. Dunque, ignorando il merito ha deciso di bocciare la legge. Non per punire il governo, ma perché più poteri all’esecutivo lo preoccupano. E dove sono questi poteri, visto che la magistratura continuerà ad essere autonoma e indipendente? Dove si trova traccia di uno smottamento che un domani potrebbe trasformarsi in una frana a favore del governo? Monti non lo dice. Certo, è abbastanza sorprendente che il richiamo agli equilibri fra poteri e la difesa dello Stato di diritto venga da un signore nominato commissario straordinario da Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, con il supporto di Giorgio Napolitano. Quando come uno scolaretto si presentò al cospetto dei vertici di Bruxelles dicendo di aver fatto i compiti a casa, lo Stato di diritto non pareva la sua principale preoccupazione. Fattosi nominare senza un’elezione e scavalcando sostanzialmente il Parlamento, l’ex rettore diede una stangata agli italiani che ancora se la ricordano e non certo nel rispetto della Costituzione.
Ma a convincermi che sia giusto votare Sì, oltre ai due pezzi da novanta fra i politici più simpatici di cui l’Italia disponga, sono stati anche quelli che un tempo la stampa progressista avrebbe definito «nani e ballerine». Come ad ogni elezione, pur senza minacciare di lasciare l’Italia in caso di sconfitta (peccato), uno dopo l’altro l’esercito di comici e attori politicamente impegnati in quanto professionalmente disimpegnati sono scesi in campo. Alessandro Bergonzoni, uno che invece di far ridere fa piangere, ha spiegato che «il verso che hanno preso le cose non è né quello di un uccello, né tantomeno il verso di un poeta». Dunque? «No cera? No vara? No stradamus? No vella? No taio? No vanta? No strano? No biliare? No mignoli? No vizio? No tare? No minare?». No, semplicemente No comprendo.
Elio Germano, quello che si lagna se tagliano i contributi ai suoi film: «Ma… no. No. No, no. No, no, no, no, no, no. No, no, no. Nooo! None! N-O! N-E! No! No, no, no, no… Nooo! Nooo! No, no, no, no, no…Eh no! No! No. No. No, eh. No». Argomentazioni forti, insomma. Che ricordano quelle di un bambino di tre anni quando fa i capricci.
Enzo Iacchetti, il nuovo Che Guevara del piccolo schermo: «Sono nato nel dopoguerra. E sono figlio della Costituzione. La libertà del nostro popolo è garantita dai Padri costituenti che l’hanno approvata il 22 dicembre 1947. La nostra Carta è “la più bella del mondo”: non si tocca per far comodo solo agli uomini di potere» . Il fedayn di Mediaset ovviamente non sa che la Costituzione è già stata cambiata una ventina di volte.
Max Paiella: «No, signora No». Sì, hanno proprio toccato il fondo. Peggio di così non si può fare. Ma c’è una consolazione: ogni volta che attori, comici e intellettuali si schierano, gli elettori fanno il contrario. Dunque, sono di buon auspicio.
«La notizia la confermo ora: vedrò i genitori degli sfortunati bambini della vicenda del bosco mercoledì prossimo, con buona pace delle polemiche inutili». Lo ha detto Ignazio La Russa, presidente del Senato, in un video diffuso dopo le polemiche sull’incontro con la famiglia.
Ha poi aggiunto: «Mi sono divertito molto a leggere una polemica su una non notizia. Diversi esponenti della sinistra hanno ritenuto di polemizzare sulla base di una notizia del quotidiano Il Centro che dava con una certa rilevanza l’informazione che avrei incontrato un mercoledì, senza precisare la data».
La Russa ha quindi chiarito: «È esattamente vero che ho espresso alla famiglia la mia solidarietà ed è vero che su questo tema sono stato sempre molto moderato. È esattamente vero che li vedrò, ma non questo mercoledì, perché non c’è aula e non sarò a Roma. L’incontro è previsto per il 25 marzo, cioè dopo il referendum».
