Stellantis archivia il 2025 con una perdita vertiginosa: 22,3 miliardi di euro. Ieri Le Figaro lo metteva al secondo posto nella classifica dei peggiori disavanzi della storia industriale, dopo i 23,3 miliardi di Vivendi, vittima nel 2002 della bolla di internet. Anche nel caso di Stellantis il colpevole ha un nome: la scommessa sull’elettrico.
Le parole di ieri dell’amministratore delegato Antonio Filosa, subentrato lo scorso maggio al dimissionario Carlos Tavares, lo riconoscono con chiarezza: «I nostri risultati riflettono il costo della sopravvalutazione del ritmo della transizione energetica e della necessità di reimpostare il nostro business mettendo al centro la libertà dei clienti di scegliere all’interno di una gamma completa di tecnologie: elettrica, ibrida e a combustione interna».
La correzione di rotta sull’elettrico e la decisione di cambiare strategia hanno comportato un onere straordinario di 25,4 miliardi. Stellantis ha chiuso il 2025 con 153,3 miliardi di euro di ricavi, in calo del 2% rispetto all’anno prima, ma, ha detto Filosa, «nella seconda metà dell’anno abbiamo iniziato a vedere i primi segnali positivi di progresso, grazie ai risultati iniziali delle azioni intraprese per migliorare la qualità, alla solida esecuzione dei lanci della nostra nuova ondata di prodotti e al ritorno alla crescita del fatturato». Parole che hanno sospinto in Borsa il titolo, che ha chiuso a 6,778 euro, in rialzo del 4,24% (da inizio anno il titolo ha perso il 30%, negli ultimi 12 mesi il 50%).
Intanto però il gruppo ha deciso che non ci saranno né dividendi per gli azionisti né bonus per i lavoratori, eccezion fatta per i dipendenti in Sudamerica, Nord Africa e Medio Oriente. «Questo conferma che, laddove l’azienda decida di investire, come sta facendo in Nord Africa, anche i salari delle lavoratrici e dei lavoratori ne traggono beneficio», ha commentato la Fiom, che vede in questa decisione una conferma della «chiara volontà» di Exor, azionista di riferimento di Stellantis, di «disimpegno delle attività industriali in Italia». In una nota unitaria, Fiom, Fim, Uilm e sigle sindacali minori hanno chiesto a Stellantis di «puntare con decisione sui modelli ibridi e di allocarli in tutte le fabbriche italiane», mentre hanno invitato l’Unione europea ad «adottare i principi di neutralità tecnologica e di libertà di scelta dei consumatori, nonché abolire immediatamente il famigerato sistema delle multe».
Per i lavoratori italiani il mancato bonus, che negli scorsi anni ammontava in media a circa 2.000 euro, rappresenta un danno notevole, considerando anche che più di un dipendente su due si trova in cassa integrazione o con un contratto di solidarietà. Con in sovrappiù la beffa di aver visto premiato un anno fa Tavares, il grande sostenitore della scommessa sull’elettrico, con una buonuscita di 12 milioni di euro, che il manager portoghese ha intascato nel 2025. Ieri lo stabilimento di Pomigliano si è fermato per uno sciopero e altri scioperi sono annunciati per oggi.
Se la linea sull’elettrico è stata bruscamente rettificata dalla nuova dirigenza di Stellantis, rimane invece confermato l’approccio orientato alla stretta collaborazione con il partner cinese Leapmotor. «Quella con Leapmotor», ha sottolineato ieri Filosa, «è una partnership forte dal punto di vista commerciale, grazie alla quale abbiamo aumentato la nostra copertura del mercato ma anche una partnership tecnica che ci porta a livelli superiori in materia di elettrificazione». Una collaborazione, ha aggiunto l’amministratore delegato, che «verrà migliorata sul piano tecnologico». Molti hanno letto in queste parole una conferma alle indiscrezioni secondo cui Stellantis sarebbe intenzionata a utilizzare la tecnologia di Leapmotor per i motori elettrici dei propri marchi europei.
Che Stellantis stia rivedendo i suoi obiettivi sulla produzione di auto elettriche non lo stupisce. «Quello che mi stupiva era che le case automobilistiche europee fossero d’accordo con il commissario europeo Timmermans», spiega il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, intervistato da Maurizio Belpietro durante il convegno su sostenibilità ambientale e transizione energetica, organizzato ieri a Milano dalla Verità. «Le case automobilistiche pensavano di far pagare ai cittadini il costo della transizione all’elettrico, ma oggi si accorgono che l’obiettivo di non produrre più auto a benzina entro il 2035 è insostenibile».
Si parte da qui, dunque, dal grande abbaglio sull’elettrico, «una tecnologia solida», concede il ministro: «Il motore elettrico è il più semplice da costruire, ha sette-otto volte meno pezzi, si rompe raramente. Ma da qui a imporre a tutti gli europei di pagare la riconversione industriale delle case automobilistiche, ce ne corre. Una cosa è credere in una tecnologia, un’altra è trasformarla in un’imposizione politica», sperando che i consumatori seguano. Per l’auto a batteria, questo non è accaduto. Di qui, in un circolo vizioso, i mancati investimenti sulle infrastrutture: per la costruzione delle colonnine di ricarica «ho fatto bandi, ho ripetuto le gare, ho perfino chiesto a Trenitalia e Rfi di partecipare». Tutto inutile. «Alla fine ho dovuto riconvertire i 597 milioni di fondi europei destinati alle colonnine, dopo una lunga contrattazione con Bruxelles. Ma anche qui si vede l’assurdità: l’Unione europea ci impone obiettivi, senza considerare che il mercato non risponde».
«È qui l’errore», ribadisce: «Hanno trasformato una direttiva ambientale in un regalo alle case automobilistiche, scaricando il costo sugli europei. Se l’obiettivo era emissione zero nel 2035, bastava dirlo. Ci sono già veicoli diesel a emissioni zero, ci sono biocarburanti, c’è il biometano. Ma Bruxelles ha deciso che l’unica via è l’elettrico». Pichetto comunque si dice convinto che l’obiettivo del «tutto elettrico» entro il 2035 verrà alla fine annullato. Il nuovo commissario che si occupa di green, la spagnola Teresa Ribera, «ha una impostazione ideologica, ma sa ascoltare», assicura.
Il problema è che a Bruxelles ora si è aperto un altro fronte: quello della riduzione del 90% delle emissioni entro il 2040. «Al momento manca ancora una minoranza di blocco per impedirla. Per l’Italia si tratterebbe di un obiettivo irraggiungibile. I Paesi del Nord hanno territori sterminati e pochi abitanti. Noi invece abbiamo centomila borghi, due catene montuose, il mare, la Pianura Padana che soffre già l’inquinamento... Imporre le stesse regole a tutti è sbagliato. L’Italia rischia di non farcela e di pagare un prezzo altissimo».
La parola d’ordine, quindi, è realismo: che si traduce nella convinzione che il gas starà con noi molto a lungo («È il combustibile fossile meno dannoso, e ci accompagnerà per i prossimi decenni. Prima di poterlo sostituire servirà il nucleare di quarta generazione, o magari la fusione»), ma anche che il carbone continuerà ad avere un ruolo decisivo: «Con questi chiari di luna», dice Pichetto riferendosi alle turbolenze sullo scenario internazionale, e non potendo mettere la mano sul fuoco sulla sicurezza negli anni delle forniture da parte dei Paesi che hanno sostituito la Russia, «le due grandi centrali di Brindisi e di Civitavecchia sono una garanzia di sicurezza nazionale».
E a proposito di sicurezza nazionale, il ministro si sofferma anche sull’idroelettrico, e sull’obiettivo di prorogare le concessioni: «Vogliamo mantenere le centrali in mani nazionali, per evitare che arrivi il grande fondo con operazioni fuori mercato che poi potrebbe imporre le sue condizioni al governo. Lo stesso principio vale per la rete del gas». Non manca, infine, il riferimento al nucleare: «Non c’è alternativa: bisogna guardare al nucleare. Io sono convinto che la strada siano i piccoli reattori modulari, anche se aspettiamo i fatti concreti. Il nucleare non sostituisce le fonti rinnovabili ma è un tassello indispensabile in un mix equilibrato. Senza, non potremo mai reggere i consumi futuri».
C’è anche spazio per le ricadute che tutti questi problemi hanno sulle bollette: «L’obiettivo è farle scendere, ma non esistono bacchette magiche» mette le mani avanti Pichetto. «Stiamo lavorando per correggere il meccanismo che determina il prezzo dell’energia, perché ci sono anomalie evidenti. A breve uscirà un decreto con alcuni interventi puntuali». A margine del convegno, il ministro spiega che alcuni di questi interventi «riguardano le aste che stiamo facendo sulle rinnovabili, che speriamo abbiano un prezzo molto basso. Questo serve ad andare a riequilibrare rispetto al prezzo del gas, che è quello che pesa di più in bolletta».
La Corte d’appello di New York ha annullato ieri una condanna a 23 anni di carcere per violenze sessuali nei confronti di Harvey Weinstein, il produttore cinematografico che ha dato il via suo malgrado al movimento MeToo, collezionando denunce di molestie da parte di più di cento donne. Il settantaduenne fondatore della Miramax non tornerà però in libertà: verrà trasferito dal carcere di New York, dove si trova dal febbraio del 2020, a un penitenziario di Los Angeles, la città dove poco meno di due anni fa era stato condannato, in un altro processo, a 16 anni di carcere per aver stuprato una modella nella camera di un albergo.
L’annullamento della sentenza del 2020, deciso con una maggioranza risicata (quattro contro tre) da un collegio composto in maggioranza da donne, è dovuto un errore commesso nel corso del processo dal giudice James Burke, che decise di consentire al procuratore di chiamare a deporre alcune donne che denunciavano passati atti violenti di Weinstein, che però non facevano parte delle incriminazioni a suo carico.
L’obiettivo di quelle testimonianze era dimostrare quanto fossero radicati nel tempo i comportamenti del produttore. Ma «nel nostro sistema di giustizia l’accusato ha diritto a rispondere solo del crimine per il quale è stato incriminato», ha sancito ieri la Corte d’appello, sottolineando che «il rimedio per questi errori è un nuovo processo». Non basta: il giudice Burke aveva concesso ai magistrati di interrogare Weinstein (qualora quest’ultimo avesse accettato di rispondere) anche a proposito di accuse risalenti a quarant’anni prima, ma non formalizzate (dai litigi con il fratello produttore alle scenate violente contro i camerieri); ciò che avrebbe dissuaso l’accusato dal testimoniare in aula, compromettendo così la sua possibilità di difendersi.
E adesso? Sta al procuratore Alvin L. Bragg (lo stesso che ha incriminato l’ex presidente Donald Trump per i pagamenti alla pornostar Stormy Daniels) decidere se portare di nuovo a processo Weinstein. «Faremo quanto è in nostro potere e restiamo fermamente dalla parte delle vittime delle aggressioni sessuali», filtrava ieri dalla procura. «È una vittoria non solo per il signor Weinstein, ma per tutti gli imputati nello stato di New York i cui diritti fondamentali sono stati ribaditi oggi dalla Corte», ha commentato invece l’avvocato di Weinstein, Arthur Aidala. Di tutt’altro tenore com’è ovvio i commenti dal mondo femminista. Jane Manning, ex magistrato e direttrice del Women’s Equal Justice Project, ha definito «scioccante» la decisione della Corte di New York: «Dimostra quanto occorra ancora fare per mandare avanti i nostri ideali». «Una sentenza ingiusta nei confronti delle vittime, ma noi sappiamo quello che è successo», ha ribadito invece l’attrice Ashley Judd, tra le prime a denunciare le molestie subite da Weinstein.
L’annullamento della condanna per Weinstein ricorda un caso simile, risalente al 2021, quando la Corte della Pennsylvania revocò una condanna per violenza sessuale nei confronti della star dei Robinson Bill Cosby, anche in quel caso per via di un errore commesso nel corso del processo, dove era stata usata contro di lui una sua deposizione resa volontariamente.





