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2025-08-04
Tattiche paramilitari e armi da fuoco. La guerriglia urbana è salita di livello
(Ansa)
Nelle ultime settimane la Francia è stata scossa da una nuova ondata di violenze urbane che ha interessato numerose banlieue in tutto il Paese, dalle periferie parigine a città di provincia come Limoges. A differenza di quanto accaduto nelle rivolte del 2005, il livello di organizzazione, intensità e armamento mostrato dai rivoltosi è estremamente preoccupante. Le forze di sicurezza francesi hanno parlato di un ricorso sistematico a tattiche paramilitari, con gruppi di giovani - spesso mascherati e con volti coperti - che operavano in modo coordinato per eludere i cordoni di polizia, colpire obiettivi simbolici e ritirarsi rapidamente sfruttando la conoscenza del territorio urbano. A Nanterre, Clichy-sous-Bois, Colombes, Aubervilliers e Mantes-la-Jolie, gli scontri hanno assunto la forma di vere e proprie battaglie urbane. Municipi, stazioni di polizia, scuole e biblioteche sono stati incendiati. I manifestanti hanno fatto ampio uso di fuochi d’artificio trasformati in armi offensive, bombe molotov e in alcuni casi anche di armi da fuoco. In particolare a Lione, secondo fonti della polizia, sono stati sparati colpi di Kalashnikov in aria, mentre a Marsiglia e Tolosa sono stati sequestrati fucili da caccia usati contro pattuglie o veicoli delle forze dell’ordine. In questo contesto, l’irruzione della violenza urbana in città come Limoges ha rappresentato una svolta significativa. A Limoges, l’utilizzo di fuochi d’artificio per colpire i poliziotti, l’incendio di veicoli e la distruzione sistematica di infrastrutture pubbliche hanno messo in difficoltà le forze di sicurezza, che in più occasioni sono state costrette a ritirarsi o a chiedere rinforzi. La prefettura ha parlato apertamente di un «livello di violenza mai visto prima», segnalando anche il sospetto che alcuni dei partecipanti fossero stati istruiti da soggetti con esperienza nel combattimento urbano o da ex foreign fighters. Alcune testimonianze raccolte da media locali riferiscono di giovani che si muovevano in piccoli gruppi, in contatto costante tramite radio o applicazioni crittografate, segno di un’organizzazione non improvvisata. Il governo ha risposto dichiarando lo stato di massima allerta e mobilitando oltre 45.000 agenti, inclusi i reparti speciali della polizia (Raid) e della gendarmeria (Gign).
Nel 2025, la crescente instabilità nelle grandi città europee ha portato le autorità a monitorare con crescente preoccupazione alcuni quartieri noti per le elevate tensioni sociali, economiche e religiose. Belgio, Svezia e Paesi Bassi sono tra i Paesi dove alcune aree urbane si trovano in bilico tra il rischio di disordini e la ricerca di soluzioni per arginare l’escalation di violenza. Le cause di questa instabilità sono molteplici, ma alcune dinamiche comuni emergono: alti tassi di disoccupazione giovanile, immigrazione incontrollata, fenomeni di marginalizzazione, problematiche legate alla criminalità organizzata e la crescente presenza di elementi radicalizzati. In Belgio, la capitale Bruxelles ospita alcuni dei quartieri più sotto pressione, tra cui Molenbeek-Saint-Jean, storicamente noto per il suo legame con la radicalizzazione jihadista. Negli ultimi anni, questo quartiere è stato teatro di numerosi episodi di violenza, tra cui attacchi alle forze dell’ordine e manifestazioni violente da parte di gruppi giovanili. A questi episodi si aggiungono anche altre aree come Anderlecht e Schaerbeek, dove il disagio sociale, la criminalità e la povertà sono tra le principali cause di frustrazione tra i giovani. Nel frattempo, Anversa non è certo esente da problematiche simili. I quartieri di Borgerhout e Deurne sono stati spesso segnati da disordini, in parte alimentati dal traffico di droga e dalla crescita di bande giovanili, che operano in un contesto di forte emarginazione e sfiducia nei confronti delle istituzioni. La Svezia, che negli ultimi decenni ha cercato di promuovere «un’integrazione sociale inclusiva», si trova oggi ad affrontare sfide legate alla crescente marginalizzazione in alcuni quartieri di Stoccolma, come Rinkeby e Tensta, che sono stati al centro di numerosi scontri tra residenti e polizia. Questi quartieri, noti per la loro forte concentrazione di immigrati, sono segnati dalla disoccupazione giovanile e da fenomeni di radicalizzazione, spesso legati a gruppi islamisti. Le tensioni tra le comunità locali e le autorità sono aumentate, portando a episodi di violenza e distruzione. Un altro quartiere problematico è Fittja, dove la criminalità organizzata ha trovato terreno fertile, contribuendo alla percezione di insicurezza e all’emergere di bande giovanili. A Göteborg, Biskopsgården è diventato un altro punto caldo di conflitto, con scontri violenti tra bande rivali e una forte presenza di armi illegali. Il crescente isolamento di alcune comunità ha fatto sì che la criminalità, combinata con il radicalismo, diventasse una questione di primaria importanza per le autorità svedesi. Anche nei Paesi Bassi la situazione in alcuni quartieri urbani è diventata critica. Amsterdam ospita uno dei quartieri più noti per le sue problematiche sociali: Bijlmermeer, noto per la sua alta concentrazione di immigrati e le sue difficoltà economiche. Nonostante alcuni interventi di gentrificazione, la povertà e la criminalità continuano a rimanere preoccupanti, con bande giovanili coinvolte in traffico di droga e atti di violenza. Anche Slotervaart ha visto esplosioni di violenza, tra cui disordini tra giovani e scontri con le forze di polizia. Nel porto di Rotterdam, i quartieri di Charlois e Zuidwijk sono diventati luoghi sensibili, segnati da episodi di violenza tra bande e una persistente criminalità. Il 2025 si è già rivelato un anno difficile anche per molte città britanniche. Sebbene non si siano verificati eventi su larga scala come le rivolte del 2011, episodi localizzati di violenza urbana, saccheggi e scontri con la polizia sono stati registrati a Londra, Birmingham e Manchester, con un uso sempre più sofisticato di tattiche ispirate alle guerriglie urbane: molotov, barricate mobili, comunicazioni criptate via app.
«I soldati dell’Isis tornati in Francia portano grande esperienza bellica»
Giorgio Battisti, generale di Corpo d’Armata (rit), ha al suo attivo decine di missioni internazionali
Gli ultimi disordini avvenuti in Francia mostrano come i rivoltosi abbiano adottato tattiche militari contro le forze dell’ordine. Che cosa è accaduto?
«I disordini che recentemente hanno interessato diversi centri urbani in Francia, spesso legati al traffico di droga, hanno evidenziato un “salto di qualità” della delinquenza organizzata, che ha preso di mira sia le forze dell’ordine sia rappresentanti politici delle città dove sono avvenuti. Non più i classici violenti disordini, oramai frequenti in vari Paesi occidentali, che possono essere contenuti con le cariche di polizia, i gas lacrimogeni e gli idranti, ma bensì attacchi di rara intensità, simili a rivolte, caratterizzati da imboscate, blocchi stradali, lancio di ordigni incendiari (molotov), mortai che lanciano fuochi d’artificio e colpi d’arma da fuoco, con l’intenzione di provocare feriti, se non addirittura morti, tra le forze di polizia. Sebbene il fenomeno non sia nuovo in Francia, quelli del fine settimana del 19-20 luglio hanno riguardato centri urbani che in precedenza ne erano stati risparmiati e sono avvenuti quasi contemporaneamente come se avessero un’unica regia nelle azioni violente. Azioni come a Béziers, nel quartiere afflitto dal traffico di droga di Devèze, dove nella notte del 19 luglio i vigili del fuoco, accompagnati dalle forze dell’ordine, sono intervenuti su chiamata per spegnere un incendio di alcuni cassonetti dei rifiuti (verosimilmente chiamati dagli stessi che hanno appiccato il fuoco) e sono caduti in un’imboscata accuratamente preparata, effettuata da una cinquantina di individui che dai tetti lanciavano molotov ed artifizi pirotecnici».
Possibile che come sospettano gli inquirenti tra loro ci siano anche ex foreign fighters?
«Non è una novità che numerosi foreign fighters degli oltre 1.900 provenienti dalla Francia (Soufan Group, ottobre 2017) dopo la sconfitta militare dell’Isis siano ritornati nel Paese transalpino con una grande esperienza bellica in materia di esplosivi, sistemi di comunicazioni e armi da fuoco; individui che hanno trovato sicura accoglienza nella numerosa presenza dei propri correligionari. Il rapporto tra criminalità organizzata e terrorismo, inoltre, si è evoluto in una relazione di simbiosi e convergenza, con la condivisione di risorse, competenze, tattiche e logistica, in cui è sempre più difficile tracciare una distinzione significativa tra le due entità e le cui dinamiche sono guidate dall’ambiente locale e regionale».
Le ultime rivolte vedono un uso sempre più sofisticato di tattiche ispirate alle guerriglie urbane: molotov, barricate mobili, comunicazioni criptate via app. Cosa dobbiamo aspettarci in futuro?
«Gli scenari dei recenti disordini sono molto simili alle situazioni affrontate in Iraq ed in Afghanistan, con azioni coordinate con visione unitaria, che lasciano presupporre la direzione di individui con esperienze di guerriglia urbana nel condurre con tecniche e metodi militari queste aggressioni. Le gang criminali, inoltre, assumono sempre più la fisionomia di milizie inquadrate che operano in modo organizzato e con dinamiche diverse ma complementari. Sono drammatici eventi, già descritti nel 2016 nel libro di Laurent Obertone Guerriglia. Il giorno in cui tutto si incendiò, che hanno gravi ripercussioni sulla sicurezza generale e che, a detta di vari rappresentanti istituzionali, rischiano di generare in Francia una situazione “fuori controllo” simile a quella presente in alcune regioni del Messico».
Cosa si può fare per arginare questi fenomeni, schierare l’esercito come alcuni chiedono?
«Questi scenari evidenziano l’asimmetria tra l’azione dei trafficanti e le risposte delle forze dell’ordine, che mettono in dubbio le capacità delle istituzioni nel garantire l’ordine pubblico. Sono realtà che richiederebbero provvedimenti di legge ad hoc (come avvenuto in Italia nella stagione del terrorismo) per fornire alle istituzioni responsabili gli strumenti per poter agire in modo adeguato alla minaccia. Il ricorso alle Forze armate, da parte di uno Stato democratico, rimane l’ultima risorsa da impiegare a conferma della drammaticità della situazione. È una decisione che deve essere valutata attentamente e, qualora assunta, deve garantire ai militari tutti gli strumenti giuridici e amministrativi per operare, ovviamente in coordinamento con le autorità di Ps, con un preciso mandato e con regole d’ingaggio chiare che li tutelino legalmente nell’eventuale uso legittimo della forza».
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Oltralpe i rivoltosi delle banlieue hanno cambiato il modo di affrontare la polizia. Non va meglio nelle altre città europee.Il generale Giorgio Battisti: «Oltre 1.900 ex combattenti dell'Isis sono rientrati in Francia. Dove con i recenti disordini si sono osservati attacchi di rara intensità. Si rischia di perdere il controllo, ma il ricorso all’esercito deve essere l’ultima ratio».Lo speciale contiene due articoli.Nelle ultime settimane la Francia è stata scossa da una nuova ondata di violenze urbane che ha interessato numerose banlieue in tutto il Paese, dalle periferie parigine a città di provincia come Limoges. A differenza di quanto accaduto nelle rivolte del 2005, il livello di organizzazione, intensità e armamento mostrato dai rivoltosi è estremamente preoccupante. Le forze di sicurezza francesi hanno parlato di un ricorso sistematico a tattiche paramilitari, con gruppi di giovani - spesso mascherati e con volti coperti - che operavano in modo coordinato per eludere i cordoni di polizia, colpire obiettivi simbolici e ritirarsi rapidamente sfruttando la conoscenza del territorio urbano. A Nanterre, Clichy-sous-Bois, Colombes, Aubervilliers e Mantes-la-Jolie, gli scontri hanno assunto la forma di vere e proprie battaglie urbane. Municipi, stazioni di polizia, scuole e biblioteche sono stati incendiati. I manifestanti hanno fatto ampio uso di fuochi d’artificio trasformati in armi offensive, bombe molotov e in alcuni casi anche di armi da fuoco. In particolare a Lione, secondo fonti della polizia, sono stati sparati colpi di Kalashnikov in aria, mentre a Marsiglia e Tolosa sono stati sequestrati fucili da caccia usati contro pattuglie o veicoli delle forze dell’ordine. In questo contesto, l’irruzione della violenza urbana in città come Limoges ha rappresentato una svolta significativa. A Limoges, l’utilizzo di fuochi d’artificio per colpire i poliziotti, l’incendio di veicoli e la distruzione sistematica di infrastrutture pubbliche hanno messo in difficoltà le forze di sicurezza, che in più occasioni sono state costrette a ritirarsi o a chiedere rinforzi. La prefettura ha parlato apertamente di un «livello di violenza mai visto prima», segnalando anche il sospetto che alcuni dei partecipanti fossero stati istruiti da soggetti con esperienza nel combattimento urbano o da ex foreign fighters. Alcune testimonianze raccolte da media locali riferiscono di giovani che si muovevano in piccoli gruppi, in contatto costante tramite radio o applicazioni crittografate, segno di un’organizzazione non improvvisata. Il governo ha risposto dichiarando lo stato di massima allerta e mobilitando oltre 45.000 agenti, inclusi i reparti speciali della polizia (Raid) e della gendarmeria (Gign).Nel 2025, la crescente instabilità nelle grandi città europee ha portato le autorità a monitorare con crescente preoccupazione alcuni quartieri noti per le elevate tensioni sociali, economiche e religiose. Belgio, Svezia e Paesi Bassi sono tra i Paesi dove alcune aree urbane si trovano in bilico tra il rischio di disordini e la ricerca di soluzioni per arginare l’escalation di violenza. Le cause di questa instabilità sono molteplici, ma alcune dinamiche comuni emergono: alti tassi di disoccupazione giovanile, immigrazione incontrollata, fenomeni di marginalizzazione, problematiche legate alla criminalità organizzata e la crescente presenza di elementi radicalizzati. In Belgio, la capitale Bruxelles ospita alcuni dei quartieri più sotto pressione, tra cui Molenbeek-Saint-Jean, storicamente noto per il suo legame con la radicalizzazione jihadista. Negli ultimi anni, questo quartiere è stato teatro di numerosi episodi di violenza, tra cui attacchi alle forze dell’ordine e manifestazioni violente da parte di gruppi giovanili. A questi episodi si aggiungono anche altre aree come Anderlecht e Schaerbeek, dove il disagio sociale, la criminalità e la povertà sono tra le principali cause di frustrazione tra i giovani. Nel frattempo, Anversa non è certo esente da problematiche simili. I quartieri di Borgerhout e Deurne sono stati spesso segnati da disordini, in parte alimentati dal traffico di droga e dalla crescita di bande giovanili, che operano in un contesto di forte emarginazione e sfiducia nei confronti delle istituzioni. La Svezia, che negli ultimi decenni ha cercato di promuovere «un’integrazione sociale inclusiva», si trova oggi ad affrontare sfide legate alla crescente marginalizzazione in alcuni quartieri di Stoccolma, come Rinkeby e Tensta, che sono stati al centro di numerosi scontri tra residenti e polizia. Questi quartieri, noti per la loro forte concentrazione di immigrati, sono segnati dalla disoccupazione giovanile e da fenomeni di radicalizzazione, spesso legati a gruppi islamisti. Le tensioni tra le comunità locali e le autorità sono aumentate, portando a episodi di violenza e distruzione. Un altro quartiere problematico è Fittja, dove la criminalità organizzata ha trovato terreno fertile, contribuendo alla percezione di insicurezza e all’emergere di bande giovanili. A Göteborg, Biskopsgården è diventato un altro punto caldo di conflitto, con scontri violenti tra bande rivali e una forte presenza di armi illegali. Il crescente isolamento di alcune comunità ha fatto sì che la criminalità, combinata con il radicalismo, diventasse una questione di primaria importanza per le autorità svedesi. Anche nei Paesi Bassi la situazione in alcuni quartieri urbani è diventata critica. Amsterdam ospita uno dei quartieri più noti per le sue problematiche sociali: Bijlmermeer, noto per la sua alta concentrazione di immigrati e le sue difficoltà economiche. Nonostante alcuni interventi di gentrificazione, la povertà e la criminalità continuano a rimanere preoccupanti, con bande giovanili coinvolte in traffico di droga e atti di violenza. Anche Slotervaart ha visto esplosioni di violenza, tra cui disordini tra giovani e scontri con le forze di polizia. Nel porto di Rotterdam, i quartieri di Charlois e Zuidwijk sono diventati luoghi sensibili, segnati da episodi di violenza tra bande e una persistente criminalità. Il 2025 si è già rivelato un anno difficile anche per molte città britanniche. Sebbene non si siano verificati eventi su larga scala come le rivolte del 2011, episodi localizzati di violenza urbana, saccheggi e scontri con la polizia sono stati registrati a Londra, Birmingham e Manchester, con un uso sempre più sofisticato di tattiche ispirate alle guerriglie urbane: molotov, barricate mobili, comunicazioni criptate via app.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-immigrati-violenza-2673854471.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-soldati-dellisis-tornati-in-francia-portano-grande-esperienza-bellica" data-post-id="2673854471" data-published-at="1754254694" data-use-pagination="False"> «I soldati dell’Isis tornati in Francia portano grande esperienza bellica» Giorgio Battisti, generale di Corpo d’Armata (rit), ha al suo attivo decine di missioni internazionaliGli ultimi disordini avvenuti in Francia mostrano come i rivoltosi abbiano adottato tattiche militari contro le forze dell’ordine. Che cosa è accaduto?«I disordini che recentemente hanno interessato diversi centri urbani in Francia, spesso legati al traffico di droga, hanno evidenziato un “salto di qualità” della delinquenza organizzata, che ha preso di mira sia le forze dell’ordine sia rappresentanti politici delle città dove sono avvenuti. Non più i classici violenti disordini, oramai frequenti in vari Paesi occidentali, che possono essere contenuti con le cariche di polizia, i gas lacrimogeni e gli idranti, ma bensì attacchi di rara intensità, simili a rivolte, caratterizzati da imboscate, blocchi stradali, lancio di ordigni incendiari (molotov), mortai che lanciano fuochi d’artificio e colpi d’arma da fuoco, con l’intenzione di provocare feriti, se non addirittura morti, tra le forze di polizia. Sebbene il fenomeno non sia nuovo in Francia, quelli del fine settimana del 19-20 luglio hanno riguardato centri urbani che in precedenza ne erano stati risparmiati e sono avvenuti quasi contemporaneamente come se avessero un’unica regia nelle azioni violente. Azioni come a Béziers, nel quartiere afflitto dal traffico di droga di Devèze, dove nella notte del 19 luglio i vigili del fuoco, accompagnati dalle forze dell’ordine, sono intervenuti su chiamata per spegnere un incendio di alcuni cassonetti dei rifiuti (verosimilmente chiamati dagli stessi che hanno appiccato il fuoco) e sono caduti in un’imboscata accuratamente preparata, effettuata da una cinquantina di individui che dai tetti lanciavano molotov ed artifizi pirotecnici».Possibile che come sospettano gli inquirenti tra loro ci siano anche ex foreign fighters?«Non è una novità che numerosi foreign fighters degli oltre 1.900 provenienti dalla Francia (Soufan Group, ottobre 2017) dopo la sconfitta militare dell’Isis siano ritornati nel Paese transalpino con una grande esperienza bellica in materia di esplosivi, sistemi di comunicazioni e armi da fuoco; individui che hanno trovato sicura accoglienza nella numerosa presenza dei propri correligionari. Il rapporto tra criminalità organizzata e terrorismo, inoltre, si è evoluto in una relazione di simbiosi e convergenza, con la condivisione di risorse, competenze, tattiche e logistica, in cui è sempre più difficile tracciare una distinzione significativa tra le due entità e le cui dinamiche sono guidate dall’ambiente locale e regionale».Le ultime rivolte vedono un uso sempre più sofisticato di tattiche ispirate alle guerriglie urbane: molotov, barricate mobili, comunicazioni criptate via app. Cosa dobbiamo aspettarci in futuro?«Gli scenari dei recenti disordini sono molto simili alle situazioni affrontate in Iraq ed in Afghanistan, con azioni coordinate con visione unitaria, che lasciano presupporre la direzione di individui con esperienze di guerriglia urbana nel condurre con tecniche e metodi militari queste aggressioni. Le gang criminali, inoltre, assumono sempre più la fisionomia di milizie inquadrate che operano in modo organizzato e con dinamiche diverse ma complementari. Sono drammatici eventi, già descritti nel 2016 nel libro di Laurent Obertone Guerriglia. Il giorno in cui tutto si incendiò, che hanno gravi ripercussioni sulla sicurezza generale e che, a detta di vari rappresentanti istituzionali, rischiano di generare in Francia una situazione “fuori controllo” simile a quella presente in alcune regioni del Messico».Cosa si può fare per arginare questi fenomeni, schierare l’esercito come alcuni chiedono?«Questi scenari evidenziano l’asimmetria tra l’azione dei trafficanti e le risposte delle forze dell’ordine, che mettono in dubbio le capacità delle istituzioni nel garantire l’ordine pubblico. Sono realtà che richiederebbero provvedimenti di legge ad hoc (come avvenuto in Italia nella stagione del terrorismo) per fornire alle istituzioni responsabili gli strumenti per poter agire in modo adeguato alla minaccia. Il ricorso alle Forze armate, da parte di uno Stato democratico, rimane l’ultima risorsa da impiegare a conferma della drammaticità della situazione. È una decisione che deve essere valutata attentamente e, qualora assunta, deve garantire ai militari tutti gli strumenti giuridici e amministrativi per operare, ovviamente in coordinamento con le autorità di Ps, con un preciso mandato e con regole d’ingaggio chiare che li tutelino legalmente nell’eventuale uso legittimo della forza».
Un aereo, la guerra, un tesoro e un uomo misterioso. Un giallo che oggi potrebbe vivere in un film. Una storia due minuti più lunga del solito ma che vale la pena conoscere.
Ansa
Il presidente Domenico Centrone ha detto che «alcune norme sono direttamente connesse con quelle appena sottoposte alla volontà popolare». Fa riferimento al divieto di trasferimento da una funzione all'altra, dalla giudicante alla inquirente, che per la magistratura ordinaria è stato appena bocciato e che invece è qui disposta per la contabile. Al centro delle loro preoccupazioni c'è soprattutto il meccanismo del silenzio-consenso che secondo loro mina l'efficienza dei controlli sulla spesa pubblica. Infine non piace che si dia potere al procuratore generale.L'Anm dei magistrati contabili lancia un appello a governo e parlamento per cambiare o abolire la riforma provando a sfruttare il gancio del referendum. Chiedono si rinunci alla riforma che porta il nome del ministro Tommaso Foti, FdI (era capogruppo alla Camera). Non era una riforma di rango costituzionale, per questo bastava una maggioranza semplice per approvarla e da gennaio è legge. «La recente legge di riforma della Corte dei Conti contiene disposizioni di delega al Governo che mirano a introdurre misure simili a quelle non approvate dal Referendum costituzionale». Le toghe contabili percepiscono la riforma Foti come una diminutio del loro lavoro. Le pubbliche amministrazioni potranno rivolgersi alla Corte dei Conti per un parere sulle procedure da loro avviate e se non dovesse arrivare una risposta entro un determinato periodo di tempo, si darà per buona la procedura. La pubblica amministrazione potrà procedere senza paura di dover rispondere di danni erariali. Alla Corte dei Conti spaventa la mole di lavoro che dovranno sbrigare in poco tempo. Costretti a lavorare di più e velocemente per permettere allo stato di lavorare per il Paese. Proprio come chiede l'Unione europea.
Con la riforma cambiano i limiti al quantum del danno che può essere posto a carico del singolo. Salvo i casi di dolo o illecito arricchimento, la Corte dei conti deve: ridurre l’addebito, ponendo a carico del responsabile non più del 30% del danno accertato; verificare che la condanna non superi il doppio della retribuzione lorda annua (nell’anno di inizio della condotta, o in quello precedente/successivo) oppure il doppio del corrispettivo o dell’indennità percepiti per la funzione che ha generato il danno.
Poi si inseriscono regole più precise sulla prescrizione. Per la responsabilità per colpa grave, il termine decorre dal momento in cui il danno si è verificato (condotta ed evento), non dalla data in cui l’amministrazione o la Procura contabile ne hanno avuto effettiva conoscenza. In caso di occultamento doloso, la prescrizione decorre dal momento della scoperta, ma l’occultamento deve consistere in comportamenti attivi o nella violazione di specifici obblighi di comunicazione.
Il giudice contabile avrà un nuovo potere sanzionatorio: oltre alla condanna al risarcimento, si potrà disporre, nei casi più gravi, la sospensione dalla gestione di risorse pubbliche per un periodo tra sei mesi e tre anni.
La riforma tipizza anche la colpa grave, stabilendo che ricorre quando si verifica: violazione manifesta delle norme di diritto applicabili; travisamento del fatto; affermazione di un fatto la cui esistenza è incontrovertibilmente esclusa dagli atti; negazione di un fatto la cui esistenza risulta incontrovertibilmente dagli atti. Infine si prevede l'obbligo di copertura assicurativa e presunzione di non responsabilità per gli organi politici. La responsabilità contabile tende così a concentrarsi su dirigenti, funzionari e soggetti che hanno un ruolo operativo, mentre si attenua il coinvolgimento diretto di sindaci, assessori e altri organi di vertice politico. Nei fatti, chi firma tecnicamente l’atto diventa il principale soggetto esposto, specie negli enti locali, nelle società partecipate e nei settori a forte rilevanza finanziaria.
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Visitare questa località austriaca in estate significa immergersi in un’atmosfera dove il lusso discreto incontra la tradizione contadina, creando un mix unico, perfetto per chi cerca sport, piaceri raffinati e del sano relax .
Il cuore pulsante dell'estate è il monte Hahnenkamm. Salire con la celebre funivia Kitz bühel Cable Cars non è solo un modo per raggiungere la quota, ma è anche un viaggio panoramico sulla valle. In cima, i sentieri si snodano tra malghe fiorite e punti di sosta iconici come il Berghaus Tirol, dove la vista spazia dalle Alpi di Kitzbühel agli Alti Tauri.
Per chi ama le due ruote, la regione è un punto di riferimento mondiale per l’e-bike. Grazie ai servizi di noleggio e alla vasta rete di sentieri segnalati, è possibile esplorare vette e vallate senza necessariamente avere il fiato di un atleta olimpico. Le pendenze diventano un piacere e le distanze si accorciano, lasciando più tempo per ammirare il paesaggio. Kitzbühel è anche una mecca per gli appassionati di mountain bike. Sentieri immersi nei boschi, percorsi tecnici per esperti e itinerari panoramici per e-bike permettono a tutti di trovare la propria dimensione. Gli impianti di risalita funzionano anche nei mesi estivi, facilitando l’accesso ai tracciati in quota e regalando discese spettacolari tra radure e single track. Eventi sportivi e competizioni animano la stagione, richiamando biker da tutta Europa. Anche chi è alle prime armi può affidarsi a guide esperte o partecipare a tour organizzati per scoprire gli angoli più suggestivi della regione in totale sicurezza.
Con oltre mille chilometri di sentieri segnalati, Kitz bühel è una destinazione ideale per chi ama camminare. I percorsi si snodano tra dolci colline alpine, boschi ombrosi e pascoli punteggiati di baite tradizionali. Per chi cerca un itinerario più rilassante, i sentieri intorno al lago Schwarzsee offrono passeggiate facili, ideali anche per famiglie. Qui è possibile alternare trekking leggero a soste rigeneranti sulle rive del lago, magari con un tuffo nelle sue acque limpide. Se si viaggia in famiglia, il Parco faunistico di Aurach è una tappa imperdibile. A pochi chilometri dal centro, è possibile camminare tra cervi, daini e mufloni in un ambiente naturale protetto: un'esperienza che incanta grandi e piccini.
Kitzbühel non è solo sport. Il centro, con le sue facciate colorate, ospita il Museo di Kitzbühel, dove scoprire la storia locale e le opere di Alfons Walde, l'artista che ha immortalato l'anima invernale della città.
Il centro storico, poi, è un piccolo gioiello architettonico: case color pastello, balconi fioriti e boutique di alta gamma convivono armoniosamente. La via principale è un susseguirsi di negozi esclusivi, atelier artigianali e marchi internazionali. Qui lo shopping diventa un’esperienza piacevole, tra moda sportiva di lusso, oggetti di design e specialità gastronomiche locali. Una tappa obbligatoria per gli acquisti è da Frauenschuh. Non è un semplice negozio, ma l'essenza dello stile alpino contemporaneo: materiali pregiati e design funzionale che incarnano il «Kitz-look».
Caffè all’aperto e ristoranti gourmet invitano a prendersi una pausa, assaporando piatti della tradizione tirolese rivisitati in chiave contemporanea. L’atmosfera è sofisticata ma mai ostentata, perfetta per chi cerca una vacanza attiva senza rinunciare al comfort.
La proposta gastronomica della città è altrettanto variegata e profonda, partendo dall'esperienza culinaria offerta dal ristorante Das Mocking, situato proprio alla base della Streif, che propone una cucina moderna capace di valorizzare i prodotti del territorio con un tocco creativo. Per chi cerca l'accoglienza più genuina, il ristorante Zum Rehkitz offre i grandi classici della tradizione tirolese in un'atmosfera calda e autentica, mentre una sosta all'Hallerwirt ad Aurach permette un'immersione totale nella storia e nella genuinità contadina. Nel cuore pulsante della città, il ristorante Das Reisch completa l'offerta con un ambiente raffinato dove la cucina internazionale si fonde sapientemente con i sapori del luogo.
Informazioni: www.kitzbuehel.com.
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Per mezzo secolo sono stata atea e darwinista: non tolleravo il concetto del dolore innocente. I miracoli descritti nel Vangelo erano per me incomprensibili: perché guarire quel lebbroso lì, e non quello due strade più in là? Perché ridare la vista al cieco che sente passare Gesù e lo chiama, e non all’altro che non gli può chiedere niente? Dio non avrebbe fatto prima a non creare la lebbra anziché mandare poi il Figlio a guarire un lebbroso e non gli altri? La Passione e la morte in croce che senso avevano? E in che senso la crocifissione ha salvato tutti?
Per me è stata un’entusiastica liberazione la lettura del Dizionario filosofico di Voltaire. Avevo pensato le stesse cose che scriveva il grande filosofo. Ma in realtà è lui che pensava come un dodicenne. Le sarcastiche critiche al cristianesimo nascono dalla non conoscenza non solo di San Tommaso, ma delle Scritture. L’ateismo è terribilmente ingenuo. Si decide che Dio non esiste, dopodiché si selezionano i pensieri che possono giustificare la presenza della vita in assenza di qualcuno che l’abbia creata. Il mio ateismo, infatti, si è risolto per motivi scientifici. La scienza consiste nell’osservare e nel trarre poi conclusioni, non il contrario. Non è pensabile che il mondo si sia creato da solo per ammasso casuale di atomi, che si ricostruiscono in ordine pur venendo dal caos. Qualcuno ha creato il mondo e Qualcuno ha voluto noi. Queste due affermazioni sono profondamente ragionevoli.
Sono nata nel 1953. Ero in grado di intendere di volere quando negli anni Settanta sono arrivati i risultati degli studi sulla Sindone che la datano all’epoca medievale. La Sindone era falsa: avevo ragione io, atea. Peccato che la datazione al carbonio 14 della Sindone dal punto di vista scientifico non abbia senso perché applicata a un oggetto, un telo, che, per sua natura, è esposto a contaminazioni stratificate nel tempo. I ricercatori che hanno fatto gli studi con il carbonio si sono addirittura vantati di non aver commesso l’errore metodologico di non aver studiato la storia del sacro lino. Se ne avessero studiato la storia, avrebbero scoperto che la Sindone era esposta grazie a miriadi di persone che la tenevano dagli angoli con le mani, lasciando il loro sudore e consumandone il tessuto. La Sindone sugli angoli superiori si era sfilacciata, e dato che era la Sacra Sindone è stata rammendata da gente che stava al rammendo come Mozart alla musica. I rammendi sono invisibili. Nel 1988 tre laboratori (Oxford, Zurigo e Tucson) datarono il telo tra il 1260 e il 1390, ma studi successivi hanno ipotizzato una datazione tra il 300 a.C. e il 300 d.C. Il gruppo di ricerca Sturp (Shroud of Turin research project) definì l’immagine come il risultato di un processo ancora non spiegato. Gli studi di John Jackson e William Mottern mostrarono inoltre che l’immagine contiene informazioni tridimensionali: l’intensità dell’immagine varia in funzione della distanza dal corpo, caratteristica unica rispetto a qualunque rappresentazione artistica. Questa proprietà ha portato alcuni studiosi, come Giulio Fanti e Paolo Di Lazzaro, a ipotizzare che l’immagine possa essersi formata tramite un impulso energetico ad alta intensità, capace di alterare superficialmente le fibre del lino senza penetrare in profondità. La Sacra Sindone è un negativo tridimensionale, che si può essere formato solo grazie a un corpo che è diventato energia.
È ragionevole affermare che Dio ha creato il mondo e che Cristo è risorto. Queste due affermazioni come si conciliano con tutto il resto? Con il dolore innocente, che la Passione non ha cancellato? Il senso del miracolo non era salvare Lazzaro, che poi comunque sarebbe morto, ma salvare noi tutti dall’abisso di aver perduto Dio. I miracoli servono per aiutarci a trovare la fede, perché è la nostra fede che ci salverà. Tutto il dolore innocente sarà consolato in un’infinita eternità. Buona Pasqua a tutti.
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