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2025-08-04
Tattiche paramilitari e armi da fuoco. La guerriglia urbana è salita di livello
(Ansa)
Nelle ultime settimane la Francia è stata scossa da una nuova ondata di violenze urbane che ha interessato numerose banlieue in tutto il Paese, dalle periferie parigine a città di provincia come Limoges. A differenza di quanto accaduto nelle rivolte del 2005, il livello di organizzazione, intensità e armamento mostrato dai rivoltosi è estremamente preoccupante. Le forze di sicurezza francesi hanno parlato di un ricorso sistematico a tattiche paramilitari, con gruppi di giovani - spesso mascherati e con volti coperti - che operavano in modo coordinato per eludere i cordoni di polizia, colpire obiettivi simbolici e ritirarsi rapidamente sfruttando la conoscenza del territorio urbano. A Nanterre, Clichy-sous-Bois, Colombes, Aubervilliers e Mantes-la-Jolie, gli scontri hanno assunto la forma di vere e proprie battaglie urbane. Municipi, stazioni di polizia, scuole e biblioteche sono stati incendiati. I manifestanti hanno fatto ampio uso di fuochi d’artificio trasformati in armi offensive, bombe molotov e in alcuni casi anche di armi da fuoco. In particolare a Lione, secondo fonti della polizia, sono stati sparati colpi di Kalashnikov in aria, mentre a Marsiglia e Tolosa sono stati sequestrati fucili da caccia usati contro pattuglie o veicoli delle forze dell’ordine. In questo contesto, l’irruzione della violenza urbana in città come Limoges ha rappresentato una svolta significativa. A Limoges, l’utilizzo di fuochi d’artificio per colpire i poliziotti, l’incendio di veicoli e la distruzione sistematica di infrastrutture pubbliche hanno messo in difficoltà le forze di sicurezza, che in più occasioni sono state costrette a ritirarsi o a chiedere rinforzi. La prefettura ha parlato apertamente di un «livello di violenza mai visto prima», segnalando anche il sospetto che alcuni dei partecipanti fossero stati istruiti da soggetti con esperienza nel combattimento urbano o da ex foreign fighters. Alcune testimonianze raccolte da media locali riferiscono di giovani che si muovevano in piccoli gruppi, in contatto costante tramite radio o applicazioni crittografate, segno di un’organizzazione non improvvisata. Il governo ha risposto dichiarando lo stato di massima allerta e mobilitando oltre 45.000 agenti, inclusi i reparti speciali della polizia (Raid) e della gendarmeria (Gign).
Nel 2025, la crescente instabilità nelle grandi città europee ha portato le autorità a monitorare con crescente preoccupazione alcuni quartieri noti per le elevate tensioni sociali, economiche e religiose. Belgio, Svezia e Paesi Bassi sono tra i Paesi dove alcune aree urbane si trovano in bilico tra il rischio di disordini e la ricerca di soluzioni per arginare l’escalation di violenza. Le cause di questa instabilità sono molteplici, ma alcune dinamiche comuni emergono: alti tassi di disoccupazione giovanile, immigrazione incontrollata, fenomeni di marginalizzazione, problematiche legate alla criminalità organizzata e la crescente presenza di elementi radicalizzati. In Belgio, la capitale Bruxelles ospita alcuni dei quartieri più sotto pressione, tra cui Molenbeek-Saint-Jean, storicamente noto per il suo legame con la radicalizzazione jihadista. Negli ultimi anni, questo quartiere è stato teatro di numerosi episodi di violenza, tra cui attacchi alle forze dell’ordine e manifestazioni violente da parte di gruppi giovanili. A questi episodi si aggiungono anche altre aree come Anderlecht e Schaerbeek, dove il disagio sociale, la criminalità e la povertà sono tra le principali cause di frustrazione tra i giovani. Nel frattempo, Anversa non è certo esente da problematiche simili. I quartieri di Borgerhout e Deurne sono stati spesso segnati da disordini, in parte alimentati dal traffico di droga e dalla crescita di bande giovanili, che operano in un contesto di forte emarginazione e sfiducia nei confronti delle istituzioni. La Svezia, che negli ultimi decenni ha cercato di promuovere «un’integrazione sociale inclusiva», si trova oggi ad affrontare sfide legate alla crescente marginalizzazione in alcuni quartieri di Stoccolma, come Rinkeby e Tensta, che sono stati al centro di numerosi scontri tra residenti e polizia. Questi quartieri, noti per la loro forte concentrazione di immigrati, sono segnati dalla disoccupazione giovanile e da fenomeni di radicalizzazione, spesso legati a gruppi islamisti. Le tensioni tra le comunità locali e le autorità sono aumentate, portando a episodi di violenza e distruzione. Un altro quartiere problematico è Fittja, dove la criminalità organizzata ha trovato terreno fertile, contribuendo alla percezione di insicurezza e all’emergere di bande giovanili. A Göteborg, Biskopsgården è diventato un altro punto caldo di conflitto, con scontri violenti tra bande rivali e una forte presenza di armi illegali. Il crescente isolamento di alcune comunità ha fatto sì che la criminalità, combinata con il radicalismo, diventasse una questione di primaria importanza per le autorità svedesi. Anche nei Paesi Bassi la situazione in alcuni quartieri urbani è diventata critica. Amsterdam ospita uno dei quartieri più noti per le sue problematiche sociali: Bijlmermeer, noto per la sua alta concentrazione di immigrati e le sue difficoltà economiche. Nonostante alcuni interventi di gentrificazione, la povertà e la criminalità continuano a rimanere preoccupanti, con bande giovanili coinvolte in traffico di droga e atti di violenza. Anche Slotervaart ha visto esplosioni di violenza, tra cui disordini tra giovani e scontri con le forze di polizia. Nel porto di Rotterdam, i quartieri di Charlois e Zuidwijk sono diventati luoghi sensibili, segnati da episodi di violenza tra bande e una persistente criminalità. Il 2025 si è già rivelato un anno difficile anche per molte città britanniche. Sebbene non si siano verificati eventi su larga scala come le rivolte del 2011, episodi localizzati di violenza urbana, saccheggi e scontri con la polizia sono stati registrati a Londra, Birmingham e Manchester, con un uso sempre più sofisticato di tattiche ispirate alle guerriglie urbane: molotov, barricate mobili, comunicazioni criptate via app.
«I soldati dell’Isis tornati in Francia portano grande esperienza bellica»
Giorgio Battisti, generale di Corpo d’Armata (rit), ha al suo attivo decine di missioni internazionali
Gli ultimi disordini avvenuti in Francia mostrano come i rivoltosi abbiano adottato tattiche militari contro le forze dell’ordine. Che cosa è accaduto?
«I disordini che recentemente hanno interessato diversi centri urbani in Francia, spesso legati al traffico di droga, hanno evidenziato un “salto di qualità” della delinquenza organizzata, che ha preso di mira sia le forze dell’ordine sia rappresentanti politici delle città dove sono avvenuti. Non più i classici violenti disordini, oramai frequenti in vari Paesi occidentali, che possono essere contenuti con le cariche di polizia, i gas lacrimogeni e gli idranti, ma bensì attacchi di rara intensità, simili a rivolte, caratterizzati da imboscate, blocchi stradali, lancio di ordigni incendiari (molotov), mortai che lanciano fuochi d’artificio e colpi d’arma da fuoco, con l’intenzione di provocare feriti, se non addirittura morti, tra le forze di polizia. Sebbene il fenomeno non sia nuovo in Francia, quelli del fine settimana del 19-20 luglio hanno riguardato centri urbani che in precedenza ne erano stati risparmiati e sono avvenuti quasi contemporaneamente come se avessero un’unica regia nelle azioni violente. Azioni come a Béziers, nel quartiere afflitto dal traffico di droga di Devèze, dove nella notte del 19 luglio i vigili del fuoco, accompagnati dalle forze dell’ordine, sono intervenuti su chiamata per spegnere un incendio di alcuni cassonetti dei rifiuti (verosimilmente chiamati dagli stessi che hanno appiccato il fuoco) e sono caduti in un’imboscata accuratamente preparata, effettuata da una cinquantina di individui che dai tetti lanciavano molotov ed artifizi pirotecnici».
Possibile che come sospettano gli inquirenti tra loro ci siano anche ex foreign fighters?
«Non è una novità che numerosi foreign fighters degli oltre 1.900 provenienti dalla Francia (Soufan Group, ottobre 2017) dopo la sconfitta militare dell’Isis siano ritornati nel Paese transalpino con una grande esperienza bellica in materia di esplosivi, sistemi di comunicazioni e armi da fuoco; individui che hanno trovato sicura accoglienza nella numerosa presenza dei propri correligionari. Il rapporto tra criminalità organizzata e terrorismo, inoltre, si è evoluto in una relazione di simbiosi e convergenza, con la condivisione di risorse, competenze, tattiche e logistica, in cui è sempre più difficile tracciare una distinzione significativa tra le due entità e le cui dinamiche sono guidate dall’ambiente locale e regionale».
Le ultime rivolte vedono un uso sempre più sofisticato di tattiche ispirate alle guerriglie urbane: molotov, barricate mobili, comunicazioni criptate via app. Cosa dobbiamo aspettarci in futuro?
«Gli scenari dei recenti disordini sono molto simili alle situazioni affrontate in Iraq ed in Afghanistan, con azioni coordinate con visione unitaria, che lasciano presupporre la direzione di individui con esperienze di guerriglia urbana nel condurre con tecniche e metodi militari queste aggressioni. Le gang criminali, inoltre, assumono sempre più la fisionomia di milizie inquadrate che operano in modo organizzato e con dinamiche diverse ma complementari. Sono drammatici eventi, già descritti nel 2016 nel libro di Laurent Obertone Guerriglia. Il giorno in cui tutto si incendiò, che hanno gravi ripercussioni sulla sicurezza generale e che, a detta di vari rappresentanti istituzionali, rischiano di generare in Francia una situazione “fuori controllo” simile a quella presente in alcune regioni del Messico».
Cosa si può fare per arginare questi fenomeni, schierare l’esercito come alcuni chiedono?
«Questi scenari evidenziano l’asimmetria tra l’azione dei trafficanti e le risposte delle forze dell’ordine, che mettono in dubbio le capacità delle istituzioni nel garantire l’ordine pubblico. Sono realtà che richiederebbero provvedimenti di legge ad hoc (come avvenuto in Italia nella stagione del terrorismo) per fornire alle istituzioni responsabili gli strumenti per poter agire in modo adeguato alla minaccia. Il ricorso alle Forze armate, da parte di uno Stato democratico, rimane l’ultima risorsa da impiegare a conferma della drammaticità della situazione. È una decisione che deve essere valutata attentamente e, qualora assunta, deve garantire ai militari tutti gli strumenti giuridici e amministrativi per operare, ovviamente in coordinamento con le autorità di Ps, con un preciso mandato e con regole d’ingaggio chiare che li tutelino legalmente nell’eventuale uso legittimo della forza».
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Oltralpe i rivoltosi delle banlieue hanno cambiato il modo di affrontare la polizia. Non va meglio nelle altre città europee.Il generale Giorgio Battisti: «Oltre 1.900 ex combattenti dell'Isis sono rientrati in Francia. Dove con i recenti disordini si sono osservati attacchi di rara intensità. Si rischia di perdere il controllo, ma il ricorso all’esercito deve essere l’ultima ratio».Lo speciale contiene due articoli.Nelle ultime settimane la Francia è stata scossa da una nuova ondata di violenze urbane che ha interessato numerose banlieue in tutto il Paese, dalle periferie parigine a città di provincia come Limoges. A differenza di quanto accaduto nelle rivolte del 2005, il livello di organizzazione, intensità e armamento mostrato dai rivoltosi è estremamente preoccupante. Le forze di sicurezza francesi hanno parlato di un ricorso sistematico a tattiche paramilitari, con gruppi di giovani - spesso mascherati e con volti coperti - che operavano in modo coordinato per eludere i cordoni di polizia, colpire obiettivi simbolici e ritirarsi rapidamente sfruttando la conoscenza del territorio urbano. A Nanterre, Clichy-sous-Bois, Colombes, Aubervilliers e Mantes-la-Jolie, gli scontri hanno assunto la forma di vere e proprie battaglie urbane. Municipi, stazioni di polizia, scuole e biblioteche sono stati incendiati. I manifestanti hanno fatto ampio uso di fuochi d’artificio trasformati in armi offensive, bombe molotov e in alcuni casi anche di armi da fuoco. In particolare a Lione, secondo fonti della polizia, sono stati sparati colpi di Kalashnikov in aria, mentre a Marsiglia e Tolosa sono stati sequestrati fucili da caccia usati contro pattuglie o veicoli delle forze dell’ordine. In questo contesto, l’irruzione della violenza urbana in città come Limoges ha rappresentato una svolta significativa. A Limoges, l’utilizzo di fuochi d’artificio per colpire i poliziotti, l’incendio di veicoli e la distruzione sistematica di infrastrutture pubbliche hanno messo in difficoltà le forze di sicurezza, che in più occasioni sono state costrette a ritirarsi o a chiedere rinforzi. La prefettura ha parlato apertamente di un «livello di violenza mai visto prima», segnalando anche il sospetto che alcuni dei partecipanti fossero stati istruiti da soggetti con esperienza nel combattimento urbano o da ex foreign fighters. Alcune testimonianze raccolte da media locali riferiscono di giovani che si muovevano in piccoli gruppi, in contatto costante tramite radio o applicazioni crittografate, segno di un’organizzazione non improvvisata. Il governo ha risposto dichiarando lo stato di massima allerta e mobilitando oltre 45.000 agenti, inclusi i reparti speciali della polizia (Raid) e della gendarmeria (Gign).Nel 2025, la crescente instabilità nelle grandi città europee ha portato le autorità a monitorare con crescente preoccupazione alcuni quartieri noti per le elevate tensioni sociali, economiche e religiose. Belgio, Svezia e Paesi Bassi sono tra i Paesi dove alcune aree urbane si trovano in bilico tra il rischio di disordini e la ricerca di soluzioni per arginare l’escalation di violenza. Le cause di questa instabilità sono molteplici, ma alcune dinamiche comuni emergono: alti tassi di disoccupazione giovanile, immigrazione incontrollata, fenomeni di marginalizzazione, problematiche legate alla criminalità organizzata e la crescente presenza di elementi radicalizzati. In Belgio, la capitale Bruxelles ospita alcuni dei quartieri più sotto pressione, tra cui Molenbeek-Saint-Jean, storicamente noto per il suo legame con la radicalizzazione jihadista. Negli ultimi anni, questo quartiere è stato teatro di numerosi episodi di violenza, tra cui attacchi alle forze dell’ordine e manifestazioni violente da parte di gruppi giovanili. A questi episodi si aggiungono anche altre aree come Anderlecht e Schaerbeek, dove il disagio sociale, la criminalità e la povertà sono tra le principali cause di frustrazione tra i giovani. Nel frattempo, Anversa non è certo esente da problematiche simili. I quartieri di Borgerhout e Deurne sono stati spesso segnati da disordini, in parte alimentati dal traffico di droga e dalla crescita di bande giovanili, che operano in un contesto di forte emarginazione e sfiducia nei confronti delle istituzioni. La Svezia, che negli ultimi decenni ha cercato di promuovere «un’integrazione sociale inclusiva», si trova oggi ad affrontare sfide legate alla crescente marginalizzazione in alcuni quartieri di Stoccolma, come Rinkeby e Tensta, che sono stati al centro di numerosi scontri tra residenti e polizia. Questi quartieri, noti per la loro forte concentrazione di immigrati, sono segnati dalla disoccupazione giovanile e da fenomeni di radicalizzazione, spesso legati a gruppi islamisti. Le tensioni tra le comunità locali e le autorità sono aumentate, portando a episodi di violenza e distruzione. Un altro quartiere problematico è Fittja, dove la criminalità organizzata ha trovato terreno fertile, contribuendo alla percezione di insicurezza e all’emergere di bande giovanili. A Göteborg, Biskopsgården è diventato un altro punto caldo di conflitto, con scontri violenti tra bande rivali e una forte presenza di armi illegali. Il crescente isolamento di alcune comunità ha fatto sì che la criminalità, combinata con il radicalismo, diventasse una questione di primaria importanza per le autorità svedesi. Anche nei Paesi Bassi la situazione in alcuni quartieri urbani è diventata critica. Amsterdam ospita uno dei quartieri più noti per le sue problematiche sociali: Bijlmermeer, noto per la sua alta concentrazione di immigrati e le sue difficoltà economiche. Nonostante alcuni interventi di gentrificazione, la povertà e la criminalità continuano a rimanere preoccupanti, con bande giovanili coinvolte in traffico di droga e atti di violenza. Anche Slotervaart ha visto esplosioni di violenza, tra cui disordini tra giovani e scontri con le forze di polizia. Nel porto di Rotterdam, i quartieri di Charlois e Zuidwijk sono diventati luoghi sensibili, segnati da episodi di violenza tra bande e una persistente criminalità. Il 2025 si è già rivelato un anno difficile anche per molte città britanniche. Sebbene non si siano verificati eventi su larga scala come le rivolte del 2011, episodi localizzati di violenza urbana, saccheggi e scontri con la polizia sono stati registrati a Londra, Birmingham e Manchester, con un uso sempre più sofisticato di tattiche ispirate alle guerriglie urbane: molotov, barricate mobili, comunicazioni criptate via app.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/francia-immigrati-violenza-2673854471.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-soldati-dellisis-tornati-in-francia-portano-grande-esperienza-bellica" data-post-id="2673854471" data-published-at="1754254694" data-use-pagination="False"> «I soldati dell’Isis tornati in Francia portano grande esperienza bellica» Giorgio Battisti, generale di Corpo d’Armata (rit), ha al suo attivo decine di missioni internazionaliGli ultimi disordini avvenuti in Francia mostrano come i rivoltosi abbiano adottato tattiche militari contro le forze dell’ordine. Che cosa è accaduto?«I disordini che recentemente hanno interessato diversi centri urbani in Francia, spesso legati al traffico di droga, hanno evidenziato un “salto di qualità” della delinquenza organizzata, che ha preso di mira sia le forze dell’ordine sia rappresentanti politici delle città dove sono avvenuti. Non più i classici violenti disordini, oramai frequenti in vari Paesi occidentali, che possono essere contenuti con le cariche di polizia, i gas lacrimogeni e gli idranti, ma bensì attacchi di rara intensità, simili a rivolte, caratterizzati da imboscate, blocchi stradali, lancio di ordigni incendiari (molotov), mortai che lanciano fuochi d’artificio e colpi d’arma da fuoco, con l’intenzione di provocare feriti, se non addirittura morti, tra le forze di polizia. Sebbene il fenomeno non sia nuovo in Francia, quelli del fine settimana del 19-20 luglio hanno riguardato centri urbani che in precedenza ne erano stati risparmiati e sono avvenuti quasi contemporaneamente come se avessero un’unica regia nelle azioni violente. Azioni come a Béziers, nel quartiere afflitto dal traffico di droga di Devèze, dove nella notte del 19 luglio i vigili del fuoco, accompagnati dalle forze dell’ordine, sono intervenuti su chiamata per spegnere un incendio di alcuni cassonetti dei rifiuti (verosimilmente chiamati dagli stessi che hanno appiccato il fuoco) e sono caduti in un’imboscata accuratamente preparata, effettuata da una cinquantina di individui che dai tetti lanciavano molotov ed artifizi pirotecnici».Possibile che come sospettano gli inquirenti tra loro ci siano anche ex foreign fighters?«Non è una novità che numerosi foreign fighters degli oltre 1.900 provenienti dalla Francia (Soufan Group, ottobre 2017) dopo la sconfitta militare dell’Isis siano ritornati nel Paese transalpino con una grande esperienza bellica in materia di esplosivi, sistemi di comunicazioni e armi da fuoco; individui che hanno trovato sicura accoglienza nella numerosa presenza dei propri correligionari. Il rapporto tra criminalità organizzata e terrorismo, inoltre, si è evoluto in una relazione di simbiosi e convergenza, con la condivisione di risorse, competenze, tattiche e logistica, in cui è sempre più difficile tracciare una distinzione significativa tra le due entità e le cui dinamiche sono guidate dall’ambiente locale e regionale».Le ultime rivolte vedono un uso sempre più sofisticato di tattiche ispirate alle guerriglie urbane: molotov, barricate mobili, comunicazioni criptate via app. Cosa dobbiamo aspettarci in futuro?«Gli scenari dei recenti disordini sono molto simili alle situazioni affrontate in Iraq ed in Afghanistan, con azioni coordinate con visione unitaria, che lasciano presupporre la direzione di individui con esperienze di guerriglia urbana nel condurre con tecniche e metodi militari queste aggressioni. Le gang criminali, inoltre, assumono sempre più la fisionomia di milizie inquadrate che operano in modo organizzato e con dinamiche diverse ma complementari. Sono drammatici eventi, già descritti nel 2016 nel libro di Laurent Obertone Guerriglia. Il giorno in cui tutto si incendiò, che hanno gravi ripercussioni sulla sicurezza generale e che, a detta di vari rappresentanti istituzionali, rischiano di generare in Francia una situazione “fuori controllo” simile a quella presente in alcune regioni del Messico».Cosa si può fare per arginare questi fenomeni, schierare l’esercito come alcuni chiedono?«Questi scenari evidenziano l’asimmetria tra l’azione dei trafficanti e le risposte delle forze dell’ordine, che mettono in dubbio le capacità delle istituzioni nel garantire l’ordine pubblico. Sono realtà che richiederebbero provvedimenti di legge ad hoc (come avvenuto in Italia nella stagione del terrorismo) per fornire alle istituzioni responsabili gli strumenti per poter agire in modo adeguato alla minaccia. Il ricorso alle Forze armate, da parte di uno Stato democratico, rimane l’ultima risorsa da impiegare a conferma della drammaticità della situazione. È una decisione che deve essere valutata attentamente e, qualora assunta, deve garantire ai militari tutti gli strumenti giuridici e amministrativi per operare, ovviamente in coordinamento con le autorità di Ps, con un preciso mandato e con regole d’ingaggio chiare che li tutelino legalmente nell’eventuale uso legittimo della forza».
Carlo Messina (Imagoeconomica)
Il piano arriva dopo un 2025 che l’amministratore delegato definisce senza esitazioni «il migliore di sempre». Utile netto a 9,3 miliardi (+7,6%), dividendi complessivi per 6,5 miliardi – tra acconto e saldo – e un buyback da 2,3 miliardi già autorizzato dalla Bce. L’ad rivendica di aver superato, negli ultimi due piani industriali, tutti gli obiettivi.
La strategia al 2029 poggia su tre pilastri: riduzione dei costi grazie alla tecnologia, crescita dei ricavi trainata dalle commissioni e un costo del rischio ai minimi storici, frutto di una banca senza più crediti incagliati. Ma il vero salto è geografico. Messina guarda oltre i confini italiani e rivendica di essere «parte di una storia completamente diversa rispetto alla saga del risiko bancario del 2025». Tradotto: nessuna corsa alle aggregazioni domestiche, nessun inseguimento a fusioni difensive che comunque troverebbero l’ostacolo dell’Antitrust. Il baricentro si sposta sull’espansione internazionale, in particolare nell’industria del risparmio.
È qui che prende forma Isywealth Europe, il progetto-bandiera del nuovo piano. Un’iniziativa che porta all’estero il modello Intesa nella consulenza finanziaria, facendo leva sul digitale e sulle sinergie di gruppo. Francia, Germania e Spagna sono i primi traguardi individuati. Mercati dove la banca è già presente con proprie filiali e dove punta a servire corporate, retail e private banking attraverso piattaforme tecnologiche integrate. Duecento milioni di investimenti iniziali. Il piano di espansione nelle grandi città europee, con prodotti distribuiti anche tramite Isybank e Fideuram Direct. La crescita avverrà solo con operazioni di cui il gruppo avrà la maggioranza azionaria. Al momento, chiarisce, sul tavolo non c’è nulla. Nessuna fretta, nessuna ansia da shopping. La stessa logica guida la strategia sulle banche estere, chiamate a realizzare sinergie più strette con le altre divisioni del gruppo. Il risultato netto della divisione international banks dovrebbe salire a 1,8 miliardi nel 2029 dagli 1,2 miliardi del 2025. «Nell’eurozona non serve fare acquisizioni», sottolinea, «meglio sfruttare le presenze che già abbiamo».
Intesa promette una nuova accelerazione sul fronte della riduzione dei costi. Per raggiungere l’obiettivo sono previsti altri 5,1 miliardi di investimenti tecnologici, che si aggiungono ai 6,6 miliardi del piano precedente. In parallelo, un ricambio generazionale senza scosse: 9.750 uscite volontarie in Italia entro il 2030, compensate da circa 6.300 nuove assunzioni di giovani. A regime, i risparmi attesi valgono 570 milioni di euro.
Il capitolo del risiko bancario è liquidato con poche frasi ma con un tono che non lascia spazio a interpretazioni. Le operazioni che animano il dibattito, «non ci preoccupano». Neanche l’asse Unicredit-Generali di cui tanto si parla «Sarebbe come mettere insieme due Bpm. Rimarremmo comunque con tre volte più grandi». Fine della discussione. Per Intesa, insiste l’amministratore delegato, non è un terreno di competizione. Anche perché, osserva, «mettere insieme un asset manager assicurativo con una rete di distribuzione bancaria non ha molto senso».
In controluce, il piano racconta anche un altro punto di vista: quello che osserva con attenzione lo scenario globale. Alla domanda su Kevin Warsh, indicato da Donald Trump come prossimo presidente della Fed, il giudizio è misurato ma positivo: «Una persona di altissima competenza e capacità». Un segnale di equilibrio, mentre le banche centrali restano un fattore chiave di stabilità – o instabilità – dei mercati.
Alla fine, il nuovo piano di Intesa Sanpaolo appare come un manifesto di continuità. Cinquanta miliardi di dividendi come garanzia, una strategia internazionale come orizzonte, il rifiuto del risiko come scelta identitaria.
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Under Salt Marsh (Sky)
La natura, la sua violenza improvvisa, è protagonista al fianco di una comunità tradizionale, scossa da un omicidio quasi perfetto. O, quanto meno, di un omicidio che sarebbe stato perfetto, se non fosse intervenuta la natura.Il mare, in un giorno di tempesta, ha portato sulle rive del Galles un corpo, lo spettro di una morte innaturale. E, pure, la certezza che l'indagine non sarebbe stata semplice. Jackie Eliss l'ha capito fin dal primo momento.
Lo ha sentito sulla propria pelle, lei che aveva cercato di dimenticare il passato, gli sbagli, gli errori. La Eliss era detective a Morfa Halen, cittadina immaginaria, arroccata sui paesaggi del Galles, quando un'altra morte ha messo a soqquadro la sua vita. Allora, c'era la stessa violenza, ma poche certezze. Jackie Eliss non è riuscita a capire chi fosse il responsabile di una tale brutalità, perché, soprattutto. Qualche ipotesi l'ha azzardata, qualcosa lo ha pensato. Ma, a conti fatti, non ha saputo portare dalla sua prove certe e inconfutabili. Così, il paese le ha voltato le spalle e la sua famiglia con lui. La Eliss ha perso il marito, la stima della figlia e il lavoro. Tre anni più tardi, è la stessa donna, ma il mestiere è un altro, le insicurezze aumentate.Jackie Eliss, quando il secondo cadavere piomba a Morfa Halen, non è più una detective, ma un'insegnante, cui l'ostracismo dei suoi concittadini ha provocato una tristezza latente. Sola, senza lo scopo di un mestiere che era vocazione, vorrebbe tenersi alla larga da quell'altro mistero. Ma qualcosa, una sensazione sottile sottopelle, le dice che le morti, pur passati anni, sono connesse. Ed è in nome di questa connessione, della voglia di capire cosa sia successo e redimere con ciò se stessa e i propri errori, che la Eliss decide di tornare a investigare. Senza l'ufficialità del ruolo, senza gli strumenti consoni. Senza aiuti, ma con una determinazione tipica del genere cui Under salt marsh appartiene.
Lo show, in quattro episodi, rincorre la velocità del giallo, del thriller, rincorrendo parimenti quella del cataclisma. Perché c'è altro a rendere il mistero più inquietante: la minaccia incombente di una tempesta senza precedenti, decisa a distruggere ogni prova che possa condurre alla verità.
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Dopo aver chiesto di abolire il carcere e «okkupare» le case, l'eurodeputata Avs palpita per Askatasuna.