
Chi è Edoardo Mercadante, salito al 5% di Unicredit con il fondo Parvus
Edoardo Mercadante con il suo fondo londinese Parvus ci riprova. Per la seconda volta, sempre su banche e in Italia. Dopo l’investimento in Ubi, dove era arrivato a detenere oltre l’8% e che ha finito per consegnare i titoli a metà del 2020 nell’Opa di Intesa sulla banca bergamasca-bresciana, ora eccolo spuntare quasi a sorpresa dal 6 maggio nell’azionariato di UniCredit, con una quota del 5,059% di Unicredit attraverso il fondo Parvus Asset Management.
Nei giorni precedenti la comunicazione alla Consob del 16 maggio, l’hedge fund si era già portato al 5,2%, anche grazie a un contratto di prestito titoli sullo 0,89% del capitale, partecipazione poi limata definitivamente al 5,059%. Di fatto Parvus con i suoi fondi diventa il secondo socio forte di UniCredit, la public company per eccellenza tra le banche italiane. E come nel caso di Ubi, dove aveva rastrellato titoli fino a divenire il secondo socio forte dopo Silchester, anche per UniCredit fioccano gli interrogativi.
GLI INTERROGATIVI
Chi è Mercadante? Si muove come un normale investitore alla ricerca di rendimenti o punta ad altro? C’è qualcuno dietro di lui? Domande che erano emerse con forza nel caso di Ubi, dove molti pensavano che dietro a Mercadante, finanziere franco-italiano, 55enne ex Merril Lynch e fondatore di Parvus asset management Ltd nel lontano 2004, ci fossero alcuni soci forti delle compagini bergamasca-bresciana che si erano opposti all’operazione di acquisizione della terza banca italiana da parte di Intesa.
Spuntarono esposti e anche un fascicolo presso la Procura di Milano. Finì tutto in una bolla di sapone. I soci forti, riottosi alla conquista di Ubi, consegnarono i titoli a Intesa e con loro anche la quota di oltre l’8% gestita da Parvus. Pensare a un possibile scalatore è pura fantafinanza. UniCredit per le dimensioni, oltre 21 miliardi di capitalizzazione, non è facilmente aggredibile.
La quota di Parvus vale poco più di 1 miliardo. Mercadante nelle scarne dichiarazioni rilasciate ai tempi di Ubi e ora di UniCredit sostiene di essere un fondo che opera su strategie long only e di individuare titoli che ritiene sottovalutati per portare a casa plusvalenze. Del resto la presenza di Parvus in UniCredit non data dai primi di maggio, quando dalle comunicazioni Consob diffuse l’altro ieri, è emersa la quota di poco più del 5% raggiunta il 6 maggio scorso.
Parvus era già nel capitale della banca di Piazza Gae Aulenti da anni. Nell’assemblea di UniCredit del dicembre 2017, con Mustier da poco alla guida della banca, Parvus compare con una quota piccola, di meno di 20 milioni di titoli della banca (poco meno dell’1%) posseduto da suoi due fondi, il Parvus euro Absolute opportunities e il Parvus euro opportunities master fund. Quote da puro investitore finanziario. Posizione che crescerà a piccole dosi. Nell’ultima assemblea a guida Orcel dell’8 aprile scorso la quota nei fondi Parvus raddoppia a 40 milioni di azioni, cui si aggiungono altri 10 milioni di titoli in capo a un altro fondo di Parvus, l’Armadillo fund, fondo della scuderia londinese di Mercadante ma domiciliato alle Cayman.
Quindi ancora ad aprile scorso Parvus nel complesso aveva racimolato 50 milioni di azioni UniCredit, una quota intorno al 2,5% e quindi ancora sottotraccia nelle comunicazioni al mercato. Poi evidentemente ecco lo strappo con gli acquisti del 6 maggio che hanno portato Mercadante a divenire il secondo socio forte di UniCredit rendendo visibile la sua posizione. Gli ultimi acquisti sono stati fatti con il titolo ai suoi minimi di poco più di 8 euro, dopo lo choc dell’esposizione di UniCredit in Russia che ha portato tra l’altro a una svalutazione di bilancio di oltre 1,3 miliardi nei conti del primo trimestre.
LA GALOPPATA
Evidentemente Mercadante confida che la cura di Andrea Orcel, pulito il bilancio dalle scorie russe, possa dare slancio al titolo. In effetti UniCredit dopo la galoppata pre-guerra che aveva portato il titolo a quota 15 euro, ha subito più di altri il contraccolpo della guerra in Ucraina. Ma l’avvio proprio oggi dell’atteso buy back da 1,6 miliardi, la politica dei dividendi da 16 miliardi nei prossimi 4 anni promessi da Orcel e il recupero dei ricavi messi già a segno dal banchiere romano nel primo anno alla guida di UniCredit, fanno sperare in un re-rating del titolo. Per ora però la posizione costruita da Parvus nel tempo è ancora in rosso, vista la caduta del titolo UniCredit di oltre il 40% negli ultimi 5 anni.
È plausibile che i primi pacchetti acquisiti già prima del 2017 siano in carico a prezzi ben più alti degli attuali corsi di Borsa. Già ma come opera in genere Parvus? Di solito costruisce le sue posizioni con derivati, tramite equity swap che gli danno posizioni lunghe sui titoli. L’ha fatto con Ubi ad esempio. In Ubi la sua scommessa l’ha vinta sicuramente regalando ai suoi investitori una sonora plusvalenza.
Per UniCredit occorrerà aspettare per rivedere il titolo ai livelli pre-guerra. Dati su performance, risultati, masse in gestione sono difficili da reperire. Per Parvus, come per tutti gli hedge fund, i rendiconti sono forniti solo ai clienti. Secondo la ricostruzione di alcuni siti finanziari inglesi Parvus sarebbe accreditata di 4,5 miliardi di sterline di masse gestite tra i suoi fondi.
HEDGE FUND
La sede londinese è in 7 Clifford Street, dove Mercadante condivide l’indirizzo con un altro gestore di hedge fund, ben conosciuto nel mondo della finanza Oltremanica. Quel Chris Hohn fondatore tra le altre cose del The Children Investment fund e noto per le sue iniziative caritatevoli. Una passione che condivide con Mercadante che compare come Trustee nella CrEdo Foundation, un ente benefico attivo sulle povertà in genere. L’ultimo rendiconto consultabile del 2019 ha visto donazioni per 93mila sterline, di cui 86mila devolute in iniziative benefiche.
L’anno prima le donazioni furono di 106mila sterline. Spesi in beneficienza solo 53 mila con un utile di importo analogo. Mercadante con i suoi fondi è particolarmente attivo nei paesi nordici e anglosassoni. Ha battagliato come investitore attivista sul titolo delle scommesse sportive William Hill e si è opposto come azionista di G4s con il 3,7% alla conquista della danese Iss. La stampa irlandese di recente l’ha accreditato come azionista con meno del 3% della compagnia aerea Ryanair. Anche in questo caso evidentemente Mercadante si attende un ritorno alla piena redditività della compagnia aerea dopo gli sconquassi del Covid, che ridarebbe forza in Borsa al titolo.
Quanto alla sua società di gestione che annovera una dozzina di fondi pare che le cose non vadano affatto male. Secondo la banca dati di S&P Global Market Intelligence, la sua Parvest Asset Management Europe Ltd avrebbe avuto ricavi nel 2020 per 86 milioni di sterline con utili netti per 47 milioni. Negli ultimi 6 anni ha incrementato di tre volte i ricavi da commissioni di gestione con un utile passato da 18 milioni del 2015 ai 47 milioni del 2020.
Dai disturbi posturali all’insonnia digitale. Sempre più gente soffre del «mal di smartphone»
C’era una volta il cosiddetto callo dello scrittore, un piccolo rigonfiamento sulla parte interna della falangetta del dito medio della mano destra, derivante dalla pressione della penna, tenuta da pollice e indice, sul dito su cui si appoggiava scrivendo.
Oggi che quasi nessuno purtroppo ha più una penna e un bloc notes dietro, perché se deve annotare qualcosa lo fa sullo smartphone, si potrebbe pensare che «il danno» della scrittura manuale sia stato superato e la trasformazione della scrittura da fisica a elettronica abbia condotto allo stato ideale problemi zero. In realtà, come sempre quando un sistema ne sostituisce un altro, è il contrario: succede che il nuovo sistema cancellerà i vecchi problemi, sì, ma portando con sé i nuovi.
I disturbi fisici causati dall’uso degli smartphone per fare tutto, ormai, non solo scrivere, sono innumerevoli. Altro che callo. Martin Cooper (Chicago, 26 dicembre 1928) è inventore e imprenditore statunitense figlio di immigrati ebrei ucraini, considerato il padre del telefono cellulare di cui lo smartphone è l’evoluzione. Cooper, pensate, è stato il primo ad effettuare una chiamata in pubblico da un telefono cellulare (era un prototipo), il 3 aprile 1973, in una strada di New York di fronte a passanti e, chiaramente, giornalisti. Il telefonino era il Dyna-Tac, pesava 1,5 kg e aveva una batteria che impiegava 10 ore a ricaricarsi, per poi durare solo 30 minuti. Magari fossero così gli smartphone, oggi, utilizzabili solo 30 minuti ogni mezza giornata. È l’opposto, a dispetto di tutte le prediche sulla sostenibilità, lo smartphone deve essere sempre acceso e ricaricato, quello sì, in 30 minuti. In quella prima telefonata da telefono cellulare si sanciva il momento di passaggio della storia della telefonia mobile, perché si chiamava una persona invece che un luogo. Le telefonate dall’auto erano già possibili. Cooper ha dichiarato, recentemente: «Resto basito quando vedo le persone che attraversano la strada con lo sguardo incollato sullo schermo». Col telefono cellulare normale, questo non avveniva: serviva solo a telefonare e poi a mandare e ricevere sms, nessuno lo teneva sempre in mano. La tragedia si compie quando il telefono cellulare diventa smartphone. Il primo smartphone della storia è considerato l’Ibm Simon, progettato da Ibm e distribuito da BellSouth nel 1993-1994. Si trattava di un dispositivo ibrido con schermo touch, funzionalità fax, e-mail e app, sebbene il termine «smartphone» sia stato usato per la prima volta da Ericsson nel 1997, a disposizione di pochi, professionisti, perché univa telefono e Pda (Personal digital assistant). Poi arrivarono dispositivi come il Nokia 9000 Communicator e i BlackBerry, ancora a disposizione dei soli professionisti, cioè coloro che per lavoro dovevano essere sempre - o quasi - connessi. Si definisce poi Rivoluzione Moderna quella principiata nel 2007 dal fu Steve Jobs di Apple che, con il primo iPhone, ha ridefinito la categoria introducendo l’interfaccia touchscreen con le dita e rendendo, negli anni successivi, lo smartphone un dispositivo di massa, in primis attraverso l’installazione delle app di social network.
Tutto questo per dire che non ci siamo accorti che il telefono cellulare era poi evoluto in qualcosa di completamente diverso rispetto a una semplice cabina telefonica portatile. Telefonare, forse, è la cosa che ormai si fa meno con lo smartphone. Si sta sempre a guardare lo schermo e interagire con esso, di giorno, di sera, di notte, appena svegli, insonni, in casa, al lavoro, in vacanza, all’ospedale, ovunque. Più che diffusione collettiva, ormai è dipendenza collettiva, per i più, ripetiamo, soprattutto dai social network che come le gorgoni della mitologia greca, Medusa la più nota, avevano il potere di pietrificare chi incrociasse il loro sguardo. Uguale fanno i social network.
I disturbi fisici causati dall’uso degli smartphone sono tanti, da quelli posturali come il cosiddetto tech neck alla sedentarietà, passando per i disturbi del sonno. Derivano da un uso squilibrato degli smartphone, squilibrio indotto dallo smartphone stesso in cui qualcuno non cade, va bene, ma tanti altri sì. Un uso occasionale, 10 minuti al giorno, per esempio, certamente non è in grado di creare problemi.
Tech neck significa collo da smartphone e si tratta dell’assunzione di una postura sbagliata da parte del collo, così come delle spalle e della parte alta della schiena. La postura sbagliata porta anche a un dolore cronico delle parti coinvolte. La postura inclinata e insalubre dipende dal fatto che si tiene il capo chino sui dispositivi elettronici come lo smartphone e simili, per esempio il tablet. Questa inclinazione, pensate, può simulare un peso di oltre 27 kg sul rachide cervicale. Per guardare lo schermo dello smartphone e operarci sopra, pieghiamo la testa verso lo smartphone, curviamo le spalle in avanti, chiudiamo il torace, ingobbendoci e stanziando e addirittura camminando in questa postura totalmente negativa per il nostro benessere. La testa, che di solito pesa sui 5-6 kg, aumenta il suo peso sul corpo man mano che aumenta l’angolo di inclinazione sulle strutture ossee e quelle non ossee (muscoli, tendini, legamenti ecc.) che la tengono. Il capo chino sullo smartphone, poi, provoca tensione e rigidità muscolare che, giorno dopo giorno, possono aggravarsi fino alla contrattura muscolare, cefalee tensive, dolore alle spalle, formicolio alle braccia e alle mani (parestesia), discopatie al rachide (la colonna vertebrale). Perché il corpo sopporti solo il peso della testa occorre tenerla dritta. Una nota a parte meritano gli adolescenti, che stanno finendo di sviluppare l’apparato muscolo scheletrico e rischiano facilmente di sviluppare cattive abitudini posturali che potrebbero evolvere in discopatie al rachide.
A volte, poi, si soffre già di problematiche ortopediche come lordosi, cifosi e scoliosi. Rispettivamente, sono la curvatura naturale della colonna vertebrale a convessità anteriore (inarcata verso l’interno) situata nella zona cervicale e lombare, la curvatura naturale a convessità posteriore (curva verso l’esterno) situata nella zona toracica (dorsale) e sacrale, curve che possono diventare troppo dritte o iperbolizzarsi, e infine la scoliosi è una curvatura laterale anomala della colonna vertebrale. Se si soffre già di uno di questi problemi, aggiungere la cattiva postura del collo a causa dello smartphone può criticizzare quei problemi ed estenderli.
Altro problema dell’uso eccessivo dello smartphone è la sedentarietà. Certamente c’è chi guarda lo smartphone anche facendo jogging o sollevando pesi, ma la verità è che per la maggior parte delle persone lo smartphone è il modo preferito per passare il tempo - attenzione, perché questo è molto grave - sottraendolo a qualsiasi altra attività. Bisognerebbe chiedersi quanto, inconsciamente, si cerchi proprio questo prendendo in mano lo smartphone e facendosi pietrificare per ore: annullarsi. La cosa, come abbiamo detto, è indotta dalla dipendenza che a un certo punto, usandolo oltremodo oggi e usandolo oltremodo domani, si sviluppa. Sono a rischio tutti, anziani, adulti e giovani. L’indagine del 2022 Attività fisica e tempo dedicato ai dispositivi elettronici effettuata da Hbsc (Health Behaviour in School-aged Children) ha indagato i livelli di attività fisica moderata-intensa quotidiana e la frequenza settimanale di attività fisica intensa tra gli adolescenti di 11, 13, 15 e 17 anni. I risultati sono stati preoccupanti: mediamente, solo un adolescente su 10 è risultato svolgere almeno 60 minuti al giorno di attività motoria moderata-intensa e questa abitudine diminuiva all’aumentare dell’età per entrambi i generi.
Altro settore che ha riportato molti danni dall’incontro con lo smartphone è il sonno. Si potrebbe dire che certe persone con lo smartphone attaccato alla faccia sembrano dormire in piedi, nel senso di essere completamenti assenti dal qui ed ora della realtà extra smartphone. Ma se prendiamo la frase letteralmente, e non nel suo significato iperbolico, ebbene a costoro farebbe bene, invece, un po’ di sonno, altro che… Perché chi dipende dallo smartphone dorme poco e male. Molti infatti hanno preso il brutto vizio, ragazzi in primis, di usare lo smartphone - la dipendenza - anche prima di dormire. Si tratta di un fenomeno noto come vamping che - anch’esso, come usare troppo lo smartphone di giorno per guardare i social network, video ecc. - diminuisce le ore a disposizione per dormire. Ma l’uso dello smartphone prima di dormire altera il sonno, rendendolo difficoltoso fino alla vera e propria insonnia. La luce blu, infatti, emessa dagli schermi degli smartphone, inibisce la produzione di melatonina e squilibra il ritmo circadiano del nostro organismo che è determinato dalla nostra reazione alla naturale luminosità. Il ritmo circadiano è l’orologio biologico interno di circa 24 ore che regola le funzioni fisiologiche, inclusi il ciclo sonno-veglia, la temperatura corporea, il metabolismo e la produzione ormonale. Guidato dal nucleo soprachiasmatico nell’ipotalamo, si sincronizza con l’ambiente principalmente attraverso la luce solare.
Il ritmo circadiano è un meccanismo endogeno che gestisce la produzione di melatonina di notte, comunicando all’organismo che è ora di dormire, e di cortisolo la mattina, dicendo al corpo che è l’ora della veglia. Il principale regolatore di questo ritmo, l’elemento che tara l’orologio interno, è appunto la luce naturale: la luce blu emessa dagli schermi simula proprio la luce diurna, ingannando il cervello e dicendogli che anche se fuori è buio nello schermo davanti ai suoi occhi è sempre giorno. Inoltre, gli effetti si vedono anche successivamente all’addormentamento: l’esposizione alla luce blu può diminuire la durata del sonno profondo (fase Rem), fondamentale per le funzioni cognitive. Quindi anche se poi alla fine si dorme, be’, si dorme male e ci si sveglia ogni giorno più rintronati. Una persona su 5, infatti, lamenta insonnia da smartphone. L’insonnia digitale può causare nervosismo, ansia, depressione, mal di testa, capogiri e, a lungo termine, disturbi cardiaci. Anche la stimolazione cognitiva, insieme con le radiazioni elettromagnetiche degli smartphone, sono stimoli che non conducono il corpo al rilassamento necessario a dormire come angioletti.
Nel primo trimestre del 2026 il venture capital italiano registra un’attività stabile in termini di capitali, ma ancora debole sul fronte del numero di operazioni. Sono stati infatti chiusi 53 round di investimento per un totale di 367 milioni di euro, un dato in linea con la media degli ultimi trimestri, nonostante il calo dell’attività complessiva.
È questa la fotografia che emerge dall’Osservatorio Trimestrale sul Venture Capital in Italia realizzato da Growth Capital e Italian Tech Alliance, che monitora l’andamento degli investimenti nell’ecosistema dell’innovazione.
Il mercato si conferma quindi selettivo: pochi round, ma capitali sostanzialmente stabili. Nel trimestre si contano 12 operazioni in Serie A, 3 in Serie B, una in Serie C+ e 6 exit. Le fasi più avanzate continuano a concentrare la parte più rilevante degli investimenti, spesso con una struttura mista che combina equity, debito e operazioni secondarie.
Sul piano settoriale, il Software si conferma l’area più dinamica per numero di operazioni, trainato da intelligenza artificiale, machine learning e cybersecurity. Il Fintech, invece, guida per volume di capitali raccolti, seguito da Smart City e dallo stesso Software, che complessivamente assorbono oltre il 70% degli investimenti.
L’AI continua a essere uno dei principali fattori di attrazione per i capitali, anche se in Italia non si registrano ancora mega deal nel settore, a differenza di altri mercati europei. Il round più rilevante del trimestre è quello di Rent2Cash, pari a 100 milioni di euro, seguito da Newcleo (75 milioni), D-Orbit (45 milioni di parte equity), Subbyx (30 milioni) e Dronus (15 milioni).
Nel complesso, il trimestre conferma una struttura del mercato sempre più sbilanciata verso le fasi più mature: le operazioni early stage rappresentano il 58% dei round ma solo l’8% dei capitali investiti, mentre Serie A e B concentrano quasi il 90% dei fondi.
Accanto agli investimenti, il trimestre ha visto anche la nascita di due nuovi fondi di venture capital, per un totale di 85 milioni di euro raccolti.
Durante la presentazione del report a Milano, è stato inoltre approfondito il tema del venture debt, una forma di finanziamento ancora poco diffusa in Italia ma in crescita in Europa, soprattutto come strumento per estendere la capacità di crescita delle startup senza ricorrere esclusivamente all’equity.
Il quadro europeo resta più dinamico: nel primo trimestre 2026 sono stati chiusi 2.805 round per 22 miliardi di euro, il miglior risultato dal 2022, trainato soprattutto dai mega round nei settori AI e natural language processing.
Per il pubblico generico ascoltare e giudicare le canzoni appare facile. Tuttavia, dopo la folgorazione dell’idea, per scriverne testi di valore e musicarli serve talento. Il talento di Mariella Nava è perentorio e gli ha valso prestigiosi riconoscimenti. Autrice di testi raffinati e profondi e di musica. Voce moderna e armoniosa, la sua.
Tuttavia i suoi brani hanno catturato anche voci di veterani del pop, da Gianni Morandi a Renato Zero. È una cantautrice completa, un caso unico nel panorama italiano. «Tentazioni e avemarie / e un cielo che si spegne». È un verso della sua Così è la vita, terza a Sanremo 1999, premio per la miglior musica. Il suo auspicio è esserci, all’Ariston, nel 2027.
Mariella, c’è un ricordo che ti piace evocare della tua infanzia a Taranto, città dove sei nata?
«Il lungomare, soprattutto nel momento del tramonto. Ci passavo ore e ore. E poi, siccome ero vicina all’Arsenale nautico, c’era la sirena che scandiva l’inizio del giorno e si risentiva verso le quattro e mezza del pomeriggio».
Tuo padre lavorava in Aeronautica…
«Era motorista. Riparava gli aerei con le sue mani. Era sottufficiale. Aveva un orecchio molto allenato per sentire se un motore girasse bene».
La mamma?
«Insegnante nella scuola elementare».
Diploma al liceo scientifico e poi Conservatorio…
«Sì, maturità scientifica. Il conservatorio durava dieci anni e dopo il quinto, per il corso di composizione, dovevo necessariamente spostarmi. Per il pianoforte presi il diploma al quinto anno».
L’origine del tuo desiderio di comporre e musicare canzoni?
«Per il fatto di amare molto la poesia, poeti non solo italiani e anche stranieri, mi piacevano Montale e Ungaretti, molto ermetici, con le loro immagini e metafore, anche Brassens… Iniziai senza dirlo a nessuno, fino a quando anche i miei amici se ne sono accorti. Univo i testi alla musica, per plasmarli… Così sono nate le mie prime canzoni. I primi miei fan sono stati i miei compagni di scuola, non dicevo che i brani erano miei. Poi confessai… e loro mi esortarono a continuare».
Decidesti di trasferirti a Roma…
«Ho proseguito i miei studi musicali e sono venuta a Roma, studiando con un maestro dell’Accademia di Santa Cecilia, Nazario Carlo Bellandi (1919-2010, ndr). Avevo scritto una canzone che poi mandai al buon Gianni Morandi…».
Questi figli. «Oh, mamma mia ’sti figli / Gesù fammi dormire / Guai a te se me li togli».
«Ho capito che era il pensiero di mia madre. Ero rientrata un po’ troppo tardi e capii che l’avevo messa in ansia. Parole che ho origliato. Diceva a mio padre “questi figli, come sono, il nostro stare in pena”. Ero adolescente, scrissi questa canzone ma la lasciai lì. A circa 24-25 anni lessi che Morandi stava preparando un disco, Uno su mille, assemblando del materiale, rilasciò un’intervista, “vorrei che qualche giovane autore mi mandasse qualche canzone, vorrei linfa nuova”».
E allora cosa facesti?
«Sono andata a cercare nelle Pagine Gialle (sorride, ndr) “Rca Roma”. Presi l’indirizzo e scrissi una lettera, senza troppa speranza, all’attenzione della Rca e di Gianni Morandi. Mandai la cassettina registrata di questo brano con una lettera, “se dovesse piacere, questo è il mio numero”, quello di casa. Un pomeriggio squillò il telefono. Rispose mia madre che mi disse “non ho capito chi è, vai a rispondere”. “Pronto, sono Gianni Morandi” (ne evoca il tono di voce, ndr)».
Era proprio lui…
«Era lui. Mi chiedeva come mai avevo scritto questa canzone e quanti anni avessi. “Sei giovane, come mai hai questi pensieri di una donna adulta?”. Risposi “li ho rubati a mia mamma e li ho messi in una canzone”. “Devi essere molto sensibile, devi venire a Roma, ti voglio far conoscere i miei discografici. Sabato accendi la televisione che sono a Fantastico da Pippo Baudo. Parlerò di te, di questa canzone e la canterò con mio figlio Marco”, che suonava il violino. Infatti ho la registrazione di quella puntata e durante i miei concerti ne parlo e la mostro. Poi andai a Roma ed ebbi il mio primo contratto discografico, e poi il primo Sanremo…».
Sei sposata dal 2003 con Massimo Germani, matrimonio trasmesso a La vita in diretta… Professione?
«Tenente colonnello dell’Aeronautica».
Vi siete sposati in chiesa?
«Sì, nella chiesetta del convento dei Frati Cappuccini ad Albano Laziale».
Avete figli?
«Non ne abbiamo, ma non è stata una scelta, non sono venuti, non abbiamo forzato niente e atteso che il Cielo decidesse per noi».
Da Questi figli sono passati 40 anni. Osservi cambiamenti nel rapporto genitori-figli?
«Una volta i metodi per comunicare erano meno ma si faceva di più. Non so se oggi i ragazzi, quando sono fuori, hanno davvero la possibilità di essere seguiti dai genitori. Comunque è importante che i genitori abbiano fatto un lavoro preventivo ed educativo per dare ai ragazzi giusti riferimenti per non sbagliare».
Nel 1987, nel tuo primo 33 giri Per paura o per amore, targa Tenco, un tuo brano, 28 gennaio, dedicato a Christa McAuliffe, la maestrina statunitense, sposata con due figli, morta a 37 anni nell’esplosione dello Shuttle, 73 secondi dopo il lancio.
«La storia di questa donna m’interessò moltissimo. Non era un’astronauta professionista ma un’insegnante di scuola che volle essere in quella missione per fare la prima lezione dallo spazio. Ero lì davanti alla televisione e rimasi intristita e traumatizzata. Aveva rassicurato più volte il marito, come avesse avuto un presentimento. Il marito non avrebbe voluto, “non andare, rimani qui”. Quindi nella mia canzone, la faccio rivolgere a lui, “amore mio, farò la storia, non ti preoccupare, sarà come una gita”».
Dentro di me, del 1989, nell’album Il giorno e la notte, testo che alcuni considerarono scabroso. Suscitò l’attenzione di Costanzo, che ti chiamò a cantarlo al Costanzo Show. «Ti raggiungo / fino a prenderti l’anima…».
«Sono sempre stata interessata a descrivere, da donna, l’amore. Questo è nato da una riflessione “perché le donne devono cantare canzoni d’amore scritte dagli uomini? Anch’esse hanno una sensualità, un modo di vivere l’amore e quindi lo possono raccontare”. Mi cimentai io a raccontare questo stare dentro a una storia che mi aveva presa, anche la mia scoperta del sesso, ma con l’amore, con il chiaroscuro dell’amore, anche con la voglia di darsi completamente. Costanzo accolse molto bene questa canzone, “tu vieni ogni giorno qui a cantarla”, perché aveva letto che durante una trasmissione Rai ero stata costretta a modificarne i versi».
Si può distinguere tra sesso superficiale e sesso impegnato?
«Assolutamente sì, però è proprio quello che non sento nelle canzoni di adesso, di quest’epoca. È come se i giovani non conoscessero quando si ama profondamente, anche del punto di vista del senso, è come non affrontassero mai la conoscenza della sensualità. La sensualità che c’è in un brano come Il cielo in una stanza io non la trovo…».
Un rapporto amoroso, laddove sia soggetto a disciplina e regole reciproche, perde spontaneità?
«Forse sì, l’amore non va mai imbrigliato eh! Però è anche vero che l’amore è autonomo dentro di noi, è il più democratico dei sentimenti, perché riesce a scardinare quei freni inibitori, è una delle sensazioni più difficili da tenere a bada, quando si ama si ama, il corpo racconta pochissimo se non c’è questo coinvolgimento».
Com’è il tuo rapporto con la spiritualità?
«È molto forte il mio rapporto con la vita, con la natura, con la Terra e quindi con quello che credo abbia creato tutto questo, è troppo ordinato, troppo perfetto, cerchiamo quasi di rifarlo, quasi di riproporlo a nostro modo, di clonarlo, però vedi che tutto si rimette a pari, siamo piccoli, vedi che questo sistema è stato creato e organizzato da Qualcuno, due particelle a distanza infinita l’una dall’altra si comportano nello stesso modo, quindi siamo parte di un Tutto che deve avere una radice, che deve essere stato pensato da qualcuno e ci riconduce a un Uno che dobbiamo onorare, attraverso le cose che ci ha dato…».
Il sodalizio con Renato Zero…
«È stato sempre in Rca, la nostra comune casa discografica, ero lì da poco, lui lì da sempre. Iniziò a seguirmi. Mi disse: “Marie’, scrivi una cosa pure per me”. Fu molto carino perché non è da tutti dare fiducia a una giovane esordiente. E partecipò a Sanremo 1991 con Spalle al muro, “diranno che sei vecchio”. La apprezzò moltissimo e decise di portarla in gara. Dissi “che responsabilità…”. Affrontava il tema della vecchiaia. La interpretò benissimo. Non ricordo un’ovazione così lunga, con il pubblico in piedi, che i conduttori, Edwige Fenech e Andrea Occhipinti, non riuscivano ad andare avanti…».
Notte americana, con Lucio Dalla…
«Avevo scritto una canzone in una notte di luna, ma per le parole, il fraseggio musicale, pensai alla vocalità e all’immaginario di Lucio, il titolo era Tornare vivo, storia di un uomo che viveva e non viveva perché non amava più e in un incontro si riscopre vivo. “Fammi ripartire il cuore”. Con grande coraggio gliela mandai. Ma per un bel po’ non ne seppi più nulla. Un giorno mi ha telefonato, “Mariella, mi hai schienato, hai scritto una cosa pazzesca” (imita voce e accento bolognese di Dalla, ndr). “Solo che a questa canzone gli voglio dare, se mi permetti, un’ambientazione. In un drive in americano”. Ecco perché Notte americana. Andai alle Tremiti da lui, la ascoltai già un po’ elaborata, parlammo molto, nell’album Luna Matana c’erano canzoni bellissime…».
Se dovessi dire il brano di un cantautore italiano che più ami?
«Direi Via del campo di De André».














