
Chi è Edoardo Mercadante, salito al 5% di Unicredit con il fondo Parvus
Edoardo Mercadante con il suo fondo londinese Parvus ci riprova. Per la seconda volta, sempre su banche e in Italia. Dopo l’investimento in Ubi, dove era arrivato a detenere oltre l’8% e che ha finito per consegnare i titoli a metà del 2020 nell’Opa di Intesa sulla banca bergamasca-bresciana, ora eccolo spuntare quasi a sorpresa dal 6 maggio nell’azionariato di UniCredit, con una quota del 5,059% di Unicredit attraverso il fondo Parvus Asset Management.
Nei giorni precedenti la comunicazione alla Consob del 16 maggio, l’hedge fund si era già portato al 5,2%, anche grazie a un contratto di prestito titoli sullo 0,89% del capitale, partecipazione poi limata definitivamente al 5,059%. Di fatto Parvus con i suoi fondi diventa il secondo socio forte di UniCredit, la public company per eccellenza tra le banche italiane. E come nel caso di Ubi, dove aveva rastrellato titoli fino a divenire il secondo socio forte dopo Silchester, anche per UniCredit fioccano gli interrogativi.
GLI INTERROGATIVI
Chi è Mercadante? Si muove come un normale investitore alla ricerca di rendimenti o punta ad altro? C’è qualcuno dietro di lui? Domande che erano emerse con forza nel caso di Ubi, dove molti pensavano che dietro a Mercadante, finanziere franco-italiano, 55enne ex Merril Lynch e fondatore di Parvus asset management Ltd nel lontano 2004, ci fossero alcuni soci forti delle compagini bergamasca-bresciana che si erano opposti all’operazione di acquisizione della terza banca italiana da parte di Intesa.
Spuntarono esposti e anche un fascicolo presso la Procura di Milano. Finì tutto in una bolla di sapone. I soci forti, riottosi alla conquista di Ubi, consegnarono i titoli a Intesa e con loro anche la quota di oltre l’8% gestita da Parvus. Pensare a un possibile scalatore è pura fantafinanza. UniCredit per le dimensioni, oltre 21 miliardi di capitalizzazione, non è facilmente aggredibile.
La quota di Parvus vale poco più di 1 miliardo. Mercadante nelle scarne dichiarazioni rilasciate ai tempi di Ubi e ora di UniCredit sostiene di essere un fondo che opera su strategie long only e di individuare titoli che ritiene sottovalutati per portare a casa plusvalenze. Del resto la presenza di Parvus in UniCredit non data dai primi di maggio, quando dalle comunicazioni Consob diffuse l’altro ieri, è emersa la quota di poco più del 5% raggiunta il 6 maggio scorso.
Parvus era già nel capitale della banca di Piazza Gae Aulenti da anni. Nell’assemblea di UniCredit del dicembre 2017, con Mustier da poco alla guida della banca, Parvus compare con una quota piccola, di meno di 20 milioni di titoli della banca (poco meno dell’1%) posseduto da suoi due fondi, il Parvus euro Absolute opportunities e il Parvus euro opportunities master fund. Quote da puro investitore finanziario. Posizione che crescerà a piccole dosi. Nell’ultima assemblea a guida Orcel dell’8 aprile scorso la quota nei fondi Parvus raddoppia a 40 milioni di azioni, cui si aggiungono altri 10 milioni di titoli in capo a un altro fondo di Parvus, l’Armadillo fund, fondo della scuderia londinese di Mercadante ma domiciliato alle Cayman.
Quindi ancora ad aprile scorso Parvus nel complesso aveva racimolato 50 milioni di azioni UniCredit, una quota intorno al 2,5% e quindi ancora sottotraccia nelle comunicazioni al mercato. Poi evidentemente ecco lo strappo con gli acquisti del 6 maggio che hanno portato Mercadante a divenire il secondo socio forte di UniCredit rendendo visibile la sua posizione. Gli ultimi acquisti sono stati fatti con il titolo ai suoi minimi di poco più di 8 euro, dopo lo choc dell’esposizione di UniCredit in Russia che ha portato tra l’altro a una svalutazione di bilancio di oltre 1,3 miliardi nei conti del primo trimestre.
LA GALOPPATA
Evidentemente Mercadante confida che la cura di Andrea Orcel, pulito il bilancio dalle scorie russe, possa dare slancio al titolo. In effetti UniCredit dopo la galoppata pre-guerra che aveva portato il titolo a quota 15 euro, ha subito più di altri il contraccolpo della guerra in Ucraina. Ma l’avvio proprio oggi dell’atteso buy back da 1,6 miliardi, la politica dei dividendi da 16 miliardi nei prossimi 4 anni promessi da Orcel e il recupero dei ricavi messi già a segno dal banchiere romano nel primo anno alla guida di UniCredit, fanno sperare in un re-rating del titolo. Per ora però la posizione costruita da Parvus nel tempo è ancora in rosso, vista la caduta del titolo UniCredit di oltre il 40% negli ultimi 5 anni.
È plausibile che i primi pacchetti acquisiti già prima del 2017 siano in carico a prezzi ben più alti degli attuali corsi di Borsa. Già ma come opera in genere Parvus? Di solito costruisce le sue posizioni con derivati, tramite equity swap che gli danno posizioni lunghe sui titoli. L’ha fatto con Ubi ad esempio. In Ubi la sua scommessa l’ha vinta sicuramente regalando ai suoi investitori una sonora plusvalenza.
Per UniCredit occorrerà aspettare per rivedere il titolo ai livelli pre-guerra. Dati su performance, risultati, masse in gestione sono difficili da reperire. Per Parvus, come per tutti gli hedge fund, i rendiconti sono forniti solo ai clienti. Secondo la ricostruzione di alcuni siti finanziari inglesi Parvus sarebbe accreditata di 4,5 miliardi di sterline di masse gestite tra i suoi fondi.
HEDGE FUND
La sede londinese è in 7 Clifford Street, dove Mercadante condivide l’indirizzo con un altro gestore di hedge fund, ben conosciuto nel mondo della finanza Oltremanica. Quel Chris Hohn fondatore tra le altre cose del The Children Investment fund e noto per le sue iniziative caritatevoli. Una passione che condivide con Mercadante che compare come Trustee nella CrEdo Foundation, un ente benefico attivo sulle povertà in genere. L’ultimo rendiconto consultabile del 2019 ha visto donazioni per 93mila sterline, di cui 86mila devolute in iniziative benefiche.
L’anno prima le donazioni furono di 106mila sterline. Spesi in beneficienza solo 53 mila con un utile di importo analogo. Mercadante con i suoi fondi è particolarmente attivo nei paesi nordici e anglosassoni. Ha battagliato come investitore attivista sul titolo delle scommesse sportive William Hill e si è opposto come azionista di G4s con il 3,7% alla conquista della danese Iss. La stampa irlandese di recente l’ha accreditato come azionista con meno del 3% della compagnia aerea Ryanair. Anche in questo caso evidentemente Mercadante si attende un ritorno alla piena redditività della compagnia aerea dopo gli sconquassi del Covid, che ridarebbe forza in Borsa al titolo.
Quanto alla sua società di gestione che annovera una dozzina di fondi pare che le cose non vadano affatto male. Secondo la banca dati di S&P Global Market Intelligence, la sua Parvest Asset Management Europe Ltd avrebbe avuto ricavi nel 2020 per 86 milioni di sterline con utili netti per 47 milioni. Negli ultimi 6 anni ha incrementato di tre volte i ricavi da commissioni di gestione con un utile passato da 18 milioni del 2015 ai 47 milioni del 2020.
L’immigrazione selvaggia e le frontiere colabrodo sono stati i fattori che maggiormente hanno contribuito alla vittoria di Donald Trump nel 2024. Allo stesso modo, la politica di apertura delle frontiere perseguita dalle élite politiche europee sta consegnando un Paese dell’Unione dietro l’altro alle forze conservatrici, alle destre, come si diceva un tempo.
Quando Joe Biden ha giurato come presidente degli Stati Uniti, il 20 gennaio 2021, uno dei temi che più divideva il Paese era già l’immigrazione. Ma nessuno, nemmeno i suoi critici più feroci, avrebbe mai immaginato che nel giro di pochi anni la situazione al confine sud si sarebbe trasformata in una delle più gravi crisi migratorie della storia americana. I numeri parlano chiaro: tra il 2021 e il 2024 le autorità di frontiera hanno registrato oltre 10 milioni di «incontri» con persone entrate senza regolare autorizzazione. Il 2024 ha toccato il picco di quasi 3 milioni di encounters, il valore più alto da quando la Customs and Border Protection tiene il conto.
La causa principale era una e una sola: la percezione, largamente diffusa tra chi cerca di raggiungere il suolo statunitense, che la nuova amministrazione democratica sarebbe stata più tollerante, meno incline a separare famiglie o a trattenere per lunghi periodi chi veniva fermato. [...] L’America di Biden era, anche in questo, una sorta di parodia dei peggiori fallimenti europei. [...] L’umanesimo dei diritti universali, diventato il linguaggio stantio della politica europea, si scontra con un punto inaggirabile: nel mondo i confini sono assolutamente necessari per poter «vivere in bene ordinata repubblica». [...] E così l’immigrazione, lungi dall’essere il libero movimento di persone, diviene un atto politico, spesso imposto dall’alto e slegato dalle logiche spontanee del mercato e della reciprocità. Un atto politico di invasione delle proprietà comuni altrui. Chi arriva oggi non entra in una società privata di proprietari consenzienti, ma in una struttura statale che distribuisce risorse collettive, garantisce diritti sociali costosissimi (privilegi travestiti da diritti) e impone obblighi ai cittadini che le ricchezze hanno prodotto. Chi giunge, dunque, occupa spazi e usufruisce di beni e servizi che né lui né tantomeno i suoi avi hanno contribuito a creare. [...] Dove la frontiera cede, si dissolve il principio stesso di responsabilità collettiva: chiunque può accedere ai benefici dello Stato sociale senza averne sostenuto i costi. [...] I governi occidentali, che nel Dopoguerra avevano costruito la loro legittimità sulla capacità di gestire e distribuire - beni, sicurezza, diritto - mostrano oggi tutta la loro intrinseca debolezza istituzionale. [...] Il messaggio implicito che tutti i Paesi europei mandano ai disperati dell’Africa e del Medio Oriente è chiaro: «Se sopravviverete a un periglioso viaggio, nessuno vi rimpatrierà». Una promessa che di fatto ha trasformato la migrazione in una gara darwiniana per la sopravvivenza, in un business senza fine. Le politiche di «accoglienza condizionata» hanno sostituito la selezione con la roulette della fortuna geografica. È la selezione naturale travestita da solidarietà, un modello che premia la violazione e punisce la legalità. [...]
[...] Durante la Guerra fredda, il mondo si divise in due sistemi chiusi, entrambi impermeabili. Il comunismo, pur nella sua brutalità, garantiva una forma di ordine: le popolazioni non potevano muoversi, e l’Occidente si definiva come spazio di libertà. [...] Ma quando il Muro di Berlino crollò nel 1989, quella funzione speculare svanì. Ciò che era stato conquista diventava problema: l’apertura senza selezione. [...] Gli accordi di Dublino, concepiti per distribuire equamente le responsabilità, si sono rivelati uno strumento punitivo per i Paesi di primo approdo: Italia, Grecia e Spagna sopportano il peso dell’accoglienza mentre gli Stati del Nord invocano principi morali che non applicano. La macchina di Bruxelles funziona come una gigantesca cinghia di trasmissione del nulla. [...] Come sostiene Guglielmo Piombini: «Non era mai successo, nella storia umana, che una popolazione finanziasse l’arrivo nella propria terra di una popolazione apertamente ostile e intenzionata a sradicare la cultura ospite per instaurare la propria. Eppure, è proprio questo che da qualche decennio sta accadendo in Europa occidentale con l’arrivo di masse islamiche aggressive e fanatizzate, che in larga misura vivono di sussidi assistenziali» (Guglielmo Piombini, La gabbia delle idee. Il grande inganno del politicamente corretto, 2019). Il multiculturalismo è stato sposato come dottrina politica, economica e sociale così rapidamente dagli intellettuali di sinistra, da lasciar intendere che non sia altro che un riadattamento del comunismo alle esigenze dell’oggi. [...] Non credo che le moltitudini musulmane rimarranno fedeli ai loro piccoli bolscevichi che oggi promettono loro cittadinanza e welfare: con ogni probabilità saranno i primi ad essere liquidati dopo la prossima presa del Palazzo d’Inverno. In ogni caso, se da un lato, la sinistra vuole favorire un’immigrazione tutta sulle spalle della collettività e della tassazione generale, convinta non solo che non debbano essere posti limiti agli ingressi, ma anche che chi arriva debba essere a carico della fiscalità generale, occorre anche rendersi conto che così facendo non rimarrà davvero nulla dell’adorato welfare. Il sistema dello Stato sociale, infatti, è chiuso, nasce in un mondo impermeabile alle migrazioni e con confini rigidissimi. Negli Stati Uniti, una crisi simile a quella che attraversa l’Europa ha generato la rinascita del conservatorismo. L’ascesa di Donald Trump nel 2016 e il suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025 non sono semplici eventi politici, ma sintomi di una domanda di ordine che sta attraversando l’intero Occidente. Nell’autunno del 2025 i britannici che hanno dimostrato contro l’invasione del loro Paese scandivano come slogan «We love Trump». Donald Trump rappresenta la rivincita della sovranità, dei confini certi, del fatto che come scriveva Robert Frost in Mending Wall del 1914, «good fences make good neighbours» (le buone staccionate creano buoni vicini). L’era di Biden viene percepita ormai come quella del caos e anche del disordine morale sotto il dominio del pensiero woke. Secondo Trump a costruire le nazioni sono in primo luogo i confini, ossia quando la comunità politica non sa più chi accoglie, smette di essere una vera comunità. Il muro, più che una barriera fisica, è diventato un simbolo sacrale, un totem politico, che rappresenta non tanto la chiusura, quanto la riaffermazione del diritto di decidere e proclamare il proprio spazio politico. Su entrambe le sponde dell’Atlantico, dunque, la crisi migratoria assume forme diverse ma una sostanza simile: minaccia la perdita della sovranità reale. Gli Stati Uniti rimangono la massima concentrazione di potere militare, economico e culturale della storia umana, ma la definizione del loro spazio politico è sottoposta a pressioni continue. L’Europa, priva di potenza militare e identità condivisa, non riesce semplicemente a difendere i propri confini geografici. È un fallimento duplice - dell’efficienza e del significato - che corrode lentamente la legittimità dell’intero ordine occidentale. Come sostiene Samuel Huntington, infatti, la capacità di una civiltà di mantenere una identità richiede confini culturali e linguistici chiari e condivisi. E l’Occidente, proprio il luogo che è stato maggiormente ossessionato dai confini nel corso dell’età moderna, anzi, la civiltà che con la nascita dello Stato ha reso i confini la condizione di pensabilità della comunità politica, oggi finge di dimenticare la necessità simbolica e politica delle frontiere.
La crisi dell’identità occidentale: senso di colpa e hybris
L’immigrazione non rappresenta soltanto un fenomeno sociale o politico, ma una lente che riflette la crisi più profonda dell’Occidente: lo smarrimento del proprio senso di sé. Ciò che è in gioco non è solo la capacità di gestire le frontiere materiali, ma quella, ben più sottile, di mantenere i confini interiori, culturali e morali. L’Occidente vive da decenni un lungo dopoguerra spirituale, una sorta di penitenza collettiva che ha trasformato il senso di colpa nell’ideologia dominante. Solo quaranta anni fa l’idea di colpa riguardava in particolare la Germania. La parola Schuldfrage (la questione della colpa) rimanda direttamente al saggio di Karl Jaspers, Die Schuldfrage (1946), un testo che divenne un riferimento per il dibattito sulla «rielaborazione del passato». Per circa quattro decenni, non a caso mentre i protagonisti degli anni del Terzo Reich erano ancora gagliardamente in sella, il dibattito pubblico non era attraversato dai sensi di colpa, ma negli anni Ottanta la Schuldfrage riemerse con forza, in una nuova cornice culturale. Come avevano potuto i genitori e i nonni aderire così entusiasticamente a un regime criminale, si chiedevano confusi i tedeschi della mia generazione, chinando il capo contriti. Oggi siamo tutti tedeschi e ogni macchia nel passato, dall’Arkansas all’Alsazia, dalla Sicilia al South Carolina è un nazismo puro e semplice. Dalla tragedia del colonialismo alle due guerre mondiali, fino all’età della globalizzazione, il mondo occidentale ha interiorizzato l’idea che la propria prosperità sia, in definitiva, il frutto di un’ingiustizia profonda. È nato così un nuovo ethos, quello della rinuncia, della contrizione permanente, della ricerca di redenzione nella decadenza economica e spirituale. Come sosteneva Nietzsche nella Genealogia della morale, l’uomo moderno è un animale addomesticato, e questo animale porta la ferita del suo stesso addomesticamento.
«Sorprendentemente, il sindaco Jacob Frey ha appena dichiarato che “Minneapolis non applica e non applicherà le leggi federali sull’immigrazione”. Questo dopo aver avuto un’ottima conversazione con lui», ha affermato Trump ieri su Truth, per poi aggiungere: «Qualcuno nel suo entourage potrebbe spiegargli che questa affermazione è una gravissima violazione della legge e che sta giocando col fuoco!». «Il compito della nostra polizia è garantire la sicurezza delle persone, non far rispettare le leggi federali sull’immigrazione», ha replicato il primo cittadino, che, riferendosi all’ex sindaco della Grande Mela Rudy Giuliani, ha aggiunto: «È simile alla politica che aveva il tuo amico Rudy a New York».
Insomma, Frey vuole mantenere Minneapolis una città santuario: un’amministrazione municipale, cioè, che si rifiuta di cooperare con le autorità federali nel contrasto all’immigrazione clandestina. Si tratta di una frenata, quella del sindaco, che contraddice in sostanza l’accordo concluso, lunedì, tra Trump e Walz: un accordo in base a cui le autorità locali del Minnesota avrebbero collaborato con gli agenti federali sull’immigrazione irregolare e, al contempo, Washington avrebbe ridotto le proprie forze presenti sul territorio. Non a caso, ieri Trump ha detto che, con l’arrivo di Tom Homan in Minnesota, l’Ice potrà avere un approccio «più rilassato».
Nel frattempo, martedì, durante un evento pubblico, la deputata dem del Minnesota, nonché feroce critica dell’Ice, Ilhan Omar, è stata raggiunta da un uomo che ha cercato di spruzzarle addosso un liquido ignoto: secondo gli inquirenti, pare si trattasse di aceto di mele. L’uomo, che ha precedenti penali per guida in stato d’ebbrezza, è stato arrestato con l’accusa di aggressione di terzo grado, mentre Trump ha lasciato intendere che, a suo parere, l’episodio sarebbe stato orchestrato ad arte, definendo la parlamentare una «truffatrice». Ricordiamo che la Omar, uscita illesa dall’accaduto, rappresenta l’ala sinistra del Partito democratico e che è una dei più irriducibili avversari del presidente americano.
Frattanto, il vicecapo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller, ha affermato che gli agenti federali «potrebbero non aver seguito» il protocollo corretto nel caso della sparatoria in cui è rimasto ucciso Alex Pretti. Nel mentre, gli agenti coinvolti in questa vicenda sono stati messi in congedo amministrativo per tre giorni: svolgeranno mansioni d’ufficio almeno fin quando l’inchiesta su questo caso non sarà conclusa. Dall’altra parte, Fox News ha rivelato che alcuni dei manifestati anti Ice arrestati lunedì sera dalla polizia di Maple Grove avrebbero dei precedenti penali. Uno di loro, Justin Neal Shelton, si dichiarò colpevole di rapina aggravata nel 2007, mentre nel 2020 fu condannato per possesso d’arma da fuoco dopo aver commesso un reato violento. Un altro, Abraham Nelson Coleman, ha subito condanne, nel 2003, per furto e danneggiamento di proprietà. Un altro ancora, John Linden Gribble, è stato condannato per guida in stato d’ebbrezza.
Non si placa frattanto la bufera attorno al segretario per la Sicurezza interna, Kristi Noem. Vari parlamentari dem hanno chiesto il suo impeachment, mentre dure critiche alla diretta interessata sono arrivate anche dai senatori repubblicani, Lisa Murkowski e Thom Tillis. Ieri, Trump ha difeso la Noem, bollando entrambi come dei «perdenti». Tuttavia sembra che, dietro le quinte, la fiducia del presidente verso di lei stia traballando. A certificarlo sta il fatto che, lunedì, Trump ha affidato le operazioni dell’Ice in Minnesota a Homan, scavalcando il Dipartimento per la Sicurezza interna. Non a caso, la Noem ha avuto, lunedì sera, un colloquio a porte chiuse con lo stesso Trump, che la Cnn ha definito «schietto».
Sono una scrittrice di libri bellissimi (tra i miei innumerevoli pregi c’è anche l’assoluta mancanza di falsa modestia; oltretutto uno scrittore deve credere in quello che scrive, altrimenti vuol dire che i suoi libri sono alberi inutilmente abbattuti). Anche come medico sono bravina ed è per questo che mi sono guadagnata una gloriosa radiazione.
Fino a ora i miei generi letterari preferiti sono stati fantasy e romanzo storico. Ho deciso di cimentarmi nel romanzo distopico, fantapolitico. Il titolo è «La rivolta». È ambientato a Distopia, una Repubblica bellissima, il Paese più bello del mondo, che nasce su un territorio non solo magnifico, ma anche incredibilmente vario, essendo una lunga penisola. Il clima è mite. Le opere d’arte sono le più belle. La cucina è la migliore del pianeta. Nella Repubblica di Distopia, non solo i confini non son guardati ma addirittura, con il denaro dei dissanguati contribuenti, si importano migliaia e migliaia di stranieri di una religione diversa e molto aggressiva, che odiano gli abitanti di Distopia, che li aggrediscono, li rapinano, li deridono, li uccidono a colpi di machete, di coltello e di piccone. I crimini sessuali non si contano.
I vandalismi verso le città d’arte nemmeno. Per quanti crimini abbia commesso, uno straniero non può mai essere espulso. A Distopia regnano bizzarre figure, i cosiddetti Giudici amministratori, che fondono sia il potere legislativo sia quello giudiziario e che per un antico incantesimo, odiano il popolo e adorano gli stranieri. I poliziotti e un secondo tipo di uomini e donne d’armi chiamati carabinieri, a Distopia, possono essere aggrediti, è permesso insultarli, è permesso a sputare loro addosso. Se qualcuno stacca loro un dito con un morso, è punito con un buffetto. Se qualcuno li ferisce, possono difendersi instaurando una civile discussione. Se usano le armi anche solo per difendersi, sono duramente puniti, le armi le portano a scopo solamente ornamentale.
Se qualcuno li ferisce o li uccide, questo non è considerato grave e, soprattutto, se un altro poliziotto o carabiniere usa le armi per difendere un collega o un cittadino, è punito con pene draconiane, addirittura con anni di prigione, oltre che essere ridotto in miseria. A Distopia succede che i poliziotti e i carabinieri ne abbiano abbastanza. È evidente che, data la loro situazione, non possono fare scioperi, alle loro categorie non è permesso e, infatti, non ne fanno. Danno le dimissioni, tutti, tutti insieme.
E poi? Come fanno a mantenere le loro famiglie? Ma è evidente! Sono uomini forti, addestrati, sanno usare le armi. Conoscono il mondo della malavita, sanno come procurarsi le armi. Cominciano a fare furti e rapine, tanto le pene date per questi reati nella inesistente Repubblica di Distopia sono infinitesimali. Inoltre, nel caso qualcuno venga ferito o addirittura ucciso nell’esercizio delle funzioni di furto e rapina, a Distopia ottiene risarcimenti incredibili come mai da carabiniere o poliziotto si sarebbe sognato. Nel libro, i poliziotti e carabinieri diventati «cattivi» esercitano il loro nuovo mestiere di ladri e e rapinatori solo nei quartieri abbienti, non rapinano nelle metropolitane, non accoltellano sui treni regionali. I loro furti e le loro rapine avvengono solo nei quartieri alti, quelli dove vivono i Giudici amministratori. Non solo: diventano anche, cosa per carità sbagliatissima, giustizieri, come gli eroi della Marvel o della Dc Comics, anche loro con costumi fantastici e, quindi, ripuliscono le città.
I poliziotti sono vestiti da Spiderman e i carabinieri da Batman. Sto lavorando sul finale. Ci sono due possibilità. La prima è che Esmeralda e Reginaldo, figli rispettivamente di un poliziotto e di una carabiniera lei, di una poliziotta e di un carabiniere lui, trovano la grotta dove si nasconde il drago che ha fatto l’incantesimo che rende folli i Giudici amministratori, la distruggono e così liberano Distopia da tutti i suoi guai. Le istituzioni ricominciano ad amare i cittadini, gli stranieri tornano ai loro Paesi che aiuteranno a costruire e, una volta tornati a casa, Distopia torna a essere Utopia, il Paese del latte e del miele, quello che sempre avrebbe dovuto essere. L’altro finale alternativo potrebbe essere che Esmeralda e Reginaldo entrano in magistratura e la riformano, riportandola a un organo che amministra la giustizia non che impone distopie, ma mi sembra troppo fantastico. Il finale con il drago è più verosimile.
Si tratta di semplice opera di fantasia, assolutamente creativa, non è un’istigazione delinquere. Sto cercando un editore. Anche un produttore: il film potrebbe essere carino. Per chi fosse interessato, organizzo corsi di scrittura creativa, con in più un master gratuito sull’uso dell’ascia. È un ottimo strumento per spaccare la legna e non morire di freddo se e quando la nostra mamma Europa ci lascerà al gelo. Saper usare un’ascia è sempre utile. Just in case. Non si sa mai.














