
Chi è Edoardo Mercadante, salito al 5% di Unicredit con il fondo Parvus
Edoardo Mercadante con il suo fondo londinese Parvus ci riprova. Per la seconda volta, sempre su banche e in Italia. Dopo l’investimento in Ubi, dove era arrivato a detenere oltre l’8% e che ha finito per consegnare i titoli a metà del 2020 nell’Opa di Intesa sulla banca bergamasca-bresciana, ora eccolo spuntare quasi a sorpresa dal 6 maggio nell’azionariato di UniCredit, con una quota del 5,059% di Unicredit attraverso il fondo Parvus Asset Management.
Nei giorni precedenti la comunicazione alla Consob del 16 maggio, l’hedge fund si era già portato al 5,2%, anche grazie a un contratto di prestito titoli sullo 0,89% del capitale, partecipazione poi limata definitivamente al 5,059%. Di fatto Parvus con i suoi fondi diventa il secondo socio forte di UniCredit, la public company per eccellenza tra le banche italiane. E come nel caso di Ubi, dove aveva rastrellato titoli fino a divenire il secondo socio forte dopo Silchester, anche per UniCredit fioccano gli interrogativi.
GLI INTERROGATIVI
Chi è Mercadante? Si muove come un normale investitore alla ricerca di rendimenti o punta ad altro? C’è qualcuno dietro di lui? Domande che erano emerse con forza nel caso di Ubi, dove molti pensavano che dietro a Mercadante, finanziere franco-italiano, 55enne ex Merril Lynch e fondatore di Parvus asset management Ltd nel lontano 2004, ci fossero alcuni soci forti delle compagini bergamasca-bresciana che si erano opposti all’operazione di acquisizione della terza banca italiana da parte di Intesa.
Spuntarono esposti e anche un fascicolo presso la Procura di Milano. Finì tutto in una bolla di sapone. I soci forti, riottosi alla conquista di Ubi, consegnarono i titoli a Intesa e con loro anche la quota di oltre l’8% gestita da Parvus. Pensare a un possibile scalatore è pura fantafinanza. UniCredit per le dimensioni, oltre 21 miliardi di capitalizzazione, non è facilmente aggredibile.
La quota di Parvus vale poco più di 1 miliardo. Mercadante nelle scarne dichiarazioni rilasciate ai tempi di Ubi e ora di UniCredit sostiene di essere un fondo che opera su strategie long only e di individuare titoli che ritiene sottovalutati per portare a casa plusvalenze. Del resto la presenza di Parvus in UniCredit non data dai primi di maggio, quando dalle comunicazioni Consob diffuse l’altro ieri, è emersa la quota di poco più del 5% raggiunta il 6 maggio scorso.
Parvus era già nel capitale della banca di Piazza Gae Aulenti da anni. Nell’assemblea di UniCredit del dicembre 2017, con Mustier da poco alla guida della banca, Parvus compare con una quota piccola, di meno di 20 milioni di titoli della banca (poco meno dell’1%) posseduto da suoi due fondi, il Parvus euro Absolute opportunities e il Parvus euro opportunities master fund. Quote da puro investitore finanziario. Posizione che crescerà a piccole dosi. Nell’ultima assemblea a guida Orcel dell’8 aprile scorso la quota nei fondi Parvus raddoppia a 40 milioni di azioni, cui si aggiungono altri 10 milioni di titoli in capo a un altro fondo di Parvus, l’Armadillo fund, fondo della scuderia londinese di Mercadante ma domiciliato alle Cayman.
Quindi ancora ad aprile scorso Parvus nel complesso aveva racimolato 50 milioni di azioni UniCredit, una quota intorno al 2,5% e quindi ancora sottotraccia nelle comunicazioni al mercato. Poi evidentemente ecco lo strappo con gli acquisti del 6 maggio che hanno portato Mercadante a divenire il secondo socio forte di UniCredit rendendo visibile la sua posizione. Gli ultimi acquisti sono stati fatti con il titolo ai suoi minimi di poco più di 8 euro, dopo lo choc dell’esposizione di UniCredit in Russia che ha portato tra l’altro a una svalutazione di bilancio di oltre 1,3 miliardi nei conti del primo trimestre.
LA GALOPPATA
Evidentemente Mercadante confida che la cura di Andrea Orcel, pulito il bilancio dalle scorie russe, possa dare slancio al titolo. In effetti UniCredit dopo la galoppata pre-guerra che aveva portato il titolo a quota 15 euro, ha subito più di altri il contraccolpo della guerra in Ucraina. Ma l’avvio proprio oggi dell’atteso buy back da 1,6 miliardi, la politica dei dividendi da 16 miliardi nei prossimi 4 anni promessi da Orcel e il recupero dei ricavi messi già a segno dal banchiere romano nel primo anno alla guida di UniCredit, fanno sperare in un re-rating del titolo. Per ora però la posizione costruita da Parvus nel tempo è ancora in rosso, vista la caduta del titolo UniCredit di oltre il 40% negli ultimi 5 anni.
È plausibile che i primi pacchetti acquisiti già prima del 2017 siano in carico a prezzi ben più alti degli attuali corsi di Borsa. Già ma come opera in genere Parvus? Di solito costruisce le sue posizioni con derivati, tramite equity swap che gli danno posizioni lunghe sui titoli. L’ha fatto con Ubi ad esempio. In Ubi la sua scommessa l’ha vinta sicuramente regalando ai suoi investitori una sonora plusvalenza.
Per UniCredit occorrerà aspettare per rivedere il titolo ai livelli pre-guerra. Dati su performance, risultati, masse in gestione sono difficili da reperire. Per Parvus, come per tutti gli hedge fund, i rendiconti sono forniti solo ai clienti. Secondo la ricostruzione di alcuni siti finanziari inglesi Parvus sarebbe accreditata di 4,5 miliardi di sterline di masse gestite tra i suoi fondi.
HEDGE FUND
La sede londinese è in 7 Clifford Street, dove Mercadante condivide l’indirizzo con un altro gestore di hedge fund, ben conosciuto nel mondo della finanza Oltremanica. Quel Chris Hohn fondatore tra le altre cose del The Children Investment fund e noto per le sue iniziative caritatevoli. Una passione che condivide con Mercadante che compare come Trustee nella CrEdo Foundation, un ente benefico attivo sulle povertà in genere. L’ultimo rendiconto consultabile del 2019 ha visto donazioni per 93mila sterline, di cui 86mila devolute in iniziative benefiche.
L’anno prima le donazioni furono di 106mila sterline. Spesi in beneficienza solo 53 mila con un utile di importo analogo. Mercadante con i suoi fondi è particolarmente attivo nei paesi nordici e anglosassoni. Ha battagliato come investitore attivista sul titolo delle scommesse sportive William Hill e si è opposto come azionista di G4s con il 3,7% alla conquista della danese Iss. La stampa irlandese di recente l’ha accreditato come azionista con meno del 3% della compagnia aerea Ryanair. Anche in questo caso evidentemente Mercadante si attende un ritorno alla piena redditività della compagnia aerea dopo gli sconquassi del Covid, che ridarebbe forza in Borsa al titolo.
Quanto alla sua società di gestione che annovera una dozzina di fondi pare che le cose non vadano affatto male. Secondo la banca dati di S&P Global Market Intelligence, la sua Parvest Asset Management Europe Ltd avrebbe avuto ricavi nel 2020 per 86 milioni di sterline con utili netti per 47 milioni. Negli ultimi 6 anni ha incrementato di tre volte i ricavi da commissioni di gestione con un utile passato da 18 milioni del 2015 ai 47 milioni del 2020.
- Dichiarazione congiunta di Italia, Francia, Germania e Regno Unito per condannare i nuovi insediamenti: «Sono illegali, dai coloni violenza senza precedenti». Caso Flotilla, un attivista italiano ricoverato in Turchia.
- L’emittente saudita Al Arabiya: c’è la bozza per fermare il conflitto in Medio Oriente. Tra i punti, la libertà di navigazione nello Stetto di Hormuz. Ma resta il nodo uranio.
Lo speciale contiene due articoli.
Non s’è fatta attendere la reazione di quattro grandi Paesi europei alle politiche del governo israeliano di Benjamin Netanyahu, tantopiù dopo l’arresto in acque internazionali degli attivisti della Global Sumud Flotilla e i maltrattamenti da essi subiti col plauso del ministro della Sicurezza israeliano Itamar Ben-Gvir, del partito Otzma Yehudit (Potere ebraico).
Ieri, i governi di Italia, Gran Bretagna, Germania e Francia hanno firmato congiuntamente e diffuso un comunicato di condanna dell’espansione illegale dei coloni israeliani estremisti in Cisgiordania, appoggiata dal gabinetto Netanyahu e dai suoi ministri più oltranzisti, che sognano l’annessione totale di quel territorio. Queste azioni, infatti, mettono a rischio l’auspicata soluzione di una pace fondata su due Stati, israeliano e palestinese, secondo la posizione ufficiale dell’Italia e di altri Paesi occidentali.
Nella nota italo-anglo-franco-tedesca si legge: «Negli ultimi mesi, la situazione in Cisgiordania si è deteriorata in modo significativo. La violenza dei coloni ha raggiunto livelli senza precedenti. Le politiche e le pratiche del governo di Tel Aviv, compreso un ulteriore consolidamento del controllo israeliano, stanno minando la stabilità e le prospettive di una soluzione a due Stati». Erodere sempre di più i territori palestinesi in Cisgiordania significa infatti rimettere in discussione tutto il lungo e travagliato processo che, a partire dal 1993 con gli accordi di Oslo fra il leader palestinese Yasser Arafat e il premier israeliano Ytzhak Rabin, hanno portato alla costituzione dell’Autorità nazionale palestinese. La dichiarazione europea specifica: «Il diritto internazionale è chiaro: gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono illegali. I progetti di costruzione nell’area E1 non farebbero eccezione. Il progetto di sviluppo dell’insediamento E1 dividerebbe in due la Cisgiordania e costituirebbe una grave violazione del diritto internazionale. Le imprese non dovrebbero partecipare alle gare d’appalto per la costruzione di insediamenti E1 o di altri insediamenti».
L’Italia e gli altri tre «big» europei chiedono al governo israeliano di fermare l’espansione delle colonie ebraiche, spesso accompagnata da violenze sui palestinesi, fra i quali, peraltro, oltre alla maggioranza musulmana, non sono pochi quelli di fede cristiana. Si chiede anche agli israeliani di indagare sulle violenze dei coloni contro i villaggi palestinesi per appurarne le responsabilità, nonché di rispettare il tradizionale ruolo della dinastia hashemita, rappresentata attualmente dalla monarchia in Giordania, oggi retta da re Abdallah II, come custode dei luoghi santi di Gerusalemme Est, ruolo derivante dalla diretta discendenza della casata dal profeta Maometto.
Ad approfondire il fossato fra i governi europei a quello israeliano ha contribuito l’intercettazione della Flotilla in acque internazionali. In totale, stando a quanto dichiarato ieri dal ministero degli Esteri turco, 422 attivisti, di cui 85 turchi, dopo il rilascio sono stati trasferiti in Turchia da Israele grazie a tre aerei noleggiati dal governo di Ankara. Fra essi, ben 50 sono stati però ricoverati in ospedali di Istanbul per le ferite riportate a causa dell’intervento delle truppe speciali israeliane. Tra loro, un cittadino italiano, come confermato da Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla, che dice: «Stiamo cercando di avere notizie sulle sue condizioni di salute». Stando a Mustafa Ozbek, portavoce della ong turca Ihh, l’italiano si trova all’ospedale Basaksehir Cam ve Sakura alla periferia occidentale della città sul Bosforo. Il suo caso viene seguito dal consolato italiano di Istanbul, come diramato dalla Farnesina: «Il connazionale è stato assistito all’arrivo dal personale del Consolato generale d’Italia, al quale ha comunicato che sarebbe rimasto a Istanbul per seguire un gruppo di attivisti spagnoli bisognosi di assistenza. Giunto in ospedale è stato ricoverato anche lui per accertamenti. Il console generale a Istanbul è in contatto con i medici dell’ospedale per raccogliere maggiori informazioni sulle sue condizioni e per poter comunicare con lui che non ha cellulare».
Tra gli attivisti feriti e in osservazione all’ospedale si registrano diversi tedeschi e spagnoli, questi ultimi appena dimessi, mentre tre italiani, per la precisione marchigiani, sono attesi oggi di ritorno ad Ancona. Non solo lesioni, maltrattamenti e fratture: 15 attivisti hanno accusato i militari israeliani anche di «violenze sessuali». Hanno denunciato di essere stati tenuti un una sorta di «lager galleggiante», una nave portacontainer con «gabbie di ferro di 1,5x1,5 metri». Per l’attivista spagnola Emilia «siamo stati picchiati, peggio che a Guantanamo» (la base Usa per la detenzione di vari terroristi, ndr), mentre lo scozzese Hughie Stirling lamenta la «rottura delle costole». Intanto il team legale italiano della Flotilla ha preannunciato una possibile denuncia per tortura per il modo in cui i membri dell’equipaggio sono stati trattenuti in Israele.
Stati Uniti e Iran, accordo «vicino»
Potrebbe essere annunciato entro poche ore un accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran per fermare l’escalation militare che nelle ultime settimane ha destabilizzato il Medio Oriente e provocato pesanti ripercussioni sull’economia globale. Secondo fonti citate dall’emittente saudita Al Arabiya, sarebbe stata definita una bozza finale dell’intesa grazie alla mediazione del Pakistan e al coinvolgimento diplomatico di Qatar e Oman.
I punti principali dell’accordo prevederebbero un cessate il fuoco immediato e senza condizioni, la fine delle operazioni militari e della cosiddetta «guerra mediatica», oltre alla garanzia della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, nel Golfo Persico e nel Golfo di Oman. Tra gli elementi chiave figurerebbe anche una graduale revoca delle sanzioni statunitensi contro Teheran. Secondo le indiscrezioni, l’intesa dovrebbe entrare in vigore subito dopo l’annuncio ufficiale delle due parti. Nelle stesse ore una squadra negoziale del Qatar è arrivata a Teheran in coordinamento con Washington per contribuire alla definizione dell’accordo.
Il documento includerebbe anche un impegno reciproco a non colpire infrastrutture civili, economiche o militari, il rispetto della sovranità nazionale e il principio di non interferenza negli affari interni. Sarebbe inoltre previsto un meccanismo congiunto incaricato di monitorare l’applicazione dell’accordo e gestire eventuali controversie. I negoziati sui temi ancora aperti dovrebbero iniziare entro sette giorni. Nonostante il clima di prudente ottimismo, le distanze tra Washington e Teheran restano profonde. Fonti pachistane parlano apertamente di «accordo provvisorio», sottolineando che «non esiste alternativa» a un’intesa temporanea per evitare una nuova escalation. Gli ostacoli principali continuano a riguardare il programma nucleare iraniano e il controllo dello Stretto di Hormuz. Secondo le stesse fonti, il nodo più delicato resta la gestione dell’uranio altamente arricchito. Sul fronte iraniano, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, è stato indicato come uno dei rappresentanti della squadra negoziale incaricata dei colloqui con gli Stati Uniti. Teheran continua però a ribadire una linea molto rigida. «Non vogliamo concessioni dagli Stati Uniti, stiamo semplicemente reclamando i nostri diritti», ha dichiarato Baghaei, chiedendo la revoca delle sanzioni economiche e lo sblocco dei beni iraniani congelati all’estero. Il portavoce iraniano ha inoltre definito illegittimo il cosiddetto «blocco marittimo» nello Stretto di Hormuz, sostenendo che sia contrario al diritto internazionale. Inoltre, secondo il New York Times, Teheran avrebbe discusso con l’Oman di un possibile sistema di pedaggi per le navi in transito nello Stretto, una delle rotte energetiche più strategiche del mondo.
Gli Usa continuano ufficialmente a puntare sulla diplomazia. Il segretario di Stato Marco Rubio ha spiegato che Washington «spera di raggiungere un accordo» con Teheran per ottenere la riapertura dello Stretto di Hormuz e il definitivo abbandono delle ambizioni nucleari iraniane. Rubio ha riconosciuto che nei negoziati «si registrano alcuni progressi», ma ha anche avvertito che resta ancora molta strada da fare. Per questo motivo gli Stati Uniti starebbero preparando anche un «piano B» nel caso in cui l’Iran decidesse di mantenere chiuso lo stretto oppure imponesse pedaggi sulle navi in transito. Dietro le trattative emergono però anche tensioni politiche tra Washington e Israele.
Secondo quanto riferito da un funzionario anonimo all’Associated press, Donald Trump e Benjamin Netanyahu avrebbero avuto una telefonata definita «drammatica» sullo stato dei negoziati con Teheran. Israele sarebbe irritato dagli sforzi della Casa Bianca per arrivare a un’intesa con l’Iran. Dopo il colloquio, Trump ha cercato di minimizzare dichiarando che Netanyahu «farà tutto quello che gli chiederò». Lo stesso Trump ha poi ribadito che l’Iran vuole «disperatamente raggiungere un accordo», lasciando intendere che il negoziato resta aperto.
Sta salendo la tensione tra Stati Uniti e Cuba. Giovedì, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha definito il regime castrista una «minaccia alla sicurezza nazionale», oltreché «uno dei principali sponsor del terrorismo nell’intera regione».
«La diplomazia rimane la nostra preferenza nei confronti di Cuba. A essere sincero, la probabilità che ciò accada, considerando con chi abbiamo a che fare in questo momento, non è elevata», ha anche detto. Parole, quelle di Rubio, che hanno innescato la reazione piccata del ministro degli Esteri cubano, Bruno Rodríguez, il quale ha tacciato gli Stati Uniti di «istigare un’aggressione militare».
Del resto, che le fibrillazioni tra Washington e L’Avana stessero aumentando, non è una novità. Negli scorsi giorni, il Pentagono ha schierato la portaerei Nimitz nei Caraibi, mentre il Dipartimento di Giustizia americano ha formalmente incriminato l’ex presidente cubano, Raúl Castro, con l’accusa di aver ordinato l’abbattimento di due aerei civili nel 1996. L’intelligence statunitense ritiene inoltre che dal 2023 il regime castrista abbia acquistato 300 droni da Russia e Iran: materiale bellico che, secondo Washington, Cuba starebbe valutando di usare per colpire obiettivi statunitensi. Sempre negli scorsi giorni, i servizi segreti americani avrebbero anche studiato le possibili reazioni dell’Avana a un eventuale attacco militare da parte di Washington. Tutto questo, senza trascurare che giovedì l’Ice ha arrestato a Miami Adys Lastres Morera. Si tratta della sorella di Ania Guillermina Lastres Morera, che, in qualità di presidente esecutivo, è a capo di Gaesa: conglomerato di imprese in mano ai militari cubani, che è sotto sanzioni statunitensi.
La tensione è significativamente aumentata dopo che i negoziati tra Usa e Cuba sono finiti in stallo. Washington ha offerto aiuti umanitari e sostegno infrastrutturale a patto che il regime castrista allenti la repressione, liberi i prigionieri politici ed entri de facto nell’orbita geopolitica statunitense. Per convincere L’Avana ad accettare, la scorsa settimana si era recato sull’isola anche il direttore della Cia, John Ratcliffe, incontrando vari alti funzionari cubani. Ciononostante il processo diplomatico non si è realmente sbloccato: un fattore che ha irritato notevolmente la Casa Bianca. Mosca e Pechino, dal canto loro, hanno espresso solidarietà nei confronti del regime castrista. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni, non sembra che stiano offrendo chissà quale sostegno concreto all’Avana contro Washington, replicando un po’ un copione già visto ai tempi della cattura di Nicolás Maduro lo scorso gennaio.
Del resto, la strategia cubana di Trump si inserisce nella sua riedizione della Dottrina Monroe, volta a estromettere il più possibile Cina, Russia e Iran dall’Emisfero occidentale. Il presidente americano è, in un certo senso, invogliato ad agire proprio in considerazione del mancato sostegno concreto arrivato al regime di Maduro da Mosca e Pechino l’anno scorso. Ma attenzione: non c’è solo il tema geopolitico. La pressione su Cuba è finalizzata anche a mantenere il sostegno dell’elettorato anticastrista, di cui è ricco uno Stato cruciale come la Florida. Quella Florida di cui Rubio è stato senatore dal 2011 al 2025. Del resto, la questione non riguarda solo le Midterm di novembre. Non è infatti un mistero che Rubio sia considerato, insieme a JD Vance, uno dei possibili candidati alla nomination presidenziale repubblicana del 2028.
D’altronde, se il vicepresidente americano sta cercando di rafforzarsi nella gestione del processo diplomatico iraniano, il segretario di Stato si mantiene proattivo su due fronti: la promozione della Dottrina Monroe e la cura del dossier europeo. «Le opinioni del presidente, la delusione nei confronti di alcuni dei nostri alleati della Nato e della loro reazione alle nostre operazioni in Medio Oriente sono ben documentate», ha detto ieri, durante il vertice dei ministri degli Esteri della Nato a Helsingborg. Ha poi specificato che tali questioni dovranno essere «affrontate» nel corso del summit dell’Alleanza atlantica che si terrà a luglio ad Ankara. «È ovvio che gli Stati Uniti continuano ad avere impegni globali che devono onorare in termini di dispiegamento delle forze armate. E questo ci impone costantemente di riesaminare dove schieriamo le truppe», ha anche detto. Non dimentichiamo che, dopo aver annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania, Trump ha comunicato l’invio di altrettanti militari in Polonia, legando esplicitamente la decisione al suo stretto rapporto con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Questo testimonia la relazione articolata che vige tra il presidente americano e gli alleati della Nato. In tal senso, Trump si appoggia a Rubio perché si tratta della figura più focalizzata, all’interno della sua amministrazione, a mantenere in piedi le relazioni transatlantiche.
Insomma, il segretario di Stato (che in quanto consigliere per la sicurezza nazionale ad interim della Casa Bianca lavora a stretto contatto col presidente) sta gestendo due dossier - quello caraibico e quello europeo - di primo piano, tenendosi invece meno esposto rispetto alla spinosa questione iraniana, su cui lavora maggiormente Vance. È quindi chiaro come le principali partite geopolitiche che Washington si sta trovando ad affrontare vadano a intersecarsi con la campagna elettorale (ancora embrionale) del 2028.
La denuncia dell’ex procuratore di Spoleto Alessandro Cannevale, oggi combattivo avvocato, non è caduta nel vuoto. La giunta dell’Unione delle Camere penali italiane, l’associazione che riunisce tutti i penalisti del Paese, ha indetto cinque giorni di astensione dal lavoro per protestare contro un sistema in cui le garanzie delle difese vengono calpestate tutti i giorni dalla pubblica accusa.
Cannevale, mercoledì, in un’intervista a questo giornale, aveva raccontato una storia incredibile: nel carcere di Perugia, le quattro salette colloqui sono state sottoposte a intercettazioni indiscriminate e sono stati ascoltati non solo un avvocato indagato e il suo cliente (entrambi sono sotto inchiesta per associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti), ma anche molti altri legali che con quella vicenda non hanno nulla a che vedere. E, fatto ancora più incredibile, quelle intercettazioni non solo non sono state interrotte o distrutte, ma sono state ascoltate e, benché ritenute irrilevanti, sono state inserite nel materiale investigativo e poste a disposizione delle parti processuali. «Con ciò moltiplicando e aggravando la violazione già consumata», evidenziano i penalisti.
Cannevale ci dà un aggiornamento della situazione, per come sta emergendo da un’attenta analisi degli atti processuali: «La collega Silvia Lorusso sta proseguendo l’ascolto delle registrazioni, nei limiti delle esigenze di difesa, ed è arrivata a individuare almeno 40 colloqui intercettati senza autorizzazione. Alla collega sembra di aver riconosciuto le voci di 12 o 13 avvocati illegittimamente intercettati. Una cosa curiosa, diciamo così, è che almeno una di queste registrazioni non autorizzate, nella quale si vede e si sente un avvocato a noi sconosciuto parlare con il suo cliente, ci è stata data in copia dalla Procura: l’hanno messa nello stesso file di un colloquio che ritenevano rilevante per le indagini».
In una di queste conversazioni è stata anticipata all’accusa anche la strategia processuale messa a punto da un avvocato in un procedimento diverso da quello per cui sono state attivate le captazioni: infatti il procuratore facente funzioni Gennario Iannarone è titolare pure di quel secondo fascicolo, oltre che di quello da cui è partito tutto.
La giunta dell’Unione delle Cameri penali italiane ha diramato ieri una delibera durissima su questa «sistematica e indiscriminata captazione dei colloqui tra detenuti e i propri difensori».
Nel documento i penalisti hanno riportato punto per punto quanto denunciato da Cannevale nell’intervista e le violazioni al diritto alla difesa da lui elencate.
Per gli avvocati «i fatti emersi a Perugia non possono essere confinati nella dimensione di una patologia locale o di un mero errore procedurale» e, per questo, «l’Unione delle Camere penali, portatrice dei valori del giusto processo e dei diritti della difesa» fa sapere di non poter «rimanere in silenzio dinanzi a violazioni di tale gravità».
I penalisti richiamano «con forza l’attenzione dell’opinione pubblica, delle istituzioni parlamentari e giudiziarie sul tema dell’effettività del segreto dei colloqui difensivi nei luoghi di detenzione» e chiedono che «le autorità competenti, ivi incluso il Consiglio superiore della magistratura, verifichino i fatti accaduti e ne traggano le conseguenze disciplinari e ordinamentali del caso».
Isabella Bertolini, consigliere laico in quota Fdi di Palazzo Bachelet, ha preso in carico la pratica: «Quanto emerso a Perugia rappresenta, qualora fosse appurato, un fatto gravissimo che colpisce l’inviolabile diritto alla difesa per qualsiasi persona sottoposta ad indagine penale, garantito dalla Costituzione. Mi attiverò al Consiglio superiore della magistratura per contribuire a fare chiarezza su quanto realmente accaduto».
La giunta dell’Unione Camere penali, di fronte a questo quadro preoccupante, ha deliberato «l’astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale» per cinque giorni, dall’8 al 12 giugno e ha indetto «una manifestazione nazionale che si terrà l’11 giugno 2026 a Perugia».
La delibera, firmata dal segretario Rinaldo Romanelli e dal presidente Francesco Petrelli, è stata inviata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ai presidenti delle Camere, al premier Giorgia Meloni e al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il tutto per evitare che «episodi di questo genere», in mancanza di «risposta istituzionale e di adeguata denuncia pubblica» diventino «prassi consolidata».














