Il carabiniere tradito dalla giustizia per le false accuse di un marocchino
2026-01-28
Come si fa un libro
Edoardo Mercadante con il suo fondo londinese Parvus ci riprova. Per la seconda volta, sempre su banche e in Italia. Dopo l’investimento in Ubi, dove era arrivato a detenere oltre l’8% e che ha finito per consegnare i titoli a metà del 2020 nell’Opa di Intesa sulla banca bergamasca-bresciana, ora eccolo spuntare quasi a sorpresa dal 6 maggio nell’azionariato di UniCredit, con una quota del 5,059% di Unicredit attraverso il fondo Parvus Asset Management.
Nei giorni precedenti la comunicazione alla Consob del 16 maggio, l’hedge fund si era già portato al 5,2%, anche grazie a un contratto di prestito titoli sullo 0,89% del capitale, partecipazione poi limata definitivamente al 5,059%. Di fatto Parvus con i suoi fondi diventa il secondo socio forte di UniCredit, la public company per eccellenza tra le banche italiane. E come nel caso di Ubi, dove aveva rastrellato titoli fino a divenire il secondo socio forte dopo Silchester, anche per UniCredit fioccano gli interrogativi.
GLI INTERROGATIVI
Chi è Mercadante? Si muove come un normale investitore alla ricerca di rendimenti o punta ad altro? C’è qualcuno dietro di lui? Domande che erano emerse con forza nel caso di Ubi, dove molti pensavano che dietro a Mercadante, finanziere franco-italiano, 55enne ex Merril Lynch e fondatore di Parvus asset management Ltd nel lontano 2004, ci fossero alcuni soci forti delle compagini bergamasca-bresciana che si erano opposti all’operazione di acquisizione della terza banca italiana da parte di Intesa.
Spuntarono esposti e anche un fascicolo presso la Procura di Milano. Finì tutto in una bolla di sapone. I soci forti, riottosi alla conquista di Ubi, consegnarono i titoli a Intesa e con loro anche la quota di oltre l’8% gestita da Parvus. Pensare a un possibile scalatore è pura fantafinanza. UniCredit per le dimensioni, oltre 21 miliardi di capitalizzazione, non è facilmente aggredibile.
La quota di Parvus vale poco più di 1 miliardo. Mercadante nelle scarne dichiarazioni rilasciate ai tempi di Ubi e ora di UniCredit sostiene di essere un fondo che opera su strategie long only e di individuare titoli che ritiene sottovalutati per portare a casa plusvalenze. Del resto la presenza di Parvus in UniCredit non data dai primi di maggio, quando dalle comunicazioni Consob diffuse l’altro ieri, è emersa la quota di poco più del 5% raggiunta il 6 maggio scorso.
Parvus era già nel capitale della banca di Piazza Gae Aulenti da anni. Nell’assemblea di UniCredit del dicembre 2017, con Mustier da poco alla guida della banca, Parvus compare con una quota piccola, di meno di 20 milioni di titoli della banca (poco meno dell’1%) posseduto da suoi due fondi, il Parvus euro Absolute opportunities e il Parvus euro opportunities master fund. Quote da puro investitore finanziario. Posizione che crescerà a piccole dosi. Nell’ultima assemblea a guida Orcel dell’8 aprile scorso la quota nei fondi Parvus raddoppia a 40 milioni di azioni, cui si aggiungono altri 10 milioni di titoli in capo a un altro fondo di Parvus, l’Armadillo fund, fondo della scuderia londinese di Mercadante ma domiciliato alle Cayman.
Quindi ancora ad aprile scorso Parvus nel complesso aveva racimolato 50 milioni di azioni UniCredit, una quota intorno al 2,5% e quindi ancora sottotraccia nelle comunicazioni al mercato. Poi evidentemente ecco lo strappo con gli acquisti del 6 maggio che hanno portato Mercadante a divenire il secondo socio forte di UniCredit rendendo visibile la sua posizione. Gli ultimi acquisti sono stati fatti con il titolo ai suoi minimi di poco più di 8 euro, dopo lo choc dell’esposizione di UniCredit in Russia che ha portato tra l’altro a una svalutazione di bilancio di oltre 1,3 miliardi nei conti del primo trimestre.
LA GALOPPATA
Evidentemente Mercadante confida che la cura di Andrea Orcel, pulito il bilancio dalle scorie russe, possa dare slancio al titolo. In effetti UniCredit dopo la galoppata pre-guerra che aveva portato il titolo a quota 15 euro, ha subito più di altri il contraccolpo della guerra in Ucraina. Ma l’avvio proprio oggi dell’atteso buy back da 1,6 miliardi, la politica dei dividendi da 16 miliardi nei prossimi 4 anni promessi da Orcel e il recupero dei ricavi messi già a segno dal banchiere romano nel primo anno alla guida di UniCredit, fanno sperare in un re-rating del titolo. Per ora però la posizione costruita da Parvus nel tempo è ancora in rosso, vista la caduta del titolo UniCredit di oltre il 40% negli ultimi 5 anni.
È plausibile che i primi pacchetti acquisiti già prima del 2017 siano in carico a prezzi ben più alti degli attuali corsi di Borsa. Già ma come opera in genere Parvus? Di solito costruisce le sue posizioni con derivati, tramite equity swap che gli danno posizioni lunghe sui titoli. L’ha fatto con Ubi ad esempio. In Ubi la sua scommessa l’ha vinta sicuramente regalando ai suoi investitori una sonora plusvalenza.
Per UniCredit occorrerà aspettare per rivedere il titolo ai livelli pre-guerra. Dati su performance, risultati, masse in gestione sono difficili da reperire. Per Parvus, come per tutti gli hedge fund, i rendiconti sono forniti solo ai clienti. Secondo la ricostruzione di alcuni siti finanziari inglesi Parvus sarebbe accreditata di 4,5 miliardi di sterline di masse gestite tra i suoi fondi.
HEDGE FUND
La sede londinese è in 7 Clifford Street, dove Mercadante condivide l’indirizzo con un altro gestore di hedge fund, ben conosciuto nel mondo della finanza Oltremanica. Quel Chris Hohn fondatore tra le altre cose del The Children Investment fund e noto per le sue iniziative caritatevoli. Una passione che condivide con Mercadante che compare come Trustee nella CrEdo Foundation, un ente benefico attivo sulle povertà in genere. L’ultimo rendiconto consultabile del 2019 ha visto donazioni per 93mila sterline, di cui 86mila devolute in iniziative benefiche.
L’anno prima le donazioni furono di 106mila sterline. Spesi in beneficienza solo 53 mila con un utile di importo analogo. Mercadante con i suoi fondi è particolarmente attivo nei paesi nordici e anglosassoni. Ha battagliato come investitore attivista sul titolo delle scommesse sportive William Hill e si è opposto come azionista di G4s con il 3,7% alla conquista della danese Iss. La stampa irlandese di recente l’ha accreditato come azionista con meno del 3% della compagnia aerea Ryanair. Anche in questo caso evidentemente Mercadante si attende un ritorno alla piena redditività della compagnia aerea dopo gli sconquassi del Covid, che ridarebbe forza in Borsa al titolo.
Quanto alla sua società di gestione che annovera una dozzina di fondi pare che le cose non vadano affatto male. Secondo la banca dati di S&P Global Market Intelligence, la sua Parvest Asset Management Europe Ltd avrebbe avuto ricavi nel 2020 per 86 milioni di sterline con utili netti per 47 milioni. Negli ultimi 6 anni ha incrementato di tre volte i ricavi da commissioni di gestione con un utile passato da 18 milioni del 2015 ai 47 milioni del 2020.
Quella che leggete in questo articolo è una storia esemplare, paradigmatica del momento in cui viviamo, in cui alcuni magistrati contestano o contraddicono gli atti dei rappresentanti delle forze dell’ordine. È una storia che meriterebbe grande visibilità, un film o una serie tv, per intenderci. Condensata in un libro intitolato Il punto di fuga, scritto da Guido Mezzera (postfazione di padre Mauro-Giuseppe Lepori, nella foto la copertina) e pubblicato dall’editore Cantagalli, che racconta i fatti contenuti nel diario dal carcere di un carabiniere, detenuto eccellente.
In totale accordo, l’autore e il militare hanno scelto di pubblicare le parti relative alla sua esperienza umana e di proteggere quelle inerenti al percorso giudiziario. Dal punto di vista giornalistico, è una storia anomala perché per motivi di privacy e di rispetto delle istituzioni, fedele al motto dell’Arma («Usi obbedir tacendo e tacendo morir»), il militare ha scelto un nome di fantasia, Francesco, per non essere identificato. Ma è una storia drammaticamente vera, che riguarda un carabiniere appena andato in pensione dopo la piena riabilitazione, vittima di una palese ingiustizia compiuta da un pm che, invece di confrontarsi con i fatti, ha perseguito un teorema suffragato solo dalla parola di una persona originaria del Marocco. A causa della quale Francesco ha scontato un anno a San Vittore e altri mesi di custodia agli arresti domiciliari, prima di vedere riconosciuta la propria innocenza con formula piena.
Tutto comincia alle 8.30 di una mattina qualsiasi con una telefonata del comando della caserma di Savigliano (Cuneo) che, nonostante il giorno di riposo, chiede a Francesco di presentarsi entro un’ora. «Arrivo in caserma… Dopo poco arrivano insieme il colonnello e il capitano che si siedono di fronte a noi (c’era anche il suo compagno Luigi, ndr) ... Il colonnello dice che quella storia, che da qualche mese ci teneva sulle spine, e nella quale eravamo stati coinvolti, nostro malgrado, è andata a finire nel peggiore dei modi: “L’autorità giudiziaria ha emesso nei vostri confronti un’ordinanza di custodia cautelare in carcere”». La storia che teneva sulle spine Francesco era un avviso di garanzia con l’accusa di falso, scaturita dall’indagine che aveva portato all’arresto del comandante, rinominato Cocito (il nome del lago ghiacciato del girone dei traditori della Divina commedia ndr), incriminato per peculato, corruzione, detenzione e spaccio di stupefacenti. Dopo otto mesi dall’invio dell’avviso di garanzia, sulla base della parola di un marocchino, la procura aveva deciso di arrestare anche Francesco: un militare dedito all’Arma, innamorato del suo lavoro, vincitore del concorso per vicebrigadiere e in procinto di essere trasferito al Ros di Milano.
«Dapprima i colleghi ci requisiscono le armi e poi le manette. Si fanno consegnare la tessera di riconoscimento e subito dopo la bandoliera, che è il simbolo del carabiniere in servizio», annota Francesco. Dopo la schedatura, è nella cella di isolamento, «una stanza con il bagno, fetida, sporca di sangue ed escrementi». Nel «carcere dentro il carcere», come lo definisce Mezzera, destinato a pedofili, autori di femminicidi e rappresentanti corrotti delle forze dell’ordine, le celle d’isolamento sono un luogo ancora più estremo, senza contatti umani se non con le guardie e dove anche l’ora d’aria trascorre in totale solitudine.
La sopraffazione e il crollo improvviso dei principi sui quali ha costruito tutto sono così dominanti che Francesco inizia a maturare il proposito di uccidersi con una stringa delle scarpe che non gli hanno requisito. Ma un gesto così tragico equivarrebbe a un’ammissione di colpevolezza. E poi ci sono le persone che gli vogliono bene: i genitori, la sorella, la figlia, la sua compagna. «Se muoio chi li potrà consolare?», si chiede. È in quel momento che il carabiniere prende la decisione di combattere. Dopo alcuni giorni in isolamento, viene interrogato dal pm che, di fronte alla rivendicazione d’innocenza, cambia strategia e propone il trasferimento agli arresti domiciliari in cambio del patteggiamento e dell’ammissione dei capi d’accusa per sé e i suoi colleghi. «Ma la strategia dell’autorità giudiziaria l’ho capita: stancarmi a poco a poco, fino a farmi cedere», scrive. «Per prima cosa hanno assunto il controllo psicologico della mia mente, mettendomi in carcere, isolato dal resto del mondo... Poi hanno deciso di tenermi all’oscuro delle ragioni del mio arresto… adesso mi danno informazioni con il contagocce, sperando così di demolire la mia resistenza». Dopo due mesi di isolamento, viene trasferito nel «Raggio dei protetti». L’udienza preliminare continua a essere procrastinata. Lui in una poesia scrive: «Non avrete mai la soddisfazione/ di annichilire il mio essere uomo/ Potete solo emettere una/ sentenza di uomini/ in quanto uomini rivestiti/ di toghe ed ermellini/ grondanti sangue/ Restate uomini, siete fallaci!».
L’essere tenuti lontano dagli affetti e in balìa degli apparati è una tortura persino peggiore delle condizioni disumane delle celle, della qualità infima del cibo, della scarsità di igiene. Mezzera cita un passo di Le città invisibili di Italo Calvino. Esistono due modi per affrontare «l’inferno che abitiamo tutti i giorni. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte, fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Mentre molti compagni si lasciano prendere dallo sconforto, Francesco è incoraggiato dalle visite della figlia, dalla corrispondenza con la compagna, dai dialoghi con il cappellano di San Vittore, dagli «Incontri con la bellezza» tenuti da alcune ragazze di Comunione e Liberazione. Riceve la visita del cappellano militare dei Carabinieri che gli testimonia la solidarietà dell’Arma. Pian piano si fa strada un sentimento diverso: «Quando mi è successa questa cosa, mi chiedevo, e chiedevo a Dio: “perché proprio a me?” Ma dopo qualche tempo ho iniziato a pensare: “perché ad un altro?”». Il carcere è come un paese, «con i suoi riti e i suoi ritmi: i pranzi, l’ora d’aria, la messa la domenica». Francesco si dà una disciplina, diventa punto di riferimento dei compagni. Il direttore della casa circondariale decide di toglierlo dalla lista di coloro che, se condannati, devono essere trasferiti in un’altra prigione perché vuole che resti lì. Invece, dopo un anno di reclusione, arrivano finalmente gli arresti domiciliari e quattro mesi dopo la sentenza di assoluzione «perché il fatto non sussiste e per non aver commesso il fatto». Francesco è tornato in forza all’Arma dei carabinieri dalla quale, dopo un’ulteriore promozione, è andato in pensione il primo gennaio di quest’anno.
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La situazione inizia a sbloccarsi in Minnesota. Ieri, Donald Trump ha definito «molto interessanti» le conversazioni da lui avute con il governatore dello Stato, Tim Walz, e con il sindaco di Minneapolis, Jacob Frey. «Sono state ottime telefonate, vediamo come verranno riportate. Ma sono state telefonate molto gentili, molto rispettose», ha dichiarato il presidente, per poi aggiungere: «In realtà, sono state entrambe conversazioni fantastiche». «Ciò di cui abbiamo bisogno sono i loro criminali. Sapete, loro hanno dei criminali e tutto quello che ho detto è: dateci i vostri criminali. E se ci date i criminali, tutto finirà», ha proseguito. «Chiedo unità. So che mio marito, il presidente, ha avuto una bellissima telefonata ieri con il governatore e il sindaco, e stanno lavorando insieme per rendere la situazione pacifica e senza disordini», ha affermato, dal canto suo, la first lady, Melania Trump, riferendosi alla situazione a Minneapolis.
Ricordiamo che, l’altro ieri, il presidente americano ha inviato in Minnesota Tom Homan: l’attuale responsabile delle frontiere statunitensi che prenderà adesso le redini delle operazioni anti clandestini in loco, riferendo direttamente alla Casa Bianca. Al contempo, è stato reso noto che il comandante della Border Patrol, Greg Bovino, lascerà Minneapolis, mentre il commissario della medesima agenzia, Rodney Scott, affiancherà Homan nel suo nuovo incarico. Si tratta di un duro colpo per il segretario alla Sicurezza interna, Kristi Noem, che è di fatto stata scavalcata dalla Casa Bianca. Non a caso, lunedì sera, la diretta interessata ha chiesto e ottenuto un incontro a porte chiuse con Trump nello studio ovale. Non si sa che cosa si siano detti, ma è possibile ipotizzare che il colloquio, definito «schietto» da alcune fonti ascoltate dalla Cnn, non sia stato troppo amichevole.
Del resto, già nei mesi scorsi, erano emersi dei dissidi tra la Noem e Homan. Quest’ultimo ritiene infatti che, nelle espulsioni, vada data la precedenza ai clandestini con precedenti penali; la Noem, al contrario, si è posta degli obiettivi più ampi: il che ha finito col sovraccaricare di lavoro gli agenti federali. Non solo. Sembra che tra i due si registrassero delle tensioni anche sul fronte della comunicazione: molto enfatica quella della Noem, più asciutta quella di Homan. Tutto questo mentre, secondo la Cnn, Trump si sarebbe irritato per le critiche ricevute dopo la morte di Alex Pretti: il che avrebbe avuto un peso significativo nella decisione di inviare Homan in Minnesota e di silurare Bovino, scavalcando il Dipartimento di sicurezza interna.
Homan rappresenta quindi la figura chiave del compromesso raggiunto da Trump e Walz. Da una parte, il presidente americano mantiene la linea dura contro i clandestini con precedenti penali, chiedendo che la polizia locale cooperi con gli agenti federali e che consegni gli immigrati irregolari sotto la sua custodia: uno scenario, questo, che, se dovesse concretizzarsi, significherà la fine della «giurisdizione santuario» finora in vigore nella città di Minneapolis. Dall’altra parte, Walz dovrebbe ottenere una riduzione del personale dell’Ice, oltreché il via libera a un’indagine sulla morte di Pretti che sia aperta alla partecipazione di funzionari statali. In questo quadro, ieri, Walz ha avuto un incontro con Homan, chiedendogli inchieste imparziali sulle sparatorie dei giorni scorsi e una diminuzione del numero di federali presenti sul territorio. Nell’occasione, i due si sono inoltre impegnati a cooperare per raggiungere gli «obiettivi» concordati dal governatore con Trump, il quale, ieri, si è detto «molto triste» per la morte di Pretti, garantendo che «supervisionerà» l’indagine sul suo caso.
Sarà un caso ma, già lunedì sera, la polizia locale ha iniziato ad arrestare i manifestanti anti Ice. È successo a 30 chilometri dal centro di Minneapolis, nella cittadina di Maple Grove, dove alcuni dimostranti si erano radunati davanti a un hotel, in cui si riteneva alloggiasse Bovino, lasciandosi andare a lanci di oggetti e ad atti di vandalismo. «L’attività non era più considerata pacifica. Gli individui che partecipavano ad atti criminali non erano protetti dal Primo emendamento ed erano soggetti ad arresto», ha dichiarato il dipartimento di polizia locale dopo l’operazione: operazione che, secondo Fox News, avrebbe ricevuto l’assistenza della Minnesota State Patrol. Segno del fatto che, forse, il compromesso tra Trump e Walz abbia già cominciato a funzionare.
Ma la battaglia politica continua a infuriare sul piano nazionale. I senatori dem hanno minacciato di non votare un pacchetto per il finanziamento del governo federale, a meno che non vengano eliminati gli stanziamenti a favore del Dipartimento per la sicurezza interna. Se questo dovesse accadere, sabato scatterebbe uno shutdown parziale. Non solo. Alcuni parlamentari dem hanno anche invocato un impeachment contro una Noem che, almeno ufficialmente, continua a godere della fiducia di Trump, sebbene l’invio di Homan in Minnesota sembri dimostrare il contrario. Del resto, non c’è ancora nulla di certo. Ma, negli ultimi giorni, il futuro politico del segretario alla Sicurezza interna si è fatto decisamente più traballante. Nel frattempo, un giudice ha ordinato al direttore dell’Ice di comparire dopodomani in tribunale per presunto oltraggio alla Corte. Infine, ieri gli agenti federali di frontiera in Arizona hanno sparato a un uomo, che versa in condizioni critiche. In serata, non erano ancora note dinamica e motivazioni dell’episodio.
