
Chi è Edoardo Mercadante, salito al 5% di Unicredit con il fondo Parvus
Edoardo Mercadante con il suo fondo londinese Parvus ci riprova. Per la seconda volta, sempre su banche e in Italia. Dopo l’investimento in Ubi, dove era arrivato a detenere oltre l’8% e che ha finito per consegnare i titoli a metà del 2020 nell’Opa di Intesa sulla banca bergamasca-bresciana, ora eccolo spuntare quasi a sorpresa dal 6 maggio nell’azionariato di UniCredit, con una quota del 5,059% di Unicredit attraverso il fondo Parvus Asset Management.
Nei giorni precedenti la comunicazione alla Consob del 16 maggio, l’hedge fund si era già portato al 5,2%, anche grazie a un contratto di prestito titoli sullo 0,89% del capitale, partecipazione poi limata definitivamente al 5,059%. Di fatto Parvus con i suoi fondi diventa il secondo socio forte di UniCredit, la public company per eccellenza tra le banche italiane. E come nel caso di Ubi, dove aveva rastrellato titoli fino a divenire il secondo socio forte dopo Silchester, anche per UniCredit fioccano gli interrogativi.
GLI INTERROGATIVI
Chi è Mercadante? Si muove come un normale investitore alla ricerca di rendimenti o punta ad altro? C’è qualcuno dietro di lui? Domande che erano emerse con forza nel caso di Ubi, dove molti pensavano che dietro a Mercadante, finanziere franco-italiano, 55enne ex Merril Lynch e fondatore di Parvus asset management Ltd nel lontano 2004, ci fossero alcuni soci forti delle compagini bergamasca-bresciana che si erano opposti all’operazione di acquisizione della terza banca italiana da parte di Intesa.
Spuntarono esposti e anche un fascicolo presso la Procura di Milano. Finì tutto in una bolla di sapone. I soci forti, riottosi alla conquista di Ubi, consegnarono i titoli a Intesa e con loro anche la quota di oltre l’8% gestita da Parvus. Pensare a un possibile scalatore è pura fantafinanza. UniCredit per le dimensioni, oltre 21 miliardi di capitalizzazione, non è facilmente aggredibile.
La quota di Parvus vale poco più di 1 miliardo. Mercadante nelle scarne dichiarazioni rilasciate ai tempi di Ubi e ora di UniCredit sostiene di essere un fondo che opera su strategie long only e di individuare titoli che ritiene sottovalutati per portare a casa plusvalenze. Del resto la presenza di Parvus in UniCredit non data dai primi di maggio, quando dalle comunicazioni Consob diffuse l’altro ieri, è emersa la quota di poco più del 5% raggiunta il 6 maggio scorso.
Parvus era già nel capitale della banca di Piazza Gae Aulenti da anni. Nell’assemblea di UniCredit del dicembre 2017, con Mustier da poco alla guida della banca, Parvus compare con una quota piccola, di meno di 20 milioni di titoli della banca (poco meno dell’1%) posseduto da suoi due fondi, il Parvus euro Absolute opportunities e il Parvus euro opportunities master fund. Quote da puro investitore finanziario. Posizione che crescerà a piccole dosi. Nell’ultima assemblea a guida Orcel dell’8 aprile scorso la quota nei fondi Parvus raddoppia a 40 milioni di azioni, cui si aggiungono altri 10 milioni di titoli in capo a un altro fondo di Parvus, l’Armadillo fund, fondo della scuderia londinese di Mercadante ma domiciliato alle Cayman.
Quindi ancora ad aprile scorso Parvus nel complesso aveva racimolato 50 milioni di azioni UniCredit, una quota intorno al 2,5% e quindi ancora sottotraccia nelle comunicazioni al mercato. Poi evidentemente ecco lo strappo con gli acquisti del 6 maggio che hanno portato Mercadante a divenire il secondo socio forte di UniCredit rendendo visibile la sua posizione. Gli ultimi acquisti sono stati fatti con il titolo ai suoi minimi di poco più di 8 euro, dopo lo choc dell’esposizione di UniCredit in Russia che ha portato tra l’altro a una svalutazione di bilancio di oltre 1,3 miliardi nei conti del primo trimestre.
LA GALOPPATA
Evidentemente Mercadante confida che la cura di Andrea Orcel, pulito il bilancio dalle scorie russe, possa dare slancio al titolo. In effetti UniCredit dopo la galoppata pre-guerra che aveva portato il titolo a quota 15 euro, ha subito più di altri il contraccolpo della guerra in Ucraina. Ma l’avvio proprio oggi dell’atteso buy back da 1,6 miliardi, la politica dei dividendi da 16 miliardi nei prossimi 4 anni promessi da Orcel e il recupero dei ricavi messi già a segno dal banchiere romano nel primo anno alla guida di UniCredit, fanno sperare in un re-rating del titolo. Per ora però la posizione costruita da Parvus nel tempo è ancora in rosso, vista la caduta del titolo UniCredit di oltre il 40% negli ultimi 5 anni.
È plausibile che i primi pacchetti acquisiti già prima del 2017 siano in carico a prezzi ben più alti degli attuali corsi di Borsa. Già ma come opera in genere Parvus? Di solito costruisce le sue posizioni con derivati, tramite equity swap che gli danno posizioni lunghe sui titoli. L’ha fatto con Ubi ad esempio. In Ubi la sua scommessa l’ha vinta sicuramente regalando ai suoi investitori una sonora plusvalenza.
Per UniCredit occorrerà aspettare per rivedere il titolo ai livelli pre-guerra. Dati su performance, risultati, masse in gestione sono difficili da reperire. Per Parvus, come per tutti gli hedge fund, i rendiconti sono forniti solo ai clienti. Secondo la ricostruzione di alcuni siti finanziari inglesi Parvus sarebbe accreditata di 4,5 miliardi di sterline di masse gestite tra i suoi fondi.
HEDGE FUND
La sede londinese è in 7 Clifford Street, dove Mercadante condivide l’indirizzo con un altro gestore di hedge fund, ben conosciuto nel mondo della finanza Oltremanica. Quel Chris Hohn fondatore tra le altre cose del The Children Investment fund e noto per le sue iniziative caritatevoli. Una passione che condivide con Mercadante che compare come Trustee nella CrEdo Foundation, un ente benefico attivo sulle povertà in genere. L’ultimo rendiconto consultabile del 2019 ha visto donazioni per 93mila sterline, di cui 86mila devolute in iniziative benefiche.
L’anno prima le donazioni furono di 106mila sterline. Spesi in beneficienza solo 53 mila con un utile di importo analogo. Mercadante con i suoi fondi è particolarmente attivo nei paesi nordici e anglosassoni. Ha battagliato come investitore attivista sul titolo delle scommesse sportive William Hill e si è opposto come azionista di G4s con il 3,7% alla conquista della danese Iss. La stampa irlandese di recente l’ha accreditato come azionista con meno del 3% della compagnia aerea Ryanair. Anche in questo caso evidentemente Mercadante si attende un ritorno alla piena redditività della compagnia aerea dopo gli sconquassi del Covid, che ridarebbe forza in Borsa al titolo.
Quanto alla sua società di gestione che annovera una dozzina di fondi pare che le cose non vadano affatto male. Secondo la banca dati di S&P Global Market Intelligence, la sua Parvest Asset Management Europe Ltd avrebbe avuto ricavi nel 2020 per 86 milioni di sterline con utili netti per 47 milioni. Negli ultimi 6 anni ha incrementato di tre volte i ricavi da commissioni di gestione con un utile passato da 18 milioni del 2015 ai 47 milioni del 2020.
Succhi di frutta, bibite, caffè al ginseng... Quante calorie beviamo senza accorgercene
Il rapporto dell’uomo contemporaneo col cibo è un rapporto spesso squilibrato e le forme di squilibrio possibili sono davvero tante. Oltre che, molto spesso, nuove. Ci troviamo a vivere un rapporto col cibo meno equilibrato del passato anche perché il cibo odierno nel suo complesso, fatte salve rare oasi felici, non è quasi più quello del tempo che fu. Sarebbe a dire che non è più il cibo che era ed era stato per secoli fino alla metà dell’Ottocento, momento in cui la Rivoluzione Industriale ha iniziato a trasformare la produzione di pressoché tutto ciò che prima si poteva realizzare solo in maniera artigianale. Il cibo che ci troviamo davanti, dopo quasi 200 anni, è innanzitutto un cibo molto più abbondante di quello che aveva a disposizione un nostro avo ottocentesco.
E, spesso e volentieri, in quanto industrializzato e ormai iperprocessato, è un cibo che sembra nutrire e fare bene e invece ci fa incamerare troppe calorie e ci fa male. Oggi, chi non sta attento sia ad informarsi, sia a mangiare e bere, ingurgita spesso troppe calorie.
Una strada per la quale passano troppe calorie dirette al nostro organismo e al nostro sistema metabolico e alla quale molti non pensano e non fanno attenzione è quella delle calorie liquide. Che cosa sono? Le calorie sono quelle fornite da bevande e liquidi che diversamente dall’acqua contengono calorie, date dai macronutrienti che sono i carboidrati, proteine e grassi. Il flacone di «bevanda proteica al cioccolato» che vedete al banco frigo del supermercato e che certamente il nostro avo vissuto nel Settecento non poteva vedere non esistendo bevande di questo tipo, inesistenti in natura, prodotte e soprattutto concepite dall’industria? Sono calorie. Un bel bicchiere di cioccolata calda o un altrettanto bel bicchierino di caffè al ginseng della macchinetta della metropolitana che sempre il nostro antenato di 300 anni fa non avrebbe mai potuto bere perché non esistevano le macchinette distributrici di bevande e snack (né la metropolitana, a dirla tutta)? Sono calorie. Calorie liquide, che di solito non annoveriamo nel conteggio calorico quotidiano, se lo compiliamo. E, se non lo facciamo, non stiamo a guardare il capello mettendoci ad indagare su quante siano e come siano composte queste calorie ovvero da che macronutrienti provengano, aspetto che fa la differenza. Anche l’olio, per esempio, che naturalmente non beviamo, ma usiamo per cucinare e condire il nostro cibo solido, presenta calorie. Quello di oliva presenta circa 884 calorie ogni 100 g, tutte conferite da grassi. Arrotondiamo a 9, ciò significa che ogni cucchiaio di olio di oliva sono 90 calorie. Se usiamo un cucchiaio a pasto, siamo molto virtuosi, se usiamo 10 cucchiai a pasto sono 900 calorie a pasto solo di olio! Se lo usiamo per friggere, l’olio non aumenta le sue calorie, naturalmente, ma per friggere ne usiamo parecchio e tutto quell’olio passerà le sue calorie al cibo che ci abbiamo fritto dentro. Facciamo un esempio: le patate hanno 70 calorie ogni 100 g da crude, ma fritte salgono a 300-500 calorie. Ecco perché più volte, su queste pagine, abbiamo consigliato il «finto fritto», cioè di cuocere al forno (o in friggitrice ad aria, aggiungiamo ora che nel frattempo è nata e diventata di moda) dopo aver spennellato o spruzzato una minima quantità di olio direttamente sulla pietanza da «finto-friggere». La maionese non è liquida come l’olio, ma è anch’essa una salsa che spesso si usa in grandi quantità. Idem il ketchup. O la salsa di soia, se si è amanti dei ristoranti cinesi e giapponesi.
Vediamoli meglio. La maionese è molto calorica, con circa 650-700 calorie per 100 grammi, principalmente a causa del suo alto contenuto di grassi (olio e tuorli d’uovo) che sono circa 70 g. Una porzione di un cucchiaio, circa 10-15 grammi, contiene all'incirca 90-110 calorie, ma esistono anche versioni leggere con meno grassi e calorie, come quelle «light». Il ketchup ha tra 90 e 120 calorie per 100 grammi, ma il contenuto calorico può variare a seconda di produttore e formulazione, per esempio se è senza zuccheri aggiunti, con valori che possono scendere a 40 calorie o salire oltre 100 calorie per 100 g, principalmente da zuccheri e carboidrati. Una porzione da un cucchiaio (circa 15 g) apporta circa 15 calorie, mentre una bustina ne ha circa 6. La salsa di soia ha basso contenuto calorico, circa 50-70 calorie per 100 ml (che più o meno sono 100 g), un cucchiaio, circa 15 ml, ha circa 7-10 calorie, c’è però molto sale. Anche il vino e i superalcolici sono calorie liquide. L’alcol ha più calorie di carboidrati e zuccheri, che ne hanno circa 4 ogni grammo. L’alcol, infatti, ne ha 7, valore che lo avvicina più alle calorie dei grassi che a quelle degli agli zuccheri. Le calorie in vino e superalcolici provengono principalmente dall’alcol (circa 7 calorie per grammo), ma variano molto in base a gradazione alcolica e zuccheri residui: un bicchiere di vino (125 ml) ha 80-110 calorie (più per vini dolci/corposi), mentre un superalcolico (40 ml) ne ha circa 55-100, con i cocktail che possono superare le 200-400. Vediamo le calorie di 125 ml di vino: bianco secco 80-90 calorie (11-12% alcol); rosso corposo (13-14%) 100-110 calorie; dolce o passito: circa 150 e anche di più, in rapporto agli zuccheri effettivamente presenti. Nei superalcolici, invece, in una dose di 40 ml, il bicchierino, di vodka o gin o rum o whisky troviamo circa 90-100 calorie; negli amari e nei liquori dolci troviamo tra le 60 e le 100 calorie; nei cocktail troviamo calorie variabili, ma sempre alte, come abbiamo visto. Per esempio, un Mojito presenta 242 calorie, un Long Island Ice Tea 420. Anche se con la birra scendiamo di livello alcolico, 1 birra da 330 ml presenta tra le 100 e le 150 calorie. Si capisce come bevendo spesso e molto si aggiungano non poche calorie all’introito giornaliero necessario.
Ci sono poi le calorie liquide contenute nelle bevande in senso stretto, in primo luogo le bibite gassate zuccherate. Coca Cola e aranciata hanno circa 40-50 calorie per 100 ml e sono tutte da zuccheri. I succhi di frutta variano molto, quando non sono senza zuccheri aggiunti hanno comunque gli zuccheri della frutta e quando hanno gli zuccheri aggiunti ci troviamo di fronte a un doppio zucchero, pensate che quando parliamo di zucchero aggiunto parliamo di circa 15 g (3 cucchiaini) in 100 ml. La cioccolata calda della macchinetta è preparata con una polvere che contiene cacao, zucchero e latte e di solito è più calorica della cioccolata preparata con cioccolato fondente. Siamo tra le 160 e le 200 calorie a bicchiere, che possono scendere un po’ se selezioniamo zero zucchero mentre la ordiniamo, ma comunque avremo lo zucchero già presente nel preparato in polvere. Se si bevono più «porzioni» di queste calorie liquide al giorno, come fanno molti, le calorie liquide naturalmente aumentano. Calorie liquide sono anche quelle del caffè al ginseng. Se un caffè senza zucchero presenta 0 calorie, un caffè al ginseng ha circa 25-30 calorie, da 0,5 g di grassi e 4-5 g di carboidrati (per lo più zuccheri). Anche se non aggiungiamo zucchero (per esempio alla macchinetta selezioniamo zero zucchero), il nostro caffè al ginseng conterrà gli zuccheri della ricetta base del preparato (il caffè al ginseng è preparato con estratto dolce di ginseng, caffè e caramello). Anche il preparato liofilizzato per tè contiene zucchero, zucchero che si incamera anche se si sceglie il tè ma senza aggiungere ulteriore zucchero. Anche la camomilla solubile può contenere zucchero e se pensate che spesso si usa senza limite per il biberon dei neonati si capisce come ormai non sia così strano che i bimbi siano sovrappeso e desiderosi oltremodo di zucchero già da piccoli. Bevendo continuamente queste calorie liquide, infatti, si può addirittura sviluppare, inconsapevolmente, una dipendenza da zucchero, perché non si pensa mai che si tratta di bevande che, quale più, quale meno, ne contengono in maniera inevitabile. Ed evitare un eccesso di zuccheri non è solo l’obiettivo di un’alimentazione dietetica, dimagrante, è l’obiettivo di chiunque voglia mantenersi sano e in forma, perché l’eccesso di zuccheri può condurre anche ad insulino resistenza, diabete, sovrappeso, obesità, fegato grasso e, se si continua ad incamerare gli zuccheri delle calorie liquide tutte queste patologie possono evolvere nello stadio successivo che per esempio, per il fegato, significa epatopatia, cirrosi epatica e cancro. Idem per i condimenti grassi. Spremute con tanto zucchero aggiunto (non ne aggiungete proprio, non serve), frullati, frappè, cappuccini, caffè, bibite gassate zuccherate e tutto quello che di liquido ci può venire in mente di bere durante il giorno può essere un veicolo di calorie liquide. Le quali non sono problematiche solo perché in eccesso rispetto all’introito calorico fanno ingrassare. Il problema è anche che sono calorie che non possono mai saziare come quelle solide. Il mancato senso di sazietà dopo aver assunto queste bevande deriva dal fatto che, non masticando, poiché ingoiamo un liquido in pochi secondi, non c’è possibilità che il cervello mandi al nostro organismo il segnale di essere sazio. Bere calorie liquide troppo spesso non serve a spezzare la fame, ma, contro intuitivamente, ad aumentarla, con l’ulteriore danno di avere incamerato anche calorie a fronte di nessuna sensazione di sazietà. Quando si arriverà al pasto solido, difatti, si mangerà ancora di più, perché dopo avere ingurgitato zucchero bevendo bibite apportatrici di calorie liquide avremo un calo di zuccheri. Il processo è logico. Lo zucchero è da sempre considerato una caloria vuota, perché dà all’organismo apporto calorico senza nemmeno conferire sazietà e nutrienti importanti, causando picchi glicemici che poi mutano in crolli glicemici che - eccoci al punto - ci fanno sentire il bisogno pressante di mangiare per ritirare su la glicemia precedentemente alzata dalla bevanda zuccherata. Spesso si bevono queste bevande al posto dell’acqua e nel tentativo di saziare la fame, ma a parte 2, massimo 3, caffè al giorno, meglio se con un cucchiaino di zucchero al mattino e poi senza zucchero durante la giornata, per stare bene dovremmo cercare di saziare la fame tra un pasto e l’altro bevendo acqua. Almeno 1,5-2 litri al giorno. Inoltre, dovremmo imparare a leggere le etichette di quello che beviamo per renderci conto di quante calorie liquide ci circondano e decidere, magari, di lasciarle dove sono.
Eutanasia se hai l’anca rotta. La deriva canadese dimostra i rischi della legalizzazione
- Da noi si torna a parlare di una legge sulla morte assistita. A Ottawa, dove c’è dal 2016, ormai è la causa del 5% dei decessi. E viene proposta anche a chi è sulla sedia a rotelle.
- L’attivista Alex Schadenberg: «Molte persone non autosufficienti hanno paura a presentarsi in ospedale, perché il suicidio viene loro presentato come un’opzione. Nel 2027 toccherà ai malati mentali e ai “minorenni maturi”».
- Dal 2002 ad oggi nei Paesi Bassi la pratica è aumentata di oltre il 430%. E dal 2005 vengono coinvolti i bambini. A Bruxelles invece l’incremento è stato del 1.000%.
Lo speciale contiene tre articoli.
Il 2026 rischia di essere per l’Italia l’anno della morte assistita. Infatti, per quanto pochi giorni fa, con la sentenza 204/2025, la Corte Costituzionale abbia dichiarato la parziale illegittimità della norma in materia della Regione Toscana, nessun passo indietro è stato fatto, anzi, dalla Consulta rispetto ai precedenti e reiterati moniti al Parlamento a legiferare al riguardo. Larga parte della stessa maggioranza di centrodestra al governo, del resto, pare essersi ormai persuasa della «necessità di una legge sul fine vita». Staremo ora vedere cosa ci riserverà il nuovo anno.
Quel che è certo è che, prima di approvare una norma, farebbe bene ai nostri parlamentari dare un semplice sguardo a dove una legge sul fine vita effettivamente c’è - ed ormai da dieci anni: il Canada. Un Paese che, anche in ragione delle sue bellezze naturali e paesaggistiche, viene spesso guardato con ammirazione, ma che oggi si trova a dover fare i conti con un problema piuttosto serio: il dilagare epidemico dell’eutanasia.
I numeri, come si dice in questi casi, parlano chiaro. Anche troppo: da quando la procedura di morte assistita (Maid) è stata introdotta, nel 2016, poco meno di 76.500 persone (76.475 il numero esatto), vi hanno fatto ricorso ottenendola. Solo nel 2024 i cittadini che hanno «beneficiato» del servizio sono stati 16.499 - cifra che equivale al 5% di tutti i decessi del Paese. Degno di nota è inoltre il fatto che un quarto di quanti accedono alla morte su richiesta non sperimenta neppure le cure palliative. Viene direttamente eliminato. Si potrebbe pensare che ciò accade perché sono situazioni in cui le condizioni di chi chiede di morire sono così disperate che la morte assistita viene subito concessa.
Chi la pensa così dovrebbe però spiegare come mai, a pagina 11 di un rapporto della Commissione sul fine vita del Québec con cui sono stati esaminati i casi di persone che, tra il 1°aprile 2018 e il 31 marzo 2019, hanno avuto accesso all’aide médicale à mourir, si parlava di almeno «tre casi» nei quali «la diagnosi della persona era una frattura dell’anca». «Fu presentata ai canadesi come un’opzione eccezionale per una morte naturale già imminente. Come è possibile che la morte assistita oggi sia diventata così popolare?», si è chiesta la giornalista Sharon Kirkey in un articolo pubblicato la vigilia di Natale sul National Post.
In effetti il punto ora è questo: com’è possibile che, in pochi anni, il Canada sia diventato la Mecca planetaria dell’eutanasia? Le spiegazioni possibili sono tante. Di certo non ha arginato il fenomeno il fatto che, non appena la morte assistita fu legalizzata, nel 2016 come si diceva poc’anzi, ci sia stato subito chi si è messo a fare due conti per sottolineare quanto avrebbe fatto risparmiare ai contribuenti. Il riferimento è ad uno studio pubblicato nel 2017 sul Canadian Medical Association Journal a firma di Aaron J. Trachtenberg e Braden Manns, i quali, basandosi su stime realizzate nei Paesi Bassi, avevano quantificato in una forbice oscillante tra i 35 e i quasi 139 milioni di dollari l’anno i risparmi che la «dolce morte» può assicurare alle finanze pubbliche.
Da parte loro, Trachtenberg e Manns avevano sottolineato di non voler alcun modo incoraggiare la gente a morire - e ci mancherebbe -, ma è ovvio che laddove la vita di alcuni cittadini, rei solo di non essere abbastanza sani o abbastanza giovani, inizia ad essere rubricata alla voce «costi evitabili», essi siano indotti a togliere il disturbo. Un peso nel dilagare mortifero dei decessi on demand l’ha avuto, in Canada, di certo pure la secolarizzazione, che se da un lato è già correlata all’aumento dei suicidi e di quelli che i sociologi chiamano «morti per disperazione» - overdosi, abuso di alcool, ecc. -, dall’altro certamente non contrasta, anzi, il trend della «dolce morte». A diffondere poi la morte assistita ci ha pensato la stessa legge, che l’ha introdotta ma in modo non sufficientemente preciso; di qui i numerosi abusi ed eccessi.
«Ci sono abusi ed eccessi anche nei Paesi Bassi e in Belgio», spiega alla Verità Alex Schadenberg dell’Euthanasia prevention coalition, intervistato più approfonditamente nella pagina accanto, «ma in Canada la legge, fin dall’inizio, è stata priva di una vera definizione. Pertanto, il gruppo pro choice Dying With Dignity affermerebbe che la legge prevede rigide garanzie mentre, invece, ne prevede poche o nessuna, poiché priva d’una definizione». «Inoltre», continua l’attivista canadese, «la legge stabilisce che il medico o l’infermiere specializzato debbano solo essere del parere che la persona soddisfi i criteri della legge. Ciò significa che è impossibile controllare la legge - anche nelle circostanze più gravi - perché il medico dirà alle autorità di essere del parere che la persona soddisfi i criteri della legge». «Infine», conclude con parole forti Schadenberg, «ci sono diversi medici che sono diventati di fatto assassini professionisti, il che significa che questo è quasi tutto ciò che fanno. Si vantano di quanto amano uccidere. Questo è a dir poco spaventoso».
In effetti, c’è poco da stare tranquilli in un Paese dove la morte assistita, più che concessa, viene proposta. Si prenda quanto avvenuto a Roger Foley, canadese affetto da atassia cerebellare, serio disturbo neurovegetativo. Ebbene, nel 2018 l’uomo si era trovato dinnanzi ad un tragico bivio: sborsare più di 1.500 dollari al giorno per le cure di cui aveva bisogno – e che non poteva permettersi – oppure l’eutanasia. Foley decise di denunciare l’ospedale e il governo dell’Ontario, producendo pure due audio (uno del 2017, l’altro del 2018) nelle quali il personale ospedaliero cercava ripetutamente di spingerlo a farla finita. Caso isolato? Non esattamente.
Per maggiori informazioni chiedere all’atleta paralimpica Christine Gauthier, la quale qualche anno fa aveva osato protestare per i ritardi nell’installazione in casa sua d’un montascale; risultato: si è sentita proporre la morte assistita. Lo scorso dicembre proprio sulla Verità si era poi raccontata l’assurda vicenda di Jolene Van Alstine, 37 anni, residente nella provincia canadese del Saskatchewan. La donna soffre da otto anni di iperparatiroidismo primario normocalcemico, una malattia paratiroidea molto rara ma curabile. Il punto è che nel Saskatchewan pare non ci siano chirurghi in grado di eseguire l’operazione di cui ha bisogno, motivo per cui la donna si è imbarcata in una eterna lista d’attesa a fronte della quale, disperata, ha provato a chiedere il suicidio assistito: richiesta accettata. Forse perché nel Canada diventato la patria della morte on demand non è raro crepare in attesa di cure.
Secondo i dati diffusi a fine novembre dal think tank canadese SecondStreet.org, infatti, solo tra aprile 2024 e marzo 2025 sono deceduti quasi 24.000 pazienti – 23.746, il numero esatto – che erano nelle liste d’attesa per le cure. La cosa più tragica è che perfino l’opinione pubblica si è ormai assuefatta all’idea che, a certe condizioni, le persone siano più che altro un costo. Non si spiegherebbe altrimenti come sia stato possibile che nel 2023 un sondaggio di Research Co. abbia rilevato che il 28% dei canadesi sia d’accordo per il suicidio assistito per le persone senza dimora in salute e il 27% sia favorevole per offrirlo a quanti versano in condizioni di estrema povertà. No, i canadesi non sono impazziti: è la cultura eutanasica e produrre questi frutti. Con tutto il rispetto per la Consulta, ci pensino bene i nostri parlamentari prima di spalancare le porte a simili scenari. Perché non si potrà più dire che non si sapeva.
«Dissero che era per i casi terminali. Adesso fanno pressione sui disabili»
Si possono esaminare dati, studi scientifici e report, anzi è doveroso farlo per mettere a fuoco il fenomeno nel suo insieme; ma se si vuole scavare più in profondità, non c’è modo migliore per capire davvero la piaga della morte assistita in Canada se non, va da sé, parlarne con un canadese. Possibilmente con qualcuno che anche segua e monitori la questione con costanza. Proprio per questo, La Verità ha contattato Alex Schadenberg, 57 anni, attivista nato a Woodstock, Ontario, e grande conoscitore di questi temi in quanto direttore esecutivo dell’Epc, acronimo che sta per Euthanasia prevention coalition.
Schadenberg, come descrive la realtà del suicidio assistito in Canada?
«L’eutanasia è stata legalizzata in Canada nel 2016 con la promessa di essere strettamente controllata e limitata alle persone malate terminali e sofferenti. Fin dall’inizio, la norma è stata però poco circoscritta e ha iniziato a espandersi immediatamente; il che significa che la morte assistita veniva data a persone con una condizione terminale ma che non sarebbero morte a breve. La legge è stata poi ampliata nel 2021 includendo persone che non sono malate terminali, ma piuttosto affette da una “condizione medica grave e irreparabile” non definita, e l’estensione del 2021 ha incluso anche l’eutanasia per le sole malattie mentali, la cui attuazione è stata ora posticipata a marzo 2027».
Tutto questo, a livello pratico, che cosa sta comportando?
«Nel 2025 si sono contati decessi per eutanasia di persone con disabilità che vivevano in condizioni di senzatetto, povertà o difficoltà a ottenere cure mediche. Alcuni dei medici canadesi ora sono specializzati nell’eutanasia, il che significa che sono coinvolti in molti decessi e tendono a somministrare la morte in modo più diffuso».
Quali sono le prossime frontiere?
«Le prossime frontiere della legge canadese sull’eutanasia, come già dicevo poc’anzi, sono l’implementazione dell’eutanasia solo per malattie mentali - prevista per marzo 2027 -, l’estensione della legge alle richieste anticipate di eutanasia, il che significa che i medici potranno sopprimere una persona incapace che aveva precedentemente richiesto la morte mentre era ancora in grado di intendere e di volere, e ai bambini definiti “minori maturi”».
Il dilagare della morte assistita nel Paese che conseguenze sta avendo verso malati e disabili?
«Il punto è che le persone con disabilità, da marzo 2021, hanno diritto all’eutanasia in base a una “condizione medica grave e irreparabile”, non definita dalla legge. Ci sono ormai molte storie di persone con disabilità esortate a chiedere l’eutanasia, tra cui Roger Foley e Heather Hancock, solo per fare due nomi. Poiché molte persone con disabilità vivono in povertà o hanno difficoltà a trovare un alloggio a prezzi accessibili, spesso si sentono già svalutate. Se a tutto questo si aggiunge la crisi sanitaria canadese - con le persone con disabilità che hanno grandi difficoltà a ricevere le cure di cui hanno bisogno - si comprende come l’eutanasia legalizzata stia minacciando la loro vita».
In Canada le persone si rendono conto degli amari frutti della mentalità eutanasica?
«Notiamo che alcuni gruppi riconoscono i cambiamenti avvenuti in Canada dopo la legalizzazione dell’eutanasia. C’è per esempio un gruppo di veterani di guerra che ha reagito pubblicamente quando, al posto delle terapie di cui aveva bisogno, si è sentito offrire la morte assistita. Non solo. Ci sono persone con disabilità che hanno paura di andare in ospedale. Durante un’audizione della Commissione Finanze del parlamento canadese, Krista Carr, ceo di Inclusion Canada, una federazione nazionale di persone con disabilità, ha dichiarato testualmente: “Le persone con disabilità hanno oggi molta paura, in molte circostanze, a presentarsi al sistema sanitario con problemi ricorrenti, perché spesso la morte assistita viene loro proposta come soluzione a quella che è considerata una sofferenza intollerabile, causata da problemi come la povertà e le situazioni in cui le persone con disabilità si ritrovano in modo sproporzionato rispetto agli altri canadesi”».
In tutto questo, che ruolo giocano i mass media?
«I principali media, per la maggior parte, sostengono pienamente l’eutanasia, nonostante siano stati scritti molti articoli che ne mettono in discussione le modalità di attuazione. È molto difficile che il nostro punto di vista, in Canada, trovi spazio sui media tradizionali».
In Italia il Parlamento sta discutendo, a seguito di diverse sentenze della Corte Costituzionale, di introdurre una legge sul suicidio assistito. Che cosa direbbe ai parlamentari italiani?
«Il mio messaggio all’Italia è di non legalizzare l’eutanasia o il suicidio assistito. Quasi tutti gli ordinamenti che hanno legalizzato la morte assistita, anche se lo hanno fatto con “buone intenzioni”, hanno successivamente ampliato la legge. Le leggi vengono ampliate dalla pratica, il che significa che un medico esegue l’atto in un caso controverso e, quando non succede nulla, altri seguono l’esempio. Si comportano anche come se fossero costretti ad ampliare la legge sulla base di discriminazioni. Una volta legali, si sostiene che le “restrizioni” siano in realtà discriminatorie perché negano pari opportunità di accesso alla legge. Anche esaminando le leggi americane sul suicidio assistito, vediamo questo fenomeno».
Troppi abusi pure in Olanda e Belgio
Guardando l’inchiesta proposta su queste pagine, uno potrebbe farsi l’idea che eccessi ed abusi legati all’eutanasia legale siano una grana canadese. Ebbene, non è così dato che scenari non diversissimi avvengono anche in Europa, come dimostra l’esperienza dei Paesi Bassi e quella del Belgio. Iniziamo coi Paesi Bassi che, nel 2001, sono stati il primo Paese al mondo a legalizzare la pratica eutanasica.
La prima cosa che balza all’occhio è una costante impennata del numero dei casi di «dolce morte». Se infatti in Olanda nel 2002 si registrarono 1.882 di questi decessi, nel 2024 essi erano lievitati a quasi a poco meno di 10.000 (9.958) - con una crescita di circa il 430%. Non solo. Secondo quanto pubblicato nel 2017 sul New England Journal of Medicine, oltre il 20% delle morti assistite nei Paesi Bassi non sarebbe registrato; il che vuol dire che il boom eutanasico è di fatto ancora più devastante di quanto già appaia e che legalizzare il fenomeno non elimina affatto, neppure dopo anni, il suo lato clandestino. Non è finita.
Se si scava oltre, emerge un quadro più allarmante, che prova come legalizzare il diritto ad essere uccisi generi un clima di morte duro da arginare, che finisce per colpire anche i soggetti più deboli: i bambini. Lo prova l’avvenuta approvazione, nel giugno 2005 da parte dei Pediatri dei Paesi Bassi, del Protocollo di Groningen, che sono delle linee guida per l’eutanasia infantile. Cosa che, da quelle parti, era comunque già realtà anche prima. Diversamente Eduard Verhagen, l’autore del suddetto protocollo, non avrebbe potuto ammettere, come ha fatto sulle colonne del New England Journal of Medicine del 10 marzo 2005, che su 1.000 bambini che già allora morivano nel loro primo anno di vita, 600 - quindi il 60%, vale a dire ben oltre la metà - smettevano di vivere in conseguenza di una decisione eutanasica.
La situazione non è più rosea in Belgio, dove la «dolce morte» è stata legalizzata dal Parlamento nel 2003, crescendo poi esponenzialmente. Basti dire che nel 2024 si sono verificati quasi 4.000 casi (3.991), facendo segnare un’impennata del 16% rispetto all’anno precedente; impennata che, se invece si considera l’arco temporale dal 2003 al 2019, risulta superiore al 1.000%. Il risultato è che l’idea che esistano vite «indegne di essere vissute», anche in Belgio, è arrivata fino ai bambini. Ha fotografato bene questa sconvolgente realtà un articolo di cui quasi nessuno in Italia ha dato notizia, uscito sulla rivista scientifica Archives of Disease in Childhood - Fetal and Neonatal Edition – e commentato sul sito dell’European Institute of Bioethics – intitolato End-of-life decisions in neonates and infants.
Secondo quella pubblicazione, solo tra settembre 2016 e dicembre 2017, le decisioni sul fine vita avevano interessato 24 bambini di età compresa tra 0 e 1 anno di vita. 24 bambini vuol dire che il 10% dei piccoli morti entro il loro primo anno di vita, nelle Fiandre, è venuto a mancare sulla base di una decisione precedente, sfociata in un trattamento attivo come un’iniezione letale. Tale percentuale, oltre ad essere elevata, certifica un aumento dato che in rilevazioni effettuate tra il 1999 e il 2000, essa risultava essere del 7%. L’eutanasia infantile, di cui si è già detto parlando dell’Olanda, si è dunque radicata pure in Belgio. E tutto lascia immaginare che, se l’Italia nel 2026 aprisse alla morte assistita, l’eutanasia infantile – anche se non subito, il tempo che l’opinione pubblica possa gradualmente abituarsi a considerare l’idea – verrebbe proposta anche da noi. Vogliamo davvero arrivare a questo?
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