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2019-04-05
«Fedez ci attacca? È troppo ricco per capire i bisogni degli italiani»
Ansa
«È contro natura credere in un uomo che cammina sull'acqua e resuscita»: così il cantante rapper Fedez con un post su Instragam attacca il congresso di Verona. Jacopo Coghe, vice presidente del Wcf, però non ci sta, e commenta così sul social le accuse rivolte alle famiglie: «Caro Fedez vuole metterci nei nuovi campi di concentramento e dire che i bambini nascono da uomo con uomo e donna con donna? Noi vogliamo aiuti alla famiglia naturale, ma lei è troppo ricco per capirlo forse». Diversi giorni dopo la chiusura dei battenti dell'evento scaligero, quindi, quanto detto a Verona continua ad animare il dibattito.
Non solo in senso negativo, come scrive il presidente del Family Day Massimo Gandolfini: «Ci fa piacere che a parlare di questi temi siano ora tanti personaggi del mondo politico e della società civile che sono stati invitati a Verona e che non ci hanno degnato nemmeno di una risposta, usando persino sgradevoli definizioni nei nostri confronti». Insomma, «il tema della promozione economica e culturale della famiglia torna nell'agenda politica. Adesso ci aspettiamo che le riflessioni e le proposte accolte dalla politica si tramutino in fatti».
Anche Luigi Di Maio ha più volte annunciato la messa a punto di una serie di iniziative tese a sostenere le nascite, non ultimo al question time di ieri in Senato. Sempre ieri a Mattino Cinque il vice premier ha confermato l'aumento del bonus baby sitting a 1500 euro e che nei prossimi mesi sarà approvato un provvedimento che prevede il 50% di sconto sui pannolini e sugli asilo nido. Ma il vicepremier è anche tornato anche ad agitare i soliti stereotipi contro i partecipanti dell'evento di Verona: «Lì c'erano persone che sostenevano che per aiutare la famiglia la donna deve stare a casa». «Di Maio ci diffama ancora», hanno risposto Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente del congresso.
La rivolta delle femministe «I trans non sono donne»
Da tempo negli Stati Uniti si discute dell'Equality Act, ovvero la norma che dovrebbe emendare il Civil Rights Act al fine di garantire maggiori tutele contro le discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere. A favore dell'Equality Act si sono schierati circa 300 esponenti del Partito democratico, alcuni repubblicani e una marea di celebrità, tra cui Hillary Clinton, Barack Obama e i vertici di varie multinazionali come Facebook, Google, Nike e Apple. Ovviamente, secondo gli attivisti Lgbt questa norma rappresenta un fondamentale progresso, in particolare per le persone transgender. L'Equality Act, infatti, almeno sulla carta, garantisce uguale trattamento sul lavoro, nei rapporti con il sistema bancario e in numerosi altri settori.
Dietro la patina dei diritti, tuttavia, si nasconde al solito una bella quantità di ideologia. A notarlo non sono stati soltanto i conservatori e i fedelissimi di Donald Trump, ma pure alcune esponenti dell'universo progressista, in particolare le femministe. Negli ultimi mesi hanno preso la parola per spiegare che l'Equality Act, con la scusa di difendere i trans, discrimina le donne.
Martedì, a Washington, presso l'apposito comitato istituito dal Congresso degli Stati Uniti, sono iniziate le audizioni sull'Equality Act, in vista del voto parlamentare previsto per l'estate. Ad esprimere la sua opinione, tra gli altri, è stata Julia Beck, nota attivista femminista e lesbica. La signora - una democratica - è diventata famosa per la sua intemerata contro uno stupratore transgender. La Beck disse che il violentatore, benché si definisse donna, era a tutti gli effetti un uomo. Affermazione più che condivisibile, ma che verrebbe sanzionata se l'Equality Act fosse approvato. La legge, infatti, prevede che sia punito il «misgendering»: chiamando «lui» un maschio che si definisce una «lei», si rischia grosso. Per ragioni come questa le femministe si oppongono alla nuova legge: perché di fatto mette donne e trans sullo stesso piano, trasformando la femminilità in un'opinione o, al massimo, un sentimento.
Se l'Equality Act fosse approvato, ha detto la Beck al Congresso, «gli stupratori maschi andranno nelle prigioni delle donne e probabilmente assaliranno le detenute come è già accaduto nel Regno Unito; le donne sopravvissute allo stupro non saranno in grado di contestare la presenza maschile nei rifugi per le donne; gli uomini domineranno lo sport delle donne - alle ragazze che si sarebbero aggiudicate il primo posto saranno negate le opportunità scolastiche».
E non è tutto: «Le donne che usano pronomi maschili per parlare di uomini possono essere arrestate, multate e bandite dalle piattaforme dei social media», ha proseguito la Beck. «Tutto quello che ho appena elencato sta già accadendo e peggiorerà se l'identità di genere verrà riconosciuta dalla legge federale». Per questo l'attivista ha esortato «i colleghi democratici a svegliarsi. Per favore, riconoscete la realtà biologica».
Sono parole stupefacenti, tanto più se si considera che provengono da una donna di estrema sinistra. La Beck, però, non è la sola a pensarla così. Opinioni molto simili ha espresso Kara Dansky, attivista del Women's Liberation Front. Secondo costei, «l'Equality Act, che a parole sembra bello e buono, rappresenta un disastro totale per donne e ragazze». A darle man forte ci ha pensato Jennifer Chavez, altra militante del Wlf. Durante un convegno organizzato alla fine di gennaio, la Dansky e la Chavez hanno condiviso il palco con Hacsi Horvath, studioso di epidemiologia nato uomo e diventato donna qualche anno fa. Horvath ha sposato la causa delle femministe e ha spiegato che molte persone hanno paura di criticare il movimento che supporta l'Equality Act per paura di ripercussioni. «Ci si aspetta che tutti lo approvino perché nessuno vuole essere un bigotto», ha detto Horvath.
Qualcuno, per fortuna, le ripercussioni non le teme. Ad esempio Abigail Shrier, scrittrice, anche lei attivista per i diritti delle donne. Pochi giorni fa, sul Wall Street Journal, ha scritto un editoriale di fuoco intitolato «La guerra dei transgender contro le donne». Secondo la Shrier, «l'Equality Act mette a rischio la sicurezza femminile nei bagni, negli spogliatoi e persino nei rifugi per la violenza domestica». A suo dire, «tutti i maschi biologici che si autoidentificano come femmine, in base all'Equality Act, avranno il diritto legale di entrare nei bagni delle donne, negli spogliatoi e nelle strutture di protezione come i ricoveri per donne maltrattate. Tutto ciò rappresenta una minaccia fisica immediata per le donne».
Al di là dei dettagli della legge, quel che dicono le femministe è piuttosto chiaro e netto. Il punto è che non basta dichiarare di essere una donna per diventarlo. Annullare la differenza sessuale non è «un diritto», ma un danno, sia per i maschi che per le femmine.
Sulle carte d’identità dei minori ritornano il padre e la madre
In una situazione normale non farebbe neanche notizia: sulla carta d'identità dei minorenni ci sarà la dicitura «madre» e «padre». Di questi tempi, tuttavia, è anche per queste minuzie che passano battaglie simboliche tutte politiche.
E questa, di battaglia, è da sempre cara a Matteo Salvini, che già lo scorso agosto aveva annunciato di voler intervenire sulla questione: «La settimana scorsa mi è stato segnalato che sul sito del ministero dell'Interno, sui moduli per la carta d'identità elettronica c'erano “genitore 1" e “genitore 2". Ho fatto subito modificare il sito ripristinando la definizione “madre" e “padre". È una piccola cosa, un piccolo segnale, però è certo che farò tutto quello che è possibile al ministro dell'Interno e che comunque è previsto dalla Costituzione».
Quel proponimento ora è diventato realtà: il provvedimento è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale e la notizia è stata data dal Viminale. Il tutto con buona pace del Garante della privacy, Antonello Soro, che a suo tempo aveva lamentato i possibili «effetti discriminatori» della riforma, beccandosi questa risposta dal leader leghista: «Noi andiamo avanti, non esiste privacy che neghi il diritto a un bimbo di avere una mamma e un papà».
Il decreto è stato firmato dal ministero dell'Interno, da quello della Pubblica amministrazione e da quello dell'Economia: porta la data del 31 gennaio 2019. Il provvedimento modifica il testo del decreto del 23 dicembre 2015, con il quale si introduceva la dicitura «genitori».
La nuova norma prevede la sostituzione del termine «genitori» con «padre» e «madre» ogni qual volta appaia nel decreto che predispone le «modalità tecniche di emissione della carta d'identità elettronica».
Il ministro dell'Interno ha subito incassato il plauso del collega Lorenzo Fontana: «Bravo Matteo sulle cose giuste si va avanti!». Diverse, invece, le reazioni dell'alleato di governo grillino. Chiamato in causa su Twitter da Torino Pride, il sindaco Chiara Appendino ha scritto: «Come ho sempre detto, penso che sia un passo indietro rispetto ai tanti in avanti che sono stati fatti in questi anni a Torino in tema di diritti. Stiamo cercando di capire quali siano i margini a disposizione per intervenire».
Chi dichiara di voler subito replicare al provvedimento è anche Famiglie Arcobaleno, l'associazione dei genitori omosessuali, che annuncia di voler impugnare il decreto al Tar, ritenendolo «palesemente illegittimo e discriminatorio perché non permette di far coincidere lo status documentale con quello legale dei bambini e delle bambine che già oggi - attraverso trascrizioni di atti esteri o che sono stati adottati dal compagno o dalla compagna del genitore biologico grazie all'art. 44, lett d (adozione in casi particolari) - sono riconosciuti figli e figlie di due padri e due madri e di quelli che invece verranno riconosciuti in futuro».
Secondo Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno che firma la nota, «l'illegittimità del decreto è palese in quanto un atto amministrativo non può contravvenire alle disposizioni di legge e alle sentenze dei Tribunali. La sua pubblicazione è quindi un atto di pura propaganda politica». Il governo, ha aggiunto, «non aiuta le famiglie italiane ma perde tempo con puri atti propagandistici che hanno il solo effetto di rendere la vita di alcune cittadine e cittadini più difficili, spargendo odio e divisione in un Paese piegato in due da una crisi economica devastante le cui conseguenze - conclude la nota - pesano sulle vite di noi tutte e noi tutti».
M. Gue.
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Diversi giorni dopo la chiusura dei battenti dell'evento scaligero, quindi, quanto detto a Verona continua ad animare il dibattito. Jacopo Coghe: «Caro Fedez vuole metterci nei nuovi campi di concentramento e dire che i bambini nascono da uomo con uomo e donna con donna?».Negli Usa si discute dell'Equality Act, nuova legge per difendere i diritti gender. Le attiviste radicali insorgono: «Dovremo dividere bagni e spogliatoi con i maschi».Il governo fa scomparire dai documenti la dicitura generica «genitori» malgrado il parere negativo del Garante Ma i gruppi omosessuali e Chiara Appendino danno battaglia: «Ricorriamo al Tar».Lo speciale contiene tre articoli«È contro natura credere in un uomo che cammina sull'acqua e resuscita»: così il cantante rapper Fedez con un post su Instragam attacca il congresso di Verona. Jacopo Coghe, vice presidente del Wcf, però non ci sta, e commenta così sul social le accuse rivolte alle famiglie: «Caro Fedez vuole metterci nei nuovi campi di concentramento e dire che i bambini nascono da uomo con uomo e donna con donna? Noi vogliamo aiuti alla famiglia naturale, ma lei è troppo ricco per capirlo forse». Diversi giorni dopo la chiusura dei battenti dell'evento scaligero, quindi, quanto detto a Verona continua ad animare il dibattito. Non solo in senso negativo, come scrive il presidente del Family Day Massimo Gandolfini: «Ci fa piacere che a parlare di questi temi siano ora tanti personaggi del mondo politico e della società civile che sono stati invitati a Verona e che non ci hanno degnato nemmeno di una risposta, usando persino sgradevoli definizioni nei nostri confronti». Insomma, «il tema della promozione economica e culturale della famiglia torna nell'agenda politica. Adesso ci aspettiamo che le riflessioni e le proposte accolte dalla politica si tramutino in fatti». Anche Luigi Di Maio ha più volte annunciato la messa a punto di una serie di iniziative tese a sostenere le nascite, non ultimo al question time di ieri in Senato. Sempre ieri a Mattino Cinque il vice premier ha confermato l'aumento del bonus baby sitting a 1500 euro e che nei prossimi mesi sarà approvato un provvedimento che prevede il 50% di sconto sui pannolini e sugli asilo nido. Ma il vicepremier è anche tornato anche ad agitare i soliti stereotipi contro i partecipanti dell'evento di Verona: «Lì c'erano persone che sostenevano che per aiutare la famiglia la donna deve stare a casa». «Di Maio ci diffama ancora», hanno risposto Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente del congresso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fedez-ci-attacca-e-troppo-ricco-per-capire-i-bisogni-degli-italiani-2633721716.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-rivolta-delle-femministe-i-trans-non-sono-donne" data-post-id="2633721716" data-published-at="1781368496" data-use-pagination="False"> La rivolta delle femministe «I trans non sono donne» Da tempo negli Stati Uniti si discute dell'Equality Act, ovvero la norma che dovrebbe emendare il Civil Rights Act al fine di garantire maggiori tutele contro le discriminazioni basate su orientamento sessuale e identità di genere. A favore dell'Equality Act si sono schierati circa 300 esponenti del Partito democratico, alcuni repubblicani e una marea di celebrità, tra cui Hillary Clinton, Barack Obama e i vertici di varie multinazionali come Facebook, Google, Nike e Apple. Ovviamente, secondo gli attivisti Lgbt questa norma rappresenta un fondamentale progresso, in particolare per le persone transgender. L'Equality Act, infatti, almeno sulla carta, garantisce uguale trattamento sul lavoro, nei rapporti con il sistema bancario e in numerosi altri settori. Dietro la patina dei diritti, tuttavia, si nasconde al solito una bella quantità di ideologia. A notarlo non sono stati soltanto i conservatori e i fedelissimi di Donald Trump, ma pure alcune esponenti dell'universo progressista, in particolare le femministe. Negli ultimi mesi hanno preso la parola per spiegare che l'Equality Act, con la scusa di difendere i trans, discrimina le donne. Martedì, a Washington, presso l'apposito comitato istituito dal Congresso degli Stati Uniti, sono iniziate le audizioni sull'Equality Act, in vista del voto parlamentare previsto per l'estate. Ad esprimere la sua opinione, tra gli altri, è stata Julia Beck, nota attivista femminista e lesbica. La signora - una democratica - è diventata famosa per la sua intemerata contro uno stupratore transgender. La Beck disse che il violentatore, benché si definisse donna, era a tutti gli effetti un uomo. Affermazione più che condivisibile, ma che verrebbe sanzionata se l'Equality Act fosse approvato. La legge, infatti, prevede che sia punito il «misgendering»: chiamando «lui» un maschio che si definisce una «lei», si rischia grosso. Per ragioni come questa le femministe si oppongono alla nuova legge: perché di fatto mette donne e trans sullo stesso piano, trasformando la femminilità in un'opinione o, al massimo, un sentimento. Se l'Equality Act fosse approvato, ha detto la Beck al Congresso, «gli stupratori maschi andranno nelle prigioni delle donne e probabilmente assaliranno le detenute come è già accaduto nel Regno Unito; le donne sopravvissute allo stupro non saranno in grado di contestare la presenza maschile nei rifugi per le donne; gli uomini domineranno lo sport delle donne - alle ragazze che si sarebbero aggiudicate il primo posto saranno negate le opportunità scolastiche». E non è tutto: «Le donne che usano pronomi maschili per parlare di uomini possono essere arrestate, multate e bandite dalle piattaforme dei social media», ha proseguito la Beck. «Tutto quello che ho appena elencato sta già accadendo e peggiorerà se l'identità di genere verrà riconosciuta dalla legge federale». Per questo l'attivista ha esortato «i colleghi democratici a svegliarsi. Per favore, riconoscete la realtà biologica». Sono parole stupefacenti, tanto più se si considera che provengono da una donna di estrema sinistra. La Beck, però, non è la sola a pensarla così. Opinioni molto simili ha espresso Kara Dansky, attivista del Women's Liberation Front. Secondo costei, «l'Equality Act, che a parole sembra bello e buono, rappresenta un disastro totale per donne e ragazze». A darle man forte ci ha pensato Jennifer Chavez, altra militante del Wlf. Durante un convegno organizzato alla fine di gennaio, la Dansky e la Chavez hanno condiviso il palco con Hacsi Horvath, studioso di epidemiologia nato uomo e diventato donna qualche anno fa. Horvath ha sposato la causa delle femministe e ha spiegato che molte persone hanno paura di criticare il movimento che supporta l'Equality Act per paura di ripercussioni. «Ci si aspetta che tutti lo approvino perché nessuno vuole essere un bigotto», ha detto Horvath. Qualcuno, per fortuna, le ripercussioni non le teme. Ad esempio Abigail Shrier, scrittrice, anche lei attivista per i diritti delle donne. Pochi giorni fa, sul Wall Street Journal, ha scritto un editoriale di fuoco intitolato «La guerra dei transgender contro le donne». Secondo la Shrier, «l'Equality Act mette a rischio la sicurezza femminile nei bagni, negli spogliatoi e persino nei rifugi per la violenza domestica». A suo dire, «tutti i maschi biologici che si autoidentificano come femmine, in base all'Equality Act, avranno il diritto legale di entrare nei bagni delle donne, negli spogliatoi e nelle strutture di protezione come i ricoveri per donne maltrattate. Tutto ciò rappresenta una minaccia fisica immediata per le donne». Al di là dei dettagli della legge, quel che dicono le femministe è piuttosto chiaro e netto. Il punto è che non basta dichiarare di essere una donna per diventarlo. Annullare la differenza sessuale non è «un diritto», ma un danno, sia per i maschi che per le femmine. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/fedez-ci-attacca-e-troppo-ricco-per-capire-i-bisogni-degli-italiani-2633721716.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="sulle-carte-didentita-dei-minori-ritornano-il-padre-e-la-madre" data-post-id="2633721716" data-published-at="1781368496" data-use-pagination="False"> Sulle carte d’identità dei minori ritornano il padre e la madre In una situazione normale non farebbe neanche notizia: sulla carta d'identità dei minorenni ci sarà la dicitura «madre» e «padre». Di questi tempi, tuttavia, è anche per queste minuzie che passano battaglie simboliche tutte politiche. E questa, di battaglia, è da sempre cara a Matteo Salvini, che già lo scorso agosto aveva annunciato di voler intervenire sulla questione: «La settimana scorsa mi è stato segnalato che sul sito del ministero dell'Interno, sui moduli per la carta d'identità elettronica c'erano “genitore 1" e “genitore 2". Ho fatto subito modificare il sito ripristinando la definizione “madre" e “padre". È una piccola cosa, un piccolo segnale, però è certo che farò tutto quello che è possibile al ministro dell'Interno e che comunque è previsto dalla Costituzione». Quel proponimento ora è diventato realtà: il provvedimento è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale e la notizia è stata data dal Viminale. Il tutto con buona pace del Garante della privacy, Antonello Soro, che a suo tempo aveva lamentato i possibili «effetti discriminatori» della riforma, beccandosi questa risposta dal leader leghista: «Noi andiamo avanti, non esiste privacy che neghi il diritto a un bimbo di avere una mamma e un papà». Il decreto è stato firmato dal ministero dell'Interno, da quello della Pubblica amministrazione e da quello dell'Economia: porta la data del 31 gennaio 2019. Il provvedimento modifica il testo del decreto del 23 dicembre 2015, con il quale si introduceva la dicitura «genitori». La nuova norma prevede la sostituzione del termine «genitori» con «padre» e «madre» ogni qual volta appaia nel decreto che predispone le «modalità tecniche di emissione della carta d'identità elettronica». Il ministro dell'Interno ha subito incassato il plauso del collega Lorenzo Fontana: «Bravo Matteo sulle cose giuste si va avanti!». Diverse, invece, le reazioni dell'alleato di governo grillino. Chiamato in causa su Twitter da Torino Pride, il sindaco Chiara Appendino ha scritto: «Come ho sempre detto, penso che sia un passo indietro rispetto ai tanti in avanti che sono stati fatti in questi anni a Torino in tema di diritti. Stiamo cercando di capire quali siano i margini a disposizione per intervenire». Chi dichiara di voler subito replicare al provvedimento è anche Famiglie Arcobaleno, l'associazione dei genitori omosessuali, che annuncia di voler impugnare il decreto al Tar, ritenendolo «palesemente illegittimo e discriminatorio perché non permette di far coincidere lo status documentale con quello legale dei bambini e delle bambine che già oggi - attraverso trascrizioni di atti esteri o che sono stati adottati dal compagno o dalla compagna del genitore biologico grazie all'art. 44, lett d (adozione in casi particolari) - sono riconosciuti figli e figlie di due padri e due madri e di quelli che invece verranno riconosciuti in futuro». Secondo Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno che firma la nota, «l'illegittimità del decreto è palese in quanto un atto amministrativo non può contravvenire alle disposizioni di legge e alle sentenze dei Tribunali. La sua pubblicazione è quindi un atto di pura propaganda politica». Il governo, ha aggiunto, «non aiuta le famiglie italiane ma perde tempo con puri atti propagandistici che hanno il solo effetto di rendere la vita di alcune cittadine e cittadini più difficili, spargendo odio e divisione in un Paese piegato in due da una crisi economica devastante le cui conseguenze - conclude la nota - pesano sulle vite di noi tutte e noi tutti». M. Gue.
L’ultima «lagnanza» è partita da Roberto Gualtieri. Poverino, c’è da capirlo. I turisti nella Capitale crescono (+3% anche nel primo quadrimestre del 2026) e il sindaco, già ministro dell’Economia dem, non sa che pesci prendere per garantire servizi, strutture e ordine pubblico adeguato. Quindi? «Proporremo al ministro Mazzi (del Turismo)», ha spiegato qualche ore fa, «di avere una maggiore modulazione e autonomia per esempio sulla tassa di soggiorno». Viene da chiedersi: ma perché? Quanto paga oggi «un forestiero» che vuol dormire una notte a Roma? Le tariffe variano e passano dai 10 euro degli alberghi a 5 Stelle per arrivare ai 4 euro degli hotel a 1 e 2 stelle con una forchetta che oscilla leggermente più in basso per le strutture non alberghiere. Non poco se consideriamo che tra le città d’arte Roma svetta per incassi: ben 288 milioni nel 2025 con un trend, parola del primo cittadino, destinato a lievitare.
Così come cresce il tendenziale in un’altra città governata dal centrosinistra: Milano. Nella capitale finanziaria del Paese, anche per effetto dei continui rialzi, il bottino 2025 ha sfiorato il tetto dei 110 milioni (109,3 milioni, +43%) e si stima che nell’anno in corso si possa raggiungere quota 113,5 milioni. Ma pure sui Navigli, Beppe Sala, il sindaco uscente di centrosinistra, chiede di più. «È profondamente ingiusto», ha rimarcato, «che Roma, Firenze, Venezia abbiano una tassa più alta di Milano». Quindi? Oggi Milano ha una deroga per le Olimpiadi invernali - tassa di soggiorno più alta fino alla fine dell’anno visto l’extra-impegno per i Giochi invernali - e l’ex uomo Expo vuole che l’eccezione diventi strutturale. Come se ci fosse un’Olimpiade all’anno.
Il punto è che al terzo posto della classifica (i dati sono dell’Osservatorio nazionale di Jfc) c’è Firenze, che nonostante il + 8% a 82,7 milioni, è stata scavalcata dalla tumultuosa corsa del capoluogo lombardo. E che se guardiamo alle altre città che non molti mesi fa hanno deciso di metter mano (aumentandola ovviamente) all’imposta, troviamo tante amministrazioni rosse. Da Napoli a Torino fino ad arrivare a Perugia, Livorno e Salerno. Chiariamoci, il fenomeno è molto legato ai centri turistici ed è fondamentalmente bipartisan, basti pensare a Venezia, Imperia, Trieste e Lecce. Ma la pervicacia con la quale i sindaci di sinistra fanno a gara per incrementare l’imposta non ha uguali.
Del resto, in soli 5 anni il gettito è passato dai 628 milioni di euro del 2022 a più di 1,2 miliardi di stima per il 2026. Perché la tendenza è duplice: da una parte crescono i comuni tassatori e dall’altra quelli che già prevedevano l’imposta l’hanno incrementata. Lo stesso osservatorio nazionale Jfc di cui sopra ci dice che a fine anno il balzello sarà operativo in 1.411 comuni con ben 24 nuove entrate. E che la situazione stia sfuggendo di mano lo dimostra un altro dato che gli autori dello studio hanno evidenziato. Molti primi cittadini, e qui la tendenza appare davvero bipartisan, ammettono di voler usare gli incassi per la spesa corrente che spesso ha poco o nulla a che fare con il turismo.
Poi c’è un altro fenomeno che spesso va a braccetto con l’imposta di soggiorno. La corsa a mettere paletti agli affitti brevi. Agli Airbnb che deturperebbero l’humus delle città. E qui l’ideologia di sinistra prende il sopravvento. Perché che ci sia un problema di overtourism nei centri d’arte è fuor di dubbio, ma che questo porti a individuare negli affitti brevi il nemico numero uno da eliminare, con l’amministrazione dem di Firenze che ha bandito nuove locazioni anche in periferia, sembra paradossale.
Il problema è che l’esempio di Firenze sta facendo proseliti. Nei paesi vicini (la sindaca piddina di Scandicci vuole introdurre dei tetti e al Mugello ci stanno pensando) e nelle grandi città lontane. Bologna in primis, poi Napoli, ma soprattutto Roma. Con Gualtieri che è stato molto chiaro. «Serve una legge per regolamentare il settore extralberghiero», ha spiegato, «che consenta di migliorare questo settore e di evitare fenomeni negativi come quelli dello spopolamento. Dobbiamo introdurre dei limiti di concentrazione perché se si svuota il centro poi chiudono i negozi e peggiora la qualità della vita dei romani e anche degli stessi turisti che vogliono venire in Italia».
Principi di buon senso. Il problema è che quando la sinistra li mette in pratica spesso si materializzano in provvedimenti illiberali.
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Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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