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2021-10-19
A parte Trieste il centrosinistra si prende tutte le altre città
Roberto Gualtieri e Stefano Lo Russo (Ansa)
Roberto Dipiazza e la sua Trieste regalano un sorriso al centrodestra che dai ballottaggi di queste amministrative dell'era Covid si aspettava un risultato decisamente migliore. Primo imputato l'assenteismo e forse i candidati civici scelti all'ultimo momento. Eppure a Trieste, mentre venivano usati gli idranti contro chi protestava al porto, i cittadini, almeno la metà, hanno deciso di tornare alle urne per riconfermare sindaco Roberto Dipiazza con una percentuale del 51,30% contro Francesco Russo del centrosinistra che non è andato oltre il 48,7%. L'affluenza definitiva al ballottaggio è stata del 42%. «Sono l'unico sindaco di centrodestra che ha portato avanti la bandiera in Italia, una gran bella soddisfazione», ha detto il neo eletto, «Mi hanno telefonato tutti da Salvini a Meloni a Berlusconi. Oggi sono un po' l'eroe di centrodestra, ma me lo hanno detto loro, non lo sto dicendo io», scherza, e aggiunge: «Ricominciamo da Trieste».
Dipiazza, che è stato uno storico esponente di Forza Italia, ma si è ripresentato alla città a guida di una lista civica sostenuta dalle forze di centrodestra, si conferma quindi, a 67 anni, per la quarta volta primo cittadino della città giuliana. Aveva già ricoperto l'incarico di primo cittadino per due mandati, dal 2001 al 2011, sempre per il centrodestra, poi dopo una parentesi come consigliere regionale, annoiatosi della scarsa effervescenza in Consiglio e in assenza di un purosangue da candidare nel centrodestra, si è gettato nuovamente nella mischia. E ha vinto una terza volta, contro il sindaco di centrosinistra Cosolini, e stavolta, contro un agguerrito e benvoluto Francesco Russo. Ad annunciare la vittoria lo stesso sindaco Dipiazza, nel corso di un primo collegamento telefonico quando mancavano ancora i risultati di sei sezioni: «Ho vinto e questa è una cosa che non dimenticherò mai e farò sempre di tutto per la mia città con grande amore». Grande fair play anche con l'avversario che partiva da uno svantaggio del 16% al primo turno: «Mi sono complimentato con Russo per il recupero. L'ho sentito e gli ho fatto una proposta: gli ho detto che sul porto vecchio lavoreremo insieme. Sul resto potrà fare opposizione ma sul porto vecchio, visto che è stato uno dei promotori, lavoreremo insieme».
Russo, il candidato del centrosinistra, autore tuttavia di una incredibile rimonta, si è detto comunque soddisfatto: «Sono soddisfatto del Pd e del centrosinistra al ballottaggio: abbiamo recuperato quasi 15 punti di distacco, quindi l'impresa c'è stata. Evidentemente non siamo riusciti a spiegare la novità di un messaggio, di un nostro progetto per il futuro. Ci siamo e continueremo a lavorare per questo. Credo comunque che una volta in Consiglio comunale, se ci sono le condizioni, ci si possa venire incontro».
A Trieste non c'è stato nessun apparentamento in vista del ballottaggio ma Russo ha incassato il sostegno di Riccardo Laterza, terzo classificato tra gli aspiranti sindaci, e di Tiziana Cimolino. Al primo turno, Laterza aveva ottenuto quasi il 9% di preferenze con la lista Adesso Trieste, mentre le due liste di Cimolino (Europa Verde e Sinistra in Comune) si erano fermate all'1,67%. Numeri alla mano, sarebbe servito qualcosa in più per ribaltare il risultato della prima tornata elettorale. Il Movimento 5 stelle, che ha preso meno voti del Movimento 3V di Ugo Rossi, non si è speso per nessuno dei due candidati arrivati al ballottaggio lasciando libertà di scelta ai suoi elettori. Anche qui, come in altre città, il peso dell'astensione al voto del 3 e 4 ottobre si è fatto sentire: solo il 46% degli aventi diritto si è recato alle urne due settimane fa. Gli astenuti avrebbero avuto l'onere di confermare o ribaltare il voto del primo turno.
«Congratulazioni a Roberto Dipiazza rieletto sindaco di Trieste. Il suo buongoverno degli ultimi cinque anni è stato premiato. La sua scelta, come quella di Roberto Occhiuto in Calabria, conferma che i candidati di Forza Italia sono vincenti. Buon lavoro!», ha scritto su Twitter Antonio Tajani, coordinatore nazionale di Forza Italia.
Non si esalta ma resta obiettivo sul risultato il leader della Lega, Matteo Salvini: «Nelle tre grandi città, Roma, Torino e Trieste, chi governava ha confermato i propri sindaci», ma proprio su Trieste ha rimarcato il problema della sicurezza e la gestione del Viminale anche nei confronti della protesta nel porto triestino: «Che il ministro dell'Interno usi gli idranti contro i lavoratori e i guanti di velluto contro gli squadristi, mi stupisce e mi preoccupa. È stato fatto in maniera strumentale per le elezioni amministrative? Spero di no, ma in ogni caso l'errore mi sembra evidente». Poi Salvini è entrato nel vivo della protesta dei portuali: «Lamorgese mi spieghi perché lascia tranquillamente assediare istituzioni a Roma gente che per legge non poteva essere a piede libero e ordini di usare idranti e lacrimogeni contro i portuali e gli studenti seduti per terra, a Trieste. Non mi sembra normale, c'è qualcosa che non funziona. Ribadisco a Draghi la mia richiesta: facciamo un incontro con il ministro Lamorgese, perché le prossime settimane non saranno facili se la gestione dell'ordine pubblico sarà così schizofrenica».
Onda rossa pure a Latina e Varese. A Benevento Mastella beffa il Pd
Nella tornata elettorale con l'astensionismo più elevato di sempre, il ballottaggio delle elezioni amministrative nei centri capoluogo si è concluso con qualche colpo di scena e diverse conferme. Il comune denominatore è però uno: la vittoria, quasi ovunque, del centrosinistra, anche laddove il primo turno lasciava presagire possibilità diverse. Per esempio, a Cosenza il candidato del centrodestra e già vicesindaco, Francesco Caruso, che il 3 e il 4 ottobre era risultato il più votato con il 37,4% dei voti, è stato poi sconfitto da Franz Caruso del centrosinistra, che stavolta ha raccolto il 57,6% dei consensi. Da notare come il vincitore, dopo il primo turno, abbia incassato l'endorsement della candidata sindaco del M5s, Biancamaria Rende. Un supporto che, evidentemente, si è rivelato qualcosa più di una semplice promessa.
La musica è stata diversa a Benevento, dove l'inossidabile Clemente Mastella, sostenuto da molte liste civiche e un pezzo di Forza Italia, se da un lato al primo turno non l'aveva spuntata per un soffio, ieri ha chiuso i conti con l'avvocato Luigi Diego Perifano del centrosinistra, attraverso una vittoria netta, con il 52,7% dei consensi. L'ex ministro ha descritto il suo successo con toni enfatici, dipingendolo come una vittoria contro le élite, a suo dire capeggiata da «una loggia che la gente ha sconfitto». «Hanno fatto una squadra contro di me e contro il popolo di Benevento, un'arca di Noè illogicamente immorale dove si sono ritrovate la destra e l'estrema sinistra», ha dichiarato, senza risparmiare una frecciata al leader dem: «Mi dispiace che Letta sia venuto qua a condire tutto questo».
Di trionfo si può parlare invece a Savona per Marco Russo, avvocato candidato sindaco del centrosinistra, che con oltre il 62% dei voti ha staccato nettamente il rivale del centrodestra, l'ex primario Angelo Schirru, che non è arrivato al 38%; e pensare che il candidato pentastellato locale, Manuel Meles, che aveva ottenuto quasi il 10% dei voti, non aveva dato indicazioni di voto.
Risultato chiaro anche a Isernia, con Piero Castrataro del centrosinistra che ha sfiorato il 59% dei consensi, a scapito di Gabriele Melogli (41,3%), appoggiato da Forza Italia, Udc e Lega, ma non da Fratelli d'Italia, che aveva espresso un suo candidato in Cosmo Tedeschi, arrivato terzo con il 15% dei consensi. Considerando che al primo turno era stato Melogli a prevalere, anche se con meno di 300 voti, almeno sulla carta la partita di Isernia pareva apertissima, invece la vittoria di Castrataro tutto è stata fuorché al fotofinish.
Un'amara sorpresa, per il centrodestra, è stata anche quella di Latina, dove al primo turno Vincenzo Zaccheo, ex attivista del Movimento sociale italiano e poi deputato di Alleanza nazionale, era in vantaggio con oltre il 48% dei consensi sul sindaco uscente, Damiano Coletta. Coletta però ha saputo risollevarsi dal 35,6% a un rassicurante 55%, che gli ha consentito una vittoria non scontata.
Anche Varese, un tempo roccaforte del centrodestra e della Lega, essendo stata governata dal 2006 al 2016 dall'attuale governatore lombardo, Attilio Fontana, ha visto la vittoria del centrosinistra. Il sindaco uscente, Davide Galimberti, sostenuto dal centrosinistra e dal M5s, ha infatti raccolto il 53,2% dei consensi, confermando gli scenari del primo turno e superando il rivale del centrodestra, Matteo Luigi Bianchi (46,8%), ex sindaco di Morazzone.
Il centrosinistra l'ha spuntata anche a Caserta, dove pure la contesa si annunciava molto aperta, dato che il 4 ottobre il sindaco uscente, Carlo Marino, aveva ottenuto circa il 32% dei voti mentre il suo rivale di centrodestra, Gianpiero Zinzi, avvocato capogruppo della Lega in consiglio regionale, si era fermato a poco meno del 28% dei voti. Alla fine però Marino ce l'ha fatta con il 53,7% dei consensi, costringendo Zinzi a fermarsi al 46,3%.
Se ne ricava una geografia elettorale chiara e che, come già si diceva, vede il centrosinistra vincente in quasi tutti i Comuni, anche dove - come Cosenza o Latina - gli equilibri iniziali erano sfavorevoli. Che ciò sia dovuto all'astensionismo oppure a un elettorato, quello moderato, tradizionalmente meno militante e quindi più difficile da trascinare al voto in generale, figurarsi ai ballottaggi, cambia relativamente. Ora al centrodestra spetta il compito di costruire un'opposizione compatta Comune per Comune, cercando di ricreare maggiore unità tra gli alleati.
Vince Gualtieri, ora è caccia alla sua poltrona
Finisce 60 a 40 per Roberto Gualtieri la sfida per il Campidoglio: l'ex ministro dell'Economia è il nuovo sindaco di Roma. Gualtieri supera al ballottaggio il candidato del centrodestra, Enrico Michetti, rimontando il risultato del primo turno: quindici giorni fa il neosindaco aveva ottenuto il 27% dei voti, il suo avversario il 30%. Evidentemente, gli elettori che al primo turno avevano sostenuto i due candidati esclusi, il sindaco uscente Virginia Raggi e Carlo Calenda, sono andati a votare per Gualtieri. Enorme il dato dell'astensione: al ballottaggio per l'elezione del sindaco di Roma ha votato il 40,68% degli aventi diritto, rispetto al 48,54% del primo turno. Siamo di fronte al record dell'astensionismo: mai, dal 1993, quando è stata introdotta l'elezione diretta dei sindaci, i romani avevano disertato così in massa le urne. Il dato peggiore, fino a ieri, era il 45,65% del 2013, quando Ignazio Marino ebbe la meglio su Gianni Alemanno.
«Ringrazio le romane ed i romani», dice Gualtieri, «per questo risultato così significativo, sono onorato della fiducia che mi è stata accordata. Metterò tutto il mio impegno per onorarlo. Ringrazio anche il mio avversario, Enrico Michetti, che ha contribuito a tenere civili i toni della campagna elettorale, Virginia Raggi per l'impegno profuso in questi anni e Carlo Calenda per il contributo di idee. Adesso inizia un lavoro straordinario, per far funzionare meglio Roma, per essere una città produttiva, una città della cultura, della scienza, dell'innovazione, vicina alle persone. Sarò il sindaco di tutti», aggiunge Gualtieri, «di chi mi ha votato, di chi ha votato per altri, di chi non ha votato. Ora inizia un lavoro di straordinaria intensità per rilanciare Roma e farla funzionare meglio, farla crescere, creare nuova occupazione. Una città più inclusiva, campione della transizione ecologica, motore di innovazione e sviluppo».
Gualtieri raggiunge la sede del Pd, al Nazareno, per il canonico abbraccio con i dirigenti dem, tra i quali il segretario Enrico Letta: «Dopo una vittoria cosi superiore a qualsiasi aspettativa», commenta Letta, «che va oltre il voto per le città, noi potremmo avere interesse ad andare subito al voto nazionale per cogliere l'onda. Ma la nostra forza sta nel fatto di non andare dietro ad interessi di parte. Quindi dico qui che questo voto rafforza il governo Draghi». Più che ai massimi sistemi, Letta farebbe bene a dedicarsi alla guerra di successione tutta interna alla sinistra che si è già aperta per accaparrarsi il seggio alla Camera che verrà lasciato libero dal neosindaco Gualtieri. Matteo Renzi e Carlo Calenda hanno proposto di candidare l'ex segretario della Fim Cisl, Marco Bentivogli,ma il M5s potrebbe insistere per Virginia Raggi.
Laconico il commento del candidato del centrodestra, Enrico Michetti: «Faccio gli auguri al sindaco», afferma Michetti, «perché Roma è la cosa più importante, credo che abbiamo dato il massimo e in queste condizioni abbiamo fatto ciò che si poteva».
All'insegna del sano pragmatismo e del galateo politico il commento del leader della Lega, Matteo Salvini: «Gli elettori hanno sempre ragione», argomenta Salvini, «quindi se a Roma ha vinto Gualtieri, buon lavoro a Gualtieri. Penso al ruolo dei politici ma anche a quello dei giornalisti quando nell'ultimo mese di campagna elettorale si parla di vicende private, di abitudini sessuali e di assalti fascisti. Nelle tre grandi città, Roma, Torino e Trieste», aggiunge Salvini, «chi governava ha confermato i propri sindaci». Il leader del Carroccio riflette anche sul dato dell'astensionismo: «Se uno viene eletto da una minoranza della minoranza», tiene a sottolineare Salvini, «è un problema non per un partito, ma per la democrazia. Avremmo preferito vincere a Roma, piuttosto che perdere, ma i cittadini hanno sempre ragione quando scelgono, ma il dato su cui ragionare è il non voto, che in alcuni quartiere ha superato il 70%».
«Il lavoro fatto da Michetti e Damilano (il candidato sindaco del centrodestra a Torino, ndr) è stato ottimo», commenta la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «e credo che dobbiamo a loro e agli altri candidati un grande ringraziamento. Non incide la scelta del candidato, io credo abbiano inciso i tempi: il centrodestra è arrivato tardi, soprattutto quando ha scelto candidato con un profilo civico e quindi meno conosciuti. Per le prossime regionali bisogna mettersi al lavoro prima».
Sotto la Mole torna in sella il vecchio sistema di potere
Torino grigissima. Con il voto di un elettore su quattro, il centrosinistra si riprende il capoluogo piemontese dopo la parentesi a 5 stelle. Una restaurazione in piena regola e non solo perché arriva al termine di cinque anni di «uno vale uno» e altre amenità, ma anche perché Stefano Lo Russo, 45 anni, professore di geologia al Politecnico, è il perfetto esponente del Pd subalpino: moderato, diplomatico, geneticamente modificato per non disturbare alcun potere forte locale, dalle banche a quel che resta di Mamma Fiat. Paolo Damilano, l'imprenditore cuneese appoggiato dal centrodestra e che ha corso con la sua lista «Torino bellissima», si ferma invece al 40,8% dei voti, contro il 59,2% del vincitore. Affluenza finale in calo di sei punti al 42,1%, con i numeri che sembrano indicare un fenomeno che dovrebbe far riflettere sia Enrico Letta sia Giuseppe Conte: gli elettori grillini rimangono a casa, se non possono votare uno di loro. Lo Russo conquista la fascia tricolore con appena 168.997 preferenze (59,2%), contro le 140.200 di due lunedì fa (43,9%), staccando di un bel po' il candidato del centrodestra, che alla fine ha preso 116.332 voti (40,8%) al ballottaggio e 124.327 al primo turno (38,9%). Il fatto che abbia votato appena il 42,1% dei torinesi non cancella la chiara vittoria del centrosinistra, ma le dà una patina di tristezza. Tanto è vero che Lo Russo, che con Damilano ha dato vita a un duello leale e di raro fair play, ringraziando gli elettori si è dato un obiettivo nobile per il 2026: «Spero di essere capace di far tornare a votare anche le persone che questa volta non hanno votato». Il nuovo sindaco, ex assessore con Piero Fassino ed ex segretario cittadino del partito, ha fatto due autentici colpacci. Il primo è stato quello di arrivare davanti già al primo turno, nonostante i sondaggi lo dessero tutti, invariabilmente, dietro al re del barolo. Il secondo è stato rifiutare la pace con i 5 stelle e intuire che quel 9% di torinesi che al primo turno aveva votato per Valentina Sganga, al ballottaggio se ne sarebbe rimasto a casa. Ecco perché il risultato torinese, in realtà, dovrebbe preoccupare assai chi punta a un'alleanza tra Pd e M5s nel 2023.
Sul fronte del centrodestra, Damilano ha incassato facendo complimenti al nuovo sindaco. Ma un sassolino se l'è tolto: «Ho visto grande partecipazione dei leader nazionali che ringrazio; ho visto i partiti un po' più pigri a livello locale e i risultati lo dimostrano». In queste due settimane, Giorgia Meloni e Matteo Salvini erano andati a Torino per aiutarlo, ma non è bastato. Grande esibizione di fair play anche dalla sindaca uscente. «Oggi faccio gli auguri al mio sindaco e basta, faremo opposizione leale e corretta», ha promesso Chiara Appendino, che la prossima settimana entra in sala parto.
Che sindaco sarà Lo Russo? Il suo modello è Sergio Chiamparino, un artista nel farsi sottovalutare, che nelle ultime settimane gli è stato al fianco con discrezione come consigliere. In campagna elettorale, Lo Russo ha giocato le solite carte: ascolto delle persone, città «multicentrica», rilancio di Torino come capitale della tecnologia e della ricerca, massima inclusione sociale. Torino però è anche la città dove decine di migliaia di lavoratori tremano per l'addio degli Agnelli Elkann, che hanno lasciato a presidiare la ritirata giusto la Juventus e il giornale unico Stampa-Repubblica. Non potendo vivere in un milione solo di cioccolato, buon cibo, turismo e bei musei, e con le banche cittadine migrate da tempo a Milano, come centri di potere sono rimaste le fondazioni (Sanpaolo e Crt) e la gestione della cultura. Con il nuovo sindaco, il famoso «Sistema Torino», fatto di porte girevoli tra Pd, università, fondazioni bancarie ed enti culturali, e corroborato da continui favori immobiliari all'ex Fiat, torna a rimettere a posto ogni tesserina. L'unica preoccupazione arriva da Palazzo di Giustizia, dove il 21 settembre la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per 35 persone, coinvolte nell'inchiesta per corruzione elettorale e turbativa d'asta che ruota intorno a Giulio Muttoni, «il re dei concerti» ex patron di Set Up Live, la società che insieme a Live Nation ha ereditato gli impianti di Parcolimpico. È una storiaccia dove s'intrecciano affari privati e politica e per la quale rischiano il processo l'ex senatore del Pd Stefano Esposito e l'ex aspirante candidato sindaco Enzo Lavolta, assessore all'Innovazione della giunta Fassino. In campagna elettorale, non se n'è fatta parola.
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Il sindaco uscente conquista il quarto mandato e difende l'ultima roccaforte della coalizione. Anche se lo sfidante Francesco Russo recupera quasi 15 punti nel secondo turno. «Sul porto vecchio lavoreremo insieme», promette il primo cittadino. Affluenza ferma al 42%La sinistra prende Isernia, Caserta, Savona e Cosenza. L'ex ministro: «Io contro tutti»Nella Capitale netta affermazione dell'ex ministro dell'Economia, che fa suoi parte dei voti andati al primo turno a Raggi e Calenda. Giorgia Meloni: «Paghiamo la scelta di candidati civici». Intanto a sinistra è già lotta interna per il seggio da deputato del neo sindacoChiusa la parentesi pentastellata, nel capoluogo piemontese scatta la restaurazione dei soliti apparati, dalla Fiat alle bancheLo speciale contiene quattro articoliRoberto Dipiazza e la sua Trieste regalano un sorriso al centrodestra che dai ballottaggi di queste amministrative dell'era Covid si aspettava un risultato decisamente migliore. Primo imputato l'assenteismo e forse i candidati civici scelti all'ultimo momento. Eppure a Trieste, mentre venivano usati gli idranti contro chi protestava al porto, i cittadini, almeno la metà, hanno deciso di tornare alle urne per riconfermare sindaco Roberto Dipiazza con una percentuale del 51,30% contro Francesco Russo del centrosinistra che non è andato oltre il 48,7%. L'affluenza definitiva al ballottaggio è stata del 42%. «Sono l'unico sindaco di centrodestra che ha portato avanti la bandiera in Italia, una gran bella soddisfazione», ha detto il neo eletto, «Mi hanno telefonato tutti da Salvini a Meloni a Berlusconi. Oggi sono un po' l'eroe di centrodestra, ma me lo hanno detto loro, non lo sto dicendo io», scherza, e aggiunge: «Ricominciamo da Trieste».Dipiazza, che è stato uno storico esponente di Forza Italia, ma si è ripresentato alla città a guida di una lista civica sostenuta dalle forze di centrodestra, si conferma quindi, a 67 anni, per la quarta volta primo cittadino della città giuliana. Aveva già ricoperto l'incarico di primo cittadino per due mandati, dal 2001 al 2011, sempre per il centrodestra, poi dopo una parentesi come consigliere regionale, annoiatosi della scarsa effervescenza in Consiglio e in assenza di un purosangue da candidare nel centrodestra, si è gettato nuovamente nella mischia. E ha vinto una terza volta, contro il sindaco di centrosinistra Cosolini, e stavolta, contro un agguerrito e benvoluto Francesco Russo. Ad annunciare la vittoria lo stesso sindaco Dipiazza, nel corso di un primo collegamento telefonico quando mancavano ancora i risultati di sei sezioni: «Ho vinto e questa è una cosa che non dimenticherò mai e farò sempre di tutto per la mia città con grande amore». Grande fair play anche con l'avversario che partiva da uno svantaggio del 16% al primo turno: «Mi sono complimentato con Russo per il recupero. L'ho sentito e gli ho fatto una proposta: gli ho detto che sul porto vecchio lavoreremo insieme. Sul resto potrà fare opposizione ma sul porto vecchio, visto che è stato uno dei promotori, lavoreremo insieme».Russo, il candidato del centrosinistra, autore tuttavia di una incredibile rimonta, si è detto comunque soddisfatto: «Sono soddisfatto del Pd e del centrosinistra al ballottaggio: abbiamo recuperato quasi 15 punti di distacco, quindi l'impresa c'è stata. Evidentemente non siamo riusciti a spiegare la novità di un messaggio, di un nostro progetto per il futuro. Ci siamo e continueremo a lavorare per questo. Credo comunque che una volta in Consiglio comunale, se ci sono le condizioni, ci si possa venire incontro».A Trieste non c'è stato nessun apparentamento in vista del ballottaggio ma Russo ha incassato il sostegno di Riccardo Laterza, terzo classificato tra gli aspiranti sindaci, e di Tiziana Cimolino. Al primo turno, Laterza aveva ottenuto quasi il 9% di preferenze con la lista Adesso Trieste, mentre le due liste di Cimolino (Europa Verde e Sinistra in Comune) si erano fermate all'1,67%. Numeri alla mano, sarebbe servito qualcosa in più per ribaltare il risultato della prima tornata elettorale. Il Movimento 5 stelle, che ha preso meno voti del Movimento 3V di Ugo Rossi, non si è speso per nessuno dei due candidati arrivati al ballottaggio lasciando libertà di scelta ai suoi elettori. Anche qui, come in altre città, il peso dell'astensione al voto del 3 e 4 ottobre si è fatto sentire: solo il 46% degli aventi diritto si è recato alle urne due settimane fa. Gli astenuti avrebbero avuto l'onere di confermare o ribaltare il voto del primo turno. «Congratulazioni a Roberto Dipiazza rieletto sindaco di Trieste. Il suo buongoverno degli ultimi cinque anni è stato premiato. La sua scelta, come quella di Roberto Occhiuto in Calabria, conferma che i candidati di Forza Italia sono vincenti. Buon lavoro!», ha scritto su Twitter Antonio Tajani, coordinatore nazionale di Forza Italia. Non si esalta ma resta obiettivo sul risultato il leader della Lega, Matteo Salvini: «Nelle tre grandi città, Roma, Torino e Trieste, chi governava ha confermato i propri sindaci», ma proprio su Trieste ha rimarcato il problema della sicurezza e la gestione del Viminale anche nei confronti della protesta nel porto triestino: «Che il ministro dell'Interno usi gli idranti contro i lavoratori e i guanti di velluto contro gli squadristi, mi stupisce e mi preoccupa. È stato fatto in maniera strumentale per le elezioni amministrative? Spero di no, ma in ogni caso l'errore mi sembra evidente». Poi Salvini è entrato nel vivo della protesta dei portuali: «Lamorgese mi spieghi perché lascia tranquillamente assediare istituzioni a Roma gente che per legge non poteva essere a piede libero e ordini di usare idranti e lacrimogeni contro i portuali e gli studenti seduti per terra, a Trieste. Non mi sembra normale, c'è qualcosa che non funziona. 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L'ex ministro ha descritto il suo successo con toni enfatici, dipingendolo come una vittoria contro le élite, a suo dire capeggiata da «una loggia che la gente ha sconfitto». «Hanno fatto una squadra contro di me e contro il popolo di Benevento, un'arca di Noè illogicamente immorale dove si sono ritrovate la destra e l'estrema sinistra», ha dichiarato, senza risparmiare una frecciata al leader dem: «Mi dispiace che Letta sia venuto qua a condire tutto questo». Di trionfo si può parlare invece a Savona per Marco Russo, avvocato candidato sindaco del centrosinistra, che con oltre il 62% dei voti ha staccato nettamente il rivale del centrodestra, l'ex primario Angelo Schirru, che non è arrivato al 38%; e pensare che il candidato pentastellato locale, Manuel Meles, che aveva ottenuto quasi il 10% dei voti, non aveva dato indicazioni di voto. Risultato chiaro anche a Isernia, con Piero Castrataro del centrosinistra che ha sfiorato il 59% dei consensi, a scapito di Gabriele Melogli (41,3%), appoggiato da Forza Italia, Udc e Lega, ma non da Fratelli d'Italia, che aveva espresso un suo candidato in Cosmo Tedeschi, arrivato terzo con il 15% dei consensi. Considerando che al primo turno era stato Melogli a prevalere, anche se con meno di 300 voti, almeno sulla carta la partita di Isernia pareva apertissima, invece la vittoria di Castrataro tutto è stata fuorché al fotofinish. Un'amara sorpresa, per il centrodestra, è stata anche quella di Latina, dove al primo turno Vincenzo Zaccheo, ex attivista del Movimento sociale italiano e poi deputato di Alleanza nazionale, era in vantaggio con oltre il 48% dei consensi sul sindaco uscente, Damiano Coletta. Coletta però ha saputo risollevarsi dal 35,6% a un rassicurante 55%, che gli ha consentito una vittoria non scontata. Anche Varese, un tempo roccaforte del centrodestra e della Lega, essendo stata governata dal 2006 al 2016 dall'attuale governatore lombardo, Attilio Fontana, ha visto la vittoria del centrosinistra. Il sindaco uscente, Davide Galimberti, sostenuto dal centrosinistra e dal M5s, ha infatti raccolto il 53,2% dei consensi, confermando gli scenari del primo turno e superando il rivale del centrodestra, Matteo Luigi Bianchi (46,8%), ex sindaco di Morazzone. Il centrosinistra l'ha spuntata anche a Caserta, dove pure la contesa si annunciava molto aperta, dato che il 4 ottobre il sindaco uscente, Carlo Marino, aveva ottenuto circa il 32% dei voti mentre il suo rivale di centrodestra, Gianpiero Zinzi, avvocato capogruppo della Lega in consiglio regionale, si era fermato a poco meno del 28% dei voti. Alla fine però Marino ce l'ha fatta con il 53,7% dei consensi, costringendo Zinzi a fermarsi al 46,3%. Se ne ricava una geografia elettorale chiara e che, come già si diceva, vede il centrosinistra vincente in quasi tutti i Comuni, anche dove - come Cosenza o Latina - gli equilibri iniziali erano sfavorevoli. Che ciò sia dovuto all'astensionismo oppure a un elettorato, quello moderato, tradizionalmente meno militante e quindi più difficile da trascinare al voto in generale, figurarsi ai ballottaggi, cambia relativamente. Ora al centrodestra spetta il compito di costruire un'opposizione compatta Comune per Comune, cercando di ricreare maggiore unità tra gli alleati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dipiazza-regala-un-sorriso-al-centrodestra-roberto-dipiazza-513-francesco-russo-487-2655318746.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="vince-gualtieri-ora-e-caccia-alla-sua-poltrona" data-post-id="2655318746" data-published-at="1634585156" data-use-pagination="False"> Vince Gualtieri, ora è caccia alla sua poltrona Finisce 60 a 40 per Roberto Gualtieri la sfida per il Campidoglio: l'ex ministro dell'Economia è il nuovo sindaco di Roma. Gualtieri supera al ballottaggio il candidato del centrodestra, Enrico Michetti, rimontando il risultato del primo turno: quindici giorni fa il neosindaco aveva ottenuto il 27% dei voti, il suo avversario il 30%. Evidentemente, gli elettori che al primo turno avevano sostenuto i due candidati esclusi, il sindaco uscente Virginia Raggi e Carlo Calenda, sono andati a votare per Gualtieri. Enorme il dato dell'astensione: al ballottaggio per l'elezione del sindaco di Roma ha votato il 40,68% degli aventi diritto, rispetto al 48,54% del primo turno. Siamo di fronte al record dell'astensionismo: mai, dal 1993, quando è stata introdotta l'elezione diretta dei sindaci, i romani avevano disertato così in massa le urne. Il dato peggiore, fino a ieri, era il 45,65% del 2013, quando Ignazio Marino ebbe la meglio su Gianni Alemanno. «Ringrazio le romane ed i romani», dice Gualtieri, «per questo risultato così significativo, sono onorato della fiducia che mi è stata accordata. Metterò tutto il mio impegno per onorarlo. Ringrazio anche il mio avversario, Enrico Michetti, che ha contribuito a tenere civili i toni della campagna elettorale, Virginia Raggi per l'impegno profuso in questi anni e Carlo Calenda per il contributo di idee. Adesso inizia un lavoro straordinario, per far funzionare meglio Roma, per essere una città produttiva, una città della cultura, della scienza, dell'innovazione, vicina alle persone. Sarò il sindaco di tutti», aggiunge Gualtieri, «di chi mi ha votato, di chi ha votato per altri, di chi non ha votato. Ora inizia un lavoro di straordinaria intensità per rilanciare Roma e farla funzionare meglio, farla crescere, creare nuova occupazione. Una città più inclusiva, campione della transizione ecologica, motore di innovazione e sviluppo». Gualtieri raggiunge la sede del Pd, al Nazareno, per il canonico abbraccio con i dirigenti dem, tra i quali il segretario Enrico Letta: «Dopo una vittoria cosi superiore a qualsiasi aspettativa», commenta Letta, «che va oltre il voto per le città, noi potremmo avere interesse ad andare subito al voto nazionale per cogliere l'onda. Ma la nostra forza sta nel fatto di non andare dietro ad interessi di parte. Quindi dico qui che questo voto rafforza il governo Draghi». Più che ai massimi sistemi, Letta farebbe bene a dedicarsi alla guerra di successione tutta interna alla sinistra che si è già aperta per accaparrarsi il seggio alla Camera che verrà lasciato libero dal neosindaco Gualtieri. Matteo Renzi e Carlo Calenda hanno proposto di candidare l'ex segretario della Fim Cisl, Marco Bentivogli,ma il M5s potrebbe insistere per Virginia Raggi. Laconico il commento del candidato del centrodestra, Enrico Michetti: «Faccio gli auguri al sindaco», afferma Michetti, «perché Roma è la cosa più importante, credo che abbiamo dato il massimo e in queste condizioni abbiamo fatto ciò che si poteva». All'insegna del sano pragmatismo e del galateo politico il commento del leader della Lega, Matteo Salvini: «Gli elettori hanno sempre ragione», argomenta Salvini, «quindi se a Roma ha vinto Gualtieri, buon lavoro a Gualtieri. Penso al ruolo dei politici ma anche a quello dei giornalisti quando nell'ultimo mese di campagna elettorale si parla di vicende private, di abitudini sessuali e di assalti fascisti. Nelle tre grandi città, Roma, Torino e Trieste», aggiunge Salvini, «chi governava ha confermato i propri sindaci». Il leader del Carroccio riflette anche sul dato dell'astensionismo: «Se uno viene eletto da una minoranza della minoranza», tiene a sottolineare Salvini, «è un problema non per un partito, ma per la democrazia. Avremmo preferito vincere a Roma, piuttosto che perdere, ma i cittadini hanno sempre ragione quando scelgono, ma il dato su cui ragionare è il non voto, che in alcuni quartiere ha superato il 70%». «Il lavoro fatto da Michetti e Damilano (il candidato sindaco del centrodestra a Torino, ndr) è stato ottimo», commenta la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «e credo che dobbiamo a loro e agli altri candidati un grande ringraziamento. Non incide la scelta del candidato, io credo abbiano inciso i tempi: il centrodestra è arrivato tardi, soprattutto quando ha scelto candidato con un profilo civico e quindi meno conosciuti. Per le prossime regionali bisogna mettersi al lavoro prima». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dipiazza-regala-un-sorriso-al-centrodestra-roberto-dipiazza-513-francesco-russo-487-2655318746.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="sotto-la-mole-torna-in-sella-il-vecchio-sistema-di-potere" data-post-id="2655318746" data-published-at="1634585156" data-use-pagination="False"> Sotto la Mole torna in sella il vecchio sistema di potere Torino grigissima. Con il voto di un elettore su quattro, il centrosinistra si riprende il capoluogo piemontese dopo la parentesi a 5 stelle. Una restaurazione in piena regola e non solo perché arriva al termine di cinque anni di «uno vale uno» e altre amenità, ma anche perché Stefano Lo Russo, 45 anni, professore di geologia al Politecnico, è il perfetto esponente del Pd subalpino: moderato, diplomatico, geneticamente modificato per non disturbare alcun potere forte locale, dalle banche a quel che resta di Mamma Fiat. Paolo Damilano, l'imprenditore cuneese appoggiato dal centrodestra e che ha corso con la sua lista «Torino bellissima», si ferma invece al 40,8% dei voti, contro il 59,2% del vincitore. Affluenza finale in calo di sei punti al 42,1%, con i numeri che sembrano indicare un fenomeno che dovrebbe far riflettere sia Enrico Letta sia Giuseppe Conte: gli elettori grillini rimangono a casa, se non possono votare uno di loro. Lo Russo conquista la fascia tricolore con appena 168.997 preferenze (59,2%), contro le 140.200 di due lunedì fa (43,9%), staccando di un bel po' il candidato del centrodestra, che alla fine ha preso 116.332 voti (40,8%) al ballottaggio e 124.327 al primo turno (38,9%). Il fatto che abbia votato appena il 42,1% dei torinesi non cancella la chiara vittoria del centrosinistra, ma le dà una patina di tristezza. Tanto è vero che Lo Russo, che con Damilano ha dato vita a un duello leale e di raro fair play, ringraziando gli elettori si è dato un obiettivo nobile per il 2026: «Spero di essere capace di far tornare a votare anche le persone che questa volta non hanno votato». Il nuovo sindaco, ex assessore con Piero Fassino ed ex segretario cittadino del partito, ha fatto due autentici colpacci. Il primo è stato quello di arrivare davanti già al primo turno, nonostante i sondaggi lo dessero tutti, invariabilmente, dietro al re del barolo. Il secondo è stato rifiutare la pace con i 5 stelle e intuire che quel 9% di torinesi che al primo turno aveva votato per Valentina Sganga, al ballottaggio se ne sarebbe rimasto a casa. Ecco perché il risultato torinese, in realtà, dovrebbe preoccupare assai chi punta a un'alleanza tra Pd e M5s nel 2023. Sul fronte del centrodestra, Damilano ha incassato facendo complimenti al nuovo sindaco. Ma un sassolino se l'è tolto: «Ho visto grande partecipazione dei leader nazionali che ringrazio; ho visto i partiti un po' più pigri a livello locale e i risultati lo dimostrano». In queste due settimane, Giorgia Meloni e Matteo Salvini erano andati a Torino per aiutarlo, ma non è bastato. Grande esibizione di fair play anche dalla sindaca uscente. «Oggi faccio gli auguri al mio sindaco e basta, faremo opposizione leale e corretta», ha promesso Chiara Appendino, che la prossima settimana entra in sala parto. Che sindaco sarà Lo Russo? Il suo modello è Sergio Chiamparino, un artista nel farsi sottovalutare, che nelle ultime settimane gli è stato al fianco con discrezione come consigliere. In campagna elettorale, Lo Russo ha giocato le solite carte: ascolto delle persone, città «multicentrica», rilancio di Torino come capitale della tecnologia e della ricerca, massima inclusione sociale. Torino però è anche la città dove decine di migliaia di lavoratori tremano per l'addio degli Agnelli Elkann, che hanno lasciato a presidiare la ritirata giusto la Juventus e il giornale unico Stampa-Repubblica. Non potendo vivere in un milione solo di cioccolato, buon cibo, turismo e bei musei, e con le banche cittadine migrate da tempo a Milano, come centri di potere sono rimaste le fondazioni (Sanpaolo e Crt) e la gestione della cultura. Con il nuovo sindaco, il famoso «Sistema Torino», fatto di porte girevoli tra Pd, università, fondazioni bancarie ed enti culturali, e corroborato da continui favori immobiliari all'ex Fiat, torna a rimettere a posto ogni tesserina. L'unica preoccupazione arriva da Palazzo di Giustizia, dove il 21 settembre la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per 35 persone, coinvolte nell'inchiesta per corruzione elettorale e turbativa d'asta che ruota intorno a Giulio Muttoni, «il re dei concerti» ex patron di Set Up Live, la società che insieme a Live Nation ha ereditato gli impianti di Parcolimpico. È una storiaccia dove s'intrecciano affari privati e politica e per la quale rischiano il processo l'ex senatore del Pd Stefano Esposito e l'ex aspirante candidato sindaco Enzo Lavolta, assessore all'Innovazione della giunta Fassino. In campagna elettorale, non se n'è fatta parola.
Ansa
Eppure, le comunicazioni tra Washington e Teheran non sono del tutto interrotte. «Il canale di comunicazione tra il nostro ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, e l’inviato speciale degli Stati Uniti, Steve Witkoff, è aperto e i messaggi vengono scambiati ogni volta che è necessario», ha dichiarato ieri il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei. «La Repubblica islamica dell’Iran non cerca la guerra, ma è pienamente preparata ad essa», ha affermato, dal canto suo, Araghchi, che, oltre ad aprire alla possibilità di un incontro con Witkoff, ha poi aggiunto: «Siamo anche pronti per i negoziati, ma questi negoziati devono essere equi, con pari diritti e basati sul rispetto reciproco». Axios ha inoltre riferito che, nel fine settimana, lo stesso Araghchi avrebbe avuto una telefonata con Witkoff: l’obiettivo del ministro iraniano sarebbe stato, in particolare, quello di allentare la tensione con Washington e di guadagnare tempo prima di un eventuale attacco statunitense. Segno, questo, del fatto che, al di là delle roboanti dichiarazioni di facciata e delle contromanifestazioni che ha organizzato ieri, il regime guidato da Ali Khamenei sia sempre più scricchiolante.
Dall’altra parte, domenica, pur minacciando di colpire duramente l’Iran, Trump ha aperto a un negoziato. «Penso che siano stanchi di essere malmenati dagli Usa. L’Iran vuole negoziare», ha detto. «L’incontro è in fase di organizzazione, ma potremmo dover agire a causa di ciò che sta accadendo prima dell’incontro. Ma un incontro è in fase di organizzazione. L’Iran ha chiamato. Vogliono negoziare». Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sta ricorrendo alla sua consueta strategia volta ad alternare pressione e dialogo: pur aprendo alla possibilità di un incontro diplomatico, non esclude lo scenario di un attacco militare. Questo significa però che Trump non consideri quella del regime change l’unica eventualità sul tavolo. Il presidente americano potrebbe in alternativa puntare ad addomesticare il regime khomeinista (o un pezzo di esso) sulla falsariga di quanto avvenuto in Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro.
Più propenso a un cambio di regime a Teheran è invece Benjamin Netanyahu. «Il popolo israeliano e il mondo intero osservano con stupore lo straordinario coraggio dei cittadini iraniani», ha detto, domenica sera, augurandosi che «la nazione persiana sia presto liberata dal giogo della tirannia». La parziale differenza di posizione tra Israele e Stati Uniti si nota anche nel loro atteggiamento nei confronti del principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si è più volte offerto di guidare la transizione di potere a Teheran. Se lo Stato ebraico si è mostrato particolarmente supportivo verso di lui, Trump, giovedì, ha detto di non essere ancora pronto a riceverlo. Il presidente americano è del resto storicamente scettico nei confronti dei processi di nation building: ragion per cui preferisce usare la pressione per costringere governi avversari a chinare il capo, ricorrendo alla loro decapitazione solo in casi estremi. Netanyahu, dal canto suo, vede lo smantellamento totale del regime khomeinista come una condizione essenziale per la futura sicurezza dello Stato ebraico.
E così, mentre secondo Iran Human Rights sarebbero finora 648 le vittime delle proteste in corso nella Repubblica islamica, cresce la tensione tra l’Ue e Teheran. Il Parlamento europeo ha infatti vietato l’accesso dei diplomatici iraniani nei propri edifici. Dall’altra parte, il ministero degli Esteri della Repubblica islamica ha convocato gli ambasciatori o gli incaricati d’affari di Italia, Regno Unito, Germania e Francia, a causa del sostegno che questi Paesi hanno dato alle manifestazioni contro il regime khomeinista. Quanto sta accadendo segna il fallimento della politica estera che la Commissione europea ha portato avanti dal 2015 al 2025, contribuendo a negoziare e sostenendo il Jcpoa: il controverso accordo sul nucleare iraniano firmato ormai undici anni fa. Frattanto, dopo la caduta di Bashar al Assad nel 2024, Mosca teme il crollo dell’altro storico alleato mediorientale. Ieri, il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, ha sentito l’omologo iraniano, criticando quelle che ha definito delle interferenze straniere in seno alla Repubblica islamica.
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Jacques Moretti (Ansa)
Intanto, la Procura di Roma va avanti nella sua inchiesta: i pm ipotizzano anche il «disastro colposo» e sono al lavoro per inviare una rogatoria alle autorità svizzere per chiedere la lista degli indagati, gli atti relativi agli interrogatori e la relativa attività istruttoria. Attualmente il fascicolo in cui si ipotizza anche l’omicidio colposo, lesioni colpose e incendio, avviato a piazzale Clodio, è contro ignoti.
Una volta che gli atti verranno trasmessi dalla Svizzera, ci sarà l’iscrizione nel registro di Jacques e Jessica Moretti e di altre posizioni eventuali. Piazzale Clodio ha anche conferito l’incarico al medico legale che dovrà eseguire l’autopsia sul corpo di Riccardo Minghetti, 16 anni, una delle sei vittime italiane. L’esame autoptico è iniziato con alcuni accertamenti radiologici preliminari al Policlinico Gemelli di Roma. Gli accertamenti proseguiranno con una équipe di specialisti medici chiamati a chiarire le cause del decesso e le dinamiche cliniche che hanno portato alla morte di Riccardo. Il lavoro dei pm romani, capofila nelle indagini, si intreccia con quello di altre Procure italiane. A Genova l’autopsia su Emanuele Galeppini, 16 anni anche lui, è fissata per il 20 gennaio. A Bologna è stata disposta la riesumazione del corpo di Giovanni Tamburi, mentre restano sospese le tumulazioni di Chiara Costanzo e Achille Barosi, in attesa di ulteriori accertamenti.
Sébastien Fanti, avvocato di alcune delle famiglie delle vittime del rogo, commentando la decisione del tribunale di convalidare l’arresto di Jacques Moretti, ha chiarito di poter essere solo «parzialmente soddisfatto» perché per il momento la custodia cautelare riguarda solo il gestore del locale: «Ognuno vivrà con la propria coscienza», ha riferito, «il padre di un bambino arso vivo mi ha detto: “è morto come in guerra, quindi d’ora in poi è guerra”».
Anche i genitori delle vittime italiane si dicono sconcertati. «Per quanto ci riguarda, come familiari dei feriti, tutti uniti qui al Niguarda, c’è sconcerto perché è vero che sono stati confermati gli arresti, ma sono passati 12 giorni e non c’è ancora un indagato nel Comune di Crans-Montana», ha sottolineato Umberto Marcucci, padre di Manfredi, ragazzo romano di 16 anni ricoverato assieme ad altri 10 feriti nell’ospedale milanese.
Il primo vero segnale nei confronti del Comune di Crans-Montana lo dà la Procura del Vallese che ha respinto la richiesta della municipalità di presentarsi come parte lesa. Lo riporta Rts. Appena due giorni dopo la tragedia, il Consiglio comunale di Crans -Montana annunciò di aver preso «la decisione unanime» di costituirsi «parte civile» nel procedimento penale, una dichiarazione che suscitò scalpore. Se da un lato il Comune dichiara di essere vittima dell’accaduto, dall’altro riconosce di essere venuto meno ai propri doveri mancando di compiere per cinque anni le ispezioni al Constellation. Carenze che potrebbero comportare azioni legali nei confronti di alcuni dipendenti comunali. Da qui la Procura, nelle motivazioni del respingimento, motiva: «Il Comune non può essere considerato parte attrice in quanto la parte lesa è costituita da qualsiasi persona i cui diritti siano stati direttamente lesi da un reato e non in quanto autorità incaricata della tutela degli interessi pubblici».
Proseguono intanto anche le sofferenze dei sopravvissuti.
I feriti italiani sono undici, alcuni molto gravi. Nove di loro sono particolarmente critici. «Con l’arrivo di Leonardo Bove, ieri sera da Zurigo, siamo arrivati ad avere tutti i ragazzi che dovevano rientrare. È stato fatto il primo check questa mattina su Leonardo e le condizioni sono estremamente critiche», ha spiegato l’assessore al Welfare della Regione Lombardia Guido Bertolaso, che fin dall’inizio sta seguendo l’emergenza. «Leonardo è uno dei due ragazzi che erano dati per dispersi e che per qualche giorno, appunto, non se ne conosceva l’identità: uno è Leonardo, l’altro è Kean. Adesso vicini di letto in questo momento in terapia intensiva». Ancora: «Sette sono in rianimazione intubati, cinque al centro ustioni», fa sapere Bertolaso. «Speriamo che un paio di loro nelle prossime giornate possano essere estubati. Per tre o quattro di loro il percorso sarà molto più lungo e complicato. I genitori sono tutti qui, hanno un loro spazio dove si possono incontrare, dove possono stare vicino ai figli, e incontrano soprattutto i medici curanti. Li ho trovati tutti tranquilli, ma in grande ansia. Ci sono un paio di genitori che non sono di Milano e gli abbiamo messo a disposizione strutture alberghiere. Sono tutti soddisfatti di quello che stiamo facendo».
Per quanto riguarda Eleonora Palmieri, la veterinaria ventinovenne originaria di Cattolica, «immagino che la prossima settimana verrà trasferita in una struttura ospedaliera vicino a casa sua. L’ho trovata in ottime condizioni», ha concluso Bertolaso.
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Il ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara (Imagoeconomica)
Entra nel vivo quindi la campagna elettorale, che non vede però tutta la sinistra schierata per il No. Convintamente a favore della riforma, tra gli altri, è il celebre costituzionalista Stefano Ceccanti, vicepresidente di Libertà Eguale, ex parlamentare del Pd, tra gli animatori del Comitato La Sinistra che vota Sì. Ieri a Firenze Libertà Eguale ha organizzato un evento al quale hanno partecipato esponenti progressisti che voteranno a favore del referendum costituzionale. «Come Libertà Eguale», spiega Ceccanti, «per 25 anni abbiamo sostenuto la separazione delle carriere. Non è che c’è la disciplina di partito sui referendum. Questa riforma», aggiunge Ceccanti, «è a vantaggio dell’autonomia dei giudici rispetto ai pubblici ministeri. Soprattutto nelle indagini preliminari, era il grande schema che aveva Giuliano Vassalli. Non cambia il rapporto con la politica».
Il Cdm di ieri ha anche approvato il commissariamento delle Regioni Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna, che non hanno ancora approvato i rispettivi piani di dimensionamento per il prossimo anno scolastico. «Il dimensionamento scolastico», fa sapere il ministero dell’Istruzione, «rientra tra le riforme previste dal Pnrr, definite dal precedente governo con l’obiettivo di adeguare la rete delle istituzioni scolastiche alla dinamica della popolazione studentesca su base regionale. Il mancato rispetto di questo adempimento mette a rischio le risorse europee già erogate all’Italia. Si precisa che la misura riguarda esclusivamente la riorganizzazione amministrativa e non comporta la chiusura di plessi scolastici». Insorge il Pd: «Assistiamo ad un ulteriore tentativo», scrivono in una nota i parlamentari dem Manzi, Ascani, Bakkali, Boldrini, De Maria, Fossi, Gnassi, Guerra, Lai, Malavasi, Marco Meloni, Merola, Rossi, Simiani e Vaccari, «da parte del governo Meloni di centralizzare e comprimere le autonomie locali in un settore delicatissimo come quello dell’istruzione. La convocazione degli assessori all’Istruzione di quattro regioni amministrate dal centrosinistra, con l’intento di imporre dall’alto scelte che riguardano direttamente il futuro delle scuole, è una manovra inaccettabile che dimostra ancora una volta la scarsa attenzione di questo governo alle specificità territoriali e alle reali necessità del sistema scolastico». «Ci siamo opposti a tagli ulteriori delle autonomie scolastiche nelle cosiddette aree interne, dove tagliare la scuola significa togliere un pezzo di comunità», commenta la presidente dell’Umbria Stefania Proietti, lasciando Palazzo Chigi, dove è intervenuta assieme al presidente dell’Emilia Romagna Michele De Pascale, alla presidente della Sardegna Alessandra Todde e all’assessora della Toscana Alessandra Nardini alla riunione del Consiglio dei ministri prima della delibera con cui il governo ha deciso il commissariamento di queste Regioni di centrosinistra che si sono opposte al dimensionamento scolastico. Approvato anche il ddl per il riconoscimento e la tutela del caregiver familiare, su proposta del ministro per le Disabilità, Alessandra Locatelli.
In discussione, ma non presentato ieri, c’è ancora un decreto che incide sulla vita dei cittadini: la sicurezza. Gli ultimi giorni hanno fatto registrare una vera e propria escalation di violenza, dall’omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio, ucciso alla stazione di Bologna, alle gravissime aggressioni che si sono verificate nei pressi della stazione Termini di Roma. Tutti crimini messi a segno da immigrati. A quanto apprende La Verità, il decreto dovrebbe contenere una stretta sulla possibilità per i minorenni di portare in giro coltelli, un provvedimento di contrasto alle baby gang, misure per rafforzare il controllo delle stazioni e per rendere più efficaci i provvedimenti di espulsione per gli immigrati non in regola.
Intanto il Viminale fa sapere che 3.500 nuovi poliziotti assumeranno servizio nei prossimi giorni di gennaio. Salgono così complessivamente a 42.500 gli operatori delle Forze di polizia assunti dall’inizio del mandato di questo governo. Dei nuovi, 470 poliziotti saranno assegnati a Roma, 141 a Napoli e altrettanti a Palermo, 123 a Milano e 118 a Bologna, 94 a Genova e a Torino.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 13 gennaio con Carlo Cambi