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2021-10-19
A parte Trieste il centrosinistra si prende tutte le altre città
Roberto Gualtieri e Stefano Lo Russo (Ansa)
Roberto Dipiazza e la sua Trieste regalano un sorriso al centrodestra che dai ballottaggi di queste amministrative dell'era Covid si aspettava un risultato decisamente migliore. Primo imputato l'assenteismo e forse i candidati civici scelti all'ultimo momento. Eppure a Trieste, mentre venivano usati gli idranti contro chi protestava al porto, i cittadini, almeno la metà, hanno deciso di tornare alle urne per riconfermare sindaco Roberto Dipiazza con una percentuale del 51,30% contro Francesco Russo del centrosinistra che non è andato oltre il 48,7%. L'affluenza definitiva al ballottaggio è stata del 42%. «Sono l'unico sindaco di centrodestra che ha portato avanti la bandiera in Italia, una gran bella soddisfazione», ha detto il neo eletto, «Mi hanno telefonato tutti da Salvini a Meloni a Berlusconi. Oggi sono un po' l'eroe di centrodestra, ma me lo hanno detto loro, non lo sto dicendo io», scherza, e aggiunge: «Ricominciamo da Trieste».
Dipiazza, che è stato uno storico esponente di Forza Italia, ma si è ripresentato alla città a guida di una lista civica sostenuta dalle forze di centrodestra, si conferma quindi, a 67 anni, per la quarta volta primo cittadino della città giuliana. Aveva già ricoperto l'incarico di primo cittadino per due mandati, dal 2001 al 2011, sempre per il centrodestra, poi dopo una parentesi come consigliere regionale, annoiatosi della scarsa effervescenza in Consiglio e in assenza di un purosangue da candidare nel centrodestra, si è gettato nuovamente nella mischia. E ha vinto una terza volta, contro il sindaco di centrosinistra Cosolini, e stavolta, contro un agguerrito e benvoluto Francesco Russo. Ad annunciare la vittoria lo stesso sindaco Dipiazza, nel corso di un primo collegamento telefonico quando mancavano ancora i risultati di sei sezioni: «Ho vinto e questa è una cosa che non dimenticherò mai e farò sempre di tutto per la mia città con grande amore». Grande fair play anche con l'avversario che partiva da uno svantaggio del 16% al primo turno: «Mi sono complimentato con Russo per il recupero. L'ho sentito e gli ho fatto una proposta: gli ho detto che sul porto vecchio lavoreremo insieme. Sul resto potrà fare opposizione ma sul porto vecchio, visto che è stato uno dei promotori, lavoreremo insieme».
Russo, il candidato del centrosinistra, autore tuttavia di una incredibile rimonta, si è detto comunque soddisfatto: «Sono soddisfatto del Pd e del centrosinistra al ballottaggio: abbiamo recuperato quasi 15 punti di distacco, quindi l'impresa c'è stata. Evidentemente non siamo riusciti a spiegare la novità di un messaggio, di un nostro progetto per il futuro. Ci siamo e continueremo a lavorare per questo. Credo comunque che una volta in Consiglio comunale, se ci sono le condizioni, ci si possa venire incontro».
A Trieste non c'è stato nessun apparentamento in vista del ballottaggio ma Russo ha incassato il sostegno di Riccardo Laterza, terzo classificato tra gli aspiranti sindaci, e di Tiziana Cimolino. Al primo turno, Laterza aveva ottenuto quasi il 9% di preferenze con la lista Adesso Trieste, mentre le due liste di Cimolino (Europa Verde e Sinistra in Comune) si erano fermate all'1,67%. Numeri alla mano, sarebbe servito qualcosa in più per ribaltare il risultato della prima tornata elettorale. Il Movimento 5 stelle, che ha preso meno voti del Movimento 3V di Ugo Rossi, non si è speso per nessuno dei due candidati arrivati al ballottaggio lasciando libertà di scelta ai suoi elettori. Anche qui, come in altre città, il peso dell'astensione al voto del 3 e 4 ottobre si è fatto sentire: solo il 46% degli aventi diritto si è recato alle urne due settimane fa. Gli astenuti avrebbero avuto l'onere di confermare o ribaltare il voto del primo turno.
«Congratulazioni a Roberto Dipiazza rieletto sindaco di Trieste. Il suo buongoverno degli ultimi cinque anni è stato premiato. La sua scelta, come quella di Roberto Occhiuto in Calabria, conferma che i candidati di Forza Italia sono vincenti. Buon lavoro!», ha scritto su Twitter Antonio Tajani, coordinatore nazionale di Forza Italia.
Non si esalta ma resta obiettivo sul risultato il leader della Lega, Matteo Salvini: «Nelle tre grandi città, Roma, Torino e Trieste, chi governava ha confermato i propri sindaci», ma proprio su Trieste ha rimarcato il problema della sicurezza e la gestione del Viminale anche nei confronti della protesta nel porto triestino: «Che il ministro dell'Interno usi gli idranti contro i lavoratori e i guanti di velluto contro gli squadristi, mi stupisce e mi preoccupa. È stato fatto in maniera strumentale per le elezioni amministrative? Spero di no, ma in ogni caso l'errore mi sembra evidente». Poi Salvini è entrato nel vivo della protesta dei portuali: «Lamorgese mi spieghi perché lascia tranquillamente assediare istituzioni a Roma gente che per legge non poteva essere a piede libero e ordini di usare idranti e lacrimogeni contro i portuali e gli studenti seduti per terra, a Trieste. Non mi sembra normale, c'è qualcosa che non funziona. Ribadisco a Draghi la mia richiesta: facciamo un incontro con il ministro Lamorgese, perché le prossime settimane non saranno facili se la gestione dell'ordine pubblico sarà così schizofrenica».
Onda rossa pure a Latina e Varese. A Benevento Mastella beffa il Pd
Nella tornata elettorale con l'astensionismo più elevato di sempre, il ballottaggio delle elezioni amministrative nei centri capoluogo si è concluso con qualche colpo di scena e diverse conferme. Il comune denominatore è però uno: la vittoria, quasi ovunque, del centrosinistra, anche laddove il primo turno lasciava presagire possibilità diverse. Per esempio, a Cosenza il candidato del centrodestra e già vicesindaco, Francesco Caruso, che il 3 e il 4 ottobre era risultato il più votato con il 37,4% dei voti, è stato poi sconfitto da Franz Caruso del centrosinistra, che stavolta ha raccolto il 57,6% dei consensi. Da notare come il vincitore, dopo il primo turno, abbia incassato l'endorsement della candidata sindaco del M5s, Biancamaria Rende. Un supporto che, evidentemente, si è rivelato qualcosa più di una semplice promessa.
La musica è stata diversa a Benevento, dove l'inossidabile Clemente Mastella, sostenuto da molte liste civiche e un pezzo di Forza Italia, se da un lato al primo turno non l'aveva spuntata per un soffio, ieri ha chiuso i conti con l'avvocato Luigi Diego Perifano del centrosinistra, attraverso una vittoria netta, con il 52,7% dei consensi. L'ex ministro ha descritto il suo successo con toni enfatici, dipingendolo come una vittoria contro le élite, a suo dire capeggiata da «una loggia che la gente ha sconfitto». «Hanno fatto una squadra contro di me e contro il popolo di Benevento, un'arca di Noè illogicamente immorale dove si sono ritrovate la destra e l'estrema sinistra», ha dichiarato, senza risparmiare una frecciata al leader dem: «Mi dispiace che Letta sia venuto qua a condire tutto questo».
Di trionfo si può parlare invece a Savona per Marco Russo, avvocato candidato sindaco del centrosinistra, che con oltre il 62% dei voti ha staccato nettamente il rivale del centrodestra, l'ex primario Angelo Schirru, che non è arrivato al 38%; e pensare che il candidato pentastellato locale, Manuel Meles, che aveva ottenuto quasi il 10% dei voti, non aveva dato indicazioni di voto.
Risultato chiaro anche a Isernia, con Piero Castrataro del centrosinistra che ha sfiorato il 59% dei consensi, a scapito di Gabriele Melogli (41,3%), appoggiato da Forza Italia, Udc e Lega, ma non da Fratelli d'Italia, che aveva espresso un suo candidato in Cosmo Tedeschi, arrivato terzo con il 15% dei consensi. Considerando che al primo turno era stato Melogli a prevalere, anche se con meno di 300 voti, almeno sulla carta la partita di Isernia pareva apertissima, invece la vittoria di Castrataro tutto è stata fuorché al fotofinish.
Un'amara sorpresa, per il centrodestra, è stata anche quella di Latina, dove al primo turno Vincenzo Zaccheo, ex attivista del Movimento sociale italiano e poi deputato di Alleanza nazionale, era in vantaggio con oltre il 48% dei consensi sul sindaco uscente, Damiano Coletta. Coletta però ha saputo risollevarsi dal 35,6% a un rassicurante 55%, che gli ha consentito una vittoria non scontata.
Anche Varese, un tempo roccaforte del centrodestra e della Lega, essendo stata governata dal 2006 al 2016 dall'attuale governatore lombardo, Attilio Fontana, ha visto la vittoria del centrosinistra. Il sindaco uscente, Davide Galimberti, sostenuto dal centrosinistra e dal M5s, ha infatti raccolto il 53,2% dei consensi, confermando gli scenari del primo turno e superando il rivale del centrodestra, Matteo Luigi Bianchi (46,8%), ex sindaco di Morazzone.
Il centrosinistra l'ha spuntata anche a Caserta, dove pure la contesa si annunciava molto aperta, dato che il 4 ottobre il sindaco uscente, Carlo Marino, aveva ottenuto circa il 32% dei voti mentre il suo rivale di centrodestra, Gianpiero Zinzi, avvocato capogruppo della Lega in consiglio regionale, si era fermato a poco meno del 28% dei voti. Alla fine però Marino ce l'ha fatta con il 53,7% dei consensi, costringendo Zinzi a fermarsi al 46,3%.
Se ne ricava una geografia elettorale chiara e che, come già si diceva, vede il centrosinistra vincente in quasi tutti i Comuni, anche dove - come Cosenza o Latina - gli equilibri iniziali erano sfavorevoli. Che ciò sia dovuto all'astensionismo oppure a un elettorato, quello moderato, tradizionalmente meno militante e quindi più difficile da trascinare al voto in generale, figurarsi ai ballottaggi, cambia relativamente. Ora al centrodestra spetta il compito di costruire un'opposizione compatta Comune per Comune, cercando di ricreare maggiore unità tra gli alleati.
Vince Gualtieri, ora è caccia alla sua poltrona
Finisce 60 a 40 per Roberto Gualtieri la sfida per il Campidoglio: l'ex ministro dell'Economia è il nuovo sindaco di Roma. Gualtieri supera al ballottaggio il candidato del centrodestra, Enrico Michetti, rimontando il risultato del primo turno: quindici giorni fa il neosindaco aveva ottenuto il 27% dei voti, il suo avversario il 30%. Evidentemente, gli elettori che al primo turno avevano sostenuto i due candidati esclusi, il sindaco uscente Virginia Raggi e Carlo Calenda, sono andati a votare per Gualtieri. Enorme il dato dell'astensione: al ballottaggio per l'elezione del sindaco di Roma ha votato il 40,68% degli aventi diritto, rispetto al 48,54% del primo turno. Siamo di fronte al record dell'astensionismo: mai, dal 1993, quando è stata introdotta l'elezione diretta dei sindaci, i romani avevano disertato così in massa le urne. Il dato peggiore, fino a ieri, era il 45,65% del 2013, quando Ignazio Marino ebbe la meglio su Gianni Alemanno.
«Ringrazio le romane ed i romani», dice Gualtieri, «per questo risultato così significativo, sono onorato della fiducia che mi è stata accordata. Metterò tutto il mio impegno per onorarlo. Ringrazio anche il mio avversario, Enrico Michetti, che ha contribuito a tenere civili i toni della campagna elettorale, Virginia Raggi per l'impegno profuso in questi anni e Carlo Calenda per il contributo di idee. Adesso inizia un lavoro straordinario, per far funzionare meglio Roma, per essere una città produttiva, una città della cultura, della scienza, dell'innovazione, vicina alle persone. Sarò il sindaco di tutti», aggiunge Gualtieri, «di chi mi ha votato, di chi ha votato per altri, di chi non ha votato. Ora inizia un lavoro di straordinaria intensità per rilanciare Roma e farla funzionare meglio, farla crescere, creare nuova occupazione. Una città più inclusiva, campione della transizione ecologica, motore di innovazione e sviluppo».
Gualtieri raggiunge la sede del Pd, al Nazareno, per il canonico abbraccio con i dirigenti dem, tra i quali il segretario Enrico Letta: «Dopo una vittoria cosi superiore a qualsiasi aspettativa», commenta Letta, «che va oltre il voto per le città, noi potremmo avere interesse ad andare subito al voto nazionale per cogliere l'onda. Ma la nostra forza sta nel fatto di non andare dietro ad interessi di parte. Quindi dico qui che questo voto rafforza il governo Draghi». Più che ai massimi sistemi, Letta farebbe bene a dedicarsi alla guerra di successione tutta interna alla sinistra che si è già aperta per accaparrarsi il seggio alla Camera che verrà lasciato libero dal neosindaco Gualtieri. Matteo Renzi e Carlo Calenda hanno proposto di candidare l'ex segretario della Fim Cisl, Marco Bentivogli,ma il M5s potrebbe insistere per Virginia Raggi.
Laconico il commento del candidato del centrodestra, Enrico Michetti: «Faccio gli auguri al sindaco», afferma Michetti, «perché Roma è la cosa più importante, credo che abbiamo dato il massimo e in queste condizioni abbiamo fatto ciò che si poteva».
All'insegna del sano pragmatismo e del galateo politico il commento del leader della Lega, Matteo Salvini: «Gli elettori hanno sempre ragione», argomenta Salvini, «quindi se a Roma ha vinto Gualtieri, buon lavoro a Gualtieri. Penso al ruolo dei politici ma anche a quello dei giornalisti quando nell'ultimo mese di campagna elettorale si parla di vicende private, di abitudini sessuali e di assalti fascisti. Nelle tre grandi città, Roma, Torino e Trieste», aggiunge Salvini, «chi governava ha confermato i propri sindaci». Il leader del Carroccio riflette anche sul dato dell'astensionismo: «Se uno viene eletto da una minoranza della minoranza», tiene a sottolineare Salvini, «è un problema non per un partito, ma per la democrazia. Avremmo preferito vincere a Roma, piuttosto che perdere, ma i cittadini hanno sempre ragione quando scelgono, ma il dato su cui ragionare è il non voto, che in alcuni quartiere ha superato il 70%».
«Il lavoro fatto da Michetti e Damilano (il candidato sindaco del centrodestra a Torino, ndr) è stato ottimo», commenta la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «e credo che dobbiamo a loro e agli altri candidati un grande ringraziamento. Non incide la scelta del candidato, io credo abbiano inciso i tempi: il centrodestra è arrivato tardi, soprattutto quando ha scelto candidato con un profilo civico e quindi meno conosciuti. Per le prossime regionali bisogna mettersi al lavoro prima».
Sotto la Mole torna in sella il vecchio sistema di potere
Torino grigissima. Con il voto di un elettore su quattro, il centrosinistra si riprende il capoluogo piemontese dopo la parentesi a 5 stelle. Una restaurazione in piena regola e non solo perché arriva al termine di cinque anni di «uno vale uno» e altre amenità, ma anche perché Stefano Lo Russo, 45 anni, professore di geologia al Politecnico, è il perfetto esponente del Pd subalpino: moderato, diplomatico, geneticamente modificato per non disturbare alcun potere forte locale, dalle banche a quel che resta di Mamma Fiat. Paolo Damilano, l'imprenditore cuneese appoggiato dal centrodestra e che ha corso con la sua lista «Torino bellissima», si ferma invece al 40,8% dei voti, contro il 59,2% del vincitore. Affluenza finale in calo di sei punti al 42,1%, con i numeri che sembrano indicare un fenomeno che dovrebbe far riflettere sia Enrico Letta sia Giuseppe Conte: gli elettori grillini rimangono a casa, se non possono votare uno di loro. Lo Russo conquista la fascia tricolore con appena 168.997 preferenze (59,2%), contro le 140.200 di due lunedì fa (43,9%), staccando di un bel po' il candidato del centrodestra, che alla fine ha preso 116.332 voti (40,8%) al ballottaggio e 124.327 al primo turno (38,9%). Il fatto che abbia votato appena il 42,1% dei torinesi non cancella la chiara vittoria del centrosinistra, ma le dà una patina di tristezza. Tanto è vero che Lo Russo, che con Damilano ha dato vita a un duello leale e di raro fair play, ringraziando gli elettori si è dato un obiettivo nobile per il 2026: «Spero di essere capace di far tornare a votare anche le persone che questa volta non hanno votato». Il nuovo sindaco, ex assessore con Piero Fassino ed ex segretario cittadino del partito, ha fatto due autentici colpacci. Il primo è stato quello di arrivare davanti già al primo turno, nonostante i sondaggi lo dessero tutti, invariabilmente, dietro al re del barolo. Il secondo è stato rifiutare la pace con i 5 stelle e intuire che quel 9% di torinesi che al primo turno aveva votato per Valentina Sganga, al ballottaggio se ne sarebbe rimasto a casa. Ecco perché il risultato torinese, in realtà, dovrebbe preoccupare assai chi punta a un'alleanza tra Pd e M5s nel 2023.
Sul fronte del centrodestra, Damilano ha incassato facendo complimenti al nuovo sindaco. Ma un sassolino se l'è tolto: «Ho visto grande partecipazione dei leader nazionali che ringrazio; ho visto i partiti un po' più pigri a livello locale e i risultati lo dimostrano». In queste due settimane, Giorgia Meloni e Matteo Salvini erano andati a Torino per aiutarlo, ma non è bastato. Grande esibizione di fair play anche dalla sindaca uscente. «Oggi faccio gli auguri al mio sindaco e basta, faremo opposizione leale e corretta», ha promesso Chiara Appendino, che la prossima settimana entra in sala parto.
Che sindaco sarà Lo Russo? Il suo modello è Sergio Chiamparino, un artista nel farsi sottovalutare, che nelle ultime settimane gli è stato al fianco con discrezione come consigliere. In campagna elettorale, Lo Russo ha giocato le solite carte: ascolto delle persone, città «multicentrica», rilancio di Torino come capitale della tecnologia e della ricerca, massima inclusione sociale. Torino però è anche la città dove decine di migliaia di lavoratori tremano per l'addio degli Agnelli Elkann, che hanno lasciato a presidiare la ritirata giusto la Juventus e il giornale unico Stampa-Repubblica. Non potendo vivere in un milione solo di cioccolato, buon cibo, turismo e bei musei, e con le banche cittadine migrate da tempo a Milano, come centri di potere sono rimaste le fondazioni (Sanpaolo e Crt) e la gestione della cultura. Con il nuovo sindaco, il famoso «Sistema Torino», fatto di porte girevoli tra Pd, università, fondazioni bancarie ed enti culturali, e corroborato da continui favori immobiliari all'ex Fiat, torna a rimettere a posto ogni tesserina. L'unica preoccupazione arriva da Palazzo di Giustizia, dove il 21 settembre la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per 35 persone, coinvolte nell'inchiesta per corruzione elettorale e turbativa d'asta che ruota intorno a Giulio Muttoni, «il re dei concerti» ex patron di Set Up Live, la società che insieme a Live Nation ha ereditato gli impianti di Parcolimpico. È una storiaccia dove s'intrecciano affari privati e politica e per la quale rischiano il processo l'ex senatore del Pd Stefano Esposito e l'ex aspirante candidato sindaco Enzo Lavolta, assessore all'Innovazione della giunta Fassino. In campagna elettorale, non se n'è fatta parola.
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Il sindaco uscente conquista il quarto mandato e difende l'ultima roccaforte della coalizione. Anche se lo sfidante Francesco Russo recupera quasi 15 punti nel secondo turno. «Sul porto vecchio lavoreremo insieme», promette il primo cittadino. Affluenza ferma al 42%La sinistra prende Isernia, Caserta, Savona e Cosenza. L'ex ministro: «Io contro tutti»Nella Capitale netta affermazione dell'ex ministro dell'Economia, che fa suoi parte dei voti andati al primo turno a Raggi e Calenda. Giorgia Meloni: «Paghiamo la scelta di candidati civici». Intanto a sinistra è già lotta interna per il seggio da deputato del neo sindacoChiusa la parentesi pentastellata, nel capoluogo piemontese scatta la restaurazione dei soliti apparati, dalla Fiat alle bancheLo speciale contiene quattro articoliRoberto Dipiazza e la sua Trieste regalano un sorriso al centrodestra che dai ballottaggi di queste amministrative dell'era Covid si aspettava un risultato decisamente migliore. Primo imputato l'assenteismo e forse i candidati civici scelti all'ultimo momento. Eppure a Trieste, mentre venivano usati gli idranti contro chi protestava al porto, i cittadini, almeno la metà, hanno deciso di tornare alle urne per riconfermare sindaco Roberto Dipiazza con una percentuale del 51,30% contro Francesco Russo del centrosinistra che non è andato oltre il 48,7%. L'affluenza definitiva al ballottaggio è stata del 42%. «Sono l'unico sindaco di centrodestra che ha portato avanti la bandiera in Italia, una gran bella soddisfazione», ha detto il neo eletto, «Mi hanno telefonato tutti da Salvini a Meloni a Berlusconi. Oggi sono un po' l'eroe di centrodestra, ma me lo hanno detto loro, non lo sto dicendo io», scherza, e aggiunge: «Ricominciamo da Trieste».Dipiazza, che è stato uno storico esponente di Forza Italia, ma si è ripresentato alla città a guida di una lista civica sostenuta dalle forze di centrodestra, si conferma quindi, a 67 anni, per la quarta volta primo cittadino della città giuliana. Aveva già ricoperto l'incarico di primo cittadino per due mandati, dal 2001 al 2011, sempre per il centrodestra, poi dopo una parentesi come consigliere regionale, annoiatosi della scarsa effervescenza in Consiglio e in assenza di un purosangue da candidare nel centrodestra, si è gettato nuovamente nella mischia. E ha vinto una terza volta, contro il sindaco di centrosinistra Cosolini, e stavolta, contro un agguerrito e benvoluto Francesco Russo. Ad annunciare la vittoria lo stesso sindaco Dipiazza, nel corso di un primo collegamento telefonico quando mancavano ancora i risultati di sei sezioni: «Ho vinto e questa è una cosa che non dimenticherò mai e farò sempre di tutto per la mia città con grande amore». Grande fair play anche con l'avversario che partiva da uno svantaggio del 16% al primo turno: «Mi sono complimentato con Russo per il recupero. L'ho sentito e gli ho fatto una proposta: gli ho detto che sul porto vecchio lavoreremo insieme. Sul resto potrà fare opposizione ma sul porto vecchio, visto che è stato uno dei promotori, lavoreremo insieme».Russo, il candidato del centrosinistra, autore tuttavia di una incredibile rimonta, si è detto comunque soddisfatto: «Sono soddisfatto del Pd e del centrosinistra al ballottaggio: abbiamo recuperato quasi 15 punti di distacco, quindi l'impresa c'è stata. Evidentemente non siamo riusciti a spiegare la novità di un messaggio, di un nostro progetto per il futuro. Ci siamo e continueremo a lavorare per questo. Credo comunque che una volta in Consiglio comunale, se ci sono le condizioni, ci si possa venire incontro».A Trieste non c'è stato nessun apparentamento in vista del ballottaggio ma Russo ha incassato il sostegno di Riccardo Laterza, terzo classificato tra gli aspiranti sindaci, e di Tiziana Cimolino. Al primo turno, Laterza aveva ottenuto quasi il 9% di preferenze con la lista Adesso Trieste, mentre le due liste di Cimolino (Europa Verde e Sinistra in Comune) si erano fermate all'1,67%. Numeri alla mano, sarebbe servito qualcosa in più per ribaltare il risultato della prima tornata elettorale. Il Movimento 5 stelle, che ha preso meno voti del Movimento 3V di Ugo Rossi, non si è speso per nessuno dei due candidati arrivati al ballottaggio lasciando libertà di scelta ai suoi elettori. Anche qui, come in altre città, il peso dell'astensione al voto del 3 e 4 ottobre si è fatto sentire: solo il 46% degli aventi diritto si è recato alle urne due settimane fa. Gli astenuti avrebbero avuto l'onere di confermare o ribaltare il voto del primo turno. «Congratulazioni a Roberto Dipiazza rieletto sindaco di Trieste. Il suo buongoverno degli ultimi cinque anni è stato premiato. La sua scelta, come quella di Roberto Occhiuto in Calabria, conferma che i candidati di Forza Italia sono vincenti. Buon lavoro!», ha scritto su Twitter Antonio Tajani, coordinatore nazionale di Forza Italia. Non si esalta ma resta obiettivo sul risultato il leader della Lega, Matteo Salvini: «Nelle tre grandi città, Roma, Torino e Trieste, chi governava ha confermato i propri sindaci», ma proprio su Trieste ha rimarcato il problema della sicurezza e la gestione del Viminale anche nei confronti della protesta nel porto triestino: «Che il ministro dell'Interno usi gli idranti contro i lavoratori e i guanti di velluto contro gli squadristi, mi stupisce e mi preoccupa. È stato fatto in maniera strumentale per le elezioni amministrative? Spero di no, ma in ogni caso l'errore mi sembra evidente». Poi Salvini è entrato nel vivo della protesta dei portuali: «Lamorgese mi spieghi perché lascia tranquillamente assediare istituzioni a Roma gente che per legge non poteva essere a piede libero e ordini di usare idranti e lacrimogeni contro i portuali e gli studenti seduti per terra, a Trieste. Non mi sembra normale, c'è qualcosa che non funziona. 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L'ex ministro ha descritto il suo successo con toni enfatici, dipingendolo come una vittoria contro le élite, a suo dire capeggiata da «una loggia che la gente ha sconfitto». «Hanno fatto una squadra contro di me e contro il popolo di Benevento, un'arca di Noè illogicamente immorale dove si sono ritrovate la destra e l'estrema sinistra», ha dichiarato, senza risparmiare una frecciata al leader dem: «Mi dispiace che Letta sia venuto qua a condire tutto questo». Di trionfo si può parlare invece a Savona per Marco Russo, avvocato candidato sindaco del centrosinistra, che con oltre il 62% dei voti ha staccato nettamente il rivale del centrodestra, l'ex primario Angelo Schirru, che non è arrivato al 38%; e pensare che il candidato pentastellato locale, Manuel Meles, che aveva ottenuto quasi il 10% dei voti, non aveva dato indicazioni di voto. Risultato chiaro anche a Isernia, con Piero Castrataro del centrosinistra che ha sfiorato il 59% dei consensi, a scapito di Gabriele Melogli (41,3%), appoggiato da Forza Italia, Udc e Lega, ma non da Fratelli d'Italia, che aveva espresso un suo candidato in Cosmo Tedeschi, arrivato terzo con il 15% dei consensi. Considerando che al primo turno era stato Melogli a prevalere, anche se con meno di 300 voti, almeno sulla carta la partita di Isernia pareva apertissima, invece la vittoria di Castrataro tutto è stata fuorché al fotofinish. Un'amara sorpresa, per il centrodestra, è stata anche quella di Latina, dove al primo turno Vincenzo Zaccheo, ex attivista del Movimento sociale italiano e poi deputato di Alleanza nazionale, era in vantaggio con oltre il 48% dei consensi sul sindaco uscente, Damiano Coletta. Coletta però ha saputo risollevarsi dal 35,6% a un rassicurante 55%, che gli ha consentito una vittoria non scontata. Anche Varese, un tempo roccaforte del centrodestra e della Lega, essendo stata governata dal 2006 al 2016 dall'attuale governatore lombardo, Attilio Fontana, ha visto la vittoria del centrosinistra. Il sindaco uscente, Davide Galimberti, sostenuto dal centrosinistra e dal M5s, ha infatti raccolto il 53,2% dei consensi, confermando gli scenari del primo turno e superando il rivale del centrodestra, Matteo Luigi Bianchi (46,8%), ex sindaco di Morazzone. Il centrosinistra l'ha spuntata anche a Caserta, dove pure la contesa si annunciava molto aperta, dato che il 4 ottobre il sindaco uscente, Carlo Marino, aveva ottenuto circa il 32% dei voti mentre il suo rivale di centrodestra, Gianpiero Zinzi, avvocato capogruppo della Lega in consiglio regionale, si era fermato a poco meno del 28% dei voti. Alla fine però Marino ce l'ha fatta con il 53,7% dei consensi, costringendo Zinzi a fermarsi al 46,3%. Se ne ricava una geografia elettorale chiara e che, come già si diceva, vede il centrosinistra vincente in quasi tutti i Comuni, anche dove - come Cosenza o Latina - gli equilibri iniziali erano sfavorevoli. Che ciò sia dovuto all'astensionismo oppure a un elettorato, quello moderato, tradizionalmente meno militante e quindi più difficile da trascinare al voto in generale, figurarsi ai ballottaggi, cambia relativamente. Ora al centrodestra spetta il compito di costruire un'opposizione compatta Comune per Comune, cercando di ricreare maggiore unità tra gli alleati. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dipiazza-regala-un-sorriso-al-centrodestra-roberto-dipiazza-513-francesco-russo-487-2655318746.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="vince-gualtieri-ora-e-caccia-alla-sua-poltrona" data-post-id="2655318746" data-published-at="1634585156" data-use-pagination="False"> Vince Gualtieri, ora è caccia alla sua poltrona Finisce 60 a 40 per Roberto Gualtieri la sfida per il Campidoglio: l'ex ministro dell'Economia è il nuovo sindaco di Roma. Gualtieri supera al ballottaggio il candidato del centrodestra, Enrico Michetti, rimontando il risultato del primo turno: quindici giorni fa il neosindaco aveva ottenuto il 27% dei voti, il suo avversario il 30%. Evidentemente, gli elettori che al primo turno avevano sostenuto i due candidati esclusi, il sindaco uscente Virginia Raggi e Carlo Calenda, sono andati a votare per Gualtieri. Enorme il dato dell'astensione: al ballottaggio per l'elezione del sindaco di Roma ha votato il 40,68% degli aventi diritto, rispetto al 48,54% del primo turno. Siamo di fronte al record dell'astensionismo: mai, dal 1993, quando è stata introdotta l'elezione diretta dei sindaci, i romani avevano disertato così in massa le urne. Il dato peggiore, fino a ieri, era il 45,65% del 2013, quando Ignazio Marino ebbe la meglio su Gianni Alemanno. «Ringrazio le romane ed i romani», dice Gualtieri, «per questo risultato così significativo, sono onorato della fiducia che mi è stata accordata. Metterò tutto il mio impegno per onorarlo. Ringrazio anche il mio avversario, Enrico Michetti, che ha contribuito a tenere civili i toni della campagna elettorale, Virginia Raggi per l'impegno profuso in questi anni e Carlo Calenda per il contributo di idee. Adesso inizia un lavoro straordinario, per far funzionare meglio Roma, per essere una città produttiva, una città della cultura, della scienza, dell'innovazione, vicina alle persone. Sarò il sindaco di tutti», aggiunge Gualtieri, «di chi mi ha votato, di chi ha votato per altri, di chi non ha votato. Ora inizia un lavoro di straordinaria intensità per rilanciare Roma e farla funzionare meglio, farla crescere, creare nuova occupazione. Una città più inclusiva, campione della transizione ecologica, motore di innovazione e sviluppo». Gualtieri raggiunge la sede del Pd, al Nazareno, per il canonico abbraccio con i dirigenti dem, tra i quali il segretario Enrico Letta: «Dopo una vittoria cosi superiore a qualsiasi aspettativa», commenta Letta, «che va oltre il voto per le città, noi potremmo avere interesse ad andare subito al voto nazionale per cogliere l'onda. Ma la nostra forza sta nel fatto di non andare dietro ad interessi di parte. Quindi dico qui che questo voto rafforza il governo Draghi». Più che ai massimi sistemi, Letta farebbe bene a dedicarsi alla guerra di successione tutta interna alla sinistra che si è già aperta per accaparrarsi il seggio alla Camera che verrà lasciato libero dal neosindaco Gualtieri. Matteo Renzi e Carlo Calenda hanno proposto di candidare l'ex segretario della Fim Cisl, Marco Bentivogli,ma il M5s potrebbe insistere per Virginia Raggi. Laconico il commento del candidato del centrodestra, Enrico Michetti: «Faccio gli auguri al sindaco», afferma Michetti, «perché Roma è la cosa più importante, credo che abbiamo dato il massimo e in queste condizioni abbiamo fatto ciò che si poteva». All'insegna del sano pragmatismo e del galateo politico il commento del leader della Lega, Matteo Salvini: «Gli elettori hanno sempre ragione», argomenta Salvini, «quindi se a Roma ha vinto Gualtieri, buon lavoro a Gualtieri. Penso al ruolo dei politici ma anche a quello dei giornalisti quando nell'ultimo mese di campagna elettorale si parla di vicende private, di abitudini sessuali e di assalti fascisti. Nelle tre grandi città, Roma, Torino e Trieste», aggiunge Salvini, «chi governava ha confermato i propri sindaci». Il leader del Carroccio riflette anche sul dato dell'astensionismo: «Se uno viene eletto da una minoranza della minoranza», tiene a sottolineare Salvini, «è un problema non per un partito, ma per la democrazia. Avremmo preferito vincere a Roma, piuttosto che perdere, ma i cittadini hanno sempre ragione quando scelgono, ma il dato su cui ragionare è il non voto, che in alcuni quartiere ha superato il 70%». «Il lavoro fatto da Michetti e Damilano (il candidato sindaco del centrodestra a Torino, ndr) è stato ottimo», commenta la leader di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «e credo che dobbiamo a loro e agli altri candidati un grande ringraziamento. Non incide la scelta del candidato, io credo abbiano inciso i tempi: il centrodestra è arrivato tardi, soprattutto quando ha scelto candidato con un profilo civico e quindi meno conosciuti. Per le prossime regionali bisogna mettersi al lavoro prima». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dipiazza-regala-un-sorriso-al-centrodestra-roberto-dipiazza-513-francesco-russo-487-2655318746.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="sotto-la-mole-torna-in-sella-il-vecchio-sistema-di-potere" data-post-id="2655318746" data-published-at="1634585156" data-use-pagination="False"> Sotto la Mole torna in sella il vecchio sistema di potere Torino grigissima. Con il voto di un elettore su quattro, il centrosinistra si riprende il capoluogo piemontese dopo la parentesi a 5 stelle. Una restaurazione in piena regola e non solo perché arriva al termine di cinque anni di «uno vale uno» e altre amenità, ma anche perché Stefano Lo Russo, 45 anni, professore di geologia al Politecnico, è il perfetto esponente del Pd subalpino: moderato, diplomatico, geneticamente modificato per non disturbare alcun potere forte locale, dalle banche a quel che resta di Mamma Fiat. Paolo Damilano, l'imprenditore cuneese appoggiato dal centrodestra e che ha corso con la sua lista «Torino bellissima», si ferma invece al 40,8% dei voti, contro il 59,2% del vincitore. Affluenza finale in calo di sei punti al 42,1%, con i numeri che sembrano indicare un fenomeno che dovrebbe far riflettere sia Enrico Letta sia Giuseppe Conte: gli elettori grillini rimangono a casa, se non possono votare uno di loro. Lo Russo conquista la fascia tricolore con appena 168.997 preferenze (59,2%), contro le 140.200 di due lunedì fa (43,9%), staccando di un bel po' il candidato del centrodestra, che alla fine ha preso 116.332 voti (40,8%) al ballottaggio e 124.327 al primo turno (38,9%). Il fatto che abbia votato appena il 42,1% dei torinesi non cancella la chiara vittoria del centrosinistra, ma le dà una patina di tristezza. Tanto è vero che Lo Russo, che con Damilano ha dato vita a un duello leale e di raro fair play, ringraziando gli elettori si è dato un obiettivo nobile per il 2026: «Spero di essere capace di far tornare a votare anche le persone che questa volta non hanno votato». Il nuovo sindaco, ex assessore con Piero Fassino ed ex segretario cittadino del partito, ha fatto due autentici colpacci. Il primo è stato quello di arrivare davanti già al primo turno, nonostante i sondaggi lo dessero tutti, invariabilmente, dietro al re del barolo. Il secondo è stato rifiutare la pace con i 5 stelle e intuire che quel 9% di torinesi che al primo turno aveva votato per Valentina Sganga, al ballottaggio se ne sarebbe rimasto a casa. Ecco perché il risultato torinese, in realtà, dovrebbe preoccupare assai chi punta a un'alleanza tra Pd e M5s nel 2023. Sul fronte del centrodestra, Damilano ha incassato facendo complimenti al nuovo sindaco. Ma un sassolino se l'è tolto: «Ho visto grande partecipazione dei leader nazionali che ringrazio; ho visto i partiti un po' più pigri a livello locale e i risultati lo dimostrano». In queste due settimane, Giorgia Meloni e Matteo Salvini erano andati a Torino per aiutarlo, ma non è bastato. Grande esibizione di fair play anche dalla sindaca uscente. «Oggi faccio gli auguri al mio sindaco e basta, faremo opposizione leale e corretta», ha promesso Chiara Appendino, che la prossima settimana entra in sala parto. Che sindaco sarà Lo Russo? Il suo modello è Sergio Chiamparino, un artista nel farsi sottovalutare, che nelle ultime settimane gli è stato al fianco con discrezione come consigliere. In campagna elettorale, Lo Russo ha giocato le solite carte: ascolto delle persone, città «multicentrica», rilancio di Torino come capitale della tecnologia e della ricerca, massima inclusione sociale. Torino però è anche la città dove decine di migliaia di lavoratori tremano per l'addio degli Agnelli Elkann, che hanno lasciato a presidiare la ritirata giusto la Juventus e il giornale unico Stampa-Repubblica. Non potendo vivere in un milione solo di cioccolato, buon cibo, turismo e bei musei, e con le banche cittadine migrate da tempo a Milano, come centri di potere sono rimaste le fondazioni (Sanpaolo e Crt) e la gestione della cultura. Con il nuovo sindaco, il famoso «Sistema Torino», fatto di porte girevoli tra Pd, università, fondazioni bancarie ed enti culturali, e corroborato da continui favori immobiliari all'ex Fiat, torna a rimettere a posto ogni tesserina. L'unica preoccupazione arriva da Palazzo di Giustizia, dove il 21 settembre la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per 35 persone, coinvolte nell'inchiesta per corruzione elettorale e turbativa d'asta che ruota intorno a Giulio Muttoni, «il re dei concerti» ex patron di Set Up Live, la società che insieme a Live Nation ha ereditato gli impianti di Parcolimpico. È una storiaccia dove s'intrecciano affari privati e politica e per la quale rischiano il processo l'ex senatore del Pd Stefano Esposito e l'ex aspirante candidato sindaco Enzo Lavolta, assessore all'Innovazione della giunta Fassino. In campagna elettorale, non se n'è fatta parola.
Uno scatto della manifestazione a Roma per Maduro (Ansa)
A Roma Anpi, Cgil e decine di associazioni chiedono l’intervento dell’Onu. Landini attacca la Meloni.
C’erano probabilmente più sigle che presenti ieri a Roma a Piazza Barberini, alla manifestazione organizzata a sostegno dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro. Immancabili Anpi e Cgil, presenti Pd e Avs, in piazza si sono radunate molte sigle della sinistra radicale: Rete Numeri Pari, Rete Italiana Pace e Disarmo, Rete No Bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, Sinistra Civica Ecologista Roma, Sinistra Anticapitalista Roma, Rifondazione Comunista Roma, Centro Riforma dello Stato, Medicina Democratica, Sportelli Solidali 9, Coordinamento genitori democratici-cgd onlus, Disability Pride, Genazzano In Comune Una Nuova Storia Tivoli, Alternativa per Anzio, Ladispoli Attiva, Genzano In Comune, Frosinone Provincia in Comune, Rieti Città Futura, Controvento Rieti, Sce Colleferro, Forum per il Diritto alla Salute, Wilpf Italia Aps, Casetta Rossa, Psi, Casa Internazionale delle Donne, Giovani Democratici Roma, Auser Lazio, Disarma-Il Coraggio della Pace, Associazione donne Brasiliane in Italia, Latina Bene Comune, Cinecittà Bene Comune, Unione Donne in Italia, Associazione Italiana Tecnici di Ripresa, Un Ponte Per, Sparwasser Aps.
Certo, c’era la pioggia, ma dalle immagini pubblicate sui social possiamo tranquillamente affermare che non si è trattato di una manifestazione di massa. La piattaforma del presidio del resto era particolarmente radicale: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», si legge nell’appello degli organizzatori, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente Maduro e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati». Slogan triti e ritriti, al di là di ogni opinione ormai completamente sganciati dalla realtà, dalla accelerazione della storia che stiamo vivendo in questi ultimi mesi: «Ancora una volta», prosegue l’appello, «prevalgono la logica del dominio e della predazione delle risorse energetiche, facendo carta straccia del diritto internazionale come lo abbiamo conosciuto dal dopoguerra a oggi. Di fronte a questa aggressione dobbiamo condannare e reagire con forza, per fermarla e per affermare la cultura della pace e il ripristino del diritto internazionale. Esprimiamo la nostra totale solidarietà al popolo venezuelano. Chiediamo che l’Onu intervenga e che il governo italiano e l’Unione europea condannino l’aggressione e s’impegnino per un cessate il fuoco e nel far pervenire soccorsi alla popolazione civile coinvolta».
Non si comprende quale fuoco debba cessare visto che l’operazione militare degli Stati Uniti si è conclusa, ma tutto fa brodo: «Tutto serve al mondo», aggiungono gli organizzatori, «tranne che un’altra guerra. Tutto serve al mondo, tranne che l’ennesimo arbitrio dei potenti, con la potenza militare che pretende di legittimare l’intervento ovunque. Non rassegniamoci a un mondo in cui guerra, riarmo, violenza, distruzione e sopraffazione vengano normalizzate. Solo uscendo dalla logica della guerra e del riarmo possiamo immaginare un futuro vivibile per l’umanità, fondato su pace, autodeterminazione e democrazia per i popoli. Alziamo la voce, facciamoci sentire, mobilitiamoci».
Il leader della Cgil, Maurizio Landini, ha tenuto banco attaccando, manco a dirlo, il governo guidato da Giorgia Meloni: «Trovo che sia grave», ha detto Landini, «questa posizione del governo italiano e anche del governo europeo, che stanno zitti e non sono in grado di reagire. Bisogna reagire, non si può stare fermi. E da questo punto di vista io trovo davvero un segnale molto importante nelle parole che in questi giorni ha espresso il Papa in modo molto esplicito, in modo molto chiaro. Io credo che sia il momento che tutte le persone di buona volontà, insisto, a prescindere dal loro orientamento politico, dalla loro fede religiosa, è il momento di mettersi assieme per riconquistare la pace che ci stanno togliendo. La gravità della situazione attuale riguarda quello che è avvenuto in Venezuela ma non solo: è quello che ha fatto Putin prima con l’Ucraina», ha aggiunto Landini, «è quello che sta facendo il governo Netanyahu con la Palestina, è quello che sta succedendo in giro per il mondo con una quantità di guerre che, con queste caratteristiche, non si sono mai viste».
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Nicolás Maduro durante il trasferimento in tribunale a New York (Getty Images)
Alla richiesta di identificarsi del giudice, Maduro ha replicato in spagnolo, qualificandosi come «presidente della Repubblica del Venezuela» e sostenendo di essere stato «rapito». «Sono innocente, non sono colpevole», ha aggiunto. La moglie, dal canto suo, ha dichiarato: «Sono la First Lady del Venezuela e sono completamente innocente».
La domanda centrale resta però una sola: quali conseguenze giudiziarie attendono i coniugi Maduro? Lo scenario è estremamente pesante. Se il procedimento negli Stati Uniti dovesse arrivare a una sentenza, l’ex presidente venezuelano e la moglie rischiano condanne che, nella sostanza, equivalgono al carcere a vita. I capi d’imputazione federali – narcoterrorismo, traffico internazionale di stupefacenti e associazione criminale – consentono infatti di sommare pene che possono superare i settant’anni di reclusione, soprattutto in presenza di aggravanti legate all’uso di apparati statali e a presunti rapporti con organizzazioni terroristiche. In mancanza di un accordo di collaborazione con i procuratori, l’orizzonte giudiziario per entrambi appare chiuso, senza reali vie d’uscita. A rendere il quadro ancora più critico pesa la possibile deposizione di Armando Carvajal Barrios, ex capo dell’intelligence militare di Caracas ed ex uomo di assoluta fiducia di Maduro. Carvajal ha rotto con il regime nel 2019, nel momento in cui il collasso economico e la crescita dell’opposizione hanno iniziato a erodere il consenso interno. Accusato di tradimento, estromesso dalle forze armate e costretto all’esilio, è stato successivamente arrestato su richiesta degli Stati Uniti, estradato dalla Spagna e trasferito a New York nel 2023. Pur essendosi dichiarato colpevole di reati che prevedono l’ergastolo, la sua condanna che è nelle mani del giudice Alvin Hellerstein non è ancora stata pronunciata: un elemento che molti analisti interpretano come il segnale dell’intenzione dei pubblici ministeri di utilizzarlo come testimone decisivo contro Nicolás Maduro.
Se sul piano giudiziario la posizione dell’ex presidente e della consorte appare difficilmente scalfibile, anche perché è poco realistico immaginare una loro collaborazione con la Dea, sul terreno politico la partita resta molto più incerta. Durante la prima riunione del nuovo gabinetto, la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez ha annunciato una serie di iniziative urgenti per fronteggiare la crisi, tra cui la creazione di una commissione di alto livello incaricata di adoperarsi per il rilascio di Maduro e della moglie. Un gesto prevalentemente simbolico, probabilmente privo di effetti concreti. Secondo l’emittente statale Vtv, l’organismo sarà composto dal presidente dell’Assemblea nazionale Jorge Rodríguez (fratello di Delcy), dal ministro degli Esteri Yvan Gil, dal ministro della Comunicazione Freddy Ñáñez e dal viceministro per la comunicazione internazionale Camilla Fabri.
Poi nel suo primo messaggio ufficiale da presidente ad interim, Delcy Rodríguez si è rivolta direttamente al presidente statunitense Donald Trump, invitandolo a «lavorare insieme» e a costruire un rapporto fondato su «pace e dialogo, non sulla guerra». «Il nostro popolo e l’intera regione», ha dichiarato in un messaggio diffuso sul suo canale Telegram, «meritano rispetto, cooperazione e assenza di minacce. Questa è sempre stata la posizione del presidente Nicolás Maduro ed è oggi la posizione del Venezuela». Un appello ribadito anche in termini di cooperazione internazionale e sviluppo condiviso, nel rispetto del diritto internazionale.
La sensazione è che Delcy Rodríguez stia muovendosi su più piani contemporaneamente. Quando ha denunciato pubblicamente la cattura di Maduro, al suo fianco c’erano infatti due figure centrali dell’apparato di potere chavista: il ministro dell’Interno Diosdado Cabello e il ministro della Difesa Vladimir Padrino López, rispettivamente a capo di polizia ed esercito. Sono loro ad aver garantito, attraverso una repressione sistematica e spesso brutale del dissenso, la tenuta del regime per oltre un decennio. Entrambi sono ancora saldamente al loro posto e non sembrano intenzionati a farsi da parte. Al Wall Street Journal, l’ex diplomatico statunitense Brian Naranjo ha osservato: «Sono questi due uomini a detenere oggi il controllo reale del Venezuela. Comandano le forze armate e potrebbero, se lo volessero, isolare politicamente Delcy Rodríguez in tempi rapidissimi».
Il loro comportamento sarà decisivo per stabilire se il Paese riuscirà a mantenere un minimo di equilibrio o se precipiterà nel caos. Sul territorio operano numerosi gruppi armati, inclusi guerriglieri colombiani di sinistra che hanno già condannato l’arresto di Maduro. Cabello e Padrino dovranno inoltre decidere se assecondare le richieste di Washington, comprese quelle legate all’accesso alle risorse petrolifere venezuelane. Tuttavia, i loro solidi legami con Mosca, Pechino e Teheran riducono i margini di manovra. E dopo il successo del blitz che ha portato alla cattura di Maduro e della moglie, la minaccia di un secondo intervento statunitense su scala più ampia, evocata da Trump in caso di resistenza del regime, pesa come un macigno sul futuro immediato del Venezuela.
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Il disegno di Trump sembra piuttosto chiaro: allineare il continente americano a Washington, estromettendo la Cina e garantendosi il controllo delle materie prime disponibili e ancora in larga parte non sfruttate. Il rame e il litio in Cile e Argentina, il petrolio in Venezuela, le terre rare in Brasile, materiali critici in Groenlandia. Controllare queste risorse significa soprattutto sottrarle alla Cina.
C’è molta attenzione al tema del petrolio venezuelano, ma occorre fare qualche distinguo. Ieri il prezzo del greggio sui mercati non ha avuto reazioni drammatiche, con il petrolio Brent rimasto attorno al valore di 61 dollari al barile dopo una iniziale discesa. Questo perché nell’immediato non succederà nulla di notevole sul mercato.
Dopo la nazionalizzazione del settore petrolifero attuata dal regime di Hugo Chávez tra il 2005 e il 2007, la produzione venezuelana crollò da oltre 3,2 milioni di barili al giorno a meno di 1 milione di bbl/giorno. Di questa quantità, oggi circa il 60% finisce in Cina, un 25% negli Stati Uniti (Chevron è l’unica major americana attiva in Venezuela) e il resto in India e a Cuba. Donald Trump in conferenza stampa sabato ha detto che le compagnie petrolifere americane torneranno nel Paese, investiranno e ricostruiranno il settore ridando ricchezza al Venezuela. Ma questo può essere vero solo nel lungo termine, poiché saranno necessarie decine di miliardi di investimenti e servirà tempo perché questi inizino a dare qualche frutto. Per tornare ai livelli produttivi degli anni Novanta servirebbero almeno tre anni, secondo le stime più ottimistiche. Inoltre, è vero che le riserve venezuelane sono enormi, ma si tratta di un petrolio di qualità molto pesante. Non è difficile da estrarre ma è costoso da trattare. In virtù della precedente storia delle major americane in Venezuela, alcune raffinerie negli Usa sono in grado di trattare quel petrolio, che però anche quando arriverà sul mercato in quantità importanti avrà un impatto contenuto sui fondamentali.
Le conseguenze dell’operazione venezuelana sono più di lungo termine e di respiro un po’ più ampio. Intanto, registriamo che il cambio di regime in Venezuela è negativo per il petrolio russo, che viene comprato in grandi quantità dalla Cina. Se Pechino comprerà più petrolio dalla Russia, Mosca sarà sempre più dipendente da un solo acquirente e sarebbe in posizione di ulteriore subordinazione.
La destituzione di Maduro è soprattutto un brutto colpo per la Cina, non tanto nell’immediato quanto in prospettiva, perché l’azione americana segna un precedente di questa amministrazione.
Quando Pechino nei mesi scorsi ha ristretto ulteriormente le esportazioni di terre rare e magneti, evidenziando una debolezza strutturale americana, ha di fatto invitato gli Stati Uniti a scovare e sfruttare i punti deboli della Cina.
Uno di questi è l’import di energia: la Cina dipende dall’estero per circa il 30% della propria energia, per i quattro quinti importata via mare. L’import cinese di greggio nel 2025 è stato di circa 11,5 milioni di barili al giorno, di cui la metà dal Medio Oriente e circa 375.000 barili al giorno dal Venezuela (i due terzi dell’export petrolifero di Caracas).
L’Iran ha fornito alla Cina circa 1,7 milioni di barili al giorno di greggio, nonostante le sanzioni, dunque Iran e Venezuela fanno circa il 18% delle importazioni di greggio della Cina. Inoltre, un quarto del suo import di gnl arriva dal Qatar e più di un terzo dall’Australia.
L’avviso di Donald Trump all’Iran, quando nei giorni scorsi ha diffidato il governo di Teheran dallo sparare sui manifestanti, è in realtà un avviso per Pechino. Assieme all’azione di forza condotta in Venezuela, il messaggio di Washington è che gli Stati Uniti sono pronti a sostenere l’abbattimento di regimi avversari nei Paesi che forniscono di energia la Cina, sia con azioni dirette, sia sostenendo colpi di Stato interni. Gli altri fornitori difficilmente resisterebbero alle pressioni degli Stati Uniti nel caso di una escalation tra Washington e Pechino.
La Cina, conscia di tutto ciò, sta cercando freneticamente di aumentare la propria indipendenza energetica spingendo sulla produzione interna e accumulando scorte. Pechino sta investendo nel colossale progetto idroelettrico Yarlung Zangbo nel Tibet sud-orientale, sta sviluppando piccoli reattori nucleari modulari e costruisce nuove centrali elettriche a carbone, la cui produzione ha raggiunto un livello record nel 2024. Nel 2024 la produzione nazionale di petrolio ha raggiunto il livello più alto dal 2015, mentre la produzione nazionale di gas ha stabilito un nuovo record. Tutti questi sforzi nell’immediato valgono poco, però, poiché ci vorranno ancora diversi anni prima che la Cina raggiunga l’indipendenza energetica.
L’operazione Maduro insomma ricorda a Pechino che l’economia cinese dipende ancora molto dall’energia importata e che dunque eventuali azioni cinesi su Taiwan avrebbero come conseguenza la pressione interdittiva degli Stati Uniti sulle fonti di energia. Al vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, previsto a Pechino nel prossimo mese di aprile, la Casa Bianca evidentemente vuole arrivare preparata. Per questo c’è da aspettarsi che in Iran la situazione possa evolvere rapidamente e non sono da escludersi colpi di scena a breve termine.
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Domenica, il giorno dopo la cattura del leader chavista, Donald Trump è tornato a invocare il passaggio dell’isola più grande del mondo sotto il controllo degli Usa. «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale. È così strategica. In questo momento, la Groenlandia è disseminata di navi russe e cinesi ovunque», ha dichiarato il presidente americano, innescando la reazione piccata tanto del premier groenlandese, Jens Frederik Nielsen, quanto di quello danese, Mette Frederiksen. «Ho chiarito molto bene la posizione del Regno di Danimarca e la Groenlandia ha ripetutamente affermato di non voler far parte degli Usa», ha dichiarato la Frederiksen, per poi aggiungere: «Se gli Usa attaccano un altro Paese della Nato, tutto si ferma». Una posizione, quella danese, che ha ricevuto l’appoggio del premier britannico, Keir Starmer.
Più cauta si è invece mostrata la Commissione europea. «L’Ue continuerà a sostenere i principi di sovranità nazionale, integrità territoriale e inviolabilità delle frontiere, nonché la Carta delle Nazioni Unite», ha affermato Bruxelles, glissando tuttavia sulle domande più specifiche attinenti alla questione. Ricordiamo che la Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca: il capo di Stato è il sovrano danese, mentre l’isola resta soggetta al governo di Copenaghen in materia di politica estera. La Groenlandia ha inoltre lasciato la Comunità economica europea a seguito di un referendum tenuto nel 1982. Pur avendo alcuni legami con Bruxelles, non fa quindi parte dell’Ue ed è annoverata tra i «Paesi e territori d’oltremare».
Ma per quale ragione Trump guarda tanto pressantemente alla Groenlandia? Di certo si pone un tema di materie prime. Ma la questione è anche più complessa. Innanzitutto, come già abbiamo visto, l’interesse per l’isola rientra nella riedizione della Dottrina Monroe, che l’attuale presidente americano sta portando avanti. In tal senso, il dossier della Groenlandia è collegato a quello venezuelano. Non dimentichiamo inoltre che, l’anno scorso, la Casa Bianca, attraverso varie pressioni, era riuscita a convincere Panama ad abbandonare la Belt and Road Initiative. Trump vuole quindi estromettere le potenze ostili dall’emisfero occidentale. E, in questo senso, il sorvegliato numero uno resta ovviamente Pechino. In secondo luogo, la Groenlandia risulta strategica nella lotta per l’influenza geopolitica sull’Artico: un’area che, in conseguenza dello scioglimento dei ghiacci, sta diventando sempre più cruciale in termini di rotte per la navigazione.
È soprattutto per questo, oltre che per le materie prime, che la regione fa da tempo gola tanto a Mosca quanto a Pechino. Se un tempo le due capitali tendevano a essere maggiormente in competizione nell’area, a dicembre 2024 il Pentagono lanciò l’allarme in riferimento a un loro progressivo allineamento. Tra l’altro, proprio ieri, il ministero degli Esteri cinese ha espresso irritazione per le parole di Trump relative all’influenza di Pechino sulla Groenlandia. Tutto questo mentre, il 29 dicembre, il Wall Street Journal riportava quanto segue: «Per la prima volta, quest’estate i sottomarini di ricerca cinesi hanno viaggiato a migliaia di metri sotto i ghiacci dell’Artico, un’impresa tecnica con agghiaccianti implicazioni militari e commerciali per l’America e i suoi alleati».
Insomma, la questione artica mette in luce alcuni elementi di riflessione. Il primo è che, ancora una volta, l’Ue mostra tutta la sua irrilevanza geopolitica. Nello scontro tra grandi potenze, Bruxelles non tocca palla proprio perché non è una potenza, ma un rissoso condominio senza una strategia degna di questo nome: un condominio del tutto impreparato al ritorno in auge della Machtpolitik. In questo quadro, più che un alleato, l’amministrazione Trump vede nell’Ue una sorta di palla al piede. Il che spiega le tensioni tra Washington e Copenaghen sulla Groenlandia, nonché la posizione, definita «soft» dallo stesso Guardian, espressa sul tema dalla Commissione europea. L’esecutivo Ue, in altre parole, inizia a essere consapevole della sua scarsa rilevanza, soprattutto a seguito dello choc innescato dal caso Maduro.
E qui veniamo al secondo elemento di riflessione. Non è ancora chiaro se la cattura del dittatore venezuelano vada letta nell’ottica di una tacita Jalta 2.0 (vale a dire nel quadro di una spartizione d’influenza tra le grandi potenze) oppure come un incremento della competizione tra Usa, Cina e Russia. Se lo scarso aiuto concreto fornito da Pechino e Mosca a Caracas fa propendere per la prima ipotesi, la questione groenlandese sembra avvalorare invece la seconda. La strategicità dell’Artico rende infatti al momento improbabile una spartizione pacifica e consensuale tra grandi potenze. A maggior ragione, ciò costituisce un problema per chi, nell’ultimo decennio, ha perso solo tempo dal punto di vista geopolitico. Ogni riferimento all’Ue, spiace dirlo, non è puramente casuale...
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