Contrordine compagni: un errore immolarsi per il Patto di stabilità
Il Pd, con lo stesso ardire con cui l’ha sostenuto per anni, vuole sfondare il tetto del 3%.

«Regole pro cicliche che hanno aggravato i problemi». Sono state queste le parole con cui mercoledì 15 dicembre alla Camera, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha definito il Patto di stabilità e l’insieme di norme che governano la politica di bilancio degli Stati della Ue. Sarà compito della presidenza di turno francese nel primo semestre 2022 riformare adeguatamente quelle regole che sono incompatibili con gli investimenti pubblici necessari nei prossimi anni, ha aggiunto. Poco meno di 24 ore dopo – come se Draghi avesse chiamato il «tana libera tutti» – si è improvvisamente sgravato di un peso anche il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, dichiarando che «non possiamo ingabbiarci nella regola del 3% […] basta con il rigore e l’austerità. L’Europa ha bisogno di un nuovo progetto di speranza, che possa incarnare la nostra Unione, i nostri valori e la nostra civiltà».

Lo stesso Draghi che il 3 settembre 2015 dichiarava da Presidente della Bce che «le politiche di bilancio dei Paesi dell’area euro dovrebbero sostenere la crescita economica mantenendosi nell’ambito del rispetto del Patto di stabilità e di crescita». Bce il cui bollettino a fine dicembre scandiva che «è necessario proseguire gli sforzi di risanamento delle finanze pubbliche nel pieno rispetto del patto di stabilità e crescita». Si tratta anche dello stesso Sassoli che nel novembre 2018 – con il governo italiano finito nel mirino della Commissione per aver presentato un bilancio 2019 con un deficit/Pil del 2,4%, ridottosi al 2,04% dopo tre settimane in cui i mercati furono lasciati liberi dalla Bce di azionare il manganello dello spread – si interrogava sui «guai a cui andremo incontro» e paventava una multa fino allo 0,5% del Pil e la sospensione dei fondi strutturali.

Ci chiediamo come si possa sostenere tutto e il contrario di tutto non da semplici quisque de populo ma da membri di istituzioni politiche ed economiche da cui dipende il futuro di milioni di persone. E non si invochi il, pur legittimo, cambiamento di idea. Dal 1997, e ancor più dopo la riforma del 2012-2013, la dannosità di quelle regole era evidente a qualsiasi economista che non fosse stato alla ricerca di un posto al sole tra Roma e Bruxelles. Il risultato sono stati 14 trimestri di recessione quasi ininterrotta dal 2012 al 2014 e quattro anni di crescita asfittica dal 2015 al 2019, causati da in modo decisivo da un avanzo primario di bilancio sempre tra l’1% e il 2% del Pil, tra i più «virtuosi» dell’Ue. Per non parlare del lunare meccanismo dell’«output gap» che ci costringe a ridurre il deficit per impedire che la disoccupazione scenda sotto il 9/10% e crescano troppo i salari.

Aver sostenuto per anni e fino all’inizio della pandemia questo ciarpame di politica economica richiederebbe, al momento del risveglio e della «scoperta» della dannosità, un chiaro e onesto atto di scuse. Scusa ai milioni di disoccupati e nuovi poveri; scusa ai genitori che non hanno nemmeno potuto pensare di avere figli, portando la denatalità dal 2012 (coincidenza, vero?) a livelli record; scusa agli imprenditori che hanno sopportato una pressione fiscale record e che hanno venduto le aziende o hanno affollato le sezioni fallimentari dei tribunali; scusa ai risparmiatori che, per la prima volta dal 1936, hanno visto azzerati i propri risparmi investiti in obbligazioni emesse da banche a loro volta travolte da uno tsunami di prestiti inesigibili.

Dopo questo atto doveroso, attendiamo trepidanti l’esito dell’azione di tutti i novelli San Paolo folgorati sulla via di Damasco e consideriamo proprio la riforma delle regole del Patto di Stabilità il vero banco di prova per misurare la statura internazionale di Draghi. Lo attendiamo senza pregiudizi di sorta alla prova del campo, a partire dall’Eurosummit di ieri a Bruxelles.

Nel frattempo, restiamo qui a morderci le mani perché proprio ieri la Bce ha dichiarato che i titoli pubblici acquistati col programma Pepp saranno sempre riacquistati alla scadenza almeno fino al 2024. Ciò significa che circa un terzo del debito pubblico italiano è in ghiacciaia per i prossimi tre anni. Come se non esistesse: e noi non ne abbiamo approfittato, rinunciando a spingere a fondo sulla leva del deficit, riduzione delle tasse in primis.

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