True
2025-06-09
Dopo gli screzi Colombia-Usa, Petro abbraccia la Cina
True
Il confronto fra Cina e Stati Uniti non conosce confini e Pechino rilancia le mosse asiatiche di Washington inserendo la Colombia nel grande progetto della Nuova Via della Seta. Il governo di Gustavo Petro, primo presidente di sinistra della storia colombiana, ha deciso di rompere il classico schema che per decenni ha legato Bogotà agli Stati Uniti, provocando più di un nervosismo. La Belt and Road Initiative voluta da Xi Jinping ha già coinvolto 150 nazioni e ben 22 di queste sono sparpagliate fra l’America centrale e quella meridionale. Uruguay, Perù Bolivia, Ecuador, Venezuela e per un certo periodo l’Argentina avevano aderito a questo progetto che ha già superato il trilione di dollari di investimenti. Il presidente Petro ha preso questa decisione dopo una serie di scontri con l’amministrazione di Donald Trump, soprattutto sul tema dei rimpatri dei cittadini colombiani espulsi dagli Stati Uniti. Pechino stava corteggiando Bogotà da tempo e non ha fatto altro che implementare i suoi rapporti commerciali con le importazioni dalla Colombia salite di quasi il 15% nel 2024, raggiungendo i 2,3 miliardi di dollari e le esportazioni cinesi nel paese sudamericano superiori ai 14 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti restano comunque il primo partner commerciale della Colombia, ma l'inviato speciale del Dipartimento di Stato per l'America Latina, Mauricio Claver-Carone ha pubblicamente dichiarato che Washington sta valutando di acquistare fiori e caffè, i due principali prodotti importati, da altri paesi sudamericani. La presidenza colombiana non ha risposto, ma è invece arrivata una forte presa di posizione da parte dell’ambasciatore cinese a Bogotà Zhu Jingyang che ha negato che il suo paese voglia spodestare il dominio americano. Il diplomatico ha però anche accusato l'amministrazione Trump di ricorrere a intimidazioni e ricatti per cercare di mantenere la Colombia nella sua orbita ed impedire la libera concorrenza del mercato. In realtà la Cina aveva provato ad inserire nella propria orbita la Colombia anche in passato e durante la presidenza di Alvaro Uribe era stata una società cinese a costruire la metropolitana della capitale. Oggi però sul tavolo ci sono progetti molto importanti come l’ammodernamento del porto di Buenaventura sull’Oceano Pacifico o le infrastrutture legate all’agricoltura, che resta un caposaldo dell’economia nazionale. Come al solito il governo cinese ha mandato in avanscoperta le aziende private come Huawei e Jinkosolar che hanno aperto sedi e che sono in trattativa per un accordo di libero scambio internazionale. Ad oggi Petro sembra cercare un nuovo partner principale visto che il 27% delle sue esportazioni volano negli Stati Uniti con lo spettro del 25% di dazi. Ma Washington sostiene con oltre mezzo miliardo di dollari ogni anno la lotta al narcotraffico colombiano e la fine di questo rapporto potrebbe gettare il paese sudamericano nel caos, preda di milizie e eserciti privati.sIn molti si sono anche chiesti quanto sia conveniente finire fra le braccia di Pechino che hanno strangolato lo Sri Lanka, l’Angola ed ha ingannato il vicino Ecuador costruendo una centrale idroelettrica che non ha mai realmente funzionato. Quest’opera infrastrutturale, costata quasi 3,5 miliardi di dollari, è stata inaugurata nel 2016 alla presenza di Xi Jinping ed è l’emblema di un progetto fallimentare che ha lasciato l’Ecuador senza luce. Una mossa pericolosa quella di Gustavo Petro che rischi di dover rinunciare anche all’aiuto militare degli statunitensi che non vedono di buon occhio l’espansionismo cinese. Significativo il caso di Panama che aveva deciso di aderire alla Belt and Road Initiative, ma poi su pressioni americane ha rinunciato. Troppo vitale l’area del Canale per lasciarla nelle mani di Pechino e per questo motivo il Segretario di Stato Marco Rubio era volato nel paese centramericano. Il presidente panamense José Raúl Mulino, politicamente molto vicino a Trump, è addirittura apparso alla televisione nazionale per formalizzare questa rottura e dichiarando che in tre mesi tutti progetti cinesi sarebbero stati sospesi. Il piccolo stato del Centramerica fino al 2017 riconosceva Taiwan come legittimo governo della Cina, ma sotto la presidenza Carlos Varela aveva iniziato un percorso di avvicinamento a Pechino, entrando nella BRI nel 2018. La Cina aveva subito approfittato di questo cambiamento facendo piovere a Panama centinaia di milioni di investimenti dal porto di Colon alla ferrovia di David fino alla rete elettrica nazionale, tutto per avere il controllo del canale vitale sia a livello commerciale che militare. Adesso Washington ha già previsto di inserire Panama nel progetto Partnership for Global Infrastructure and Investment (PGII), il programma lanciato dal G7 per contrastare la Belt and Road cinese, una contromossa economica e geopolitica per ristabilire un controllo su questo snodo strategico.
Gli italiani che fecero la storia del Canale di Panama. Dal XVI al XX secolo
La realizzazione del canale di Panama fu una delle più importanti opere ingegneristiche dell’era contemporanea. Il suo impatto fu talmente grande e tali furono le difficoltà per la sua costruzione che il sogno e la successiva realizzazione costarono circa 30mila vite umane, per fare un paragone pari al bilancio della guerra civile liberiana tra il 1989 e il 1997. Già pochi decenni dopo il viaggio di Cristoforo Colombo, il sogno di collegare due oceani attraverso lo stretto lembo di terra di Panama si era già manifestato. Il primo dei sognatori fu proprio un italiano, Battista Antonelli. Membro di una famiglia di architetti ed ingegneri originaria di Gatteo in Romagna, fu al soldo della corona spagnola ed incaricato della progettazione e della realizzazione di fortificazioni nei territori della Nuova Spagna. Operò in Nicaragua, Honduras e in Colombia ed infine a Panama, che era allora parte di quest’ultima. Qui realizzò la fortezza chiamata Nombre de Dios (oggi Forte San Lorenzo) a poca distanza da dove oggi il canale sfocia nel Mar dei Caraibi. Durante la sua presenza per la supervisione dei lavori del forte, elaborò un progetto ambizioso quanto irrealizzabile per i mezzi dell’epoca.
Il progetto del canale tra i due mari divenne concreto solo alla metà del XIX Secolo, per iniziativa del governo francese. Il primo dei progetti presentati alla Repubblica di Panama portò ancora la firma di un ingegnere italiano, Felice Napoleone Garella. Nato a Lucca, si trasferì in Francia dove divenne ingegnere capo nel Corps des Mines. Nel 1844 il governo della Nuova Grenada, la Colombia di allora, contattò il governo francese che possedeva le risorse necessarie per la realizzazione del taglio dell’Istmo di Panama. Garella fu incaricato dell’esplorazione e della stesura di uno dei progetti più ambiziosi al mondo. L’ingegnere italiano esplorò la zona tra il 1844 e il 1845 e al suo ritorno in Francia stese una dettagliata relazione dove illustrava anche il suo progetto. Nel pamphlet Projet d'un canal de jonction de l'océan Pacifique et de l'océan Atlantique à travers l'isthme de Panama, Garella presentò un progetto davvero innovativo, che verrà poi ripreso quando la realizzazione del canale prenderà forma oltre mezzo secolo più tardi. Nel prospetto, l’autore poneva come precondizione all’inizio dei lavori la costruzione di una ferrovia tra i due estremi per il trasporto efficiente dei materiali, altrimenti di difficile movimentazione a causa del clima e delle strade inadeguate. Quindi concepì il canale di Panama come un’opera a «chiuse» e laghi artificiali per preservare il canale dalle esondazioni dovute alle frequenti tempeste tropicali caratteristiche della zona. Nonostante fosse il progetto più avanzato, quello dell’italiano non ebbe al momento seguito a causa delle turbolenze politiche che portarono alla caduta del regno di Luigi Filippo soltanto tre anni più tardi, oltre a presentare ancora troppe difficoltà tecniche e oneri economici oltre ogni reale possibilità. Quarant’anni dopo, quando la Francia riprese l’interesse al taglio dell’istmo di Panama, rifiutò l’idea di Garella. Affidato a Ferdinand de Lesseps, il piano prevedeva lo scavo del canale al livello del mare. Iniziati nel 1881 i lavori approdarono presto ad un drammatico fallimento. Gli scavi furono ostacolati dal clima avverso e da numerose frane che causarono migliaia di vittime tra i lavoratori. Nonostante il coinvolgimento del grande ingegnere Gustave Eiffel, il canale non fu mai completato anche a causa del fallimento della società di Lesseps, coinvolto in uno scandalo di corruzione che fece talmente tanto clamore a livello internazionale da portare Parigi alla crisi politica ed i risparmiatori che avevano investito nel progetto alla bancarotta.
Altri furono gli italiani che parteciparono attivamente allo sviluppo dei progetti del canale di Panama, in particolare nel campo delle esplorazioni geomorfologiche dell’Istmo. Tra di essi figura, negli anni del progetto francese, Oliviero Bixio. Nipote del famigerato generale Nino, il trentenne militare ed avventuriero era reduce da campagne come ufficiale volontario nella guerra Franco-Prussiana e in quella civile americana. A Panama conobbe l’ingegnere italiano Guido Musso, con il quale compì un rischioso viaggio esplorativo nella regione del Darien, al confine tra l’attuale Colombia e Panama. A causa del clima avverso e delle malattie tropicali Bixio perse la vita durante le esplorazioni mentre Musso, che stava per rientrare in Italia fu colpito da una polmonite fulminante e di lì a poco morì come l’amico. Negli anni del progetto di Garella, attorno al 1850, prese parte alle esplorazioni il generale italiano Agostino Codazzi da Lugo, romagnolo come Battista Antonelli. Reduce dalla guerra del Messico e volontario nell’esercito colombiano di Simon Bolivàr, era un apprezzato cartografo e geografo. Dopo essere stato anche in Venezuela dove per un periodo fu governatore della regione di Barinas, Codazzi fu chiamato dagli inglesi che, come i francesi, promossero esplorazioni e progetti a Panama. Il tracciato del canale concepito dal cartografo romagnolo ricalcherà poi quello definitivo, realizzato decenni più tardi.
Il canale di Panama sarà infine realizzato dagli Americani tra il 1907 e il 1914. Molti furono i lavoratori italiani emigrati che presero parte ai pericolosi lavori di scavo, resi ancora più letali per la grande diffusione della malaria e di altre malattie tropicali. Si calcola che circa 4.000 italiani furono impiegati negli anni della costruzione, che seguì in buona parte il progetto di Felice Napoleone Garella essendo concepito con un sistema di chiuse e bacini idrici artificiali in funzione di scolmatori durante le piene causate dalle piogge torrenziali dei tropici.
La storia del canale che unisce i due Oceani ha parlato italiano anche recentemente quando tra il 2007 e il 2016 il gruppo Salini-Impregilo (oggi Webuild) ha partecipato in modo determinante alla gigantesca opera di ampliamento del canale, con un innovativo sistema a triple chiuse che ha permesso il passaggio di navi cargo tipo Neo-Panamax, lunghe 366 metri e larghe 49.
Continua a leggereRiduci
La Colombia, governata per la prima volta dalla dalla sinistra, è al centro dello scontro commerciale tra gli Usa e Pechino, che mira anche al controllo del canale di Panama. Washington ha finanziato fino ad oggi la lotta al narcotraffico che, senza l'appoggio di Trump, potrebbe prendere il sopravvento portando il Paese al caos.Diversi furono gli italiani che contribuirono al progetto del canale di Panama, dal XVI secolo fino alla sua realizzazione all'inizio del Novecento. Lo speciale contiene due articoli.Il confronto fra Cina e Stati Uniti non conosce confini e Pechino rilancia le mosse asiatiche di Washington inserendo la Colombia nel grande progetto della Nuova Via della Seta. Il governo di Gustavo Petro, primo presidente di sinistra della storia colombiana, ha deciso di rompere il classico schema che per decenni ha legato Bogotà agli Stati Uniti, provocando più di un nervosismo. La Belt and Road Initiative voluta da Xi Jinping ha già coinvolto 150 nazioni e ben 22 di queste sono sparpagliate fra l’America centrale e quella meridionale. Uruguay, Perù Bolivia, Ecuador, Venezuela e per un certo periodo l’Argentina avevano aderito a questo progetto che ha già superato il trilione di dollari di investimenti. Il presidente Petro ha preso questa decisione dopo una serie di scontri con l’amministrazione di Donald Trump, soprattutto sul tema dei rimpatri dei cittadini colombiani espulsi dagli Stati Uniti. Pechino stava corteggiando Bogotà da tempo e non ha fatto altro che implementare i suoi rapporti commerciali con le importazioni dalla Colombia salite di quasi il 15% nel 2024, raggiungendo i 2,3 miliardi di dollari e le esportazioni cinesi nel paese sudamericano superiori ai 14 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti restano comunque il primo partner commerciale della Colombia, ma l'inviato speciale del Dipartimento di Stato per l'America Latina, Mauricio Claver-Carone ha pubblicamente dichiarato che Washington sta valutando di acquistare fiori e caffè, i due principali prodotti importati, da altri paesi sudamericani. La presidenza colombiana non ha risposto, ma è invece arrivata una forte presa di posizione da parte dell’ambasciatore cinese a Bogotà Zhu Jingyang che ha negato che il suo paese voglia spodestare il dominio americano. Il diplomatico ha però anche accusato l'amministrazione Trump di ricorrere a intimidazioni e ricatti per cercare di mantenere la Colombia nella sua orbita ed impedire la libera concorrenza del mercato. In realtà la Cina aveva provato ad inserire nella propria orbita la Colombia anche in passato e durante la presidenza di Alvaro Uribe era stata una società cinese a costruire la metropolitana della capitale. Oggi però sul tavolo ci sono progetti molto importanti come l’ammodernamento del porto di Buenaventura sull’Oceano Pacifico o le infrastrutture legate all’agricoltura, che resta un caposaldo dell’economia nazionale. Come al solito il governo cinese ha mandato in avanscoperta le aziende private come Huawei e Jinkosolar che hanno aperto sedi e che sono in trattativa per un accordo di libero scambio internazionale. Ad oggi Petro sembra cercare un nuovo partner principale visto che il 27% delle sue esportazioni volano negli Stati Uniti con lo spettro del 25% di dazi. Ma Washington sostiene con oltre mezzo miliardo di dollari ogni anno la lotta al narcotraffico colombiano e la fine di questo rapporto potrebbe gettare il paese sudamericano nel caos, preda di milizie e eserciti privati.sIn molti si sono anche chiesti quanto sia conveniente finire fra le braccia di Pechino che hanno strangolato lo Sri Lanka, l’Angola ed ha ingannato il vicino Ecuador costruendo una centrale idroelettrica che non ha mai realmente funzionato. Quest’opera infrastrutturale, costata quasi 3,5 miliardi di dollari, è stata inaugurata nel 2016 alla presenza di Xi Jinping ed è l’emblema di un progetto fallimentare che ha lasciato l’Ecuador senza luce. Una mossa pericolosa quella di Gustavo Petro che rischi di dover rinunciare anche all’aiuto militare degli statunitensi che non vedono di buon occhio l’espansionismo cinese. Significativo il caso di Panama che aveva deciso di aderire alla Belt and Road Initiative, ma poi su pressioni americane ha rinunciato. Troppo vitale l’area del Canale per lasciarla nelle mani di Pechino e per questo motivo il Segretario di Stato Marco Rubio era volato nel paese centramericano. Il presidente panamense José Raúl Mulino, politicamente molto vicino a Trump, è addirittura apparso alla televisione nazionale per formalizzare questa rottura e dichiarando che in tre mesi tutti progetti cinesi sarebbero stati sospesi. Il piccolo stato del Centramerica fino al 2017 riconosceva Taiwan come legittimo governo della Cina, ma sotto la presidenza Carlos Varela aveva iniziato un percorso di avvicinamento a Pechino, entrando nella BRI nel 2018. La Cina aveva subito approfittato di questo cambiamento facendo piovere a Panama centinaia di milioni di investimenti dal porto di Colon alla ferrovia di David fino alla rete elettrica nazionale, tutto per avere il controllo del canale vitale sia a livello commerciale che militare. Adesso Washington ha già previsto di inserire Panama nel progetto Partnership for Global Infrastructure and Investment (PGII), il programma lanciato dal G7 per contrastare la Belt and Road cinese, una contromossa economica e geopolitica per ristabilire un controllo su questo snodo strategico. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/colombia-cina-2672327404.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-italiani-che-fecero-la-storia-del-canale-di-panama-dal-xvi-al-xx-secolo" data-post-id="2672327404" data-published-at="1749287699" data-use-pagination="False"> Gli italiani che fecero la storia del Canale di Panama. Dal XVI al XX secolo La realizzazione del canale di Panama fu una delle più importanti opere ingegneristiche dell’era contemporanea. Il suo impatto fu talmente grande e tali furono le difficoltà per la sua costruzione che il sogno e la successiva realizzazione costarono circa 30mila vite umane, per fare un paragone pari al bilancio della guerra civile liberiana tra il 1989 e il 1997. Già pochi decenni dopo il viaggio di Cristoforo Colombo, il sogno di collegare due oceani attraverso lo stretto lembo di terra di Panama si era già manifestato. Il primo dei sognatori fu proprio un italiano, Battista Antonelli. Membro di una famiglia di architetti ed ingegneri originaria di Gatteo in Romagna, fu al soldo della corona spagnola ed incaricato della progettazione e della realizzazione di fortificazioni nei territori della Nuova Spagna. Operò in Nicaragua, Honduras e in Colombia ed infine a Panama, che era allora parte di quest’ultima. Qui realizzò la fortezza chiamata Nombre de Dios (oggi Forte San Lorenzo) a poca distanza da dove oggi il canale sfocia nel Mar dei Caraibi. Durante la sua presenza per la supervisione dei lavori del forte, elaborò un progetto ambizioso quanto irrealizzabile per i mezzi dell’epoca.Il progetto del canale tra i due mari divenne concreto solo alla metà del XIX Secolo, per iniziativa del governo francese. Il primo dei progetti presentati alla Repubblica di Panama portò ancora la firma di un ingegnere italiano, Felice Napoleone Garella. Nato a Lucca, si trasferì in Francia dove divenne ingegnere capo nel Corps des Mines. Nel 1844 il governo della Nuova Grenada, la Colombia di allora, contattò il governo francese che possedeva le risorse necessarie per la realizzazione del taglio dell’Istmo di Panama. Garella fu incaricato dell’esplorazione e della stesura di uno dei progetti più ambiziosi al mondo. L’ingegnere italiano esplorò la zona tra il 1844 e il 1845 e al suo ritorno in Francia stese una dettagliata relazione dove illustrava anche il suo progetto. Nel pamphlet Projet d'un canal de jonction de l'océan Pacifique et de l'océan Atlantique à travers l'isthme de Panama, Garella presentò un progetto davvero innovativo, che verrà poi ripreso quando la realizzazione del canale prenderà forma oltre mezzo secolo più tardi. Nel prospetto, l’autore poneva come precondizione all’inizio dei lavori la costruzione di una ferrovia tra i due estremi per il trasporto efficiente dei materiali, altrimenti di difficile movimentazione a causa del clima e delle strade inadeguate. Quindi concepì il canale di Panama come un’opera a «chiuse» e laghi artificiali per preservare il canale dalle esondazioni dovute alle frequenti tempeste tropicali caratteristiche della zona. Nonostante fosse il progetto più avanzato, quello dell’italiano non ebbe al momento seguito a causa delle turbolenze politiche che portarono alla caduta del regno di Luigi Filippo soltanto tre anni più tardi, oltre a presentare ancora troppe difficoltà tecniche e oneri economici oltre ogni reale possibilità. Quarant’anni dopo, quando la Francia riprese l’interesse al taglio dell’istmo di Panama, rifiutò l’idea di Garella. Affidato a Ferdinand de Lesseps, il piano prevedeva lo scavo del canale al livello del mare. Iniziati nel 1881 i lavori approdarono presto ad un drammatico fallimento. Gli scavi furono ostacolati dal clima avverso e da numerose frane che causarono migliaia di vittime tra i lavoratori. Nonostante il coinvolgimento del grande ingegnere Gustave Eiffel, il canale non fu mai completato anche a causa del fallimento della società di Lesseps, coinvolto in uno scandalo di corruzione che fece talmente tanto clamore a livello internazionale da portare Parigi alla crisi politica ed i risparmiatori che avevano investito nel progetto alla bancarotta.Altri furono gli italiani che parteciparono attivamente allo sviluppo dei progetti del canale di Panama, in particolare nel campo delle esplorazioni geomorfologiche dell’Istmo. Tra di essi figura, negli anni del progetto francese, Oliviero Bixio. Nipote del famigerato generale Nino, il trentenne militare ed avventuriero era reduce da campagne come ufficiale volontario nella guerra Franco-Prussiana e in quella civile americana. A Panama conobbe l’ingegnere italiano Guido Musso, con il quale compì un rischioso viaggio esplorativo nella regione del Darien, al confine tra l’attuale Colombia e Panama. A causa del clima avverso e delle malattie tropicali Bixio perse la vita durante le esplorazioni mentre Musso, che stava per rientrare in Italia fu colpito da una polmonite fulminante e di lì a poco morì come l’amico. Negli anni del progetto di Garella, attorno al 1850, prese parte alle esplorazioni il generale italiano Agostino Codazzi da Lugo, romagnolo come Battista Antonelli. Reduce dalla guerra del Messico e volontario nell’esercito colombiano di Simon Bolivàr, era un apprezzato cartografo e geografo. Dopo essere stato anche in Venezuela dove per un periodo fu governatore della regione di Barinas, Codazzi fu chiamato dagli inglesi che, come i francesi, promossero esplorazioni e progetti a Panama. Il tracciato del canale concepito dal cartografo romagnolo ricalcherà poi quello definitivo, realizzato decenni più tardi.Il canale di Panama sarà infine realizzato dagli Americani tra il 1907 e il 1914. Molti furono i lavoratori italiani emigrati che presero parte ai pericolosi lavori di scavo, resi ancora più letali per la grande diffusione della malaria e di altre malattie tropicali. Si calcola che circa 4.000 italiani furono impiegati negli anni della costruzione, che seguì in buona parte il progetto di Felice Napoleone Garella essendo concepito con un sistema di chiuse e bacini idrici artificiali in funzione di scolmatori durante le piene causate dalle piogge torrenziali dei tropici.La storia del canale che unisce i due Oceani ha parlato italiano anche recentemente quando tra il 2007 e il 2016 il gruppo Salini-Impregilo (oggi Webuild) ha partecipato in modo determinante alla gigantesca opera di ampliamento del canale, con un innovativo sistema a triple chiuse che ha permesso il passaggio di navi cargo tipo Neo-Panamax, lunghe 366 metri e larghe 49.
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
Continua a leggereRiduci
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
Continua a leggereRiduci