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2021-04-14
Non solo la Cina in Montenegro, Erdogan si allunga sulla Bosnia
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Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
La Bosnia-Erzegovina e la Turchia hanno siglato il mese scorso ad Ankara un accordo per la costruzione del tratto bosniaco di un'autostrada per collegare Sarajevo e Belgrado: in particolare, la firma è avvenuta alla presenza del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e dei membri della presidenza bosniaca. «Sono convinto che il sostegno del presidente Erdogan a questo progetto sia fondamentale per la sua realizzazione», ha dichiarato Milorad Dodik, membro della presidenza bosniaca. «Oggi abbiamo parlato di cosa possiamo fare per accelerare l'attuazione del progetto in Bosnia. Un protocollo sulla cooperazione nel campo delle infrastrutture e dei progetti di costruzione, che oggi accelererà la realizzazione di questi lavori», ha dichiarato dal canto suo Erdogan. Non è stato ancora chiarito come verrà finanziato questo di autostrada, sebbene la Turchia abbia lasciato intendere di voler garantire le coperture: l'accordo tra Turchia e Bosnia offre del resto la possibilità di finanziamento tramite banche turche o istituti di credito internazionali.
Ma non è soltanto nel settore infrastrutturale che Ankara si sta impegnando, guardando a Sarajevo. Il mese scorso, Erdogan ha infatti messo la Bosnia nel mirino anche della propria diplomazia vaccinale, inviando al Paese balcanico 30.000 dosi di vaccino cinese Sinovac. Ricordiamo, tra l'altro, che Ankara e Sarajevo intrattengano delle relazioni piuttosto strette e cordiali: relazioni in buona sostanza dettate non solo dalla significativa presenza di bosniaci in Turchia, ma anche dal fatto che in Bosnia la maggioranza dei cittadini (circa il 51%) sia di religione musulmana.
Più in generale poi il Sultano sta portando avanti una strategia complessiva rispetto a gran parte della stessa area balcanica, una strategia che – non a caso – molti definiscono «neo-ottomana». In questo quadro, un ruolo fondamentale per Erdogan è svolto, per esempio, dalla Serbia. Nell'ottobre del 2019, durante una visita a Belgrado, il presidente turco ebbe a dire che la Turchia avrebbe continuato a svolgere un «ruolo costruttivo» nel rafforzare la stabilità nei Balcani. Fu in quell'occasione che il presidente della Serbia, Aleksandar Vucic, descrisse le relazioni di Belgrado con Ankara come «forse le migliori nella storia moderna». «La Serbia ha una posizione centrale e strategica nei Balcani. Abbiamo legami profondi, storici e culturali con la Serbia, e vediamo la Serbia come un paese vicino, anche se non abbiamo confini comuni. Oggi, le nostre relazioni è al suo livello migliore. Il mio caro amico Vucic ha un grande ruolo e supporto in questo», disse dal canto suo Erdogan.
Sempre in quell'occasione, i due leader siglarono una serie di accordi in materia di Difesa. In tal senso, è utile sottolineare come gli scambi commerciali tra Ankara e Belgrado stiano crescendo. Del resto, dopo una crisi diplomatica verificatasi nel 2013 sulla spinosa questione del Kosovo, le relazioni tra Turchia e Serbia sono rapidamente migliorate. E risultano al momento particolarmente salde: il Paese balcanico ospita circa 800 imprese turche, mentre la dimensione degli investimenti turchi è passato da un milione di dollari nel 2011 a 200 milioni nel 2019. Inoltre, il volume complessivo degli scambi commerciali supererebbe attualmente il miliardo di dollari. In tutto questo, non va neppure trascurato il Vertice Trilaterale Turchia-Bosnia ed Erzegovina-Serbia, con cui Erdogan sta rafforzando la propria influenza sull'area. Infine la Turchia ha, negli ultimissimi mesi, anche siglato vari accordi con l'Albania, non disdegnando interesse per la Croazia: Paese che il Sultano ha visitato nel 2016.
L'interesse mostrato dal presidente turco per i Balcani è quindi chiaro. Rafforzando in loco la sua influenza, il Sultano punta infatti a svariati obiettivi strategici. In primo luogo, come già suggerito, questa mossa è funzionale alla sua linea neo-ottomana ed è quindi subordinata alla politica di potenza di Ankara: un elemento dal forte valore anche ideologico. In secondo luogo, questa influenza esercita una (ulteriore) pressione alle porte dell'Unione europea. Ma il problema non riguarda soltanto Bruxelles. Investe anche (se non soprattutto) Roma. L'Italia si sta infatti sempre più ritrovando – per così dire – accerchiata dalla Turchia: si pensi non soltanto agli stessi Balcani, ma anche alla parte occidentale della Libia. In particolare, l'area balcanica riveste una forte importanza strategica per Roma: intratteniamo con l'area forti legami commerciali, senza poi considerare che la sua estrema vicinanza presenti delle ovvie ricadute politiche sul nostro Paese. In tal senso, le recenti turbolenze diplomatiche tra Roma e Ankara rischiano di produrre delle ripercussioni sull'Italia non soltanto in Libia ma negli stessi Balcani. Un'eventualità tutt'altro che remota, a cui Roma deve tenersi pronta e, in caso, reagire adeguatamente.
Del resto, non va neppure dimenticato che, oltre alla Turchia, anche la Cina stia incrementando la sua influenza sull'area balcanica. I rapporti tra Pechino e Belgrado sono, per esempio, sempre più stretti. Senza poi dimenticare il Montenegro: il piccolo Paese balcanico ha contratto infatti un debito enorme con il Dragone, dal valore di un miliardo di euro. Un debito, sottoscritto nel 2014 per un'infrastruttura autostradale, a cui adesso Podgorica non riesce a far fronte (anche a causa degli effetti recessivi della pandemia). Il Montenegro ha per questo chiesto l'aiuto di Bruxelles, ricevendo tuttavia un secco rifiuto da parte della Commissione europea appena pochi giorni fa.
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L'influenza della Turchia sui Balcani sta crescendo. Un campanello d'allarme per Bruxelles e per Roma. E anche la Cina sta incrementando la sua presenza sull'area. I rapporti tra Pechino e Belgrado sono sempre più stretti. Podgorica nel 2014 ha contratto un debito di un miliardo di euro con il Dragone per un'infrastruttura autostradale, a cui adesso non riesce a far fronte.La Bosnia-Erzegovina e la Turchia hanno siglato il mese scorso ad Ankara un accordo per la costruzione del tratto bosniaco di un'autostrada per collegare Sarajevo e Belgrado: in particolare, la firma è avvenuta alla presenza del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e dei membri della presidenza bosniaca. «Sono convinto che il sostegno del presidente Erdogan a questo progetto sia fondamentale per la sua realizzazione», ha dichiarato Milorad Dodik, membro della presidenza bosniaca. «Oggi abbiamo parlato di cosa possiamo fare per accelerare l'attuazione del progetto in Bosnia. Un protocollo sulla cooperazione nel campo delle infrastrutture e dei progetti di costruzione, che oggi accelererà la realizzazione di questi lavori», ha dichiarato dal canto suo Erdogan. Non è stato ancora chiarito come verrà finanziato questo di autostrada, sebbene la Turchia abbia lasciato intendere di voler garantire le coperture: l'accordo tra Turchia e Bosnia offre del resto la possibilità di finanziamento tramite banche turche o istituti di credito internazionali. Ma non è soltanto nel settore infrastrutturale che Ankara si sta impegnando, guardando a Sarajevo. Il mese scorso, Erdogan ha infatti messo la Bosnia nel mirino anche della propria diplomazia vaccinale, inviando al Paese balcanico 30.000 dosi di vaccino cinese Sinovac. Ricordiamo, tra l'altro, che Ankara e Sarajevo intrattengano delle relazioni piuttosto strette e cordiali: relazioni in buona sostanza dettate non solo dalla significativa presenza di bosniaci in Turchia, ma anche dal fatto che in Bosnia la maggioranza dei cittadini (circa il 51%) sia di religione musulmana. Più in generale poi il Sultano sta portando avanti una strategia complessiva rispetto a gran parte della stessa area balcanica, una strategia che – non a caso – molti definiscono «neo-ottomana». In questo quadro, un ruolo fondamentale per Erdogan è svolto, per esempio, dalla Serbia. Nell'ottobre del 2019, durante una visita a Belgrado, il presidente turco ebbe a dire che la Turchia avrebbe continuato a svolgere un «ruolo costruttivo» nel rafforzare la stabilità nei Balcani. Fu in quell'occasione che il presidente della Serbia, Aleksandar Vucic, descrisse le relazioni di Belgrado con Ankara come «forse le migliori nella storia moderna». «La Serbia ha una posizione centrale e strategica nei Balcani. Abbiamo legami profondi, storici e culturali con la Serbia, e vediamo la Serbia come un paese vicino, anche se non abbiamo confini comuni. Oggi, le nostre relazioni è al suo livello migliore. Il mio caro amico Vucic ha un grande ruolo e supporto in questo», disse dal canto suo Erdogan. Sempre in quell'occasione, i due leader siglarono una serie di accordi in materia di Difesa. In tal senso, è utile sottolineare come gli scambi commerciali tra Ankara e Belgrado stiano crescendo. Del resto, dopo una crisi diplomatica verificatasi nel 2013 sulla spinosa questione del Kosovo, le relazioni tra Turchia e Serbia sono rapidamente migliorate. E risultano al momento particolarmente salde: il Paese balcanico ospita circa 800 imprese turche, mentre la dimensione degli investimenti turchi è passato da un milione di dollari nel 2011 a 200 milioni nel 2019. Inoltre, il volume complessivo degli scambi commerciali supererebbe attualmente il miliardo di dollari. In tutto questo, non va neppure trascurato il Vertice Trilaterale Turchia-Bosnia ed Erzegovina-Serbia, con cui Erdogan sta rafforzando la propria influenza sull'area. Infine la Turchia ha, negli ultimissimi mesi, anche siglato vari accordi con l'Albania, non disdegnando interesse per la Croazia: Paese che il Sultano ha visitato nel 2016. L'interesse mostrato dal presidente turco per i Balcani è quindi chiaro. Rafforzando in loco la sua influenza, il Sultano punta infatti a svariati obiettivi strategici. In primo luogo, come già suggerito, questa mossa è funzionale alla sua linea neo-ottomana ed è quindi subordinata alla politica di potenza di Ankara: un elemento dal forte valore anche ideologico. In secondo luogo, questa influenza esercita una (ulteriore) pressione alle porte dell'Unione europea. Ma il problema non riguarda soltanto Bruxelles. Investe anche (se non soprattutto) Roma. L'Italia si sta infatti sempre più ritrovando – per così dire – accerchiata dalla Turchia: si pensi non soltanto agli stessi Balcani, ma anche alla parte occidentale della Libia. In particolare, l'area balcanica riveste una forte importanza strategica per Roma: intratteniamo con l'area forti legami commerciali, senza poi considerare che la sua estrema vicinanza presenti delle ovvie ricadute politiche sul nostro Paese. In tal senso, le recenti turbolenze diplomatiche tra Roma e Ankara rischiano di produrre delle ripercussioni sull'Italia non soltanto in Libia ma negli stessi Balcani. Un'eventualità tutt'altro che remota, a cui Roma deve tenersi pronta e, in caso, reagire adeguatamente. Del resto, non va neppure dimenticato che, oltre alla Turchia, anche la Cina stia incrementando la sua influenza sull'area balcanica. I rapporti tra Pechino e Belgrado sono, per esempio, sempre più stretti. Senza poi dimenticare il Montenegro: il piccolo Paese balcanico ha contratto infatti un debito enorme con il Dragone, dal valore di un miliardo di euro. Un debito, sottoscritto nel 2014 per un'infrastruttura autostradale, a cui adesso Podgorica non riesce a far fronte (anche a causa degli effetti recessivi della pandemia). Il Montenegro ha per questo chiesto l'aiuto di Bruxelles, ricevendo tuttavia un secco rifiuto da parte della Commissione europea appena pochi giorni fa.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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