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2021-04-14
Non solo la Cina in Montenegro, Erdogan si allunga sulla Bosnia
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Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
La Bosnia-Erzegovina e la Turchia hanno siglato il mese scorso ad Ankara un accordo per la costruzione del tratto bosniaco di un'autostrada per collegare Sarajevo e Belgrado: in particolare, la firma è avvenuta alla presenza del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e dei membri della presidenza bosniaca. «Sono convinto che il sostegno del presidente Erdogan a questo progetto sia fondamentale per la sua realizzazione», ha dichiarato Milorad Dodik, membro della presidenza bosniaca. «Oggi abbiamo parlato di cosa possiamo fare per accelerare l'attuazione del progetto in Bosnia. Un protocollo sulla cooperazione nel campo delle infrastrutture e dei progetti di costruzione, che oggi accelererà la realizzazione di questi lavori», ha dichiarato dal canto suo Erdogan. Non è stato ancora chiarito come verrà finanziato questo di autostrada, sebbene la Turchia abbia lasciato intendere di voler garantire le coperture: l'accordo tra Turchia e Bosnia offre del resto la possibilità di finanziamento tramite banche turche o istituti di credito internazionali.
Ma non è soltanto nel settore infrastrutturale che Ankara si sta impegnando, guardando a Sarajevo. Il mese scorso, Erdogan ha infatti messo la Bosnia nel mirino anche della propria diplomazia vaccinale, inviando al Paese balcanico 30.000 dosi di vaccino cinese Sinovac. Ricordiamo, tra l'altro, che Ankara e Sarajevo intrattengano delle relazioni piuttosto strette e cordiali: relazioni in buona sostanza dettate non solo dalla significativa presenza di bosniaci in Turchia, ma anche dal fatto che in Bosnia la maggioranza dei cittadini (circa il 51%) sia di religione musulmana.
Più in generale poi il Sultano sta portando avanti una strategia complessiva rispetto a gran parte della stessa area balcanica, una strategia che – non a caso – molti definiscono «neo-ottomana». In questo quadro, un ruolo fondamentale per Erdogan è svolto, per esempio, dalla Serbia. Nell'ottobre del 2019, durante una visita a Belgrado, il presidente turco ebbe a dire che la Turchia avrebbe continuato a svolgere un «ruolo costruttivo» nel rafforzare la stabilità nei Balcani. Fu in quell'occasione che il presidente della Serbia, Aleksandar Vucic, descrisse le relazioni di Belgrado con Ankara come «forse le migliori nella storia moderna». «La Serbia ha una posizione centrale e strategica nei Balcani. Abbiamo legami profondi, storici e culturali con la Serbia, e vediamo la Serbia come un paese vicino, anche se non abbiamo confini comuni. Oggi, le nostre relazioni è al suo livello migliore. Il mio caro amico Vucic ha un grande ruolo e supporto in questo», disse dal canto suo Erdogan.
Sempre in quell'occasione, i due leader siglarono una serie di accordi in materia di Difesa. In tal senso, è utile sottolineare come gli scambi commerciali tra Ankara e Belgrado stiano crescendo. Del resto, dopo una crisi diplomatica verificatasi nel 2013 sulla spinosa questione del Kosovo, le relazioni tra Turchia e Serbia sono rapidamente migliorate. E risultano al momento particolarmente salde: il Paese balcanico ospita circa 800 imprese turche, mentre la dimensione degli investimenti turchi è passato da un milione di dollari nel 2011 a 200 milioni nel 2019. Inoltre, il volume complessivo degli scambi commerciali supererebbe attualmente il miliardo di dollari. In tutto questo, non va neppure trascurato il Vertice Trilaterale Turchia-Bosnia ed Erzegovina-Serbia, con cui Erdogan sta rafforzando la propria influenza sull'area. Infine la Turchia ha, negli ultimissimi mesi, anche siglato vari accordi con l'Albania, non disdegnando interesse per la Croazia: Paese che il Sultano ha visitato nel 2016.
L'interesse mostrato dal presidente turco per i Balcani è quindi chiaro. Rafforzando in loco la sua influenza, il Sultano punta infatti a svariati obiettivi strategici. In primo luogo, come già suggerito, questa mossa è funzionale alla sua linea neo-ottomana ed è quindi subordinata alla politica di potenza di Ankara: un elemento dal forte valore anche ideologico. In secondo luogo, questa influenza esercita una (ulteriore) pressione alle porte dell'Unione europea. Ma il problema non riguarda soltanto Bruxelles. Investe anche (se non soprattutto) Roma. L'Italia si sta infatti sempre più ritrovando – per così dire – accerchiata dalla Turchia: si pensi non soltanto agli stessi Balcani, ma anche alla parte occidentale della Libia. In particolare, l'area balcanica riveste una forte importanza strategica per Roma: intratteniamo con l'area forti legami commerciali, senza poi considerare che la sua estrema vicinanza presenti delle ovvie ricadute politiche sul nostro Paese. In tal senso, le recenti turbolenze diplomatiche tra Roma e Ankara rischiano di produrre delle ripercussioni sull'Italia non soltanto in Libia ma negli stessi Balcani. Un'eventualità tutt'altro che remota, a cui Roma deve tenersi pronta e, in caso, reagire adeguatamente.
Del resto, non va neppure dimenticato che, oltre alla Turchia, anche la Cina stia incrementando la sua influenza sull'area balcanica. I rapporti tra Pechino e Belgrado sono, per esempio, sempre più stretti. Senza poi dimenticare il Montenegro: il piccolo Paese balcanico ha contratto infatti un debito enorme con il Dragone, dal valore di un miliardo di euro. Un debito, sottoscritto nel 2014 per un'infrastruttura autostradale, a cui adesso Podgorica non riesce a far fronte (anche a causa degli effetti recessivi della pandemia). Il Montenegro ha per questo chiesto l'aiuto di Bruxelles, ricevendo tuttavia un secco rifiuto da parte della Commissione europea appena pochi giorni fa.
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L'influenza della Turchia sui Balcani sta crescendo. Un campanello d'allarme per Bruxelles e per Roma. E anche la Cina sta incrementando la sua presenza sull'area. I rapporti tra Pechino e Belgrado sono sempre più stretti. Podgorica nel 2014 ha contratto un debito di un miliardo di euro con il Dragone per un'infrastruttura autostradale, a cui adesso non riesce a far fronte.La Bosnia-Erzegovina e la Turchia hanno siglato il mese scorso ad Ankara un accordo per la costruzione del tratto bosniaco di un'autostrada per collegare Sarajevo e Belgrado: in particolare, la firma è avvenuta alla presenza del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e dei membri della presidenza bosniaca. «Sono convinto che il sostegno del presidente Erdogan a questo progetto sia fondamentale per la sua realizzazione», ha dichiarato Milorad Dodik, membro della presidenza bosniaca. «Oggi abbiamo parlato di cosa possiamo fare per accelerare l'attuazione del progetto in Bosnia. Un protocollo sulla cooperazione nel campo delle infrastrutture e dei progetti di costruzione, che oggi accelererà la realizzazione di questi lavori», ha dichiarato dal canto suo Erdogan. Non è stato ancora chiarito come verrà finanziato questo di autostrada, sebbene la Turchia abbia lasciato intendere di voler garantire le coperture: l'accordo tra Turchia e Bosnia offre del resto la possibilità di finanziamento tramite banche turche o istituti di credito internazionali. Ma non è soltanto nel settore infrastrutturale che Ankara si sta impegnando, guardando a Sarajevo. Il mese scorso, Erdogan ha infatti messo la Bosnia nel mirino anche della propria diplomazia vaccinale, inviando al Paese balcanico 30.000 dosi di vaccino cinese Sinovac. Ricordiamo, tra l'altro, che Ankara e Sarajevo intrattengano delle relazioni piuttosto strette e cordiali: relazioni in buona sostanza dettate non solo dalla significativa presenza di bosniaci in Turchia, ma anche dal fatto che in Bosnia la maggioranza dei cittadini (circa il 51%) sia di religione musulmana. Più in generale poi il Sultano sta portando avanti una strategia complessiva rispetto a gran parte della stessa area balcanica, una strategia che – non a caso – molti definiscono «neo-ottomana». In questo quadro, un ruolo fondamentale per Erdogan è svolto, per esempio, dalla Serbia. Nell'ottobre del 2019, durante una visita a Belgrado, il presidente turco ebbe a dire che la Turchia avrebbe continuato a svolgere un «ruolo costruttivo» nel rafforzare la stabilità nei Balcani. Fu in quell'occasione che il presidente della Serbia, Aleksandar Vucic, descrisse le relazioni di Belgrado con Ankara come «forse le migliori nella storia moderna». «La Serbia ha una posizione centrale e strategica nei Balcani. Abbiamo legami profondi, storici e culturali con la Serbia, e vediamo la Serbia come un paese vicino, anche se non abbiamo confini comuni. Oggi, le nostre relazioni è al suo livello migliore. Il mio caro amico Vucic ha un grande ruolo e supporto in questo», disse dal canto suo Erdogan. Sempre in quell'occasione, i due leader siglarono una serie di accordi in materia di Difesa. In tal senso, è utile sottolineare come gli scambi commerciali tra Ankara e Belgrado stiano crescendo. Del resto, dopo una crisi diplomatica verificatasi nel 2013 sulla spinosa questione del Kosovo, le relazioni tra Turchia e Serbia sono rapidamente migliorate. E risultano al momento particolarmente salde: il Paese balcanico ospita circa 800 imprese turche, mentre la dimensione degli investimenti turchi è passato da un milione di dollari nel 2011 a 200 milioni nel 2019. Inoltre, il volume complessivo degli scambi commerciali supererebbe attualmente il miliardo di dollari. In tutto questo, non va neppure trascurato il Vertice Trilaterale Turchia-Bosnia ed Erzegovina-Serbia, con cui Erdogan sta rafforzando la propria influenza sull'area. Infine la Turchia ha, negli ultimissimi mesi, anche siglato vari accordi con l'Albania, non disdegnando interesse per la Croazia: Paese che il Sultano ha visitato nel 2016. L'interesse mostrato dal presidente turco per i Balcani è quindi chiaro. Rafforzando in loco la sua influenza, il Sultano punta infatti a svariati obiettivi strategici. In primo luogo, come già suggerito, questa mossa è funzionale alla sua linea neo-ottomana ed è quindi subordinata alla politica di potenza di Ankara: un elemento dal forte valore anche ideologico. In secondo luogo, questa influenza esercita una (ulteriore) pressione alle porte dell'Unione europea. Ma il problema non riguarda soltanto Bruxelles. Investe anche (se non soprattutto) Roma. L'Italia si sta infatti sempre più ritrovando – per così dire – accerchiata dalla Turchia: si pensi non soltanto agli stessi Balcani, ma anche alla parte occidentale della Libia. In particolare, l'area balcanica riveste una forte importanza strategica per Roma: intratteniamo con l'area forti legami commerciali, senza poi considerare che la sua estrema vicinanza presenti delle ovvie ricadute politiche sul nostro Paese. In tal senso, le recenti turbolenze diplomatiche tra Roma e Ankara rischiano di produrre delle ripercussioni sull'Italia non soltanto in Libia ma negli stessi Balcani. Un'eventualità tutt'altro che remota, a cui Roma deve tenersi pronta e, in caso, reagire adeguatamente. Del resto, non va neppure dimenticato che, oltre alla Turchia, anche la Cina stia incrementando la sua influenza sull'area balcanica. I rapporti tra Pechino e Belgrado sono, per esempio, sempre più stretti. Senza poi dimenticare il Montenegro: il piccolo Paese balcanico ha contratto infatti un debito enorme con il Dragone, dal valore di un miliardo di euro. Un debito, sottoscritto nel 2014 per un'infrastruttura autostradale, a cui adesso Podgorica non riesce a far fronte (anche a causa degli effetti recessivi della pandemia). Il Montenegro ha per questo chiesto l'aiuto di Bruxelles, ricevendo tuttavia un secco rifiuto da parte della Commissione europea appena pochi giorni fa.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara