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2019-05-17
All'Aero Club d'Italia è tutto fermo. La politica mira a far tornare Leoni e gli aviatori restano senza ali
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Ansa
Pare non esserci pace per la situazione in cui versa l'Aero Club d'Italia. Dopo oltre un decennio di presidenza e commissariamento affidati all'ex senatore della Lega Giuseppe Leoni, dopo la condanna in primo grado di quest'ultimo per peculato e un primo commissariamento affidato al professor Pierluigi Matera, avvocato legato al Coni di Giovanni Malagò il cui mandato scaduto non è stato rinnovato dopo il cambio del governo, ora l'amministrazione straordinaria di AeCI è stata affidata a un altro giurista, il professor Guido Valori, con l'incarico di traghettare a nuove elezioni l'ente entro tre mesi dalla nomina del marzo scorso. Tempo che Valori ha già dichiarato essere insufficiente e che dovrebbe pertanto essere prorogato. Nel frattempo, il 14 maggio, il commissario ha licenziato il direttore generale Giuseppe D'accolti (ex Aeronautica militare), che ricopriva a titolo gratuito il suo ruolo e che, stando ai pareri degli aviatori sportivi italiani, lo faceva molto bene.
Ora mentre Valori sceglie il nuovo dirigente, figura indispensabile per mandare avanti le attività, gli iscritti si interrogano sul futuro dell'Aero Club d'Italia anche con il sospetto che Valori stia allungando i tempi per attendere il parere del Consiglio di Stato sulla eleggibilità di Giuseppe Leoni, spodestato dalla sentenza della magistratura ma di fatto vincitore delle ultime elezioni avvenute nel 2017 per un mandato che avrebbe dovuto terminare nel 2021. Non manca neppure chi vede in questa situazione una guerra di spoil system tra chi appartiene alla linea di Malagò e del Coni, secondo la quale Leoni non avrebbe più i requisiti di onorabilità necessari per presiedere AeCI, e chi pensa che il governo voglia applicare anche agli sport aeronautici, affiliati al Coni tramite AeCI, la nuova organizzazione dello sport pensata dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti, linea che potrebbe favorire un rientro di Leoni e quindi temuta da chi lo ha contrastato. A subire il massimo disagio restano però i club non federati ma le organizzazioni definite «enti aggregati», ovvero quasi tutte le scuole di volo appartenenti al Volo da diporto sportivo obbligate per legge ad affiliarsi, nonché la gestione tecnico amministrativa delle flotte, compresa l'identificazione dei mezzi, l'emissione dei titoli di pilota e di istruttore delle varie specialità, la loro formazione, standardizzazione e l'aggiornamento. Questo comparto comprende la maggioranza dei praticanti italiani di volo e anche gli aeromodellisti, ma è storicamente mal rappresentato in seno all'Ente stesso quando è tempo di elezioni: ogni presidente di aeroclub federato porta un voto, ma tutti gli enti aggregati ne contano insieme uno soltanto pur comprendendo la maggioranza di praticanti.
Un nodo complicato da sciogliere in quanto la legge italiana affida all'AeCI la gestione del comparto ultraleggero, ma con una speranza: il nuovo regolamento basico europeo sull'aviazione (CE1139/2018) dice invece che a occuparsi dei mezzi volanti sotto i 600 chilogrammi di massa massima (tutti gli ultraleggeri), possano anche essere organizzazioni private purché riconosciute dall'Agenzia europea per la sicurezza del volo (Easa) o dall'autorità nazionale (Enac) come entità qualificate. Da questo concetto nasce la corrente dei piloti che vorrebbero un Aero Club d'Italia più snello e moderno, la cui funzione sia soltanto la gestione degli sport dell'aria, dei campionati riconosciuti dalla Federazione aeronautica internazionale. Una soluzione non facile da attuare ma che certamente ridurrebbe le dimensioni di un ente visto a torto come un carrozzone (tra dipendenti e collaboratori, sono soltanto una trentina di persone), ma di fatto sempre meno in grado di assolvere al suo compito primario, ovvero la diffusione e promozione dell'aviazione in senso popolare.
Del resto AeCI, ente di diritto pubblico, nacque il 22 novembre 1911 per divenire ente morale con il regio decreto 1452 del 23 luglio 1926. Lo scopo allora era portare piloti alla patria, compito oggi affidato a organizzazioni professionali e all'Aeronautica militare, ma anche creare porte di accesso all'aviazione a costi ridotti. C'è una ragione per la quale finora ogni sforzo di rinnovamento profondo di AeCI naufraga spesso sabotato dal suo interno: gli aviatori italiani, circa 30.000 appassionati per 12 specialità differenti, soltanto attraverso la federazione all'AeCi e al Coni fruiscono di canoni ridotti per l'affitto di spazi demaniali dentro gli aeroporti (la riduzione è del 90%), in quanto aventi lo statuto di associazioni sportive dilettantistiche. Questo consente loro di fornire servizi ai soci, come hangaraggio di mezzi a minor costo (e non soltanto di quelli appartenenti alle flotte sociali, come dovrebbe essere), e licenze di pilotaggio che soltanto in rari casi sono più economiche di quelle offerte da scuole private non federate, poiché sul sistema gravano comunque i costosi fardelli normativi delle certificazioni Easa. Nessuno vuole perdere queste facilitazioni, che esistono anche nella maggioranza delle altre nazioni, dove però sono le camere di commercio o le istituzioni regionali a garantirle e non l'aero club centrale, che è soltanto un'organizzazione riconosciuta e non un ente di diritto pubblico soggetto al controllo di cinque ministeri e della Corte dei conti.
A questo grande pasticcio bisogna aggiungere che in molti aeroporti minori le aziende private (scuole di volo, officine, società di lavoro aereo), ritengono per questi motivi di subire concorrenza sleale da parte degli aeroclub federati, anche se, sovente, sono questi che nel dopoguerra hanno creato fisicamente gli aeroporti (la legge Gex prevedeva una pista aeroturistica per ogni provincia), e che oggi sono in grado di gestirli nel migliore dei modi. Per uscire dal guazzabuglio sarebbe necessaria la stabilità, un rifacimento totale in senso moderno dello statuto dell'Aero Club d'Italia e naturalmente un nuovo accordo con l'Enac che fissi in modo chiaro e per sempre i diritti e i doveri dei club affidatari di spazi demaniali in concessione, nonché fare accordi di non concorrenza con le scuole di volo private, magari facendo sistema con esse. A perderci, nel frattempo, sono i giovani italiani che trovano costi troppo alti per accedere alle discipline aeronautiche rispetto ai loro coetanei europei, e che quando vogliono divenire piloti professionisti si rivolgono all'estero.
C'è poi da difendere lo sport aeronautico nazionale. Nel 1939 l'Italia deteneva 32 dei 33 record aerei riconosciuti dalla Federazione internazionale, e oggi nonostante le mille difficoltà dei nostri atleti ne conserviamo ancora qualcuno, mentre ogni anno vinciamo parecchie medaglie nelle varie discipline. Infine sarebbero da rinnovare gli accordi tra Aero Club d'Italia e Aeronautica militare. Un tempo l'Arma azzurra dava agli aeroclub gli aeroplani scuola da essa dismessi, e l'ente per questo ha sempre nominato come suo direttore un generale dell'Aeronautica prossimo alla pensione. Ma oggi di aeroplani l'Aeronautica non ne può più regalare, mentre per ragioni di evoluzione del settore, al posto di un generale servirebbe come direttore un manager competente in sport aeronautici più che una persona formata per la guerra aerea. Insomma, una parte dell'Aero Club d'Italia è ancora agganciata ai regi decreti, un 'altra è rimasta ai tempi di Italo Balbo. Ma l'aviazione nel frattempo è evoluta.
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Indispensabile per lo sport aeronautico, l'Aero Club d'Italia è da tempo in subbuglio. Dopo oltre un decennio di presidenza e commissariamento affidati all'ex senatore della Lega Giuseppe Leoni, dopo la condanna in primo grado di quest'ultimo per peculato, il nuovo amministratore straordinario prende tempo. E le elezioni dei vertici si allontanano. Eppure, occorre una riforma profonda che dia rappresentanza a tutte le specialità e ripristini lo scopo fondamentale per il quale l'ente è stato creato: avvicinare la gente all'aviazione.Pare non esserci pace per la situazione in cui versa l'Aero Club d'Italia. Dopo oltre un decennio di presidenza e commissariamento affidati all'ex senatore della Lega Giuseppe Leoni, dopo la condanna in primo grado di quest'ultimo per peculato e un primo commissariamento affidato al professor Pierluigi Matera, avvocato legato al Coni di Giovanni Malagò il cui mandato scaduto non è stato rinnovato dopo il cambio del governo, ora l'amministrazione straordinaria di AeCI è stata affidata a un altro giurista, il professor Guido Valori, con l'incarico di traghettare a nuove elezioni l'ente entro tre mesi dalla nomina del marzo scorso. Tempo che Valori ha già dichiarato essere insufficiente e che dovrebbe pertanto essere prorogato. Nel frattempo, il 14 maggio, il commissario ha licenziato il direttore generale Giuseppe D'accolti (ex Aeronautica militare), che ricopriva a titolo gratuito il suo ruolo e che, stando ai pareri degli aviatori sportivi italiani, lo faceva molto bene.Ora mentre Valori sceglie il nuovo dirigente, figura indispensabile per mandare avanti le attività, gli iscritti si interrogano sul futuro dell'Aero Club d'Italia anche con il sospetto che Valori stia allungando i tempi per attendere il parere del Consiglio di Stato sulla eleggibilità di Giuseppe Leoni, spodestato dalla sentenza della magistratura ma di fatto vincitore delle ultime elezioni avvenute nel 2017 per un mandato che avrebbe dovuto terminare nel 2021. Non manca neppure chi vede in questa situazione una guerra di spoil system tra chi appartiene alla linea di Malagò e del Coni, secondo la quale Leoni non avrebbe più i requisiti di onorabilità necessari per presiedere AeCI, e chi pensa che il governo voglia applicare anche agli sport aeronautici, affiliati al Coni tramite AeCI, la nuova organizzazione dello sport pensata dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti, linea che potrebbe favorire un rientro di Leoni e quindi temuta da chi lo ha contrastato. A subire il massimo disagio restano però i club non federati ma le organizzazioni definite «enti aggregati», ovvero quasi tutte le scuole di volo appartenenti al Volo da diporto sportivo obbligate per legge ad affiliarsi, nonché la gestione tecnico amministrativa delle flotte, compresa l'identificazione dei mezzi, l'emissione dei titoli di pilota e di istruttore delle varie specialità, la loro formazione, standardizzazione e l'aggiornamento. Questo comparto comprende la maggioranza dei praticanti italiani di volo e anche gli aeromodellisti, ma è storicamente mal rappresentato in seno all'Ente stesso quando è tempo di elezioni: ogni presidente di aeroclub federato porta un voto, ma tutti gli enti aggregati ne contano insieme uno soltanto pur comprendendo la maggioranza di praticanti.Un nodo complicato da sciogliere in quanto la legge italiana affida all'AeCI la gestione del comparto ultraleggero, ma con una speranza: il nuovo regolamento basico europeo sull'aviazione (CE1139/2018) dice invece che a occuparsi dei mezzi volanti sotto i 600 chilogrammi di massa massima (tutti gli ultraleggeri), possano anche essere organizzazioni private purché riconosciute dall'Agenzia europea per la sicurezza del volo (Easa) o dall'autorità nazionale (Enac) come entità qualificate. Da questo concetto nasce la corrente dei piloti che vorrebbero un Aero Club d'Italia più snello e moderno, la cui funzione sia soltanto la gestione degli sport dell'aria, dei campionati riconosciuti dalla Federazione aeronautica internazionale. Una soluzione non facile da attuare ma che certamente ridurrebbe le dimensioni di un ente visto a torto come un carrozzone (tra dipendenti e collaboratori, sono soltanto una trentina di persone), ma di fatto sempre meno in grado di assolvere al suo compito primario, ovvero la diffusione e promozione dell'aviazione in senso popolare.Del resto AeCI, ente di diritto pubblico, nacque il 22 novembre 1911 per divenire ente morale con il regio decreto 1452 del 23 luglio 1926. Lo scopo allora era portare piloti alla patria, compito oggi affidato a organizzazioni professionali e all'Aeronautica militare, ma anche creare porte di accesso all'aviazione a costi ridotti. C'è una ragione per la quale finora ogni sforzo di rinnovamento profondo di AeCI naufraga spesso sabotato dal suo interno: gli aviatori italiani, circa 30.000 appassionati per 12 specialità differenti, soltanto attraverso la federazione all'AeCi e al Coni fruiscono di canoni ridotti per l'affitto di spazi demaniali dentro gli aeroporti (la riduzione è del 90%), in quanto aventi lo statuto di associazioni sportive dilettantistiche. Questo consente loro di fornire servizi ai soci, come hangaraggio di mezzi a minor costo (e non soltanto di quelli appartenenti alle flotte sociali, come dovrebbe essere), e licenze di pilotaggio che soltanto in rari casi sono più economiche di quelle offerte da scuole private non federate, poiché sul sistema gravano comunque i costosi fardelli normativi delle certificazioni Easa. Nessuno vuole perdere queste facilitazioni, che esistono anche nella maggioranza delle altre nazioni, dove però sono le camere di commercio o le istituzioni regionali a garantirle e non l'aero club centrale, che è soltanto un'organizzazione riconosciuta e non un ente di diritto pubblico soggetto al controllo di cinque ministeri e della Corte dei conti.A questo grande pasticcio bisogna aggiungere che in molti aeroporti minori le aziende private (scuole di volo, officine, società di lavoro aereo), ritengono per questi motivi di subire concorrenza sleale da parte degli aeroclub federati, anche se, sovente, sono questi che nel dopoguerra hanno creato fisicamente gli aeroporti (la legge Gex prevedeva una pista aeroturistica per ogni provincia), e che oggi sono in grado di gestirli nel migliore dei modi. Per uscire dal guazzabuglio sarebbe necessaria la stabilità, un rifacimento totale in senso moderno dello statuto dell'Aero Club d'Italia e naturalmente un nuovo accordo con l'Enac che fissi in modo chiaro e per sempre i diritti e i doveri dei club affidatari di spazi demaniali in concessione, nonché fare accordi di non concorrenza con le scuole di volo private, magari facendo sistema con esse. A perderci, nel frattempo, sono i giovani italiani che trovano costi troppo alti per accedere alle discipline aeronautiche rispetto ai loro coetanei europei, e che quando vogliono divenire piloti professionisti si rivolgono all'estero.C'è poi da difendere lo sport aeronautico nazionale. Nel 1939 l'Italia deteneva 32 dei 33 record aerei riconosciuti dalla Federazione internazionale, e oggi nonostante le mille difficoltà dei nostri atleti ne conserviamo ancora qualcuno, mentre ogni anno vinciamo parecchie medaglie nelle varie discipline. Infine sarebbero da rinnovare gli accordi tra Aero Club d'Italia e Aeronautica militare. Un tempo l'Arma azzurra dava agli aeroclub gli aeroplani scuola da essa dismessi, e l'ente per questo ha sempre nominato come suo direttore un generale dell'Aeronautica prossimo alla pensione. Ma oggi di aeroplani l'Aeronautica non ne può più regalare, mentre per ragioni di evoluzione del settore, al posto di un generale servirebbe come direttore un manager competente in sport aeronautici più che una persona formata per la guerra aerea. Insomma, una parte dell'Aero Club d'Italia è ancora agganciata ai regi decreti, un 'altra è rimasta ai tempi di Italo Balbo. Ma l'aviazione nel frattempo è evoluta.
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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