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2019-05-17
All'Aero Club d'Italia è tutto fermo. La politica mira a far tornare Leoni e gli aviatori restano senza ali
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Ansa
Pare non esserci pace per la situazione in cui versa l'Aero Club d'Italia. Dopo oltre un decennio di presidenza e commissariamento affidati all'ex senatore della Lega Giuseppe Leoni, dopo la condanna in primo grado di quest'ultimo per peculato e un primo commissariamento affidato al professor Pierluigi Matera, avvocato legato al Coni di Giovanni Malagò il cui mandato scaduto non è stato rinnovato dopo il cambio del governo, ora l'amministrazione straordinaria di AeCI è stata affidata a un altro giurista, il professor Guido Valori, con l'incarico di traghettare a nuove elezioni l'ente entro tre mesi dalla nomina del marzo scorso. Tempo che Valori ha già dichiarato essere insufficiente e che dovrebbe pertanto essere prorogato. Nel frattempo, il 14 maggio, il commissario ha licenziato il direttore generale Giuseppe D'accolti (ex Aeronautica militare), che ricopriva a titolo gratuito il suo ruolo e che, stando ai pareri degli aviatori sportivi italiani, lo faceva molto bene.
Ora mentre Valori sceglie il nuovo dirigente, figura indispensabile per mandare avanti le attività, gli iscritti si interrogano sul futuro dell'Aero Club d'Italia anche con il sospetto che Valori stia allungando i tempi per attendere il parere del Consiglio di Stato sulla eleggibilità di Giuseppe Leoni, spodestato dalla sentenza della magistratura ma di fatto vincitore delle ultime elezioni avvenute nel 2017 per un mandato che avrebbe dovuto terminare nel 2021. Non manca neppure chi vede in questa situazione una guerra di spoil system tra chi appartiene alla linea di Malagò e del Coni, secondo la quale Leoni non avrebbe più i requisiti di onorabilità necessari per presiedere AeCI, e chi pensa che il governo voglia applicare anche agli sport aeronautici, affiliati al Coni tramite AeCI, la nuova organizzazione dello sport pensata dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti, linea che potrebbe favorire un rientro di Leoni e quindi temuta da chi lo ha contrastato. A subire il massimo disagio restano però i club non federati ma le organizzazioni definite «enti aggregati», ovvero quasi tutte le scuole di volo appartenenti al Volo da diporto sportivo obbligate per legge ad affiliarsi, nonché la gestione tecnico amministrativa delle flotte, compresa l'identificazione dei mezzi, l'emissione dei titoli di pilota e di istruttore delle varie specialità, la loro formazione, standardizzazione e l'aggiornamento. Questo comparto comprende la maggioranza dei praticanti italiani di volo e anche gli aeromodellisti, ma è storicamente mal rappresentato in seno all'Ente stesso quando è tempo di elezioni: ogni presidente di aeroclub federato porta un voto, ma tutti gli enti aggregati ne contano insieme uno soltanto pur comprendendo la maggioranza di praticanti.
Un nodo complicato da sciogliere in quanto la legge italiana affida all'AeCI la gestione del comparto ultraleggero, ma con una speranza: il nuovo regolamento basico europeo sull'aviazione (CE1139/2018) dice invece che a occuparsi dei mezzi volanti sotto i 600 chilogrammi di massa massima (tutti gli ultraleggeri), possano anche essere organizzazioni private purché riconosciute dall'Agenzia europea per la sicurezza del volo (Easa) o dall'autorità nazionale (Enac) come entità qualificate. Da questo concetto nasce la corrente dei piloti che vorrebbero un Aero Club d'Italia più snello e moderno, la cui funzione sia soltanto la gestione degli sport dell'aria, dei campionati riconosciuti dalla Federazione aeronautica internazionale. Una soluzione non facile da attuare ma che certamente ridurrebbe le dimensioni di un ente visto a torto come un carrozzone (tra dipendenti e collaboratori, sono soltanto una trentina di persone), ma di fatto sempre meno in grado di assolvere al suo compito primario, ovvero la diffusione e promozione dell'aviazione in senso popolare.
Del resto AeCI, ente di diritto pubblico, nacque il 22 novembre 1911 per divenire ente morale con il regio decreto 1452 del 23 luglio 1926. Lo scopo allora era portare piloti alla patria, compito oggi affidato a organizzazioni professionali e all'Aeronautica militare, ma anche creare porte di accesso all'aviazione a costi ridotti. C'è una ragione per la quale finora ogni sforzo di rinnovamento profondo di AeCI naufraga spesso sabotato dal suo interno: gli aviatori italiani, circa 30.000 appassionati per 12 specialità differenti, soltanto attraverso la federazione all'AeCi e al Coni fruiscono di canoni ridotti per l'affitto di spazi demaniali dentro gli aeroporti (la riduzione è del 90%), in quanto aventi lo statuto di associazioni sportive dilettantistiche. Questo consente loro di fornire servizi ai soci, come hangaraggio di mezzi a minor costo (e non soltanto di quelli appartenenti alle flotte sociali, come dovrebbe essere), e licenze di pilotaggio che soltanto in rari casi sono più economiche di quelle offerte da scuole private non federate, poiché sul sistema gravano comunque i costosi fardelli normativi delle certificazioni Easa. Nessuno vuole perdere queste facilitazioni, che esistono anche nella maggioranza delle altre nazioni, dove però sono le camere di commercio o le istituzioni regionali a garantirle e non l'aero club centrale, che è soltanto un'organizzazione riconosciuta e non un ente di diritto pubblico soggetto al controllo di cinque ministeri e della Corte dei conti.
A questo grande pasticcio bisogna aggiungere che in molti aeroporti minori le aziende private (scuole di volo, officine, società di lavoro aereo), ritengono per questi motivi di subire concorrenza sleale da parte degli aeroclub federati, anche se, sovente, sono questi che nel dopoguerra hanno creato fisicamente gli aeroporti (la legge Gex prevedeva una pista aeroturistica per ogni provincia), e che oggi sono in grado di gestirli nel migliore dei modi. Per uscire dal guazzabuglio sarebbe necessaria la stabilità, un rifacimento totale in senso moderno dello statuto dell'Aero Club d'Italia e naturalmente un nuovo accordo con l'Enac che fissi in modo chiaro e per sempre i diritti e i doveri dei club affidatari di spazi demaniali in concessione, nonché fare accordi di non concorrenza con le scuole di volo private, magari facendo sistema con esse. A perderci, nel frattempo, sono i giovani italiani che trovano costi troppo alti per accedere alle discipline aeronautiche rispetto ai loro coetanei europei, e che quando vogliono divenire piloti professionisti si rivolgono all'estero.
C'è poi da difendere lo sport aeronautico nazionale. Nel 1939 l'Italia deteneva 32 dei 33 record aerei riconosciuti dalla Federazione internazionale, e oggi nonostante le mille difficoltà dei nostri atleti ne conserviamo ancora qualcuno, mentre ogni anno vinciamo parecchie medaglie nelle varie discipline. Infine sarebbero da rinnovare gli accordi tra Aero Club d'Italia e Aeronautica militare. Un tempo l'Arma azzurra dava agli aeroclub gli aeroplani scuola da essa dismessi, e l'ente per questo ha sempre nominato come suo direttore un generale dell'Aeronautica prossimo alla pensione. Ma oggi di aeroplani l'Aeronautica non ne può più regalare, mentre per ragioni di evoluzione del settore, al posto di un generale servirebbe come direttore un manager competente in sport aeronautici più che una persona formata per la guerra aerea. Insomma, una parte dell'Aero Club d'Italia è ancora agganciata ai regi decreti, un 'altra è rimasta ai tempi di Italo Balbo. Ma l'aviazione nel frattempo è evoluta.
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Indispensabile per lo sport aeronautico, l'Aero Club d'Italia è da tempo in subbuglio. Dopo oltre un decennio di presidenza e commissariamento affidati all'ex senatore della Lega Giuseppe Leoni, dopo la condanna in primo grado di quest'ultimo per peculato, il nuovo amministratore straordinario prende tempo. E le elezioni dei vertici si allontanano. Eppure, occorre una riforma profonda che dia rappresentanza a tutte le specialità e ripristini lo scopo fondamentale per il quale l'ente è stato creato: avvicinare la gente all'aviazione.Pare non esserci pace per la situazione in cui versa l'Aero Club d'Italia. Dopo oltre un decennio di presidenza e commissariamento affidati all'ex senatore della Lega Giuseppe Leoni, dopo la condanna in primo grado di quest'ultimo per peculato e un primo commissariamento affidato al professor Pierluigi Matera, avvocato legato al Coni di Giovanni Malagò il cui mandato scaduto non è stato rinnovato dopo il cambio del governo, ora l'amministrazione straordinaria di AeCI è stata affidata a un altro giurista, il professor Guido Valori, con l'incarico di traghettare a nuove elezioni l'ente entro tre mesi dalla nomina del marzo scorso. Tempo che Valori ha già dichiarato essere insufficiente e che dovrebbe pertanto essere prorogato. Nel frattempo, il 14 maggio, il commissario ha licenziato il direttore generale Giuseppe D'accolti (ex Aeronautica militare), che ricopriva a titolo gratuito il suo ruolo e che, stando ai pareri degli aviatori sportivi italiani, lo faceva molto bene.Ora mentre Valori sceglie il nuovo dirigente, figura indispensabile per mandare avanti le attività, gli iscritti si interrogano sul futuro dell'Aero Club d'Italia anche con il sospetto che Valori stia allungando i tempi per attendere il parere del Consiglio di Stato sulla eleggibilità di Giuseppe Leoni, spodestato dalla sentenza della magistratura ma di fatto vincitore delle ultime elezioni avvenute nel 2017 per un mandato che avrebbe dovuto terminare nel 2021. Non manca neppure chi vede in questa situazione una guerra di spoil system tra chi appartiene alla linea di Malagò e del Coni, secondo la quale Leoni non avrebbe più i requisiti di onorabilità necessari per presiedere AeCI, e chi pensa che il governo voglia applicare anche agli sport aeronautici, affiliati al Coni tramite AeCI, la nuova organizzazione dello sport pensata dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti, linea che potrebbe favorire un rientro di Leoni e quindi temuta da chi lo ha contrastato. A subire il massimo disagio restano però i club non federati ma le organizzazioni definite «enti aggregati», ovvero quasi tutte le scuole di volo appartenenti al Volo da diporto sportivo obbligate per legge ad affiliarsi, nonché la gestione tecnico amministrativa delle flotte, compresa l'identificazione dei mezzi, l'emissione dei titoli di pilota e di istruttore delle varie specialità, la loro formazione, standardizzazione e l'aggiornamento. Questo comparto comprende la maggioranza dei praticanti italiani di volo e anche gli aeromodellisti, ma è storicamente mal rappresentato in seno all'Ente stesso quando è tempo di elezioni: ogni presidente di aeroclub federato porta un voto, ma tutti gli enti aggregati ne contano insieme uno soltanto pur comprendendo la maggioranza di praticanti.Un nodo complicato da sciogliere in quanto la legge italiana affida all'AeCI la gestione del comparto ultraleggero, ma con una speranza: il nuovo regolamento basico europeo sull'aviazione (CE1139/2018) dice invece che a occuparsi dei mezzi volanti sotto i 600 chilogrammi di massa massima (tutti gli ultraleggeri), possano anche essere organizzazioni private purché riconosciute dall'Agenzia europea per la sicurezza del volo (Easa) o dall'autorità nazionale (Enac) come entità qualificate. Da questo concetto nasce la corrente dei piloti che vorrebbero un Aero Club d'Italia più snello e moderno, la cui funzione sia soltanto la gestione degli sport dell'aria, dei campionati riconosciuti dalla Federazione aeronautica internazionale. Una soluzione non facile da attuare ma che certamente ridurrebbe le dimensioni di un ente visto a torto come un carrozzone (tra dipendenti e collaboratori, sono soltanto una trentina di persone), ma di fatto sempre meno in grado di assolvere al suo compito primario, ovvero la diffusione e promozione dell'aviazione in senso popolare.Del resto AeCI, ente di diritto pubblico, nacque il 22 novembre 1911 per divenire ente morale con il regio decreto 1452 del 23 luglio 1926. Lo scopo allora era portare piloti alla patria, compito oggi affidato a organizzazioni professionali e all'Aeronautica militare, ma anche creare porte di accesso all'aviazione a costi ridotti. C'è una ragione per la quale finora ogni sforzo di rinnovamento profondo di AeCI naufraga spesso sabotato dal suo interno: gli aviatori italiani, circa 30.000 appassionati per 12 specialità differenti, soltanto attraverso la federazione all'AeCi e al Coni fruiscono di canoni ridotti per l'affitto di spazi demaniali dentro gli aeroporti (la riduzione è del 90%), in quanto aventi lo statuto di associazioni sportive dilettantistiche. Questo consente loro di fornire servizi ai soci, come hangaraggio di mezzi a minor costo (e non soltanto di quelli appartenenti alle flotte sociali, come dovrebbe essere), e licenze di pilotaggio che soltanto in rari casi sono più economiche di quelle offerte da scuole private non federate, poiché sul sistema gravano comunque i costosi fardelli normativi delle certificazioni Easa. Nessuno vuole perdere queste facilitazioni, che esistono anche nella maggioranza delle altre nazioni, dove però sono le camere di commercio o le istituzioni regionali a garantirle e non l'aero club centrale, che è soltanto un'organizzazione riconosciuta e non un ente di diritto pubblico soggetto al controllo di cinque ministeri e della Corte dei conti.A questo grande pasticcio bisogna aggiungere che in molti aeroporti minori le aziende private (scuole di volo, officine, società di lavoro aereo), ritengono per questi motivi di subire concorrenza sleale da parte degli aeroclub federati, anche se, sovente, sono questi che nel dopoguerra hanno creato fisicamente gli aeroporti (la legge Gex prevedeva una pista aeroturistica per ogni provincia), e che oggi sono in grado di gestirli nel migliore dei modi. Per uscire dal guazzabuglio sarebbe necessaria la stabilità, un rifacimento totale in senso moderno dello statuto dell'Aero Club d'Italia e naturalmente un nuovo accordo con l'Enac che fissi in modo chiaro e per sempre i diritti e i doveri dei club affidatari di spazi demaniali in concessione, nonché fare accordi di non concorrenza con le scuole di volo private, magari facendo sistema con esse. A perderci, nel frattempo, sono i giovani italiani che trovano costi troppo alti per accedere alle discipline aeronautiche rispetto ai loro coetanei europei, e che quando vogliono divenire piloti professionisti si rivolgono all'estero.C'è poi da difendere lo sport aeronautico nazionale. Nel 1939 l'Italia deteneva 32 dei 33 record aerei riconosciuti dalla Federazione internazionale, e oggi nonostante le mille difficoltà dei nostri atleti ne conserviamo ancora qualcuno, mentre ogni anno vinciamo parecchie medaglie nelle varie discipline. Infine sarebbero da rinnovare gli accordi tra Aero Club d'Italia e Aeronautica militare. Un tempo l'Arma azzurra dava agli aeroclub gli aeroplani scuola da essa dismessi, e l'ente per questo ha sempre nominato come suo direttore un generale dell'Aeronautica prossimo alla pensione. Ma oggi di aeroplani l'Aeronautica non ne può più regalare, mentre per ragioni di evoluzione del settore, al posto di un generale servirebbe come direttore un manager competente in sport aeronautici più che una persona formata per la guerra aerea. Insomma, una parte dell'Aero Club d'Italia è ancora agganciata ai regi decreti, un 'altra è rimasta ai tempi di Italo Balbo. Ma l'aviazione nel frattempo è evoluta.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».