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2018-08-06
Abbronzatissimi. Per ogni pelle ci vuole una crema, ma lo sapete di che fototipo siete?
La conquista della tintarella è uno dei riti estivi più amati. Tanto che ormai ci si mette in costume e ci si sottopone ai bagni di sole non solo in spiaggia, ma perfino in città. No, non nelle piscine cittadine, proprio in strada. Qualche giorno fa, tre turiste nordeuropee sono state fotografate distese in costume sul marciapiede del binario della stazione di Lecco: avevano pensato di ottimizzare l'attesa del treno facendosi un bagno di sole. E, a fine aprile, una signora si era piazzata in bikini addirittura sul Monumento ai caduti, sempre a Lecco. Ma esporsi con tanta ostinazione ai raggi della nana gialla la cui temperatura superficiale è di ben 5.504 gradi centigradi, con l'obiettivo di diventare scuri come l'ebano fa davvero così bene? Trasformarsi, cioè, in «a-a-abbronzatissimi / sotto i raggi del sole» (per citare Edoardo Vianello, che nel 1963 ebbe uno straordinario successo con la canzone Abbronzatissima) è un'idea così felice? Non troppo. Prendere il sole è sì benefico per alcuni versi, ma può avere effetti catastrofici sulla salute se non lo si «assume» con le dovute precauzioni.
L'esposizione al sole è importante innanzitutto per la produzione di vitamina D, che acquisiamo in dosi molto basse tramite il cibo (solo nell'olio di fegato di merluzzo se ne trova in quantità degna di nota). La vitamina D è un ormone composto da 5 pro-ormoni (D1, D2, D3, D4, D5) che si attivano con la luce solare. In genere poco nominata, è invece assai importante: aiuta ad assimilare calcio e fosforo; stimola la leptina coadiuvando il metabolismo dei grassi (negli individui normopeso i livelli di vitamina D sono generalmente alti, mentre sono bassi negli obesi); riduce la formazione di citochine, molecole proteiche che formano il grasso, soprattutto dell'addome; aiuta il buon funzionamento del sistema cardiocircolatorio, con funzione preventiva di infarto e ictus; aumenta le difese del sistema immunitario ed è importante anche per il corretto assetto del sistema nervoso.
Una sua carenza è collegata con molte patologie, dalla debolezza muscolare o di unghie e capelli all'ansia e alla depressione, passando per il sovrappeso, la steatosi epatica (il cosiddetto fegato grasso) e la fragilità ossea.
Ma anche con diverse malattie autoimmuni come il diabete mellito, la sclerosi multipla, il lupus eritematoso sistemico e l'artrite reumatoide. Vivendo per lo più chiusi in ufficio, casa, locali e auto, come impone la vita contemporanea, siamo automaticamente indotti a produrne poca. Perciò l'alternativa più naturale all'assunzione di quella sintetica è esporsi al sole, scoperti. Bastano 10-15 minuti al giorno.
Il sole, poi, fa bene anche all'umore. Stimola, infatti, la produzione di serotonina, il neurotrasmettitore che regola il ciclo sonno/ veglia, il corretto senso di sazietà, la motilità intestinale, la memoria, il desiderio sessuale e il tono dell'umore.
Allo stesso tempo, posizionarsi sotto i raggi del sole per ore e ore senza protezione solare è una pessima abitudine. Occorre conoscere i raggi solari prima di affidarvisi: si tratta di un abbraccio ambivalente, che può anche presentarci un conto molto salato. I raggi ultravioletti sono radiazioni che coprono l'intervallo dello spettro elettromagnetico con lunghezza d'onda tra 100 e 400 nanometri. I raggi Uv-c (lunghezza d'onda tra 100 e 280 millimetri), che per noi sarebbero ustionanti senza nemmeno scurire la pelle, sono bloccati dall'atmosfera. Ma i raggi ultravioletti Uv-b e Uv-a giungono fino a noi. Analizziamoli. I raggi Uv-a sono circa il 95% dei raggi ultravioletti che raggiungono la Terra e penetrano attraverso le nuvole, i vetri e l'epidermide: giunti sulla cute sono in grado di passare attraverso l'epidermide e giungere fino al derma, lo strato sottostante l'epidermide. I raggi Uv-a sono emessi anche dalle lampade per l'abbronzatura e dalle lampade per l'asciugatura dello smalto semipermanente e in gel (non sono pochi gli allarmi sull'insalubrità dell'esposizione massiccia a entrambe).
I raggi Uv-b, invece, sono il restante 5% degli ultravioletti che ci arrivano addosso. L'abbronzatura deriva dalla pigmentazione della pelle attivata dai raggi Uv. I melanociti producono melanina e la riversano all'esterno nel tentativo di proteggere il derma. La produzione di melanina è il meccanismo con cui la pelle si difende. Sarebbe a dire che l'abbronzatura è più una «cicatrice della guerra» che la pelle e i suoi strati intrattengono coi raggi ultravioletti che un innocuo indicatore di bellezza estetica. Per intenderci su quale sia l'effetto del sole lasciato agire sul corpo idratato senza alcuna protezione per lungo tempo, basti pensare che una volta si seccava la frutta lasciandola a rinsecchire sotto il sole: si ponevano, per esempio, i fichi freschi e verdissimi su appositi vassoi di vimini, girandoli spesso perché entrambi i lati subissero il potente trattamento rovente e prosciugante del sole, e dopo qualche giorno diventavano marroni, secchi e duri.
Non vi diciamo di fare la prova empirica della potenza solare esponendovi al sole a mo' di fichi, ma vi diciamo, con energia, il contrario: proteggetevi, proteggetevi, proteggetevi. I possibili danni da esposizione prolungata e senza protezione non sono scherzi, soprattutto per i fototipi di pelle chiara che regnano in Occidente (la pelle nera, proprio per la sua presenza costitutiva di melanina, è ben più autoprotetta della nostra).
L'Oms ha identificato nove patologie: melanoma cutaneo (un tumore dei melanociti); carcinoma squamoso della pelle (tumore più lento e meno mortale del melanoma); carcinoma basocellulare (tumore della pelle con comparsa in età per lo più avanzata); carcinoma squamoso di cornea o congiuntiva (è un raro tumore oculare); cheratosi, che possono generare lesioni pretumorali; scottature; cataratta corticale; pterigio; riattivazione dell'herpes labiale. La sovraesposizione ai raggi Uv uccide ogni anno circa 60.000 persone, 48.000 per melanoma e 12.000 per carcinoma. E anche solo una scottatura solare, che può essere talmente forte da diventare un'ustione o un colpo di sole, non sono passeggiate. Proteggersi, quindi, mentre ci si abbronza, è fondamentale. Come? Con le creme solari. Nessuna crema è in grado di bloccare il 100% dei raggi Uv. In più la crema agisce solo sulle porzioni di pelle dove è spalmata (dunque distribuitela ovunque arrivi il sole, anche sulle e dietro e nelle orecchie, sulla parte posteriore del collo e sui palmi di mani e piedi). Quindi, prima di addentrarci nell'universo delle creme, ricordiamoci la premessa della difesa dal sole in spiaggia (ma anche in montagna, ogni 1.000 metri in più di altitudine i raggi Uv aumentano del 10-12%). Proteggere sempre il capo dall'insolazione diretta, tramite l'ombra dell'ombrellone - che comunque riduce solo della metà le radiazioni, a meno che non sia realizzato con tessuto con filtro UV - o un cappello o un foulard. Indossare anche gli occhiali da sole (certo, non nuotando!), perché il sole diretto, come abbiamo visto danneggia anche gli occhi.
Mai esporsi nelle ore più calde, dalle 11 alle 16. Incremarsi sempre. Non lesinate e non siate troppo veloci quando acquistate le creme di protezione solare. Esaminatele. Badate innanzitutto che siano water resistant, cioè che non vengano completamente liquefatte dal bagno in acqua (a mezzo metro di profondità le radiazioni Uv sono ridotte solo del 40% rispetto alla superficie, l'acqua non ci protegge completamente dal sole e in più diluisce e consuma la crema protettiva). Stendetele di nuovo dopo il bagno, perché water resistant significa che si dissolve in più tempo, non che non si dissolve mai: è una crema, non una vernice bicomponente epossidica.
Il principio basico per scegliere la protezione di cui abbiamo bisogno è il nostro fototipo. I fototipi sono sei e, per quanto ad ognuno sia associato un colore di occhi e capelli, bisogna guardare la carnagione. Il fototipo I (carnagione lattea) e II (carnagione molto chiara) nelle prime esposizioni devono usare una crema con Spf 50. Spf 30 per il fototipo III (carnagione abbastanza chiara), 20/15 per il fototipo IV (carnagione leggermente scura), 10 per il fototipo V (carnagione scura) e 6 per il fototipo VI (carnagione scurissima o nera). A pelle già abbronzata si può diminuire un po' l'indice Spf. Un po': da 50 si passerà a 30, non a 6. L'indice Spf, acronimo di «Sun protection factor», indica il fattore per cui moltiplicare una dose di esposizione solare prima di sviluppare almeno l'eritema solare. Con la protezione 50, posso procurarmi dopo 100 ore di esposizione lo stesso eritema che, senza protezione, mi procurerei in appena 2 ore. Secondo altri, l'Spf indica anche la percentuale di radiazione bloccata: Spf 50 vuol dire 1/50, cioè se ne blocca il 98%. Ma come fa il filtro solare a schermare la pelle? Esistono filtri chimici e filtri fisici, composti da particelle minerali.
Il filtro fisico riflette la radiazione a mo' di specchio, quello chimico assorbe e converte la radiazione. In molti preferiscono i filtri fisici, perché non penetrano nella pelle e non sono inquinanti per l'ambiente marino e gli organismi acquatici (le creme certificate eco-bio possono utilizzare solo questi). Un altro elemento importante è che la crema protegga dai raggi Uv-a e Uv-b. Solo negli ultimi anni sono state messe a punto creme di questo tipo, dette «ad ampio spettro»: in passato si tendeva a proteggere solo dagli Uv-b. Le creme solari non andrebbero utilizzate dopo un anno dall'apertura e occorre fare attenzione a riapplicarle ogni due, massimo tre ore, anche se non si fa il bagno perché l'attività dei filtri viene diminuita sia dal sudore, sia dallo stesso effetto «distruttivo» della luce solare. Non sono poche le persone che ormai utilizzano creme o cosmetici con filtro solare per viso, braccia e gambe anche per la normale vita in città, per tutelarsi dai rischi importanti dell'esposizione agli Uv e anche dal fotoinvecchiamento.
Non basta controllare la data di scadenza
Siete in procinto di partire per le vacanze, state ultimando i preparativi e avete le valigie aperte sul letto. A un certo punto, su una mensola in bagno, trovate un flacone di crema solare. È quello che vi siete portati al mare l'anno scorso, durante l'ultima visita sulla spiaggia.
La tentazione, ovviamente, è quella di infilare la crema in valigia: così si risparmia un po' e si finisce di utilizzare la rimanenza. Ma forse non è una grande idea.
A spiegare perché, sul sito della Fondazione Veronesi (www.fondazioneveronesi.it) è Giovanni Leone, direttore del servizio di Fotodermatologia presso l'Istituto dermatologico San Gallicano di Roma. Intervistato da Donatella Barus, il medico spiega che è meglio stare molto attenti prima di utilizzare creme vecchie.
Come fare, dunque, a capire se la crema è ancora utilizzabile, magari a un anno di distanza dall'apertura? Non è sufficiente, purtroppo, guardare la data di scadenza. «Le creme solari non vanno mai usate dopo più di un anno dall'apertura», dice Leone. Che aggiunge: «È importante considerare anche la fotostabilità del prodotto, ovvero la capacità della crema di rimanere attiva sulla pelle anche sotto l'azione della luce solare». Dunque, dopo aver verificato la data di scadenza, dovete effettuare un ulteriore controllo sulla confezione, per controllare il fattore di fotostabilità. «Non è obbligatorio, ma alcune aziende indicano questo fattore sull'etichetta».
Se per caso non riuscite a verificare la data di scadenza, dovete fare attenzione a odore e consistenza del prodotto. «È molto importante non prendere sotto gamba la data di scadenza», spiega il dottor Mervyn Patterson, esperto inglese del Woodford Medical, «perché il passare del tempo degrada i componenti chimici che compongono la crema e questa perde l'efficacia protettiva. Se vi sembra cambiata in termini di consistenza o odore da quando l'avete comprata, è il caso di buttarla».
Meglio spendere un po' di più che rovinarsi la pelle.
Ma fino al XIX secolo i ricchi erano pallidi
L'abbronzatura è diventata una moda e uno status symbol soltanto da quando lo è diventata anche la vacanza estiva al mare. Oggi, chi in estate non sfoggia una pelle almeno color Pantone 16-341 Butterum (marrone chiaro) durante l'estate viene considerato alla stregua di Edward Cullen o Bella Swan, la coppia di vampiri di Twilight (Bella lo diventa nel quarto volume della saga di Stephenie Meyer).
Il pallore è fuori moda, l'abbronzatura è di tendenza perché non andare in vacanza d'estate, più che altro al mare, vuol dire essere poveri. L'abbronzatura viene poi associata anche ad uno stato di buona salute. Le gote rosse di una volta sono state sostituite dall'abbronzatura e non sono poche le persone che anche in inverno si sottopongono a docce solari per cancellare il biancore dell'incarnato. Fino alla fine del diciannovesimo secolo era il perfetto contrario. La pelle scurita dal sole era prerogativa di persone appartenenti al ceto sociale umile, che dovevano lavorare, e all'esterno, per vivere, come contadini e muratori. I ricchi, invece, stavano ben attenti a non abbronzarsi nemmeno per sbaglio, era infatti molto comune che le donne utilizzassero cappellini e ombrellini estivi per evitare che il sole le dorasse.
Gli abiti, poi, erano ancora soggetti ad una concezione di pudicizia ormai scomparsa. Anche quando si incominciò a concepire la vacanza estiva al mare, i costumi da uomo e da donna erano lunghi, una sorta di tute che coprivano pressoché l'intero corpo. Si usavano addirittura le calze e, anche in spiaggia, dominavano cappellini e ombrellini: la «pelle di luna» era garantita.
Pare che sia stata Coco Chanel a portare in voga la pelle abbronzata, quando mostrò la sua pelle ambrata al ritorno da una vacanza a Juan-les-Pins in Costa Azzurra. Erano gli anni Venti, e si iniziava a parlare di elioterapia, nudismo, cultura del corpo libero: il progressivo rimpicciolirsi delle dimensioni dei costumi fu la logica conseguenza. Ci si scopriva non soltanto per ribadire il diritto a farlo, soprattutto da parte femminile, ma anche per abbronzarsi meglio.
Gli occhiali Inuit con ossa di tricheco
La storia ci regala curiosi esempi di protezione solare utilizzate nei secoli. L'uomo non è di certo nato vestito e i vestiti sono stati ideati per proteggersi dal freddo, ma anche dal caldo e dal sole. Lo dimostrano i copricapo. Anche gli occhi si proteggevano, con rudimentali equivalenti dei nostri occhiali da sole. Se Plinio il Vecchio riportava che l'imperatore Nerone fosse aduso guardare i gladiatori attraverso un grosso smeraldo, non è possibile stabilire, però, se lo facesse per correggere, ingrandendo, un difetto di vista, per mitigare la visione del sangue o nel tentativo di «filtrare» cromaticamente il sole. I primi veri occhiali da sole sono di origine cinese. Nell'undicesimo secolo si cominciarono ad utilizzare piccole lastre di quarzo affumicato tenute sul naso da una montatura naturalmente molto grossolana rispetto alle attuali. Non proteggevano dai raggi Uv, di cui si ignorava l'esistenza, ma dalla troppa luminosità, per via della tonalità fumé. Sempre di origine cinese erano i veneziane «vetri da gondola», occhiali da sole che i ricchi utilizzavano negli spostamenti in gondola per mitigare il riverbero del sole sull'acqua quando utilizzavano tipiche imbarcazioni lagunari.
Ma gli occhiali da sole più sorprendenti sono sicuramente quelli eschimesi. Gli Inuit lavoravano osso di tricheco o legno a forma di mascherina (che veniva annodata dietro la nuca) su cui praticavano delle strette e lunghe fessure attraverso le quali guardavano e proteggevano gli occhi dal riflesso della luce solare sulla neve. Li replicò, modificandone un po' il design, il leggendario stilista André Courrèges a metà degli anni Sessanta, si chiamavano Lunettes Eskimo. Quanto alle creme solari, parti di pelle esposta al sole venivano fisicamente coperte con quello che la natura offriva: fango, olio di oliva o polveri come gesso, farina di riso o di lupino. Se dall'uomo antico abbiamo delle cose da imparare e forse da recuperare, questa volta non è il caso: meglio una crema solare dei nostri tempi che manciate di fango spalmato addosso.
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Prendere il sole fa bene, ma attenti: i raggi Uv fanno 60.000 vittime l'anno. L'Oms ha identificato nove patologie. Ecco le regole per non ammalarsi. Crema solare: non basta controllare la data di scadenza. Non cedete alla tentazione di utilizzare le rimanenze dell'anno precedente. Prima di usare un prodotto già aperto osservate la consistenza del prodotto e, soprattutto, fate attenzione all'odore. L'abbronzatura oggi è di moda, così come lo sono le vacanze estive al mare. Fan del biancore simile ai vampiri di Twilight? Non preoccupatevi. Fino al XIX secolo i ricchi erano pallidi. Anche gli occhi vanno protetti dal sole. Lo sanno bene gli Inuit che hanno creato occhiali con le ossa di tricheco per proteggersi dal riflessi della luce solare sulla neve. Lo speciale contiene quattro articoli. La conquista della tintarella è uno dei riti estivi più amati. Tanto che ormai ci si mette in costume e ci si sottopone ai bagni di sole non solo in spiaggia, ma perfino in città. No, non nelle piscine cittadine, proprio in strada. Qualche giorno fa, tre turiste nordeuropee sono state fotografate distese in costume sul marciapiede del binario della stazione di Lecco: avevano pensato di ottimizzare l'attesa del treno facendosi un bagno di sole. E, a fine aprile, una signora si era piazzata in bikini addirittura sul Monumento ai caduti, sempre a Lecco. Ma esporsi con tanta ostinazione ai raggi della nana gialla la cui temperatura superficiale è di ben 5.504 gradi centigradi, con l'obiettivo di diventare scuri come l'ebano fa davvero così bene? Trasformarsi, cioè, in «a-a-abbronzatissimi / sotto i raggi del sole» (per citare Edoardo Vianello, che nel 1963 ebbe uno straordinario successo con la canzone Abbronzatissima) è un'idea così felice? Non troppo. Prendere il sole è sì benefico per alcuni versi, ma può avere effetti catastrofici sulla salute se non lo si «assume» con le dovute precauzioni. L'esposizione al sole è importante innanzitutto per la produzione di vitamina D, che acquisiamo in dosi molto basse tramite il cibo (solo nell'olio di fegato di merluzzo se ne trova in quantità degna di nota). La vitamina D è un ormone composto da 5 pro-ormoni (D1, D2, D3, D4, D5) che si attivano con la luce solare. In genere poco nominata, è invece assai importante: aiuta ad assimilare calcio e fosforo; stimola la leptina coadiuvando il metabolismo dei grassi (negli individui normopeso i livelli di vitamina D sono generalmente alti, mentre sono bassi negli obesi); riduce la formazione di citochine, molecole proteiche che formano il grasso, soprattutto dell'addome; aiuta il buon funzionamento del sistema cardiocircolatorio, con funzione preventiva di infarto e ictus; aumenta le difese del sistema immunitario ed è importante anche per il corretto assetto del sistema nervoso. Una sua carenza è collegata con molte patologie, dalla debolezza muscolare o di unghie e capelli all'ansia e alla depressione, passando per il sovrappeso, la steatosi epatica (il cosiddetto fegato grasso) e la fragilità ossea. Ma anche con diverse malattie autoimmuni come il diabete mellito, la sclerosi multipla, il lupus eritematoso sistemico e l'artrite reumatoide. Vivendo per lo più chiusi in ufficio, casa, locali e auto, come impone la vita contemporanea, siamo automaticamente indotti a produrne poca. Perciò l'alternativa più naturale all'assunzione di quella sintetica è esporsi al sole, scoperti. Bastano 10-15 minuti al giorno. Il sole, poi, fa bene anche all'umore. Stimola, infatti, la produzione di serotonina, il neurotrasmettitore che regola il ciclo sonno/ veglia, il corretto senso di sazietà, la motilità intestinale, la memoria, il desiderio sessuale e il tono dell'umore. Allo stesso tempo, posizionarsi sotto i raggi del sole per ore e ore senza protezione solare è una pessima abitudine. Occorre conoscere i raggi solari prima di affidarvisi: si tratta di un abbraccio ambivalente, che può anche presentarci un conto molto salato. I raggi ultravioletti sono radiazioni che coprono l'intervallo dello spettro elettromagnetico con lunghezza d'onda tra 100 e 400 nanometri. I raggi Uv-c (lunghezza d'onda tra 100 e 280 millimetri), che per noi sarebbero ustionanti senza nemmeno scurire la pelle, sono bloccati dall'atmosfera. Ma i raggi ultravioletti Uv-b e Uv-a giungono fino a noi. Analizziamoli. I raggi Uv-a sono circa il 95% dei raggi ultravioletti che raggiungono la Terra e penetrano attraverso le nuvole, i vetri e l'epidermide: giunti sulla cute sono in grado di passare attraverso l'epidermide e giungere fino al derma, lo strato sottostante l'epidermide. I raggi Uv-a sono emessi anche dalle lampade per l'abbronzatura e dalle lampade per l'asciugatura dello smalto semipermanente e in gel (non sono pochi gli allarmi sull'insalubrità dell'esposizione massiccia a entrambe). I raggi Uv-b, invece, sono il restante 5% degli ultravioletti che ci arrivano addosso. L'abbronzatura deriva dalla pigmentazione della pelle attivata dai raggi Uv. I melanociti producono melanina e la riversano all'esterno nel tentativo di proteggere il derma. La produzione di melanina è il meccanismo con cui la pelle si difende. Sarebbe a dire che l'abbronzatura è più una «cicatrice della guerra» che la pelle e i suoi strati intrattengono coi raggi ultravioletti che un innocuo indicatore di bellezza estetica. Per intenderci su quale sia l'effetto del sole lasciato agire sul corpo idratato senza alcuna protezione per lungo tempo, basti pensare che una volta si seccava la frutta lasciandola a rinsecchire sotto il sole: si ponevano, per esempio, i fichi freschi e verdissimi su appositi vassoi di vimini, girandoli spesso perché entrambi i lati subissero il potente trattamento rovente e prosciugante del sole, e dopo qualche giorno diventavano marroni, secchi e duri. Non vi diciamo di fare la prova empirica della potenza solare esponendovi al sole a mo' di fichi, ma vi diciamo, con energia, il contrario: proteggetevi, proteggetevi, proteggetevi. I possibili danni da esposizione prolungata e senza protezione non sono scherzi, soprattutto per i fototipi di pelle chiara che regnano in Occidente (la pelle nera, proprio per la sua presenza costitutiva di melanina, è ben più autoprotetta della nostra). L'Oms ha identificato nove patologie: melanoma cutaneo (un tumore dei melanociti); carcinoma squamoso della pelle (tumore più lento e meno mortale del melanoma); carcinoma basocellulare (tumore della pelle con comparsa in età per lo più avanzata); carcinoma squamoso di cornea o congiuntiva (è un raro tumore oculare); cheratosi, che possono generare lesioni pretumorali; scottature; cataratta corticale; pterigio; riattivazione dell'herpes labiale. La sovraesposizione ai raggi Uv uccide ogni anno circa 60.000 persone, 48.000 per melanoma e 12.000 per carcinoma. E anche solo una scottatura solare, che può essere talmente forte da diventare un'ustione o un colpo di sole, non sono passeggiate. Proteggersi, quindi, mentre ci si abbronza, è fondamentale. Come? Con le creme solari. Nessuna crema è in grado di bloccare il 100% dei raggi Uv. In più la crema agisce solo sulle porzioni di pelle dove è spalmata (dunque distribuitela ovunque arrivi il sole, anche sulle e dietro e nelle orecchie, sulla parte posteriore del collo e sui palmi di mani e piedi). Quindi, prima di addentrarci nell'universo delle creme, ricordiamoci la premessa della difesa dal sole in spiaggia (ma anche in montagna, ogni 1.000 metri in più di altitudine i raggi Uv aumentano del 10-12%). Proteggere sempre il capo dall'insolazione diretta, tramite l'ombra dell'ombrellone - che comunque riduce solo della metà le radiazioni, a meno che non sia realizzato con tessuto con filtro UV - o un cappello o un foulard. Indossare anche gli occhiali da sole (certo, non nuotando!), perché il sole diretto, come abbiamo visto danneggia anche gli occhi. Mai esporsi nelle ore più calde, dalle 11 alle 16. Incremarsi sempre. Non lesinate e non siate troppo veloci quando acquistate le creme di protezione solare. Esaminatele. Badate innanzitutto che siano water resistant, cioè che non vengano completamente liquefatte dal bagno in acqua (a mezzo metro di profondità le radiazioni Uv sono ridotte solo del 40% rispetto alla superficie, l'acqua non ci protegge completamente dal sole e in più diluisce e consuma la crema protettiva). Stendetele di nuovo dopo il bagno, perché water resistant significa che si dissolve in più tempo, non che non si dissolve mai: è una crema, non una vernice bicomponente epossidica. Il principio basico per scegliere la protezione di cui abbiamo bisogno è il nostro fototipo. I fototipi sono sei e, per quanto ad ognuno sia associato un colore di occhi e capelli, bisogna guardare la carnagione. Il fototipo I (carnagione lattea) e II (carnagione molto chiara) nelle prime esposizioni devono usare una crema con Spf 50. Spf 30 per il fototipo III (carnagione abbastanza chiara), 20/15 per il fototipo IV (carnagione leggermente scura), 10 per il fototipo V (carnagione scura) e 6 per il fototipo VI (carnagione scurissima o nera). A pelle già abbronzata si può diminuire un po' l'indice Spf. Un po': da 50 si passerà a 30, non a 6. L'indice Spf, acronimo di «Sun protection factor», indica il fattore per cui moltiplicare una dose di esposizione solare prima di sviluppare almeno l'eritema solare. Con la protezione 50, posso procurarmi dopo 100 ore di esposizione lo stesso eritema che, senza protezione, mi procurerei in appena 2 ore. Secondo altri, l'Spf indica anche la percentuale di radiazione bloccata: Spf 50 vuol dire 1/50, cioè se ne blocca il 98%. Ma come fa il filtro solare a schermare la pelle? Esistono filtri chimici e filtri fisici, composti da particelle minerali. Il filtro fisico riflette la radiazione a mo' di specchio, quello chimico assorbe e converte la radiazione. In molti preferiscono i filtri fisici, perché non penetrano nella pelle e non sono inquinanti per l'ambiente marino e gli organismi acquatici (le creme certificate eco-bio possono utilizzare solo questi). Un altro elemento importante è che la crema protegga dai raggi Uv-a e Uv-b. Solo negli ultimi anni sono state messe a punto creme di questo tipo, dette «ad ampio spettro»: in passato si tendeva a proteggere solo dagli Uv-b. Le creme solari non andrebbero utilizzate dopo un anno dall'apertura e occorre fare attenzione a riapplicarle ogni due, massimo tre ore, anche se non si fa il bagno perché l'attività dei filtri viene diminuita sia dal sudore, sia dallo stesso effetto «distruttivo» della luce solare. Non sono poche le persone che ormai utilizzano creme o cosmetici con filtro solare per viso, braccia e gambe anche per la normale vita in città, per tutelarsi dai rischi importanti dell'esposizione agli Uv e anche dal fotoinvecchiamento. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abbronzatissimi-per-ogni-pelle-ci-vuole-una-crema-ma-lo-sapete-di-che-fototipo-siete-2593012948.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="non-basta-controllare-la-data-di-scadenza" data-post-id="2593012948" data-published-at="1773196430" data-use-pagination="False"> Non basta controllare la data di scadenza Siete in procinto di partire per le vacanze, state ultimando i preparativi e avete le valigie aperte sul letto. A un certo punto, su una mensola in bagno, trovate un flacone di crema solare. È quello che vi siete portati al mare l'anno scorso, durante l'ultima visita sulla spiaggia. La tentazione, ovviamente, è quella di infilare la crema in valigia: così si risparmia un po' e si finisce di utilizzare la rimanenza. Ma forse non è una grande idea. A spiegare perché, sul sito della Fondazione Veronesi (www.fondazioneveronesi.it) è Giovanni Leone, direttore del servizio di Fotodermatologia presso l'Istituto dermatologico San Gallicano di Roma. Intervistato da Donatella Barus, il medico spiega che è meglio stare molto attenti prima di utilizzare creme vecchie. Come fare, dunque, a capire se la crema è ancora utilizzabile, magari a un anno di distanza dall'apertura? Non è sufficiente, purtroppo, guardare la data di scadenza. «Le creme solari non vanno mai usate dopo più di un anno dall'apertura», dice Leone. Che aggiunge: «È importante considerare anche la fotostabilità del prodotto, ovvero la capacità della crema di rimanere attiva sulla pelle anche sotto l'azione della luce solare». Dunque, dopo aver verificato la data di scadenza, dovete effettuare un ulteriore controllo sulla confezione, per controllare il fattore di fotostabilità. «Non è obbligatorio, ma alcune aziende indicano questo fattore sull'etichetta». Se per caso non riuscite a verificare la data di scadenza, dovete fare attenzione a odore e consistenza del prodotto. «È molto importante non prendere sotto gamba la data di scadenza», spiega il dottor Mervyn Patterson, esperto inglese del Woodford Medical, «perché il passare del tempo degrada i componenti chimici che compongono la crema e questa perde l'efficacia protettiva. Se vi sembra cambiata in termini di consistenza o odore da quando l'avete comprata, è il caso di buttarla». Meglio spendere un po' di più che rovinarsi la pelle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abbronzatissimi-per-ogni-pelle-ci-vuole-una-crema-ma-lo-sapete-di-che-fototipo-siete-2593012948.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ma-fino-al-xix-secolo-i-ricchi-erano-pallidi" data-post-id="2593012948" data-published-at="1773196430" data-use-pagination="False"> Ma fino al XIX secolo i ricchi erano pallidi L'abbronzatura è diventata una moda e uno status symbol soltanto da quando lo è diventata anche la vacanza estiva al mare. Oggi, chi in estate non sfoggia una pelle almeno color Pantone 16-341 Butterum (marrone chiaro) durante l'estate viene considerato alla stregua di Edward Cullen o Bella Swan, la coppia di vampiri di Twilight (Bella lo diventa nel quarto volume della saga di Stephenie Meyer). Il pallore è fuori moda, l'abbronzatura è di tendenza perché non andare in vacanza d'estate, più che altro al mare, vuol dire essere poveri. L'abbronzatura viene poi associata anche ad uno stato di buona salute. Le gote rosse di una volta sono state sostituite dall'abbronzatura e non sono poche le persone che anche in inverno si sottopongono a docce solari per cancellare il biancore dell'incarnato. Fino alla fine del diciannovesimo secolo era il perfetto contrario. La pelle scurita dal sole era prerogativa di persone appartenenti al ceto sociale umile, che dovevano lavorare, e all'esterno, per vivere, come contadini e muratori. I ricchi, invece, stavano ben attenti a non abbronzarsi nemmeno per sbaglio, era infatti molto comune che le donne utilizzassero cappellini e ombrellini estivi per evitare che il sole le dorasse. Gli abiti, poi, erano ancora soggetti ad una concezione di pudicizia ormai scomparsa. Anche quando si incominciò a concepire la vacanza estiva al mare, i costumi da uomo e da donna erano lunghi, una sorta di tute che coprivano pressoché l'intero corpo. Si usavano addirittura le calze e, anche in spiaggia, dominavano cappellini e ombrellini: la «pelle di luna» era garantita. Pare che sia stata Coco Chanel a portare in voga la pelle abbronzata, quando mostrò la sua pelle ambrata al ritorno da una vacanza a Juan-les-Pins in Costa Azzurra. Erano gli anni Venti, e si iniziava a parlare di elioterapia, nudismo, cultura del corpo libero: il progressivo rimpicciolirsi delle dimensioni dei costumi fu la logica conseguenza. Ci si scopriva non soltanto per ribadire il diritto a farlo, soprattutto da parte femminile, ma anche per abbronzarsi meglio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abbronzatissimi-per-ogni-pelle-ci-vuole-una-crema-ma-lo-sapete-di-che-fototipo-siete-2593012948.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-occhiali-inuit-con-ossa-di-tricheco" data-post-id="2593012948" data-published-at="1773196430" data-use-pagination="False"> Gli occhiali Inuit con ossa di tricheco La storia ci regala curiosi esempi di protezione solare utilizzate nei secoli. L'uomo non è di certo nato vestito e i vestiti sono stati ideati per proteggersi dal freddo, ma anche dal caldo e dal sole. Lo dimostrano i copricapo. Anche gli occhi si proteggevano, con rudimentali equivalenti dei nostri occhiali da sole. Se Plinio il Vecchio riportava che l'imperatore Nerone fosse aduso guardare i gladiatori attraverso un grosso smeraldo, non è possibile stabilire, però, se lo facesse per correggere, ingrandendo, un difetto di vista, per mitigare la visione del sangue o nel tentativo di «filtrare» cromaticamente il sole. I primi veri occhiali da sole sono di origine cinese. Nell'undicesimo secolo si cominciarono ad utilizzare piccole lastre di quarzo affumicato tenute sul naso da una montatura naturalmente molto grossolana rispetto alle attuali. Non proteggevano dai raggi Uv, di cui si ignorava l'esistenza, ma dalla troppa luminosità, per via della tonalità fumé. Sempre di origine cinese erano i veneziane «vetri da gondola», occhiali da sole che i ricchi utilizzavano negli spostamenti in gondola per mitigare il riverbero del sole sull'acqua quando utilizzavano tipiche imbarcazioni lagunari. Ma gli occhiali da sole più sorprendenti sono sicuramente quelli eschimesi. Gli Inuit lavoravano osso di tricheco o legno a forma di mascherina (che veniva annodata dietro la nuca) su cui praticavano delle strette e lunghe fessure attraverso le quali guardavano e proteggevano gli occhi dal riflesso della luce solare sulla neve. Li replicò, modificandone un po' il design, il leggendario stilista André Courrèges a metà degli anni Sessanta, si chiamavano Lunettes Eskimo. Quanto alle creme solari, parti di pelle esposta al sole venivano fisicamente coperte con quello che la natura offriva: fango, olio di oliva o polveri come gesso, farina di riso o di lupino. Se dall'uomo antico abbiamo delle cose da imparare e forse da recuperare, questa volta non è il caso: meglio una crema solare dei nostri tempi che manciate di fango spalmato addosso.
Paolo VI (Getty Images)
Quell’esame…
Vanna: «Ho fatto un’indagine pre-natale invasiva, la villocentesi. Si sono rotte le membrane che contenevano il liquido amniotico di Amanda. Dopo un paio di giorni è fuoriuscito».
Da quel momento il sacco amniotico ne è rimasto privo.
Vanna: «Sì, da allora è sempre rimasta senza liquido. Ero a 13 settimane, terzo mese. Sono andata al Pronto Soccorso di Legnago (Verona, ndr.) dove è stata per la prima volta pronunciata una parola che ha costellato tutta la gravidanza, cioè “questo è un aborto. Il cuore della bimba batterà ancora per poco tempo”».
Alberto: «Quel giorno ero a Bolzano e Vanna mi chiamò in lacrime. La prima cosa che feci in auto, nel viaggio di ritorno, fu quella di pregare, cosa lontana dalle mie abitudini dell’epoca perché, pur essendo cresciuto con un’educazione cattolica, nell’adolescenza-gioventù mi ero allontanato da Dio e dalla fede. Fu l’inizio di tante preghiere».
Cosa accadde poi?
Vanna: «Ricostituire la membrana è impossibile. Si possono fare amnio-infusioni. Le abbiamo fatte a Monza dalla dottoressa Patrizia Vergani, dalla 17ª-18ª settimana. C’era una piccola possibilità che la membrana si rimarginasse da sola. Fui dimessa, ma avevo dolori. Dovevo prendere antibiotici, anche perché la membrana rotta può causare la setticemia della madre, un’infezione generalizzata. Poi decidemmo di provare a Verona, a Borgo Roma. Scuotevano la testa, per dire che non c’era speranza. In un counseling ci dissero che in quelle condizioni non si sarebbe potuta formare nemmeno la prima cellula del polmone e quindi si sarebbe spenta da sola nella pancia. Quindi mi hanno proposto l’aborto terapeutico che, per legge, può avvenire fino a 22 settimane e 6 giorni di gestazione».
Perché decise di fare quella villocentesi?
Vanna: «La storia di Amanda nasce da una culla usata. Andai a comprarla in un paese vicino. Questa mamma me la diede come una cosa preziosissima. “È nuova, non ci ha mai dormito la bambina dentro, no, perché è morta, a tre mesi”. Aveva un problema del Dna, una trisomia del 13° cromosoma, incompatibile con la vita. Le proposero una interruzione della gravidanza e lei rispose “mai al mondo potrei pensare di uccidere la mia bambina”. Inizialmente pensai fosse una scelta egoistica che portava solo sofferenza. Sopra la culla c’era la medaglietta della Madonnina misericordiosa. Sono sempre stata credente ma mi ponevo domande. Poi capii che solo Dio può dare e togliere la vita».
Il responso dell’esame quale fu?
Vanna: «La paura di non avere un feto sano mi fece fare l’indagine prenatale, che altrimenti non avrei fatto. La risposta, che arrivò circa due settimane dopo, fu che il feto era sano. E poi non lo era più».
Alberto: «La rottura delle membrane è stata una conseguenza della villocentesi. Quando giunse il responso il patatrac era già avvenuto. Una delle complicanze, con probabilità dell’1-2%, di questo esame, è la rottura delle membrane».
Vanna: «L’ago preleva un villo coriale. Probabilmente, forse a causa di qualche colpo di tosse, ha rotto questo “palloncino” da cui è fuoriuscito il liquido. Da lì ospedali di Legnago, Monza, Roma. A fianco della via medica, quella spirituale. La mia amica, infermiera, mi disse “ho incontrato un ginecologo in corridoio, Paolo Martinelli, vi consiglia di pregare Paolo VI”, che non conoscevo. “Ha fatto un miracolo su un feto di 5 mesi e tu sei quasi a 5 mesi”. Aveva letto la notizia poco prima ed era devoto di Paolo VI, appena proclamato beato per questo miracolo».
Avete messo in pratica il consiglio…
Alberto: «Fin che andavano a Verona in ospedale, dove hanno consigliato l’aborto terapeutico, Vanna ha fatto una ricerca per capire dove andare a pregare. E lì abbiamo scoperto che Paolo VI era di Brescia, nato proprio lo stesso giorno, il 26 settembre, di mio fratello, anche lui si chiama Paolo. Allora proseguimmo verso il santuario della Madonna delle Grazie a Brescia, dove Paolo VI fece la sua prima messa. È stata la prima volta che abbiamo pregato insieme».
Nel santuario trovaste una preghiera di grazia. (Vanna ne mostra il testo). «Signore, la nostra povertà ci porta a chiedere il tuo aiuto. Si fa voce e interprete delle nostre richieste il papa Paolo VI [...]. Per sua intercessione concedi il tuo aiuto per ottenere la grazia di…».
Vanna: «Dopo aver recitato la preghiera abbiamo scritto Amanda».
Poi, cosa faceste?
Vanna: «All’ospedale di Legnago il primario disse “amnio-infusione”. Cercammo contatti per farla. È l’infusione di una soluzione di Nacl. Andammo, in treno, al Gemelli, a Roma. Ci dissero che dovevamo stare lì per quattro settimane oppure fare avanti e indietro. Ci diedero l’alternativa della dottoressa Vergani del San Gerardo di Monza, specializzata in gravidanze problematiche e amnio-infusione. Le mandammo una mail. Ci rispose subito. Ci aspettava per il lunedì successivo».
Al San Gerardo come andò?
Vanna: «Bisognava fare un’amnio-infusione la settimana per 8 settimane. La prima riuscirono a farla. La membrana era come un palloncino bucato. Stavo immobile per far rimanere il più possibile il liquido ma fuoriusciva subito. La seconda non andò bene, fu difficile trovare la bolla. Sentii Amanda muoversi. Si era messa in un modo in cui non fu più possibile far nulla».
Quindi tornaste a casa…
Vanna: «Tornammo affranti. Davamo la bimba quasi per perduta. Ma Dio voleva altro. Aborto sì, aborto no? Me lo chiedevo tutte le sere. Non posso dire che non ci ho mai pensato. Ma se avessi chiesto ad Alberto di portarmi, lui non l’avrebbe fatto. Nelle mie notti insonni ho instaurato un dialogo con Dio, un monologo, perché non rispondeva. Ma c’era, c’è stato, l’abbiamo capito dopo. Se ci fossimo fatti sopraffare dalla paura, e quindi dal demonio, perché il demonio è contro la vita, contro il matrimonio… Le leggi sull’aborto e il referendum sul divorzio sono nate sotto il papato di Paolo VI e per lui è stato un dolore immenso. Feci un’altra ecografia. A Borgo Roma a Verona consigliano un ricovero in attesa delle contrazioni. Una neonatologa mi disse: “La bimba nascerà, le affideremo solo cure compassionevoli”».
Alberto: «Questo significa accompagnarla alla morte».
A quel punto, cosa accadde?
Vanna: «Ero a 23 settimane e tre giorni, passato il termine per l’aborto terapeutico. Allora mi sono sentita libera di non scegliere più. Alzai la testa: “Adesso tocca solo a Te. Siamo nelle tue mani”».
Alberto: «Una sera Vanna aveva dolori fortissimi».
Vanna: «Ero a 26 settimane e quattro giorni. Al sesto mese».
Alberto: «Partiamo alle 3 di notte per Borgo Roma a Verona. Pioveva. Arriviamo alle 4. La bimba stava uscendo. Il primo figlio era nato col cesareo. Vanna lo chiese. Non prevedevano nemmeno la presenza del neonatologo. Ci fecero le condoglianze. “Signora, le evitiamo un taglio”. “Per la bambina non c’è niente da fare”».
Alberto, come ricordi quei momenti?
«Erano circa le 6-7 del mattino e io fuori della sala del Pronto soccorso ostetrico con davanti un presepe. Quella non era una notte qualsiasi, ma la notte di Natale. Pensai “forse non è un caso”. Passarono minuti interminabili. Dalla sala sentii: “Ecco, adesso è nata”.
Vanna: «Sentii che chiesero ad Alberto il nome. “Tagliaferro Amanda”. Pensavo dovessero compilare il certificato di morte».
Alberto: «Uscirono con la termoculla. Non sapevo se era viva o morta. La vidi con gli occhi aperti. Pensai: “È morta”. In realtà si stava guardando intorno. Pensai: “È viva, ce l’ha fatta!”». (Vanna mi fa vedere la foto con la bimba poco dopo la nascita. Le squilla il telefono. È Amanda: «Mi sono comprata qualcosa di utile per la scuola!»).
Vanna, come giunse la notizia alla Santa Sede?
«La notizia arrivò a Brescia. Don Pierantonio Lanzoni, il vicepostulatore della causa di Paolo VI, l’autore della preghiera di grazia, ci cercò. Ci convocarono. Portammo 990 pagine di fotocopie di cartelle cliniche. Analizzate da sette medici laici in Vaticano, decretando all’unanimità che la nascita di Amanda non è scientificamente spiegabile. Il miracolo in sé è stato dichiarato nella vita intra-uterina. Questo ha fatto sì che Paolo VI diventasse santo. La parte teologica è strettamente correlata all’Humanae vitae. Penso che Dio ci abbia usato come strumento».
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Ansa
La funzione cerebrale è altamente dipendente dall’equilibrio idroelettrolitico. Studi clinici e sperimentali mostrano che la disidratazione anche lieve compromette processi cognitivi superiori quali attenzione sostenuta, velocità di elaborazione, memoria di lavoro e capacità decisionale. Sono state osservate alterazioni neurocomportamentali come irritabilità, calo della vigilanza e peggioramento dell’umore, attribuibili alla ridotta perfusione cerebrale e alle variazioni di osmolarità plasmatica. Chi rispetta il Ramadan aumenta il suo rischio di errore, per esempio causando l’incidente stradale che ti ammazzerà. La disidratazione aumenta l’aggressività e diminuisce l’autocontrollo. I violenti gesti di aggressione agli infedeli che osano mangiare e bere durante il Ramadan non sono solo dovuti all’intolleranza islamica. Sono anche l’espressione del banale odio che il sofferente prova per chi si è rifiutato di soffrire. La disidratazione media e grave può anche danneggiare neuroni portandoli a morte. I bambini, per via della maggiore superficie corporea e dell’immaturità dei sistemi di termoregolazione, presentano peggioramenti nelle prestazioni scolastiche e nelle attività complesse. Il tollerante di turno vi spiegherà che i bambini sono esentati dal Ramadan, e qui si arriva all’annoso problema: definisci bambino. Sono esentati dal Ramadan i bambini prepuberi, quindi una bambina di 10 anni che abbia già avuto le mestruazioni ha l’obbligo, e soprattutto hanno l’obbligo i postpuberi, cioè gli adolescenti, che vivono il periodo in cui si formano maggiormente sinapsi nel cervello, sinapsi che serviranno per tutta la vita. Un cervello disidratato forma meno sinapsi. Gli anziani manifestano rapidamente confusione mentale, riduzione dell’attenzione e destabilizzazione dell’equilibrio, con conseguenze potenzialmente severe come cadute e riduzione dell’autonomia funzionale, nella fiduciosa speranza che non stiano guidando. L’aumento dell’aggressività rende il periodo del Ramadan un periodo di violenza moltiplicata, qualsiasi tipo di violenza: da quella domestica alla rissa, dalla violenza politica al pestaggio anche mortale di animali domestici. La diminuzione dell’attenzione moltiplica incidenti stradali e incidenti sul lavoro. La disidratazione agisce direttamente sul volume plasmatico e sulla viscosità ematica. La diminuzione del ritorno venoso comporta una riduzione della gittata cardiaca, determinando un aumento compensatorio della frequenza cardiaca. Sotto condizioni di stress termico o di attività fisica intensa, la capacità dell’organismo di dissipare calore tramite sudorazione e vasodilatazione cutanea risulta compromessa. Questo porta a un incremento della temperatura corporea centrale e a un maggior rischio di sviluppare ipertermia e colpo di calore. La disidratazione influisce negativamente sulla performance fisica sia aerobica che anaerobica.
Deficit idrici pari al 2-3% determinano una riduzione significativa della resistenza, un aumento della percezione dello sforzo e un deterioramento della forza muscolare. Se uno fa il muratore e si trova su una scala, questo può diventare causa di incidente. La compromissione della termoregolazione contribuisce ulteriormente alla diminuzione della capacità di sostenere attività prolungate, con decrementi prestazionali documentati fino al 20-30%. Se uno è operaio alla catena di montaggio questo è un problema. Le attività che richiedono rapidità di esecuzione, potenza esplosiva o coordinazione fine, per esempio l’orefice o il chirurgo, risultano particolarmente sensibili alla perdita di liquidi a causa dell’aumento dello stress cardiocircolatorio e della riduzione della funzionalità neuromuscolare. Il rene è l’organo simbolo della vulnerabilità alla disidratazione. La riduzione della perfusione renale causa un calo della filtrazione glomerulare e un aumento del riassorbimento tubulare di acqua, con conseguente incremento dell’osmolarità urinaria. Questa condizione favorisce la formazione di calcoli renali per cristallizzazione dei sali e incrementa il rischio di danno renale acuto, soprattutto nei soggetti con comorbilità cardiovascolari.
La disidratazione cronica è stata inoltre associata a un potenziale peggioramento della progressione della malattia renale cronica, sebbene siano necessari ulteriori studi per chiarire i meccanismi patogenetici coinvolti. Il rischio aumenta sensibilmente negli anziani, che spesso presentano polifarmacoterapia (diuretici, Ace inibitori, Fans) e alterazioni dell’assetto ormonale responsabile dell’omeostasi idrica.
Gli anziani sono predisposti alla disidratazione per molteplici ragioni: ridotta percezione della sete, deficit cognitivi, mobilità limitata, assunzione di farmaci che alterano l’equilibrio idrico e patologie croniche. La disidratazione in questa fascia di popolazione può manifestarsi con ipotensione, confusione e aumentato rischio di ospedalizzazione. I bambini, invece, per la loro fisiologia, sviluppano più rapidamente alterazioni idriche significative e presentano un rischio maggiore di complicanze gravi in presenza di febbre, diarrea, vomito o attività fisica intensa. L’analisi integrata degli studi evidenzia come la disidratazione, anche lieve, sia associata a un insieme complesso di effetti sistemici in grado di compromettere funzioni cognitive, capacità fisiche, stabilità cardiovascolare e salute renale. La prevenzione della disidratazione attraverso un adeguato apporto idrico rappresenta un intervento semplice ma estremamente efficace nella riduzione della morbilità, soprattutto nelle popolazioni vulnerabili, a meno che non sia vietato per motivi religiosi. I bambini sotto la pubertà in teoria non dovrebbero partecipare al Ramadan; in realtà sempre più spesso il divieto viene esteso anche a quelli dai sette anni in su. Il Ramadan è obbligatorio per gli adolescenti, cioè dopo la pubertà, cioè in organismi in fase di accrescimento veloce, quando la disidratazione è particolarmente dannosa. L’adolescenza è, il periodo di massima esplosione di sinapsi, è una fase in cui le carenze hanno effetti gravi e non sempre reversibili.
Dato quanto sopra si pongono tre domande, che non sono un espediente retorico, ma vere domande che pretendono una risposta. Perché il Ramadan non è vietato? Un’attenzione alla salute pubblica talmente invasiva che obbliga ai vaccini, farmaci su cui ci sono molti dubbi, non vieta la disidratazione, situazione drammaticamente pericolosa e dannosa al di là di ogni ragionevole dubbio. Come è possibile che personaggi politici, religiosi, presidi, insegnanti, giornalisti e cosiddetti intellettuali, parola dall’etimologia sempre più impenetrabile, si congratulino con una pratica che frigge il cervello, prende a calci il cuore e fotte il rene, facciano raccomandazioni per non stressare i cervelli disidratati con interrogazioni e pretese di intelligenza che non può esserci in un cervello disidratato, salutino con tenerezza spesso dentro alle moschee una pratica disumana e pericolosa? Terza domanda: come è possibile che qualcuno creda che regole dannose per la salute, regole che sono sofferenza, danno, follia, incidenti, morte, infarto, ictus e insufficienza renale possano venire da Dio?
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«Scarpetta» (Amazon Prime Video)
La celebre anatomopatologa dei romanzi di Patricia Cornwell diventa protagonista di una serie Amazon. Nicole Kidman interpreta Kay Scarpetta in otto episodi che riprendono l’universo narrativo del crime letterario, tra indagini forensi e un caso riemerso dal passato.
Quando, nel 1994, Postmortem è comparso sugli scaffali delle librerie, Kay Scarpetta era nessuno: un prodotto di fantasia, rimasto recluso a lungo nella mente della sua scrittrice. Il tempo le ha dato sostanza, una forma che i tanti romanzi successivi avrebbero reso familiare. Bionda, le proporzioni generose e femminili, ha gli occhi azzurri e il più classico senso estetico. Ama il bello Kay Scarpetta, quando il bello non fa rumore. Non porta gioielli, grandi firme. Ha una passione genuina per le cose semplici, quelle classiche. Ed è così, con i suoi abiti eleganti, scelti perché possano enfatizzare curve che non rinnega, che ha camminato fra le pagine dei suoi libri, per anni arrivati a trenta. Kay Scarpetta, nata dal guizzo creativo di Patricia Cornwell, è stata protagonista di ventinove romanzi. Infine, Amazon ha deciso di prendere quel bagaglio immenso di letteratura e condensarlo all'interno di una serie televisiva.
Scarpetta, al debutto online mercoledì 11 marzo, non è l'adattamento di un solo libro, ma la sublimazione di un'intera carriera, di quei trent'anni di parole e fatti divenuti pietre miliari del genere crime. Non è più quella degli esordi, Kay Scarpetta. Gli anta li ha passati da un po', il volto segnato dal tempo. Porta i capelli raccolti e gli occhiali, sotto le lenti gli occhi di sempre, blue profondo. Più magra di quanto Patricia Cornwell l'aveva immaginata, ha il corpo agile e lo sguardo furbo. Negli otto episodi della serie televisiva, a muovere entrambi è Nicole Kidman, che tanto ha preso a cuore la parte da aver deciso di studiare, gomito e gomito, con un medico legale. Kay Scarpetta non è, infatti, una detective, ma un'anatomopatologa forense, capo - nei romanzi - dell'Istituto di Medicina Legale della Virginia. Fatto, questo, che ha spinto l'attrice a voler approfondire la materia. Nicole Kidman, ospite negli Stati Uniti di Jimmy Fallon, ha spiegato di aver assistito a decine di autopsie per prepararsi alla parte. Così tante da poter aprire, a oggi, un corpo umano, tirando fuori ogni organo si trovi al suo interno e nominandolo senza indugi: come farebbe Kay Scarpetta, la cui professione ha consentito alla Cornwell di riscrivere le regole del crime, infilando tra le pagine dei propri romanzi un'accuratezza scientifica allora inesistente. La Scarpetta, in ogni libro, ha arricchito il giallo con i dettagli di un mestiere a tratti disturbante. Metformina, bisturi, cadaveri numerati, dentro loculi gelati. Dando un nome alla morte, ha trovato sempre una ragione. E il tempo è passato, consentendo ad Amazon di avere una trentina di casi cui attingere per la serie tv.
Non ne è stato scelto uno. Si è optato, invece, per riportare a galla un'indagine del passato, una che, ai tempi, si diceva avesse dato lustro e slancio alla carriera di Kay Scarpetta: un serial killer che, ventotto anni dopo essere stato identificato, sembra, però, ripresentarsi. Allora, sarà Nicole Kidman ad indagare, accanto a lei, Bobby Cannavale nei panni del fidato detective Pete Marino. I due dovranno ripercorrere ogni passo di quell'indagine, riportando a galla i mostri dell'epoca, i fantasmi che credevano sepolti. Questo, tanto sul fronte professionale quanto su quello personale, agitato, per Kay Scarpetta, dal rapporto con la sorella (Jamie Lee Curtis).
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Ansa
A distanza di ore dall’accaduto, che si commenta da sé, l’associazione presieduta da Toni Brandi registra con incredulità l’assenza di solidarietà da parte della classe politica progressista. «Immaginiamo la scena a parti invertite», recita una nota di Pro vita & famiglia, «se dei manifestanti pro life avessero rivolto minacce di morte ad associazioni transfemministe o Lgbt. Sarebbe scoppiato uno scandalo nazionale, con titoli di apertura su tutti i giornali e i vari Schlein, Zan, Conte, Gualtieri e Boldrini si sarebbero stracciati le vesti. Dove sono ora? Non hanno nulla da dichiarare contro questo odio?».
Ad amareggiare ancor più l’associazione è il fatto di essere stata presa deliberatamente di mira. Lo provano, in aggiunta ai cori irripetibili poc’anzi ricordati, anche i manifesti affissi sempre domenica nelle strade adiacenti e realizzati dal collettivo Pro Scelta e Sorellanz3. Manifesti, tanto per cambiare, a loro volta aggressivi, come provano gli slogan riportati: «Pro vita parassita a che pro sei in vita?», «Donna: chi ce se sente», «Trans*: il vostro peggiore incubo», «Pro vita: prepotenti omofobi, contro la vita e la libertà di tutt3». Parole, anche qui, che se fossero state rivolte a qualsivoglia sigla cara all’intellighenzia avrebbero destato scandalo.
Invece contro i pro life, a quanto pare, è tutto lecito. Aggrava tutto ciò anche il fatto che quanto avvenuto domenica abbia già dei precedenti. In particolare, si allude qui al gravissimo attacco del 25 novembre 2023, quando i collettivi transfemministi - sempre loro - dalle parole passarono ai fatti, lanciando un ordigno all’interno della sede di Pro vita dopo aver sfondato le vetrine. Solo per un caso fortuito non andò tutto a fuoco. In quell’occasione Jacopo Coghe, portavoce dell’associazione, si era detto scosso «da questo vero e proprio atto terroristico, volto a intimidirci».
Non a caso, quella volta, gran parte del mondo della politica e delle istituzioni aveva manifestato solidarietà alla onlus: dal premier Giorgia Meloni al vicepremier Matteo Salvini, dal sottosegretario Alfredo Mantovano al ministro Maria Elisabetta Alberti Casellati; perfino Giuseppe Conte, leader dei 5 stelle nell’occasione aveva avuto - va riconosciuto - parole di condanna «contro ogni violenza». Dalla sinistra dem, invece, non erano neppure allora arrivate chiare parole di condanna.
Fecero in particolare notizia i mancati attestati di solidarietà da parte di Elly Schlein, segretaria del Pd, e di Maurizio Landini, segretario generale della Cgil; gli stessi che, finora, non hanno avuto modo neppure in queste ore di esprimere solidarietà a Pro vita & famiglia dopo che c’è chi si è pubblicamente augurato, con tanto di cori, di poterne rinchiudere gli associati nella sede «col fuoco». Merita infine di essere ricordato come, sul proprio sito, Non una di meno da tempo lamenti che «nelle scuole l’educazione sessuale e all’affettività non» trovino «spazio». Certo, se l’«educazione» è quella mostrata domenica…
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