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2018-08-06
Abbronzatissimi. Per ogni pelle ci vuole una crema, ma lo sapete di che fototipo siete?
La conquista della tintarella è uno dei riti estivi più amati. Tanto che ormai ci si mette in costume e ci si sottopone ai bagni di sole non solo in spiaggia, ma perfino in città. No, non nelle piscine cittadine, proprio in strada. Qualche giorno fa, tre turiste nordeuropee sono state fotografate distese in costume sul marciapiede del binario della stazione di Lecco: avevano pensato di ottimizzare l'attesa del treno facendosi un bagno di sole. E, a fine aprile, una signora si era piazzata in bikini addirittura sul Monumento ai caduti, sempre a Lecco. Ma esporsi con tanta ostinazione ai raggi della nana gialla la cui temperatura superficiale è di ben 5.504 gradi centigradi, con l'obiettivo di diventare scuri come l'ebano fa davvero così bene? Trasformarsi, cioè, in «a-a-abbronzatissimi / sotto i raggi del sole» (per citare Edoardo Vianello, che nel 1963 ebbe uno straordinario successo con la canzone Abbronzatissima) è un'idea così felice? Non troppo. Prendere il sole è sì benefico per alcuni versi, ma può avere effetti catastrofici sulla salute se non lo si «assume» con le dovute precauzioni.
L'esposizione al sole è importante innanzitutto per la produzione di vitamina D, che acquisiamo in dosi molto basse tramite il cibo (solo nell'olio di fegato di merluzzo se ne trova in quantità degna di nota). La vitamina D è un ormone composto da 5 pro-ormoni (D1, D2, D3, D4, D5) che si attivano con la luce solare. In genere poco nominata, è invece assai importante: aiuta ad assimilare calcio e fosforo; stimola la leptina coadiuvando il metabolismo dei grassi (negli individui normopeso i livelli di vitamina D sono generalmente alti, mentre sono bassi negli obesi); riduce la formazione di citochine, molecole proteiche che formano il grasso, soprattutto dell'addome; aiuta il buon funzionamento del sistema cardiocircolatorio, con funzione preventiva di infarto e ictus; aumenta le difese del sistema immunitario ed è importante anche per il corretto assetto del sistema nervoso.
Una sua carenza è collegata con molte patologie, dalla debolezza muscolare o di unghie e capelli all'ansia e alla depressione, passando per il sovrappeso, la steatosi epatica (il cosiddetto fegato grasso) e la fragilità ossea.
Ma anche con diverse malattie autoimmuni come il diabete mellito, la sclerosi multipla, il lupus eritematoso sistemico e l'artrite reumatoide. Vivendo per lo più chiusi in ufficio, casa, locali e auto, come impone la vita contemporanea, siamo automaticamente indotti a produrne poca. Perciò l'alternativa più naturale all'assunzione di quella sintetica è esporsi al sole, scoperti. Bastano 10-15 minuti al giorno.
Il sole, poi, fa bene anche all'umore. Stimola, infatti, la produzione di serotonina, il neurotrasmettitore che regola il ciclo sonno/ veglia, il corretto senso di sazietà, la motilità intestinale, la memoria, il desiderio sessuale e il tono dell'umore.
Allo stesso tempo, posizionarsi sotto i raggi del sole per ore e ore senza protezione solare è una pessima abitudine. Occorre conoscere i raggi solari prima di affidarvisi: si tratta di un abbraccio ambivalente, che può anche presentarci un conto molto salato. I raggi ultravioletti sono radiazioni che coprono l'intervallo dello spettro elettromagnetico con lunghezza d'onda tra 100 e 400 nanometri. I raggi Uv-c (lunghezza d'onda tra 100 e 280 millimetri), che per noi sarebbero ustionanti senza nemmeno scurire la pelle, sono bloccati dall'atmosfera. Ma i raggi ultravioletti Uv-b e Uv-a giungono fino a noi. Analizziamoli. I raggi Uv-a sono circa il 95% dei raggi ultravioletti che raggiungono la Terra e penetrano attraverso le nuvole, i vetri e l'epidermide: giunti sulla cute sono in grado di passare attraverso l'epidermide e giungere fino al derma, lo strato sottostante l'epidermide. I raggi Uv-a sono emessi anche dalle lampade per l'abbronzatura e dalle lampade per l'asciugatura dello smalto semipermanente e in gel (non sono pochi gli allarmi sull'insalubrità dell'esposizione massiccia a entrambe).
I raggi Uv-b, invece, sono il restante 5% degli ultravioletti che ci arrivano addosso. L'abbronzatura deriva dalla pigmentazione della pelle attivata dai raggi Uv. I melanociti producono melanina e la riversano all'esterno nel tentativo di proteggere il derma. La produzione di melanina è il meccanismo con cui la pelle si difende. Sarebbe a dire che l'abbronzatura è più una «cicatrice della guerra» che la pelle e i suoi strati intrattengono coi raggi ultravioletti che un innocuo indicatore di bellezza estetica. Per intenderci su quale sia l'effetto del sole lasciato agire sul corpo idratato senza alcuna protezione per lungo tempo, basti pensare che una volta si seccava la frutta lasciandola a rinsecchire sotto il sole: si ponevano, per esempio, i fichi freschi e verdissimi su appositi vassoi di vimini, girandoli spesso perché entrambi i lati subissero il potente trattamento rovente e prosciugante del sole, e dopo qualche giorno diventavano marroni, secchi e duri.
Non vi diciamo di fare la prova empirica della potenza solare esponendovi al sole a mo' di fichi, ma vi diciamo, con energia, il contrario: proteggetevi, proteggetevi, proteggetevi. I possibili danni da esposizione prolungata e senza protezione non sono scherzi, soprattutto per i fototipi di pelle chiara che regnano in Occidente (la pelle nera, proprio per la sua presenza costitutiva di melanina, è ben più autoprotetta della nostra).
L'Oms ha identificato nove patologie: melanoma cutaneo (un tumore dei melanociti); carcinoma squamoso della pelle (tumore più lento e meno mortale del melanoma); carcinoma basocellulare (tumore della pelle con comparsa in età per lo più avanzata); carcinoma squamoso di cornea o congiuntiva (è un raro tumore oculare); cheratosi, che possono generare lesioni pretumorali; scottature; cataratta corticale; pterigio; riattivazione dell'herpes labiale. La sovraesposizione ai raggi Uv uccide ogni anno circa 60.000 persone, 48.000 per melanoma e 12.000 per carcinoma. E anche solo una scottatura solare, che può essere talmente forte da diventare un'ustione o un colpo di sole, non sono passeggiate. Proteggersi, quindi, mentre ci si abbronza, è fondamentale. Come? Con le creme solari. Nessuna crema è in grado di bloccare il 100% dei raggi Uv. In più la crema agisce solo sulle porzioni di pelle dove è spalmata (dunque distribuitela ovunque arrivi il sole, anche sulle e dietro e nelle orecchie, sulla parte posteriore del collo e sui palmi di mani e piedi). Quindi, prima di addentrarci nell'universo delle creme, ricordiamoci la premessa della difesa dal sole in spiaggia (ma anche in montagna, ogni 1.000 metri in più di altitudine i raggi Uv aumentano del 10-12%). Proteggere sempre il capo dall'insolazione diretta, tramite l'ombra dell'ombrellone - che comunque riduce solo della metà le radiazioni, a meno che non sia realizzato con tessuto con filtro UV - o un cappello o un foulard. Indossare anche gli occhiali da sole (certo, non nuotando!), perché il sole diretto, come abbiamo visto danneggia anche gli occhi.
Mai esporsi nelle ore più calde, dalle 11 alle 16. Incremarsi sempre. Non lesinate e non siate troppo veloci quando acquistate le creme di protezione solare. Esaminatele. Badate innanzitutto che siano water resistant, cioè che non vengano completamente liquefatte dal bagno in acqua (a mezzo metro di profondità le radiazioni Uv sono ridotte solo del 40% rispetto alla superficie, l'acqua non ci protegge completamente dal sole e in più diluisce e consuma la crema protettiva). Stendetele di nuovo dopo il bagno, perché water resistant significa che si dissolve in più tempo, non che non si dissolve mai: è una crema, non una vernice bicomponente epossidica.
Il principio basico per scegliere la protezione di cui abbiamo bisogno è il nostro fototipo. I fototipi sono sei e, per quanto ad ognuno sia associato un colore di occhi e capelli, bisogna guardare la carnagione. Il fototipo I (carnagione lattea) e II (carnagione molto chiara) nelle prime esposizioni devono usare una crema con Spf 50. Spf 30 per il fototipo III (carnagione abbastanza chiara), 20/15 per il fototipo IV (carnagione leggermente scura), 10 per il fototipo V (carnagione scura) e 6 per il fototipo VI (carnagione scurissima o nera). A pelle già abbronzata si può diminuire un po' l'indice Spf. Un po': da 50 si passerà a 30, non a 6. L'indice Spf, acronimo di «Sun protection factor», indica il fattore per cui moltiplicare una dose di esposizione solare prima di sviluppare almeno l'eritema solare. Con la protezione 50, posso procurarmi dopo 100 ore di esposizione lo stesso eritema che, senza protezione, mi procurerei in appena 2 ore. Secondo altri, l'Spf indica anche la percentuale di radiazione bloccata: Spf 50 vuol dire 1/50, cioè se ne blocca il 98%. Ma come fa il filtro solare a schermare la pelle? Esistono filtri chimici e filtri fisici, composti da particelle minerali.
Il filtro fisico riflette la radiazione a mo' di specchio, quello chimico assorbe e converte la radiazione. In molti preferiscono i filtri fisici, perché non penetrano nella pelle e non sono inquinanti per l'ambiente marino e gli organismi acquatici (le creme certificate eco-bio possono utilizzare solo questi). Un altro elemento importante è che la crema protegga dai raggi Uv-a e Uv-b. Solo negli ultimi anni sono state messe a punto creme di questo tipo, dette «ad ampio spettro»: in passato si tendeva a proteggere solo dagli Uv-b. Le creme solari non andrebbero utilizzate dopo un anno dall'apertura e occorre fare attenzione a riapplicarle ogni due, massimo tre ore, anche se non si fa il bagno perché l'attività dei filtri viene diminuita sia dal sudore, sia dallo stesso effetto «distruttivo» della luce solare. Non sono poche le persone che ormai utilizzano creme o cosmetici con filtro solare per viso, braccia e gambe anche per la normale vita in città, per tutelarsi dai rischi importanti dell'esposizione agli Uv e anche dal fotoinvecchiamento.
Non basta controllare la data di scadenza
Siete in procinto di partire per le vacanze, state ultimando i preparativi e avete le valigie aperte sul letto. A un certo punto, su una mensola in bagno, trovate un flacone di crema solare. È quello che vi siete portati al mare l'anno scorso, durante l'ultima visita sulla spiaggia.
La tentazione, ovviamente, è quella di infilare la crema in valigia: così si risparmia un po' e si finisce di utilizzare la rimanenza. Ma forse non è una grande idea.
A spiegare perché, sul sito della Fondazione Veronesi (www.fondazioneveronesi.it) è Giovanni Leone, direttore del servizio di Fotodermatologia presso l'Istituto dermatologico San Gallicano di Roma. Intervistato da Donatella Barus, il medico spiega che è meglio stare molto attenti prima di utilizzare creme vecchie.
Come fare, dunque, a capire se la crema è ancora utilizzabile, magari a un anno di distanza dall'apertura? Non è sufficiente, purtroppo, guardare la data di scadenza. «Le creme solari non vanno mai usate dopo più di un anno dall'apertura», dice Leone. Che aggiunge: «È importante considerare anche la fotostabilità del prodotto, ovvero la capacità della crema di rimanere attiva sulla pelle anche sotto l'azione della luce solare». Dunque, dopo aver verificato la data di scadenza, dovete effettuare un ulteriore controllo sulla confezione, per controllare il fattore di fotostabilità. «Non è obbligatorio, ma alcune aziende indicano questo fattore sull'etichetta».
Se per caso non riuscite a verificare la data di scadenza, dovete fare attenzione a odore e consistenza del prodotto. «È molto importante non prendere sotto gamba la data di scadenza», spiega il dottor Mervyn Patterson, esperto inglese del Woodford Medical, «perché il passare del tempo degrada i componenti chimici che compongono la crema e questa perde l'efficacia protettiva. Se vi sembra cambiata in termini di consistenza o odore da quando l'avete comprata, è il caso di buttarla».
Meglio spendere un po' di più che rovinarsi la pelle.
Ma fino al XIX secolo i ricchi erano pallidi
L'abbronzatura è diventata una moda e uno status symbol soltanto da quando lo è diventata anche la vacanza estiva al mare. Oggi, chi in estate non sfoggia una pelle almeno color Pantone 16-341 Butterum (marrone chiaro) durante l'estate viene considerato alla stregua di Edward Cullen o Bella Swan, la coppia di vampiri di Twilight (Bella lo diventa nel quarto volume della saga di Stephenie Meyer).
Il pallore è fuori moda, l'abbronzatura è di tendenza perché non andare in vacanza d'estate, più che altro al mare, vuol dire essere poveri. L'abbronzatura viene poi associata anche ad uno stato di buona salute. Le gote rosse di una volta sono state sostituite dall'abbronzatura e non sono poche le persone che anche in inverno si sottopongono a docce solari per cancellare il biancore dell'incarnato. Fino alla fine del diciannovesimo secolo era il perfetto contrario. La pelle scurita dal sole era prerogativa di persone appartenenti al ceto sociale umile, che dovevano lavorare, e all'esterno, per vivere, come contadini e muratori. I ricchi, invece, stavano ben attenti a non abbronzarsi nemmeno per sbaglio, era infatti molto comune che le donne utilizzassero cappellini e ombrellini estivi per evitare che il sole le dorasse.
Gli abiti, poi, erano ancora soggetti ad una concezione di pudicizia ormai scomparsa. Anche quando si incominciò a concepire la vacanza estiva al mare, i costumi da uomo e da donna erano lunghi, una sorta di tute che coprivano pressoché l'intero corpo. Si usavano addirittura le calze e, anche in spiaggia, dominavano cappellini e ombrellini: la «pelle di luna» era garantita.
Pare che sia stata Coco Chanel a portare in voga la pelle abbronzata, quando mostrò la sua pelle ambrata al ritorno da una vacanza a Juan-les-Pins in Costa Azzurra. Erano gli anni Venti, e si iniziava a parlare di elioterapia, nudismo, cultura del corpo libero: il progressivo rimpicciolirsi delle dimensioni dei costumi fu la logica conseguenza. Ci si scopriva non soltanto per ribadire il diritto a farlo, soprattutto da parte femminile, ma anche per abbronzarsi meglio.
Gli occhiali Inuit con ossa di tricheco
La storia ci regala curiosi esempi di protezione solare utilizzate nei secoli. L'uomo non è di certo nato vestito e i vestiti sono stati ideati per proteggersi dal freddo, ma anche dal caldo e dal sole. Lo dimostrano i copricapo. Anche gli occhi si proteggevano, con rudimentali equivalenti dei nostri occhiali da sole. Se Plinio il Vecchio riportava che l'imperatore Nerone fosse aduso guardare i gladiatori attraverso un grosso smeraldo, non è possibile stabilire, però, se lo facesse per correggere, ingrandendo, un difetto di vista, per mitigare la visione del sangue o nel tentativo di «filtrare» cromaticamente il sole. I primi veri occhiali da sole sono di origine cinese. Nell'undicesimo secolo si cominciarono ad utilizzare piccole lastre di quarzo affumicato tenute sul naso da una montatura naturalmente molto grossolana rispetto alle attuali. Non proteggevano dai raggi Uv, di cui si ignorava l'esistenza, ma dalla troppa luminosità, per via della tonalità fumé. Sempre di origine cinese erano i veneziane «vetri da gondola», occhiali da sole che i ricchi utilizzavano negli spostamenti in gondola per mitigare il riverbero del sole sull'acqua quando utilizzavano tipiche imbarcazioni lagunari.
Ma gli occhiali da sole più sorprendenti sono sicuramente quelli eschimesi. Gli Inuit lavoravano osso di tricheco o legno a forma di mascherina (che veniva annodata dietro la nuca) su cui praticavano delle strette e lunghe fessure attraverso le quali guardavano e proteggevano gli occhi dal riflesso della luce solare sulla neve. Li replicò, modificandone un po' il design, il leggendario stilista André Courrèges a metà degli anni Sessanta, si chiamavano Lunettes Eskimo. Quanto alle creme solari, parti di pelle esposta al sole venivano fisicamente coperte con quello che la natura offriva: fango, olio di oliva o polveri come gesso, farina di riso o di lupino. Se dall'uomo antico abbiamo delle cose da imparare e forse da recuperare, questa volta non è il caso: meglio una crema solare dei nostri tempi che manciate di fango spalmato addosso.
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Prendere il sole fa bene, ma attenti: i raggi Uv fanno 60.000 vittime l'anno. L'Oms ha identificato nove patologie. Ecco le regole per non ammalarsi. Crema solare: non basta controllare la data di scadenza. Non cedete alla tentazione di utilizzare le rimanenze dell'anno precedente. Prima di usare un prodotto già aperto osservate la consistenza del prodotto e, soprattutto, fate attenzione all'odore. L'abbronzatura oggi è di moda, così come lo sono le vacanze estive al mare. Fan del biancore simile ai vampiri di Twilight? Non preoccupatevi. Fino al XIX secolo i ricchi erano pallidi. Anche gli occhi vanno protetti dal sole. Lo sanno bene gli Inuit che hanno creato occhiali con le ossa di tricheco per proteggersi dal riflessi della luce solare sulla neve. Lo speciale contiene quattro articoli. La conquista della tintarella è uno dei riti estivi più amati. Tanto che ormai ci si mette in costume e ci si sottopone ai bagni di sole non solo in spiaggia, ma perfino in città. No, non nelle piscine cittadine, proprio in strada. Qualche giorno fa, tre turiste nordeuropee sono state fotografate distese in costume sul marciapiede del binario della stazione di Lecco: avevano pensato di ottimizzare l'attesa del treno facendosi un bagno di sole. E, a fine aprile, una signora si era piazzata in bikini addirittura sul Monumento ai caduti, sempre a Lecco. Ma esporsi con tanta ostinazione ai raggi della nana gialla la cui temperatura superficiale è di ben 5.504 gradi centigradi, con l'obiettivo di diventare scuri come l'ebano fa davvero così bene? Trasformarsi, cioè, in «a-a-abbronzatissimi / sotto i raggi del sole» (per citare Edoardo Vianello, che nel 1963 ebbe uno straordinario successo con la canzone Abbronzatissima) è un'idea così felice? Non troppo. Prendere il sole è sì benefico per alcuni versi, ma può avere effetti catastrofici sulla salute se non lo si «assume» con le dovute precauzioni. L'esposizione al sole è importante innanzitutto per la produzione di vitamina D, che acquisiamo in dosi molto basse tramite il cibo (solo nell'olio di fegato di merluzzo se ne trova in quantità degna di nota). La vitamina D è un ormone composto da 5 pro-ormoni (D1, D2, D3, D4, D5) che si attivano con la luce solare. In genere poco nominata, è invece assai importante: aiuta ad assimilare calcio e fosforo; stimola la leptina coadiuvando il metabolismo dei grassi (negli individui normopeso i livelli di vitamina D sono generalmente alti, mentre sono bassi negli obesi); riduce la formazione di citochine, molecole proteiche che formano il grasso, soprattutto dell'addome; aiuta il buon funzionamento del sistema cardiocircolatorio, con funzione preventiva di infarto e ictus; aumenta le difese del sistema immunitario ed è importante anche per il corretto assetto del sistema nervoso. Una sua carenza è collegata con molte patologie, dalla debolezza muscolare o di unghie e capelli all'ansia e alla depressione, passando per il sovrappeso, la steatosi epatica (il cosiddetto fegato grasso) e la fragilità ossea. Ma anche con diverse malattie autoimmuni come il diabete mellito, la sclerosi multipla, il lupus eritematoso sistemico e l'artrite reumatoide. Vivendo per lo più chiusi in ufficio, casa, locali e auto, come impone la vita contemporanea, siamo automaticamente indotti a produrne poca. Perciò l'alternativa più naturale all'assunzione di quella sintetica è esporsi al sole, scoperti. Bastano 10-15 minuti al giorno. Il sole, poi, fa bene anche all'umore. Stimola, infatti, la produzione di serotonina, il neurotrasmettitore che regola il ciclo sonno/ veglia, il corretto senso di sazietà, la motilità intestinale, la memoria, il desiderio sessuale e il tono dell'umore. Allo stesso tempo, posizionarsi sotto i raggi del sole per ore e ore senza protezione solare è una pessima abitudine. Occorre conoscere i raggi solari prima di affidarvisi: si tratta di un abbraccio ambivalente, che può anche presentarci un conto molto salato. I raggi ultravioletti sono radiazioni che coprono l'intervallo dello spettro elettromagnetico con lunghezza d'onda tra 100 e 400 nanometri. I raggi Uv-c (lunghezza d'onda tra 100 e 280 millimetri), che per noi sarebbero ustionanti senza nemmeno scurire la pelle, sono bloccati dall'atmosfera. Ma i raggi ultravioletti Uv-b e Uv-a giungono fino a noi. Analizziamoli. I raggi Uv-a sono circa il 95% dei raggi ultravioletti che raggiungono la Terra e penetrano attraverso le nuvole, i vetri e l'epidermide: giunti sulla cute sono in grado di passare attraverso l'epidermide e giungere fino al derma, lo strato sottostante l'epidermide. I raggi Uv-a sono emessi anche dalle lampade per l'abbronzatura e dalle lampade per l'asciugatura dello smalto semipermanente e in gel (non sono pochi gli allarmi sull'insalubrità dell'esposizione massiccia a entrambe). I raggi Uv-b, invece, sono il restante 5% degli ultravioletti che ci arrivano addosso. L'abbronzatura deriva dalla pigmentazione della pelle attivata dai raggi Uv. I melanociti producono melanina e la riversano all'esterno nel tentativo di proteggere il derma. La produzione di melanina è il meccanismo con cui la pelle si difende. Sarebbe a dire che l'abbronzatura è più una «cicatrice della guerra» che la pelle e i suoi strati intrattengono coi raggi ultravioletti che un innocuo indicatore di bellezza estetica. Per intenderci su quale sia l'effetto del sole lasciato agire sul corpo idratato senza alcuna protezione per lungo tempo, basti pensare che una volta si seccava la frutta lasciandola a rinsecchire sotto il sole: si ponevano, per esempio, i fichi freschi e verdissimi su appositi vassoi di vimini, girandoli spesso perché entrambi i lati subissero il potente trattamento rovente e prosciugante del sole, e dopo qualche giorno diventavano marroni, secchi e duri. Non vi diciamo di fare la prova empirica della potenza solare esponendovi al sole a mo' di fichi, ma vi diciamo, con energia, il contrario: proteggetevi, proteggetevi, proteggetevi. I possibili danni da esposizione prolungata e senza protezione non sono scherzi, soprattutto per i fototipi di pelle chiara che regnano in Occidente (la pelle nera, proprio per la sua presenza costitutiva di melanina, è ben più autoprotetta della nostra). L'Oms ha identificato nove patologie: melanoma cutaneo (un tumore dei melanociti); carcinoma squamoso della pelle (tumore più lento e meno mortale del melanoma); carcinoma basocellulare (tumore della pelle con comparsa in età per lo più avanzata); carcinoma squamoso di cornea o congiuntiva (è un raro tumore oculare); cheratosi, che possono generare lesioni pretumorali; scottature; cataratta corticale; pterigio; riattivazione dell'herpes labiale. La sovraesposizione ai raggi Uv uccide ogni anno circa 60.000 persone, 48.000 per melanoma e 12.000 per carcinoma. E anche solo una scottatura solare, che può essere talmente forte da diventare un'ustione o un colpo di sole, non sono passeggiate. Proteggersi, quindi, mentre ci si abbronza, è fondamentale. Come? Con le creme solari. Nessuna crema è in grado di bloccare il 100% dei raggi Uv. In più la crema agisce solo sulle porzioni di pelle dove è spalmata (dunque distribuitela ovunque arrivi il sole, anche sulle e dietro e nelle orecchie, sulla parte posteriore del collo e sui palmi di mani e piedi). Quindi, prima di addentrarci nell'universo delle creme, ricordiamoci la premessa della difesa dal sole in spiaggia (ma anche in montagna, ogni 1.000 metri in più di altitudine i raggi Uv aumentano del 10-12%). Proteggere sempre il capo dall'insolazione diretta, tramite l'ombra dell'ombrellone - che comunque riduce solo della metà le radiazioni, a meno che non sia realizzato con tessuto con filtro UV - o un cappello o un foulard. Indossare anche gli occhiali da sole (certo, non nuotando!), perché il sole diretto, come abbiamo visto danneggia anche gli occhi. Mai esporsi nelle ore più calde, dalle 11 alle 16. Incremarsi sempre. Non lesinate e non siate troppo veloci quando acquistate le creme di protezione solare. Esaminatele. Badate innanzitutto che siano water resistant, cioè che non vengano completamente liquefatte dal bagno in acqua (a mezzo metro di profondità le radiazioni Uv sono ridotte solo del 40% rispetto alla superficie, l'acqua non ci protegge completamente dal sole e in più diluisce e consuma la crema protettiva). Stendetele di nuovo dopo il bagno, perché water resistant significa che si dissolve in più tempo, non che non si dissolve mai: è una crema, non una vernice bicomponente epossidica. Il principio basico per scegliere la protezione di cui abbiamo bisogno è il nostro fototipo. I fototipi sono sei e, per quanto ad ognuno sia associato un colore di occhi e capelli, bisogna guardare la carnagione. Il fototipo I (carnagione lattea) e II (carnagione molto chiara) nelle prime esposizioni devono usare una crema con Spf 50. Spf 30 per il fototipo III (carnagione abbastanza chiara), 20/15 per il fototipo IV (carnagione leggermente scura), 10 per il fototipo V (carnagione scura) e 6 per il fototipo VI (carnagione scurissima o nera). A pelle già abbronzata si può diminuire un po' l'indice Spf. Un po': da 50 si passerà a 30, non a 6. L'indice Spf, acronimo di «Sun protection factor», indica il fattore per cui moltiplicare una dose di esposizione solare prima di sviluppare almeno l'eritema solare. Con la protezione 50, posso procurarmi dopo 100 ore di esposizione lo stesso eritema che, senza protezione, mi procurerei in appena 2 ore. Secondo altri, l'Spf indica anche la percentuale di radiazione bloccata: Spf 50 vuol dire 1/50, cioè se ne blocca il 98%. Ma come fa il filtro solare a schermare la pelle? Esistono filtri chimici e filtri fisici, composti da particelle minerali. Il filtro fisico riflette la radiazione a mo' di specchio, quello chimico assorbe e converte la radiazione. In molti preferiscono i filtri fisici, perché non penetrano nella pelle e non sono inquinanti per l'ambiente marino e gli organismi acquatici (le creme certificate eco-bio possono utilizzare solo questi). Un altro elemento importante è che la crema protegga dai raggi Uv-a e Uv-b. Solo negli ultimi anni sono state messe a punto creme di questo tipo, dette «ad ampio spettro»: in passato si tendeva a proteggere solo dagli Uv-b. Le creme solari non andrebbero utilizzate dopo un anno dall'apertura e occorre fare attenzione a riapplicarle ogni due, massimo tre ore, anche se non si fa il bagno perché l'attività dei filtri viene diminuita sia dal sudore, sia dallo stesso effetto «distruttivo» della luce solare. Non sono poche le persone che ormai utilizzano creme o cosmetici con filtro solare per viso, braccia e gambe anche per la normale vita in città, per tutelarsi dai rischi importanti dell'esposizione agli Uv e anche dal fotoinvecchiamento. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abbronzatissimi-per-ogni-pelle-ci-vuole-una-crema-ma-lo-sapete-di-che-fototipo-siete-2593012948.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="non-basta-controllare-la-data-di-scadenza" data-post-id="2593012948" data-published-at="1771078374" data-use-pagination="False"> Non basta controllare la data di scadenza Siete in procinto di partire per le vacanze, state ultimando i preparativi e avete le valigie aperte sul letto. A un certo punto, su una mensola in bagno, trovate un flacone di crema solare. È quello che vi siete portati al mare l'anno scorso, durante l'ultima visita sulla spiaggia. La tentazione, ovviamente, è quella di infilare la crema in valigia: così si risparmia un po' e si finisce di utilizzare la rimanenza. Ma forse non è una grande idea. A spiegare perché, sul sito della Fondazione Veronesi (www.fondazioneveronesi.it) è Giovanni Leone, direttore del servizio di Fotodermatologia presso l'Istituto dermatologico San Gallicano di Roma. Intervistato da Donatella Barus, il medico spiega che è meglio stare molto attenti prima di utilizzare creme vecchie. Come fare, dunque, a capire se la crema è ancora utilizzabile, magari a un anno di distanza dall'apertura? Non è sufficiente, purtroppo, guardare la data di scadenza. «Le creme solari non vanno mai usate dopo più di un anno dall'apertura», dice Leone. Che aggiunge: «È importante considerare anche la fotostabilità del prodotto, ovvero la capacità della crema di rimanere attiva sulla pelle anche sotto l'azione della luce solare». Dunque, dopo aver verificato la data di scadenza, dovete effettuare un ulteriore controllo sulla confezione, per controllare il fattore di fotostabilità. «Non è obbligatorio, ma alcune aziende indicano questo fattore sull'etichetta». Se per caso non riuscite a verificare la data di scadenza, dovete fare attenzione a odore e consistenza del prodotto. «È molto importante non prendere sotto gamba la data di scadenza», spiega il dottor Mervyn Patterson, esperto inglese del Woodford Medical, «perché il passare del tempo degrada i componenti chimici che compongono la crema e questa perde l'efficacia protettiva. Se vi sembra cambiata in termini di consistenza o odore da quando l'avete comprata, è il caso di buttarla». Meglio spendere un po' di più che rovinarsi la pelle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abbronzatissimi-per-ogni-pelle-ci-vuole-una-crema-ma-lo-sapete-di-che-fototipo-siete-2593012948.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ma-fino-al-xix-secolo-i-ricchi-erano-pallidi" data-post-id="2593012948" data-published-at="1771078374" data-use-pagination="False"> Ma fino al XIX secolo i ricchi erano pallidi L'abbronzatura è diventata una moda e uno status symbol soltanto da quando lo è diventata anche la vacanza estiva al mare. Oggi, chi in estate non sfoggia una pelle almeno color Pantone 16-341 Butterum (marrone chiaro) durante l'estate viene considerato alla stregua di Edward Cullen o Bella Swan, la coppia di vampiri di Twilight (Bella lo diventa nel quarto volume della saga di Stephenie Meyer). Il pallore è fuori moda, l'abbronzatura è di tendenza perché non andare in vacanza d'estate, più che altro al mare, vuol dire essere poveri. L'abbronzatura viene poi associata anche ad uno stato di buona salute. Le gote rosse di una volta sono state sostituite dall'abbronzatura e non sono poche le persone che anche in inverno si sottopongono a docce solari per cancellare il biancore dell'incarnato. Fino alla fine del diciannovesimo secolo era il perfetto contrario. La pelle scurita dal sole era prerogativa di persone appartenenti al ceto sociale umile, che dovevano lavorare, e all'esterno, per vivere, come contadini e muratori. I ricchi, invece, stavano ben attenti a non abbronzarsi nemmeno per sbaglio, era infatti molto comune che le donne utilizzassero cappellini e ombrellini estivi per evitare che il sole le dorasse. Gli abiti, poi, erano ancora soggetti ad una concezione di pudicizia ormai scomparsa. Anche quando si incominciò a concepire la vacanza estiva al mare, i costumi da uomo e da donna erano lunghi, una sorta di tute che coprivano pressoché l'intero corpo. Si usavano addirittura le calze e, anche in spiaggia, dominavano cappellini e ombrellini: la «pelle di luna» era garantita. Pare che sia stata Coco Chanel a portare in voga la pelle abbronzata, quando mostrò la sua pelle ambrata al ritorno da una vacanza a Juan-les-Pins in Costa Azzurra. Erano gli anni Venti, e si iniziava a parlare di elioterapia, nudismo, cultura del corpo libero: il progressivo rimpicciolirsi delle dimensioni dei costumi fu la logica conseguenza. Ci si scopriva non soltanto per ribadire il diritto a farlo, soprattutto da parte femminile, ma anche per abbronzarsi meglio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abbronzatissimi-per-ogni-pelle-ci-vuole-una-crema-ma-lo-sapete-di-che-fototipo-siete-2593012948.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-occhiali-inuit-con-ossa-di-tricheco" data-post-id="2593012948" data-published-at="1771078374" data-use-pagination="False"> Gli occhiali Inuit con ossa di tricheco La storia ci regala curiosi esempi di protezione solare utilizzate nei secoli. L'uomo non è di certo nato vestito e i vestiti sono stati ideati per proteggersi dal freddo, ma anche dal caldo e dal sole. Lo dimostrano i copricapo. Anche gli occhi si proteggevano, con rudimentali equivalenti dei nostri occhiali da sole. Se Plinio il Vecchio riportava che l'imperatore Nerone fosse aduso guardare i gladiatori attraverso un grosso smeraldo, non è possibile stabilire, però, se lo facesse per correggere, ingrandendo, un difetto di vista, per mitigare la visione del sangue o nel tentativo di «filtrare» cromaticamente il sole. I primi veri occhiali da sole sono di origine cinese. Nell'undicesimo secolo si cominciarono ad utilizzare piccole lastre di quarzo affumicato tenute sul naso da una montatura naturalmente molto grossolana rispetto alle attuali. Non proteggevano dai raggi Uv, di cui si ignorava l'esistenza, ma dalla troppa luminosità, per via della tonalità fumé. Sempre di origine cinese erano i veneziane «vetri da gondola», occhiali da sole che i ricchi utilizzavano negli spostamenti in gondola per mitigare il riverbero del sole sull'acqua quando utilizzavano tipiche imbarcazioni lagunari. Ma gli occhiali da sole più sorprendenti sono sicuramente quelli eschimesi. Gli Inuit lavoravano osso di tricheco o legno a forma di mascherina (che veniva annodata dietro la nuca) su cui praticavano delle strette e lunghe fessure attraverso le quali guardavano e proteggevano gli occhi dal riflesso della luce solare sulla neve. Li replicò, modificandone un po' il design, il leggendario stilista André Courrèges a metà degli anni Sessanta, si chiamavano Lunettes Eskimo. Quanto alle creme solari, parti di pelle esposta al sole venivano fisicamente coperte con quello che la natura offriva: fango, olio di oliva o polveri come gesso, farina di riso o di lupino. Se dall'uomo antico abbiamo delle cose da imparare e forse da recuperare, questa volta non è il caso: meglio una crema solare dei nostri tempi che manciate di fango spalmato addosso.
Una manifestazione contro il collettivo «Némésis». A destra, due immagini dell'aggressione di Lione (Ansa)
E probabilmente è proprio questo che non è andato giù agli antifascisti della Jeune garde, movimento vicino alla France insoumise, il partito di estrema sinistra guidato da Jean-Luc Mélenchon.
La tragedia si è consumata l’altro ieri a Lione, a margine di una protesta che le sei attiviste di Némésis avevano organizzato davanti all’Institut d’études politiques (Iep), al cui interno si stava svolgendo una conferenza con Rima Hassan, controversa eurodeputata franco-palestinese, eletta tra le file della France insoumise. Le ragazze di Némésis, durante un flash-mob, si erano limitate a srotolare uno striscione su cui era scritto Islamo-gauchistes hors de nos facs, cioè «islamo-sinistrorsi fuori dalle nostre università». Tanto è bastato per scatenare la violenta reazione degli «antagonisti», che non si sono fatti scrupoli ad aggredire le attiviste disarmate. Una di loro, una giovane di 19 anni, è stata trascinata a terra e strangolata, come mostra un video diffuso sui social dall’associazione.
Ma il peggio doveva ancora venire. Quentin si trovava insieme ad altri attivisti identitari a una certa distanza dal flash-mob organizzato dalle ragazze, pronto a intervenire in caso le cose si fossero messe male. «Di solito non chiamiamo il servizio d’ordine, perché sappiamo benissimo che gli antifascisti sono violenti e più numerosi di noi», ha dichiarato alla Verità Astrid, portavoce di Némésis. «In questo caso però, vista la situazione tesa, una delle nostre ragazze ha chiesto al fidanzato di portare con sé degli attivisti maschi, giusto per stare tranquille». Tra questi ragazzi c’era, appunto, anche Quentin.
Una volta terminato il flash-mob, Quentin si è allontanato dalla zona con un suo amico per rincasare. Un commando di 30 antifascisti, tuttavia, li ha seguiti per poi aggredirli di sorpresa in una strada più defilata. Quentin è stato fatto cadere con uno sgambetto, che gli ha fatto battere violentemente la testa sull’asfalto, e successivamente è stato massacrato con numerosi calci mentre era già a terra. L’amico, ferito in modo lieve, lo ha aiutato a rientrare, ma durante il tragitto Quentin è svenuto. Trasportato d’urgenza all’ospedale Édouard Herriot, il giovane è stato ricoverato in condizioni disperate a causa di un’emorragia cerebrale. Ieri mattina Quentin, fervente cattolico impegnato nella vita pastorale, ha ricevuto l’estrema unzione, una volta che ai suoi genitori è stata comunicata la morte cerebrale del figlio.
«Siamo terribilmente addolorate, ma anche profondamente arrabbiate», ci dice la portavoce di Némésis. «Siamo tutte sotto choc», ha proseguito, «ma quello che non possiamo in alcun modo tollerare è l’impunità di cui godono questi criminali, che sono protetti dalla stampa e dai partiti francesi. Molti media stanno già parlando di “rissa”, ma qui c’è stato un vero e proprio agguato che è sfociato in un omicidio politico». Anche l’avvocato della famiglia della vittima, Fabien Rajon, ha contestato ufficialmente l’ipotesi della «rissa», parlando di un «linciaggio gratuito» e specificando che Quentin «non ha precedenti, tanto meno per violenze: la sua fedina penale è pulita».
In questo momento, prosegue la portavoce di Némésis, «è ancora presto per capire che cosa fare, adesso è il momento del lutto. Di sicuro vogliamo organizzare una “marche blanche” (manifestazione in cui i partecipanti, vestiti di bianco, sfilano in silenzio per chiedere giustizia ed esprimere solidarietà alla famiglia della vittima di violenza, ndr)». Inoltre, sottolinea Astrid, «stiamo valutando se ingaggiare una scorta privata per le nostre attiviste più conosciute: costa tanto, è vero, ma non possiamo più permetterci di lasciarle indifese».
Il collettivo Némésis, in ogni caso, ha intenzione di chiedere che gli antifascisti siano inseriti nell’elenco delle organizzazioni terroriste, un po’ come ha proposto Donald Trump negli Stati Uniti. «Questi estremisti di sinistra sono molto pericolosi e adottano i metodi violenti usati dalle gang nelle banlieue», afferma Astrid. «È inconcepibile che lo Stato francese non tuteli noi, che siamo un’associazione pacifica, ma protegga invece questi criminali». Tra i partiti che offrono protezione alla Jeune garde, spiega la portavoce di Némésis, «c’è soprattutto il partito di Mélenchon». Il collettivo, anzi, ha fatto sapere in un comunicato che «tra gli aggressori, riconosciuti dalle nostre militanti, vi è un uomo di nome Jacques-Élie Favrot, collaboratore del deputato del partito di estrema sinistra La France insoumise Raphaël Arnault e membro attivo del gruppo antifascista Jeune garde». Arnault, da parte sua, ha negato questo coinvolgimento. Nel frattempo, la Procura di Lione ha annunciato l’apertura di un’inchiesta per violenza aggravata.
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Sabato 28 febbraio la Casa di reclusione di Milano Bollate ospita la terza edizione dei Giochi della Speranza. Detenuti, polizia penitenziaria, magistrati e società civile in campo insieme per una «piccola olimpiade» che usa lo sport come strumento di inclusione e speranza.
Le Olimpiadi arrivano anche dietro le sbarre. A Milano lo sport entra in carcere con la terza edizione dei Giochi della Speranza, una «piccola olimpiade» che sabato 28 febbraio porterà gare e tornei dentro la Casa di reclusione di Milano Bollate. L’iniziativa si inserisce nel clima dei Giochi olimpici e paralimpici di Milano Cortina 2026 e prova a tradurne i valori in un contesto dove il confine tra dentro e fuori è, per definizione, più netto.
Il carcere, per un giorno, diventerà un campo di gara. Non per dimenticare dove ci si trova, ma per usare lo sport come linguaggio comune, capace di accorciare le distanze e rompere schemi e abitudini. È questo lo spirito con cui i Giochi della Speranza arrivano per la prima volta a Bollate, dopo le edizioni precedenti e l’esperienza avviata a Rebibbia, a Roma.
Il progetto è promosso dalla Fondazione Giovanni Paolo II per lo Sport, insieme al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, al Gruppo sportivo Fiamme Azzurre e alla rete dei magistrati Sport e Legalità, con il patrocinio del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale. La presentazione si è svolta alla Triennale di Milano, nella sede di Casa Italia. Negli anni, i Giochi della Speranza si sono costruiti un’identità precisa: non un evento simbolico, ma un progetto educativo che mette al centro dignità della persona, giustizia e percorsi di recupero. L’idea è semplice e ambiziosa allo stesso tempo: creare spazi reali di incontro e responsabilità condivisa dentro gli istituti di pena, usando lo sport come terreno neutro su cui riconoscersi parte della stessa comunità.
A spiegare il senso dell’iniziativa è Daniele Pasquini, presidente della Fondazione promotrice: «Portare la speranza in carcere», dice, «significa offrire alle persone detenute un’aria di normalità, spezzare una quotidianità spesso monotona e ridare valore al tempo». Non solo una giornata di gare, quindi, ma un percorso che crea attesa, preparazione e coinvolgimento. Questa edizione milanese è organizzata in collaborazione con il Csi Milano e avrà una formula particolare: in campo scenderanno quattro delegazioni – detenuti, polizia penitenziaria, magistrati e rappresentanti della società civile – chiamate a competere fianco a fianco, senza gerarchie. «In una città attraversata dal vento olimpico» – ha spiegato il presidente del Csi Milano Massimo Achini – «è emozionante pensare che quell’atmosfera possa scavalcare muri che di solito sono invalicabili». Una giornata che, nelle sue parole, è il punto di arrivo di un lavoro quotidiano svolto durante l’anno negli istituti di pena del territorio. Il senso più profondo dell’iniziativa lo ha riassunto Fabrizio Basei, giudice e coordinatore della rete Magistrati Sport e Legalità: «Il carcere può restare un luogo dimenticato, oppure diventare uno spazio in cui si sconta la pena ma si inizia anche un percorso nuovo, di reinserimento e di speranza. I Giochi nascono per stare da questa seconda parte».
Il programma di sabato 28 febbraio prevede una mattinata di gare, dalle 9.30 alle 13.00, dopo la cerimonia di apertura. In calendario tornei e prove sportive che vanno dal calcio alla pallavolo, dal tennis tavolo all’atletica (velocità e staffetta), fino a biliardino e scacchi. Discipline diverse, un messaggio unico: lo sport come strumento di educazione alle regole, cura della persona e responsabilizzazione.
Sul valore umano dell’iniziativa si è soffermato anche Michele Robibaro, rappresentante del Dicastero per il Servizio allo sviluppo umano integrale della Santa Sede, ricordando come «l’accompagnamento delle persone detenute sia un gesto di umanizzazione» e come «lo sport, in carcere, possa diventare un’esperienza concreta di libertà possibile». Il direttore del carcere, Giorgio Leggieri, ha parlato dell’importanza dell’attesa e di iniziative radicate nel territorio, soprattutto in un periodo segnato dalle Olimpiadi: il carcere, spesso percepito solo come luogo di separazione, può trasformarsi in uno scenario di inclusione sociale per una comunità che conta oltre 1.600 persone. Infine Irene Marotta, direttore Div. IV Gruppi Sportivi del Corpo di Polizia penitenziaria - Fiamme Azzurre, ha sottolineato come il progetto sia pensato per essere replicabile negli istituti dotati di strutture adeguate: le quattro rappresentative in campo insieme sono il simbolo di una possibile ricomposizione del conflitto attraverso lo sport.
Alle 13 sono previste le premiazioni. Ma, al di là dei risultati, l’obiettivo resta uno solo: dimostrare che anche dietro le sbarre lo sport può aprire uno spazio di incontro, responsabilità e futuro.
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(IStock)
Chiunque sia dotato di un livello minimo di buon senso sa che un bambino dai quattro anni in poi, fino alla preadolescenza e all’adolescenza, ma soprattutto nei primi anni, vive un processo molto complesso, e soprattutto molto personale, che cambia da bambino a bambino, da bambina a bambina. Un bambino può arrivare a camminare prima di un altro ma può sviluppare più tardi una certa proprietà di linguaggio e questo dimostra che non è possibile determinare, anzi predeterminare, uno sviluppo che segua rigidamente delle tappe prestabilite. Figuriamoci se è possibile, in questa fase così delicata, inserire per legge e nella scuola, neanche in famiglia, la possibilità per un bambino o una bambina di aggiungere a tutto il «peso» psicologico, ma anche diremmo alla magia di questo percorso, un ulteriore elemento e cioè quello dell’orientamento sessuale, o del gender, che andrebbe in ogni caso ad appesantire quel patrimonio di base che comunque andrà nel futuro e che è quello che costituirà le fondamenta della personalità individuale. Ci ha insegnato il grande filosofo e pedagogista Jean Piaget che esistono, nello sviluppo cognitivo, due elementi base ma fondanti che sono un insieme di funzioni dette «invarianti» che consentono, sia al bambino sia all’adulto, di avere un rapporto di scambio con l’ambiente esterno che gli consente di ottenere informazioni, comprenderle, elaborarle, memorizzarle e utilizzarle grazie proprio all’elasticità che va sviluppandosi nel processo psicologico evolutivo e che consente al bambino di adattarsi all’ambiente circostante, non solo recependo le informazioni che gli giungono, ma anche elaborandole, ognuno secondo un percorso personale, e interagire così col mondo che lo circonda. C’è poi un secondo elemento che ci indica Jean Piaget ed è costituito dalle «strutture cognitive» che si costruiscono proprio all’incrocio tra i processi mentali della persona e l’ambiente fisico e sociale esistente e nel quale è introdotta e si modificano durante la crescita per far fronte ai nuovi bisogni che sorgono con il passare dei primi anni di vita. I bambini non sono soggetti passivi, come del resto chiunque ha avuto a che fare con loro ha potuto sperimentare, ma sono soggetti che raccolgono dati attraverso l’esperienza, li classificano in schemi mentali preesistenti, ma spesso li modificano a seconda di nuove informazioni o nuove esigenze. Pensate un bambino al quale viene proposto un gioco, magari di costruzioni possibili, passerà più o meno velocemente dalle costruzioni più semplici che rappresentano figure presenti già nella sua mente a figure magari stravaganti e che non si reggono in piedi, ma che manifestano la sua possibilità di sviluppo e di adattamento, ma anche di creatività nei confronti di quel materiale da gioco che gli è stato fornito.
Cosa vuol dire tutto questo? Vuol dire che il bambino ha bisogno di costruire delle strutture di base che rafforzino le sue strutture cognitive secondo un ciclo che è certamente personalizzato a seconda dei diversi bambini ma che comporta alcuni passaggi essenziali a loro comuni.
Abbiamo scritto questa lunga premessa per rendere presente a quegli scellerati, colpevoli scellerati, che vogliono inserire la questione gender fin dall’età di quattro anni, che dovrebbero avere la consapevolezza che prima di far funzionare un’auto e decidere se farla svoltare a destra o a sinistra bisogna che quell’auto - ci rendiamo conto del paragone rozzo, ma vi ricorriamo consapevolmente data la rozzezza della proposta di questi folli inglesi -, ebbene, prima di decidere l’indirizzo bisogna costruire bene l’auto, bisogna che essa abbia tutto ciò che necessita per poter viaggiare tranquilla e decidere la direzione.
Vogliamo lasciare a questi bambini e bambine un tempo tranquillo nel quale sviluppare le strutture di base psicologiche che possano, un domani, momento di raggiunta maturità, portare anche a delle scelte di orientamento sessuale diverse dalla realtà biologica? Oppure riteniamo che a quattro anni si possa individuare una fenomenologia di comportamenti tale da poter decretare noi, non loro, i bambini e le bambine, che appaiono evidenti i segni di un orientamento sessuale diverso dal dato biologico? Ma siamo veramente tutti impazziti? Vogliamo arrivare al punto di dare delle pasticche per la transizione sessuale alla scuola elementare? Arriveremo forse al punto in cui i genitori, non contenti del sesso della creatura che stanno concependo, vorranno iniziare da subito una transizione voluta da loro e inflitta a queste povere creature innocenti e inconsapevoli? Vogliano arrivare al punto che partiremo da delle iniezioni intraplacentari? Dove vogliamo arrivare? Non basta quello a cui siamo arrivati che è, a mio modestissimo avviso, ampiamente oltre le offese sopportabili dal dato naturale biologico? La situazione non è disarmante, è molto peggiore, qui si scherza con la natura umana. Forse invasati dall’intelligenza artificiale si pensa che si possa a nostro piacimento manipolare l’intelligenza naturale. Non si rendono conto, questi folli, che una cosa è la scelta personale e consapevole riguardo al proprio orientamento sessuale e altra cosa è una scelta fatta da altri per bambini e bambine sul loro orientamento sessuale che, nelle prime fasi evolutive, non può che corrispondere esclusivamente al dato biologico che si restringe a due categorie: maschio e femmina.
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