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2018-08-06
Abbronzatissimi. Per ogni pelle ci vuole una crema, ma lo sapete di che fototipo siete?
La conquista della tintarella è uno dei riti estivi più amati. Tanto che ormai ci si mette in costume e ci si sottopone ai bagni di sole non solo in spiaggia, ma perfino in città. No, non nelle piscine cittadine, proprio in strada. Qualche giorno fa, tre turiste nordeuropee sono state fotografate distese in costume sul marciapiede del binario della stazione di Lecco: avevano pensato di ottimizzare l'attesa del treno facendosi un bagno di sole. E, a fine aprile, una signora si era piazzata in bikini addirittura sul Monumento ai caduti, sempre a Lecco. Ma esporsi con tanta ostinazione ai raggi della nana gialla la cui temperatura superficiale è di ben 5.504 gradi centigradi, con l'obiettivo di diventare scuri come l'ebano fa davvero così bene? Trasformarsi, cioè, in «a-a-abbronzatissimi / sotto i raggi del sole» (per citare Edoardo Vianello, che nel 1963 ebbe uno straordinario successo con la canzone Abbronzatissima) è un'idea così felice? Non troppo. Prendere il sole è sì benefico per alcuni versi, ma può avere effetti catastrofici sulla salute se non lo si «assume» con le dovute precauzioni.
L'esposizione al sole è importante innanzitutto per la produzione di vitamina D, che acquisiamo in dosi molto basse tramite il cibo (solo nell'olio di fegato di merluzzo se ne trova in quantità degna di nota). La vitamina D è un ormone composto da 5 pro-ormoni (D1, D2, D3, D4, D5) che si attivano con la luce solare. In genere poco nominata, è invece assai importante: aiuta ad assimilare calcio e fosforo; stimola la leptina coadiuvando il metabolismo dei grassi (negli individui normopeso i livelli di vitamina D sono generalmente alti, mentre sono bassi negli obesi); riduce la formazione di citochine, molecole proteiche che formano il grasso, soprattutto dell'addome; aiuta il buon funzionamento del sistema cardiocircolatorio, con funzione preventiva di infarto e ictus; aumenta le difese del sistema immunitario ed è importante anche per il corretto assetto del sistema nervoso.
Una sua carenza è collegata con molte patologie, dalla debolezza muscolare o di unghie e capelli all'ansia e alla depressione, passando per il sovrappeso, la steatosi epatica (il cosiddetto fegato grasso) e la fragilità ossea.
Ma anche con diverse malattie autoimmuni come il diabete mellito, la sclerosi multipla, il lupus eritematoso sistemico e l'artrite reumatoide. Vivendo per lo più chiusi in ufficio, casa, locali e auto, come impone la vita contemporanea, siamo automaticamente indotti a produrne poca. Perciò l'alternativa più naturale all'assunzione di quella sintetica è esporsi al sole, scoperti. Bastano 10-15 minuti al giorno.
Il sole, poi, fa bene anche all'umore. Stimola, infatti, la produzione di serotonina, il neurotrasmettitore che regola il ciclo sonno/ veglia, il corretto senso di sazietà, la motilità intestinale, la memoria, il desiderio sessuale e il tono dell'umore.
Allo stesso tempo, posizionarsi sotto i raggi del sole per ore e ore senza protezione solare è una pessima abitudine. Occorre conoscere i raggi solari prima di affidarvisi: si tratta di un abbraccio ambivalente, che può anche presentarci un conto molto salato. I raggi ultravioletti sono radiazioni che coprono l'intervallo dello spettro elettromagnetico con lunghezza d'onda tra 100 e 400 nanometri. I raggi Uv-c (lunghezza d'onda tra 100 e 280 millimetri), che per noi sarebbero ustionanti senza nemmeno scurire la pelle, sono bloccati dall'atmosfera. Ma i raggi ultravioletti Uv-b e Uv-a giungono fino a noi. Analizziamoli. I raggi Uv-a sono circa il 95% dei raggi ultravioletti che raggiungono la Terra e penetrano attraverso le nuvole, i vetri e l'epidermide: giunti sulla cute sono in grado di passare attraverso l'epidermide e giungere fino al derma, lo strato sottostante l'epidermide. I raggi Uv-a sono emessi anche dalle lampade per l'abbronzatura e dalle lampade per l'asciugatura dello smalto semipermanente e in gel (non sono pochi gli allarmi sull'insalubrità dell'esposizione massiccia a entrambe).
I raggi Uv-b, invece, sono il restante 5% degli ultravioletti che ci arrivano addosso. L'abbronzatura deriva dalla pigmentazione della pelle attivata dai raggi Uv. I melanociti producono melanina e la riversano all'esterno nel tentativo di proteggere il derma. La produzione di melanina è il meccanismo con cui la pelle si difende. Sarebbe a dire che l'abbronzatura è più una «cicatrice della guerra» che la pelle e i suoi strati intrattengono coi raggi ultravioletti che un innocuo indicatore di bellezza estetica. Per intenderci su quale sia l'effetto del sole lasciato agire sul corpo idratato senza alcuna protezione per lungo tempo, basti pensare che una volta si seccava la frutta lasciandola a rinsecchire sotto il sole: si ponevano, per esempio, i fichi freschi e verdissimi su appositi vassoi di vimini, girandoli spesso perché entrambi i lati subissero il potente trattamento rovente e prosciugante del sole, e dopo qualche giorno diventavano marroni, secchi e duri.
Non vi diciamo di fare la prova empirica della potenza solare esponendovi al sole a mo' di fichi, ma vi diciamo, con energia, il contrario: proteggetevi, proteggetevi, proteggetevi. I possibili danni da esposizione prolungata e senza protezione non sono scherzi, soprattutto per i fototipi di pelle chiara che regnano in Occidente (la pelle nera, proprio per la sua presenza costitutiva di melanina, è ben più autoprotetta della nostra).
L'Oms ha identificato nove patologie: melanoma cutaneo (un tumore dei melanociti); carcinoma squamoso della pelle (tumore più lento e meno mortale del melanoma); carcinoma basocellulare (tumore della pelle con comparsa in età per lo più avanzata); carcinoma squamoso di cornea o congiuntiva (è un raro tumore oculare); cheratosi, che possono generare lesioni pretumorali; scottature; cataratta corticale; pterigio; riattivazione dell'herpes labiale. La sovraesposizione ai raggi Uv uccide ogni anno circa 60.000 persone, 48.000 per melanoma e 12.000 per carcinoma. E anche solo una scottatura solare, che può essere talmente forte da diventare un'ustione o un colpo di sole, non sono passeggiate. Proteggersi, quindi, mentre ci si abbronza, è fondamentale. Come? Con le creme solari. Nessuna crema è in grado di bloccare il 100% dei raggi Uv. In più la crema agisce solo sulle porzioni di pelle dove è spalmata (dunque distribuitela ovunque arrivi il sole, anche sulle e dietro e nelle orecchie, sulla parte posteriore del collo e sui palmi di mani e piedi). Quindi, prima di addentrarci nell'universo delle creme, ricordiamoci la premessa della difesa dal sole in spiaggia (ma anche in montagna, ogni 1.000 metri in più di altitudine i raggi Uv aumentano del 10-12%). Proteggere sempre il capo dall'insolazione diretta, tramite l'ombra dell'ombrellone - che comunque riduce solo della metà le radiazioni, a meno che non sia realizzato con tessuto con filtro UV - o un cappello o un foulard. Indossare anche gli occhiali da sole (certo, non nuotando!), perché il sole diretto, come abbiamo visto danneggia anche gli occhi.
Mai esporsi nelle ore più calde, dalle 11 alle 16. Incremarsi sempre. Non lesinate e non siate troppo veloci quando acquistate le creme di protezione solare. Esaminatele. Badate innanzitutto che siano water resistant, cioè che non vengano completamente liquefatte dal bagno in acqua (a mezzo metro di profondità le radiazioni Uv sono ridotte solo del 40% rispetto alla superficie, l'acqua non ci protegge completamente dal sole e in più diluisce e consuma la crema protettiva). Stendetele di nuovo dopo il bagno, perché water resistant significa che si dissolve in più tempo, non che non si dissolve mai: è una crema, non una vernice bicomponente epossidica.
Il principio basico per scegliere la protezione di cui abbiamo bisogno è il nostro fototipo. I fototipi sono sei e, per quanto ad ognuno sia associato un colore di occhi e capelli, bisogna guardare la carnagione. Il fototipo I (carnagione lattea) e II (carnagione molto chiara) nelle prime esposizioni devono usare una crema con Spf 50. Spf 30 per il fototipo III (carnagione abbastanza chiara), 20/15 per il fototipo IV (carnagione leggermente scura), 10 per il fototipo V (carnagione scura) e 6 per il fototipo VI (carnagione scurissima o nera). A pelle già abbronzata si può diminuire un po' l'indice Spf. Un po': da 50 si passerà a 30, non a 6. L'indice Spf, acronimo di «Sun protection factor», indica il fattore per cui moltiplicare una dose di esposizione solare prima di sviluppare almeno l'eritema solare. Con la protezione 50, posso procurarmi dopo 100 ore di esposizione lo stesso eritema che, senza protezione, mi procurerei in appena 2 ore. Secondo altri, l'Spf indica anche la percentuale di radiazione bloccata: Spf 50 vuol dire 1/50, cioè se ne blocca il 98%. Ma come fa il filtro solare a schermare la pelle? Esistono filtri chimici e filtri fisici, composti da particelle minerali.
Il filtro fisico riflette la radiazione a mo' di specchio, quello chimico assorbe e converte la radiazione. In molti preferiscono i filtri fisici, perché non penetrano nella pelle e non sono inquinanti per l'ambiente marino e gli organismi acquatici (le creme certificate eco-bio possono utilizzare solo questi). Un altro elemento importante è che la crema protegga dai raggi Uv-a e Uv-b. Solo negli ultimi anni sono state messe a punto creme di questo tipo, dette «ad ampio spettro»: in passato si tendeva a proteggere solo dagli Uv-b. Le creme solari non andrebbero utilizzate dopo un anno dall'apertura e occorre fare attenzione a riapplicarle ogni due, massimo tre ore, anche se non si fa il bagno perché l'attività dei filtri viene diminuita sia dal sudore, sia dallo stesso effetto «distruttivo» della luce solare. Non sono poche le persone che ormai utilizzano creme o cosmetici con filtro solare per viso, braccia e gambe anche per la normale vita in città, per tutelarsi dai rischi importanti dell'esposizione agli Uv e anche dal fotoinvecchiamento.
Non basta controllare la data di scadenza
Siete in procinto di partire per le vacanze, state ultimando i preparativi e avete le valigie aperte sul letto. A un certo punto, su una mensola in bagno, trovate un flacone di crema solare. È quello che vi siete portati al mare l'anno scorso, durante l'ultima visita sulla spiaggia.
La tentazione, ovviamente, è quella di infilare la crema in valigia: così si risparmia un po' e si finisce di utilizzare la rimanenza. Ma forse non è una grande idea.
A spiegare perché, sul sito della Fondazione Veronesi (www.fondazioneveronesi.it) è Giovanni Leone, direttore del servizio di Fotodermatologia presso l'Istituto dermatologico San Gallicano di Roma. Intervistato da Donatella Barus, il medico spiega che è meglio stare molto attenti prima di utilizzare creme vecchie.
Come fare, dunque, a capire se la crema è ancora utilizzabile, magari a un anno di distanza dall'apertura? Non è sufficiente, purtroppo, guardare la data di scadenza. «Le creme solari non vanno mai usate dopo più di un anno dall'apertura», dice Leone. Che aggiunge: «È importante considerare anche la fotostabilità del prodotto, ovvero la capacità della crema di rimanere attiva sulla pelle anche sotto l'azione della luce solare». Dunque, dopo aver verificato la data di scadenza, dovete effettuare un ulteriore controllo sulla confezione, per controllare il fattore di fotostabilità. «Non è obbligatorio, ma alcune aziende indicano questo fattore sull'etichetta».
Se per caso non riuscite a verificare la data di scadenza, dovete fare attenzione a odore e consistenza del prodotto. «È molto importante non prendere sotto gamba la data di scadenza», spiega il dottor Mervyn Patterson, esperto inglese del Woodford Medical, «perché il passare del tempo degrada i componenti chimici che compongono la crema e questa perde l'efficacia protettiva. Se vi sembra cambiata in termini di consistenza o odore da quando l'avete comprata, è il caso di buttarla».
Meglio spendere un po' di più che rovinarsi la pelle.
Ma fino al XIX secolo i ricchi erano pallidi
L'abbronzatura è diventata una moda e uno status symbol soltanto da quando lo è diventata anche la vacanza estiva al mare. Oggi, chi in estate non sfoggia una pelle almeno color Pantone 16-341 Butterum (marrone chiaro) durante l'estate viene considerato alla stregua di Edward Cullen o Bella Swan, la coppia di vampiri di Twilight (Bella lo diventa nel quarto volume della saga di Stephenie Meyer).
Il pallore è fuori moda, l'abbronzatura è di tendenza perché non andare in vacanza d'estate, più che altro al mare, vuol dire essere poveri. L'abbronzatura viene poi associata anche ad uno stato di buona salute. Le gote rosse di una volta sono state sostituite dall'abbronzatura e non sono poche le persone che anche in inverno si sottopongono a docce solari per cancellare il biancore dell'incarnato. Fino alla fine del diciannovesimo secolo era il perfetto contrario. La pelle scurita dal sole era prerogativa di persone appartenenti al ceto sociale umile, che dovevano lavorare, e all'esterno, per vivere, come contadini e muratori. I ricchi, invece, stavano ben attenti a non abbronzarsi nemmeno per sbaglio, era infatti molto comune che le donne utilizzassero cappellini e ombrellini estivi per evitare che il sole le dorasse.
Gli abiti, poi, erano ancora soggetti ad una concezione di pudicizia ormai scomparsa. Anche quando si incominciò a concepire la vacanza estiva al mare, i costumi da uomo e da donna erano lunghi, una sorta di tute che coprivano pressoché l'intero corpo. Si usavano addirittura le calze e, anche in spiaggia, dominavano cappellini e ombrellini: la «pelle di luna» era garantita.
Pare che sia stata Coco Chanel a portare in voga la pelle abbronzata, quando mostrò la sua pelle ambrata al ritorno da una vacanza a Juan-les-Pins in Costa Azzurra. Erano gli anni Venti, e si iniziava a parlare di elioterapia, nudismo, cultura del corpo libero: il progressivo rimpicciolirsi delle dimensioni dei costumi fu la logica conseguenza. Ci si scopriva non soltanto per ribadire il diritto a farlo, soprattutto da parte femminile, ma anche per abbronzarsi meglio.
Gli occhiali Inuit con ossa di tricheco
La storia ci regala curiosi esempi di protezione solare utilizzate nei secoli. L'uomo non è di certo nato vestito e i vestiti sono stati ideati per proteggersi dal freddo, ma anche dal caldo e dal sole. Lo dimostrano i copricapo. Anche gli occhi si proteggevano, con rudimentali equivalenti dei nostri occhiali da sole. Se Plinio il Vecchio riportava che l'imperatore Nerone fosse aduso guardare i gladiatori attraverso un grosso smeraldo, non è possibile stabilire, però, se lo facesse per correggere, ingrandendo, un difetto di vista, per mitigare la visione del sangue o nel tentativo di «filtrare» cromaticamente il sole. I primi veri occhiali da sole sono di origine cinese. Nell'undicesimo secolo si cominciarono ad utilizzare piccole lastre di quarzo affumicato tenute sul naso da una montatura naturalmente molto grossolana rispetto alle attuali. Non proteggevano dai raggi Uv, di cui si ignorava l'esistenza, ma dalla troppa luminosità, per via della tonalità fumé. Sempre di origine cinese erano i veneziane «vetri da gondola», occhiali da sole che i ricchi utilizzavano negli spostamenti in gondola per mitigare il riverbero del sole sull'acqua quando utilizzavano tipiche imbarcazioni lagunari.
Ma gli occhiali da sole più sorprendenti sono sicuramente quelli eschimesi. Gli Inuit lavoravano osso di tricheco o legno a forma di mascherina (che veniva annodata dietro la nuca) su cui praticavano delle strette e lunghe fessure attraverso le quali guardavano e proteggevano gli occhi dal riflesso della luce solare sulla neve. Li replicò, modificandone un po' il design, il leggendario stilista André Courrèges a metà degli anni Sessanta, si chiamavano Lunettes Eskimo. Quanto alle creme solari, parti di pelle esposta al sole venivano fisicamente coperte con quello che la natura offriva: fango, olio di oliva o polveri come gesso, farina di riso o di lupino. Se dall'uomo antico abbiamo delle cose da imparare e forse da recuperare, questa volta non è il caso: meglio una crema solare dei nostri tempi che manciate di fango spalmato addosso.
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Prendere il sole fa bene, ma attenti: i raggi Uv fanno 60.000 vittime l'anno. L'Oms ha identificato nove patologie. Ecco le regole per non ammalarsi. Crema solare: non basta controllare la data di scadenza. Non cedete alla tentazione di utilizzare le rimanenze dell'anno precedente. Prima di usare un prodotto già aperto osservate la consistenza del prodotto e, soprattutto, fate attenzione all'odore. L'abbronzatura oggi è di moda, così come lo sono le vacanze estive al mare. Fan del biancore simile ai vampiri di Twilight? Non preoccupatevi. Fino al XIX secolo i ricchi erano pallidi. Anche gli occhi vanno protetti dal sole. Lo sanno bene gli Inuit che hanno creato occhiali con le ossa di tricheco per proteggersi dal riflessi della luce solare sulla neve. Lo speciale contiene quattro articoli. La conquista della tintarella è uno dei riti estivi più amati. Tanto che ormai ci si mette in costume e ci si sottopone ai bagni di sole non solo in spiaggia, ma perfino in città. No, non nelle piscine cittadine, proprio in strada. Qualche giorno fa, tre turiste nordeuropee sono state fotografate distese in costume sul marciapiede del binario della stazione di Lecco: avevano pensato di ottimizzare l'attesa del treno facendosi un bagno di sole. E, a fine aprile, una signora si era piazzata in bikini addirittura sul Monumento ai caduti, sempre a Lecco. Ma esporsi con tanta ostinazione ai raggi della nana gialla la cui temperatura superficiale è di ben 5.504 gradi centigradi, con l'obiettivo di diventare scuri come l'ebano fa davvero così bene? Trasformarsi, cioè, in «a-a-abbronzatissimi / sotto i raggi del sole» (per citare Edoardo Vianello, che nel 1963 ebbe uno straordinario successo con la canzone Abbronzatissima) è un'idea così felice? Non troppo. Prendere il sole è sì benefico per alcuni versi, ma può avere effetti catastrofici sulla salute se non lo si «assume» con le dovute precauzioni. L'esposizione al sole è importante innanzitutto per la produzione di vitamina D, che acquisiamo in dosi molto basse tramite il cibo (solo nell'olio di fegato di merluzzo se ne trova in quantità degna di nota). La vitamina D è un ormone composto da 5 pro-ormoni (D1, D2, D3, D4, D5) che si attivano con la luce solare. In genere poco nominata, è invece assai importante: aiuta ad assimilare calcio e fosforo; stimola la leptina coadiuvando il metabolismo dei grassi (negli individui normopeso i livelli di vitamina D sono generalmente alti, mentre sono bassi negli obesi); riduce la formazione di citochine, molecole proteiche che formano il grasso, soprattutto dell'addome; aiuta il buon funzionamento del sistema cardiocircolatorio, con funzione preventiva di infarto e ictus; aumenta le difese del sistema immunitario ed è importante anche per il corretto assetto del sistema nervoso. Una sua carenza è collegata con molte patologie, dalla debolezza muscolare o di unghie e capelli all'ansia e alla depressione, passando per il sovrappeso, la steatosi epatica (il cosiddetto fegato grasso) e la fragilità ossea. Ma anche con diverse malattie autoimmuni come il diabete mellito, la sclerosi multipla, il lupus eritematoso sistemico e l'artrite reumatoide. Vivendo per lo più chiusi in ufficio, casa, locali e auto, come impone la vita contemporanea, siamo automaticamente indotti a produrne poca. Perciò l'alternativa più naturale all'assunzione di quella sintetica è esporsi al sole, scoperti. Bastano 10-15 minuti al giorno. Il sole, poi, fa bene anche all'umore. Stimola, infatti, la produzione di serotonina, il neurotrasmettitore che regola il ciclo sonno/ veglia, il corretto senso di sazietà, la motilità intestinale, la memoria, il desiderio sessuale e il tono dell'umore. Allo stesso tempo, posizionarsi sotto i raggi del sole per ore e ore senza protezione solare è una pessima abitudine. Occorre conoscere i raggi solari prima di affidarvisi: si tratta di un abbraccio ambivalente, che può anche presentarci un conto molto salato. I raggi ultravioletti sono radiazioni che coprono l'intervallo dello spettro elettromagnetico con lunghezza d'onda tra 100 e 400 nanometri. I raggi Uv-c (lunghezza d'onda tra 100 e 280 millimetri), che per noi sarebbero ustionanti senza nemmeno scurire la pelle, sono bloccati dall'atmosfera. Ma i raggi ultravioletti Uv-b e Uv-a giungono fino a noi. Analizziamoli. I raggi Uv-a sono circa il 95% dei raggi ultravioletti che raggiungono la Terra e penetrano attraverso le nuvole, i vetri e l'epidermide: giunti sulla cute sono in grado di passare attraverso l'epidermide e giungere fino al derma, lo strato sottostante l'epidermide. I raggi Uv-a sono emessi anche dalle lampade per l'abbronzatura e dalle lampade per l'asciugatura dello smalto semipermanente e in gel (non sono pochi gli allarmi sull'insalubrità dell'esposizione massiccia a entrambe). I raggi Uv-b, invece, sono il restante 5% degli ultravioletti che ci arrivano addosso. L'abbronzatura deriva dalla pigmentazione della pelle attivata dai raggi Uv. I melanociti producono melanina e la riversano all'esterno nel tentativo di proteggere il derma. La produzione di melanina è il meccanismo con cui la pelle si difende. Sarebbe a dire che l'abbronzatura è più una «cicatrice della guerra» che la pelle e i suoi strati intrattengono coi raggi ultravioletti che un innocuo indicatore di bellezza estetica. Per intenderci su quale sia l'effetto del sole lasciato agire sul corpo idratato senza alcuna protezione per lungo tempo, basti pensare che una volta si seccava la frutta lasciandola a rinsecchire sotto il sole: si ponevano, per esempio, i fichi freschi e verdissimi su appositi vassoi di vimini, girandoli spesso perché entrambi i lati subissero il potente trattamento rovente e prosciugante del sole, e dopo qualche giorno diventavano marroni, secchi e duri. Non vi diciamo di fare la prova empirica della potenza solare esponendovi al sole a mo' di fichi, ma vi diciamo, con energia, il contrario: proteggetevi, proteggetevi, proteggetevi. I possibili danni da esposizione prolungata e senza protezione non sono scherzi, soprattutto per i fototipi di pelle chiara che regnano in Occidente (la pelle nera, proprio per la sua presenza costitutiva di melanina, è ben più autoprotetta della nostra). L'Oms ha identificato nove patologie: melanoma cutaneo (un tumore dei melanociti); carcinoma squamoso della pelle (tumore più lento e meno mortale del melanoma); carcinoma basocellulare (tumore della pelle con comparsa in età per lo più avanzata); carcinoma squamoso di cornea o congiuntiva (è un raro tumore oculare); cheratosi, che possono generare lesioni pretumorali; scottature; cataratta corticale; pterigio; riattivazione dell'herpes labiale. La sovraesposizione ai raggi Uv uccide ogni anno circa 60.000 persone, 48.000 per melanoma e 12.000 per carcinoma. E anche solo una scottatura solare, che può essere talmente forte da diventare un'ustione o un colpo di sole, non sono passeggiate. Proteggersi, quindi, mentre ci si abbronza, è fondamentale. Come? Con le creme solari. Nessuna crema è in grado di bloccare il 100% dei raggi Uv. In più la crema agisce solo sulle porzioni di pelle dove è spalmata (dunque distribuitela ovunque arrivi il sole, anche sulle e dietro e nelle orecchie, sulla parte posteriore del collo e sui palmi di mani e piedi). Quindi, prima di addentrarci nell'universo delle creme, ricordiamoci la premessa della difesa dal sole in spiaggia (ma anche in montagna, ogni 1.000 metri in più di altitudine i raggi Uv aumentano del 10-12%). Proteggere sempre il capo dall'insolazione diretta, tramite l'ombra dell'ombrellone - che comunque riduce solo della metà le radiazioni, a meno che non sia realizzato con tessuto con filtro UV - o un cappello o un foulard. Indossare anche gli occhiali da sole (certo, non nuotando!), perché il sole diretto, come abbiamo visto danneggia anche gli occhi. Mai esporsi nelle ore più calde, dalle 11 alle 16. Incremarsi sempre. Non lesinate e non siate troppo veloci quando acquistate le creme di protezione solare. Esaminatele. Badate innanzitutto che siano water resistant, cioè che non vengano completamente liquefatte dal bagno in acqua (a mezzo metro di profondità le radiazioni Uv sono ridotte solo del 40% rispetto alla superficie, l'acqua non ci protegge completamente dal sole e in più diluisce e consuma la crema protettiva). Stendetele di nuovo dopo il bagno, perché water resistant significa che si dissolve in più tempo, non che non si dissolve mai: è una crema, non una vernice bicomponente epossidica. Il principio basico per scegliere la protezione di cui abbiamo bisogno è il nostro fototipo. I fototipi sono sei e, per quanto ad ognuno sia associato un colore di occhi e capelli, bisogna guardare la carnagione. Il fototipo I (carnagione lattea) e II (carnagione molto chiara) nelle prime esposizioni devono usare una crema con Spf 50. Spf 30 per il fototipo III (carnagione abbastanza chiara), 20/15 per il fototipo IV (carnagione leggermente scura), 10 per il fototipo V (carnagione scura) e 6 per il fototipo VI (carnagione scurissima o nera). A pelle già abbronzata si può diminuire un po' l'indice Spf. Un po': da 50 si passerà a 30, non a 6. L'indice Spf, acronimo di «Sun protection factor», indica il fattore per cui moltiplicare una dose di esposizione solare prima di sviluppare almeno l'eritema solare. Con la protezione 50, posso procurarmi dopo 100 ore di esposizione lo stesso eritema che, senza protezione, mi procurerei in appena 2 ore. Secondo altri, l'Spf indica anche la percentuale di radiazione bloccata: Spf 50 vuol dire 1/50, cioè se ne blocca il 98%. Ma come fa il filtro solare a schermare la pelle? Esistono filtri chimici e filtri fisici, composti da particelle minerali. Il filtro fisico riflette la radiazione a mo' di specchio, quello chimico assorbe e converte la radiazione. In molti preferiscono i filtri fisici, perché non penetrano nella pelle e non sono inquinanti per l'ambiente marino e gli organismi acquatici (le creme certificate eco-bio possono utilizzare solo questi). Un altro elemento importante è che la crema protegga dai raggi Uv-a e Uv-b. Solo negli ultimi anni sono state messe a punto creme di questo tipo, dette «ad ampio spettro»: in passato si tendeva a proteggere solo dagli Uv-b. Le creme solari non andrebbero utilizzate dopo un anno dall'apertura e occorre fare attenzione a riapplicarle ogni due, massimo tre ore, anche se non si fa il bagno perché l'attività dei filtri viene diminuita sia dal sudore, sia dallo stesso effetto «distruttivo» della luce solare. Non sono poche le persone che ormai utilizzano creme o cosmetici con filtro solare per viso, braccia e gambe anche per la normale vita in città, per tutelarsi dai rischi importanti dell'esposizione agli Uv e anche dal fotoinvecchiamento. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abbronzatissimi-per-ogni-pelle-ci-vuole-una-crema-ma-lo-sapete-di-che-fototipo-siete-2593012948.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="non-basta-controllare-la-data-di-scadenza" data-post-id="2593012948" data-published-at="1779434725" data-use-pagination="False"> Non basta controllare la data di scadenza Siete in procinto di partire per le vacanze, state ultimando i preparativi e avete le valigie aperte sul letto. A un certo punto, su una mensola in bagno, trovate un flacone di crema solare. È quello che vi siete portati al mare l'anno scorso, durante l'ultima visita sulla spiaggia. La tentazione, ovviamente, è quella di infilare la crema in valigia: così si risparmia un po' e si finisce di utilizzare la rimanenza. Ma forse non è una grande idea. A spiegare perché, sul sito della Fondazione Veronesi (www.fondazioneveronesi.it) è Giovanni Leone, direttore del servizio di Fotodermatologia presso l'Istituto dermatologico San Gallicano di Roma. Intervistato da Donatella Barus, il medico spiega che è meglio stare molto attenti prima di utilizzare creme vecchie. Come fare, dunque, a capire se la crema è ancora utilizzabile, magari a un anno di distanza dall'apertura? Non è sufficiente, purtroppo, guardare la data di scadenza. «Le creme solari non vanno mai usate dopo più di un anno dall'apertura», dice Leone. Che aggiunge: «È importante considerare anche la fotostabilità del prodotto, ovvero la capacità della crema di rimanere attiva sulla pelle anche sotto l'azione della luce solare». Dunque, dopo aver verificato la data di scadenza, dovete effettuare un ulteriore controllo sulla confezione, per controllare il fattore di fotostabilità. «Non è obbligatorio, ma alcune aziende indicano questo fattore sull'etichetta». Se per caso non riuscite a verificare la data di scadenza, dovete fare attenzione a odore e consistenza del prodotto. «È molto importante non prendere sotto gamba la data di scadenza», spiega il dottor Mervyn Patterson, esperto inglese del Woodford Medical, «perché il passare del tempo degrada i componenti chimici che compongono la crema e questa perde l'efficacia protettiva. Se vi sembra cambiata in termini di consistenza o odore da quando l'avete comprata, è il caso di buttarla». Meglio spendere un po' di più che rovinarsi la pelle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abbronzatissimi-per-ogni-pelle-ci-vuole-una-crema-ma-lo-sapete-di-che-fototipo-siete-2593012948.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ma-fino-al-xix-secolo-i-ricchi-erano-pallidi" data-post-id="2593012948" data-published-at="1779434725" data-use-pagination="False"> Ma fino al XIX secolo i ricchi erano pallidi L'abbronzatura è diventata una moda e uno status symbol soltanto da quando lo è diventata anche la vacanza estiva al mare. Oggi, chi in estate non sfoggia una pelle almeno color Pantone 16-341 Butterum (marrone chiaro) durante l'estate viene considerato alla stregua di Edward Cullen o Bella Swan, la coppia di vampiri di Twilight (Bella lo diventa nel quarto volume della saga di Stephenie Meyer). Il pallore è fuori moda, l'abbronzatura è di tendenza perché non andare in vacanza d'estate, più che altro al mare, vuol dire essere poveri. L'abbronzatura viene poi associata anche ad uno stato di buona salute. Le gote rosse di una volta sono state sostituite dall'abbronzatura e non sono poche le persone che anche in inverno si sottopongono a docce solari per cancellare il biancore dell'incarnato. Fino alla fine del diciannovesimo secolo era il perfetto contrario. La pelle scurita dal sole era prerogativa di persone appartenenti al ceto sociale umile, che dovevano lavorare, e all'esterno, per vivere, come contadini e muratori. I ricchi, invece, stavano ben attenti a non abbronzarsi nemmeno per sbaglio, era infatti molto comune che le donne utilizzassero cappellini e ombrellini estivi per evitare che il sole le dorasse. Gli abiti, poi, erano ancora soggetti ad una concezione di pudicizia ormai scomparsa. Anche quando si incominciò a concepire la vacanza estiva al mare, i costumi da uomo e da donna erano lunghi, una sorta di tute che coprivano pressoché l'intero corpo. Si usavano addirittura le calze e, anche in spiaggia, dominavano cappellini e ombrellini: la «pelle di luna» era garantita. Pare che sia stata Coco Chanel a portare in voga la pelle abbronzata, quando mostrò la sua pelle ambrata al ritorno da una vacanza a Juan-les-Pins in Costa Azzurra. Erano gli anni Venti, e si iniziava a parlare di elioterapia, nudismo, cultura del corpo libero: il progressivo rimpicciolirsi delle dimensioni dei costumi fu la logica conseguenza. Ci si scopriva non soltanto per ribadire il diritto a farlo, soprattutto da parte femminile, ma anche per abbronzarsi meglio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abbronzatissimi-per-ogni-pelle-ci-vuole-una-crema-ma-lo-sapete-di-che-fototipo-siete-2593012948.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-occhiali-inuit-con-ossa-di-tricheco" data-post-id="2593012948" data-published-at="1779434725" data-use-pagination="False"> Gli occhiali Inuit con ossa di tricheco La storia ci regala curiosi esempi di protezione solare utilizzate nei secoli. L'uomo non è di certo nato vestito e i vestiti sono stati ideati per proteggersi dal freddo, ma anche dal caldo e dal sole. Lo dimostrano i copricapo. Anche gli occhi si proteggevano, con rudimentali equivalenti dei nostri occhiali da sole. Se Plinio il Vecchio riportava che l'imperatore Nerone fosse aduso guardare i gladiatori attraverso un grosso smeraldo, non è possibile stabilire, però, se lo facesse per correggere, ingrandendo, un difetto di vista, per mitigare la visione del sangue o nel tentativo di «filtrare» cromaticamente il sole. I primi veri occhiali da sole sono di origine cinese. Nell'undicesimo secolo si cominciarono ad utilizzare piccole lastre di quarzo affumicato tenute sul naso da una montatura naturalmente molto grossolana rispetto alle attuali. Non proteggevano dai raggi Uv, di cui si ignorava l'esistenza, ma dalla troppa luminosità, per via della tonalità fumé. Sempre di origine cinese erano i veneziane «vetri da gondola», occhiali da sole che i ricchi utilizzavano negli spostamenti in gondola per mitigare il riverbero del sole sull'acqua quando utilizzavano tipiche imbarcazioni lagunari. Ma gli occhiali da sole più sorprendenti sono sicuramente quelli eschimesi. Gli Inuit lavoravano osso di tricheco o legno a forma di mascherina (che veniva annodata dietro la nuca) su cui praticavano delle strette e lunghe fessure attraverso le quali guardavano e proteggevano gli occhi dal riflesso della luce solare sulla neve. Li replicò, modificandone un po' il design, il leggendario stilista André Courrèges a metà degli anni Sessanta, si chiamavano Lunettes Eskimo. Quanto alle creme solari, parti di pelle esposta al sole venivano fisicamente coperte con quello che la natura offriva: fango, olio di oliva o polveri come gesso, farina di riso o di lupino. Se dall'uomo antico abbiamo delle cose da imparare e forse da recuperare, questa volta non è il caso: meglio una crema solare dei nostri tempi che manciate di fango spalmato addosso.
Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 22 maggio con Carlo Cambi
La portaerei USS Nimitz (Ansa)
L’«Isola grande» si trova di fronte a una svolta davvero storica, alla ricerca del proprio futuro, fermo dal 1959, quando trionfò la Rivoluzione castrista, che pure aveva suscitato all’epoca immense speranze di un «mondo migliore». Ma questi 70 anni «rivoluzionari» sono stati, purtroppo, costellati di promesse non mantenute, ambizioni inappagate, traguardi mancati e illusioni perdute, che hanno causato il progressivo impoverimento del paese e un accentuato degrado della condizione sociale della popolazione. Ricordo che Cuba, prima della Rivoluzione, pur con tutte le sue contraddizioni politiche e i suoi squilibri sociali, era uno dei Paesi più sviluppati dell’America Latina (con un reddito medio pro-capite pari a quello della Spagna), aveva una Costituzione all’avanguardia e l’Avana risplendeva come una delle capitali più belle e affascinanti del sub-continente.
Il progressivo decadimento del Paese fu causato essenzialmente dal fallimento di un’organizzazione politica (marxista-leninista) e di un sistema economico (collettivista) che distrussero clamorosamente un’agricoltura fiorente e un’industria promettente, senza offrire niente in cambio. I dirigenti cubani hanno sempre avuto tendenza a credere che tutti i loro fallimenti fossero da addebitare all’embargo economico e commerciale americano, senza mai aver avuto il coraggio di guardare in se stessi e riconoscere realisticamente che il problema non era esterno al sistema, era il sistema stesso. Ma tutto ciò ormai appartiene al passato, argomenti per dibattiti tra storici, materiale per libri di Storia.
Cerchiamo invece di capire quale potrà essere il futuro di Cuba, dopo l’ubriacatura rivoluzionaria. Sappiamo che molto dipenderà dal sempre imprevedibile presidente americano, che ha decretato la presa e la liberazione di Cuba. Donald Trump si è espresso al riguardo più volte, facendo però dichiarazioni non sempre coincidenti. All’inizio la strategia è stata quella dell’attesa: Cuba è uno Stato fallito, agli sgoccioli, cadrà da sola come un frutto maturo. E per accelerare i tempi della «maturazione» ha ulteriormente inasprito l’embargo, limitando le già scarse possibilità per l’isola di rifornirsi in carburante. In seguito, di fronte alla resistenza dei dirigenti cubani, è stata adottata la strategia della «massima pressione», con una serie di iniziative tese a dimostrare la determinazione di Washington a raggiungere i propri obiettivi in un modo o nell’altro.
In questa cornice rientra anche l’incriminazione, da parte del Dipartimento di Giustizia americano, dell’ex presidente Raúl Castro, accusato di omicidio e cospirazione. Il 14 febbraio 1996 Castro, allora ministro delle Difesa e Capo delle forze armate rivoluzionarie (Far), diede personalmente l’ordine (ci sono le registrazioni delle conversazioni tra i piloti dei mig cubani e Castro) di abbattere due piccoli Chessna 337 (appartenenti all’organizzazione umanitaria Hermanos al rescate ) che svolgevano attività propagandistiche e di soccorso per i cubani in navigazione nello Stretto della Florida. Secondo l’Avana gli aerei avevano violato lo spazio aereo del Paese, per l’Icao (Organizzazione internazionale dell’aviazione civile) invece gli aerei volavano su acque internazionali. Colpiti da un nugolo di missili, i due Chessna esplosero in volo e i quattro piloti (di cui tre americani) furono disintegrati. Ora perché venir fuori, trent’anni dopo, con questa vecchia storia? Verosimilmente per portare la tensione al massimo. Perché, se fallisse anche questa mossa, non rimarrebbe che la soluzione militare (verosimilmente non un’invasione vera e propria, ma azioni mirate a disarticolare la catena di comando cubana). Significativa al riguardo è la recente istituzione, nell’ambito del Comando Sud degli Usa (SouthCom) di un «Comando di guerra autonomo», nel territorio del blocco occidentale, per gestire meglio le sfide della sicurezza nella regione, con particolare riferimento a Cuba.
L’opzione militare è quindi più che mai sul tavolo e assume sempre più contenuto, vista l’intransigenza dei dirigenti cubani a fare concessioni sul piano delle riforme democratiche e dei diritti dell’uomo. Del resto i cubani della diaspora sono favorevoli, in grande maggioranza, all’intervento militare americano. E non vogliono sentire parlare di accordi con gli eredi di Raúl Castro (suo figlio e suo nipote), come molti esperti hanno adombrato. Ma anche i cubani residenti a Cuba si sono espressi, attraverso rocamboleschi sondaggi di opinione, a favore degli americani. Per loro qualunque cosa è meglio dello stato di squallore e di abbandono in cui si trovano: senza elettricità, senza luce, senza cibo, senza medicinali, senza carburante per il trasporto, senza… niente. Una vita che non è degna di essere vissuta. Nessuno crede più nella Rivoluzione, nessuno pensa che i dirigenti castristi siano in grado di risollevare l’economia del Paese.
E Rubio manda un messaggio all’isola: «Meglio l’intesa, ma pronti a tutto»
Cuba torna a vivere ore di forte tensione sociale e politica. Nella parte orientale dell’isola, nelle ultime notti, la rabbia della popolazione è esplosa nuovamente nelle strade a causa dei blackout continui, della mancanza di beni essenziali e del peggioramento delle condizioni economiche. Il punto più critico si è registrato ad Antilla, cittadina situata nell’estremo est del Paese a circa 800 chilometri dall’Avana, dove gruppi di residenti hanno protestato contro le interruzioni di corrente che da giorni paralizzano intere aree del territorio cubano. Secondo diverse testimonianze diffuse da media indipendenti e rilanciate sui social network, decine di persone sono scese in strada durante la notte battendo pentole e padelle nel classico «cacerolazo», diventato negli anni il simbolo della contestazione popolare contro il regime. Nei filmati condivisi online si sentono cori contro il governo e slogan che invocano libertà, insieme al motto «Patria y Vida», divenuto uno dei principali emblemi dell’opposizione al castrismo. Secondo testimonianze locali, il governo cubano avrebbe inviato agenti armati per impedire che le proteste si estendessero ad altre città dell’isola. Nei video diffusi online si vedono momenti di forte tensione tra manifestanti e forze di sicurezza. Non risultano vittime ufficiali, ma alcuni residenti riferiscono di avere sentito spari durante gli scontri. Un testimone anonimo ha raccontato che la polizia sarebbe intervenuta con durezza per disperdere la folla ed evitare una nuova escalation come quella delle proteste del luglio 2021.
Alla base della nuova ondata di proteste c’è la situazione economica ormai insostenibile per una larga parte della popolazione. In molte aree dell’isola mancano energia elettrica e acqua per gran parte della giornata, mentre l’inflazione continua a colpire duramente i beni di prima necessità. Generi alimentari, medicinali e carburante risultano sempre più difficili da reperire e il malcontento popolare cresce di settimana in settimana. La crisi interna si intreccia però con un quadro internazionale sempre più delicato. A L’Avana aumenta infatti la preoccupazione per il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Nelle ultime settimane Washington ha intensificato la pressione politica e diplomatica nei confronti del governo cubano, contribuendo ad alimentare un clima di forte instabilità.
La tensione è salita ulteriormente dopo la decisione delle autorità statunitensi di incriminare l’ex leader Raúl Castro in relazione all’abbattimento di due aerei appartenenti a esuli cubani avvenuto trent’anni fa. Pochi minuti dopo l’annuncio dell’incriminazione, il Comando Sud degli Stati Uniti ha comunicato l’arrivo nei Caraibi della portaerei nucleare USS Nimitz insieme al proprio gruppo d’attacco. Attraverso un messaggio pubblicato sui social network, il Southcom ha confermato l’ingresso della flotta nell’area caraibica, gesto interpretato da molti analisti come un segnale politico diretto all’Avana. A rendere ancora più teso il clima sono state anche alcune dichiarazioni di Donald Trump. Il presidente statunitense ha parlato apertamente della possibilità di «liberare Cuba» e le sue parole hanno provocato un’ondata di reazioni e alimentato voci, rilanciate soprattutto sui social, riguardo a una presunta presenza di agenti della Cia già attivi nel Paese. Poi Donald Trump ha respinto le accuse secondo cui l’invio della portaerei Nimitz nei Caraibi sarebbe stato deciso per intimidire Cuba o costringere il regime alla resa. Parlando con i giornalisti, il presidente americano ha sostenuto che l’obiettivo degli Stati Uniti sarebbe quello di aiutare la popolazione cubana, descrivendo un Paese piegato dalla crisi economica e dalla mancanza di beni essenziali. «Vogliamo aiutare i cubani, che non hanno soldi, elettricità, cibo, niente», ha dichiarato Trump.
Nel tentativo di mostrare compattezza e capacità di risposta, il governo cubano ha diffuso attraverso i media ufficiali immagini dei sistemi di difesa antiaerea dell’isola posti in stato di massima allerta. Nei filmati pero’ appaiono vecchi sistemi missilistici di epoca sovietica ancora in dotazione alle Forze Armate Rivoluzionarie. Le autorità dell’Avana hanno inoltre convocato per oggi una grande manifestazione nella Piazza Anti-imperialista José Martí, davanti all’ambasciata americana, con l’obiettivo dichiarato di sostenere Raúl Castro e denunciare le accuse provenienti dagli Stati Uniti. Sul piano internazionale, il regime cubano ha incassato il sostegno di Cina e Russia.
Pechino ha accusato Washington di utilizzare la giustizia come strumento politico contro Cuba, mentre Mosca ha ribadito il proprio appoggio all’Avana promettendo assistenza in questa fase di forte difficoltà. Anche la Spagna ha preso posizione contro qualsiasi ipotesi di intervento armato, sostenendo che il futuro dell’isola debba essere deciso esclusivamente dal popolo cubano. Marco Rubio ha dichiarato che Cuba avrebbe accettato una proposta di aiuti umanitari americani da cento milioni di dollari, anche se i negoziati sarebbero ancora in corso. Washington ha inoltre ribadito di essere pronta a intervenire in caso di minacce agli interessi statunitensi. Intanto la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato ragione alla Havana Docks Corporation nella disputa sui beni confiscati dal regime di Fidel Castro nel 1960. La decisione potrebbe aprire la strada a nuove cause legali da parte di aziende americane contro chi utilizza proprietà nazionalizzate da Cuba, aumentando ulteriormente la pressione economica e politica sull’Avana.
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La ricetta di Elly Schlein consiste in pratica nell’assunzione di migliaia di psicologi per aiutare sia le persone in difficoltà che gli stranieri, tra i quali a causa della mancata integrazione si registrerebbero alti tassi di disagio psichico.
Tuttavia, se si guarda un po’ più in profondità, andando oltre gli slogan elettorali, si capisce che il problema non è il numero di assistenti sociali da mettere a disposizione delle famiglie e nemmeno il numero di psicologi. La questione che a sinistra rifiutano di vedere è il disagio sociale e psichico che la mancata gestione dell’immigrazione negli anni scorsi ha contribuito a far crescere. Da questo punto di vista è illuminante un rapporto redatto qualche mese fa dalla stessa Emilia-Romagna, la regione dove si è verificata la strage dello scorso sabato. Nella relazione si affrontano i temi dell’integrazione, delle condizioni di vita dei migranti e anche l’accesso ai servizi degli stranieri. Cominciamo con le percentuali di impiego dei cittadini extracomunitari regolarmente presenti nel territorio emiliano-romagnolo. Su circa 186.000 persone, meno di 51.000 hanno un lavoro. Una percentuale che è pari al 27 per cento ed è pari alla quota di migranti che godono di permessi per asilo o protezione internazionale. Gli stranieri in pratica, registrano un tasso di disoccupazione che è oltre tre volte superiore a quello degli italiani.
Ma la parte più interessante dello studio è quella che riguarda la fruizione dei servizi sociali e delle misure di sostegno alle famiglie in difficoltà. Pur rappresentando il 12 per cento della popolazione residente, i soggetti extracomunitari usufruiscono per il 30 per cento delle misure di welfare e per quanto riguarda gli alloggi popolari rappresentano il 25 per cento dei beneficiari, ovvero più del doppio della quota totale dei residenti. È interessante anche l’accesso al pronto soccorso senza urgenza: nello studio si stabilisce che il 40% delle persone che si recano nei pronto soccorso lamentando problemi sanitari è composto da stranieri che contribuiscono a intasare i presidi. Non è tutto: tra i minori assistiti dai servizi sociali, il 44 per cento non risulta italiano. Bastano questi pochi dati, che ribadisco sono frutto di uno studio della stessa Regione Emilia-Romagna, che da sempre è amministrata dalla sinistra, per capire due o tre cose riguardo alle analisi fatte dopo la strage di Modena.
Primo: a gestire i servizi sociali sono le Regioni e i Comuni e non Palazzo Chigi. Dunque, se oltre a fare ricerca, nel quartier generale di viale Aldo Moro, dove ha sede la giunta regionale, qualcuno si occupasse anche di come avviene l’erogazione dei servizi sarebbe un passo avanti.
Secondo: se negli anni crescono i sostegni alla popolazione straniera e la distribuzione di alloggi agli extracomunitari e tutto questo non è accompagnato da un aumento degli occupati stranieri, in Emilia-Romagna, così come nel resto d’Italia, stiamo importando povertà.
Terzo: la disoccupazione e i bassi redditi favoriscono l’incremento dei disagi sociali, perché senza soldi si complica la vita ed è quasi impossibile l’integrazione.
Quarto: c’è anche il problema dei soldi non spesi da alcune città, come Parma e Ravenna, amministrate - come la Regione - dalla sinistra. Invece di essere investiti per aiutare l’inserimento sociale, i fondi sono rimasti sul conto corrente.
Ultimo: a meno di non voler inventare un Reddito d’immigrazione che retribuisca gli stranieri, di casi come quello di Salim El Koudri ne vedremo altri. Con buona pace di Elly Schlein.
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