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2018-08-06
Abbronzatissimi. Per ogni pelle ci vuole una crema, ma lo sapete di che fototipo siete?
La conquista della tintarella è uno dei riti estivi più amati. Tanto che ormai ci si mette in costume e ci si sottopone ai bagni di sole non solo in spiaggia, ma perfino in città. No, non nelle piscine cittadine, proprio in strada. Qualche giorno fa, tre turiste nordeuropee sono state fotografate distese in costume sul marciapiede del binario della stazione di Lecco: avevano pensato di ottimizzare l'attesa del treno facendosi un bagno di sole. E, a fine aprile, una signora si era piazzata in bikini addirittura sul Monumento ai caduti, sempre a Lecco. Ma esporsi con tanta ostinazione ai raggi della nana gialla la cui temperatura superficiale è di ben 5.504 gradi centigradi, con l'obiettivo di diventare scuri come l'ebano fa davvero così bene? Trasformarsi, cioè, in «a-a-abbronzatissimi / sotto i raggi del sole» (per citare Edoardo Vianello, che nel 1963 ebbe uno straordinario successo con la canzone Abbronzatissima) è un'idea così felice? Non troppo. Prendere il sole è sì benefico per alcuni versi, ma può avere effetti catastrofici sulla salute se non lo si «assume» con le dovute precauzioni.
L'esposizione al sole è importante innanzitutto per la produzione di vitamina D, che acquisiamo in dosi molto basse tramite il cibo (solo nell'olio di fegato di merluzzo se ne trova in quantità degna di nota). La vitamina D è un ormone composto da 5 pro-ormoni (D1, D2, D3, D4, D5) che si attivano con la luce solare. In genere poco nominata, è invece assai importante: aiuta ad assimilare calcio e fosforo; stimola la leptina coadiuvando il metabolismo dei grassi (negli individui normopeso i livelli di vitamina D sono generalmente alti, mentre sono bassi negli obesi); riduce la formazione di citochine, molecole proteiche che formano il grasso, soprattutto dell'addome; aiuta il buon funzionamento del sistema cardiocircolatorio, con funzione preventiva di infarto e ictus; aumenta le difese del sistema immunitario ed è importante anche per il corretto assetto del sistema nervoso.
Una sua carenza è collegata con molte patologie, dalla debolezza muscolare o di unghie e capelli all'ansia e alla depressione, passando per il sovrappeso, la steatosi epatica (il cosiddetto fegato grasso) e la fragilità ossea.
Ma anche con diverse malattie autoimmuni come il diabete mellito, la sclerosi multipla, il lupus eritematoso sistemico e l'artrite reumatoide. Vivendo per lo più chiusi in ufficio, casa, locali e auto, come impone la vita contemporanea, siamo automaticamente indotti a produrne poca. Perciò l'alternativa più naturale all'assunzione di quella sintetica è esporsi al sole, scoperti. Bastano 10-15 minuti al giorno.
Il sole, poi, fa bene anche all'umore. Stimola, infatti, la produzione di serotonina, il neurotrasmettitore che regola il ciclo sonno/ veglia, il corretto senso di sazietà, la motilità intestinale, la memoria, il desiderio sessuale e il tono dell'umore.
Allo stesso tempo, posizionarsi sotto i raggi del sole per ore e ore senza protezione solare è una pessima abitudine. Occorre conoscere i raggi solari prima di affidarvisi: si tratta di un abbraccio ambivalente, che può anche presentarci un conto molto salato. I raggi ultravioletti sono radiazioni che coprono l'intervallo dello spettro elettromagnetico con lunghezza d'onda tra 100 e 400 nanometri. I raggi Uv-c (lunghezza d'onda tra 100 e 280 millimetri), che per noi sarebbero ustionanti senza nemmeno scurire la pelle, sono bloccati dall'atmosfera. Ma i raggi ultravioletti Uv-b e Uv-a giungono fino a noi. Analizziamoli. I raggi Uv-a sono circa il 95% dei raggi ultravioletti che raggiungono la Terra e penetrano attraverso le nuvole, i vetri e l'epidermide: giunti sulla cute sono in grado di passare attraverso l'epidermide e giungere fino al derma, lo strato sottostante l'epidermide. I raggi Uv-a sono emessi anche dalle lampade per l'abbronzatura e dalle lampade per l'asciugatura dello smalto semipermanente e in gel (non sono pochi gli allarmi sull'insalubrità dell'esposizione massiccia a entrambe).
I raggi Uv-b, invece, sono il restante 5% degli ultravioletti che ci arrivano addosso. L'abbronzatura deriva dalla pigmentazione della pelle attivata dai raggi Uv. I melanociti producono melanina e la riversano all'esterno nel tentativo di proteggere il derma. La produzione di melanina è il meccanismo con cui la pelle si difende. Sarebbe a dire che l'abbronzatura è più una «cicatrice della guerra» che la pelle e i suoi strati intrattengono coi raggi ultravioletti che un innocuo indicatore di bellezza estetica. Per intenderci su quale sia l'effetto del sole lasciato agire sul corpo idratato senza alcuna protezione per lungo tempo, basti pensare che una volta si seccava la frutta lasciandola a rinsecchire sotto il sole: si ponevano, per esempio, i fichi freschi e verdissimi su appositi vassoi di vimini, girandoli spesso perché entrambi i lati subissero il potente trattamento rovente e prosciugante del sole, e dopo qualche giorno diventavano marroni, secchi e duri.
Non vi diciamo di fare la prova empirica della potenza solare esponendovi al sole a mo' di fichi, ma vi diciamo, con energia, il contrario: proteggetevi, proteggetevi, proteggetevi. I possibili danni da esposizione prolungata e senza protezione non sono scherzi, soprattutto per i fototipi di pelle chiara che regnano in Occidente (la pelle nera, proprio per la sua presenza costitutiva di melanina, è ben più autoprotetta della nostra).
L'Oms ha identificato nove patologie: melanoma cutaneo (un tumore dei melanociti); carcinoma squamoso della pelle (tumore più lento e meno mortale del melanoma); carcinoma basocellulare (tumore della pelle con comparsa in età per lo più avanzata); carcinoma squamoso di cornea o congiuntiva (è un raro tumore oculare); cheratosi, che possono generare lesioni pretumorali; scottature; cataratta corticale; pterigio; riattivazione dell'herpes labiale. La sovraesposizione ai raggi Uv uccide ogni anno circa 60.000 persone, 48.000 per melanoma e 12.000 per carcinoma. E anche solo una scottatura solare, che può essere talmente forte da diventare un'ustione o un colpo di sole, non sono passeggiate. Proteggersi, quindi, mentre ci si abbronza, è fondamentale. Come? Con le creme solari. Nessuna crema è in grado di bloccare il 100% dei raggi Uv. In più la crema agisce solo sulle porzioni di pelle dove è spalmata (dunque distribuitela ovunque arrivi il sole, anche sulle e dietro e nelle orecchie, sulla parte posteriore del collo e sui palmi di mani e piedi). Quindi, prima di addentrarci nell'universo delle creme, ricordiamoci la premessa della difesa dal sole in spiaggia (ma anche in montagna, ogni 1.000 metri in più di altitudine i raggi Uv aumentano del 10-12%). Proteggere sempre il capo dall'insolazione diretta, tramite l'ombra dell'ombrellone - che comunque riduce solo della metà le radiazioni, a meno che non sia realizzato con tessuto con filtro UV - o un cappello o un foulard. Indossare anche gli occhiali da sole (certo, non nuotando!), perché il sole diretto, come abbiamo visto danneggia anche gli occhi.
Mai esporsi nelle ore più calde, dalle 11 alle 16. Incremarsi sempre. Non lesinate e non siate troppo veloci quando acquistate le creme di protezione solare. Esaminatele. Badate innanzitutto che siano water resistant, cioè che non vengano completamente liquefatte dal bagno in acqua (a mezzo metro di profondità le radiazioni Uv sono ridotte solo del 40% rispetto alla superficie, l'acqua non ci protegge completamente dal sole e in più diluisce e consuma la crema protettiva). Stendetele di nuovo dopo il bagno, perché water resistant significa che si dissolve in più tempo, non che non si dissolve mai: è una crema, non una vernice bicomponente epossidica.
Il principio basico per scegliere la protezione di cui abbiamo bisogno è il nostro fototipo. I fototipi sono sei e, per quanto ad ognuno sia associato un colore di occhi e capelli, bisogna guardare la carnagione. Il fototipo I (carnagione lattea) e II (carnagione molto chiara) nelle prime esposizioni devono usare una crema con Spf 50. Spf 30 per il fototipo III (carnagione abbastanza chiara), 20/15 per il fototipo IV (carnagione leggermente scura), 10 per il fototipo V (carnagione scura) e 6 per il fototipo VI (carnagione scurissima o nera). A pelle già abbronzata si può diminuire un po' l'indice Spf. Un po': da 50 si passerà a 30, non a 6. L'indice Spf, acronimo di «Sun protection factor», indica il fattore per cui moltiplicare una dose di esposizione solare prima di sviluppare almeno l'eritema solare. Con la protezione 50, posso procurarmi dopo 100 ore di esposizione lo stesso eritema che, senza protezione, mi procurerei in appena 2 ore. Secondo altri, l'Spf indica anche la percentuale di radiazione bloccata: Spf 50 vuol dire 1/50, cioè se ne blocca il 98%. Ma come fa il filtro solare a schermare la pelle? Esistono filtri chimici e filtri fisici, composti da particelle minerali.
Il filtro fisico riflette la radiazione a mo' di specchio, quello chimico assorbe e converte la radiazione. In molti preferiscono i filtri fisici, perché non penetrano nella pelle e non sono inquinanti per l'ambiente marino e gli organismi acquatici (le creme certificate eco-bio possono utilizzare solo questi). Un altro elemento importante è che la crema protegga dai raggi Uv-a e Uv-b. Solo negli ultimi anni sono state messe a punto creme di questo tipo, dette «ad ampio spettro»: in passato si tendeva a proteggere solo dagli Uv-b. Le creme solari non andrebbero utilizzate dopo un anno dall'apertura e occorre fare attenzione a riapplicarle ogni due, massimo tre ore, anche se non si fa il bagno perché l'attività dei filtri viene diminuita sia dal sudore, sia dallo stesso effetto «distruttivo» della luce solare. Non sono poche le persone che ormai utilizzano creme o cosmetici con filtro solare per viso, braccia e gambe anche per la normale vita in città, per tutelarsi dai rischi importanti dell'esposizione agli Uv e anche dal fotoinvecchiamento.
Non basta controllare la data di scadenza
Siete in procinto di partire per le vacanze, state ultimando i preparativi e avete le valigie aperte sul letto. A un certo punto, su una mensola in bagno, trovate un flacone di crema solare. È quello che vi siete portati al mare l'anno scorso, durante l'ultima visita sulla spiaggia.
La tentazione, ovviamente, è quella di infilare la crema in valigia: così si risparmia un po' e si finisce di utilizzare la rimanenza. Ma forse non è una grande idea.
A spiegare perché, sul sito della Fondazione Veronesi (www.fondazioneveronesi.it) è Giovanni Leone, direttore del servizio di Fotodermatologia presso l'Istituto dermatologico San Gallicano di Roma. Intervistato da Donatella Barus, il medico spiega che è meglio stare molto attenti prima di utilizzare creme vecchie.
Come fare, dunque, a capire se la crema è ancora utilizzabile, magari a un anno di distanza dall'apertura? Non è sufficiente, purtroppo, guardare la data di scadenza. «Le creme solari non vanno mai usate dopo più di un anno dall'apertura», dice Leone. Che aggiunge: «È importante considerare anche la fotostabilità del prodotto, ovvero la capacità della crema di rimanere attiva sulla pelle anche sotto l'azione della luce solare». Dunque, dopo aver verificato la data di scadenza, dovete effettuare un ulteriore controllo sulla confezione, per controllare il fattore di fotostabilità. «Non è obbligatorio, ma alcune aziende indicano questo fattore sull'etichetta».
Se per caso non riuscite a verificare la data di scadenza, dovete fare attenzione a odore e consistenza del prodotto. «È molto importante non prendere sotto gamba la data di scadenza», spiega il dottor Mervyn Patterson, esperto inglese del Woodford Medical, «perché il passare del tempo degrada i componenti chimici che compongono la crema e questa perde l'efficacia protettiva. Se vi sembra cambiata in termini di consistenza o odore da quando l'avete comprata, è il caso di buttarla».
Meglio spendere un po' di più che rovinarsi la pelle.
Ma fino al XIX secolo i ricchi erano pallidi
L'abbronzatura è diventata una moda e uno status symbol soltanto da quando lo è diventata anche la vacanza estiva al mare. Oggi, chi in estate non sfoggia una pelle almeno color Pantone 16-341 Butterum (marrone chiaro) durante l'estate viene considerato alla stregua di Edward Cullen o Bella Swan, la coppia di vampiri di Twilight (Bella lo diventa nel quarto volume della saga di Stephenie Meyer).
Il pallore è fuori moda, l'abbronzatura è di tendenza perché non andare in vacanza d'estate, più che altro al mare, vuol dire essere poveri. L'abbronzatura viene poi associata anche ad uno stato di buona salute. Le gote rosse di una volta sono state sostituite dall'abbronzatura e non sono poche le persone che anche in inverno si sottopongono a docce solari per cancellare il biancore dell'incarnato. Fino alla fine del diciannovesimo secolo era il perfetto contrario. La pelle scurita dal sole era prerogativa di persone appartenenti al ceto sociale umile, che dovevano lavorare, e all'esterno, per vivere, come contadini e muratori. I ricchi, invece, stavano ben attenti a non abbronzarsi nemmeno per sbaglio, era infatti molto comune che le donne utilizzassero cappellini e ombrellini estivi per evitare che il sole le dorasse.
Gli abiti, poi, erano ancora soggetti ad una concezione di pudicizia ormai scomparsa. Anche quando si incominciò a concepire la vacanza estiva al mare, i costumi da uomo e da donna erano lunghi, una sorta di tute che coprivano pressoché l'intero corpo. Si usavano addirittura le calze e, anche in spiaggia, dominavano cappellini e ombrellini: la «pelle di luna» era garantita.
Pare che sia stata Coco Chanel a portare in voga la pelle abbronzata, quando mostrò la sua pelle ambrata al ritorno da una vacanza a Juan-les-Pins in Costa Azzurra. Erano gli anni Venti, e si iniziava a parlare di elioterapia, nudismo, cultura del corpo libero: il progressivo rimpicciolirsi delle dimensioni dei costumi fu la logica conseguenza. Ci si scopriva non soltanto per ribadire il diritto a farlo, soprattutto da parte femminile, ma anche per abbronzarsi meglio.
Gli occhiali Inuit con ossa di tricheco
La storia ci regala curiosi esempi di protezione solare utilizzate nei secoli. L'uomo non è di certo nato vestito e i vestiti sono stati ideati per proteggersi dal freddo, ma anche dal caldo e dal sole. Lo dimostrano i copricapo. Anche gli occhi si proteggevano, con rudimentali equivalenti dei nostri occhiali da sole. Se Plinio il Vecchio riportava che l'imperatore Nerone fosse aduso guardare i gladiatori attraverso un grosso smeraldo, non è possibile stabilire, però, se lo facesse per correggere, ingrandendo, un difetto di vista, per mitigare la visione del sangue o nel tentativo di «filtrare» cromaticamente il sole. I primi veri occhiali da sole sono di origine cinese. Nell'undicesimo secolo si cominciarono ad utilizzare piccole lastre di quarzo affumicato tenute sul naso da una montatura naturalmente molto grossolana rispetto alle attuali. Non proteggevano dai raggi Uv, di cui si ignorava l'esistenza, ma dalla troppa luminosità, per via della tonalità fumé. Sempre di origine cinese erano i veneziane «vetri da gondola», occhiali da sole che i ricchi utilizzavano negli spostamenti in gondola per mitigare il riverbero del sole sull'acqua quando utilizzavano tipiche imbarcazioni lagunari.
Ma gli occhiali da sole più sorprendenti sono sicuramente quelli eschimesi. Gli Inuit lavoravano osso di tricheco o legno a forma di mascherina (che veniva annodata dietro la nuca) su cui praticavano delle strette e lunghe fessure attraverso le quali guardavano e proteggevano gli occhi dal riflesso della luce solare sulla neve. Li replicò, modificandone un po' il design, il leggendario stilista André Courrèges a metà degli anni Sessanta, si chiamavano Lunettes Eskimo. Quanto alle creme solari, parti di pelle esposta al sole venivano fisicamente coperte con quello che la natura offriva: fango, olio di oliva o polveri come gesso, farina di riso o di lupino. Se dall'uomo antico abbiamo delle cose da imparare e forse da recuperare, questa volta non è il caso: meglio una crema solare dei nostri tempi che manciate di fango spalmato addosso.
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Prendere il sole fa bene, ma attenti: i raggi Uv fanno 60.000 vittime l'anno. L'Oms ha identificato nove patologie. Ecco le regole per non ammalarsi. Crema solare: non basta controllare la data di scadenza. Non cedete alla tentazione di utilizzare le rimanenze dell'anno precedente. Prima di usare un prodotto già aperto osservate la consistenza del prodotto e, soprattutto, fate attenzione all'odore. L'abbronzatura oggi è di moda, così come lo sono le vacanze estive al mare. Fan del biancore simile ai vampiri di Twilight? Non preoccupatevi. Fino al XIX secolo i ricchi erano pallidi. Anche gli occhi vanno protetti dal sole. Lo sanno bene gli Inuit che hanno creato occhiali con le ossa di tricheco per proteggersi dal riflessi della luce solare sulla neve. Lo speciale contiene quattro articoli. La conquista della tintarella è uno dei riti estivi più amati. Tanto che ormai ci si mette in costume e ci si sottopone ai bagni di sole non solo in spiaggia, ma perfino in città. No, non nelle piscine cittadine, proprio in strada. Qualche giorno fa, tre turiste nordeuropee sono state fotografate distese in costume sul marciapiede del binario della stazione di Lecco: avevano pensato di ottimizzare l'attesa del treno facendosi un bagno di sole. E, a fine aprile, una signora si era piazzata in bikini addirittura sul Monumento ai caduti, sempre a Lecco. Ma esporsi con tanta ostinazione ai raggi della nana gialla la cui temperatura superficiale è di ben 5.504 gradi centigradi, con l'obiettivo di diventare scuri come l'ebano fa davvero così bene? Trasformarsi, cioè, in «a-a-abbronzatissimi / sotto i raggi del sole» (per citare Edoardo Vianello, che nel 1963 ebbe uno straordinario successo con la canzone Abbronzatissima) è un'idea così felice? Non troppo. Prendere il sole è sì benefico per alcuni versi, ma può avere effetti catastrofici sulla salute se non lo si «assume» con le dovute precauzioni. L'esposizione al sole è importante innanzitutto per la produzione di vitamina D, che acquisiamo in dosi molto basse tramite il cibo (solo nell'olio di fegato di merluzzo se ne trova in quantità degna di nota). La vitamina D è un ormone composto da 5 pro-ormoni (D1, D2, D3, D4, D5) che si attivano con la luce solare. In genere poco nominata, è invece assai importante: aiuta ad assimilare calcio e fosforo; stimola la leptina coadiuvando il metabolismo dei grassi (negli individui normopeso i livelli di vitamina D sono generalmente alti, mentre sono bassi negli obesi); riduce la formazione di citochine, molecole proteiche che formano il grasso, soprattutto dell'addome; aiuta il buon funzionamento del sistema cardiocircolatorio, con funzione preventiva di infarto e ictus; aumenta le difese del sistema immunitario ed è importante anche per il corretto assetto del sistema nervoso. Una sua carenza è collegata con molte patologie, dalla debolezza muscolare o di unghie e capelli all'ansia e alla depressione, passando per il sovrappeso, la steatosi epatica (il cosiddetto fegato grasso) e la fragilità ossea. Ma anche con diverse malattie autoimmuni come il diabete mellito, la sclerosi multipla, il lupus eritematoso sistemico e l'artrite reumatoide. Vivendo per lo più chiusi in ufficio, casa, locali e auto, come impone la vita contemporanea, siamo automaticamente indotti a produrne poca. Perciò l'alternativa più naturale all'assunzione di quella sintetica è esporsi al sole, scoperti. Bastano 10-15 minuti al giorno. Il sole, poi, fa bene anche all'umore. Stimola, infatti, la produzione di serotonina, il neurotrasmettitore che regola il ciclo sonno/ veglia, il corretto senso di sazietà, la motilità intestinale, la memoria, il desiderio sessuale e il tono dell'umore. Allo stesso tempo, posizionarsi sotto i raggi del sole per ore e ore senza protezione solare è una pessima abitudine. Occorre conoscere i raggi solari prima di affidarvisi: si tratta di un abbraccio ambivalente, che può anche presentarci un conto molto salato. I raggi ultravioletti sono radiazioni che coprono l'intervallo dello spettro elettromagnetico con lunghezza d'onda tra 100 e 400 nanometri. I raggi Uv-c (lunghezza d'onda tra 100 e 280 millimetri), che per noi sarebbero ustionanti senza nemmeno scurire la pelle, sono bloccati dall'atmosfera. Ma i raggi ultravioletti Uv-b e Uv-a giungono fino a noi. Analizziamoli. I raggi Uv-a sono circa il 95% dei raggi ultravioletti che raggiungono la Terra e penetrano attraverso le nuvole, i vetri e l'epidermide: giunti sulla cute sono in grado di passare attraverso l'epidermide e giungere fino al derma, lo strato sottostante l'epidermide. I raggi Uv-a sono emessi anche dalle lampade per l'abbronzatura e dalle lampade per l'asciugatura dello smalto semipermanente e in gel (non sono pochi gli allarmi sull'insalubrità dell'esposizione massiccia a entrambe). I raggi Uv-b, invece, sono il restante 5% degli ultravioletti che ci arrivano addosso. L'abbronzatura deriva dalla pigmentazione della pelle attivata dai raggi Uv. I melanociti producono melanina e la riversano all'esterno nel tentativo di proteggere il derma. La produzione di melanina è il meccanismo con cui la pelle si difende. Sarebbe a dire che l'abbronzatura è più una «cicatrice della guerra» che la pelle e i suoi strati intrattengono coi raggi ultravioletti che un innocuo indicatore di bellezza estetica. Per intenderci su quale sia l'effetto del sole lasciato agire sul corpo idratato senza alcuna protezione per lungo tempo, basti pensare che una volta si seccava la frutta lasciandola a rinsecchire sotto il sole: si ponevano, per esempio, i fichi freschi e verdissimi su appositi vassoi di vimini, girandoli spesso perché entrambi i lati subissero il potente trattamento rovente e prosciugante del sole, e dopo qualche giorno diventavano marroni, secchi e duri. Non vi diciamo di fare la prova empirica della potenza solare esponendovi al sole a mo' di fichi, ma vi diciamo, con energia, il contrario: proteggetevi, proteggetevi, proteggetevi. I possibili danni da esposizione prolungata e senza protezione non sono scherzi, soprattutto per i fototipi di pelle chiara che regnano in Occidente (la pelle nera, proprio per la sua presenza costitutiva di melanina, è ben più autoprotetta della nostra). L'Oms ha identificato nove patologie: melanoma cutaneo (un tumore dei melanociti); carcinoma squamoso della pelle (tumore più lento e meno mortale del melanoma); carcinoma basocellulare (tumore della pelle con comparsa in età per lo più avanzata); carcinoma squamoso di cornea o congiuntiva (è un raro tumore oculare); cheratosi, che possono generare lesioni pretumorali; scottature; cataratta corticale; pterigio; riattivazione dell'herpes labiale. La sovraesposizione ai raggi Uv uccide ogni anno circa 60.000 persone, 48.000 per melanoma e 12.000 per carcinoma. E anche solo una scottatura solare, che può essere talmente forte da diventare un'ustione o un colpo di sole, non sono passeggiate. Proteggersi, quindi, mentre ci si abbronza, è fondamentale. Come? Con le creme solari. Nessuna crema è in grado di bloccare il 100% dei raggi Uv. In più la crema agisce solo sulle porzioni di pelle dove è spalmata (dunque distribuitela ovunque arrivi il sole, anche sulle e dietro e nelle orecchie, sulla parte posteriore del collo e sui palmi di mani e piedi). Quindi, prima di addentrarci nell'universo delle creme, ricordiamoci la premessa della difesa dal sole in spiaggia (ma anche in montagna, ogni 1.000 metri in più di altitudine i raggi Uv aumentano del 10-12%). Proteggere sempre il capo dall'insolazione diretta, tramite l'ombra dell'ombrellone - che comunque riduce solo della metà le radiazioni, a meno che non sia realizzato con tessuto con filtro UV - o un cappello o un foulard. Indossare anche gli occhiali da sole (certo, non nuotando!), perché il sole diretto, come abbiamo visto danneggia anche gli occhi. Mai esporsi nelle ore più calde, dalle 11 alle 16. Incremarsi sempre. Non lesinate e non siate troppo veloci quando acquistate le creme di protezione solare. Esaminatele. Badate innanzitutto che siano water resistant, cioè che non vengano completamente liquefatte dal bagno in acqua (a mezzo metro di profondità le radiazioni Uv sono ridotte solo del 40% rispetto alla superficie, l'acqua non ci protegge completamente dal sole e in più diluisce e consuma la crema protettiva). Stendetele di nuovo dopo il bagno, perché water resistant significa che si dissolve in più tempo, non che non si dissolve mai: è una crema, non una vernice bicomponente epossidica. Il principio basico per scegliere la protezione di cui abbiamo bisogno è il nostro fototipo. I fototipi sono sei e, per quanto ad ognuno sia associato un colore di occhi e capelli, bisogna guardare la carnagione. Il fototipo I (carnagione lattea) e II (carnagione molto chiara) nelle prime esposizioni devono usare una crema con Spf 50. Spf 30 per il fototipo III (carnagione abbastanza chiara), 20/15 per il fototipo IV (carnagione leggermente scura), 10 per il fototipo V (carnagione scura) e 6 per il fototipo VI (carnagione scurissima o nera). A pelle già abbronzata si può diminuire un po' l'indice Spf. Un po': da 50 si passerà a 30, non a 6. L'indice Spf, acronimo di «Sun protection factor», indica il fattore per cui moltiplicare una dose di esposizione solare prima di sviluppare almeno l'eritema solare. Con la protezione 50, posso procurarmi dopo 100 ore di esposizione lo stesso eritema che, senza protezione, mi procurerei in appena 2 ore. Secondo altri, l'Spf indica anche la percentuale di radiazione bloccata: Spf 50 vuol dire 1/50, cioè se ne blocca il 98%. Ma come fa il filtro solare a schermare la pelle? Esistono filtri chimici e filtri fisici, composti da particelle minerali. Il filtro fisico riflette la radiazione a mo' di specchio, quello chimico assorbe e converte la radiazione. In molti preferiscono i filtri fisici, perché non penetrano nella pelle e non sono inquinanti per l'ambiente marino e gli organismi acquatici (le creme certificate eco-bio possono utilizzare solo questi). Un altro elemento importante è che la crema protegga dai raggi Uv-a e Uv-b. Solo negli ultimi anni sono state messe a punto creme di questo tipo, dette «ad ampio spettro»: in passato si tendeva a proteggere solo dagli Uv-b. Le creme solari non andrebbero utilizzate dopo un anno dall'apertura e occorre fare attenzione a riapplicarle ogni due, massimo tre ore, anche se non si fa il bagno perché l'attività dei filtri viene diminuita sia dal sudore, sia dallo stesso effetto «distruttivo» della luce solare. Non sono poche le persone che ormai utilizzano creme o cosmetici con filtro solare per viso, braccia e gambe anche per la normale vita in città, per tutelarsi dai rischi importanti dell'esposizione agli Uv e anche dal fotoinvecchiamento. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abbronzatissimi-per-ogni-pelle-ci-vuole-una-crema-ma-lo-sapete-di-che-fototipo-siete-2593012948.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="non-basta-controllare-la-data-di-scadenza" data-post-id="2593012948" data-published-at="1781979034" data-use-pagination="False"> Non basta controllare la data di scadenza Siete in procinto di partire per le vacanze, state ultimando i preparativi e avete le valigie aperte sul letto. A un certo punto, su una mensola in bagno, trovate un flacone di crema solare. È quello che vi siete portati al mare l'anno scorso, durante l'ultima visita sulla spiaggia. La tentazione, ovviamente, è quella di infilare la crema in valigia: così si risparmia un po' e si finisce di utilizzare la rimanenza. Ma forse non è una grande idea. A spiegare perché, sul sito della Fondazione Veronesi (www.fondazioneveronesi.it) è Giovanni Leone, direttore del servizio di Fotodermatologia presso l'Istituto dermatologico San Gallicano di Roma. Intervistato da Donatella Barus, il medico spiega che è meglio stare molto attenti prima di utilizzare creme vecchie. Come fare, dunque, a capire se la crema è ancora utilizzabile, magari a un anno di distanza dall'apertura? Non è sufficiente, purtroppo, guardare la data di scadenza. «Le creme solari non vanno mai usate dopo più di un anno dall'apertura», dice Leone. Che aggiunge: «È importante considerare anche la fotostabilità del prodotto, ovvero la capacità della crema di rimanere attiva sulla pelle anche sotto l'azione della luce solare». Dunque, dopo aver verificato la data di scadenza, dovete effettuare un ulteriore controllo sulla confezione, per controllare il fattore di fotostabilità. «Non è obbligatorio, ma alcune aziende indicano questo fattore sull'etichetta». Se per caso non riuscite a verificare la data di scadenza, dovete fare attenzione a odore e consistenza del prodotto. «È molto importante non prendere sotto gamba la data di scadenza», spiega il dottor Mervyn Patterson, esperto inglese del Woodford Medical, «perché il passare del tempo degrada i componenti chimici che compongono la crema e questa perde l'efficacia protettiva. Se vi sembra cambiata in termini di consistenza o odore da quando l'avete comprata, è il caso di buttarla». Meglio spendere un po' di più che rovinarsi la pelle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abbronzatissimi-per-ogni-pelle-ci-vuole-una-crema-ma-lo-sapete-di-che-fototipo-siete-2593012948.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="ma-fino-al-xix-secolo-i-ricchi-erano-pallidi" data-post-id="2593012948" data-published-at="1781979034" data-use-pagination="False"> Ma fino al XIX secolo i ricchi erano pallidi L'abbronzatura è diventata una moda e uno status symbol soltanto da quando lo è diventata anche la vacanza estiva al mare. Oggi, chi in estate non sfoggia una pelle almeno color Pantone 16-341 Butterum (marrone chiaro) durante l'estate viene considerato alla stregua di Edward Cullen o Bella Swan, la coppia di vampiri di Twilight (Bella lo diventa nel quarto volume della saga di Stephenie Meyer). Il pallore è fuori moda, l'abbronzatura è di tendenza perché non andare in vacanza d'estate, più che altro al mare, vuol dire essere poveri. L'abbronzatura viene poi associata anche ad uno stato di buona salute. Le gote rosse di una volta sono state sostituite dall'abbronzatura e non sono poche le persone che anche in inverno si sottopongono a docce solari per cancellare il biancore dell'incarnato. Fino alla fine del diciannovesimo secolo era il perfetto contrario. La pelle scurita dal sole era prerogativa di persone appartenenti al ceto sociale umile, che dovevano lavorare, e all'esterno, per vivere, come contadini e muratori. I ricchi, invece, stavano ben attenti a non abbronzarsi nemmeno per sbaglio, era infatti molto comune che le donne utilizzassero cappellini e ombrellini estivi per evitare che il sole le dorasse. Gli abiti, poi, erano ancora soggetti ad una concezione di pudicizia ormai scomparsa. Anche quando si incominciò a concepire la vacanza estiva al mare, i costumi da uomo e da donna erano lunghi, una sorta di tute che coprivano pressoché l'intero corpo. Si usavano addirittura le calze e, anche in spiaggia, dominavano cappellini e ombrellini: la «pelle di luna» era garantita. Pare che sia stata Coco Chanel a portare in voga la pelle abbronzata, quando mostrò la sua pelle ambrata al ritorno da una vacanza a Juan-les-Pins in Costa Azzurra. Erano gli anni Venti, e si iniziava a parlare di elioterapia, nudismo, cultura del corpo libero: il progressivo rimpicciolirsi delle dimensioni dei costumi fu la logica conseguenza. Ci si scopriva non soltanto per ribadire il diritto a farlo, soprattutto da parte femminile, ma anche per abbronzarsi meglio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/abbronzatissimi-per-ogni-pelle-ci-vuole-una-crema-ma-lo-sapete-di-che-fototipo-siete-2593012948.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="gli-occhiali-inuit-con-ossa-di-tricheco" data-post-id="2593012948" data-published-at="1781979034" data-use-pagination="False"> Gli occhiali Inuit con ossa di tricheco La storia ci regala curiosi esempi di protezione solare utilizzate nei secoli. L'uomo non è di certo nato vestito e i vestiti sono stati ideati per proteggersi dal freddo, ma anche dal caldo e dal sole. Lo dimostrano i copricapo. Anche gli occhi si proteggevano, con rudimentali equivalenti dei nostri occhiali da sole. Se Plinio il Vecchio riportava che l'imperatore Nerone fosse aduso guardare i gladiatori attraverso un grosso smeraldo, non è possibile stabilire, però, se lo facesse per correggere, ingrandendo, un difetto di vista, per mitigare la visione del sangue o nel tentativo di «filtrare» cromaticamente il sole. I primi veri occhiali da sole sono di origine cinese. Nell'undicesimo secolo si cominciarono ad utilizzare piccole lastre di quarzo affumicato tenute sul naso da una montatura naturalmente molto grossolana rispetto alle attuali. Non proteggevano dai raggi Uv, di cui si ignorava l'esistenza, ma dalla troppa luminosità, per via della tonalità fumé. Sempre di origine cinese erano i veneziane «vetri da gondola», occhiali da sole che i ricchi utilizzavano negli spostamenti in gondola per mitigare il riverbero del sole sull'acqua quando utilizzavano tipiche imbarcazioni lagunari. Ma gli occhiali da sole più sorprendenti sono sicuramente quelli eschimesi. Gli Inuit lavoravano osso di tricheco o legno a forma di mascherina (che veniva annodata dietro la nuca) su cui praticavano delle strette e lunghe fessure attraverso le quali guardavano e proteggevano gli occhi dal riflesso della luce solare sulla neve. Li replicò, modificandone un po' il design, il leggendario stilista André Courrèges a metà degli anni Sessanta, si chiamavano Lunettes Eskimo. Quanto alle creme solari, parti di pelle esposta al sole venivano fisicamente coperte con quello che la natura offriva: fango, olio di oliva o polveri come gesso, farina di riso o di lupino. Se dall'uomo antico abbiamo delle cose da imparare e forse da recuperare, questa volta non è il caso: meglio una crema solare dei nostri tempi che manciate di fango spalmato addosso.
Nel riquadro, lo stilista Brett Johnson
Settantacinque appuntamenti, tra cui 16 sfilate fisiche, 6 eventi digitali, 44 presentazioni, 2 presentazioni su appuntamento e 7 eventi speciali. Un programma ricco che testimonia la vitalità del settore e la capacità di Milano di attrarre brand affermati e nuove realtà creative. Questi i numeri della fashion week (19/23 giugno) dedicata all’abbigliamento da uomo. In calendario anche Brett Johnson, stilista americano specializzato nel lusso maschile di alta gamma. Ha lanciato il suo marchio durante la settimana della moda di New York nel 2013-2014 e successivamente ha trasferito il centro operativo a Milano, dove oggi ha showroom e uffici. Dietro a ogni sua collezione c’è molto di più: una visione della qualità fondata sull’artigianalità italiana, sul valore della permanenza e sulla volontà di costruire una nuova eredità culturale nel panorama internazionale dell’ultra-lusso. In questa conversazione, Brett Johnson racconta la sua idea di stile, il rapporto con il made in Italy e l’ambizione di creare una maison capace di lasciare un segno nella storia della moda contemporanea.
La Costiera Amalfitana è stata la principale fonte d’ispirazione per la Primavera-estate 2027. Quali emozioni o immagini desiderava tradurre in questa collezione?
«La Costiera ha qualcosa di magnetico, un luogo sospeso tra mare e roccia, dove la luce scolpisce le superfici, i colori si fondono con il paesaggio e il tempo sembra seguire un ritmo diverso. Ho voluto evocare la naturale eleganza del territorio sia attraverso i colori sia i materiali e le costruzioni. Ho scelto per questo il bianco della calce, le sfumature minerali della sabbia, l’acquamarina del mare, il verde salvia della vegetazione costiera. Ho voluto utilizzare lini superfini, cotoni mercerizzati, blend di seta e cotone, suede impalpabili e pelli ultraleggere, molto confortevoli. Anche il tailoring segue questa filosofia: le forme sono leggere, le strutture morbide e rilassate. Giacche destrutturate, pantaloni fluidi, bermuda sartoriali, overshit. Questa collezione racchiude un equilibrio perfetto tra eleganza disinvolta, artigianalità ed energia vibrante».
Nelle sue collezioni il concetto di «lusso silenzioso» emerge con grande forza. Come definirebbe oggi il vero lusso in un’epoca dominata dalla velocità e dall’ostentazione?
«Credo che oggi il vero lusso sia avere il tempo e la libertà di fare le cose nel modo giusto. Quando acquisti qualcosa, dovresti sapere che è stato prodotto con cura, con materiali straordinari e da artigiani capaci di valorizzare i capi. Questo, per me, è il lusso. In un mondo che corre sempre più veloce e premia l’ostentazione, penso che le persone sentano il bisogno di qualcosa di più autentico. Un abito non dovrebbe gridare per essere notato: dovrebbe parlare attraverso la sua costruzione, il comfort e il modo in cui ti fa sentire quando lo indossi. Il lusso è anche correttezza. È offrire il miglior prodotto possibile, realizzato con rispetto per chi lo crea e a un prezzo che rifletta il suo vero valore. Non mi interessa il lusso come simbolo di status. Mi interessa creare capi destinati a durare».
Lei lavora esclusivamente con manifatture d’eccellenza in Toscana e Umbria. Che cosa ha imparato dagli artigiani italiani e in che modo questa esperienza ha influenzato la sua visione creativa?
«Gli artigiani italiani mi hanno insegnato prima di tutto il rispetto. Rispetto per il materiale, per il tempo necessario a realizzare qualcosa bene e per un sapere che si tramanda da generazioni. Quando ho iniziato, non avevo una formazione tradizionale nella moda: ho imparato osservando, facendo domande e lavorando ogni giorno al loro fianco. È stata un’esperienza che ha cambiato completamente il mio modo di pensare il design. Oggi, quando sviluppo una collezione, non parto solo da un’idea estetica, ma da ciò che una manifattura è realmente in grado di esprimere al massimo livello. Credo che il miglior design nasca proprio da questo dialogo continuo tra creatività e artigianalità. L’Italia mi ha insegnato che l’eccellenza non è mai il risultato di una scorciatoia. È disciplina, pazienza e attenzione ai dettagli. Lavorare con le manifatture in Toscana e in Umbria significa confrontarsi ogni giorno con persone che fanno questo mestiere da tutta la vita e che hanno un livello di competenza incredibile. Il mio ruolo è valorizzare quel patrimonio di conoscenze e trasformarlo in qualcosa di contemporaneo».
La ricerca delle materie prime è un elemento centrale del suo lavoro. Quando seleziona una pelle o un tessuto, quali caratteristiche cerca per capire se quel materiale è davvero straordinario?
«La prima cosa che cerco è il carattere. Un materiale straordinario non deve solo essere bello da vedere, deve trasmettere qualcosa già al primo contatto. Mi interessa la mano del tessuto, il modo in cui cade sul corpo, come reagisce al movimento e, soprattutto, come evolve nel tempo. Mi interessa capire se possiede un’autenticità che il cliente percepirà anche tra dieci anni. I materiali migliori hanno una qualità quasi silenziosa. Dietro una pelle o un tessuto ci sono persone, competenze e decenni di esperienza. Non acquisto semplicemente una materia prima: scelgo di lavorare con aziende che condividono i miei stessi valori. Se un materiale è eccellente ma nasce da una filiera che non rispetta le persone o il territorio, per me perde immediatamente gran parte del suo valore. La qualità non può essere separata dall’integrità».
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Turisti in piazza San Marco a Venezia (iStock)
Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal neosindaco di Venezia, Simone Venturini, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10 euro a 30-50 euro. I dieci euro del provvedimento varato nel 2024, insomma, non basterebbero a calmierare gli accessi dei visitatori per un giorno, per questo il sindaco penda a un aumento. Anche perché meno della metà dei turisti che hanno pagato il ticket per entrare a Venezia si sono prenotati in anticipo per godere della tariffa scontata a 5 euro. Su un totale di 514.710 contributi versati nei primi 42 giorni di applicazione, quelli da 5 euro sono stati 245.503, quelli da 10 euro 268.207. Per un incasso di 3.919.585 euro. I dati resi noti dall’amministrazione comunale confermano come la tariffa differenziata, sperimentata ormai da un paio d’anni, incida poco sulle scelte dei visitatori per un giorno.
Non si è verificato l’effetto disincentivo al cosiddetto overtourism nella sua versione «mordi e fuggi». Per farlo, serve una modifica legislativa. Che, in caso di accoglimento, vedrebbe quasi certamente schizzare alle stelle le sanzioni per i furbetti. Oggi chi non paga il biglietto rischia una multa da 50 a 300 euro. In pratica, oggi con il biglietto tra i 5 e 10 euro, la sanzione minima è 10 volte tanto il prezzo del biglietto prenotato online: è ovvio che se passa la proposta di portare la tariffa a 30 e 50 euro, le sanzioni verranno riviste al rialzo.
Va detto che, anche se il fenomeno dell’overtourism è un argomento che tutte le città storiche si trovano ad affrontare, le caratteristiche uniche di Venezia, proprio quelle che attraggono un numero enorme di visitatori, rendono la gestione dei flussi particolarmente delicata.
A dicembre scorso, l’allora l’assessore all’Ambiente, Massimiliano De Martin, aveva spiegato che «alcune analisi recenti stimano che nel 2024, nel centro storico della città lagunare, la media giornaliera delle persone presenti - residenti, lavoratori, turisti, escursionisti - sia risultata di circa 170.000 persone al giorno, di cui quasi 80.000 “city users” (non residenti, non domiciliati, presenti anche per lavoro o studio, prestazioni sanitarie, eventi artistici, sportivi)». Una situazione delicata, che negli anni scorsi aveva già portato a una serie di provvedimenti per cercare di frenare gli accessi di turisti per poche ore. Un primo tentativo era stato fatto nel 2021 con la limitazione all’ingresso nella Laguna delle grandi navi da crociera, mai diventato definitivo. Nel 2024, invece, era stato approvato un codice deontologico dagli operatori di incoming che lavorano in città e che aderiscono alla Federazione turismo organizzato di Confcommercio. Nel codice, tra le indicazioni rivolte agli operatori, spiccava l’incentivo a proporre itinerari alternativi a Piazza San Marco e Rialto, l’utilizzo di auricolari per ascoltare le spiegazioni delle guide al fine di ridurre il disturbo acustico e la visita ai musei cittadini.
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(iStock)
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
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Anthony Fauci (Ansa)
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
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