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2025-06-09
Il Nobel per la Pace idolo progressista avvicina il Bangladesh a Pechino e jihadisti
Il leader del Bangladesh Muhammad Yunus, Nobel per la Pace nel 2006 (Ansa)
Il 2024 è stato un anno spartiacque per il Bangladesh, poiché Sheikh Hasina, a sette mesi dal giuramento per il suo quinto mandato (e quarto consecutivo) come primo ministro, è stata costretta non solo a dimettersi, ma anche a fuggire nottetempo dal Bangladesh. Era il 5 agosto 2024. Successivamente, l’8 agosto, è stato formato un governo ad interim guidato da Muhammad Yunus, sotto l’egida dell’esercito bengalese e di vari elementi radicali islamici.
Prima dell’estromissione di Sheikh Hasina, il Bangladesh era stato vittima di violenze e vandalismi. Le proteste contro «il sistema delle quote» sono degenerate in violenza. I disordini sono iniziati dopo che una sentenza dell’Alta Corte (5 giugno 2024) aveva reintrodotto la quota del 30% di impieghi statali riservata ai familiari dei combattenti per la libertà che avevano combattuto durante il movimento di liberazione del 1971. Secondo l’Alta Corte, il governo era libero di riformare la quota se lo riteneva opportuno. Tuttavia, il 10 luglio, la Corte Suprema ha sospeso l’ordinanza dell’Alta Corte per un mese e avrebbe dovuto esaminare il ricorso del governo il 7 agosto. Ciononostante, a partire dal 14 luglio, le proteste hanno preso una piega drammatica dopo una dichiarazione televisiva di Hasina in cui si rifiutava di accettare qualsiasi richiesta dei manifestanti, definendoli «razakar» (membri di una forza paramilitare del Pakistan orientale che si opponeva alla lotta per la libertà del 1971 e collaborava con l’esercito pakistano nel suo genocidio). La spirale di violenza è esplosa il 18 luglio con l’incendio della sede del televisione di Stato Btv. Il giorno successivo, i manifestanti hanno aggredito l’ex sindaco di Ghazipur, Jahangir Alam, uccidendo la sua guardia del corpo. Nello stesso periodo, nel distretto di Narsingdi, una folla inferocita ha preso d’assalto una prigione, liberando centinaia di detenuti prima di dare alle fiamme l’edificio. Sotto la crescente pressione delle piazze, la Corte Suprema ha deciso di anticipare il proprio verdetto al 21 luglio, riducendo la quota riservata alle famiglie dei Mukti Jodhha (i veterani della guerra di liberazione) dal 30% al 5%. Secondo la nuova sentenza, il 93% dei posti sarà assegnato in base al merito, mentre il restante 2% sarà riservato a persone con disabilità, appartenenti a minoranze etniche e transgender.
La Corte ha inoltre esortato gli studenti coinvolti nelle proteste a fare ritorno alle aule ma nel frattempo, il 31 luglio, il governo guidato da Sheikh Hasina ha annunciato la messa al bando del Jamaat-e-Islami (JeI) e della sua ala studentesca, l’Islami Chhatra Shibir (Ics), dichiarando di possedere prove concrete del coinvolgimento di entrambe le organizzazioni in omicidi, attività sovversive e atti di terrorismo, sia diretti che attraverso incitamento. Il provvedimento ha innescato una nuova ondata di caos: le proteste, sempre più influenzate da elementi islamisti radicali, si sono estese a livello nazionale, fino a costringere il premier Hasina ad abbandonare il Paese e rifugiarsi in India.
Da quel momento, Dacca ha avviato una rapida manovra di riavvicinamento verso il Pakistan, la nazione dalla quale si era dolorosamente separata nel 1971 al termine di una cruenta guerra di liberazione. Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace e fondatore della Grameen Bank, un tempo celebrato come «il salvatore dei poveri del Bangladesh», idolo delle sinistre mondiali, ricopre ora la carica di primo ministro del governo ad interim del Paese. Tuttavia, secondo quanto riportato dal portale indiano Firstpost, Yunus non avrebbe mostrato alcuna intenzione di rinunciare al potere o di cedere il controllo della transizione. Nel contempo, Cina e Pakistan si sono affermati come i «suoi più accesi sostenitori». Sotto l’attuale esecutivo guidato da Yunus, il Pakistan sta consolidando in modo preoccupante i propri legami strategici con il Bangladesh.
Il triangolo Dacca-Islamabad-Pechino potrebbe rappresentare una sfida diretta all’influenza indiana nella regione e creare una nuova cintura strategica nel Sud dell’Asia. Alcuni osservatori parlano già di una «mezzaluna asiatica» in costruzione, che comprenderebbe anche Myanmar e Sri Lanka, altri due Paesi oggetto dell’attenzione cinese. Al centro di questo progetto non c’è solo la geopolitica, ma anche la ridefinizione dell’identità nazionale del Bangladesh. Con l’indebolimento dell’eredità laica del 1971 e la marginalizzazione dell’alleanza con l’India, prende forma un Paese più islamizzato, più autoritario e più allineato alle potenze ostili all’ordine liberale globale. Tuttavia, questo nuovo orientamento comporta rischi: l’aumento dell’influenza islamista potrebbe destabilizzare ulteriormente la società bengalese; il raffreddamento con Delhi potrebbe tradursi in tensioni ai confini e rallentamento commerciale; e la dipendenza da Pechino potrebbe limitare la sovranità economica del Paese.
Il Bangladesh è dunque a un bivio. La scelta di rompere con il passato e allinearsi con Cina e Pakistan potrebbe garantirgli sostegno a breve termine, ma rischia di trasformare Dacca in un campo di battaglia per le ambizioni delle grandi potenze. Ma ciò che desta maggiore allarme è l’espansione del fondamentalismo islamico in Bangladesh, una minaccia concreta che ha colpito anche cittadini italiani. La sera del 1º luglio 2016, nove nostri connazionali furono brutalmente uccisi all’interno dell’Holey Artisan Bakery, un locale situato nel quartiere diplomatico di Gulshan, a Dacca, frequentato abitualmente da stranieri e rappresentanti delle ambasciate. Quella notte, i terroristi selezionarono gli ostaggi in base alla loro capacità di recitare versi del Corano: chi dimostrava familiarità con i testi sacri veniva risparmiato, mentre gli altri venivano atrocemente sgozzati con armi da taglio. I sette uomini autori della strage, tutti provenienti da famiglie agiate, condannati a morte il 27 novembre 2019, sono stati accusati di appartenere al Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (aderente all’Isis), un gruppo islamista locale messo fuorilegge nel Paese. Alla lettura della sentenza sono scoppiati in fragorose risate e quando sono stati portati fuori dall’aula hanno gridato «Allah u Akbar» (Allah è grande).
Il Bangladesh non ha certo imparato la lezione, tanto che dopo la fuga di Sheikh Hasina, un’ondata di scarcerazioni ha coinvolto numerosi attivisti radicali ed estremisti, molti dei quali sono stati assolti o rimessi in libertà su cauzione. Tra loro ci sono almeno 144 militanti legati a gruppi come Ansarullah Bangla Team (Abt), Jama’atul Mujahideen Bangladesh (Jmb), Hizb ut-Tahrir (HuT) e altri.
Parallelamente, la condizione delle minoranze religiose è diventata sempre più critica, in un contesto in cui le frange jihadiste della società bengalese sembrano agire in totale assenza di controllo. Secondo le stime parziali raccolte dal South Asia Terrorism Portal (Satp), dal 5 agosto 2024 sono stati registrati almeno 27 episodi di violenze e abusi nei confronti delle minoranze in Bangladesh. Tra i crimini denunciati figurano linciaggi, arresti arbitrari, furti, profanazione di luoghi di culto, appropriazioni illecite e altri delitti.
«Il suo governo vuol rinviare il voto e ha riabilitato il partito islamista»
Anna Mahjar-Barducci, direttrice di progetto del Middle East Media Research Institute (Memri), chi c’era dietro gli studenti che hanno fomentato la cacciata del premier Sheikh Hasina dal Bangladesh?
«Il Partito nazionalista del Bangladesh (Bnp) e il partito islamista Bangladesh, Jamaat-e-Islami, sono due dei principali beneficiari delle proteste studentesche, guidate dagli Studenti contro le discriminazioni (Sad), che hanno contribuito alla caduta del primo ministro Sheikh Hasina. Dallo scorso agosto 2024, con l’uscita dalla scena politica di Sheikh Hasina e del suo partito Awami League, le forze laiche in Bangladesh hanno avuto un contraccolpo. In passato il Bnp e Jamaat-e-Islami hanno governato insieme, come parte di una coalizione guidata dal leader del Bnp, Khaleda Zia. In quel periodo (2001-2006), il jihadismo è cresciuto nel Paese, colpendo con attentati terroristici non solo il Bangladesh, ma anche l’India. Pochi giorni prima di andarsene, Sheikh Hasina aveva messo al bando il Jamaat-e-Islami, che già dal 2013 non poteva partecipare alle elezioni, dopo che i giudici avevano stabilito che lo statuto del partito islamista violava la costituzione laica del Bangladesh. Pochi giorni fa, però, il nuovo governo ad interim, guidato da Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace, ha revocato i divieti imposti a Jamaat-e-Islami, alla sua ala studentesca Islami Chhatra Shibir e a “tutte le organizzazioni associate”. Al contempo, il governo ad interim ha messo al bando il partito laico Awami League di Sheikh Hasina».
Che Paese è diventato il Bangladesh con il premier Muhammad Yunus, premio Nobel e fondatore della Grameen Bank?
«Muhammad Yunus appare sempre di più un problema per il Bangladesh. Yunus è sempre stato il beniamino delle amministrazioni democratiche americane, che lo hanno sostenuto ed elogiato per aver fondato la Grameen Bank, basata sul suo modello di microfinanza volto a ridurre la “povertà” attraverso piccoli prestiti ai poveri, in particolare alle donne. La maggiore innovazione consisteva nel concedere crediti senza che il beneficiario dovesse presentare delle garanzie reali. Dopo il successo iniziale in Bangladesh fiorirono in vari Paesi del mondo numerose istituzioni e progetti di microfinanza. Purtroppo, a parte alcuni indubbi successi, i tassi molto elevati (più del 20%) e la facilità di accesso al credito hanno portato all’eccessivo indebitamento di molti dei beneficiari di questi microcrediti. Insomma, l’ascensore sociale, che doveva permettere a molti di uscire dal circolo vizioso della povertà, ha funzionato solo per pochi individui. Adesso che si trova a guidare il governo ad interim del Bangladesh, Yunus si è mostrato molto accondiscendente con gli islamisti, il Pakistan e la Cina, e soprattutto sembra non voler lasciare troppo presto il potere. Il capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Waker-Uz-Zaman, ha pubblicamente chiesto che le elezioni si tengano entro dicembre 2025, sottolineando la necessità di stabilità politica attraverso un governo eletto. Yunus invece sostiene che le elezioni dovrebbero essere rimandate al 2026, e Jamaat-e-Islami sostiene questa proroga della scadenza elettorale».
Perché il governo di Yunus è cosi indulgente con i gruppi islamisti, in particolare Jamaat-e-Islami?
«Yunus sta sostenendo i nemici di Sheikh Hasina e del suo partito Awami League, che ha svolto un ruolo cruciale nella guerra di liberazione del Bangladesh del 1971, guidando la lotta per l’indipendenza dal Pakistan. Jamaat-e-Islami aveva invece collaborato con l’esercito pakistano durante la Guerra di Liberazione del 1971, uccidendo e stuprando migliaia di bengalesi, e sterminando un’intera generazione di intellettuali laici. Alle prossime elezioni, paradossalmente, potranno partecipare i candidati islamisti di Jamaat-e-Islami, ma non quelli laici di Awami. Pochi giorni fa, Yunus ha persino introdotto nuove banconote, che escludono l’immagine di Sheikh Mujibur Rahman, presidente e fondatore del Bangladeh, simbolo della lotta per l’indipendenza, nonché padre dell’ex primo ministro Sheikh Hasina. È chiaro che Yunus sta cercando di ridefinire l’identità nazionale del Bangladesh. Questo è un grande regalo per il Pakistan, che non ha mai voluto l’indipendenza del Bangladesh, e adesso si può riavvicinare a Dacca, allontanandola così dall’India. Yunus ha anche liberato centinaia di jihadisti e, nel post Hasina, per le strade di Dacca si sono viste bandiere islamiste e striscioni con la scritta “Stato Islamico”».
Pakistan e Cina sostengono il Bangladesh per ragioni diverse. Quali? E come vive l’India questo cambiamento che serve a rimodellare l’equilibrio di potere in Asia meridionale?
«L’alleanza di Yunus con il Pakistan e la Cina minaccia l’India. Il Pakistan è stato accusato dall’India di aver sponsorizzato i gruppi jihadisti che hanno ucciso, lo scorso 22 aprile, civili hindu in Kashmir. Per il Pakistan, estromettere l’influenza indiana da Dacca è un grande successo politico, militare e ideologico. Per la Cina, il Bangladesh rappresenta un anello cruciale della sua strategia per l’Asia meridionale. La Belt and road initiative (Bri) ha già visto investimenti significativi nelle infrastrutture bengalesi. Recentemente, durante un viaggio a Pechino, Yunus ha persino offerto alla Cina l’accesso al golfo del Bengala, ricordando che sette Stati dell’India, nella sua parte orientale, sono senza sbocco sul mare. Per la sua vicinanza agli islamisti e alla Cina, Yunus non è solo un problema per l’India, ma per lo stesso Occidente».
Le accuse: «Fondi ai Clinton e favori»
A seguito della diffusione di un’inchiesta sui media indiani che denunciava il coinvolgimento di Monica Yunus, figlia dell’economista Muhammad Yunus, nel Comitato presidenziale per le arti e le discipline umanistiche (Pcah) durante l’amministrazione Biden, il sito ufficiale del Pcah è stato inspiegabilmente disattivato. Nei giorni precedenti, diversi utenti avevano diffuso sui social commenti in cui si affermava: «Monica Yunus, recentemente annunciata come nuova portavoce del Comitato per le arti e le discipline umanistiche della presidenza Biden, è ora al centro di uno scandalo in rapida espansione a livello internazionale». La vicenda ha catturato l’attenzione del presidente Donald Trump, dato che in alcuni post circolati in rete si legge: «Finché Yunus non farà piena chiarezza con una smentita articolata e fondata su prove verificabili, il sospetto di irregolarità non potrà che aggravarsi. Se la Casa Bianca non la chiama a rispondere del proprio operato, allora si rende complice della perpetuazione di una cultura basata su favoritismi politici».
Intorno alla figura di Muhammad Yunus da tempo circolano diverse notizie che ne mettono in discussione l’immagine abilmente costruita dai media. Ad esempio, il 12 giugno 2024, Muhammad Yunus e altre tredici persone sono state formalmente incriminate da un tribunale del Bangladesh con l’accusa di aver sottratto indebitamente 252,2 milioni di taka - l’equivalente di circa 2 milioni di dollari - dal fondo di previdenza sociale destinato ai dipendenti della sua azienda di telecomunicazioni. Inoltre il portale India.com ha pubblicato un’inchiesta in cui si legge: «Muhammad Yunus, noto per aver contribuito alla caduta del governo della premier del Bangladesh Sheikh Hasina, potrebbe presto trovarsi in difficoltà anche con l’amministrazione statunitense di Donald Trump. Yunus ha infatti storici legami con Hillary Clinton, avversaria politica di Trump. Nel 2016 ha donato 300.000 dollari alla Clinton Foundation. La figlia Monica risiede negli Stati Uniti, fatto che avrebbe ulteriormente irritato Trump. Di conseguenza, Yunus potrebbe ora finire sotto indagine da parte delle autorità federali». Nell’articolo si sottolinea anche che Yunus, più volte critico nei confronti di Trump, «rischia di essere coinvolto in nuove indagini per via dei suoi rapporti con i Clinton. È stato accusato di aver intrattenuto un legame molto stretto con l’ex Segretario di Stato, e di aver ottenuto per la figlia Monica una posizione influente nell’amministrazione Biden».
Alcune fonti sostengono inoltre che i rapporti tra Yunus e la famiglia Clinton fossero così solidi da portare al versamento di ingenti somme di denaro sotto forma di prestiti nel periodo in cui Hillary Clinton era a capo della diplomazia statunitense. Tuttavia, lo staff di Yunus ha categoricamente smentito tali accuse, dichiarando: «Il professor Yunus non ha mai effettuato donazioni alla Hillary Clinton Foundation, come erroneamente riportato. L’amicizia personale tra Yunus e i Clinton non ha mai prodotto alcun vantaggio per la carriera di Monica Yunus, la quale, contrariamente a quanto affermato, non ha mai ricoperto alcun incarico ufficiale nell’amministrazione Biden. Inoltre, è falso che il professor Yunus abbia ricevuto prestiti milionari durante il mandato di Hillary Clinton come segretario di Stato». Ma i dubbi restano, secondo la stampa indiana.
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Dopo le rivolte del 2024, il nuovo premier Muhammad Yunus sta rafforzando i legami con Cina e Pakistan. E molti attivisti radicali sono usciti dal carcere.L’analista Anna Mahjar-Barducci: «Awami League, la forza laica che ha svolto un ruolo chiave nell’indipendenza del 1971, è stata messa fuori legge. Così si riscrive l’identità della nazione. È una minaccia a Delhi ma anche all’Occidente».L’economista ha stretti legami con Hillary Clinton, ex segretario di Stato, ma nega di averla finanziata. Giallo su un incarico che la figlia avrebbe avuto dall’amministrazione Biden.Lo speciale contiene tre articoli.Il 2024 è stato un anno spartiacque per il Bangladesh, poiché Sheikh Hasina, a sette mesi dal giuramento per il suo quinto mandato (e quarto consecutivo) come primo ministro, è stata costretta non solo a dimettersi, ma anche a fuggire nottetempo dal Bangladesh. Era il 5 agosto 2024. Successivamente, l’8 agosto, è stato formato un governo ad interim guidato da Muhammad Yunus, sotto l’egida dell’esercito bengalese e di vari elementi radicali islamici. Prima dell’estromissione di Sheikh Hasina, il Bangladesh era stato vittima di violenze e vandalismi. Le proteste contro «il sistema delle quote» sono degenerate in violenza. I disordini sono iniziati dopo che una sentenza dell’Alta Corte (5 giugno 2024) aveva reintrodotto la quota del 30% di impieghi statali riservata ai familiari dei combattenti per la libertà che avevano combattuto durante il movimento di liberazione del 1971. Secondo l’Alta Corte, il governo era libero di riformare la quota se lo riteneva opportuno. Tuttavia, il 10 luglio, la Corte Suprema ha sospeso l’ordinanza dell’Alta Corte per un mese e avrebbe dovuto esaminare il ricorso del governo il 7 agosto. Ciononostante, a partire dal 14 luglio, le proteste hanno preso una piega drammatica dopo una dichiarazione televisiva di Hasina in cui si rifiutava di accettare qualsiasi richiesta dei manifestanti, definendoli «razakar» (membri di una forza paramilitare del Pakistan orientale che si opponeva alla lotta per la libertà del 1971 e collaborava con l’esercito pakistano nel suo genocidio). La spirale di violenza è esplosa il 18 luglio con l’incendio della sede del televisione di Stato Btv. Il giorno successivo, i manifestanti hanno aggredito l’ex sindaco di Ghazipur, Jahangir Alam, uccidendo la sua guardia del corpo. Nello stesso periodo, nel distretto di Narsingdi, una folla inferocita ha preso d’assalto una prigione, liberando centinaia di detenuti prima di dare alle fiamme l’edificio. Sotto la crescente pressione delle piazze, la Corte Suprema ha deciso di anticipare il proprio verdetto al 21 luglio, riducendo la quota riservata alle famiglie dei Mukti Jodhha (i veterani della guerra di liberazione) dal 30% al 5%. Secondo la nuova sentenza, il 93% dei posti sarà assegnato in base al merito, mentre il restante 2% sarà riservato a persone con disabilità, appartenenti a minoranze etniche e transgender. La Corte ha inoltre esortato gli studenti coinvolti nelle proteste a fare ritorno alle aule ma nel frattempo, il 31 luglio, il governo guidato da Sheikh Hasina ha annunciato la messa al bando del Jamaat-e-Islami (JeI) e della sua ala studentesca, l’Islami Chhatra Shibir (Ics), dichiarando di possedere prove concrete del coinvolgimento di entrambe le organizzazioni in omicidi, attività sovversive e atti di terrorismo, sia diretti che attraverso incitamento. Il provvedimento ha innescato una nuova ondata di caos: le proteste, sempre più influenzate da elementi islamisti radicali, si sono estese a livello nazionale, fino a costringere il premier Hasina ad abbandonare il Paese e rifugiarsi in India. Da quel momento, Dacca ha avviato una rapida manovra di riavvicinamento verso il Pakistan, la nazione dalla quale si era dolorosamente separata nel 1971 al termine di una cruenta guerra di liberazione. Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace e fondatore della Grameen Bank, un tempo celebrato come «il salvatore dei poveri del Bangladesh», idolo delle sinistre mondiali, ricopre ora la carica di primo ministro del governo ad interim del Paese. Tuttavia, secondo quanto riportato dal portale indiano Firstpost, Yunus non avrebbe mostrato alcuna intenzione di rinunciare al potere o di cedere il controllo della transizione. Nel contempo, Cina e Pakistan si sono affermati come i «suoi più accesi sostenitori». Sotto l’attuale esecutivo guidato da Yunus, il Pakistan sta consolidando in modo preoccupante i propri legami strategici con il Bangladesh. Il triangolo Dacca-Islamabad-Pechino potrebbe rappresentare una sfida diretta all’influenza indiana nella regione e creare una nuova cintura strategica nel Sud dell’Asia. Alcuni osservatori parlano già di una «mezzaluna asiatica» in costruzione, che comprenderebbe anche Myanmar e Sri Lanka, altri due Paesi oggetto dell’attenzione cinese. Al centro di questo progetto non c’è solo la geopolitica, ma anche la ridefinizione dell’identità nazionale del Bangladesh. Con l’indebolimento dell’eredità laica del 1971 e la marginalizzazione dell’alleanza con l’India, prende forma un Paese più islamizzato, più autoritario e più allineato alle potenze ostili all’ordine liberale globale. Tuttavia, questo nuovo orientamento comporta rischi: l’aumento dell’influenza islamista potrebbe destabilizzare ulteriormente la società bengalese; il raffreddamento con Delhi potrebbe tradursi in tensioni ai confini e rallentamento commerciale; e la dipendenza da Pechino potrebbe limitare la sovranità economica del Paese. Il Bangladesh è dunque a un bivio. La scelta di rompere con il passato e allinearsi con Cina e Pakistan potrebbe garantirgli sostegno a breve termine, ma rischia di trasformare Dacca in un campo di battaglia per le ambizioni delle grandi potenze. Ma ciò che desta maggiore allarme è l’espansione del fondamentalismo islamico in Bangladesh, una minaccia concreta che ha colpito anche cittadini italiani. La sera del 1º luglio 2016, nove nostri connazionali furono brutalmente uccisi all’interno dell’Holey Artisan Bakery, un locale situato nel quartiere diplomatico di Gulshan, a Dacca, frequentato abitualmente da stranieri e rappresentanti delle ambasciate. Quella notte, i terroristi selezionarono gli ostaggi in base alla loro capacità di recitare versi del Corano: chi dimostrava familiarità con i testi sacri veniva risparmiato, mentre gli altri venivano atrocemente sgozzati con armi da taglio. I sette uomini autori della strage, tutti provenienti da famiglie agiate, condannati a morte il 27 novembre 2019, sono stati accusati di appartenere al Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (aderente all’Isis), un gruppo islamista locale messo fuorilegge nel Paese. Alla lettura della sentenza sono scoppiati in fragorose risate e quando sono stati portati fuori dall’aula hanno gridato «Allah u Akbar» (Allah è grande). Il Bangladesh non ha certo imparato la lezione, tanto che dopo la fuga di Sheikh Hasina, un’ondata di scarcerazioni ha coinvolto numerosi attivisti radicali ed estremisti, molti dei quali sono stati assolti o rimessi in libertà su cauzione. Tra loro ci sono almeno 144 militanti legati a gruppi come Ansarullah Bangla Team (Abt), Jama’atul Mujahideen Bangladesh (Jmb), Hizb ut-Tahrir (HuT) e altri. Parallelamente, la condizione delle minoranze religiose è diventata sempre più critica, in un contesto in cui le frange jihadiste della società bengalese sembrano agire in totale assenza di controllo. Secondo le stime parziali raccolte dal South Asia Terrorism Portal (Satp), dal 5 agosto 2024 sono stati registrati almeno 27 episodi di violenze e abusi nei confronti delle minoranze in Bangladesh. 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Dallo scorso agosto 2024, con l’uscita dalla scena politica di Sheikh Hasina e del suo partito Awami League, le forze laiche in Bangladesh hanno avuto un contraccolpo. In passato il Bnp e Jamaat-e-Islami hanno governato insieme, come parte di una coalizione guidata dal leader del Bnp, Khaleda Zia. In quel periodo (2001-2006), il jihadismo è cresciuto nel Paese, colpendo con attentati terroristici non solo il Bangladesh, ma anche l’India. Pochi giorni prima di andarsene, Sheikh Hasina aveva messo al bando il Jamaat-e-Islami, che già dal 2013 non poteva partecipare alle elezioni, dopo che i giudici avevano stabilito che lo statuto del partito islamista violava la costituzione laica del Bangladesh. Pochi giorni fa, però, il nuovo governo ad interim, guidato da Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace, ha revocato i divieti imposti a Jamaat-e-Islami, alla sua ala studentesca Islami Chhatra Shibir e a “tutte le organizzazioni associate”. Al contempo, il governo ad interim ha messo al bando il partito laico Awami League di Sheikh Hasina». Che Paese è diventato il Bangladesh con il premier Muhammad Yunus, premio Nobel e fondatore della Grameen Bank? «Muhammad Yunus appare sempre di più un problema per il Bangladesh. Yunus è sempre stato il beniamino delle amministrazioni democratiche americane, che lo hanno sostenuto ed elogiato per aver fondato la Grameen Bank, basata sul suo modello di microfinanza volto a ridurre la “povertà” attraverso piccoli prestiti ai poveri, in particolare alle donne. La maggiore innovazione consisteva nel concedere crediti senza che il beneficiario dovesse presentare delle garanzie reali. Dopo il successo iniziale in Bangladesh fiorirono in vari Paesi del mondo numerose istituzioni e progetti di microfinanza. Purtroppo, a parte alcuni indubbi successi, i tassi molto elevati (più del 20%) e la facilità di accesso al credito hanno portato all’eccessivo indebitamento di molti dei beneficiari di questi microcrediti. Insomma, l’ascensore sociale, che doveva permettere a molti di uscire dal circolo vizioso della povertà, ha funzionato solo per pochi individui. Adesso che si trova a guidare il governo ad interim del Bangladesh, Yunus si è mostrato molto accondiscendente con gli islamisti, il Pakistan e la Cina, e soprattutto sembra non voler lasciare troppo presto il potere. Il capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Waker-Uz-Zaman, ha pubblicamente chiesto che le elezioni si tengano entro dicembre 2025, sottolineando la necessità di stabilità politica attraverso un governo eletto. Yunus invece sostiene che le elezioni dovrebbero essere rimandate al 2026, e Jamaat-e-Islami sostiene questa proroga della scadenza elettorale». Perché il governo di Yunus è cosi indulgente con i gruppi islamisti, in particolare Jamaat-e-Islami? «Yunus sta sostenendo i nemici di Sheikh Hasina e del suo partito Awami League, che ha svolto un ruolo cruciale nella guerra di liberazione del Bangladesh del 1971, guidando la lotta per l’indipendenza dal Pakistan. Jamaat-e-Islami aveva invece collaborato con l’esercito pakistano durante la Guerra di Liberazione del 1971, uccidendo e stuprando migliaia di bengalesi, e sterminando un’intera generazione di intellettuali laici. Alle prossime elezioni, paradossalmente, potranno partecipare i candidati islamisti di Jamaat-e-Islami, ma non quelli laici di Awami. Pochi giorni fa, Yunus ha persino introdotto nuove banconote, che escludono l’immagine di Sheikh Mujibur Rahman, presidente e fondatore del Bangladeh, simbolo della lotta per l’indipendenza, nonché padre dell’ex primo ministro Sheikh Hasina. È chiaro che Yunus sta cercando di ridefinire l’identità nazionale del Bangladesh. Questo è un grande regalo per il Pakistan, che non ha mai voluto l’indipendenza del Bangladesh, e adesso si può riavvicinare a Dacca, allontanandola così dall’India. Yunus ha anche liberato centinaia di jihadisti e, nel post Hasina, per le strade di Dacca si sono viste bandiere islamiste e striscioni con la scritta “Stato Islamico”». Pakistan e Cina sostengono il Bangladesh per ragioni diverse. Quali? E come vive l’India questo cambiamento che serve a rimodellare l’equilibrio di potere in Asia meridionale? «L’alleanza di Yunus con il Pakistan e la Cina minaccia l’India. Il Pakistan è stato accusato dall’India di aver sponsorizzato i gruppi jihadisti che hanno ucciso, lo scorso 22 aprile, civili hindu in Kashmir. Per il Pakistan, estromettere l’influenza indiana da Dacca è un grande successo politico, militare e ideologico. Per la Cina, il Bangladesh rappresenta un anello cruciale della sua strategia per l’Asia meridionale. La Belt and road initiative (Bri) ha già visto investimenti significativi nelle infrastrutture bengalesi. Recentemente, durante un viaggio a Pechino, Yunus ha persino offerto alla Cina l’accesso al golfo del Bengala, ricordando che sette Stati dell’India, nella sua parte orientale, sono senza sbocco sul mare. Per la sua vicinanza agli islamisti e alla Cina, Yunus non è solo un problema per l’India, ma per lo stesso Occidente». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/yunus-avvicina-bangladesh-cina-jihadisti-2672330723.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-accuse-fondi-ai-clinton-e-favori" data-post-id="2672330723" data-published-at="1749404169" data-use-pagination="False"> Le accuse: «Fondi ai Clinton e favori» A seguito della diffusione di un’inchiesta sui media indiani che denunciava il coinvolgimento di Monica Yunus, figlia dell’economista Muhammad Yunus, nel Comitato presidenziale per le arti e le discipline umanistiche (Pcah) durante l’amministrazione Biden, il sito ufficiale del Pcah è stato inspiegabilmente disattivato. Nei giorni precedenti, diversi utenti avevano diffuso sui social commenti in cui si affermava: «Monica Yunus, recentemente annunciata come nuova portavoce del Comitato per le arti e le discipline umanistiche della presidenza Biden, è ora al centro di uno scandalo in rapida espansione a livello internazionale». La vicenda ha catturato l’attenzione del presidente Donald Trump, dato che in alcuni post circolati in rete si legge: «Finché Yunus non farà piena chiarezza con una smentita articolata e fondata su prove verificabili, il sospetto di irregolarità non potrà che aggravarsi. Se la Casa Bianca non la chiama a rispondere del proprio operato, allora si rende complice della perpetuazione di una cultura basata su favoritismi politici». Intorno alla figura di Muhammad Yunus da tempo circolano diverse notizie che ne mettono in discussione l’immagine abilmente costruita dai media. Ad esempio, il 12 giugno 2024, Muhammad Yunus e altre tredici persone sono state formalmente incriminate da un tribunale del Bangladesh con l’accusa di aver sottratto indebitamente 252,2 milioni di taka - l’equivalente di circa 2 milioni di dollari - dal fondo di previdenza sociale destinato ai dipendenti della sua azienda di telecomunicazioni. Inoltre il portale India.com ha pubblicato un’inchiesta in cui si legge: «Muhammad Yunus, noto per aver contribuito alla caduta del governo della premier del Bangladesh Sheikh Hasina, potrebbe presto trovarsi in difficoltà anche con l’amministrazione statunitense di Donald Trump. Yunus ha infatti storici legami con Hillary Clinton, avversaria politica di Trump. Nel 2016 ha donato 300.000 dollari alla Clinton Foundation. La figlia Monica risiede negli Stati Uniti, fatto che avrebbe ulteriormente irritato Trump. Di conseguenza, Yunus potrebbe ora finire sotto indagine da parte delle autorità federali». Nell’articolo si sottolinea anche che Yunus, più volte critico nei confronti di Trump, «rischia di essere coinvolto in nuove indagini per via dei suoi rapporti con i Clinton. È stato accusato di aver intrattenuto un legame molto stretto con l’ex Segretario di Stato, e di aver ottenuto per la figlia Monica una posizione influente nell’amministrazione Biden». Alcune fonti sostengono inoltre che i rapporti tra Yunus e la famiglia Clinton fossero così solidi da portare al versamento di ingenti somme di denaro sotto forma di prestiti nel periodo in cui Hillary Clinton era a capo della diplomazia statunitense. Tuttavia, lo staff di Yunus ha categoricamente smentito tali accuse, dichiarando: «Il professor Yunus non ha mai effettuato donazioni alla Hillary Clinton Foundation, come erroneamente riportato. L’amicizia personale tra Yunus e i Clinton non ha mai prodotto alcun vantaggio per la carriera di Monica Yunus, la quale, contrariamente a quanto affermato, non ha mai ricoperto alcun incarico ufficiale nell’amministrazione Biden. Inoltre, è falso che il professor Yunus abbia ricevuto prestiti milionari durante il mandato di Hillary Clinton come segretario di Stato». Ma i dubbi restano, secondo la stampa indiana.
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Avvicinandosi il 2028 - data oltre la quale la Commissione avrà esaurito i pagamenti agli Stati membri e dovrà cominciare a rimborsare le obbligazioni emesse sui mercati finanziari - si fanno sempre più nitidi i contorni del conto in arrivo da Bruxelles, dove da mesi è in corso una febbrile trattativa per trovare la quadra del prossimo Quadro finanziario pluriennale (Qfp) 2028-2034. Mercoledì è stata la professoressa Lilia Cavallari, presidente dell’Ufficio parlamentare di bilancio, a snocciolare le cifre, i cui tratti essenziali erano chiari da tempo, in audizione parlamentare: in assenza di nuovo debito (che è stato solo un’eccezione temporanea), il bilancio Ue deve munirsi di nuove entrate per rimborsare i debiti. Una voce che incide, solo fino al 2034, per 168 miliardi, aggiuntivi rispetto a quanto già versato dagli Stati membri. Ma andremo avanti così fino al 2056.
Per l’Italia ciò significa - in base alla quota di contribuzione nazionale storica del 12-13% - un primo versamento aggiuntivo di circa 21 miliardi. Che vanno ad aggiungersi ai rimborsi che dovremo effettuare direttamente alla Commissione fino al 2056 per i prestiti ricevuti (123 miliardi fino ad aprile).
I danni finanziari non si fermano qua. Infatti, il Qfp presentato dalla Commissione ha un volume di 1.985 miliardi a prezzi correnti, gonfiati appunto dei 168 miliardi di rimborsi. In proporzione al Reddito nazionale lordo (Rnl, una misura simile ma non identica al Pil) si tratta dell’1,26%, rispetto all’1,13% del precedente Qfp 2021-2027. Ma si tratta di un aumento illusorio perché, al netto dei rimborsi del debito Nextgen Ue, si ritorna al 1,15% del Rnl. Quindi nessuna nuova capacità di spesa «reale». Con l’essenziale differenza che, rispetto al passato, Ursula von der Leyen ha ampliato notevolmente alcuni capitoli di spesa, soprattutto competitività e difesa, a scapito di agricoltura e coesione. In particolare, scende di molto la quota destinata ad agricoltura e coesione (dal 67% al 49% del bilancio) e aumenta dal 17% al 32% quella destinata a competitività e difesa. Quella rubrica scenderà per l’Italia (a prezzi costanti 2025) da 82 a 72 miliardi.
Questi spostamenti - ripetiamo, in un bilancio sostanzialmente invariato in termini reali - non sono neutrali, poiché aumentano di molto i fondi a gestione diretta e indiretta della Commissione, a scapito di quelli preassegnati agli Stati membri, come appunto l’agricoltura.
La conseguenza è il rischio che questi «bandi competitivi senza assegnazione geografica predefinita» siano assorbiti in modo molto disomogeneo da parte degli Stati, con evidenti sperequazioni a danno di quelli dotati di minore capacità amministrativa. In altre parole, se in passato la quota di fondi in arrivo da Bruxelles era relativamente prevedibile, in quanto preassegnata, per il futuro è tutto molto più incerto e tutto molto più accentrato presso la Commissione. Ciò che è invece certo è il fatto che il nostro Paese dovrà contribuire pesantemente al bilancio Ue, gonfiato dai rimborsi dei debiti.
Da tempo la Commissione stava ragionando su un aumento delle cosiddette «risorse proprie», che alla fine non sono altro che entrate (come Iva e dazi) riscosse dagli Stati e girate alla Ue. Infatti, il ricorso ai contributi nazionali in base al Rnl, tuttora circa il 70% delle entrate Ue, oggi è sempre meno sostenibile soprattutto davanti alle accresciute esigenze di spesa. Così la Commissione si è letteralmente inventata altri cinque tipi di imposte (quote emissioni CO2, rifiuti elettronici, tabacco, prelievo societario europeo, ecc…) per complessivi 44 miliardi e rimodulando le altre risorse proprie già esistenti, per un totale di 58 miliardi. Promettendo però di ridurre i contributi nazionali in base al Rnl. Ma, alla fine, come fa rilevare l’Upb, si tratta sempre di «contributi nazionali ai bilanci degli Stati membri e non si configurano come fonti autonome di finanziamento per la Ue». Insomma, è sempre denaro attinto dal bilancio italiano.
Ma, come per le spese, anche in questo caso il cambiamento non è neutrale sotto il profilo finanziario e l’Upb stesso non si sbilancia nel prevedere le conseguenze per l’Italia. Tutto dipenderà da come le basi imponibili di queste imposte si distribuiranno tra gli Stati membri. Insomma, è certo che gli Stati membri sborseranno altri 51 miliardi, è del tutto incerto come saranno ripartiti.
Nei 58 miliardi, spiccano 6,8 miliardi di entrate per il prelievo sulle società europee (Core) con oltre 100 milioni di fatturato, che inciderà sulle società italiane per circa 800 milioni. Un obbrobrio giuridico, perché colpisce il fatturato e quindi anche le società in perdita e il prelievo è una cifra fissa (si parte da 100.000 euro) crescente al crescere degli scaglioni di fatturato, con effetto regressivo all’interno di ciascuno scaglione. Un goffo e tardivo tentativo dopo che sono miseramente falliti i tentativi in sede Ocse di tassare nei mercati di destinazione (la Ue è da questo punto di vista un mercato ricchissimo) le multinazionali con fatturato oltre i 20 miliardi.
A Bruxelles hanno deciso di rimescolare le carte per non rivelare il bluff del prossimo bilancio.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 giugno con Carlo Cambi
JD Vance (Ansa)
Tornano le turbolenze diplomatiche tra Washington e Teheran? La cerimonia per la firma definitiva del memorandum d’intesa tra i due Paesi, prevista per oggi in Svizzera, è stata cancellata. «La visita prevista è stata rinviata poiché il memorandum d’intesa di Islamabad è già stato firmato elettronicamente, è entrato in vigore ed è ora in fase di attuazione», ha dichiarato ieri il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, annullando il viaggio che avrebbe dovuto effettuare in Svizzera per presenziare alla cerimonia. Sempre ieri, il Times of Israel riferiva che i negoziati sul nucleare iraniano, previsti per oggi nel resort di Burgenstock, erano ancora in agenda, ma ha ammesso la possibilità di un loro naufragio. «Sembra che i colloqui dovrebbero iniziare domani. C’è una forte presenza statunitense sul territorio in Svizzera. Ma la situazione è molto incerta. Tutto potrebbe di nuovo fallire», ha riferito una fonte alla testata. Del resto, anche secondo il New York Post i colloqui di oggi risulterebbero «in bilico».
Ricordiamo che il memorandum prevede l’avvio di una fase di 60 giorni, nel cui arco Washington e Teheran dovranno raggiungere un’intesa sull’energia atomica. «Direi che il periodo di 60 giorni è iniziato ufficialmente oggi», ha dichiarato ieri, in conferenza stampa, JD Vance, che è a capo del team negoziale americano. «Il programma nucleare è distrutto, è sparito. Se gli iraniani decidessero domani di costruire un’arma nucleare, semplicemente non hanno la capacità per farlo», ha proseguito. «Stiamo cercando di garantire che non ricostruiscano quelle capacità non solo tra un anno, ma tra molti anni», ha continuato. «Come parte dell’accordo finale, vogliamo vedere che l’Iran non finanzi il terrorismo regionale».
Il vicepresidente è poi andato all’attacco dell’accordo sul nucleare, firmato da Barack Obama nel 2015. «L’accordo di Obama dava agli iraniani oltre un miliardo di dollari di denaro americano. Questo accordo dà loro zero dollari di denaro americano», ha affermato, non risparmiando inoltre una stoccata a Israele. «Israele ha il diritto di difendersi come ogni altro, ma deve rispettare il processo di pace», ha detto, criticando i raid dello Stato ebraico su Beirut. «Ci aspettiamo che Hezbollah non lanci razzi e droni contro gli israeliani. Ma ci aspettiamo anche che gli israeliani non si scatenino in Libano». In tutto questo, Vance è altresì intervenuto sulla questione dei missili balistici, dopo che, l’altro ieri, Trump, irritando lo Stato ebraico, aveva aperto alla possibilità che l’Iran potesse possederli. «Gli iraniani non rinunciano al loro diritto di autodifesa nel loro Paese, ma ci aspettiamo che, come parte dell’accordo finale, non saranno in grado di realizzare quel tipo di missili che possono minacciare ampiamente il mondo intero», ha affermato.
Alcune ore prima della conferenza stampa di Vance, Trump era tornato a difendere il memorandum con l’Iran dai critici, che accusano il documento di aver concesso troppo al regime khomeinista. «Questi sciocchi, che pensano che non sia stato abbastanza duro con l’Iran, quando la Borsa ha appena raggiunto un altissimo record e i prezzi del petrolio stanno "crollando", sono o invidiosi, o cattivi, o stupidi», aveva dichiarato su Truth. Nel frattempo, il Qatar ha detto che il memorandum «rappresenta una solida base per passare alla fase successiva dei negoziati tra le parti americana e iraniana». Di posizione opposta è invece Israele, secondo cui Teheran potrebbe sfruttare i 60 giorni per dotarsi dell’arma atomica. In tal senso, la Cnn ha riferito che Benjamin Netanyahu avrebbe intenzione di far leva su senatori repubblicani e opinionisti conservatori per spingere Trump a tenere un approccio severo nei negoziati sul nucleare.
E proprio da questi negoziati dipende il successo o il fallimento dell’inquilino della Casa Bianca in Iran. Il presidente americano ha infatti bisogno di spuntare un’intesa migliore di quella di Obama. Quell’accordo prevedeva che Teheran non avrebbe prodotto uranio altamente arricchito, limitando le proprie centrifughe e scorte. Era inoltre previsto un meccanismo di verifica in capo all’Aiea. In cambio, gli Usa si impegnavano a revocare le sanzioni sul programma atomico. Quando si ritirò dall’intesa nel 2018, Trump sostenne che l’Iran avrebbe dovuto cessare lo sviluppo di missili balistici e il finanziamento ai suoi proxy regionali. Un altro problema risiedeva nel fatto che l’Aiea non riusciva ad avere accesso, per le ispezioni, ai siti militari iraniani. È quindi su questi punti che dovrà essere valutata l’eventuale intesa che Trump negozierà nei prossimi due mesi. Il sospetto è che, oltre alla questione dell’uranio arricchito, il principale punto di discussione riguarderà proprio le ispezioni.
Vance chiaramente si gioca molto, anche in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Non a caso, nell’amministrazione americana, è un convinto fautore del memorandum, contrariamente al capo del Pentagono, Pete Hegseth, e al direttore della Cia, John Ratcliffe.
Dall’altra parte, anche Mojtaba Khamenei ha dato il via libera al memorandum, ma ha precisato che aveva «una visione diversa». L’approvazione è legata «all’impegno assunto da Pezeshkian a tutela dei diritti dell’Iran».
E così, mentre Centcom ieri revocava il blocco ai porti iraniani, emergono alcune incognite per il futuro delle trattative: da una parte, la spaccatura in seno al regime khomeinista tra i fautori della diplomazia e quelli della linea dura; dall’altra, Benjamin Netanyahu che ieri ha ribadito che l’Idf resterà nel Libano meridionale, rischiando così di compromettere la tenuta del memorandum che prevede la fine delle ostilità tra Israele ed Hezbollah. Nel mentre, gli Usa, secondo il Financial Times, sarebbero pronti a sbloccare sub condicione 6 miliardi dollari di asset iraniani volti ad acquistare beni americani.
Hegseth batte cassa per la Nato. Crosetto: «Rispettiamo gli impegni»
Gli Stati Uniti si preparano a rivedere la propria presenza militare in Europa e lanciano un nuovo avvertimento agli alleati della Nato. A renderlo noto è stato il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth durante la riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza atlantica a Bruxelles, annunciando una revisione delle basi e delle forze armate statunitensi dispiegate sul continente. «Esamineremo la presenza militare e le basi americane in Europa entro sei mesi, forse anche prima», ha dichiarato Hegseth, confermando che Washington sta valutando una ridistribuzione delle proprie risorse strategiche mentre cresce l’attenzione verso la Cina e l’Indo-Pacifico.
Nel suo intervento il capo del Pentagono ha rilanciato il concetto di una «Nato 3.0», sostenendo che l’Alleanza debba tornare a essere una vera organizzazione militare e non soltanto politica. «Dopo la Guerra Fredda la Nato deve ritrovare la propria natura di alleanza militare, con capacità reali di deterrenza e con l’Europa in grado di assumere la guida della difesa convenzionale del continente», ha affermato. Le parole più dure sono arrivate sul sostegno fornito dagli alleati durante la crisi con l’Iran. Hegseth ha criticato i Paesi che hanno negato l’utilizzo delle basi americane e Nato presenti sul loro territorio per eventuali operazioni contro Teheran.
«Troppi alleati hanno detto di no oppure hanno cercato di bloccare tutto con astrusi dibattiti legali. Alcuni ci hanno criticato pubblicamente per aver fatto ciò che loro stessi non erano preparati a fare. È stato vergognoso», ha dichiarato. Secondo il segretario alla Difesa, queste scelte hanno complicato le operazioni . «In alcuni casi siamo stati costretti a trasferire capacità militari da un Paese all’altro e perfino al di fuori del territorio degli alleati Nato. Non ci sono scuse per questo», ha aggiunto. L’intervento si inserisce nella strategia dell’amministrazione guidata da Donald Trump, che da anni chiede agli europei di aumentare le spese militari. Al vertice Nato dell’Aia dello scorso anno gli alleati si sono impegnati a raggiungere entro il 2035 investimenti pari al 5% del Pil tra difesa e sicurezza.
Per Washington, però, molti governi stanno ancora procedendo troppo lentamente. Hegseth è tornato a definire alcuni partner europei degli «scrocconi», accusandoli di beneficiare della protezione americana senza contribuire in misura adeguata. «Alcune delle maggiori economie della Nato sembrano ancora pensare che sia l’era del free riding. Questo non è ciò che il presidente Trump si aspetta dall’Alleanza e non è più accettabile», ha affermato. La risposta italiana è arrivata dal ministro della Difesa Guido Crosetto. «Se si vuole far parte della Nato bisogna rispettarne gli impegni. Altrimenti si può scegliere di restarne fuori, ma difendersi da soli costerebbe molto di più», ha dichiarato. Crosetto ha inoltre condiviso l’ipotesi di una graduale riduzione delle forze americane, purché accompagnata dal rafforzamento delle capacità europee. Alla domanda se il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sia consapevole della necessità di rispettare gli impegni assunti dall’Italia in materia di spesa per la difesa, è arrivata una risposta netta: «Ritengo che ne sia perfettamente consapevole». Non si è fatta attendere la replica del titolare del Tesoro: «Conosco tempi e modalità dell’operazione; sull’entità delle risorse, invece, la decisione non spetta a me. Per il resto stiamo gestendo ogni aspetto della questione e non esiste alcuna polemica in merito». Anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha invitato alla prudenza. Rutte ha ricordato che Europa e Canada aumenteranno nel 2025 la spesa militare di oltre 90 miliardi rispetto all’anno precedente, ma ha riconosciuto che gli Stati Uniti continuano a sostenere un peso superiore a quello di tutti gli altri alleati messi insieme.
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La capitale russa avvolta dal fumo dopo il raid ucraino (Ansa)
La grossa incursione compiuta ieri da droni ucraini su Mosca, la più pesante finora sulla capitale, è stata appariscente e ha coinciso, non a caso, con la riunione dei ministri della Difesa della Nato e del Gruppo di contatto sull’Ucraina a cui ha partecipato il presidente Volodymyr Zelensky.
Almeno 555 droni ucraini hanno assalito varie regioni russe, dei quali 200 nella direzione di Mosca. Il ministero della Difesa russo li ha considerati «abbattuti». Il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin ha affermato che «52 droni sono stati abbattuti a Mosca». Ma ha ammesso: «Diversi droni hanno raggiunto la raffineria di petrolio di Mosca». È un grande impianto della Gazprom Neft, nel quartiere Kapotnya, che da solo fornirebbe il 40% dei carburanti nella regione. La raffineria fu fondata nel 1938 sotto Stalin e venne bombardata nel 1941 da aerei della Luftwaffe, l’aviazione tedesca. Già era stata attaccata martedì. Sono scoppiati incendi nell’impianto e colonne di fumo nero hanno oscurato la capitale, causando la chiusura degli aeroporti di Sheremetyevo, Vnukovo, Domodedovo e Zhukovsky. Danni minori nei sobborghi della città. Colpiti da frammenti il centro commerciale Sadovod, una palazzina a Zhukovsky, evacuata, mentre a Lyubertsy detriti di droni colpiti hanno danneggiato un centro fitness, un centro commerciale e una zona industriale. Nella regione di Mosca ci sono stati 16 feriti, mentre nella regione di Rostov, attaccata da 74 droni, dati per «abbattuti», è morto un uomo, presso un’infrastruttura petrolifera, a Gukovo. Sempre nella zona di Rostov, secondo il governatore Yuri Slyusar ci sono stati «danni a una locomotiva e a due strutture commerciali». Nella regione di Bryansk un’auto su cui viaggiavano una donna con le due figlie di 10 e 11 anni è stata colpita e le due ragazzine sono state ferite. Droni ucraini presso la centrale nucleare di Energodar hanno causato la morte di un dipendente dell’impianto. I russi hanno a loro volta attaccato Kiev e altre zone dell’Ucraina con droni e missili balistici.
Secondo Mosca: «Sono stati colpiti, con un attacco combinato con missili aria-superficie, missili superficie-superficie e droni a lungo raggio, un deposito di combustibili e carburanti nella località di Boryspil-2, nella regione di Kiev, e una raffineria di petrolio a Zaturino, nella regione di Poltava». Bombe russe hanno causato tre morti a Sumy e Shostka.
Se Zelensky ha presentato le nuove incursioni sulla Russia come «giusta reazione» poiché «se l’Ucraina brucia, la vostra Mosca brucerà», il consigliere presidenziale russo Yuris Ushakov ha ribattuto che «i raid non aiutano un possibile incontro fra Zelensky e il presidente Vladimir Putin». Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha minacciato «nuovi attacchi su larga scala», aggiungendo che «le parole non bastano». I raid di droni ucraini hanno fatto dire al segretario della Nato Mark Rutte che «l’Ucraina sta cambiando la dinamica sul campo di battaglia» e hanno spinto gli alleati a ulteriori aiuti a Kiev. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius s’è detto «impressionato» dai raid ucraini, parlando di «slancio» di Kiev, che però, se si limita ai cieli, non basta a vincere. Al Gruppo di contatto s’è parlato di rafforzamento della difesa aerea nell’ambito del Purl, il meccanismo con cui gli europei pagano le fabbriche americane per regalare armi a Kiev. Il premier belga Bart De Wever ha promesso a Zelensky la consegna di sette caccia F-16, di cui tre voleranno e quattro verranno cannibalizzati per i pezzi di ricambio. Il ministro della Difesa inglese ha annunciato che Londra fornirà a Kiev 150.000 droni e 350 missili antiaerei, oltre a radar, per un valore di 752 milioni di sterline. Pistorius ha dichiarato che la Germania stanzierà 200 milioni di dollari per munizioni antiaeree e altri 200 milioni di dollari per missili Patriot Pac-3 destinati agli ucraini, mentre la Svezia ha stanziato 108 milioni di dollari.
Ma anche se gli attacchi a lungo raggio ucraini causano danni in Russia, non sono paragonabili, per distruzioni e morti, alle campagne aeree strategiche capaci davvero di piegare un Paese, tenuto conto che perfino simili offensive aeree, da parte americana, ebbero successo nel 1945 contro Germania e Giappone, ma furono inutili nel 1972 contro il Vietnam del Nord. Sul terreno il fronte è quasi statico o forse vedrebbe ancora i russi avanzare poco a poco. L’esercito di Mosca, dice la Tass, avrebbe preso Rai-Aleksandrovka, nel Donetsk.
L’istituto americano Isw riporta che i russi seguiterebbero a infiltrarsi a Lyman. L’Isw dice che «filmati che mostrano truppe russe controllare Lyman potrebbero essere generati con l'IA», ma solo gli eventi prossimi lo stabiliranno. Prendere Lyman significa minacciare Slovjansk. Idem riguardo ai combattimenti urbani a Kostantinyvka, la cui eventuale caduta esporrebbe Druzhivka e Kramatorsk. La guerra potrebbe essere decisa nella catena di piazzeforti Druzhivka-Kramatorsk-Slovjansk, col lungo macello fra trincee, macerie e granate, ma anche se la propaganda russa esagerasse i successi sul terreno, il pericolo per Kiev non sarebbe minore.
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