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2025-06-09
Il Nobel per la Pace idolo progressista avvicina il Bangladesh a Pechino e jihadisti
Il leader del Bangladesh Muhammad Yunus, Nobel per la Pace nel 2006 (Ansa)
Il 2024 è stato un anno spartiacque per il Bangladesh, poiché Sheikh Hasina, a sette mesi dal giuramento per il suo quinto mandato (e quarto consecutivo) come primo ministro, è stata costretta non solo a dimettersi, ma anche a fuggire nottetempo dal Bangladesh. Era il 5 agosto 2024. Successivamente, l’8 agosto, è stato formato un governo ad interim guidato da Muhammad Yunus, sotto l’egida dell’esercito bengalese e di vari elementi radicali islamici.
Prima dell’estromissione di Sheikh Hasina, il Bangladesh era stato vittima di violenze e vandalismi. Le proteste contro «il sistema delle quote» sono degenerate in violenza. I disordini sono iniziati dopo che una sentenza dell’Alta Corte (5 giugno 2024) aveva reintrodotto la quota del 30% di impieghi statali riservata ai familiari dei combattenti per la libertà che avevano combattuto durante il movimento di liberazione del 1971. Secondo l’Alta Corte, il governo era libero di riformare la quota se lo riteneva opportuno. Tuttavia, il 10 luglio, la Corte Suprema ha sospeso l’ordinanza dell’Alta Corte per un mese e avrebbe dovuto esaminare il ricorso del governo il 7 agosto. Ciononostante, a partire dal 14 luglio, le proteste hanno preso una piega drammatica dopo una dichiarazione televisiva di Hasina in cui si rifiutava di accettare qualsiasi richiesta dei manifestanti, definendoli «razakar» (membri di una forza paramilitare del Pakistan orientale che si opponeva alla lotta per la libertà del 1971 e collaborava con l’esercito pakistano nel suo genocidio). La spirale di violenza è esplosa il 18 luglio con l’incendio della sede del televisione di Stato Btv. Il giorno successivo, i manifestanti hanno aggredito l’ex sindaco di Ghazipur, Jahangir Alam, uccidendo la sua guardia del corpo. Nello stesso periodo, nel distretto di Narsingdi, una folla inferocita ha preso d’assalto una prigione, liberando centinaia di detenuti prima di dare alle fiamme l’edificio. Sotto la crescente pressione delle piazze, la Corte Suprema ha deciso di anticipare il proprio verdetto al 21 luglio, riducendo la quota riservata alle famiglie dei Mukti Jodhha (i veterani della guerra di liberazione) dal 30% al 5%. Secondo la nuova sentenza, il 93% dei posti sarà assegnato in base al merito, mentre il restante 2% sarà riservato a persone con disabilità, appartenenti a minoranze etniche e transgender.
La Corte ha inoltre esortato gli studenti coinvolti nelle proteste a fare ritorno alle aule ma nel frattempo, il 31 luglio, il governo guidato da Sheikh Hasina ha annunciato la messa al bando del Jamaat-e-Islami (JeI) e della sua ala studentesca, l’Islami Chhatra Shibir (Ics), dichiarando di possedere prove concrete del coinvolgimento di entrambe le organizzazioni in omicidi, attività sovversive e atti di terrorismo, sia diretti che attraverso incitamento. Il provvedimento ha innescato una nuova ondata di caos: le proteste, sempre più influenzate da elementi islamisti radicali, si sono estese a livello nazionale, fino a costringere il premier Hasina ad abbandonare il Paese e rifugiarsi in India.
Da quel momento, Dacca ha avviato una rapida manovra di riavvicinamento verso il Pakistan, la nazione dalla quale si era dolorosamente separata nel 1971 al termine di una cruenta guerra di liberazione. Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace e fondatore della Grameen Bank, un tempo celebrato come «il salvatore dei poveri del Bangladesh», idolo delle sinistre mondiali, ricopre ora la carica di primo ministro del governo ad interim del Paese. Tuttavia, secondo quanto riportato dal portale indiano Firstpost, Yunus non avrebbe mostrato alcuna intenzione di rinunciare al potere o di cedere il controllo della transizione. Nel contempo, Cina e Pakistan si sono affermati come i «suoi più accesi sostenitori». Sotto l’attuale esecutivo guidato da Yunus, il Pakistan sta consolidando in modo preoccupante i propri legami strategici con il Bangladesh.
Il triangolo Dacca-Islamabad-Pechino potrebbe rappresentare una sfida diretta all’influenza indiana nella regione e creare una nuova cintura strategica nel Sud dell’Asia. Alcuni osservatori parlano già di una «mezzaluna asiatica» in costruzione, che comprenderebbe anche Myanmar e Sri Lanka, altri due Paesi oggetto dell’attenzione cinese. Al centro di questo progetto non c’è solo la geopolitica, ma anche la ridefinizione dell’identità nazionale del Bangladesh. Con l’indebolimento dell’eredità laica del 1971 e la marginalizzazione dell’alleanza con l’India, prende forma un Paese più islamizzato, più autoritario e più allineato alle potenze ostili all’ordine liberale globale. Tuttavia, questo nuovo orientamento comporta rischi: l’aumento dell’influenza islamista potrebbe destabilizzare ulteriormente la società bengalese; il raffreddamento con Delhi potrebbe tradursi in tensioni ai confini e rallentamento commerciale; e la dipendenza da Pechino potrebbe limitare la sovranità economica del Paese.
Il Bangladesh è dunque a un bivio. La scelta di rompere con il passato e allinearsi con Cina e Pakistan potrebbe garantirgli sostegno a breve termine, ma rischia di trasformare Dacca in un campo di battaglia per le ambizioni delle grandi potenze. Ma ciò che desta maggiore allarme è l’espansione del fondamentalismo islamico in Bangladesh, una minaccia concreta che ha colpito anche cittadini italiani. La sera del 1º luglio 2016, nove nostri connazionali furono brutalmente uccisi all’interno dell’Holey Artisan Bakery, un locale situato nel quartiere diplomatico di Gulshan, a Dacca, frequentato abitualmente da stranieri e rappresentanti delle ambasciate. Quella notte, i terroristi selezionarono gli ostaggi in base alla loro capacità di recitare versi del Corano: chi dimostrava familiarità con i testi sacri veniva risparmiato, mentre gli altri venivano atrocemente sgozzati con armi da taglio. I sette uomini autori della strage, tutti provenienti da famiglie agiate, condannati a morte il 27 novembre 2019, sono stati accusati di appartenere al Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (aderente all’Isis), un gruppo islamista locale messo fuorilegge nel Paese. Alla lettura della sentenza sono scoppiati in fragorose risate e quando sono stati portati fuori dall’aula hanno gridato «Allah u Akbar» (Allah è grande).
Il Bangladesh non ha certo imparato la lezione, tanto che dopo la fuga di Sheikh Hasina, un’ondata di scarcerazioni ha coinvolto numerosi attivisti radicali ed estremisti, molti dei quali sono stati assolti o rimessi in libertà su cauzione. Tra loro ci sono almeno 144 militanti legati a gruppi come Ansarullah Bangla Team (Abt), Jama’atul Mujahideen Bangladesh (Jmb), Hizb ut-Tahrir (HuT) e altri.
Parallelamente, la condizione delle minoranze religiose è diventata sempre più critica, in un contesto in cui le frange jihadiste della società bengalese sembrano agire in totale assenza di controllo. Secondo le stime parziali raccolte dal South Asia Terrorism Portal (Satp), dal 5 agosto 2024 sono stati registrati almeno 27 episodi di violenze e abusi nei confronti delle minoranze in Bangladesh. Tra i crimini denunciati figurano linciaggi, arresti arbitrari, furti, profanazione di luoghi di culto, appropriazioni illecite e altri delitti.
«Il suo governo vuol rinviare il voto e ha riabilitato il partito islamista»
Anna Mahjar-Barducci, direttrice di progetto del Middle East Media Research Institute (Memri), chi c’era dietro gli studenti che hanno fomentato la cacciata del premier Sheikh Hasina dal Bangladesh?
«Il Partito nazionalista del Bangladesh (Bnp) e il partito islamista Bangladesh, Jamaat-e-Islami, sono due dei principali beneficiari delle proteste studentesche, guidate dagli Studenti contro le discriminazioni (Sad), che hanno contribuito alla caduta del primo ministro Sheikh Hasina. Dallo scorso agosto 2024, con l’uscita dalla scena politica di Sheikh Hasina e del suo partito Awami League, le forze laiche in Bangladesh hanno avuto un contraccolpo. In passato il Bnp e Jamaat-e-Islami hanno governato insieme, come parte di una coalizione guidata dal leader del Bnp, Khaleda Zia. In quel periodo (2001-2006), il jihadismo è cresciuto nel Paese, colpendo con attentati terroristici non solo il Bangladesh, ma anche l’India. Pochi giorni prima di andarsene, Sheikh Hasina aveva messo al bando il Jamaat-e-Islami, che già dal 2013 non poteva partecipare alle elezioni, dopo che i giudici avevano stabilito che lo statuto del partito islamista violava la costituzione laica del Bangladesh. Pochi giorni fa, però, il nuovo governo ad interim, guidato da Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace, ha revocato i divieti imposti a Jamaat-e-Islami, alla sua ala studentesca Islami Chhatra Shibir e a “tutte le organizzazioni associate”. Al contempo, il governo ad interim ha messo al bando il partito laico Awami League di Sheikh Hasina».
Che Paese è diventato il Bangladesh con il premier Muhammad Yunus, premio Nobel e fondatore della Grameen Bank?
«Muhammad Yunus appare sempre di più un problema per il Bangladesh. Yunus è sempre stato il beniamino delle amministrazioni democratiche americane, che lo hanno sostenuto ed elogiato per aver fondato la Grameen Bank, basata sul suo modello di microfinanza volto a ridurre la “povertà” attraverso piccoli prestiti ai poveri, in particolare alle donne. La maggiore innovazione consisteva nel concedere crediti senza che il beneficiario dovesse presentare delle garanzie reali. Dopo il successo iniziale in Bangladesh fiorirono in vari Paesi del mondo numerose istituzioni e progetti di microfinanza. Purtroppo, a parte alcuni indubbi successi, i tassi molto elevati (più del 20%) e la facilità di accesso al credito hanno portato all’eccessivo indebitamento di molti dei beneficiari di questi microcrediti. Insomma, l’ascensore sociale, che doveva permettere a molti di uscire dal circolo vizioso della povertà, ha funzionato solo per pochi individui. Adesso che si trova a guidare il governo ad interim del Bangladesh, Yunus si è mostrato molto accondiscendente con gli islamisti, il Pakistan e la Cina, e soprattutto sembra non voler lasciare troppo presto il potere. Il capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Waker-Uz-Zaman, ha pubblicamente chiesto che le elezioni si tengano entro dicembre 2025, sottolineando la necessità di stabilità politica attraverso un governo eletto. Yunus invece sostiene che le elezioni dovrebbero essere rimandate al 2026, e Jamaat-e-Islami sostiene questa proroga della scadenza elettorale».
Perché il governo di Yunus è cosi indulgente con i gruppi islamisti, in particolare Jamaat-e-Islami?
«Yunus sta sostenendo i nemici di Sheikh Hasina e del suo partito Awami League, che ha svolto un ruolo cruciale nella guerra di liberazione del Bangladesh del 1971, guidando la lotta per l’indipendenza dal Pakistan. Jamaat-e-Islami aveva invece collaborato con l’esercito pakistano durante la Guerra di Liberazione del 1971, uccidendo e stuprando migliaia di bengalesi, e sterminando un’intera generazione di intellettuali laici. Alle prossime elezioni, paradossalmente, potranno partecipare i candidati islamisti di Jamaat-e-Islami, ma non quelli laici di Awami. Pochi giorni fa, Yunus ha persino introdotto nuove banconote, che escludono l’immagine di Sheikh Mujibur Rahman, presidente e fondatore del Bangladeh, simbolo della lotta per l’indipendenza, nonché padre dell’ex primo ministro Sheikh Hasina. È chiaro che Yunus sta cercando di ridefinire l’identità nazionale del Bangladesh. Questo è un grande regalo per il Pakistan, che non ha mai voluto l’indipendenza del Bangladesh, e adesso si può riavvicinare a Dacca, allontanandola così dall’India. Yunus ha anche liberato centinaia di jihadisti e, nel post Hasina, per le strade di Dacca si sono viste bandiere islamiste e striscioni con la scritta “Stato Islamico”».
Pakistan e Cina sostengono il Bangladesh per ragioni diverse. Quali? E come vive l’India questo cambiamento che serve a rimodellare l’equilibrio di potere in Asia meridionale?
«L’alleanza di Yunus con il Pakistan e la Cina minaccia l’India. Il Pakistan è stato accusato dall’India di aver sponsorizzato i gruppi jihadisti che hanno ucciso, lo scorso 22 aprile, civili hindu in Kashmir. Per il Pakistan, estromettere l’influenza indiana da Dacca è un grande successo politico, militare e ideologico. Per la Cina, il Bangladesh rappresenta un anello cruciale della sua strategia per l’Asia meridionale. La Belt and road initiative (Bri) ha già visto investimenti significativi nelle infrastrutture bengalesi. Recentemente, durante un viaggio a Pechino, Yunus ha persino offerto alla Cina l’accesso al golfo del Bengala, ricordando che sette Stati dell’India, nella sua parte orientale, sono senza sbocco sul mare. Per la sua vicinanza agli islamisti e alla Cina, Yunus non è solo un problema per l’India, ma per lo stesso Occidente».
Le accuse: «Fondi ai Clinton e favori»
A seguito della diffusione di un’inchiesta sui media indiani che denunciava il coinvolgimento di Monica Yunus, figlia dell’economista Muhammad Yunus, nel Comitato presidenziale per le arti e le discipline umanistiche (Pcah) durante l’amministrazione Biden, il sito ufficiale del Pcah è stato inspiegabilmente disattivato. Nei giorni precedenti, diversi utenti avevano diffuso sui social commenti in cui si affermava: «Monica Yunus, recentemente annunciata come nuova portavoce del Comitato per le arti e le discipline umanistiche della presidenza Biden, è ora al centro di uno scandalo in rapida espansione a livello internazionale». La vicenda ha catturato l’attenzione del presidente Donald Trump, dato che in alcuni post circolati in rete si legge: «Finché Yunus non farà piena chiarezza con una smentita articolata e fondata su prove verificabili, il sospetto di irregolarità non potrà che aggravarsi. Se la Casa Bianca non la chiama a rispondere del proprio operato, allora si rende complice della perpetuazione di una cultura basata su favoritismi politici».
Intorno alla figura di Muhammad Yunus da tempo circolano diverse notizie che ne mettono in discussione l’immagine abilmente costruita dai media. Ad esempio, il 12 giugno 2024, Muhammad Yunus e altre tredici persone sono state formalmente incriminate da un tribunale del Bangladesh con l’accusa di aver sottratto indebitamente 252,2 milioni di taka - l’equivalente di circa 2 milioni di dollari - dal fondo di previdenza sociale destinato ai dipendenti della sua azienda di telecomunicazioni. Inoltre il portale India.com ha pubblicato un’inchiesta in cui si legge: «Muhammad Yunus, noto per aver contribuito alla caduta del governo della premier del Bangladesh Sheikh Hasina, potrebbe presto trovarsi in difficoltà anche con l’amministrazione statunitense di Donald Trump. Yunus ha infatti storici legami con Hillary Clinton, avversaria politica di Trump. Nel 2016 ha donato 300.000 dollari alla Clinton Foundation. La figlia Monica risiede negli Stati Uniti, fatto che avrebbe ulteriormente irritato Trump. Di conseguenza, Yunus potrebbe ora finire sotto indagine da parte delle autorità federali». Nell’articolo si sottolinea anche che Yunus, più volte critico nei confronti di Trump, «rischia di essere coinvolto in nuove indagini per via dei suoi rapporti con i Clinton. È stato accusato di aver intrattenuto un legame molto stretto con l’ex Segretario di Stato, e di aver ottenuto per la figlia Monica una posizione influente nell’amministrazione Biden».
Alcune fonti sostengono inoltre che i rapporti tra Yunus e la famiglia Clinton fossero così solidi da portare al versamento di ingenti somme di denaro sotto forma di prestiti nel periodo in cui Hillary Clinton era a capo della diplomazia statunitense. Tuttavia, lo staff di Yunus ha categoricamente smentito tali accuse, dichiarando: «Il professor Yunus non ha mai effettuato donazioni alla Hillary Clinton Foundation, come erroneamente riportato. L’amicizia personale tra Yunus e i Clinton non ha mai prodotto alcun vantaggio per la carriera di Monica Yunus, la quale, contrariamente a quanto affermato, non ha mai ricoperto alcun incarico ufficiale nell’amministrazione Biden. Inoltre, è falso che il professor Yunus abbia ricevuto prestiti milionari durante il mandato di Hillary Clinton come segretario di Stato». Ma i dubbi restano, secondo la stampa indiana.
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Dopo le rivolte del 2024, il nuovo premier Muhammad Yunus sta rafforzando i legami con Cina e Pakistan. E molti attivisti radicali sono usciti dal carcere.L’analista Anna Mahjar-Barducci: «Awami League, la forza laica che ha svolto un ruolo chiave nell’indipendenza del 1971, è stata messa fuori legge. Così si riscrive l’identità della nazione. È una minaccia a Delhi ma anche all’Occidente».L’economista ha stretti legami con Hillary Clinton, ex segretario di Stato, ma nega di averla finanziata. Giallo su un incarico che la figlia avrebbe avuto dall’amministrazione Biden.Lo speciale contiene tre articoli.Il 2024 è stato un anno spartiacque per il Bangladesh, poiché Sheikh Hasina, a sette mesi dal giuramento per il suo quinto mandato (e quarto consecutivo) come primo ministro, è stata costretta non solo a dimettersi, ma anche a fuggire nottetempo dal Bangladesh. Era il 5 agosto 2024. Successivamente, l’8 agosto, è stato formato un governo ad interim guidato da Muhammad Yunus, sotto l’egida dell’esercito bengalese e di vari elementi radicali islamici. Prima dell’estromissione di Sheikh Hasina, il Bangladesh era stato vittima di violenze e vandalismi. Le proteste contro «il sistema delle quote» sono degenerate in violenza. I disordini sono iniziati dopo che una sentenza dell’Alta Corte (5 giugno 2024) aveva reintrodotto la quota del 30% di impieghi statali riservata ai familiari dei combattenti per la libertà che avevano combattuto durante il movimento di liberazione del 1971. Secondo l’Alta Corte, il governo era libero di riformare la quota se lo riteneva opportuno. Tuttavia, il 10 luglio, la Corte Suprema ha sospeso l’ordinanza dell’Alta Corte per un mese e avrebbe dovuto esaminare il ricorso del governo il 7 agosto. Ciononostante, a partire dal 14 luglio, le proteste hanno preso una piega drammatica dopo una dichiarazione televisiva di Hasina in cui si rifiutava di accettare qualsiasi richiesta dei manifestanti, definendoli «razakar» (membri di una forza paramilitare del Pakistan orientale che si opponeva alla lotta per la libertà del 1971 e collaborava con l’esercito pakistano nel suo genocidio). La spirale di violenza è esplosa il 18 luglio con l’incendio della sede del televisione di Stato Btv. Il giorno successivo, i manifestanti hanno aggredito l’ex sindaco di Ghazipur, Jahangir Alam, uccidendo la sua guardia del corpo. Nello stesso periodo, nel distretto di Narsingdi, una folla inferocita ha preso d’assalto una prigione, liberando centinaia di detenuti prima di dare alle fiamme l’edificio. Sotto la crescente pressione delle piazze, la Corte Suprema ha deciso di anticipare il proprio verdetto al 21 luglio, riducendo la quota riservata alle famiglie dei Mukti Jodhha (i veterani della guerra di liberazione) dal 30% al 5%. Secondo la nuova sentenza, il 93% dei posti sarà assegnato in base al merito, mentre il restante 2% sarà riservato a persone con disabilità, appartenenti a minoranze etniche e transgender. La Corte ha inoltre esortato gli studenti coinvolti nelle proteste a fare ritorno alle aule ma nel frattempo, il 31 luglio, il governo guidato da Sheikh Hasina ha annunciato la messa al bando del Jamaat-e-Islami (JeI) e della sua ala studentesca, l’Islami Chhatra Shibir (Ics), dichiarando di possedere prove concrete del coinvolgimento di entrambe le organizzazioni in omicidi, attività sovversive e atti di terrorismo, sia diretti che attraverso incitamento. Il provvedimento ha innescato una nuova ondata di caos: le proteste, sempre più influenzate da elementi islamisti radicali, si sono estese a livello nazionale, fino a costringere il premier Hasina ad abbandonare il Paese e rifugiarsi in India. Da quel momento, Dacca ha avviato una rapida manovra di riavvicinamento verso il Pakistan, la nazione dalla quale si era dolorosamente separata nel 1971 al termine di una cruenta guerra di liberazione. Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace e fondatore della Grameen Bank, un tempo celebrato come «il salvatore dei poveri del Bangladesh», idolo delle sinistre mondiali, ricopre ora la carica di primo ministro del governo ad interim del Paese. Tuttavia, secondo quanto riportato dal portale indiano Firstpost, Yunus non avrebbe mostrato alcuna intenzione di rinunciare al potere o di cedere il controllo della transizione. Nel contempo, Cina e Pakistan si sono affermati come i «suoi più accesi sostenitori». Sotto l’attuale esecutivo guidato da Yunus, il Pakistan sta consolidando in modo preoccupante i propri legami strategici con il Bangladesh. Il triangolo Dacca-Islamabad-Pechino potrebbe rappresentare una sfida diretta all’influenza indiana nella regione e creare una nuova cintura strategica nel Sud dell’Asia. Alcuni osservatori parlano già di una «mezzaluna asiatica» in costruzione, che comprenderebbe anche Myanmar e Sri Lanka, altri due Paesi oggetto dell’attenzione cinese. Al centro di questo progetto non c’è solo la geopolitica, ma anche la ridefinizione dell’identità nazionale del Bangladesh. Con l’indebolimento dell’eredità laica del 1971 e la marginalizzazione dell’alleanza con l’India, prende forma un Paese più islamizzato, più autoritario e più allineato alle potenze ostili all’ordine liberale globale. Tuttavia, questo nuovo orientamento comporta rischi: l’aumento dell’influenza islamista potrebbe destabilizzare ulteriormente la società bengalese; il raffreddamento con Delhi potrebbe tradursi in tensioni ai confini e rallentamento commerciale; e la dipendenza da Pechino potrebbe limitare la sovranità economica del Paese. Il Bangladesh è dunque a un bivio. La scelta di rompere con il passato e allinearsi con Cina e Pakistan potrebbe garantirgli sostegno a breve termine, ma rischia di trasformare Dacca in un campo di battaglia per le ambizioni delle grandi potenze. Ma ciò che desta maggiore allarme è l’espansione del fondamentalismo islamico in Bangladesh, una minaccia concreta che ha colpito anche cittadini italiani. La sera del 1º luglio 2016, nove nostri connazionali furono brutalmente uccisi all’interno dell’Holey Artisan Bakery, un locale situato nel quartiere diplomatico di Gulshan, a Dacca, frequentato abitualmente da stranieri e rappresentanti delle ambasciate. Quella notte, i terroristi selezionarono gli ostaggi in base alla loro capacità di recitare versi del Corano: chi dimostrava familiarità con i testi sacri veniva risparmiato, mentre gli altri venivano atrocemente sgozzati con armi da taglio. I sette uomini autori della strage, tutti provenienti da famiglie agiate, condannati a morte il 27 novembre 2019, sono stati accusati di appartenere al Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (aderente all’Isis), un gruppo islamista locale messo fuorilegge nel Paese. Alla lettura della sentenza sono scoppiati in fragorose risate e quando sono stati portati fuori dall’aula hanno gridato «Allah u Akbar» (Allah è grande). Il Bangladesh non ha certo imparato la lezione, tanto che dopo la fuga di Sheikh Hasina, un’ondata di scarcerazioni ha coinvolto numerosi attivisti radicali ed estremisti, molti dei quali sono stati assolti o rimessi in libertà su cauzione. Tra loro ci sono almeno 144 militanti legati a gruppi come Ansarullah Bangla Team (Abt), Jama’atul Mujahideen Bangladesh (Jmb), Hizb ut-Tahrir (HuT) e altri. Parallelamente, la condizione delle minoranze religiose è diventata sempre più critica, in un contesto in cui le frange jihadiste della società bengalese sembrano agire in totale assenza di controllo. Secondo le stime parziali raccolte dal South Asia Terrorism Portal (Satp), dal 5 agosto 2024 sono stati registrati almeno 27 episodi di violenze e abusi nei confronti delle minoranze in Bangladesh. 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Dallo scorso agosto 2024, con l’uscita dalla scena politica di Sheikh Hasina e del suo partito Awami League, le forze laiche in Bangladesh hanno avuto un contraccolpo. In passato il Bnp e Jamaat-e-Islami hanno governato insieme, come parte di una coalizione guidata dal leader del Bnp, Khaleda Zia. In quel periodo (2001-2006), il jihadismo è cresciuto nel Paese, colpendo con attentati terroristici non solo il Bangladesh, ma anche l’India. Pochi giorni prima di andarsene, Sheikh Hasina aveva messo al bando il Jamaat-e-Islami, che già dal 2013 non poteva partecipare alle elezioni, dopo che i giudici avevano stabilito che lo statuto del partito islamista violava la costituzione laica del Bangladesh. Pochi giorni fa, però, il nuovo governo ad interim, guidato da Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace, ha revocato i divieti imposti a Jamaat-e-Islami, alla sua ala studentesca Islami Chhatra Shibir e a “tutte le organizzazioni associate”. Al contempo, il governo ad interim ha messo al bando il partito laico Awami League di Sheikh Hasina». Che Paese è diventato il Bangladesh con il premier Muhammad Yunus, premio Nobel e fondatore della Grameen Bank? «Muhammad Yunus appare sempre di più un problema per il Bangladesh. Yunus è sempre stato il beniamino delle amministrazioni democratiche americane, che lo hanno sostenuto ed elogiato per aver fondato la Grameen Bank, basata sul suo modello di microfinanza volto a ridurre la “povertà” attraverso piccoli prestiti ai poveri, in particolare alle donne. La maggiore innovazione consisteva nel concedere crediti senza che il beneficiario dovesse presentare delle garanzie reali. Dopo il successo iniziale in Bangladesh fiorirono in vari Paesi del mondo numerose istituzioni e progetti di microfinanza. Purtroppo, a parte alcuni indubbi successi, i tassi molto elevati (più del 20%) e la facilità di accesso al credito hanno portato all’eccessivo indebitamento di molti dei beneficiari di questi microcrediti. Insomma, l’ascensore sociale, che doveva permettere a molti di uscire dal circolo vizioso della povertà, ha funzionato solo per pochi individui. Adesso che si trova a guidare il governo ad interim del Bangladesh, Yunus si è mostrato molto accondiscendente con gli islamisti, il Pakistan e la Cina, e soprattutto sembra non voler lasciare troppo presto il potere. Il capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Waker-Uz-Zaman, ha pubblicamente chiesto che le elezioni si tengano entro dicembre 2025, sottolineando la necessità di stabilità politica attraverso un governo eletto. Yunus invece sostiene che le elezioni dovrebbero essere rimandate al 2026, e Jamaat-e-Islami sostiene questa proroga della scadenza elettorale». Perché il governo di Yunus è cosi indulgente con i gruppi islamisti, in particolare Jamaat-e-Islami? «Yunus sta sostenendo i nemici di Sheikh Hasina e del suo partito Awami League, che ha svolto un ruolo cruciale nella guerra di liberazione del Bangladesh del 1971, guidando la lotta per l’indipendenza dal Pakistan. Jamaat-e-Islami aveva invece collaborato con l’esercito pakistano durante la Guerra di Liberazione del 1971, uccidendo e stuprando migliaia di bengalesi, e sterminando un’intera generazione di intellettuali laici. Alle prossime elezioni, paradossalmente, potranno partecipare i candidati islamisti di Jamaat-e-Islami, ma non quelli laici di Awami. Pochi giorni fa, Yunus ha persino introdotto nuove banconote, che escludono l’immagine di Sheikh Mujibur Rahman, presidente e fondatore del Bangladeh, simbolo della lotta per l’indipendenza, nonché padre dell’ex primo ministro Sheikh Hasina. È chiaro che Yunus sta cercando di ridefinire l’identità nazionale del Bangladesh. Questo è un grande regalo per il Pakistan, che non ha mai voluto l’indipendenza del Bangladesh, e adesso si può riavvicinare a Dacca, allontanandola così dall’India. Yunus ha anche liberato centinaia di jihadisti e, nel post Hasina, per le strade di Dacca si sono viste bandiere islamiste e striscioni con la scritta “Stato Islamico”». Pakistan e Cina sostengono il Bangladesh per ragioni diverse. Quali? E come vive l’India questo cambiamento che serve a rimodellare l’equilibrio di potere in Asia meridionale? «L’alleanza di Yunus con il Pakistan e la Cina minaccia l’India. Il Pakistan è stato accusato dall’India di aver sponsorizzato i gruppi jihadisti che hanno ucciso, lo scorso 22 aprile, civili hindu in Kashmir. Per il Pakistan, estromettere l’influenza indiana da Dacca è un grande successo politico, militare e ideologico. Per la Cina, il Bangladesh rappresenta un anello cruciale della sua strategia per l’Asia meridionale. La Belt and road initiative (Bri) ha già visto investimenti significativi nelle infrastrutture bengalesi. Recentemente, durante un viaggio a Pechino, Yunus ha persino offerto alla Cina l’accesso al golfo del Bengala, ricordando che sette Stati dell’India, nella sua parte orientale, sono senza sbocco sul mare. Per la sua vicinanza agli islamisti e alla Cina, Yunus non è solo un problema per l’India, ma per lo stesso Occidente». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/yunus-avvicina-bangladesh-cina-jihadisti-2672330723.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="le-accuse-fondi-ai-clinton-e-favori" data-post-id="2672330723" data-published-at="1749404169" data-use-pagination="False"> Le accuse: «Fondi ai Clinton e favori» A seguito della diffusione di un’inchiesta sui media indiani che denunciava il coinvolgimento di Monica Yunus, figlia dell’economista Muhammad Yunus, nel Comitato presidenziale per le arti e le discipline umanistiche (Pcah) durante l’amministrazione Biden, il sito ufficiale del Pcah è stato inspiegabilmente disattivato. Nei giorni precedenti, diversi utenti avevano diffuso sui social commenti in cui si affermava: «Monica Yunus, recentemente annunciata come nuova portavoce del Comitato per le arti e le discipline umanistiche della presidenza Biden, è ora al centro di uno scandalo in rapida espansione a livello internazionale». La vicenda ha catturato l’attenzione del presidente Donald Trump, dato che in alcuni post circolati in rete si legge: «Finché Yunus non farà piena chiarezza con una smentita articolata e fondata su prove verificabili, il sospetto di irregolarità non potrà che aggravarsi. Se la Casa Bianca non la chiama a rispondere del proprio operato, allora si rende complice della perpetuazione di una cultura basata su favoritismi politici». Intorno alla figura di Muhammad Yunus da tempo circolano diverse notizie che ne mettono in discussione l’immagine abilmente costruita dai media. Ad esempio, il 12 giugno 2024, Muhammad Yunus e altre tredici persone sono state formalmente incriminate da un tribunale del Bangladesh con l’accusa di aver sottratto indebitamente 252,2 milioni di taka - l’equivalente di circa 2 milioni di dollari - dal fondo di previdenza sociale destinato ai dipendenti della sua azienda di telecomunicazioni. Inoltre il portale India.com ha pubblicato un’inchiesta in cui si legge: «Muhammad Yunus, noto per aver contribuito alla caduta del governo della premier del Bangladesh Sheikh Hasina, potrebbe presto trovarsi in difficoltà anche con l’amministrazione statunitense di Donald Trump. Yunus ha infatti storici legami con Hillary Clinton, avversaria politica di Trump. Nel 2016 ha donato 300.000 dollari alla Clinton Foundation. La figlia Monica risiede negli Stati Uniti, fatto che avrebbe ulteriormente irritato Trump. Di conseguenza, Yunus potrebbe ora finire sotto indagine da parte delle autorità federali». Nell’articolo si sottolinea anche che Yunus, più volte critico nei confronti di Trump, «rischia di essere coinvolto in nuove indagini per via dei suoi rapporti con i Clinton. È stato accusato di aver intrattenuto un legame molto stretto con l’ex Segretario di Stato, e di aver ottenuto per la figlia Monica una posizione influente nell’amministrazione Biden». Alcune fonti sostengono inoltre che i rapporti tra Yunus e la famiglia Clinton fossero così solidi da portare al versamento di ingenti somme di denaro sotto forma di prestiti nel periodo in cui Hillary Clinton era a capo della diplomazia statunitense. Tuttavia, lo staff di Yunus ha categoricamente smentito tali accuse, dichiarando: «Il professor Yunus non ha mai effettuato donazioni alla Hillary Clinton Foundation, come erroneamente riportato. L’amicizia personale tra Yunus e i Clinton non ha mai prodotto alcun vantaggio per la carriera di Monica Yunus, la quale, contrariamente a quanto affermato, non ha mai ricoperto alcun incarico ufficiale nell’amministrazione Biden. Inoltre, è falso che il professor Yunus abbia ricevuto prestiti milionari durante il mandato di Hillary Clinton come segretario di Stato». Ma i dubbi restano, secondo la stampa indiana.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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