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2022-10-24
Donati e buttati. Lo scandalo dei vaccini in Africa
A metà strada tra rischio e risiko, la partita dei vaccini (produzione, distribuzione, comunicazione) rappresenta, nel bene e nel male, lo schema esemplare della più colossale campagna marketing della storia, realizzata da enti privati delegati da istituzioni pubbliche. Una campagna che, per adeguarsi alle regole del politicamente corretto e del commercio «fair», non poteva privarsi del supporto valoriale del principio di «solidarietà». La punta di diamante della comunicazione solidale sui vaccini è stata il programma Covax, annunciato in pompa magna a inizio del 2021 dal Direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità Tedros Ghebreyesus, con l’ambizioso obiettivo dell’«equità vaccinale»: vaccini per tutti, soprattutto nei Paesi a basso reddito.
Covax era stato concepito a Seattle su proposta della Bill e Melinda Gates Foundation, sostenuto dall’Onu e «disegnato in realtà secondo una logica di market efficiency», spiega Nicoletta Dentico, direttrice del programma di salute globale di Society for international development. «L’idea iniziale non era quella di donare dosi ma di diventare hub di smistamento per i vaccini Astrazeneca, prodotti in India. Covax all’inizio è quindi incentrato su un solo vaccino, Astrazeneca, e una sola licenza volontaria, al Serum Institute indiano. Tutto salta quando il premier indiano Narendra Modi decide di bloccare le esportazioni di Astrazeneca a marzo 2021, e di tenerle per l’India».
Nel frattempo, il Nord del mondo non vuole più Astrazeneca, stigmatizzato a causa degli effetti collaterali (gli stessi riscontrati anche con Pfizer e Moderna… ma Astrazeneca ha il «difetto» di costare troppo poco) e appare inopportuno mandarne dosi solo ai Paesi del Sud. «È a questo punto», spiega Dentico, «che Covax deve ristrutturarsi», prefiggendosi l’obiettivo di rendere disponibili 2 miliardi di dosi di vaccini antiCovid ai Paesi che vi partecipavano, entro la fine del 2021. Di queste, almeno 1,3 miliardi avrebbero dovuto essere destinate alle economie a basso reddito. Inutile anticipare che il progetto non è andato a buon fine.
Quando i primi vaccini sono approvati a fine 2020, era già chiaro che molti dei Paesi ad alto reddito avrebbero avuto accesso a molte più dosi di quelle di cui avrebbero avuto bisogno. Per dire: soltanto l’Unione europea nel 2021 si garantiva, attraverso i contratti firmati da Ursula von der Leyen, l’equivalente di circa 4,5 miliardi di dosi da distribuire a quasi 450 milioni di abitanti, vale a dire 10 dosi ad abitante, dai lattanti ai centenari. La maggior parte dei Paesi in via di sviluppo, invece, stava ancora aspettando la prima dose: a fine maggio 2021, i Paesi a basso reddito avevano ricevuto meno dell’1% dei vaccini somministrati. È a questo punto che scatta la chiamata dell’Oms: il 1 giugno 2021 Tedros Ghebreyesus rilancia le iniziative Access to Covid tools (Act-A) e Covax. Il partenariato, di cui fanno parte Gavi (l’Alleanza per i vaccini), l’Oms, l’Unicef e la Coalition for epidemic preparedness innovations (Cepi), si struttura per «condividere competenze ed esperienze».
Covax viene presentato come programma di «condivisione»: poiché le aziende farmaceutiche accettavano di impegnarsi in una mastodontica produzione di dosi soltanto a fronte di ordini garantiti, i Paesi a più alto reddito si sarebbero dovuti far garanti e ordinarle, anticipando parte delle spese, anche per conto dei Paesi a basso reddito. Nel settembre 2021, l’amministratore delegato di Gavi, Seth Berkley, dichiara che «la condivisione con Covax rappresenta l’intervento più efficace per l’arresto della circolazione del virus». Il suo messaggio è sostenuto da una straordinaria copertura mediatica, supportata da immagini di leader di Paesi donatori che si lodano e s’imbrodano a vicenda per i rispettivi «contributi condivisi».
Per tutto il 2021, i termini «condivisione» e «donazioni di vaccini» sono usati in modo interscambiabile, nonostante abbiano significati ontologici distinti. Nel corso dei mesi, il termine «donazione» soppianta gradualmente quello di «condivisione», con la complicità dei media che sottolineano con enfasi la «generosità» dei Paesi donatori. Il termine «donazione» è usato per descrivere sia le dosi di vaccino promesse, sia quelle effettivamente consegnate, molte di meno. Il messaggio che arriva all’opinione pubblica è che gli Stati più «ricchi» del mondo sono così prodighi da acquistare e donare dosi anche per quelli a basso reddito. Ma non è andata così. I Paesi a basso reddito queste dosi le pagano, alcuni anche sovrapprezzo: i vaccini Pfizer in Uganda e in Sudafrica sono venduti a tre volte tanto il prezzo pagato dall’Ue. Le aziende giocano sul bisogno. Alla fine, Covax sembra rispondere più a una logica di mercato che a una logica di solidarietà, come fanno le banche d’affari: organizza un sistema di prezzi scalati a seconda delle capacità dei singoli Paesi, piazza dosi Astrazeneca che gli occidentali non vogliono, riesce a inserire Pfizer e Moderna per smistarne le dosi in altri Paesi, e contemporaneamente migliora la reputazione delle aziende produttrici e dei Paesi ad alto reddito.
I risultati conseguiti, però, non sono all’altezza della propaganda mediatica: le dosi donate attraverso il progetto Covax sono meno della metà di quelle commercializzate. Dei quasi 13 miliardi di dosi somministrati nel mondo, a ottobre 2022 1,797 miliardi di dosi sono consegnate attraverso Covax, ma soltanto 796 milioni di dosi in tutto il mondo sono effettivamente «donate», mentre le altre sono commercializzate a prezzi che arrivano fino a 40 dollari a dose per Moderna. Quelle donate, inoltre, spesso arrivano poco prima della scadenza o già scadute. Il governo keniota ha ricevuto quasi 840.000 vaccini scaduti prima che potessero essere somministrati al pubblico. In Nigeria, su 10 milioni di dosi donate, un milione è arrivato già scaduto e 9 milioni prossimi alla scadenza. In Uganda, 400.000 dosi di Moderna e Astrazeneca sono state buttate perché non più utilizzabili.
I Paesi a basso reddito, allertati con preavviso scarso o inesistente, non riescono a organizzare in poche settimane le campagne vaccinali e la logistica, come rileva lo stesso Ghebreyesus a dicembre 2021. Inoltre, il grosso delle consegne ai Paesi beneficiari comincia alla fine del 2021, quando l’emergenza è quasi finita e già si affaccia la variante Omicron. Passano pochi mesi e quelle dosi non le vuole più neanche l’Occidente: l’amministratore di Moderna Stéphane Bancel confessa a Davos, a maggio 2022, che sta per buttare 30 milioni di dosi perché nessuno le vuole più acquistare. A luglio 2022, il programma Covax si arena definitivamente. È ormai chiaro che l’operazione è fallita.
Secondo Dentico, «quella dei vaccini è stata una vera e propria guerra». Intorno alla quale si è dispiegata la «diplomazia vaccinale»: una volta capito che quello di Covax era un hub di smistamento e non un centro di raccolta, gli Stati hanno preferito organizzarsi per conto loro, approfittando dell’occasione per rafforzare le relazioni bilaterali con i Paesi alleati o le ex colonie. E così, la Spagna ha smistato in America Latina, la Francia in Nord Africa, Cina e India in Myanmar e Bangladesh, il Giappone nel Sudest asiatico, la Russia alla Siria, alla Bielorussia e al Kirghizistan, il Portogallo ad Angola e Mozambico, e così via. Pochi Paesi hanno incanalato oltre il 90% delle loro dosi donate a Covax. L’Italia ha regalato 54 milioni di dosi, oltre a quelle Pfizer «contrabbandate» dal ministro Luigi Di Maio in Albania per «sfidare il contratto imperialista e capitalista», come confessato dal premier albanese Edi Rama, cui è seguita la minaccia di un’azione legale da parte della Pfizer.
Insomma, quello che doveva essere uno sforzo multilaterale di solidarietà globale, si è in realtà trasformato in strumento geopolitico di tornaconto diplomatico e di reputazione: la solidarietà è stata l’ultima delle preoccupazioni. Quanto alle aziende produttrici, secondo Katerini Storeng, docente universitaria a Oslo, non hanno donato alcuna dose di vaccino a Covax, preferendo venderle attraverso accordi commerciali. Nulla di nuovo sotto il sole, insomma.
Speranza disse alle Regioni: fate voi
Ma le Regioni sono riuscite a liberarsi degli ingenti quantitativi di vaccini «della vecchia formulazione», ancora giacenti? L’unica certezza è che l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, un mese fa aveva risposto ai governatori di arrangiarsi. Lo smaltimento di quelli scaduti «dovrà avvenire a cura di codeste Regioni, analogamente a quanto già viene fatto per tutti gli altri farmaci, in coerenza con la normativa vigente in materia», faceva sapere il 23 settembre il maggiore generale Tommaso Petroni, direttore dell’Unità per il completamento della campagna vaccinale, dopo aver sentito il ministro.
Rispondeva a una richiesta di indicazioni urgenti «circa la modalità di utilizzo delle eccedenze delle scorte vaccinali anti Sars-CoV-2», che gli era arrivata due giorni prima da Raffaele Donini, coordinatore della commissione salute della Conferenza delle Regioni. Donini faceva presente che ci sono ancora «significative giacenze di vaccini monovalenti non utilizzati»; che le Regioni hanno bisogno «di disporre con rapidità di adeguati spazi per lo stoccaggio dei nuovi bivalenti» e voleva sapere se a livello nazionale era stata predisposta una procedura per donare «le dosi vaccinali eccedenti», quindi i vecchi vaccini, a Paesi più bisognosi.
Pochi giorni prima, a Petroni si era rivolta direttamente anche la Regione Puglia, chiedendo una rapida raccolta delle giacenze in magazzino di «vaccini non adattati alle varianti Omicron». Il direttore del dipartimento Promozione della salute della Regione, Vito Montanaro, sollecitava inoltre indicazioni chiare «per definire la strategia vaccinale più appropriata evitando nuovo stoccaggio di vaccini che successivamente non potranno più essere utilizzabili».
Già di per sé, appare chiaro come nel Paese esista un enorme eccesso di dosi, che significano soldi dei contribuenti buttati e richiami ancora fatti con un farmaco diventato inutile, pur di liberare magazzini ancora pieni. In questo scenario, la risposta che il governo Draghi e l’ex ministero della Salute hanno suggerito al generale di fornire, è quantomeno grottesca.
Innanzitutto, Petroni scrive alle Regioni che anche in Italia c’è «un surplus di vaccini che viene solo in parte mitigato dalle donazioni verso i Paesi a basso reddito che, attualmente, stanno avanzando una scarsa richiesta di vaccini». Questo, risulta incomprensibile: perché non chiedono vaccini? Forse perché non sono in grado di conservarlo.
Forse, la spiegazione è anche nelle righe successive. Il responsabile che aveva preso il posto di Figliuolo invita le Regioni a dare i contatti dei Paesi che intendono avere dosi (le Regioni devono farlo?), così pure «la disponibilità del Paese ricevente di farsi carico o meno dei costi di spedizione», e la quantità e i lotti con le date di scadenza «che non potranno essere inferiori a sei mesi».
Ma se la maggior parte dei vaccini immagazzinati sono scaduti o in scadenza ravvicinata, come si può pensare di poterli mandare a Paesi a basso reddito? Senza contare che il ministero degli Esteri sostiene di avere bisogno di 45 giorni, dalla ricezione della documentazione, per «dare avvio al processo di donazione».
Riassumendo, stando alle ultime indicazioni fornite dal ministero della Salute, i governatori devono arrangiarsi a smaltire i costosissimi vaccini scaduti e dovrebbero caricarsi pure dell’incombenza di verificare quali Paesi possono avere bisogno di lotti, in scadenza non prima dei prossimi sei mesi.
Speriamo che il nuovo ministro, Orazio Schillaci, intervenga per mettere un po’ d’ordine in tanto folle spreco.
La finta condiscendenza di chi regala fiale e non parla mai di terapie
Quella degli aiuti Covid al Terzo mondo non è solo la cronaca di una carità ipocrita. È anche la spia di un paternalismo insidioso, eticamente censurabile e dagli effetti sclerotizzanti sulle capacità dei Paesi in via di sviluppo di elaborare politiche sanitarie autonome. Al di là degli afflati altruistici, l’ispirazione di fondo degli Stati ricchi - e dei magnati alla Bill Gates - è questa: noi vi forniamo i mezzi per realizzare la nostra idea del vostro bene.
impegno pubblicitario
Per rendersene conto, è sufficiente registrare la discrepanza tra l’impegno - per quanto opportunistico, lacunoso, o solo «pubblicitario» - profuso per le donazioni dei vaccini e la scarsa attenzione prestata alle terapie. Per carità: è stato un problema anche alle nostre latitudini. Per mesi, le autorità sanitarie e gli esperti si sono rifiutati di ammettere che il Covid si potesse curare; il vaccino era la sola salvezza possibile; e quando, timidamente, qualcuno ha riconosciuto che le terapie esistevano e funzionavano, la preoccupazione dei più era di sottolineare che, comunque, quei trattamenti non erano alternativi alla sacra puntura.
Nel caso delle nazioni povere, la differenza di approccio è stata lampante e, probabilmente, foriera di conseguenze disastrose. Andiamo a prendere il contatore dell’Unicef sull’iniziativa Covax (la spedizione di vaccini) e sulle forniture di prodotti terapeutici. La forbice è gigantesca. L’unico farmaco che è stato indirizzato al Terzo mondo è l’antivirale della Merck, il Molnupiravir. E sapete quante dosi sono arrivate a destinazione? Poco più di 144.000. Un altro migliaio è «in transito». E verso soli tre Paesi: Cambogia, Indonesia e Zimbawe. Al resto della parte indigente del globo, niente. Evidentemente, loro non hanno bisogno di curarsi.
Il quadro non migliora se si guarda al programma Act-accelerator, il meccanismo messo in piedi per fornire «Covid tools» agli Stati che ne hanno bisogno, finanziato prevalentemente da Germania, Regno Unito, Commissione europea e Stati Uniti, per il 2% dall’Italia e per uno 0,6% dall’onnipresente fondatore di Microsoft, tramite la Gavi alliance.
Alla voce «Impact» del sito di Act-a, si scopre che i principali sforzi sono stati riservati alla fornitura di 175 milioni e rotti di tamponi e di 578 milioni di dollari di ossigeno per le terapie intensive. La filosofia è inequivocabile: basata sul dogma del tracciamento, caro all’Oms e ai tecnici mainstream - e che però ha fallito persino in Cina, dove le autorità sfruttano la sorveglianza digitale, né si fanno scrupoli a deportare e internare la gente; e su trattamenti per tenere in vita malati già gravissimi. Nessuna traccia di medicinali di comprovata efficacia sul Covid: antinfiammatori, immunomodulanti, immunosoppressori. Alcuni di essi in commercio da anni, come l’ibuprofene o l’anakinra, che è in grado di ridurre del 50% la mortalità pure tra pazienti affetti da polmonite ingravescente. Se le cure le hanno negate nelle nazioni opulente, figuratevi in quelle in via di sviluppo; i poveracci prendano quello che passa la casa. E ringrazino.
big pharma non mantiene
Similmente, è difficile dare credito a Big pharma, quando promette che si metterà a produrre direttamente nel Terzo mondo. L’ad di Gavi, Seth Berkley, di recente si è vantato delle 18 fabbriche aperte nei Paesi in via di sviluppo, pur ammettendo limiti nella condivisione delle tecnologie. Il guaio è che alcune delle iniziative delle case farmaceutiche rispondono più a esigenze di marketing che umanitarie: si apre uno stabilimento in una nazione in difficoltà, premurandosi che sia una struttura mobile, temporanea. E poi, perché fabbricare in Africa proprio vaccini a mRna? Da quelle parti non sarebbe più urgente avere a disposizioni altri farmaci?
Il punto è sempre quello: chi ha in mano le leve del potere, o possiede tanti soldi - spesso sono le stesse persone - si crede in diritto di decidere per interi popoli. Scegliendo arbitrariamente una strada piuttosto che un’altra - nel caso del Covid, i vaccini anziché le cure. Come se, dopo tanti proclami sulla decolonizzazione, fossimo ancora fermi là: al «fardello dell’uomo bianco».
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Il fallimento di Covax: in Kenya 840.000 dosi scadute, in Nigeria 1 milione, l’Uganda ne ha gettate oltre 400.000. E molti Paesi sono stati persino costretti a pagare. Così la solidarietà è diventata un business.Nei magazzini giacciono ingenti quantità di siero «delle vecchie formulazioni» non più utilizzabili. I governatori chiedono che fare, il ministero replica di smaltirle a spese loro.Dai magnati d’Occidente il solito paternalismo: valanghe di presunto immunizzante al Terzo mondo, ma appena poche migliaia di confezioni di un unico farmaco curativo.Lo speciale contiene tre articoli.A metà strada tra rischio e risiko, la partita dei vaccini (produzione, distribuzione, comunicazione) rappresenta, nel bene e nel male, lo schema esemplare della più colossale campagna marketing della storia, realizzata da enti privati delegati da istituzioni pubbliche. Una campagna che, per adeguarsi alle regole del politicamente corretto e del commercio «fair», non poteva privarsi del supporto valoriale del principio di «solidarietà». La punta di diamante della comunicazione solidale sui vaccini è stata il programma Covax, annunciato in pompa magna a inizio del 2021 dal Direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità Tedros Ghebreyesus, con l’ambizioso obiettivo dell’«equità vaccinale»: vaccini per tutti, soprattutto nei Paesi a basso reddito. Covax era stato concepito a Seattle su proposta della Bill e Melinda Gates Foundation, sostenuto dall’Onu e «disegnato in realtà secondo una logica di market efficiency», spiega Nicoletta Dentico, direttrice del programma di salute globale di Society for international development. «L’idea iniziale non era quella di donare dosi ma di diventare hub di smistamento per i vaccini Astrazeneca, prodotti in India. Covax all’inizio è quindi incentrato su un solo vaccino, Astrazeneca, e una sola licenza volontaria, al Serum Institute indiano. Tutto salta quando il premier indiano Narendra Modi decide di bloccare le esportazioni di Astrazeneca a marzo 2021, e di tenerle per l’India». Nel frattempo, il Nord del mondo non vuole più Astrazeneca, stigmatizzato a causa degli effetti collaterali (gli stessi riscontrati anche con Pfizer e Moderna… ma Astrazeneca ha il «difetto» di costare troppo poco) e appare inopportuno mandarne dosi solo ai Paesi del Sud. «È a questo punto», spiega Dentico, «che Covax deve ristrutturarsi», prefiggendosi l’obiettivo di rendere disponibili 2 miliardi di dosi di vaccini antiCovid ai Paesi che vi partecipavano, entro la fine del 2021. Di queste, almeno 1,3 miliardi avrebbero dovuto essere destinate alle economie a basso reddito. Inutile anticipare che il progetto non è andato a buon fine.Quando i primi vaccini sono approvati a fine 2020, era già chiaro che molti dei Paesi ad alto reddito avrebbero avuto accesso a molte più dosi di quelle di cui avrebbero avuto bisogno. Per dire: soltanto l’Unione europea nel 2021 si garantiva, attraverso i contratti firmati da Ursula von der Leyen, l’equivalente di circa 4,5 miliardi di dosi da distribuire a quasi 450 milioni di abitanti, vale a dire 10 dosi ad abitante, dai lattanti ai centenari. La maggior parte dei Paesi in via di sviluppo, invece, stava ancora aspettando la prima dose: a fine maggio 2021, i Paesi a basso reddito avevano ricevuto meno dell’1% dei vaccini somministrati. È a questo punto che scatta la chiamata dell’Oms: il 1 giugno 2021 Tedros Ghebreyesus rilancia le iniziative Access to Covid tools (Act-A) e Covax. Il partenariato, di cui fanno parte Gavi (l’Alleanza per i vaccini), l’Oms, l’Unicef e la Coalition for epidemic preparedness innovations (Cepi), si struttura per «condividere competenze ed esperienze». Covax viene presentato come programma di «condivisione»: poiché le aziende farmaceutiche accettavano di impegnarsi in una mastodontica produzione di dosi soltanto a fronte di ordini garantiti, i Paesi a più alto reddito si sarebbero dovuti far garanti e ordinarle, anticipando parte delle spese, anche per conto dei Paesi a basso reddito. Nel settembre 2021, l’amministratore delegato di Gavi, Seth Berkley, dichiara che «la condivisione con Covax rappresenta l’intervento più efficace per l’arresto della circolazione del virus». Il suo messaggio è sostenuto da una straordinaria copertura mediatica, supportata da immagini di leader di Paesi donatori che si lodano e s’imbrodano a vicenda per i rispettivi «contributi condivisi». Per tutto il 2021, i termini «condivisione» e «donazioni di vaccini» sono usati in modo interscambiabile, nonostante abbiano significati ontologici distinti. Nel corso dei mesi, il termine «donazione» soppianta gradualmente quello di «condivisione», con la complicità dei media che sottolineano con enfasi la «generosità» dei Paesi donatori. Il termine «donazione» è usato per descrivere sia le dosi di vaccino promesse, sia quelle effettivamente consegnate, molte di meno. Il messaggio che arriva all’opinione pubblica è che gli Stati più «ricchi» del mondo sono così prodighi da acquistare e donare dosi anche per quelli a basso reddito. Ma non è andata così. I Paesi a basso reddito queste dosi le pagano, alcuni anche sovrapprezzo: i vaccini Pfizer in Uganda e in Sudafrica sono venduti a tre volte tanto il prezzo pagato dall’Ue. Le aziende giocano sul bisogno. Alla fine, Covax sembra rispondere più a una logica di mercato che a una logica di solidarietà, come fanno le banche d’affari: organizza un sistema di prezzi scalati a seconda delle capacità dei singoli Paesi, piazza dosi Astrazeneca che gli occidentali non vogliono, riesce a inserire Pfizer e Moderna per smistarne le dosi in altri Paesi, e contemporaneamente migliora la reputazione delle aziende produttrici e dei Paesi ad alto reddito. I risultati conseguiti, però, non sono all’altezza della propaganda mediatica: le dosi donate attraverso il progetto Covax sono meno della metà di quelle commercializzate. Dei quasi 13 miliardi di dosi somministrati nel mondo, a ottobre 2022 1,797 miliardi di dosi sono consegnate attraverso Covax, ma soltanto 796 milioni di dosi in tutto il mondo sono effettivamente «donate», mentre le altre sono commercializzate a prezzi che arrivano fino a 40 dollari a dose per Moderna. Quelle donate, inoltre, spesso arrivano poco prima della scadenza o già scadute. Il governo keniota ha ricevuto quasi 840.000 vaccini scaduti prima che potessero essere somministrati al pubblico. In Nigeria, su 10 milioni di dosi donate, un milione è arrivato già scaduto e 9 milioni prossimi alla scadenza. In Uganda, 400.000 dosi di Moderna e Astrazeneca sono state buttate perché non più utilizzabili.I Paesi a basso reddito, allertati con preavviso scarso o inesistente, non riescono a organizzare in poche settimane le campagne vaccinali e la logistica, come rileva lo stesso Ghebreyesus a dicembre 2021. Inoltre, il grosso delle consegne ai Paesi beneficiari comincia alla fine del 2021, quando l’emergenza è quasi finita e già si affaccia la variante Omicron. Passano pochi mesi e quelle dosi non le vuole più neanche l’Occidente: l’amministratore di Moderna Stéphane Bancel confessa a Davos, a maggio 2022, che sta per buttare 30 milioni di dosi perché nessuno le vuole più acquistare. A luglio 2022, il programma Covax si arena definitivamente. È ormai chiaro che l’operazione è fallita. Secondo Dentico, «quella dei vaccini è stata una vera e propria guerra». Intorno alla quale si è dispiegata la «diplomazia vaccinale»: una volta capito che quello di Covax era un hub di smistamento e non un centro di raccolta, gli Stati hanno preferito organizzarsi per conto loro, approfittando dell’occasione per rafforzare le relazioni bilaterali con i Paesi alleati o le ex colonie. E così, la Spagna ha smistato in America Latina, la Francia in Nord Africa, Cina e India in Myanmar e Bangladesh, il Giappone nel Sudest asiatico, la Russia alla Siria, alla Bielorussia e al Kirghizistan, il Portogallo ad Angola e Mozambico, e così via. Pochi Paesi hanno incanalato oltre il 90% delle loro dosi donate a Covax. L’Italia ha regalato 54 milioni di dosi, oltre a quelle Pfizer «contrabbandate» dal ministro Luigi Di Maio in Albania per «sfidare il contratto imperialista e capitalista», come confessato dal premier albanese Edi Rama, cui è seguita la minaccia di un’azione legale da parte della Pfizer. Insomma, quello che doveva essere uno sforzo multilaterale di solidarietà globale, si è in realtà trasformato in strumento geopolitico di tornaconto diplomatico e di reputazione: la solidarietà è stata l’ultima delle preoccupazioni. Quanto alle aziende produttrici, secondo Katerini Storeng, docente universitaria a Oslo, non hanno donato alcuna dose di vaccino a Covax, preferendo venderle attraverso accordi commerciali. Nulla di nuovo sotto il sole, insomma.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccini-africa-covid-2658494564.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="speranza-disse-alle-regioni-fate-voi" data-post-id="2658494564" data-published-at="1666609060" data-use-pagination="False"> Speranza disse alle Regioni: fate voi Ma le Regioni sono riuscite a liberarsi degli ingenti quantitativi di vaccini «della vecchia formulazione», ancora giacenti? L’unica certezza è che l’ex ministro della Salute, Roberto Speranza, un mese fa aveva risposto ai governatori di arrangiarsi. Lo smaltimento di quelli scaduti «dovrà avvenire a cura di codeste Regioni, analogamente a quanto già viene fatto per tutti gli altri farmaci, in coerenza con la normativa vigente in materia», faceva sapere il 23 settembre il maggiore generale Tommaso Petroni, direttore dell’Unità per il completamento della campagna vaccinale, dopo aver sentito il ministro. Rispondeva a una richiesta di indicazioni urgenti «circa la modalità di utilizzo delle eccedenze delle scorte vaccinali anti Sars-CoV-2», che gli era arrivata due giorni prima da Raffaele Donini, coordinatore della commissione salute della Conferenza delle Regioni. Donini faceva presente che ci sono ancora «significative giacenze di vaccini monovalenti non utilizzati»; che le Regioni hanno bisogno «di disporre con rapidità di adeguati spazi per lo stoccaggio dei nuovi bivalenti» e voleva sapere se a livello nazionale era stata predisposta una procedura per donare «le dosi vaccinali eccedenti», quindi i vecchi vaccini, a Paesi più bisognosi. Pochi giorni prima, a Petroni si era rivolta direttamente anche la Regione Puglia, chiedendo una rapida raccolta delle giacenze in magazzino di «vaccini non adattati alle varianti Omicron». Il direttore del dipartimento Promozione della salute della Regione, Vito Montanaro, sollecitava inoltre indicazioni chiare «per definire la strategia vaccinale più appropriata evitando nuovo stoccaggio di vaccini che successivamente non potranno più essere utilizzabili». Già di per sé, appare chiaro come nel Paese esista un enorme eccesso di dosi, che significano soldi dei contribuenti buttati e richiami ancora fatti con un farmaco diventato inutile, pur di liberare magazzini ancora pieni. In questo scenario, la risposta che il governo Draghi e l’ex ministero della Salute hanno suggerito al generale di fornire, è quantomeno grottesca. Innanzitutto, Petroni scrive alle Regioni che anche in Italia c’è «un surplus di vaccini che viene solo in parte mitigato dalle donazioni verso i Paesi a basso reddito che, attualmente, stanno avanzando una scarsa richiesta di vaccini». Questo, risulta incomprensibile: perché non chiedono vaccini? Forse perché non sono in grado di conservarlo. Forse, la spiegazione è anche nelle righe successive. Il responsabile che aveva preso il posto di Figliuolo invita le Regioni a dare i contatti dei Paesi che intendono avere dosi (le Regioni devono farlo?), così pure «la disponibilità del Paese ricevente di farsi carico o meno dei costi di spedizione», e la quantità e i lotti con le date di scadenza «che non potranno essere inferiori a sei mesi». Ma se la maggior parte dei vaccini immagazzinati sono scaduti o in scadenza ravvicinata, come si può pensare di poterli mandare a Paesi a basso reddito? Senza contare che il ministero degli Esteri sostiene di avere bisogno di 45 giorni, dalla ricezione della documentazione, per «dare avvio al processo di donazione». Riassumendo, stando alle ultime indicazioni fornite dal ministero della Salute, i governatori devono arrangiarsi a smaltire i costosissimi vaccini scaduti e dovrebbero caricarsi pure dell’incombenza di verificare quali Paesi possono avere bisogno di lotti, in scadenza non prima dei prossimi sei mesi. Speriamo che il nuovo ministro, Orazio Schillaci, intervenga per mettere un po’ d’ordine in tanto folle spreco. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccini-africa-covid-2658494564.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-finta-condiscendenza-di-chi-regala-fiale-e-non-parla-mai-di-terapie" data-post-id="2658494564" data-published-at="1666609060" data-use-pagination="False"> La finta condiscendenza di chi regala fiale e non parla mai di terapie Quella degli aiuti Covid al Terzo mondo non è solo la cronaca di una carità ipocrita. È anche la spia di un paternalismo insidioso, eticamente censurabile e dagli effetti sclerotizzanti sulle capacità dei Paesi in via di sviluppo di elaborare politiche sanitarie autonome. Al di là degli afflati altruistici, l’ispirazione di fondo degli Stati ricchi - e dei magnati alla Bill Gates - è questa: noi vi forniamo i mezzi per realizzare la nostra idea del vostro bene. impegno pubblicitario Per rendersene conto, è sufficiente registrare la discrepanza tra l’impegno - per quanto opportunistico, lacunoso, o solo «pubblicitario» - profuso per le donazioni dei vaccini e la scarsa attenzione prestata alle terapie. Per carità: è stato un problema anche alle nostre latitudini. Per mesi, le autorità sanitarie e gli esperti si sono rifiutati di ammettere che il Covid si potesse curare; il vaccino era la sola salvezza possibile; e quando, timidamente, qualcuno ha riconosciuto che le terapie esistevano e funzionavano, la preoccupazione dei più era di sottolineare che, comunque, quei trattamenti non erano alternativi alla sacra puntura. Nel caso delle nazioni povere, la differenza di approccio è stata lampante e, probabilmente, foriera di conseguenze disastrose. Andiamo a prendere il contatore dell’Unicef sull’iniziativa Covax (la spedizione di vaccini) e sulle forniture di prodotti terapeutici. La forbice è gigantesca. L’unico farmaco che è stato indirizzato al Terzo mondo è l’antivirale della Merck, il Molnupiravir. E sapete quante dosi sono arrivate a destinazione? Poco più di 144.000. Un altro migliaio è «in transito». E verso soli tre Paesi: Cambogia, Indonesia e Zimbawe. Al resto della parte indigente del globo, niente. Evidentemente, loro non hanno bisogno di curarsi. Il quadro non migliora se si guarda al programma Act-accelerator, il meccanismo messo in piedi per fornire «Covid tools» agli Stati che ne hanno bisogno, finanziato prevalentemente da Germania, Regno Unito, Commissione europea e Stati Uniti, per il 2% dall’Italia e per uno 0,6% dall’onnipresente fondatore di Microsoft, tramite la Gavi alliance. Alla voce «Impact» del sito di Act-a, si scopre che i principali sforzi sono stati riservati alla fornitura di 175 milioni e rotti di tamponi e di 578 milioni di dollari di ossigeno per le terapie intensive. La filosofia è inequivocabile: basata sul dogma del tracciamento, caro all’Oms e ai tecnici mainstream - e che però ha fallito persino in Cina, dove le autorità sfruttano la sorveglianza digitale, né si fanno scrupoli a deportare e internare la gente; e su trattamenti per tenere in vita malati già gravissimi. Nessuna traccia di medicinali di comprovata efficacia sul Covid: antinfiammatori, immunomodulanti, immunosoppressori. Alcuni di essi in commercio da anni, come l’ibuprofene o l’anakinra, che è in grado di ridurre del 50% la mortalità pure tra pazienti affetti da polmonite ingravescente. Se le cure le hanno negate nelle nazioni opulente, figuratevi in quelle in via di sviluppo; i poveracci prendano quello che passa la casa. E ringrazino. big pharma non mantiene Similmente, è difficile dare credito a Big pharma, quando promette che si metterà a produrre direttamente nel Terzo mondo. L’ad di Gavi, Seth Berkley, di recente si è vantato delle 18 fabbriche aperte nei Paesi in via di sviluppo, pur ammettendo limiti nella condivisione delle tecnologie. Il guaio è che alcune delle iniziative delle case farmaceutiche rispondono più a esigenze di marketing che umanitarie: si apre uno stabilimento in una nazione in difficoltà, premurandosi che sia una struttura mobile, temporanea. E poi, perché fabbricare in Africa proprio vaccini a mRna? Da quelle parti non sarebbe più urgente avere a disposizioni altri farmaci? Il punto è sempre quello: chi ha in mano le leve del potere, o possiede tanti soldi - spesso sono le stesse persone - si crede in diritto di decidere per interi popoli. Scegliendo arbitrariamente una strada piuttosto che un’altra - nel caso del Covid, i vaccini anziché le cure. Come se, dopo tanti proclami sulla decolonizzazione, fossimo ancora fermi là: al «fardello dell’uomo bianco».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast dell'11 marzo con Carlo Cambi
L’aumento delle bollette energetiche legato alle tensioni in Medio Oriente preoccupa le famiglie italiane. Secondo Eumetra, il 68% ridurrebbe altre spese, dal tempo libero all’abbigliamento, e quasi un quarto potrebbe rinviare visite mediche o controlli dentistici.
Le tensioni in Medio Oriente e il rischio di nuovi rincari dell’energia tornano a pesare sulle preoccupazioni delle famiglie italiane. Se le bollette di luce e gas dovessero aumentare tra il 10 e il 20 per cento, due famiglie su tre sarebbero costrette a ridurre altre spese. È quanto emerge da una ricerca realizzata da Eumetra subito dopo l’attacco all’Iran da parte di Stati Uniti e Israele, che prova a misurare gli effetti delle tensioni geopolitiche sui bilanci domestici.
Secondo l’indagine, solo una minoranza degli italiani ritiene di poter assorbire senza particolari difficoltà un aumento delle bollette energetiche. Il 12 per cento lo considera sostenibile, mentre il 39 per cento parla di una situazione gestibile ma a prezzo di sacrifici. Più critica la posizione di chi teme un impatto pesante: il 31 per cento giudica l’aumento difficile da sostenere e un ulteriore 18 per cento lo definisce addirittura molto critico. Le difficoltà risultano più marcate tra le donne e nelle regioni del Sud e delle Isole. La quota di chi definisce la situazione “molto critica” è invece più elevata nel Centro Italia.
L’effetto immediato sarebbe un taglio ai consumi. Il 68 per cento degli intervistati afferma infatti che dovrebbe ridurre altre spese per compensare l’aumento dei costi energetici, mentre il 32 per cento ritiene che i propri comportamenti di consumo resterebbero invariati. Anche in questo caso emergono differenze di genere: tra gli uomini il 63 per cento prevede di comprimere altre spese, percentuale che sale al 72 per cento tra le donne. I tagli riguarderebbero soprattutto il tempo libero e le uscite, indicati dal 71 per cento di chi prevede di ridurre i consumi. Seguono la riduzione dell’energia domestica (64 per cento) e le spese per abbigliamento e accessori (62 per cento). Quasi la metà degli intervistati, il 49 per cento, limiterebbe invece spostamenti e trasporti non strettamente necessari.
Non mancano però segnali più preoccupanti. Il 26 per cento dichiara che ridurrebbe anche la spesa alimentare e il 24 per cento afferma che potrebbe rinviare visite mediche, controlli o cure dentistiche. Una scelta che riguarderebbe in particolare le donne. Le strategie cambiano anche in base all’età e al territorio. Gli over 55 indicano più spesso la riduzione dei consumi energetici domestici, scelta citata dal 71 per cento e che nel Nord Est arriva all’81 per cento. Nella stessa fascia d’età è più diffusa anche l’intenzione di tagliare le spese per abbigliamento e accessori, indicata dal 73 per cento. Tra i 35 e i 54 anni emerge invece con maggiore frequenza la volontà di limitare spostamenti e trasporti non indispensabili.
Il tema dei rincari energetici si riflette anche sul dibattito sulle politiche energetiche. Il 41 per cento degli italiani ritiene che il Paese debba accelerare sullo sviluppo delle energie rinnovabili, opzione che raccoglie il maggior consenso. Il 27 per cento punta invece su nuovi accordi per l’importazione di energia, mentre il 24 per cento considera prioritario sviluppare il nucleare, una soluzione che trova maggiore sostegno tra i giovani tra i 18 e i 34 anni. Solo l’8 per cento ritiene che non sia necessario cambiare l’attuale strategia energetica.
Secondo Matteo Lucchi, amministratore delegato di Eumetra, le tensioni internazionali confermano quanto l’energia sia diventata un fattore centrale per la stabilità economica e sociale. Anche aumenti relativamente contenuti delle bollette, osserva, possono produrre effetti a catena sui consumi delle famiglie, con conseguenze che finiscono per coinvolgere l’intero sistema economico.
Nel complesso, conclude la ricerca, il rischio di bollette più alte non riguarda soltanto il settore energetico ma potrebbe tradursi in una contrazione diffusa dei consumi, influenzando le scelte quotidiane delle famiglie e alimentando allo stesso tempo una crescente domanda di cambiamento nelle politiche energetiche del Paese.
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Ansa
Secondo alcune fonti il motivo del ritardo risiede nel fatto che le accise mobili da sole non basterebbero per temperare l’emergenza prezzi. Si starebbe quindi lavorando ad un pacchetto più ampio che potrebbe entrare nel dl bollette. Resta il tema delle coperture, difficile reperirle nella situazione attuale, problema a cui il Mef sta lavorando in queste ore.
Ma la lentezza di intervento è un’epidemia europea. Uno dei pochi casi in cui sembrano tutti allineati. Anche in Francia il dibattito sul caro-carburante domina la scena ma il governo guidato da Sébastien Lecornu punta a rafforzare i controlli (così come annunciato dall’esecutivo Meloni) chiudendo all’ipotesi di un taglio delle accise per mancanza di risorse. «Bisogna aspettare» ha detto su Tf1 il ministro del Commercio escludendo ad ogni modo un taglio delle tasse su benzina e gasolio. L’opinione più diffusa è che si tratti di una bolla speculativa. Il commissario europeo all’Energia, Dan Jorgensen, in conferenza stampa a Strasburgo ha detto: «Abbiamo imparato delle lezioni dal 2022. Non siamo in una situazione neanche lontanamente così grave come nel 2022, ma abbiamo comunque tratto degli insegnamenti da quell’esperienza. Se ciò accadrà, ci dovranno essere misure temporanee e mirate. Quindi non stiamo parlando di cambiare in modo fondamentale la struttura della determinazione dei prezzi, per esempio il prezzo del carbonio (Ets) o altri meccanismi». La vicepresidente della Commissione europea, la socialista spagnola Teresa Ribera, ha aggiunto: «Il design del mercato dell'energia elettrica è stato rivisto nel 2023 e fornisce una serie di strumenti che non sono pienamente sfruttati. Sappiamo che c’è chi ritiene che potremmo aver bisogno di un disaccoppiamento dei prezzi dell’energia sul mercato ma forse il disaccoppiamento non aiuterebbe a ottenere prezzi più bassi».
La Commissione europea ha inviato una comunicazione in cui raccomanda agli Stati di permettere il cambio di fornitori di elettricità più rapidamente (entro un giorno), oneri più bassi sulle bollette e più trasparenza sulle informazioni relative a contratti e fatture.
Il punto di partenza è che tasse e oneri sull’elettricità rappresentano in media il 25% del prezzo per le famiglie e per questo Bruxelles dice di voler sostenere gli Stati membri anche se, nel contesto delle regole di bilancio che permettono una flessibilità decisamente limitata.
Al termine del Consiglio dei ministri il premier, Giorgia Meloni, ha preso parte a una videocall convocata da Italia, Germania e Belgio tra leader per fare il punto su semplificazione ed energia nel quadro della crisi dei prezzi causata dal conflitto in Iran e nel Golfo. Meloni «si è in particolare soffermata sulla necessità di una sospensione temporanea del meccanismo di tassazione del carbonio (ETS) sulla produzione di energia, in attesa di una rapida e più ampia revisione del meccanismo per affrontare anche i temi delle quote gratuite, della volatilità delle tariffe ETS nonché dell’interazione del meccanismo ETS con le regole del mercato elettrico europeo. Attenzione è stata anche riservata al completamento del Mercato unico e alla semplificazione regolatoria europea».
Il cdm è durato circa un’ora e tra le misure c’è stata la «ratifica ed esecuzione dell’accordo di partenariato tra la Costa d'Avorio e la Comunità europea uno schema di ddl di «ratifica ed esecuzione dell’accordo in materia di coproduzione cinematografica con la Cina». E ancora, l’attuazione della direttiva su prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani. Infine si è discusso dei meccanismi che gli Stati membri devono istituire per prevenire l’uso del sistema finanziario a fini di riciclaggio o finanziamento del terrorismo.
Accolta la proposta del ministro della protezione civile Nello Musumeci sullo stato di emergenza in Calabria per un anno stanziando 15 milioni di euro per «i primi interventi urgenti di soccorso e assistenza alla popolazione e al ripristino della funzionalità dei servizi pubblici e delle infrastrutture». Infine, il decreto Infrastrutture dovrà tornare in cdm dopo le correzioni della Ragioneria Generale. Lo si apprende da fonti di governo. Il dl aveva avuto il via libera dal Consiglio dei ministri lo scorso 5 febbraio e quindi «ha definito ulteriormente l’iter approvativo del Ponte sullo Stretto in conformità ai rilievi della Corte dei conti».
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