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2025-11-15
La Cgia sbertuccia Schlein & C. «Le patrimoniali esistono già»
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Da sinistra, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli e Maurizio Landini (Ansa)
C’è, tuttavia, un piccolo dettaglio che dem, sinistri e sindacalisti vari sembrano trascurare: le patrimoniali esistono già e fruttano non poco alle casse dello Stato. Nel 2024, ad esempio, hanno assicurato all’erario 51,2 miliardi di euro. A dirlo è l’ufficio studi della Cgia di Mestre, precisando che, nell’ultimo ventennio, il gettito riconducibile a tali forme di prelievo è aumentato del 74%. La componente più rilevante del prelievo patrimoniale è rappresentata dall’Imu, che viene applicata sulle prime case di lusso, sulle seconde o terze case, sui capannoni, sugli uffici, i negozi e i terreni fabbricabili e che nel solo anno passato ha generato entrate pari a 23 miliardi di euro; il che significa il 45% dell’intero ammontare riconducibile alle imposte sulla ricchezza. Seguono, quindi, l’imposta di bollo, che grava obbligatoriamente sui conti correnti, sui quelli di deposito, sulle fatture, sulle ricevute, (e che vale 8,9 miliardi) e il bollo auto, tassa di possesso applicata dalle Regioni, costato agli italiani 7,5 miliardi. Infine, l’imposta di registro che si paga quando si effettua una compravendita immobiliare o quando si stipula un contratto di affitto ci è costata 6,1 miliardi di euro.
E chi denuncia che con l’esecutivo di centrodestra guidato da Giorgia Meloni il carico fiscale sulle famiglie sia aumentato, può trovare agilmente smentita nel rapporto dell’Associazione artigiani. Secondo la Cgia, l’aumento della pressione fiscale registrato tra il 2022 e il 2025 - salita dall’41,7% al 42,8% del Pil - non è dovuto a un aggravio diretto per le famiglie. La crescita, spiegano gli analisti, è in parte legata alla contabilizzazione come «spesa pubblica» di una quota del taglio del cuneo fiscale, tramite bonus destinati ai redditi fino a 20.000 euro. «Se la pressione fiscale è in crescita, in parte è attribuibile al fatto che il taglio del cuneo fiscale non è solo costituito dalla riduzione dell’Irpef, ma anche da un bonus a favore dei lavoratori dipendenti con reddito fino a 20.000 euro», spiega il documento. La contabilizzazione del bonus come aumento della spesa pubblica impedisce a circa 0,2 punti di riflettersi in una riduzione della pressione fiscale totale.
Altri fattori che hanno contribuito all’aumento del gettito sono la crescita dell’occupazione - un milione di lavoratori in più tra fine 2022 e agosto 2025 - e i rinnovi contrattuali che hanno incrementato le retribuzioni in numerose categorie, con effetti diretti sulle entrate tributarie e contributive. Il report segnala, inoltre, la sospensione di alcune deduzioni per le imprese e l’abrogazione dell’Ace (ossia l’Aiuto alla crescita economica), misure che hanno interessato soprattutto srl e spa, circa il 35% del totale delle aziende italiane.
La necessità primaria che traspare è combattere l’evasione fiscale. I dati del Mef indicano per il 2022 un mancato gettito di 102,5 miliardi. Sulla base dell’economia non osservata presente in ciascuna Regione, la Cgia ha ripartito la propensione all’evasione: Calabria, Puglia e Campania registrano i valori più elevati, rispettivamente con il 20,9%, il 18,9% e il 18,5% della ricchezza prodotta. I territori con i livelli più bassi sono la Provincia autonoma di Bolzano (8,4%), la Lombardia (8,8%) e la Provincia autonoma di Trento (9,7%). Viceversa, se si osserva la graduatoria dell’evasione in termini assoluti, sono ovviamente le Regioni più ricche e popolate a occupare le prime posizioni: traina la Lombardia con un mancato gettito pari a 16,7 miliardi di euro. Seguono Lazio (11,4 miliardi), Campania (9,4), Veneto ed Emilia-Romagna (entrambe con 7,8).
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Secondo uno studio, solo nel 2024 hanno assicurato all’erario ben 51,2 miliardi di euro.A sinistra c’è gente come Maurizio Landini, Elly Schlein o l’immancabile duo Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni che si sgola per denunciare il presunto squilibrio della pressione fiscale che grava sui cittadini e chiede a gran voce che i ricchi paghino di più, perché hanno più soldi. In parole povere: vogliono la patrimoniale. E sono tornati a chiederla a gran voce, negli ultimi giorni, come se fosse l’estrema ancora di salvataggio per il Paese.C’è, tuttavia, un piccolo dettaglio che dem, sinistri e sindacalisti vari sembrano trascurare: le patrimoniali esistono già e fruttano non poco alle casse dello Stato. Nel 2024, ad esempio, hanno assicurato all’erario 51,2 miliardi di euro. A dirlo è l’ufficio studi della Cgia di Mestre, precisando che, nell’ultimo ventennio, il gettito riconducibile a tali forme di prelievo è aumentato del 74%. La componente più rilevante del prelievo patrimoniale è rappresentata dall’Imu, che viene applicata sulle prime case di lusso, sulle seconde o terze case, sui capannoni, sugli uffici, i negozi e i terreni fabbricabili e che nel solo anno passato ha generato entrate pari a 23 miliardi di euro; il che significa il 45% dell’intero ammontare riconducibile alle imposte sulla ricchezza. Seguono, quindi, l’imposta di bollo, che grava obbligatoriamente sui conti correnti, sui quelli di deposito, sulle fatture, sulle ricevute, (e che vale 8,9 miliardi) e il bollo auto, tassa di possesso applicata dalle Regioni, costato agli italiani 7,5 miliardi. Infine, l’imposta di registro che si paga quando si effettua una compravendita immobiliare o quando si stipula un contratto di affitto ci è costata 6,1 miliardi di euro.E chi denuncia che con l’esecutivo di centrodestra guidato da Giorgia Meloni il carico fiscale sulle famiglie sia aumentato, può trovare agilmente smentita nel rapporto dell’Associazione artigiani. Secondo la Cgia, l’aumento della pressione fiscale registrato tra il 2022 e il 2025 - salita dall’41,7% al 42,8% del Pil - non è dovuto a un aggravio diretto per le famiglie. La crescita, spiegano gli analisti, è in parte legata alla contabilizzazione come «spesa pubblica» di una quota del taglio del cuneo fiscale, tramite bonus destinati ai redditi fino a 20.000 euro. «Se la pressione fiscale è in crescita, in parte è attribuibile al fatto che il taglio del cuneo fiscale non è solo costituito dalla riduzione dell’Irpef, ma anche da un bonus a favore dei lavoratori dipendenti con reddito fino a 20.000 euro», spiega il documento. La contabilizzazione del bonus come aumento della spesa pubblica impedisce a circa 0,2 punti di riflettersi in una riduzione della pressione fiscale totale.Altri fattori che hanno contribuito all’aumento del gettito sono la crescita dell’occupazione - un milione di lavoratori in più tra fine 2022 e agosto 2025 - e i rinnovi contrattuali che hanno incrementato le retribuzioni in numerose categorie, con effetti diretti sulle entrate tributarie e contributive. Il report segnala, inoltre, la sospensione di alcune deduzioni per le imprese e l’abrogazione dell’Ace (ossia l’Aiuto alla crescita economica), misure che hanno interessato soprattutto srl e spa, circa il 35% del totale delle aziende italiane.La necessità primaria che traspare è combattere l’evasione fiscale. I dati del Mef indicano per il 2022 un mancato gettito di 102,5 miliardi. Sulla base dell’economia non osservata presente in ciascuna Regione, la Cgia ha ripartito la propensione all’evasione: Calabria, Puglia e Campania registrano i valori più elevati, rispettivamente con il 20,9%, il 18,9% e il 18,5% della ricchezza prodotta. I territori con i livelli più bassi sono la Provincia autonoma di Bolzano (8,4%), la Lombardia (8,8%) e la Provincia autonoma di Trento (9,7%). Viceversa, se si osserva la graduatoria dell’evasione in termini assoluti, sono ovviamente le Regioni più ricche e popolate a occupare le prime posizioni: traina la Lombardia con un mancato gettito pari a 16,7 miliardi di euro. Seguono Lazio (11,4 miliardi), Campania (9,4), Veneto ed Emilia-Romagna (entrambe con 7,8).
Maurizio Gasparri (Ansa)
Alla luce dell’ultima sentenza della Corte Costituzionale sulla legge toscana, secondo le stesse fonti del centrodestra, è in atto una fase di studio e di approfondimento che potrebbe portare anche a una riapertura del termine per la presentazione degli emendamenti. Sulla necessità di procedere non ha dubbi il capogruppo al senato di Forza Italia, Maurizio Gasparri. «Bisogna fare una legge nazionale», dice Gasparri alla Verità, «prima che Regioni e Corte Costituzionale causino guasti maggiori. Non è facile trovare un punto di sintesi, ma bisogna trovarlo. La sentenza della Consulta in realtà mette dei paletti molto forti rispetto alla legge toscana ma lascia alcuni spiragli aperti al ruolo del servizio sanitario nazionale, in termini tecnici difficili da aggirare. È una delle questioni che in Senato è ancora in corso di approfondimento. Ovvio che», aggiunge Gasparri, «piacciano o meno, le sentenze della Corte determinano un orientamento. Valorizziamo i paletti che pone arginando gli sconfinamenti delle Regioni ma riflettiamo su alcune indicazioni. È un tema delicato che non si può affrontare con superficialità. Una deriva eutanasia nella società c’è e va arginata, tra mille problemi e difficoltà». «Dal mio punto di vista la sentenza non incide negativamente sull'impianto della nostra legg», ha detto all’Agi Ignazio Zullo (Fdi), uno dei relatori del testo presentato dalla maggioranza al Senato, «anzi valorizza il percorso delle cure palliative, la necessità di tempi più lunghi nella valutazione delle condizioni in cui versa la persona che chiede di essere aiutata a porre fine alla propria vita, l’organizzazione dei comitati etici e l’impossibilita' che la richiesta possa avvenire per delega».
È il ruolo del servizio sanitario nazionale ad essere il punto che divide più di tutti gli altri il centrodestra (che vuole escludere il Ssn dalla pratica del suicidio assistito) dalla sinistra (che invece vuole che il Ssn si faccia carico, in caso di richiesta, di questa prestazione). Nella sentenza, la Corte precisa che «la dichiarazione di illegittimità costituzionale dell’art. 7, comma 1, della legge regionale Toscana n. 16 del 2025 lascia intatto il diritto della persona, in relazione alla quale siano state positivamente verificate le condizioni per l’accesso al suicidio medicalmente assistito, di ottenere dalle aziende del servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura, come del resto affermato nella ricordata sentenza n. 132 del 2025, che riveste, da questo punto di vista, portata auto applicativa». Dunque, un ruolo il Ssn deve svolgerlo, seppure di assistenza e contorno, oltre che per la fornitura di farmaco e dispositivi. Il senatore del Pd Bazoli, vicepresidente del gruppo dem a Palazzo Madama, vede uno spiraglio: «Direi che, sotto il profilo del ruolo del Ssn», commenta Bazoli alla Verità, «la parte rilevante di questa sentenza è quella in cui ribadisce a chiare lettere che la persona che si trova nelle condizioni stabilite dalla Corte ha “il diritto” di ottenere dalle aziende sanitarie locali il farmaco, gli strumenti necessari e l’assistenza sanitaria opportuna per eseguire il proposito di suicidio. È una conferma importante, alla quale il legislatore nazionale ovviamente non può in alcun modo derogare. È un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile».
La Regione Toscana ha già messo in movimento i propri uffici per correggere la legge cassando o modificando i numerosi articoli bocciati dalla Corte. «La Corte costituzionale», dichiarano la segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni Filomena Gallo e il tesoriere Marco Cappato, «ha dichiarato infondata la richiesta del governo di cancellare la legge regionale della Toscana dell’Associazione Luca Coscioni sulle procedure di fine vita. È una decisione importante anche perché conferma il ruolo del servizio sanitario nazionale. Ora ripresenteremo il testo rivisto dalla Corte in tutte le Regioni». Le distanze tra centrodestra e sinistra restano intatte: si tratta di capire se esista una maggioranza convinta della necessità di legiferare. In assenza, la legislatura si chiuderà senza un testo approvato.
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