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2018-08-03
Vacanza finita per i latitanti italiani a Dubai
Il grand hotel Dubai chiude. Le vacanze nel Golfo Persico degli italiani latitanti lì da anni sono finite: è prevista per oggi, salvo colpi di scena, la ratifica del trattato di estradizione tra Italia ed Emirati Arabi firmato nel 2015. Superato il passaggio normativo legato alla pena di morte (negli Emirati Arabi è prevista dalla legislazione) che ne impediva la completa approvazione da parte italiana, si va alla ratifica in Parlamento. Una pessima notizia per chi, criminale economico o padrino della mala, aveva scelto quel Paese perché si sentiva al sicuro.
Potrebbero essere guai seri, ad esempio, per il potente armatore siciliano ed ex parlamentare Amedeo Matacena, condannato in via definitiva a tre anni per concorso esterno in associazione mafiosa e dal 2014 ricercato con un mandato di cattura internazionale per un'inchiesta su un trasferimento fraudolento di beni che vede tra gli indagati anche l'ex ministro Claudio Scajola.
L'altro big a cui potrebbero tremare le gambe è il cognato dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini: Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, a Dubai già ci viveva prima che il gip di Roma Simonetta D'Alessandro disponesse per lui la privazione della libertà personale con l'accusa di aver riciclato i soldi del re del gioco d'azzardo legalizzato Francesco Corallo. Tulliani, nel mese di marzo dello scorso anno, al termine di inutili ricerche, è stato dichiarato latitante. Il 4 novembre, dopo essere stato inseguito da una troupe di giornalisti di La7, si rivolse alla polizia per protestare. Fu in quell'occasione che scoprì l'esistenza di un mandato di cattura internazionale che pendeva sulla sua testa e che ora potrebbe riportarlo in Italia.
Dubai è la meta scelta, sin dal 2010, anche dal famigerato manager in bancarotta Samuele Landi, ex amministratore delegato di Eutelia, il quale porta sulle spalle due condanne che sommate fanno un totale di 15 anni di detenzione. Negli Emirati ha ripreso a fare affari e ha avviato un'azienda che sta sperimentando sistemi di telecomunicazione non intercettabili.
Stessa spiaggia e stesso mare per Andrea Nucera, costruttore fallito, ricercato per la bancarotta fraudolenta nata dal crac della società Geo, dopo la lottizzazione abusiva della zona diventata il più grande cantiere edile del Ponente ligure. Nucera, che nel suo esilio arabo si è portato dietro la nonnina ultranovantenne, ha avviato nuove attività imprenditoriali, aprendo ristoranti e negozi.
Anche Claudio Cirinnà, fratello della Signora delle unioni civili, fu cercato dai carabinieri inutilmente a Dubai, meta scelta per sottrarsi a un'indagine su una brutta faccenda legata a un traffico illecito di carburante tra l'Italia e la Repubblica Ceca. Nelle intercettazioni lo definivano «il matematico» e, infatti, con precisione matematica, sparì proprio il giorno delle perquisizioni.
Da anni si godono una insolente vacanza nel Golfo Persico due capibastone della camorra: Tano Schettino, considerato dalla Procura antimafia napoletana il broker della droga del clan degli scissionisti di Scampia (nel 2016 fu arrestato e liberato a Dubai nel giro di 40 giorni) e il suo socio in affari Raffaele Imperiale, al secolo Lelluccio Ferrarelle, perché passò con successo dalla distribuzione delle acque minerali alla grande distribuzione della cocaina. Anche Imperiale ha scelto Dubai, dove vive spendendo ogni mese 400.000 euro, almeno secondo le stime tracciate fino al 2016, anno dell'inchiesta che ha disposto il suo arresto.
A Dubai c'è anche Mazinga, nomignolo usato da Massimiliano Alfano, giovane salernitano, romano d'adozione, che ordinò la gambizzazione di un'estetista sessantenne nel quartiere Ardeatino. Si era trasferito sul Golfo già prima dell'arresto anche Anton Giulio Alberico Cetti Serbelloni, rampollo di una famiglia nobile di Milano che nell'albero genealogico vanta anche un papa, Pio IV, e che ha costruito un impero nel campo immobiliare e dell'arte. È finito a Dubai per un'evasione fiscale da un miliardo di euro. In Italia è atteso per un ordine di esecuzione per l'espiazione di una pena residua di poco più di otto anni di reclusione.
L'ultimo nome della lista è quello dell'imprenditore piacentino Luigi Provini, ricercato con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio per un giro di frodi fiscali nel quale sarebbero finite anche le sponsorizzazioni di team e piloti di Formula uno e rally.
E ora che il trattato è quasi legge per loro potrebbe essere in preparazione un biglietto di sola andata per l'Italia. Potrebbe. Perché non è detto che l'estradizione sia automatica: la magistratura valuterà gli incartamenti giudiziari, ma è al governo emirato che spetterà comunque l'ultima parola.
Fabio Amendolara
Le mete preferite dai banditi in fuga. Ma un porto sicuro per loro non c’è
È un duro colpo per la criminalità perdere Dubai come città ideale per la propria latitanza. Da anni nell'avamposto degli Emirati Arabi Uniti non si rifugiavano solo gli italiani rincorsi da mandati di cattura internazionali, ma anche inglesi o francesi che avevano trovato nell'emirato il posto ideale dove potersi dare alla macchia. Del resto al giorno d'oggi non è facile trovare un Paese dove scappare e trovare rifugio per evitare le patrie galere. Lo sanno bene gli avvocati di diversi criminali che hanno imparato a diffidare dei consigli che i loro clienti ricevono per ottenere ospitalità.
L'estradizione e i mandati di cattura sono regolati da trattati internazionali che vengono stipulati dai singoli Paesi. Ma spesso e volentieri c'è chi ribalta le carte in tavola, contrattando altri favori politici oppure anche commesse con importanti aziende di Stato. L'Italia, regno di mafia, 'ndrangheta e camorra, non ha al momento stipulato trattati di estradizione con l'Angola, l'Arabia Saudita, l'isola di Aruba, il Barhain, le Barbados, il Belize, le Bermuda, la Bierlorussia, il Botswana, il Bhutan, la Costa d'Avorio, la Dominica, l'Etiopia, le isole Fiji, le Filippine, il Gibuti, la Guinea Bissau, Capo Verde, la Guinea Equatoriale, Haiti, l'Indonesia, la Liberia, la Libia, la Malesia, la Mongolia, il Myanmar, la Namibia, il Mozambico, la Papua Nuova Guinea, la Repubblica Democratica del Congo, lo Swaziland, l'Uganda, lo Yemen, lo Zimbabwe e il Turkmenistan.
Sono posti «sicuri»? A detta di alcuni legali contatti dalla Verità che vogliono mantenere l'anonimato, non troppo. Proprio perché spesso l'estradizione di un latitante può rientrare in un gioco politico interno al Paese che lo richiede, innescando così estradizioni lampo o mandati di arresto, oppure al contrario, fermando le procedure di espatrio. Per di più spesso i ricercati italiani all'estero fanno valere in giudizio la situazione malandata delle nostre carceri o anche il carcere duro del 41 bis, che spesso nel mondo non viene riconosciuto. Nel 2016 ci fu il caso di Stefano Marchi, considerato uno dei 100 più pericolosi latitanti italiani, trafficante internazionale di cocaina, scappato nel 2011 sull'isola di Capo Verde perché condannato a 20 anni di reclusione. La Procura di Genova riuscì a farlo arrestare solo nel 2014, ma non è mai riuscita a estradarlo.
Tra i latitanti italiani più pericolosi, oltre a Mattia Messina Denaro, considerato l'ultimo capo della mafia, c'è Marco Di Lauro, un camorrista figlio di Paolo detto Ciruzzo o'milionario, protagonista delle faide di Scampia. È in fuga da 13 anni, c'è chi sostiene di averlo visto negli Emirati Arabi, ma l'Interpol e la mitica sezione Catturandi dei carabinieri, gli investigatori che inseguono i «fantasmi», continuano a cercarlo. Certo, c'è poi chi dice che possa essere ancora in Italia, ma sui super latitanti le voci sono incontrollate: lo stesso Messina Denaro è stato più volte accostato a tantissimi Paesi tra cui la stessa Capo Verde. Una delle latitanze più lunghe che si ricordino è stata quella di Vito Roberto Palazzolo, considerato dai magistrati palermitani il cassiere di Totò Riina, braccato solamente nel 2012 in Thailandia, dopo una vita dorata in Sudafrica. Ora Palazzolo si trova nel carcere di Opera, ma quando scappò all'inizio degli anni Novanta, ricercato dalle polizie di mezzo mondo, tra cui l'Fbi americana e persino quella svizzera, spesso faceva avanti e indietro tra Cape Town e lo Swaziland, territorio più sicuro. In quel caso le autorità sudafricane hanno protetto Palazzolo dalle richieste di estradizione in Italia, anche perché lui aveva costruito intorno a sé una forte rete politica che gli permetteva di restare al sicuro. Solo un avventato viaggio a Bangkok permise ai magistrati di Palermo di braccarlo e assicurarlo alla giustizia. Insomma, c'è chi può permettersi la latitanza e chi no.
Alessandro Da Rold
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Oggi la ratifica del trattato di estradizione con gli Emirati. Non solo Amedeo Matacena e Giancarlo Tulliani, ecco tutti i ricercati che si sono rintanati nel Paese arabo e potrebbero dover rientrare in patria. O meglio, in carcere. C'è pure un mafioso che vive con 400.000 euro al mese.Le mete preferite dai banditi in fuga Ma un porto sicuro per loro non c'è. L'assenza di accordi con Roma in materia penale non garantisce affatto l'impunità.Lo speciale contiene due articoliIl grand hotel Dubai chiude. Le vacanze nel Golfo Persico degli italiani latitanti lì da anni sono finite: è prevista per oggi, salvo colpi di scena, la ratifica del trattato di estradizione tra Italia ed Emirati Arabi firmato nel 2015. Superato il passaggio normativo legato alla pena di morte (negli Emirati Arabi è prevista dalla legislazione) che ne impediva la completa approvazione da parte italiana, si va alla ratifica in Parlamento. Una pessima notizia per chi, criminale economico o padrino della mala, aveva scelto quel Paese perché si sentiva al sicuro. Potrebbero essere guai seri, ad esempio, per il potente armatore siciliano ed ex parlamentare Amedeo Matacena, condannato in via definitiva a tre anni per concorso esterno in associazione mafiosa e dal 2014 ricercato con un mandato di cattura internazionale per un'inchiesta su un trasferimento fraudolento di beni che vede tra gli indagati anche l'ex ministro Claudio Scajola. L'altro big a cui potrebbero tremare le gambe è il cognato dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini: Giancarlo Tulliani, fratello di Elisabetta, a Dubai già ci viveva prima che il gip di Roma Simonetta D'Alessandro disponesse per lui la privazione della libertà personale con l'accusa di aver riciclato i soldi del re del gioco d'azzardo legalizzato Francesco Corallo. Tulliani, nel mese di marzo dello scorso anno, al termine di inutili ricerche, è stato dichiarato latitante. Il 4 novembre, dopo essere stato inseguito da una troupe di giornalisti di La7, si rivolse alla polizia per protestare. Fu in quell'occasione che scoprì l'esistenza di un mandato di cattura internazionale che pendeva sulla sua testa e che ora potrebbe riportarlo in Italia. Dubai è la meta scelta, sin dal 2010, anche dal famigerato manager in bancarotta Samuele Landi, ex amministratore delegato di Eutelia, il quale porta sulle spalle due condanne che sommate fanno un totale di 15 anni di detenzione. Negli Emirati ha ripreso a fare affari e ha avviato un'azienda che sta sperimentando sistemi di telecomunicazione non intercettabili. Stessa spiaggia e stesso mare per Andrea Nucera, costruttore fallito, ricercato per la bancarotta fraudolenta nata dal crac della società Geo, dopo la lottizzazione abusiva della zona diventata il più grande cantiere edile del Ponente ligure. Nucera, che nel suo esilio arabo si è portato dietro la nonnina ultranovantenne, ha avviato nuove attività imprenditoriali, aprendo ristoranti e negozi. Anche Claudio Cirinnà, fratello della Signora delle unioni civili, fu cercato dai carabinieri inutilmente a Dubai, meta scelta per sottrarsi a un'indagine su una brutta faccenda legata a un traffico illecito di carburante tra l'Italia e la Repubblica Ceca. Nelle intercettazioni lo definivano «il matematico» e, infatti, con precisione matematica, sparì proprio il giorno delle perquisizioni. Da anni si godono una insolente vacanza nel Golfo Persico due capibastone della camorra: Tano Schettino, considerato dalla Procura antimafia napoletana il broker della droga del clan degli scissionisti di Scampia (nel 2016 fu arrestato e liberato a Dubai nel giro di 40 giorni) e il suo socio in affari Raffaele Imperiale, al secolo Lelluccio Ferrarelle, perché passò con successo dalla distribuzione delle acque minerali alla grande distribuzione della cocaina. Anche Imperiale ha scelto Dubai, dove vive spendendo ogni mese 400.000 euro, almeno secondo le stime tracciate fino al 2016, anno dell'inchiesta che ha disposto il suo arresto.A Dubai c'è anche Mazinga, nomignolo usato da Massimiliano Alfano, giovane salernitano, romano d'adozione, che ordinò la gambizzazione di un'estetista sessantenne nel quartiere Ardeatino. Si era trasferito sul Golfo già prima dell'arresto anche Anton Giulio Alberico Cetti Serbelloni, rampollo di una famiglia nobile di Milano che nell'albero genealogico vanta anche un papa, Pio IV, e che ha costruito un impero nel campo immobiliare e dell'arte. È finito a Dubai per un'evasione fiscale da un miliardo di euro. In Italia è atteso per un ordine di esecuzione per l'espiazione di una pena residua di poco più di otto anni di reclusione. L'ultimo nome della lista è quello dell'imprenditore piacentino Luigi Provini, ricercato con l'accusa di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio per un giro di frodi fiscali nel quale sarebbero finite anche le sponsorizzazioni di team e piloti di Formula uno e rally. E ora che il trattato è quasi legge per loro potrebbe essere in preparazione un biglietto di sola andata per l'Italia. Potrebbe. Perché non è detto che l'estradizione sia automatica: la magistratura valuterà gli incartamenti giudiziari, ma è al governo emirato che spetterà comunque l'ultima parola.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vacanza-finita-per-i-latitanti-italiani-a-dubai-2592169184.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-mete-preferite-dai-banditi-in-fuga-ma-un-porto-sicuro-per-loro-non-ce" data-post-id="2592169184" data-published-at="1781724434" data-use-pagination="False"> Le mete preferite dai banditi in fuga. Ma un porto sicuro per loro non c’è È un duro colpo per la criminalità perdere Dubai come città ideale per la propria latitanza. Da anni nell'avamposto degli Emirati Arabi Uniti non si rifugiavano solo gli italiani rincorsi da mandati di cattura internazionali, ma anche inglesi o francesi che avevano trovato nell'emirato il posto ideale dove potersi dare alla macchia. Del resto al giorno d'oggi non è facile trovare un Paese dove scappare e trovare rifugio per evitare le patrie galere. Lo sanno bene gli avvocati di diversi criminali che hanno imparato a diffidare dei consigli che i loro clienti ricevono per ottenere ospitalità. L'estradizione e i mandati di cattura sono regolati da trattati internazionali che vengono stipulati dai singoli Paesi. Ma spesso e volentieri c'è chi ribalta le carte in tavola, contrattando altri favori politici oppure anche commesse con importanti aziende di Stato. L'Italia, regno di mafia, 'ndrangheta e camorra, non ha al momento stipulato trattati di estradizione con l'Angola, l'Arabia Saudita, l'isola di Aruba, il Barhain, le Barbados, il Belize, le Bermuda, la Bierlorussia, il Botswana, il Bhutan, la Costa d'Avorio, la Dominica, l'Etiopia, le isole Fiji, le Filippine, il Gibuti, la Guinea Bissau, Capo Verde, la Guinea Equatoriale, Haiti, l'Indonesia, la Liberia, la Libia, la Malesia, la Mongolia, il Myanmar, la Namibia, il Mozambico, la Papua Nuova Guinea, la Repubblica Democratica del Congo, lo Swaziland, l'Uganda, lo Yemen, lo Zimbabwe e il Turkmenistan. Sono posti «sicuri»? A detta di alcuni legali contatti dalla Verità che vogliono mantenere l'anonimato, non troppo. Proprio perché spesso l'estradizione di un latitante può rientrare in un gioco politico interno al Paese che lo richiede, innescando così estradizioni lampo o mandati di arresto, oppure al contrario, fermando le procedure di espatrio. Per di più spesso i ricercati italiani all'estero fanno valere in giudizio la situazione malandata delle nostre carceri o anche il carcere duro del 41 bis, che spesso nel mondo non viene riconosciuto. Nel 2016 ci fu il caso di Stefano Marchi, considerato uno dei 100 più pericolosi latitanti italiani, trafficante internazionale di cocaina, scappato nel 2011 sull'isola di Capo Verde perché condannato a 20 anni di reclusione. La Procura di Genova riuscì a farlo arrestare solo nel 2014, ma non è mai riuscita a estradarlo. Tra i latitanti italiani più pericolosi, oltre a Mattia Messina Denaro, considerato l'ultimo capo della mafia, c'è Marco Di Lauro, un camorrista figlio di Paolo detto Ciruzzo o'milionario, protagonista delle faide di Scampia. È in fuga da 13 anni, c'è chi sostiene di averlo visto negli Emirati Arabi, ma l'Interpol e la mitica sezione Catturandi dei carabinieri, gli investigatori che inseguono i «fantasmi», continuano a cercarlo. Certo, c'è poi chi dice che possa essere ancora in Italia, ma sui super latitanti le voci sono incontrollate: lo stesso Messina Denaro è stato più volte accostato a tantissimi Paesi tra cui la stessa Capo Verde. Una delle latitanze più lunghe che si ricordino è stata quella di Vito Roberto Palazzolo, considerato dai magistrati palermitani il cassiere di Totò Riina, braccato solamente nel 2012 in Thailandia, dopo una vita dorata in Sudafrica. Ora Palazzolo si trova nel carcere di Opera, ma quando scappò all'inizio degli anni Novanta, ricercato dalle polizie di mezzo mondo, tra cui l'Fbi americana e persino quella svizzera, spesso faceva avanti e indietro tra Cape Town e lo Swaziland, territorio più sicuro. In quel caso le autorità sudafricane hanno protetto Palazzolo dalle richieste di estradizione in Italia, anche perché lui aveva costruito intorno a sé una forte rete politica che gli permetteva di restare al sicuro. Solo un avventato viaggio a Bangkok permise ai magistrati di Palermo di braccarlo e assicurarlo alla giustizia. Insomma, c'è chi può permettersi la latitanza e chi no. Alessandro Da Rold
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 17 giugno 2026. Il deputato della Lega Andrea de Bertoldi, presidente dei Liberali Cristiano Democratici, illustra la sua proposta di legge per i professionisti.