Ira degli Usa su Hamas: via dal tavolo di Doha
Steve Witkoff
Benjamin Netanyahu e Steve Witkoff ritirano le delegazioni. L’americano: «Una vergogna che gli islamisti agiscano in modo così egoistico». Un ministro israeliano minaccia: «Gaza diventerà tutta nostra». Oggi chiamata di emergenza tra Londra, Parigi e Berlino.

In Asia, all’origine degli scontri violenze sui soldati di Bangkok. Usa e Cina puntano a mediare.

«Tutta Gaza sarà ebraica». Queste le parole del ministro di estrema destra, Amihai Eliyahu, titolare del patrimonio culturale dello Stato di Israele. «Il governo sta spingendo affinché Gaza venga cancellata. Grazie a Dio, stiamo estirpando questo male di una popolazione che si è istruita sul Mein Kampf». E l’indignazione è subito esplosa, dentro e fuori Israele.

Il leader dell’opposizione ebraica, Yair Lapid, ha condannato le dichiarazioni. «Israele non convincerà mai il mondo della giustezza della nostra guerra contro il terrorismo finché saremo guidati da un governo di minoranza estremista con ministri che santificano il sangue e la morte», ha affermato, aggiungendo che i soldati israeliani non «combattono, muoiono e vengono feriti per sterminare una popolazione civile». Il parlamentare Ayman Odeh, capo dell’alleanza politica israeliana di sinistra Hadash-Ta’al, ha twittato che quanto affermato da Eliyahu «è esattamente ciò che dicevano in Germania» al tempo del nazismo.

Anche in Italia non sono mancate critiche da ambo le parti dell’emiciclo politico. E l’Università di Pisa ha annunciato la sospensione di due accordi con le università israeliane Reichman e Hebrew, come gesto politico di protesta contro le operazioni militari nella Striscia. «Non è un attacco all’accademia israeliana, ma un atto di responsabilità etica», ha chiarito il rettore dell’ateneo, Riccardo Zucchi.

È saltata, invece, la trattativa sui colloqui indiretti tra Israele e Hamas su una possibile tregua a Gaza. Ieri, l’inviato speciale della Casa Bianca per il Medio Oriente, Steve Witkoff, era su uno yacht a Olbia per un incontro con il ministro israeliano per gli Affari strategici, Ron Dermer, e il premier del Qatar, Mohammed Al Thani. L’obiettivo era valutare la proposta di Hamas e cercare un’intesa definitiva per il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi. Tuttavia, in serata, lo stesso Witkoff ha annunciato «il ritiro del team negoziale statunitense dopo l’ultima risposta di Hamas, che dimostra chiaramente una mancanza di volontà di raggiungere un cessate il fuoco a Gaza». Su X, Witkoff accusa Hamas di «non agire in buona fede, nonostante i mediatori abbiano compiuto grandi sforzi». «Valuteremo ora opzioni alternative per riportare a casa gli ostaggi e cercare di creare un ambiente più stabile per la popolazione di Gaza. È una vergogna che Hamas abbia agito in modo così egoistico. Siamo determinati a porre fine a questo conflitto e a raggiungere una pace duratura a Gaza», ha sentenziato il braccio destro di Donald Trump nella regione mediorientale.

E il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, lo ha seguito a ruota, decidendo di richiamare in patria i negoziatori israeliani. I palestinesi avrebbero incluso una clausola che impedisce a Israele di riprendere la guerra se non si raggiunge un accordo entro la fine del periodo di tregua di 60 giorni. Hamas punta il dito contro Israele affermando che il governo Netanyahu sta temporeggiando. Tra le richieste avanzate dal gruppo militante palestinese, anche un nuovo meccanismo per il rilascio degli ostaggi in cambio di prigionieri palestinesi. Secondo fonti israeliane, Hamas ha chiesto il rilascio di 2.200 detenuti, tra cui 200 condannati all’ergastolo, invece dei 1.325 presenti nella proposta originaria.

Se i colloqui avessero prodotto progressi significativi, Witkoff avrebbe potuto recarsi a Doha (Qatar) entro il fine settimana per finalizzare l’accordo. Eventualità ora non attuabile. «Se Hamas interpreta la nostra disponibilità a raggiungere un accordo come una debolezza, come un’opportunità per imporci condizioni di resa che metterebbero in pericolo Israele, commette un grave errore», ha dichiarato Netanyahu. Il primo ministro ha poi aggiunto che Israele «non abbandonerà nemmeno i fratelli drusi nel Sud della Siria. Faremo in modo che il territorio lungo il nostro confine sia libero da armi e faremo tutto il necessario per aiutare e proteggere i drusi», ha spiegato.

Intanto, Gran Bretagna, Francia e Germania hanno reso noto che oggi terranno una «chiamata di emergenza» su Gaza. Ad annunciarlo è stato il premier britannico Keir Starmer , dichiarando che la decisione è stata presa dopo che Usa e Israele hanno ritirato da Doha le rispettive squadre negoziali.

Né va meglio con la diplomazia vaticana. I media dello Stato pontifico riportano la notizia della chiusura dell’inchiesta sull’attacco israeliano di giovedì scorso alla chiesa della Sacra Famiglia di Gaza rilevando, tuttavia, delle «perplessità» sulle conclusioni e anche su quelle riguardanti gli incendi in Cisgiordania che assolverebbero i coloni.

La tensione interna in Israele si è poi manifestata attraverso episodi di cronaca nera. Otto persone (soldati, a quanto è dato sapere) sono rimaste ferite a Kfar Yona, vicino Netanya, in un sospetto attacco con un’auto lanciata contro una fermata del pullman. Il servizio di sicurezza dello Shin Bet ha arrestato un uomo, sospettato di essere coinvolto nell’attacco: gli indizi fanno pensare che abbia aiutato il terrorista responsabile del gesto o che fosse a conoscenza delle sue intenzioni.

In un altro episodio, una donna israeliana è stata incriminata con l’accusa di aver pianificato l’assassinio di Netanyahu. Secondo l’atto della Procura, la donna, malata terminale e coinvolta in proteste antigovernative, avrebbe cercato di procurarsi una granata per compiere l’attacco. Le forze di sicurezza hanno sventato tempestivamente il piano, prima che potesse essere attuato.

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