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2019-06-06
L'Ue ci minaccia per indebolirci nel negoziato sul commissario
Ansa
Scontata come un film già visto, è arrivata la rispostaccia di Bruxelles: la Commissione considera «giustificata» l'apertura di una procedura contro l'Italia per debito eccessivo. La «regola» non è stata rispettata nel 2018 (quando per molti mesi al governo c'era il Pd), e, secondo Jean-Claude Juncker e soci, non lo sarà neanche nel 2019 e nel 2020. Ora tocca al Comitato economico e finanziario del Consiglio pronunciarsi entro due settimane. Infine, palla all'Ecofin, l'8-9 luglio, che ha il potere di attivare i passi successivi, anche se per le vere e proprie sanzioni serviranno (o servirebbero) anni.
Altrettanto prevedibile la sceneggiata dei due commissari economici, Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, interpreti anche ieri del collaudato numero del poliziotto cattivo e del poliziotto (apparentemente) buono. Il lettone si è assunto la parte del bad cop, pronunciando torvo la sua requisitoria, e sostenendo che l'Italia abbia «tutti gli indicatori macroeconomici in rosso». Ha solo omesso di ricordare che la Lettonia riceve ogni anno dall'Ue 500 milioni, pari al 2% del Pil lettone. Per capirci, se l'Italia ricevesse altrettanto, avremmo ogni anno da Bruxelles 32-33 miliardi. Fantascienza pura.
Il francese Moscovici, invece, sforzandosi di apparire soave, si è travestito da good cop, recitando una battuta forse lungamente provata allo specchio: «La mia porta resta aperta». Frase pronunciata in italiano in conferenza, e scritta sempre in italiano pure su Twitter.
Ma solo un illuso (o qualcuno in malafede) può credere all'«amicizia» di Moscovici. Esattamente come nei mesi scorsi solo all'Italia fu riservato il trattamento mediatico che sappiamo (dichiarazioni di fuoco a Borse aperte, per incendiare lo spread e terremotare i mercati), e come solo all'Italia fu riservata la conferma e l'inasprimento delle clausole di salvaguardia, allo stesso modo ieri soltanto a noi è stata prospettata la procedura. C'erano infatti quattro paesi nel mirino, e cioè Italia, Francia, Belgio e Cipro, ma solo per noi è stato «raccomandato» il trattamento peggiore. Per la sua Francia, invece, Moscovici ha fatto sapere che lo sforamento del 3% «è solo temporaneo» (peccato che sia avvenuto quasi sempre negli ultimi 10-12 anni) e che «i criteri di deficit e debito sono rispettati». Converrà annotarsi queste chiose di Moscovici, anche in considerazione delle ultime misure di spesa allegra decise da Emmanuel Macron.
Nel frattempo, e la cosa farebbe quasi sorridere se non parlassimo di cose tremendamente serie, la Commissione ha proposto di chiudere la procedura nei confronti della Spagna dopo dieci anni. Avete letto bene: dopo dieci anni.
Tutto scontato quindi? Forse due cose non erano prevedibili. Primo: il fatto che ad assumersi la responsabilità di un colpo così pesante verso l'Italia sia stata una Commissione al capolinea, i cui membri hanno letteralmente gli scatoloni in mano, e che anziché agire con prudenza hanno deciso di operare politicamente da kamikaze. Secondo: il carattere provocatorio delle raccomandazioni, per non dire dei diktat, che Bruxelles invia all'Italia.
Se l'Italia accettasse il pacchetto a scatola chiusa, sarebbe un vero e proprio pilota automatico imposto da Juncker e soci. Alcuni passaggi sono retorici e vuoti, il solito elenco di buone intenzioni (combattere il sommerso, far crescere il lavoro femminile, investire in educazione-ricerca-sviluppo, rendere più efficiente la Pa, accorciare i processi, irrobustire la concorrenza, ecc), ma altri sono autentiche provocazioni. Eccole: riforma del catasto (cioè un ulteriore aumento della tassazione immobiliare, mentre l'Italia è già massacrata da un'insostenibile patrimoniale da 21 miliardi sul mattone), ridurre l'utilizzo del contante (cosa c'entra con deficit e debito?), ridurre l'ammontare di npl nei bilanci bancari (quando la vendita accelerata - anzi la svendita - delle sofferenze ha già dato una mazzata alle nostre banche), e implementare la riforma delle pensioni (tutti hanno letto in questo passaggio un attacco a quota 100).
Di tutta evidenza, it's politics: politica, un attacco politico. Al quale Matteo Salvini ha risposto tenendo il punto: «L'unico modo per ridurre il debito creato in passato è tagliare le tasse (flat tax) e permettere agli italiani di lavorare di più e meglio. Con tagli, sanzioni e austerità, sono cresciuti debito, povertà, precarietà e disoccupazione: dobbiamo fare il contrario. Non chiediamo i soldi degli altri, vogliamo solo investire in lavoro, crescita, ricerca e infrastrutture. Sono sicuro che a Bruxelles rispetteranno questa volontà».
Più vago - quasi neodemocristiano - Luigi Di Maio: «Noi siamo persone serie, l'Italia è un paese serio, che rispetta la parola data. Ci metteremo seduti al tavolo con responsabilità, non per distruggere ma per costruire». Un nota altrettanto anodina di Palazzo Chigi ha aggiunto che «il governo intende continuare a dialogare con la Commissione».
Intanto, un primo segnale (da non disprezzare) è venuto dallo spread, che non si è infiammato, e ha chiuso a 271. Almeno per il momento, i soliti incendiari non potranno titolare: «Allarme spread». Forse i mercati aspettano più un taglio di tasse e politiche pro crescita che le giaculatorie dei commissari in uscita.
L’assist perfetto ai piani del Colle
Non c'è nulla di più inedito di un pezzo già pubblicato. Il motto vale anche le lettere Ue sul debito. Il testo, come previsto, è arrivato ieri sera, e contiene 14 pagine che riassumono, nella lingua di Jean Claude Juncker e di Pierre Moscovici, i mali storici dell'Italia. Insomma, la raccomandazione replica i temi di discussione del 2016 e pure del 2013, quando l'Italia era già stata attenzionata. Tant'è che parte del documento fa riferimento alla legge di bilancio del 2018, approvata quando il governo era a trazione Pd.
Stavolta, in più, si punta il dito contro quota 100 e sull'intoccabilità della legge Fornero con toni molto accesi che però vengono traditi dalle conclusioni. Ecco perché, leggendo la lettera, ci si aspetterebbero decisioni nette; invece la Commissione Ue chiude minacciando il governo. Viene in pratica suggerita la procedura d'infrazione, ma poi si lascia la scelta ai Paesi europei. Gli stessi che, in sede di Consiglio, nelle prossime settimane apriranno le danze delle poltrone. Il consesso sarà chiamato a definire il direttivo della Bce - e di conseguenza la scelta del sostituto di Mario Draghi - senza dimenticare che dovrà decidere tutti gli incarichi dei commissari e dovrà farlo con trattative serrate.
Il medesimo gruppo di rappresentanza sarà tenuto a scegliere il capo del Consiglio Ue, e tra una trattativa e l'altra - inutile specificarlo - analizzerà l'opportunità o meno di avviare realmente la procedura d'infrazione per il nostro Paese.
Chiunque è in grado di comprendere che la punizione viene posta su uno dei piatti della bilancia, e sarà utilizzata per fare enormi pressioni su Roma affinché sostenga Tizio piuttosto che Caio in sede di nomine. E, soprattutto, accetti di ricoprire in Commissione un incarico di terza fila.
A meno che la scelta del candidato venga da un cesto che non ha nulla di sovranista o leghista, ma che goda della benedizione del Colle. È, infatti, facile immaginare che la carta di Enzo Moavero Milanesi possa essere giocata per garantire al nostro Paese un nome di passaporto italiano ma certo non di fede gialloblù. In sede di Consiglio verrà anche fatto notare a Roma che recentemente è stato nominato presidente del consiglio di sorveglianza della Bce Andrea Enria, che rappresenta una pedina fondamentale del puzzle, ma non è certo un esponente in linea con l'attuale maggioranza.
Inoltre, alla partita a scacchi per il governo attuale sarà ancora più difficile partecipare, non solo perché verrà costantemente minacciato con la procedura d'infrazione, ma anche perché il partito del Quirinale eserciterà sul premier Giuseppe Conte un'assillante moral suasion. Suggerirà i nomi dei candidati a commissario, come detto, e farà presente che se mai dovesse esserci un nuovo ministro agli Affari europei (il dicastero che era di Paolo Savona) dovrà essere di area quirinalizia. Al tempo stesso, il governo di Conte sarà chiamato a disinnescare le bombe che qua là verranno piazzate per dividere i 5 stelle e abbattere la maggioranza in Parlamento. Quanto accaduto per lo Sblocca cantieri si potrà ripetere in numerose altre occasioni. In ballo c'è anche il decreto Crescita, e gli emendamenti tranello possono arrivare da varie parti. L'intento è sempre quello di creare il pretesto per il divorzio gialloblù e le (immediate?) elezioni.
Andare a votare a settembre, però, significa legarsi le mani da soli e incamminarsi verso un esercizio provvisorio, e quindi una legge di bilancio 2020 scritta da Bruxelles o da qualche governo tecnico, che poi è la stessa cosa. Di tale rischio sono consapevoli quei 5 stelle che fanno riferimento a Luigi Di Maio, i quali - pur di non correre il rischio di tornare alle urne - potrebbero decidere di prendere la lettera recapitata dall'Ue come un testo tecnico e non politico.
D'altronde, i media già ieri sera hanno iniziato a spiegare quali sono le raccomandazioni e le mosse da intraprendere per evitare l'eventuale procedura. Tagliare subito il debito, combattere l'evasione (un modo per suggerire lo stop ai condoni e alle sanatorie), rimettere mano al mercato del lavoro e ripristinare in toto il sistema Fornero. In pratica, si tratterebbe di un'inversione di rotta rispetto all'ultimo Def. Ma sarebbe una scelta che finirebbe con l'impattare subito sulla manovra d'ottobre, che si riempirebbe automaticamente di nuove tasse, oltre all'aumento dell'Iva.
È troppo tardi per imparare dai francesi. Ieri Parigi ha ricevuto una lettera di senso opposto. Siccome il loro deficit è «temporaneo» e il governo ha dichiarato che riuscirà a farlo scendere già dal 2020, Bruxelles ha ritirato ogni proposta d'infrazione. Tutto bene, anche se sappiamo tutti - lo dimostra la storia recente - che non succederà mai. Come non è mai accaduto quando a prometterlo era Pier Carlo Padoan. Se ci fossero ancora dei dubbi, il salvataggio amichevole della Francia dimostra che questa Ue si basa sulle finzioni: contabili, e non.
Niente panico sui mercati. Il cane dello spread abbaia però alla fine non morde
Dopo che la Commissione europea ha formalmente proposto l'apertura di una procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia per debito eccessivo, lo spread btp-bund ha «ballato» un po' ma di fatto non è successo nulla di eclatante.
Il motivo è chiaro: come accade spesso nei casi in cui le istituzioni europee devono pronunciarsi su un determinato tema, i mercati hanno già da giorni scontato gli eventuali effetti nefasti delle scelte Ue.
Così, ieri, il differenziale tra il titolo di Stato tedesco e quello italiano ha iniziato la giornata intorno a 273 punti per aumentare intorno a quota 285 dopo il pronunciamento di Bruxelles per poi ritornare in carreggiata a fine giornata a quota 271, in calo dello 0,22%.
Si tratta certo di valori elevati se si considera che il 19 marzo il valore era intorno a 237 punti, ma è anche vero che a fine 2018, era il 6 dicembre, il differenziale era a quota 297.
In parole povere, il valore è alto, certo, ma in realtà è su questi livelli (se non più alti in alcuni giorni) dall'agosto scorso.
L'idea è in realtà condivisa da molti esperti. «Eventuali sanzioni comminate dalla Commissione europea all'Italia contribuiranno all'aumento del deficit di bilancio del Paese e indeboliranno il mercato dei titoli di Stato italiani, ma nel complesso, gli effetti saranno piuttosto lievi», ha detto Jean-Marie Mercadal, amministratore delegato di Ofi Asset Management: «Anche se lo spread si è recentemente allargato, non si parla più di un'uscita dell'Italia dell'euro, e siccome molti investitori internazionali hanno ridotto l'esposizione sull'obbligazionario del Paese, ci sono meno potenziali venditori in circolazione», conclude l'esperto.
«L'avvio della procedura era così largamente atteso che era già praticamente nei prezzi», afferma a Mf-Dowjones uno strategist, puntualizzando come «il mercato si aspettasse questa notizia». Jack Allen-Reynolds di Capital economics sottolinea come «una procedura non comporterà immediatamente sanzioni finanziarie», ma il vero problema per Roma sta «nella debolezza della sua economia, a cui potrebbe aggiungersi un altro periodo difficile sui mercati finanziari».
Anche sul fronte azionario i mercati avevano già abbondantemente scontato il rischio. Ieri Piazza Affari ha chiuso la seduta in calo dello 0,36%. Il calo del greggio (-3,5% a 51,5 dollari il Wti) ha trascinato al ribasso i petroliferi in Borsa, con Eni in calo dell'1% mentre Saipem (+1,2%) si è mostrata in controtendenza grazie alla commessa da 6 miliardi in Mozambico. Vendite anche su tutto il comparto bancario, a partire da Banco Bpm (-2,2%), Uncredit (-3,45%), Bper -1,81%, Ubi Banca (-1,18%) e Intesa Sanpaolo (-0,87%). Segno meno anche per Tenaris (-3,29%) e tra gli industriali per Pirelli (-1,48%), Stm (-1,03%) e Fca (-0,96%). Atlantia ieri è cresciuta (+2,6%) nel giorno dell'avvio delle votazioni al Senato sullo Sblocca cantieri. In recupero anche la moda, con Ferragamo a +3% mentre la migliore del Ftse Mib è la Juventus (+5,2%) che - con il toto allenatore che impazza - si sta riavvicinando ai massimi storici toccati a metà aprile prima dell'eliminazione dalla Champions League.
Sul resto del listino Mediobanca Securities ha confermato il giudizio outperform (meglio del previsto) su Autogrill (+1,25% a 8,9 euro), alzando il prezzo obiettivo a 11,9 euro da 11,3. Sull'Aim Italia, infine, Pharmanutra (+0,79%) prosegue l'espansione sui mercati internazionali. L'azienda ha chiuso tre accordi per la distribuzione dei prodotti della linea SiderAl in India, Bulgaria e Sud Corea.
La multa si giocherà al super suk delle nomine
E adesso che succede? È questa la domanda che si pongono un po' tutti all'indomani della conferenza stampa tenuta da Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici. La procedura di infrazione caldamente suggerita dalla Commissione europea prevede infatti dei passaggi ben precisi dai quali non si può pensare di prescindere. La prima cosa da tenere bene a mente è che quelle formulate ieri da Bruxelles nei confronti del nostro Paese sono delle raccomandazioni. Dal punto di vista formale ieri non è stata aperta alcuna procedura di infrazione, semmai sono state gettate le basi per l'avvio vero e proprio dell'iter. A tal proposito un Moscovici più sibillino del solito, esprimendosi in italiano, ha così chiosato: «Ora tocca agli Stati membri esprimersi. Ovviamente saremo sempre disposti a tenere in considerazione nuovi dati. La mia porta rimane aperta». Dunque, almeno sulla carta, la multa dallo 0,2% allo 0,5% del Pil non è ancora deciso.
La palla passa ora alla politica. Difficile, anzi impossibile non pensare che le scelte che verranno prese non finiscano per intrecciarsi con le importantissime scadenze istituzionali in programma nei prossimi mesi. Se da un lato la mossa di spostare la pubblicazione delle conclusioni del semestre dopo le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo può aver significato tamponare l'ondata sovranista (è lecito chiedersi quale percentuale avrebbe raccolto la Lega se la conferenza si fosse svolta prima del voto), d'altro canto ciò potrebbe aver spinto la resa dei conti con l'Italia eccessivamente a ridosso dei negoziati per le cariche Ue.
Ma cosa c'è in ballo da qui alla fine dell'estate e quali sono gli attori coinvolti? La legge che regola la procedura di infrazione e il relativo impianto sanzionatorio (l'articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea) prevede che a doversi pronunciare sia l'Ecofin (formazione del Consiglio dei ministri dell'Economia europei). Nel passato, la pronuncia è arrivata a distanza di 3-4 settimane dalle raccomandazioni della Commissione. Difficile ipotizzare perciò che dall'Ecofin in programma per il 14 giugno possa scaturire qualche decisione ufficiale. Nulla impedisce però che dell'argomento si parli, almeno in via informale, proprio in quella data e durante l'Eurogruppo previsto per il giorno prima. Verosimilmente tutto verrà rimandato all'Ecofin del 9 luglio, data che a questo punto diventa la più papabile per una possibile decisione finale. Da oggi fino a quel giorno, il premier Giuseppe Conte, il ministro dell'Economia Giovanni Tria e i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio avranno tempo per elaborare una strategia al fine di scongiurare il peggio.
L'appuntamento più importante si trova a cavallo: il Consiglio nella sua formazione principale, quella che riunisce i capi di Stato e di governo, è fissato infatti per il 20 e 21 giugno a Bruxelles. In quella data i rappresentanti dei vari Paesi saranno chiamati non solo a «prendere le decisioni pertinenti sulle nomine per il prossimo ciclo istituzionale» ma anche «adottare l'agenda strategica dell'UE per il periodo 2019-2024». Prevista anche una discussione sul budget settennale 2021-2024, ancora in attesa di approvazione, e che non per niente la vecchia Commissione pressava per definire prima delle elezioni. È molto probabile dunque che, per una strana coincidenza temporale, l'effettivo avvio della procedura di infrazione finisca nel calderone delle decisioni di peso. Sul piatto, oltre alle sorti del nostro Paese, la nomina dei presidenti della Commissione europea, del Consiglio dell'Ue, del Parlamento europeo, della Banca centrale europea e, ovviamente, dei membri della Commissione.
L'esito della partita dipende in gran parte dal terreno che il nostro sarà disposto a cedere. Una carta da giocare è rappresentata dal veto sul budget Ue (che deve essere ratificato all'unanimità), ma il rischio paradossalmente è quello di inimicarsi i Paesi che maggiormente ne beneficiano (cioè i percettori netti, ovvero gli Stati dell'Est). L'altra strada percorribile è la mediazione sulla Commissione: accettare un dicastero debole (per esempio: Istruzione, Salute oppure Clima ed energia) potrebbe essere un buon viatico per scampare alla punizione, ma d'altro canto suonerebbe come una doppia resa per il governo gialloblù, desideroso di mettere le mani sugli Affari economici o il Commercio. Senza contare che, volente o nolente, il nostro Paese è destinato a perdere la presidenza della Bce (Mario Draghi), del Parlamento (Antonio Tajani) e l'Alto rappresentante per gli affari esteri (Federica Mogherini). Certo, se da qui a due settimane l'Italia dovesse riuscire nell'intento di costituire una fronda in grado di portare avanti interessi trasversali le cose potrebbero cambiare radicalmente. Molto dipenderà dall'abilità del nostro esecutivo nel lavorare sottotraccia e, cosa forse ancora più importante, nel riuscire a rimanere coeso. Di certo, però, c'è che molto più di prima ora abbiamo un potere negoziale. Vedremo come ce lo giocheremo.
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L'Ue vuole la procedura d'infrazione. Nel mirino i conti (parziali) 2019, quelli 2018 targati Pier Carlo Padoan e quota 100. Giuseppe Conte: «Mi impegno a trattare». Matteo Salvini: «La flat tax è la soluzione». L'assist perfetto ai piani del Colle. La minaccia della Commissione è benzina per le aspettative di Sergio Mattarella. Su tutte, inserire un europeista alla Enzo Moavero Milanesi nella rosa dei nomi per la Commissione. Utilizzando la paura di stangate come lubrificante. Niente panico sui mercati. Il cane dello spread abbaia però alla fine non morde. Le Borse avevano scontato in anticipo le mosse di Bruxelles. Dopo l'annuncio il differenziale Btp/Bund rimbalza, ma chiude in calo. La multa si giocherà al super suk delle nomine. Decisivo l'Ecofin del 9 luglio. Ma negli incontri precedenti, su commissari e Bce, i gialloblù possono incidere. Lo speciale comprende quattro articoli. Scontata come un film già visto, è arrivata la rispostaccia di Bruxelles: la Commissione considera «giustificata» l'apertura di una procedura contro l'Italia per debito eccessivo. La «regola» non è stata rispettata nel 2018 (quando per molti mesi al governo c'era il Pd), e, secondo Jean-Claude Juncker e soci, non lo sarà neanche nel 2019 e nel 2020. Ora tocca al Comitato economico e finanziario del Consiglio pronunciarsi entro due settimane. Infine, palla all'Ecofin, l'8-9 luglio, che ha il potere di attivare i passi successivi, anche se per le vere e proprie sanzioni serviranno (o servirebbero) anni. Altrettanto prevedibile la sceneggiata dei due commissari economici, Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, interpreti anche ieri del collaudato numero del poliziotto cattivo e del poliziotto (apparentemente) buono. Il lettone si è assunto la parte del bad cop, pronunciando torvo la sua requisitoria, e sostenendo che l'Italia abbia «tutti gli indicatori macroeconomici in rosso». Ha solo omesso di ricordare che la Lettonia riceve ogni anno dall'Ue 500 milioni, pari al 2% del Pil lettone. Per capirci, se l'Italia ricevesse altrettanto, avremmo ogni anno da Bruxelles 32-33 miliardi. Fantascienza pura. Il francese Moscovici, invece, sforzandosi di apparire soave, si è travestito da good cop, recitando una battuta forse lungamente provata allo specchio: «La mia porta resta aperta». Frase pronunciata in italiano in conferenza, e scritta sempre in italiano pure su Twitter. Ma solo un illuso (o qualcuno in malafede) può credere all'«amicizia» di Moscovici. Esattamente come nei mesi scorsi solo all'Italia fu riservato il trattamento mediatico che sappiamo (dichiarazioni di fuoco a Borse aperte, per incendiare lo spread e terremotare i mercati), e come solo all'Italia fu riservata la conferma e l'inasprimento delle clausole di salvaguardia, allo stesso modo ieri soltanto a noi è stata prospettata la procedura. C'erano infatti quattro paesi nel mirino, e cioè Italia, Francia, Belgio e Cipro, ma solo per noi è stato «raccomandato» il trattamento peggiore. Per la sua Francia, invece, Moscovici ha fatto sapere che lo sforamento del 3% «è solo temporaneo» (peccato che sia avvenuto quasi sempre negli ultimi 10-12 anni) e che «i criteri di deficit e debito sono rispettati». Converrà annotarsi queste chiose di Moscovici, anche in considerazione delle ultime misure di spesa allegra decise da Emmanuel Macron. Nel frattempo, e la cosa farebbe quasi sorridere se non parlassimo di cose tremendamente serie, la Commissione ha proposto di chiudere la procedura nei confronti della Spagna dopo dieci anni. Avete letto bene: dopo dieci anni. Tutto scontato quindi? Forse due cose non erano prevedibili. Primo: il fatto che ad assumersi la responsabilità di un colpo così pesante verso l'Italia sia stata una Commissione al capolinea, i cui membri hanno letteralmente gli scatoloni in mano, e che anziché agire con prudenza hanno deciso di operare politicamente da kamikaze. Secondo: il carattere provocatorio delle raccomandazioni, per non dire dei diktat, che Bruxelles invia all'Italia. Se l'Italia accettasse il pacchetto a scatola chiusa, sarebbe un vero e proprio pilota automatico imposto da Juncker e soci. Alcuni passaggi sono retorici e vuoti, il solito elenco di buone intenzioni (combattere il sommerso, far crescere il lavoro femminile, investire in educazione-ricerca-sviluppo, rendere più efficiente la Pa, accorciare i processi, irrobustire la concorrenza, ecc), ma altri sono autentiche provocazioni. Eccole: riforma del catasto (cioè un ulteriore aumento della tassazione immobiliare, mentre l'Italia è già massacrata da un'insostenibile patrimoniale da 21 miliardi sul mattone), ridurre l'utilizzo del contante (cosa c'entra con deficit e debito?), ridurre l'ammontare di npl nei bilanci bancari (quando la vendita accelerata - anzi la svendita - delle sofferenze ha già dato una mazzata alle nostre banche), e implementare la riforma delle pensioni (tutti hanno letto in questo passaggio un attacco a quota 100). Di tutta evidenza, it's politics: politica, un attacco politico. Al quale Matteo Salvini ha risposto tenendo il punto: «L'unico modo per ridurre il debito creato in passato è tagliare le tasse (flat tax) e permettere agli italiani di lavorare di più e meglio. Con tagli, sanzioni e austerità, sono cresciuti debito, povertà, precarietà e disoccupazione: dobbiamo fare il contrario. Non chiediamo i soldi degli altri, vogliamo solo investire in lavoro, crescita, ricerca e infrastrutture. Sono sicuro che a Bruxelles rispetteranno questa volontà». Più vago - quasi neodemocristiano - Luigi Di Maio: «Noi siamo persone serie, l'Italia è un paese serio, che rispetta la parola data. Ci metteremo seduti al tavolo con responsabilità, non per distruggere ma per costruire». Un nota altrettanto anodina di Palazzo Chigi ha aggiunto che «il governo intende continuare a dialogare con la Commissione». Intanto, un primo segnale (da non disprezzare) è venuto dallo spread, che non si è infiammato, e ha chiuso a 271. Almeno per il momento, i soliti incendiari non potranno titolare: «Allarme spread». 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Tant'è che parte del documento fa riferimento alla legge di bilancio del 2018, approvata quando il governo era a trazione Pd. Stavolta, in più, si punta il dito contro quota 100 e sull'intoccabilità della legge Fornero con toni molto accesi che però vengono traditi dalle conclusioni. Ecco perché, leggendo la lettera, ci si aspetterebbero decisioni nette; invece la Commissione Ue chiude minacciando il governo. Viene in pratica suggerita la procedura d'infrazione, ma poi si lascia la scelta ai Paesi europei. Gli stessi che, in sede di Consiglio, nelle prossime settimane apriranno le danze delle poltrone. Il consesso sarà chiamato a definire il direttivo della Bce - e di conseguenza la scelta del sostituto di Mario Draghi - senza dimenticare che dovrà decidere tutti gli incarichi dei commissari e dovrà farlo con trattative serrate. Il medesimo gruppo di rappresentanza sarà tenuto a scegliere il capo del Consiglio Ue, e tra una trattativa e l'altra - inutile specificarlo - analizzerà l'opportunità o meno di avviare realmente la procedura d'infrazione per il nostro Paese. Chiunque è in grado di comprendere che la punizione viene posta su uno dei piatti della bilancia, e sarà utilizzata per fare enormi pressioni su Roma affinché sostenga Tizio piuttosto che Caio in sede di nomine. E, soprattutto, accetti di ricoprire in Commissione un incarico di terza fila. A meno che la scelta del candidato venga da un cesto che non ha nulla di sovranista o leghista, ma che goda della benedizione del Colle. È, infatti, facile immaginare che la carta di Enzo Moavero Milanesi possa essere giocata per garantire al nostro Paese un nome di passaporto italiano ma certo non di fede gialloblù. In sede di Consiglio verrà anche fatto notare a Roma che recentemente è stato nominato presidente del consiglio di sorveglianza della Bce Andrea Enria, che rappresenta una pedina fondamentale del puzzle, ma non è certo un esponente in linea con l'attuale maggioranza. Inoltre, alla partita a scacchi per il governo attuale sarà ancora più difficile partecipare, non solo perché verrà costantemente minacciato con la procedura d'infrazione, ma anche perché il partito del Quirinale eserciterà sul premier Giuseppe Conte un'assillante moral suasion. Suggerirà i nomi dei candidati a commissario, come detto, e farà presente che se mai dovesse esserci un nuovo ministro agli Affari europei (il dicastero che era di Paolo Savona) dovrà essere di area quirinalizia. Al tempo stesso, il governo di Conte sarà chiamato a disinnescare le bombe che qua là verranno piazzate per dividere i 5 stelle e abbattere la maggioranza in Parlamento. Quanto accaduto per lo Sblocca cantieri si potrà ripetere in numerose altre occasioni. In ballo c'è anche il decreto Crescita, e gli emendamenti tranello possono arrivare da varie parti. L'intento è sempre quello di creare il pretesto per il divorzio gialloblù e le (immediate?) elezioni. Andare a votare a settembre, però, significa legarsi le mani da soli e incamminarsi verso un esercizio provvisorio, e quindi una legge di bilancio 2020 scritta da Bruxelles o da qualche governo tecnico, che poi è la stessa cosa. Di tale rischio sono consapevoli quei 5 stelle che fanno riferimento a Luigi Di Maio, i quali - pur di non correre il rischio di tornare alle urne - potrebbero decidere di prendere la lettera recapitata dall'Ue come un testo tecnico e non politico. D'altronde, i media già ieri sera hanno iniziato a spiegare quali sono le raccomandazioni e le mosse da intraprendere per evitare l'eventuale procedura. Tagliare subito il debito, combattere l'evasione (un modo per suggerire lo stop ai condoni e alle sanatorie), rimettere mano al mercato del lavoro e ripristinare in toto il sistema Fornero. In pratica, si tratterebbe di un'inversione di rotta rispetto all'ultimo Def. Ma sarebbe una scelta che finirebbe con l'impattare subito sulla manovra d'ottobre, che si riempirebbe automaticamente di nuove tasse, oltre all'aumento dell'Iva. È troppo tardi per imparare dai francesi. Ieri Parigi ha ricevuto una lettera di senso opposto. Siccome il loro deficit è «temporaneo» e il governo ha dichiarato che riuscirà a farlo scendere già dal 2020, Bruxelles ha ritirato ogni proposta d'infrazione. Tutto bene, anche se sappiamo tutti - lo dimostra la storia recente - che non succederà mai. Come non è mai accaduto quando a prometterlo era Pier Carlo Padoan. Se ci fossero ancora dei dubbi, il salvataggio amichevole della Francia dimostra che questa Ue si basa sulle finzioni: contabili, e non. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ultimo-schiaffo-di-juncker-ora-stangate-litalia-ma-per-il-debito-fatto-dal-pd-2638704811.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="niente-panico-sui-mercati-il-cane-dello-spread-abbaia-pero-alla-fine-non-morde" data-post-id="2638704811" data-published-at="1780001622" data-use-pagination="False"> Niente panico sui mercati. Il cane dello spread abbaia però alla fine non morde Dopo che la Commissione europea ha formalmente proposto l'apertura di una procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia per debito eccessivo, lo spread btp-bund ha «ballato» un po' ma di fatto non è successo nulla di eclatante. Il motivo è chiaro: come accade spesso nei casi in cui le istituzioni europee devono pronunciarsi su un determinato tema, i mercati hanno già da giorni scontato gli eventuali effetti nefasti delle scelte Ue. Così, ieri, il differenziale tra il titolo di Stato tedesco e quello italiano ha iniziato la giornata intorno a 273 punti per aumentare intorno a quota 285 dopo il pronunciamento di Bruxelles per poi ritornare in carreggiata a fine giornata a quota 271, in calo dello 0,22%. Si tratta certo di valori elevati se si considera che il 19 marzo il valore era intorno a 237 punti, ma è anche vero che a fine 2018, era il 6 dicembre, il differenziale era a quota 297. In parole povere, il valore è alto, certo, ma in realtà è su questi livelli (se non più alti in alcuni giorni) dall'agosto scorso. L'idea è in realtà condivisa da molti esperti. «Eventuali sanzioni comminate dalla Commissione europea all'Italia contribuiranno all'aumento del deficit di bilancio del Paese e indeboliranno il mercato dei titoli di Stato italiani, ma nel complesso, gli effetti saranno piuttosto lievi», ha detto Jean-Marie Mercadal, amministratore delegato di Ofi Asset Management: «Anche se lo spread si è recentemente allargato, non si parla più di un'uscita dell'Italia dell'euro, e siccome molti investitori internazionali hanno ridotto l'esposizione sull'obbligazionario del Paese, ci sono meno potenziali venditori in circolazione», conclude l'esperto. «L'avvio della procedura era così largamente atteso che era già praticamente nei prezzi», afferma a Mf-Dowjones uno strategist, puntualizzando come «il mercato si aspettasse questa notizia». Jack Allen-Reynolds di Capital economics sottolinea come «una procedura non comporterà immediatamente sanzioni finanziarie», ma il vero problema per Roma sta «nella debolezza della sua economia, a cui potrebbe aggiungersi un altro periodo difficile sui mercati finanziari». Anche sul fronte azionario i mercati avevano già abbondantemente scontato il rischio. Ieri Piazza Affari ha chiuso la seduta in calo dello 0,36%. Il calo del greggio (-3,5% a 51,5 dollari il Wti) ha trascinato al ribasso i petroliferi in Borsa, con Eni in calo dell'1% mentre Saipem (+1,2%) si è mostrata in controtendenza grazie alla commessa da 6 miliardi in Mozambico. Vendite anche su tutto il comparto bancario, a partire da Banco Bpm (-2,2%), Uncredit (-3,45%), Bper -1,81%, Ubi Banca (-1,18%) e Intesa Sanpaolo (-0,87%). Segno meno anche per Tenaris (-3,29%) e tra gli industriali per Pirelli (-1,48%), Stm (-1,03%) e Fca (-0,96%). Atlantia ieri è cresciuta (+2,6%) nel giorno dell'avvio delle votazioni al Senato sullo Sblocca cantieri. In recupero anche la moda, con Ferragamo a +3% mentre la migliore del Ftse Mib è la Juventus (+5,2%) che - con il toto allenatore che impazza - si sta riavvicinando ai massimi storici toccati a metà aprile prima dell'eliminazione dalla Champions League. Sul resto del listino Mediobanca Securities ha confermato il giudizio outperform (meglio del previsto) su Autogrill (+1,25% a 8,9 euro), alzando il prezzo obiettivo a 11,9 euro da 11,3. Sull'Aim Italia, infine, Pharmanutra (+0,79%) prosegue l'espansione sui mercati internazionali. L'azienda ha chiuso tre accordi per la distribuzione dei prodotti della linea SiderAl in India, Bulgaria e Sud Corea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ultimo-schiaffo-di-juncker-ora-stangate-litalia-ma-per-il-debito-fatto-dal-pd-2638704811.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-multa-si-giochera-al-super-suk-delle-nomine" data-post-id="2638704811" data-published-at="1780001622" data-use-pagination="False"> La multa si giocherà al super suk delle nomine E adesso che succede? È questa la domanda che si pongono un po' tutti all'indomani della conferenza stampa tenuta da Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici. La procedura di infrazione caldamente suggerita dalla Commissione europea prevede infatti dei passaggi ben precisi dai quali non si può pensare di prescindere. La prima cosa da tenere bene a mente è che quelle formulate ieri da Bruxelles nei confronti del nostro Paese sono delle raccomandazioni. Dal punto di vista formale ieri non è stata aperta alcuna procedura di infrazione, semmai sono state gettate le basi per l'avvio vero e proprio dell'iter. A tal proposito un Moscovici più sibillino del solito, esprimendosi in italiano, ha così chiosato: «Ora tocca agli Stati membri esprimersi. Ovviamente saremo sempre disposti a tenere in considerazione nuovi dati. La mia porta rimane aperta». Dunque, almeno sulla carta, la multa dallo 0,2% allo 0,5% del Pil non è ancora deciso. La palla passa ora alla politica. Difficile, anzi impossibile non pensare che le scelte che verranno prese non finiscano per intrecciarsi con le importantissime scadenze istituzionali in programma nei prossimi mesi. Se da un lato la mossa di spostare la pubblicazione delle conclusioni del semestre dopo le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo può aver significato tamponare l'ondata sovranista (è lecito chiedersi quale percentuale avrebbe raccolto la Lega se la conferenza si fosse svolta prima del voto), d'altro canto ciò potrebbe aver spinto la resa dei conti con l'Italia eccessivamente a ridosso dei negoziati per le cariche Ue. Ma cosa c'è in ballo da qui alla fine dell'estate e quali sono gli attori coinvolti? La legge che regola la procedura di infrazione e il relativo impianto sanzionatorio (l'articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea) prevede che a doversi pronunciare sia l'Ecofin (formazione del Consiglio dei ministri dell'Economia europei). Nel passato, la pronuncia è arrivata a distanza di 3-4 settimane dalle raccomandazioni della Commissione. Difficile ipotizzare perciò che dall'Ecofin in programma per il 14 giugno possa scaturire qualche decisione ufficiale. Nulla impedisce però che dell'argomento si parli, almeno in via informale, proprio in quella data e durante l'Eurogruppo previsto per il giorno prima. Verosimilmente tutto verrà rimandato all'Ecofin del 9 luglio, data che a questo punto diventa la più papabile per una possibile decisione finale. Da oggi fino a quel giorno, il premier Giuseppe Conte, il ministro dell'Economia Giovanni Tria e i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio avranno tempo per elaborare una strategia al fine di scongiurare il peggio. L'appuntamento più importante si trova a cavallo: il Consiglio nella sua formazione principale, quella che riunisce i capi di Stato e di governo, è fissato infatti per il 20 e 21 giugno a Bruxelles. In quella data i rappresentanti dei vari Paesi saranno chiamati non solo a «prendere le decisioni pertinenti sulle nomine per il prossimo ciclo istituzionale» ma anche «adottare l'agenda strategica dell'UE per il periodo 2019-2024». Prevista anche una discussione sul budget settennale 2021-2024, ancora in attesa di approvazione, e che non per niente la vecchia Commissione pressava per definire prima delle elezioni. È molto probabile dunque che, per una strana coincidenza temporale, l'effettivo avvio della procedura di infrazione finisca nel calderone delle decisioni di peso. Sul piatto, oltre alle sorti del nostro Paese, la nomina dei presidenti della Commissione europea, del Consiglio dell'Ue, del Parlamento europeo, della Banca centrale europea e, ovviamente, dei membri della Commissione. L'esito della partita dipende in gran parte dal terreno che il nostro sarà disposto a cedere. Una carta da giocare è rappresentata dal veto sul budget Ue (che deve essere ratificato all'unanimità), ma il rischio paradossalmente è quello di inimicarsi i Paesi che maggiormente ne beneficiano (cioè i percettori netti, ovvero gli Stati dell'Est). L'altra strada percorribile è la mediazione sulla Commissione: accettare un dicastero debole (per esempio: Istruzione, Salute oppure Clima ed energia) potrebbe essere un buon viatico per scampare alla punizione, ma d'altro canto suonerebbe come una doppia resa per il governo gialloblù, desideroso di mettere le mani sugli Affari economici o il Commercio. Senza contare che, volente o nolente, il nostro Paese è destinato a perdere la presidenza della Bce (Mario Draghi), del Parlamento (Antonio Tajani) e l'Alto rappresentante per gli affari esteri (Federica Mogherini). Certo, se da qui a due settimane l'Italia dovesse riuscire nell'intento di costituire una fronda in grado di portare avanti interessi trasversali le cose potrebbero cambiare radicalmente. Molto dipenderà dall'abilità del nostro esecutivo nel lavorare sottotraccia e, cosa forse ancora più importante, nel riuscire a rimanere coeso. Di certo, però, c'è che molto più di prima ora abbiamo un potere negoziale. Vedremo come ce lo giocheremo.
@Alpine Cars
Anche per questo, il rapporto d’affari tra Gucci e la scuderia francese Alpine-Renault, reso noto ieri, non dovrebbe stupire. Il demiurgo dell’intesa attiva dalla stagione 2027, il manager milanese di origini pugliesi Luca De Meo, a capo del gruppo Kering che include Gucci, ha un passato fruttuoso da dirigente nel mondo delle automobili (è stato ceo di Alpine) e ha studiato l’ingresso del marchio di moda nella Formula 1 non lesinando sui dettagli.
Gucci, di Alpine, diventa «title partner»: non soltanto uno sponsor, ma parte attiva della scuderia nata nel 1955, il cui nome diventerà Gucci Racing Alpine Formula One Team. Cambieranno pure i colori delle monoposto. Invece della combinazione di rosa e blu, è stato scelto un mix nero-oro per far risaltare l’emblematica «G» a corredo delle livree dei piloti e di un insieme di prodotti pensati ad hoc. Se per Francesca Bellettini, presidente e amministratore delegato di Gucci, l’accordo sarebbe «un riflesso della nostra ambizione e del ruolo che vogliamo, una convergenza unica di performance, cultura e portata globale, e Alpine è il partner giusto per dare vita a questa visione», è impossibile non pensare pure all’ingresso di Lmvh (nella fattispecie Louis Vuitton) come sponsor ufficiale del Mondiale in corso. Lo scopo di Liberty media, a capo della gestione commerciale del circus dei motori, era ben chiaro fin dai tempi in cui raccontò il mondo delle monoposto, dei box e dei piloti promuovendo la docuserie Netflix Drive to survive, che forgiò un immaginario accessibile a milioni di spettatori, tutti utenti di Instagram e TikTok, e ovviamente tutti consumatori spendenti: trasformare le corse in un red carpet costante.
Tra i fan potenziali, è lievitata la componente femminile sotto i 35 anni, per statistica tra le più stimolate agli acquisti nella moda. Quasi a dire: maschi sui motori, donne su ciò che li abbellisce, o magari viceversa. Non scordando un aspetto essenziale, la fascinazione degli sceicchi arabi per il mondo delle gare, indizio di per sé gravido di sottintesi danarosi. Già dai tempi di Benetton - il cui team manager era Flavio Briatore, oggi consigliere esecutivo di Alpine - si puntò su analoghe convergenze. Canonizzate poi dal ferrarista Lewis Hamilton, pilota leggendario, icona dandy, presunto fidanzato dell’influencer Kim Kardashian, appassionato di alta moda al punto da diventare volto della campagna Pink PP per Valentino DI.Vas e co-produttore di F1 - Il film, con Brad Pitt. Luca De Meo rimarca il bacino gargantuesco a cui Gucci vorrebbe mirare: nel 2024 la Formula 1 avrebbe registrato 6,5 milioni di spettatori presenti ai Gran Premi, 1,6 miliardi di spettatori televisivi cumulati e 97 milioni di seguaci sui social media, a cui è bene aggiungere l’analisi dell’agenzia Karla Otto e della piattaforma Lefty, secondo cui sarebbe il secondo sport da tenere in considerazione per contributo all’Earned media value (Emv) del settore moda. L’Emv è la metrica che stima il valore della visibilità ottenuta gratis, senza investimenti. Una pesca a strascico con reti dorate. Forse è il destino di tutti gli sport popolari, e però inarrivabili: affiancare alla componente agonistica la sensazione dell’evento glamour, all’etica, l’estetica, insomma il caravanserraglio diveniente del presente permanente.
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Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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