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2019-06-06
L'Ue ci minaccia per indebolirci nel negoziato sul commissario
Ansa
Scontata come un film già visto, è arrivata la rispostaccia di Bruxelles: la Commissione considera «giustificata» l'apertura di una procedura contro l'Italia per debito eccessivo. La «regola» non è stata rispettata nel 2018 (quando per molti mesi al governo c'era il Pd), e, secondo Jean-Claude Juncker e soci, non lo sarà neanche nel 2019 e nel 2020. Ora tocca al Comitato economico e finanziario del Consiglio pronunciarsi entro due settimane. Infine, palla all'Ecofin, l'8-9 luglio, che ha il potere di attivare i passi successivi, anche se per le vere e proprie sanzioni serviranno (o servirebbero) anni.
Altrettanto prevedibile la sceneggiata dei due commissari economici, Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, interpreti anche ieri del collaudato numero del poliziotto cattivo e del poliziotto (apparentemente) buono. Il lettone si è assunto la parte del bad cop, pronunciando torvo la sua requisitoria, e sostenendo che l'Italia abbia «tutti gli indicatori macroeconomici in rosso». Ha solo omesso di ricordare che la Lettonia riceve ogni anno dall'Ue 500 milioni, pari al 2% del Pil lettone. Per capirci, se l'Italia ricevesse altrettanto, avremmo ogni anno da Bruxelles 32-33 miliardi. Fantascienza pura.
Il francese Moscovici, invece, sforzandosi di apparire soave, si è travestito da good cop, recitando una battuta forse lungamente provata allo specchio: «La mia porta resta aperta». Frase pronunciata in italiano in conferenza, e scritta sempre in italiano pure su Twitter.
Ma solo un illuso (o qualcuno in malafede) può credere all'«amicizia» di Moscovici. Esattamente come nei mesi scorsi solo all'Italia fu riservato il trattamento mediatico che sappiamo (dichiarazioni di fuoco a Borse aperte, per incendiare lo spread e terremotare i mercati), e come solo all'Italia fu riservata la conferma e l'inasprimento delle clausole di salvaguardia, allo stesso modo ieri soltanto a noi è stata prospettata la procedura. C'erano infatti quattro paesi nel mirino, e cioè Italia, Francia, Belgio e Cipro, ma solo per noi è stato «raccomandato» il trattamento peggiore. Per la sua Francia, invece, Moscovici ha fatto sapere che lo sforamento del 3% «è solo temporaneo» (peccato che sia avvenuto quasi sempre negli ultimi 10-12 anni) e che «i criteri di deficit e debito sono rispettati». Converrà annotarsi queste chiose di Moscovici, anche in considerazione delle ultime misure di spesa allegra decise da Emmanuel Macron.
Nel frattempo, e la cosa farebbe quasi sorridere se non parlassimo di cose tremendamente serie, la Commissione ha proposto di chiudere la procedura nei confronti della Spagna dopo dieci anni. Avete letto bene: dopo dieci anni.
Tutto scontato quindi? Forse due cose non erano prevedibili. Primo: il fatto che ad assumersi la responsabilità di un colpo così pesante verso l'Italia sia stata una Commissione al capolinea, i cui membri hanno letteralmente gli scatoloni in mano, e che anziché agire con prudenza hanno deciso di operare politicamente da kamikaze. Secondo: il carattere provocatorio delle raccomandazioni, per non dire dei diktat, che Bruxelles invia all'Italia.
Se l'Italia accettasse il pacchetto a scatola chiusa, sarebbe un vero e proprio pilota automatico imposto da Juncker e soci. Alcuni passaggi sono retorici e vuoti, il solito elenco di buone intenzioni (combattere il sommerso, far crescere il lavoro femminile, investire in educazione-ricerca-sviluppo, rendere più efficiente la Pa, accorciare i processi, irrobustire la concorrenza, ecc), ma altri sono autentiche provocazioni. Eccole: riforma del catasto (cioè un ulteriore aumento della tassazione immobiliare, mentre l'Italia è già massacrata da un'insostenibile patrimoniale da 21 miliardi sul mattone), ridurre l'utilizzo del contante (cosa c'entra con deficit e debito?), ridurre l'ammontare di npl nei bilanci bancari (quando la vendita accelerata - anzi la svendita - delle sofferenze ha già dato una mazzata alle nostre banche), e implementare la riforma delle pensioni (tutti hanno letto in questo passaggio un attacco a quota 100).
Di tutta evidenza, it's politics: politica, un attacco politico. Al quale Matteo Salvini ha risposto tenendo il punto: «L'unico modo per ridurre il debito creato in passato è tagliare le tasse (flat tax) e permettere agli italiani di lavorare di più e meglio. Con tagli, sanzioni e austerità, sono cresciuti debito, povertà, precarietà e disoccupazione: dobbiamo fare il contrario. Non chiediamo i soldi degli altri, vogliamo solo investire in lavoro, crescita, ricerca e infrastrutture. Sono sicuro che a Bruxelles rispetteranno questa volontà».
Più vago - quasi neodemocristiano - Luigi Di Maio: «Noi siamo persone serie, l'Italia è un paese serio, che rispetta la parola data. Ci metteremo seduti al tavolo con responsabilità, non per distruggere ma per costruire». Un nota altrettanto anodina di Palazzo Chigi ha aggiunto che «il governo intende continuare a dialogare con la Commissione».
Intanto, un primo segnale (da non disprezzare) è venuto dallo spread, che non si è infiammato, e ha chiuso a 271. Almeno per il momento, i soliti incendiari non potranno titolare: «Allarme spread». Forse i mercati aspettano più un taglio di tasse e politiche pro crescita che le giaculatorie dei commissari in uscita.
L’assist perfetto ai piani del Colle
Non c'è nulla di più inedito di un pezzo già pubblicato. Il motto vale anche le lettere Ue sul debito. Il testo, come previsto, è arrivato ieri sera, e contiene 14 pagine che riassumono, nella lingua di Jean Claude Juncker e di Pierre Moscovici, i mali storici dell'Italia. Insomma, la raccomandazione replica i temi di discussione del 2016 e pure del 2013, quando l'Italia era già stata attenzionata. Tant'è che parte del documento fa riferimento alla legge di bilancio del 2018, approvata quando il governo era a trazione Pd.
Stavolta, in più, si punta il dito contro quota 100 e sull'intoccabilità della legge Fornero con toni molto accesi che però vengono traditi dalle conclusioni. Ecco perché, leggendo la lettera, ci si aspetterebbero decisioni nette; invece la Commissione Ue chiude minacciando il governo. Viene in pratica suggerita la procedura d'infrazione, ma poi si lascia la scelta ai Paesi europei. Gli stessi che, in sede di Consiglio, nelle prossime settimane apriranno le danze delle poltrone. Il consesso sarà chiamato a definire il direttivo della Bce - e di conseguenza la scelta del sostituto di Mario Draghi - senza dimenticare che dovrà decidere tutti gli incarichi dei commissari e dovrà farlo con trattative serrate.
Il medesimo gruppo di rappresentanza sarà tenuto a scegliere il capo del Consiglio Ue, e tra una trattativa e l'altra - inutile specificarlo - analizzerà l'opportunità o meno di avviare realmente la procedura d'infrazione per il nostro Paese.
Chiunque è in grado di comprendere che la punizione viene posta su uno dei piatti della bilancia, e sarà utilizzata per fare enormi pressioni su Roma affinché sostenga Tizio piuttosto che Caio in sede di nomine. E, soprattutto, accetti di ricoprire in Commissione un incarico di terza fila.
A meno che la scelta del candidato venga da un cesto che non ha nulla di sovranista o leghista, ma che goda della benedizione del Colle. È, infatti, facile immaginare che la carta di Enzo Moavero Milanesi possa essere giocata per garantire al nostro Paese un nome di passaporto italiano ma certo non di fede gialloblù. In sede di Consiglio verrà anche fatto notare a Roma che recentemente è stato nominato presidente del consiglio di sorveglianza della Bce Andrea Enria, che rappresenta una pedina fondamentale del puzzle, ma non è certo un esponente in linea con l'attuale maggioranza.
Inoltre, alla partita a scacchi per il governo attuale sarà ancora più difficile partecipare, non solo perché verrà costantemente minacciato con la procedura d'infrazione, ma anche perché il partito del Quirinale eserciterà sul premier Giuseppe Conte un'assillante moral suasion. Suggerirà i nomi dei candidati a commissario, come detto, e farà presente che se mai dovesse esserci un nuovo ministro agli Affari europei (il dicastero che era di Paolo Savona) dovrà essere di area quirinalizia. Al tempo stesso, il governo di Conte sarà chiamato a disinnescare le bombe che qua là verranno piazzate per dividere i 5 stelle e abbattere la maggioranza in Parlamento. Quanto accaduto per lo Sblocca cantieri si potrà ripetere in numerose altre occasioni. In ballo c'è anche il decreto Crescita, e gli emendamenti tranello possono arrivare da varie parti. L'intento è sempre quello di creare il pretesto per il divorzio gialloblù e le (immediate?) elezioni.
Andare a votare a settembre, però, significa legarsi le mani da soli e incamminarsi verso un esercizio provvisorio, e quindi una legge di bilancio 2020 scritta da Bruxelles o da qualche governo tecnico, che poi è la stessa cosa. Di tale rischio sono consapevoli quei 5 stelle che fanno riferimento a Luigi Di Maio, i quali - pur di non correre il rischio di tornare alle urne - potrebbero decidere di prendere la lettera recapitata dall'Ue come un testo tecnico e non politico.
D'altronde, i media già ieri sera hanno iniziato a spiegare quali sono le raccomandazioni e le mosse da intraprendere per evitare l'eventuale procedura. Tagliare subito il debito, combattere l'evasione (un modo per suggerire lo stop ai condoni e alle sanatorie), rimettere mano al mercato del lavoro e ripristinare in toto il sistema Fornero. In pratica, si tratterebbe di un'inversione di rotta rispetto all'ultimo Def. Ma sarebbe una scelta che finirebbe con l'impattare subito sulla manovra d'ottobre, che si riempirebbe automaticamente di nuove tasse, oltre all'aumento dell'Iva.
È troppo tardi per imparare dai francesi. Ieri Parigi ha ricevuto una lettera di senso opposto. Siccome il loro deficit è «temporaneo» e il governo ha dichiarato che riuscirà a farlo scendere già dal 2020, Bruxelles ha ritirato ogni proposta d'infrazione. Tutto bene, anche se sappiamo tutti - lo dimostra la storia recente - che non succederà mai. Come non è mai accaduto quando a prometterlo era Pier Carlo Padoan. Se ci fossero ancora dei dubbi, il salvataggio amichevole della Francia dimostra che questa Ue si basa sulle finzioni: contabili, e non.
Niente panico sui mercati. Il cane dello spread abbaia però alla fine non morde
Dopo che la Commissione europea ha formalmente proposto l'apertura di una procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia per debito eccessivo, lo spread btp-bund ha «ballato» un po' ma di fatto non è successo nulla di eclatante.
Il motivo è chiaro: come accade spesso nei casi in cui le istituzioni europee devono pronunciarsi su un determinato tema, i mercati hanno già da giorni scontato gli eventuali effetti nefasti delle scelte Ue.
Così, ieri, il differenziale tra il titolo di Stato tedesco e quello italiano ha iniziato la giornata intorno a 273 punti per aumentare intorno a quota 285 dopo il pronunciamento di Bruxelles per poi ritornare in carreggiata a fine giornata a quota 271, in calo dello 0,22%.
Si tratta certo di valori elevati se si considera che il 19 marzo il valore era intorno a 237 punti, ma è anche vero che a fine 2018, era il 6 dicembre, il differenziale era a quota 297.
In parole povere, il valore è alto, certo, ma in realtà è su questi livelli (se non più alti in alcuni giorni) dall'agosto scorso.
L'idea è in realtà condivisa da molti esperti. «Eventuali sanzioni comminate dalla Commissione europea all'Italia contribuiranno all'aumento del deficit di bilancio del Paese e indeboliranno il mercato dei titoli di Stato italiani, ma nel complesso, gli effetti saranno piuttosto lievi», ha detto Jean-Marie Mercadal, amministratore delegato di Ofi Asset Management: «Anche se lo spread si è recentemente allargato, non si parla più di un'uscita dell'Italia dell'euro, e siccome molti investitori internazionali hanno ridotto l'esposizione sull'obbligazionario del Paese, ci sono meno potenziali venditori in circolazione», conclude l'esperto.
«L'avvio della procedura era così largamente atteso che era già praticamente nei prezzi», afferma a Mf-Dowjones uno strategist, puntualizzando come «il mercato si aspettasse questa notizia». Jack Allen-Reynolds di Capital economics sottolinea come «una procedura non comporterà immediatamente sanzioni finanziarie», ma il vero problema per Roma sta «nella debolezza della sua economia, a cui potrebbe aggiungersi un altro periodo difficile sui mercati finanziari».
Anche sul fronte azionario i mercati avevano già abbondantemente scontato il rischio. Ieri Piazza Affari ha chiuso la seduta in calo dello 0,36%. Il calo del greggio (-3,5% a 51,5 dollari il Wti) ha trascinato al ribasso i petroliferi in Borsa, con Eni in calo dell'1% mentre Saipem (+1,2%) si è mostrata in controtendenza grazie alla commessa da 6 miliardi in Mozambico. Vendite anche su tutto il comparto bancario, a partire da Banco Bpm (-2,2%), Uncredit (-3,45%), Bper -1,81%, Ubi Banca (-1,18%) e Intesa Sanpaolo (-0,87%). Segno meno anche per Tenaris (-3,29%) e tra gli industriali per Pirelli (-1,48%), Stm (-1,03%) e Fca (-0,96%). Atlantia ieri è cresciuta (+2,6%) nel giorno dell'avvio delle votazioni al Senato sullo Sblocca cantieri. In recupero anche la moda, con Ferragamo a +3% mentre la migliore del Ftse Mib è la Juventus (+5,2%) che - con il toto allenatore che impazza - si sta riavvicinando ai massimi storici toccati a metà aprile prima dell'eliminazione dalla Champions League.
Sul resto del listino Mediobanca Securities ha confermato il giudizio outperform (meglio del previsto) su Autogrill (+1,25% a 8,9 euro), alzando il prezzo obiettivo a 11,9 euro da 11,3. Sull'Aim Italia, infine, Pharmanutra (+0,79%) prosegue l'espansione sui mercati internazionali. L'azienda ha chiuso tre accordi per la distribuzione dei prodotti della linea SiderAl in India, Bulgaria e Sud Corea.
La multa si giocherà al super suk delle nomine
E adesso che succede? È questa la domanda che si pongono un po' tutti all'indomani della conferenza stampa tenuta da Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici. La procedura di infrazione caldamente suggerita dalla Commissione europea prevede infatti dei passaggi ben precisi dai quali non si può pensare di prescindere. La prima cosa da tenere bene a mente è che quelle formulate ieri da Bruxelles nei confronti del nostro Paese sono delle raccomandazioni. Dal punto di vista formale ieri non è stata aperta alcuna procedura di infrazione, semmai sono state gettate le basi per l'avvio vero e proprio dell'iter. A tal proposito un Moscovici più sibillino del solito, esprimendosi in italiano, ha così chiosato: «Ora tocca agli Stati membri esprimersi. Ovviamente saremo sempre disposti a tenere in considerazione nuovi dati. La mia porta rimane aperta». Dunque, almeno sulla carta, la multa dallo 0,2% allo 0,5% del Pil non è ancora deciso.
La palla passa ora alla politica. Difficile, anzi impossibile non pensare che le scelte che verranno prese non finiscano per intrecciarsi con le importantissime scadenze istituzionali in programma nei prossimi mesi. Se da un lato la mossa di spostare la pubblicazione delle conclusioni del semestre dopo le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo può aver significato tamponare l'ondata sovranista (è lecito chiedersi quale percentuale avrebbe raccolto la Lega se la conferenza si fosse svolta prima del voto), d'altro canto ciò potrebbe aver spinto la resa dei conti con l'Italia eccessivamente a ridosso dei negoziati per le cariche Ue.
Ma cosa c'è in ballo da qui alla fine dell'estate e quali sono gli attori coinvolti? La legge che regola la procedura di infrazione e il relativo impianto sanzionatorio (l'articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea) prevede che a doversi pronunciare sia l'Ecofin (formazione del Consiglio dei ministri dell'Economia europei). Nel passato, la pronuncia è arrivata a distanza di 3-4 settimane dalle raccomandazioni della Commissione. Difficile ipotizzare perciò che dall'Ecofin in programma per il 14 giugno possa scaturire qualche decisione ufficiale. Nulla impedisce però che dell'argomento si parli, almeno in via informale, proprio in quella data e durante l'Eurogruppo previsto per il giorno prima. Verosimilmente tutto verrà rimandato all'Ecofin del 9 luglio, data che a questo punto diventa la più papabile per una possibile decisione finale. Da oggi fino a quel giorno, il premier Giuseppe Conte, il ministro dell'Economia Giovanni Tria e i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio avranno tempo per elaborare una strategia al fine di scongiurare il peggio.
L'appuntamento più importante si trova a cavallo: il Consiglio nella sua formazione principale, quella che riunisce i capi di Stato e di governo, è fissato infatti per il 20 e 21 giugno a Bruxelles. In quella data i rappresentanti dei vari Paesi saranno chiamati non solo a «prendere le decisioni pertinenti sulle nomine per il prossimo ciclo istituzionale» ma anche «adottare l'agenda strategica dell'UE per il periodo 2019-2024». Prevista anche una discussione sul budget settennale 2021-2024, ancora in attesa di approvazione, e che non per niente la vecchia Commissione pressava per definire prima delle elezioni. È molto probabile dunque che, per una strana coincidenza temporale, l'effettivo avvio della procedura di infrazione finisca nel calderone delle decisioni di peso. Sul piatto, oltre alle sorti del nostro Paese, la nomina dei presidenti della Commissione europea, del Consiglio dell'Ue, del Parlamento europeo, della Banca centrale europea e, ovviamente, dei membri della Commissione.
L'esito della partita dipende in gran parte dal terreno che il nostro sarà disposto a cedere. Una carta da giocare è rappresentata dal veto sul budget Ue (che deve essere ratificato all'unanimità), ma il rischio paradossalmente è quello di inimicarsi i Paesi che maggiormente ne beneficiano (cioè i percettori netti, ovvero gli Stati dell'Est). L'altra strada percorribile è la mediazione sulla Commissione: accettare un dicastero debole (per esempio: Istruzione, Salute oppure Clima ed energia) potrebbe essere un buon viatico per scampare alla punizione, ma d'altro canto suonerebbe come una doppia resa per il governo gialloblù, desideroso di mettere le mani sugli Affari economici o il Commercio. Senza contare che, volente o nolente, il nostro Paese è destinato a perdere la presidenza della Bce (Mario Draghi), del Parlamento (Antonio Tajani) e l'Alto rappresentante per gli affari esteri (Federica Mogherini). Certo, se da qui a due settimane l'Italia dovesse riuscire nell'intento di costituire una fronda in grado di portare avanti interessi trasversali le cose potrebbero cambiare radicalmente. Molto dipenderà dall'abilità del nostro esecutivo nel lavorare sottotraccia e, cosa forse ancora più importante, nel riuscire a rimanere coeso. Di certo, però, c'è che molto più di prima ora abbiamo un potere negoziale. Vedremo come ce lo giocheremo.
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L'Ue vuole la procedura d'infrazione. Nel mirino i conti (parziali) 2019, quelli 2018 targati Pier Carlo Padoan e quota 100. Giuseppe Conte: «Mi impegno a trattare». Matteo Salvini: «La flat tax è la soluzione». L'assist perfetto ai piani del Colle. La minaccia della Commissione è benzina per le aspettative di Sergio Mattarella. Su tutte, inserire un europeista alla Enzo Moavero Milanesi nella rosa dei nomi per la Commissione. Utilizzando la paura di stangate come lubrificante. Niente panico sui mercati. Il cane dello spread abbaia però alla fine non morde. Le Borse avevano scontato in anticipo le mosse di Bruxelles. Dopo l'annuncio il differenziale Btp/Bund rimbalza, ma chiude in calo. La multa si giocherà al super suk delle nomine. Decisivo l'Ecofin del 9 luglio. Ma negli incontri precedenti, su commissari e Bce, i gialloblù possono incidere. Lo speciale comprende quattro articoli. Scontata come un film già visto, è arrivata la rispostaccia di Bruxelles: la Commissione considera «giustificata» l'apertura di una procedura contro l'Italia per debito eccessivo. La «regola» non è stata rispettata nel 2018 (quando per molti mesi al governo c'era il Pd), e, secondo Jean-Claude Juncker e soci, non lo sarà neanche nel 2019 e nel 2020. Ora tocca al Comitato economico e finanziario del Consiglio pronunciarsi entro due settimane. Infine, palla all'Ecofin, l'8-9 luglio, che ha il potere di attivare i passi successivi, anche se per le vere e proprie sanzioni serviranno (o servirebbero) anni. Altrettanto prevedibile la sceneggiata dei due commissari economici, Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, interpreti anche ieri del collaudato numero del poliziotto cattivo e del poliziotto (apparentemente) buono. Il lettone si è assunto la parte del bad cop, pronunciando torvo la sua requisitoria, e sostenendo che l'Italia abbia «tutti gli indicatori macroeconomici in rosso». Ha solo omesso di ricordare che la Lettonia riceve ogni anno dall'Ue 500 milioni, pari al 2% del Pil lettone. Per capirci, se l'Italia ricevesse altrettanto, avremmo ogni anno da Bruxelles 32-33 miliardi. Fantascienza pura. Il francese Moscovici, invece, sforzandosi di apparire soave, si è travestito da good cop, recitando una battuta forse lungamente provata allo specchio: «La mia porta resta aperta». Frase pronunciata in italiano in conferenza, e scritta sempre in italiano pure su Twitter. Ma solo un illuso (o qualcuno in malafede) può credere all'«amicizia» di Moscovici. Esattamente come nei mesi scorsi solo all'Italia fu riservato il trattamento mediatico che sappiamo (dichiarazioni di fuoco a Borse aperte, per incendiare lo spread e terremotare i mercati), e come solo all'Italia fu riservata la conferma e l'inasprimento delle clausole di salvaguardia, allo stesso modo ieri soltanto a noi è stata prospettata la procedura. C'erano infatti quattro paesi nel mirino, e cioè Italia, Francia, Belgio e Cipro, ma solo per noi è stato «raccomandato» il trattamento peggiore. Per la sua Francia, invece, Moscovici ha fatto sapere che lo sforamento del 3% «è solo temporaneo» (peccato che sia avvenuto quasi sempre negli ultimi 10-12 anni) e che «i criteri di deficit e debito sono rispettati». Converrà annotarsi queste chiose di Moscovici, anche in considerazione delle ultime misure di spesa allegra decise da Emmanuel Macron. Nel frattempo, e la cosa farebbe quasi sorridere se non parlassimo di cose tremendamente serie, la Commissione ha proposto di chiudere la procedura nei confronti della Spagna dopo dieci anni. Avete letto bene: dopo dieci anni. Tutto scontato quindi? Forse due cose non erano prevedibili. Primo: il fatto che ad assumersi la responsabilità di un colpo così pesante verso l'Italia sia stata una Commissione al capolinea, i cui membri hanno letteralmente gli scatoloni in mano, e che anziché agire con prudenza hanno deciso di operare politicamente da kamikaze. Secondo: il carattere provocatorio delle raccomandazioni, per non dire dei diktat, che Bruxelles invia all'Italia. Se l'Italia accettasse il pacchetto a scatola chiusa, sarebbe un vero e proprio pilota automatico imposto da Juncker e soci. Alcuni passaggi sono retorici e vuoti, il solito elenco di buone intenzioni (combattere il sommerso, far crescere il lavoro femminile, investire in educazione-ricerca-sviluppo, rendere più efficiente la Pa, accorciare i processi, irrobustire la concorrenza, ecc), ma altri sono autentiche provocazioni. Eccole: riforma del catasto (cioè un ulteriore aumento della tassazione immobiliare, mentre l'Italia è già massacrata da un'insostenibile patrimoniale da 21 miliardi sul mattone), ridurre l'utilizzo del contante (cosa c'entra con deficit e debito?), ridurre l'ammontare di npl nei bilanci bancari (quando la vendita accelerata - anzi la svendita - delle sofferenze ha già dato una mazzata alle nostre banche), e implementare la riforma delle pensioni (tutti hanno letto in questo passaggio un attacco a quota 100). Di tutta evidenza, it's politics: politica, un attacco politico. Al quale Matteo Salvini ha risposto tenendo il punto: «L'unico modo per ridurre il debito creato in passato è tagliare le tasse (flat tax) e permettere agli italiani di lavorare di più e meglio. Con tagli, sanzioni e austerità, sono cresciuti debito, povertà, precarietà e disoccupazione: dobbiamo fare il contrario. Non chiediamo i soldi degli altri, vogliamo solo investire in lavoro, crescita, ricerca e infrastrutture. Sono sicuro che a Bruxelles rispetteranno questa volontà». Più vago - quasi neodemocristiano - Luigi Di Maio: «Noi siamo persone serie, l'Italia è un paese serio, che rispetta la parola data. Ci metteremo seduti al tavolo con responsabilità, non per distruggere ma per costruire». Un nota altrettanto anodina di Palazzo Chigi ha aggiunto che «il governo intende continuare a dialogare con la Commissione». Intanto, un primo segnale (da non disprezzare) è venuto dallo spread, che non si è infiammato, e ha chiuso a 271. Almeno per il momento, i soliti incendiari non potranno titolare: «Allarme spread». 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Tant'è che parte del documento fa riferimento alla legge di bilancio del 2018, approvata quando il governo era a trazione Pd. Stavolta, in più, si punta il dito contro quota 100 e sull'intoccabilità della legge Fornero con toni molto accesi che però vengono traditi dalle conclusioni. Ecco perché, leggendo la lettera, ci si aspetterebbero decisioni nette; invece la Commissione Ue chiude minacciando il governo. Viene in pratica suggerita la procedura d'infrazione, ma poi si lascia la scelta ai Paesi europei. Gli stessi che, in sede di Consiglio, nelle prossime settimane apriranno le danze delle poltrone. Il consesso sarà chiamato a definire il direttivo della Bce - e di conseguenza la scelta del sostituto di Mario Draghi - senza dimenticare che dovrà decidere tutti gli incarichi dei commissari e dovrà farlo con trattative serrate. Il medesimo gruppo di rappresentanza sarà tenuto a scegliere il capo del Consiglio Ue, e tra una trattativa e l'altra - inutile specificarlo - analizzerà l'opportunità o meno di avviare realmente la procedura d'infrazione per il nostro Paese. Chiunque è in grado di comprendere che la punizione viene posta su uno dei piatti della bilancia, e sarà utilizzata per fare enormi pressioni su Roma affinché sostenga Tizio piuttosto che Caio in sede di nomine. E, soprattutto, accetti di ricoprire in Commissione un incarico di terza fila. A meno che la scelta del candidato venga da un cesto che non ha nulla di sovranista o leghista, ma che goda della benedizione del Colle. È, infatti, facile immaginare che la carta di Enzo Moavero Milanesi possa essere giocata per garantire al nostro Paese un nome di passaporto italiano ma certo non di fede gialloblù. In sede di Consiglio verrà anche fatto notare a Roma che recentemente è stato nominato presidente del consiglio di sorveglianza della Bce Andrea Enria, che rappresenta una pedina fondamentale del puzzle, ma non è certo un esponente in linea con l'attuale maggioranza. Inoltre, alla partita a scacchi per il governo attuale sarà ancora più difficile partecipare, non solo perché verrà costantemente minacciato con la procedura d'infrazione, ma anche perché il partito del Quirinale eserciterà sul premier Giuseppe Conte un'assillante moral suasion. Suggerirà i nomi dei candidati a commissario, come detto, e farà presente che se mai dovesse esserci un nuovo ministro agli Affari europei (il dicastero che era di Paolo Savona) dovrà essere di area quirinalizia. Al tempo stesso, il governo di Conte sarà chiamato a disinnescare le bombe che qua là verranno piazzate per dividere i 5 stelle e abbattere la maggioranza in Parlamento. Quanto accaduto per lo Sblocca cantieri si potrà ripetere in numerose altre occasioni. In ballo c'è anche il decreto Crescita, e gli emendamenti tranello possono arrivare da varie parti. L'intento è sempre quello di creare il pretesto per il divorzio gialloblù e le (immediate?) elezioni. Andare a votare a settembre, però, significa legarsi le mani da soli e incamminarsi verso un esercizio provvisorio, e quindi una legge di bilancio 2020 scritta da Bruxelles o da qualche governo tecnico, che poi è la stessa cosa. Di tale rischio sono consapevoli quei 5 stelle che fanno riferimento a Luigi Di Maio, i quali - pur di non correre il rischio di tornare alle urne - potrebbero decidere di prendere la lettera recapitata dall'Ue come un testo tecnico e non politico. D'altronde, i media già ieri sera hanno iniziato a spiegare quali sono le raccomandazioni e le mosse da intraprendere per evitare l'eventuale procedura. Tagliare subito il debito, combattere l'evasione (un modo per suggerire lo stop ai condoni e alle sanatorie), rimettere mano al mercato del lavoro e ripristinare in toto il sistema Fornero. In pratica, si tratterebbe di un'inversione di rotta rispetto all'ultimo Def. Ma sarebbe una scelta che finirebbe con l'impattare subito sulla manovra d'ottobre, che si riempirebbe automaticamente di nuove tasse, oltre all'aumento dell'Iva. È troppo tardi per imparare dai francesi. Ieri Parigi ha ricevuto una lettera di senso opposto. Siccome il loro deficit è «temporaneo» e il governo ha dichiarato che riuscirà a farlo scendere già dal 2020, Bruxelles ha ritirato ogni proposta d'infrazione. Tutto bene, anche se sappiamo tutti - lo dimostra la storia recente - che non succederà mai. Come non è mai accaduto quando a prometterlo era Pier Carlo Padoan. Se ci fossero ancora dei dubbi, il salvataggio amichevole della Francia dimostra che questa Ue si basa sulle finzioni: contabili, e non. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ultimo-schiaffo-di-juncker-ora-stangate-litalia-ma-per-il-debito-fatto-dal-pd-2638704811.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="niente-panico-sui-mercati-il-cane-dello-spread-abbaia-pero-alla-fine-non-morde" data-post-id="2638704811" data-published-at="1777476783" data-use-pagination="False"> Niente panico sui mercati. Il cane dello spread abbaia però alla fine non morde Dopo che la Commissione europea ha formalmente proposto l'apertura di una procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia per debito eccessivo, lo spread btp-bund ha «ballato» un po' ma di fatto non è successo nulla di eclatante. Il motivo è chiaro: come accade spesso nei casi in cui le istituzioni europee devono pronunciarsi su un determinato tema, i mercati hanno già da giorni scontato gli eventuali effetti nefasti delle scelte Ue. Così, ieri, il differenziale tra il titolo di Stato tedesco e quello italiano ha iniziato la giornata intorno a 273 punti per aumentare intorno a quota 285 dopo il pronunciamento di Bruxelles per poi ritornare in carreggiata a fine giornata a quota 271, in calo dello 0,22%. Si tratta certo di valori elevati se si considera che il 19 marzo il valore era intorno a 237 punti, ma è anche vero che a fine 2018, era il 6 dicembre, il differenziale era a quota 297. In parole povere, il valore è alto, certo, ma in realtà è su questi livelli (se non più alti in alcuni giorni) dall'agosto scorso. L'idea è in realtà condivisa da molti esperti. «Eventuali sanzioni comminate dalla Commissione europea all'Italia contribuiranno all'aumento del deficit di bilancio del Paese e indeboliranno il mercato dei titoli di Stato italiani, ma nel complesso, gli effetti saranno piuttosto lievi», ha detto Jean-Marie Mercadal, amministratore delegato di Ofi Asset Management: «Anche se lo spread si è recentemente allargato, non si parla più di un'uscita dell'Italia dell'euro, e siccome molti investitori internazionali hanno ridotto l'esposizione sull'obbligazionario del Paese, ci sono meno potenziali venditori in circolazione», conclude l'esperto. «L'avvio della procedura era così largamente atteso che era già praticamente nei prezzi», afferma a Mf-Dowjones uno strategist, puntualizzando come «il mercato si aspettasse questa notizia». Jack Allen-Reynolds di Capital economics sottolinea come «una procedura non comporterà immediatamente sanzioni finanziarie», ma il vero problema per Roma sta «nella debolezza della sua economia, a cui potrebbe aggiungersi un altro periodo difficile sui mercati finanziari». Anche sul fronte azionario i mercati avevano già abbondantemente scontato il rischio. Ieri Piazza Affari ha chiuso la seduta in calo dello 0,36%. Il calo del greggio (-3,5% a 51,5 dollari il Wti) ha trascinato al ribasso i petroliferi in Borsa, con Eni in calo dell'1% mentre Saipem (+1,2%) si è mostrata in controtendenza grazie alla commessa da 6 miliardi in Mozambico. Vendite anche su tutto il comparto bancario, a partire da Banco Bpm (-2,2%), Uncredit (-3,45%), Bper -1,81%, Ubi Banca (-1,18%) e Intesa Sanpaolo (-0,87%). Segno meno anche per Tenaris (-3,29%) e tra gli industriali per Pirelli (-1,48%), Stm (-1,03%) e Fca (-0,96%). Atlantia ieri è cresciuta (+2,6%) nel giorno dell'avvio delle votazioni al Senato sullo Sblocca cantieri. In recupero anche la moda, con Ferragamo a +3% mentre la migliore del Ftse Mib è la Juventus (+5,2%) che - con il toto allenatore che impazza - si sta riavvicinando ai massimi storici toccati a metà aprile prima dell'eliminazione dalla Champions League. Sul resto del listino Mediobanca Securities ha confermato il giudizio outperform (meglio del previsto) su Autogrill (+1,25% a 8,9 euro), alzando il prezzo obiettivo a 11,9 euro da 11,3. Sull'Aim Italia, infine, Pharmanutra (+0,79%) prosegue l'espansione sui mercati internazionali. L'azienda ha chiuso tre accordi per la distribuzione dei prodotti della linea SiderAl in India, Bulgaria e Sud Corea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ultimo-schiaffo-di-juncker-ora-stangate-litalia-ma-per-il-debito-fatto-dal-pd-2638704811.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-multa-si-giochera-al-super-suk-delle-nomine" data-post-id="2638704811" data-published-at="1777476783" data-use-pagination="False"> La multa si giocherà al super suk delle nomine E adesso che succede? È questa la domanda che si pongono un po' tutti all'indomani della conferenza stampa tenuta da Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici. La procedura di infrazione caldamente suggerita dalla Commissione europea prevede infatti dei passaggi ben precisi dai quali non si può pensare di prescindere. La prima cosa da tenere bene a mente è che quelle formulate ieri da Bruxelles nei confronti del nostro Paese sono delle raccomandazioni. Dal punto di vista formale ieri non è stata aperta alcuna procedura di infrazione, semmai sono state gettate le basi per l'avvio vero e proprio dell'iter. A tal proposito un Moscovici più sibillino del solito, esprimendosi in italiano, ha così chiosato: «Ora tocca agli Stati membri esprimersi. Ovviamente saremo sempre disposti a tenere in considerazione nuovi dati. La mia porta rimane aperta». Dunque, almeno sulla carta, la multa dallo 0,2% allo 0,5% del Pil non è ancora deciso. La palla passa ora alla politica. Difficile, anzi impossibile non pensare che le scelte che verranno prese non finiscano per intrecciarsi con le importantissime scadenze istituzionali in programma nei prossimi mesi. Se da un lato la mossa di spostare la pubblicazione delle conclusioni del semestre dopo le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo può aver significato tamponare l'ondata sovranista (è lecito chiedersi quale percentuale avrebbe raccolto la Lega se la conferenza si fosse svolta prima del voto), d'altro canto ciò potrebbe aver spinto la resa dei conti con l'Italia eccessivamente a ridosso dei negoziati per le cariche Ue. Ma cosa c'è in ballo da qui alla fine dell'estate e quali sono gli attori coinvolti? La legge che regola la procedura di infrazione e il relativo impianto sanzionatorio (l'articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea) prevede che a doversi pronunciare sia l'Ecofin (formazione del Consiglio dei ministri dell'Economia europei). Nel passato, la pronuncia è arrivata a distanza di 3-4 settimane dalle raccomandazioni della Commissione. Difficile ipotizzare perciò che dall'Ecofin in programma per il 14 giugno possa scaturire qualche decisione ufficiale. Nulla impedisce però che dell'argomento si parli, almeno in via informale, proprio in quella data e durante l'Eurogruppo previsto per il giorno prima. Verosimilmente tutto verrà rimandato all'Ecofin del 9 luglio, data che a questo punto diventa la più papabile per una possibile decisione finale. Da oggi fino a quel giorno, il premier Giuseppe Conte, il ministro dell'Economia Giovanni Tria e i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio avranno tempo per elaborare una strategia al fine di scongiurare il peggio. L'appuntamento più importante si trova a cavallo: il Consiglio nella sua formazione principale, quella che riunisce i capi di Stato e di governo, è fissato infatti per il 20 e 21 giugno a Bruxelles. In quella data i rappresentanti dei vari Paesi saranno chiamati non solo a «prendere le decisioni pertinenti sulle nomine per il prossimo ciclo istituzionale» ma anche «adottare l'agenda strategica dell'UE per il periodo 2019-2024». Prevista anche una discussione sul budget settennale 2021-2024, ancora in attesa di approvazione, e che non per niente la vecchia Commissione pressava per definire prima delle elezioni. È molto probabile dunque che, per una strana coincidenza temporale, l'effettivo avvio della procedura di infrazione finisca nel calderone delle decisioni di peso. Sul piatto, oltre alle sorti del nostro Paese, la nomina dei presidenti della Commissione europea, del Consiglio dell'Ue, del Parlamento europeo, della Banca centrale europea e, ovviamente, dei membri della Commissione. L'esito della partita dipende in gran parte dal terreno che il nostro sarà disposto a cedere. Una carta da giocare è rappresentata dal veto sul budget Ue (che deve essere ratificato all'unanimità), ma il rischio paradossalmente è quello di inimicarsi i Paesi che maggiormente ne beneficiano (cioè i percettori netti, ovvero gli Stati dell'Est). L'altra strada percorribile è la mediazione sulla Commissione: accettare un dicastero debole (per esempio: Istruzione, Salute oppure Clima ed energia) potrebbe essere un buon viatico per scampare alla punizione, ma d'altro canto suonerebbe come una doppia resa per il governo gialloblù, desideroso di mettere le mani sugli Affari economici o il Commercio. Senza contare che, volente o nolente, il nostro Paese è destinato a perdere la presidenza della Bce (Mario Draghi), del Parlamento (Antonio Tajani) e l'Alto rappresentante per gli affari esteri (Federica Mogherini). Certo, se da qui a due settimane l'Italia dovesse riuscire nell'intento di costituire una fronda in grado di portare avanti interessi trasversali le cose potrebbero cambiare radicalmente. Molto dipenderà dall'abilità del nostro esecutivo nel lavorare sottotraccia e, cosa forse ancora più importante, nel riuscire a rimanere coeso. Di certo, però, c'è che molto più di prima ora abbiamo un potere negoziale. Vedremo come ce lo giocheremo.
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Non hanno sbandierato gli ultimi rimpatri, da Berlino. Il settimanale Spiegel ha scovato la notizia e ieri l’ha data: un volo charter è decollato dopo mezzanotte di lunedì da Lipsia, con a bordo 25 afghani con precedenti penali, trasferiti all’aeroporto direttamente dal carcere. L’aereo ha fatto scalo in Turchia, a Trebisonda, per poi dirigersi a Kabul. I «remigrati» si erano macchiati di vari reati, tra cui furto, ricettazione, traffico di droga, stupro di gruppo, omicidio colposo, sequestro di persona, rapimento a scopo d’estorsione e crimini «a sfondo politico». Su quest’ultimo reato non sono state diffuse precisazioni. Secondo il settimanale tedesco, questo trasferimento è stato trattato in modo riservato tra le autorità tedesche e il governo dei talebani. A febbraio, c’erano stati altri 20 pregiudicati rimandati in Afghanistan. Ma l’espulsione maggiore è stata quella dello scorso luglio, quando furono imbarcati su un aereo per Kabul 81 persone, tutte pregiudicate, a seguito di una trattativa che aveva visto la mediazione del Qatar, visto che formalmente non ci sono rapporti diplomatici ufficiali con l’Afghanistan.
Anche se si tratta di soggetti che si sono macchiati di reati, le Nazioni unite e molte Ong non vedono di buon occhio questi accordi bilaterali, sia con l’Afghanistan sia con la Siria. E anche l’Ue sta andando a rilento sulla faccenda, nonostante le pressioni di molti Stati membri, con la scusa che a Kabul e a Damasco i diritti umani sono spesso violati e i detenuti rischiano torture e gravi privazioni.
Lo scorso 21 ottobre c’è stato un episodio clamoroso. Dieci Paesi europei, tra cui Germania, Italia, Svezia, Paesi Bassi e Polonia, hanno scritto una lettera a Bruxelles affermando che «l’Ue deve dare una risposta decisa e coordinata per riprendere il controllo sulla migrazione e sulla sicurezza». E hanno indicato l’espulsione degli afghani «senza diritto di residenza» tra i compiti che si deve assumere l’Ue. Secondo quel documento, a fine ottobre c’erano circa 22.870 afghani nell’Ue, che avevano ricevuto una decisione di rimpatrio nel 2024. Ma solo 435 persone sono effettivamente tornate nel loro Paese d’origine.
La Germania, stufa di aspettare, si sta muovendo da sola e batte i propri canali diplomatici. Lo sta facendo anche con i siriani, considerato che a Damasco non c’è più Assad, ma un regime ben visto dall’Europa, anche se guidato da un ex terrorista islamico abilmente ripulito come Ahmad al Shara. Tecnicamente, per l’Ue l’Afghanistan e la Siria sono Paesi d’origine «non sicuri». Il governo dei talebani non è riconosciuto a livello internazionale e non ci sono basi giuridiche per le espulsioni congiunte dell’Ue. Neppure in caso di delinquenti conclamati. Servono quindi un nuovo accordo sui rimpatri, o una modifica della direttiva sul tema, che richiedono l’approvazione dell’Europarlamento e del Consiglio Ue. Chi si muove in autonomia, come Berlino, deve comunque rispettare le norme europee e la Cedu. E poi ci sono i tribunali nazionali, che possono bloccare le cosiddette deportazioni nel caso ravvisino minacce alla vita, all’integrità fisica o alla libertà.
Al di là della prudenza dell’Unione, grazie alla decisione con la quale la Germania sta battendo la sua strada con afghani e siriani (si sta sempre parlando di pregiudicati), anche l’Italia risulta meno sola. O meglio, criticato in patria per l’accordo con l’Albania, il governo Meloni in realtà non è poi tanto solo sull’immigrazione, almeno nell’Europa che conta. Un altro esempio arriva dal Regno Unito, guidato dai laburisti, che la scorsa settimana ha firmato un nuovo accordo con la Francia per collaborare nel fermare i clandestini che vogliono attraversare la Manica. Il tutto con la previsione di robusti incentivi economici a favore della polizia francese, da parte del governo di Keir Starmer. Si tratta di un bagno di realtà, di una presa d’atto (quasi tardiva) che il problema dell’immigrazione clandestina non era solo di chi ha tanti chilometri di coste a Sud. E il motivo è che, con le destre in vantaggio nei sondaggi sia in Regno Unito che in Francia, nessun governante vuole andare a casa per colpa dell’immigrazione fuori controllo. Neppure se vuol fare il progressista.
E proprio ieri, l’Ufficio federale per la migrazione e i rifugiati di Berlino ha reso noto che la Germania non è più la prima destinazione d’asilo d’Europa. Nel primo trimestre, le domande sono calate del 23% rispetto al medesimo periodo del 2025 e per la prima volta la Germania perde il primo posto per scendere al quarto, subito dietro all’Italia. Attenzione, però, perché Germania, Italia, Spagna e Francia continuano a rappresentare complessivamente il 75% di tutte le prime domande d’asilo del Continente. A lungo negata, anche sull’immigrazione clandestina c’è una legge della domanda e dell’offerta. Dove i messaggi che un singolo governo manda, come quello di Berlino, contano parecchio.
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La sinistra è sicura di condividere la voglia di cambiamento che una nutrita schiera di musulmani vuole esprimere, attraverso suoi rappresentanti nelle nostre istituzioni? In ogni caso, molti invece sono preoccupati, e a ragione, per quella che appare una islamizzazione veicolata dal Pd.
I bengalesi «sono una comunità numerosa, organizzata, coesa. Hanno obiettivi precisi e li perseguono con metodo», scrive sui social Francesca Zaccariotto, assessore comunale a Venezia di Fratelli d’Italia. «Hanno capito qualcosa che noi abbiamo dimenticato o, peggio, fingiamo di ignorare: quando non puoi conquistare uno spazio frontalmente, lo fai in modo strategico. Una lezione antica quanto la storia: il Cavallo di Troia. Qui il meccanismo è semplice: non serve convincere tutti, basta essere compatti. Bastano poche migliaia di voti ben indirizzati per determinare un’elezione».
In ballo non c’è solo la questione, seppur rilevante, della gigantesca moschea a Mestre che dovrebbe sorgere sul terreno di un’ex falegnameria. La vera preoccupazione è per i valori, i principi, la visione democratica che mai potrebbe avere una comunità bengalese i cui appartenenti preferiscono utilizzare la propria lingua in parte della comunicazione, mostrandosi nelle locandine elettorali in abiti tradizionali e velo islamico, con scritte bangla come ulteriore segno di differenziazione.
Tra i più numerosi in Laguna, 20.000 considerando residenti e domiciliati, ben 3.000 bengalesi hanno la cittadinanza italiana. Domenica 24 e lunedì 25 maggio, dunque, potranno recarsi alle urne per eleggere il prossimo sindaco di Venezia e contribuire al rinnovo dei Consigli comunali in diverse municipalità. A differenza di molti elettori veneti disamorati o indifferenti alle amministrative come purtroppo accade in altre Regioni italiane, i bengalesi hanno idee ben chiare o, meglio, obbediscono alle indicazioni di voto dei loro rappresentanti.
Se i sei candidati fanno parte del campo largo messo insieme dalla sinistra (da Pd ad Avs, M5s, +Europa), è pressoché scontato che gran parte di quei 3.000 elettori bengalesi non esprimeranno preferenze a destra. Possono essere determinanti per la vittoria del Pd, ma così otterranno anche dei consiglieri che rappresentano i bengalesi, ovvero pronti a dare ancora più voce a istanze dei musulmani.
«Non si è trattato di qualche presenza, ma di una lista di supporto fatta appositamente. Quindi con la volontà di andare a raccattare voti, nella tendenza di annacquamento totale della realtà identitaria che c’è a Venezia», commenta Riccardo Szumski, il medico eletto consigliere regionale di Resistere Veneto con più di 17.000 preferenze. «Il Pd è molto attento alle esigenze di inclusione, ma anche alla sovrapposizione a scapito degli autoctoni. Come andrà a finire? A pensare male forse non si sbaglia troppo».
Davide Lovat, l’altro consigliere regionale di Resistere Veneto, pone l’accento su quanto appare nei volantini elettorali dove i candidati vengono presentati in caratteri bangla sotto il simbolo del Pd: «Non si può accettare che venga scritto “Vota nel nome di Allah, il compassionevole, il misericordioso”, perché significa che si vuole applicare quel tipo di cultura nell’ambito delle istituzioni democratiche, senza riconoscerne le regole. L’islam, che non riconosce la laicità dello Stato, è incompatibile con la democrazia».
«Il nostro impegno è chiaro, restituire potere alle municipalità e voce ai cittadini: è da qui che deve ripartire il governo della città», scriveva qualche giorno fa Martella. Osserva invece Zaccariotto «Quando dicono “eleggeteci e vedrete cosa faremo nei prossimi cinque anni […] eleggeteci e faremo la moschea” non parliamo più di integrazione ma di imposizione. Il rischio è che il voto diventi identitario, etnico, e non più basato su una visione condivisa del bene comune».
Ermelinda Damiano, presidente del consiglio comunale uscente e candidata con la lista civica Venturini sindaco, ricorda che «parliamo di una visione del mondo che non prevede l’indipendenza economica della donna, la libertà di vestirsi come si vuole, di studiare liberamente, di avere relazioni con persone di altre confessioni religiose. Una religione che prevede la sottomissione all’uomo, il velo, la separazione tra uomini e donne anche negli spazi pubblici. Tutto questo non è compatibile con i valori su cui abbiamo costruito la nostra società», ha dichiarato a Venezia Today, chiedendo alle donne del Pd di «non tacere».
L’eurodeputata della Lega ed ex sindaco di Monfalcone Anna Maria Cisint non ha dubbi: «Il Partito democratico a Venezia si fa partito islamico e spalanca le porte del Comune all’islam più radicale. Una croce sul simbolo del Pd diventa un voto per l’applicazione dei dogmi della sharia, un lasciapassare per coloro che, secondo la strategia dell’islam politico di conquista, vogliono entrare nelle istituzioni per cambiare le regole a loro piacimento, nel solo interesse di una parte della città: quella islamica».
Aggiunge: «L’obiettivo è modificare i piani regolatori per realizzare moschee, cimiteri islamici, poligamia, Ramadan e feste del sacrificio ovunque, e in quei contesti predicare dogmi della sharia incompatibili con le nostre leggi e i nostri valori». Un’invasione che va fermata.
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Dalla ristorazione alla grande distribuzione, dal confezionamento alimentare al retail: l’estate si conferma un momento chiave per chi cerca lavoro, con migliaia di posizioni aperte in tutta Italia secondo Openjobmetis.
L’estate si conferma anche nel 2026 un momento chiave per chi è alla ricerca di un impiego. A dirlo è Openjobmetis, che segnala oltre 2.000 posizioni aperte in tutta Italia tra contratti stagionali e opportunità a più lungo termine.
La domanda di lavoro si distribuisce lungo tutta la penisola, ma con una concentrazione più marcata nelle aree a forte vocazione turistica e nei distretti produttivi. Il Nord si conferma il principale motore occupazionale, con il Veneto in prima linea: nella regione si contano più di 300 posizioni aperte nel periodo compreso tra maggio e settembre.
Proprio il Veneto offre una fotografia della varietà delle opportunità estive. Accanto agli impieghi nel commercio, con circa 50 addetti vendita tra Padova, Venezia e Vicenza, cresce la richiesta anche nel comparto produttivo e alimentare, dove si cercano operai e addetti alla lavorazione. Nelle zone turistiche, come il litorale veneziano e Jesolo, aumenta invece il fabbisogno nella ristorazione, nei servizi e nella grande distribuzione.
Il turismo resta infatti uno dei principali motori dell’occupazione stagionale. Dalla Sardegna alla Calabria, passando per Emilia-Romagna e Toscana, alberghi, ristoranti e attività legate all’accoglienza continuano a trainare le assunzioni. In Sardegna, in particolare, si concentrano opportunità per camerieri, personale alberghiero, addetti ai fast food e bagnini, oltre a figure legate ai servizi essenziali come la gestione dei rifiuti, soprattutto nei periodi di maggiore affluenza. Situazione simile lungo la costa adriatica dell’Emilia-Romagna e nelle località balneari calabresi, dove resta alta la richiesta di personale per hotel, ristorazione e grande distribuzione.
Accanto al turismo, si rafforza anche il comparto della logistica. In regioni come Liguria, Piemonte e Marche si registra una domanda significativa di magazzinieri, autisti e addetti al carico e scarico merci, spinta sia dall’aumento dei consumi estivi sia dalle necessità di rifornimento delle località turistiche.
Un contributo rilevante arriva inoltre dal settore produttivo e agroalimentare. L’Emilia-Romagna si distingue per il numero di opportunità nella lavorazione della frutta e nella logistica industriale, con diverse posizioni tra addetti alla cernita, carrellisti e operatori di magazzino nell’area di Castelfranco Emilia, in provincia di Modena. Anche Marche e Umbria confermano il peso del comparto alimentare, in particolare nelle attività di confezionamento, con un focus sul distretto di Perugia.
Nel complesso emerge un mercato del lavoro estivo sempre più articolato, dove alla tradizionale flessibilità dei lavori stagionali si affianca una crescente richiesta di profili tecnici e specializzati. Un’evoluzione che, secondo Elisa Fagotto, apre nuove prospettive: l’estate non rappresenta più soltanto una fase temporanea, ma diventa anche un’occasione per le aziende di valutare nuove risorse e, per molti lavoratori, un possibile punto di partenza verso impieghi più stabili.
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