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2019-06-06
L'Ue ci minaccia per indebolirci nel negoziato sul commissario
Ansa
Scontata come un film già visto, è arrivata la rispostaccia di Bruxelles: la Commissione considera «giustificata» l'apertura di una procedura contro l'Italia per debito eccessivo. La «regola» non è stata rispettata nel 2018 (quando per molti mesi al governo c'era il Pd), e, secondo Jean-Claude Juncker e soci, non lo sarà neanche nel 2019 e nel 2020. Ora tocca al Comitato economico e finanziario del Consiglio pronunciarsi entro due settimane. Infine, palla all'Ecofin, l'8-9 luglio, che ha il potere di attivare i passi successivi, anche se per le vere e proprie sanzioni serviranno (o servirebbero) anni.
Altrettanto prevedibile la sceneggiata dei due commissari economici, Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, interpreti anche ieri del collaudato numero del poliziotto cattivo e del poliziotto (apparentemente) buono. Il lettone si è assunto la parte del bad cop, pronunciando torvo la sua requisitoria, e sostenendo che l'Italia abbia «tutti gli indicatori macroeconomici in rosso». Ha solo omesso di ricordare che la Lettonia riceve ogni anno dall'Ue 500 milioni, pari al 2% del Pil lettone. Per capirci, se l'Italia ricevesse altrettanto, avremmo ogni anno da Bruxelles 32-33 miliardi. Fantascienza pura.
Il francese Moscovici, invece, sforzandosi di apparire soave, si è travestito da good cop, recitando una battuta forse lungamente provata allo specchio: «La mia porta resta aperta». Frase pronunciata in italiano in conferenza, e scritta sempre in italiano pure su Twitter.
Ma solo un illuso (o qualcuno in malafede) può credere all'«amicizia» di Moscovici. Esattamente come nei mesi scorsi solo all'Italia fu riservato il trattamento mediatico che sappiamo (dichiarazioni di fuoco a Borse aperte, per incendiare lo spread e terremotare i mercati), e come solo all'Italia fu riservata la conferma e l'inasprimento delle clausole di salvaguardia, allo stesso modo ieri soltanto a noi è stata prospettata la procedura. C'erano infatti quattro paesi nel mirino, e cioè Italia, Francia, Belgio e Cipro, ma solo per noi è stato «raccomandato» il trattamento peggiore. Per la sua Francia, invece, Moscovici ha fatto sapere che lo sforamento del 3% «è solo temporaneo» (peccato che sia avvenuto quasi sempre negli ultimi 10-12 anni) e che «i criteri di deficit e debito sono rispettati». Converrà annotarsi queste chiose di Moscovici, anche in considerazione delle ultime misure di spesa allegra decise da Emmanuel Macron.
Nel frattempo, e la cosa farebbe quasi sorridere se non parlassimo di cose tremendamente serie, la Commissione ha proposto di chiudere la procedura nei confronti della Spagna dopo dieci anni. Avete letto bene: dopo dieci anni.
Tutto scontato quindi? Forse due cose non erano prevedibili. Primo: il fatto che ad assumersi la responsabilità di un colpo così pesante verso l'Italia sia stata una Commissione al capolinea, i cui membri hanno letteralmente gli scatoloni in mano, e che anziché agire con prudenza hanno deciso di operare politicamente da kamikaze. Secondo: il carattere provocatorio delle raccomandazioni, per non dire dei diktat, che Bruxelles invia all'Italia.
Se l'Italia accettasse il pacchetto a scatola chiusa, sarebbe un vero e proprio pilota automatico imposto da Juncker e soci. Alcuni passaggi sono retorici e vuoti, il solito elenco di buone intenzioni (combattere il sommerso, far crescere il lavoro femminile, investire in educazione-ricerca-sviluppo, rendere più efficiente la Pa, accorciare i processi, irrobustire la concorrenza, ecc), ma altri sono autentiche provocazioni. Eccole: riforma del catasto (cioè un ulteriore aumento della tassazione immobiliare, mentre l'Italia è già massacrata da un'insostenibile patrimoniale da 21 miliardi sul mattone), ridurre l'utilizzo del contante (cosa c'entra con deficit e debito?), ridurre l'ammontare di npl nei bilanci bancari (quando la vendita accelerata - anzi la svendita - delle sofferenze ha già dato una mazzata alle nostre banche), e implementare la riforma delle pensioni (tutti hanno letto in questo passaggio un attacco a quota 100).
Di tutta evidenza, it's politics: politica, un attacco politico. Al quale Matteo Salvini ha risposto tenendo il punto: «L'unico modo per ridurre il debito creato in passato è tagliare le tasse (flat tax) e permettere agli italiani di lavorare di più e meglio. Con tagli, sanzioni e austerità, sono cresciuti debito, povertà, precarietà e disoccupazione: dobbiamo fare il contrario. Non chiediamo i soldi degli altri, vogliamo solo investire in lavoro, crescita, ricerca e infrastrutture. Sono sicuro che a Bruxelles rispetteranno questa volontà».
Più vago - quasi neodemocristiano - Luigi Di Maio: «Noi siamo persone serie, l'Italia è un paese serio, che rispetta la parola data. Ci metteremo seduti al tavolo con responsabilità, non per distruggere ma per costruire». Un nota altrettanto anodina di Palazzo Chigi ha aggiunto che «il governo intende continuare a dialogare con la Commissione».
Intanto, un primo segnale (da non disprezzare) è venuto dallo spread, che non si è infiammato, e ha chiuso a 271. Almeno per il momento, i soliti incendiari non potranno titolare: «Allarme spread». Forse i mercati aspettano più un taglio di tasse e politiche pro crescita che le giaculatorie dei commissari in uscita.
L’assist perfetto ai piani del Colle
Non c'è nulla di più inedito di un pezzo già pubblicato. Il motto vale anche le lettere Ue sul debito. Il testo, come previsto, è arrivato ieri sera, e contiene 14 pagine che riassumono, nella lingua di Jean Claude Juncker e di Pierre Moscovici, i mali storici dell'Italia. Insomma, la raccomandazione replica i temi di discussione del 2016 e pure del 2013, quando l'Italia era già stata attenzionata. Tant'è che parte del documento fa riferimento alla legge di bilancio del 2018, approvata quando il governo era a trazione Pd.
Stavolta, in più, si punta il dito contro quota 100 e sull'intoccabilità della legge Fornero con toni molto accesi che però vengono traditi dalle conclusioni. Ecco perché, leggendo la lettera, ci si aspetterebbero decisioni nette; invece la Commissione Ue chiude minacciando il governo. Viene in pratica suggerita la procedura d'infrazione, ma poi si lascia la scelta ai Paesi europei. Gli stessi che, in sede di Consiglio, nelle prossime settimane apriranno le danze delle poltrone. Il consesso sarà chiamato a definire il direttivo della Bce - e di conseguenza la scelta del sostituto di Mario Draghi - senza dimenticare che dovrà decidere tutti gli incarichi dei commissari e dovrà farlo con trattative serrate.
Il medesimo gruppo di rappresentanza sarà tenuto a scegliere il capo del Consiglio Ue, e tra una trattativa e l'altra - inutile specificarlo - analizzerà l'opportunità o meno di avviare realmente la procedura d'infrazione per il nostro Paese.
Chiunque è in grado di comprendere che la punizione viene posta su uno dei piatti della bilancia, e sarà utilizzata per fare enormi pressioni su Roma affinché sostenga Tizio piuttosto che Caio in sede di nomine. E, soprattutto, accetti di ricoprire in Commissione un incarico di terza fila.
A meno che la scelta del candidato venga da un cesto che non ha nulla di sovranista o leghista, ma che goda della benedizione del Colle. È, infatti, facile immaginare che la carta di Enzo Moavero Milanesi possa essere giocata per garantire al nostro Paese un nome di passaporto italiano ma certo non di fede gialloblù. In sede di Consiglio verrà anche fatto notare a Roma che recentemente è stato nominato presidente del consiglio di sorveglianza della Bce Andrea Enria, che rappresenta una pedina fondamentale del puzzle, ma non è certo un esponente in linea con l'attuale maggioranza.
Inoltre, alla partita a scacchi per il governo attuale sarà ancora più difficile partecipare, non solo perché verrà costantemente minacciato con la procedura d'infrazione, ma anche perché il partito del Quirinale eserciterà sul premier Giuseppe Conte un'assillante moral suasion. Suggerirà i nomi dei candidati a commissario, come detto, e farà presente che se mai dovesse esserci un nuovo ministro agli Affari europei (il dicastero che era di Paolo Savona) dovrà essere di area quirinalizia. Al tempo stesso, il governo di Conte sarà chiamato a disinnescare le bombe che qua là verranno piazzate per dividere i 5 stelle e abbattere la maggioranza in Parlamento. Quanto accaduto per lo Sblocca cantieri si potrà ripetere in numerose altre occasioni. In ballo c'è anche il decreto Crescita, e gli emendamenti tranello possono arrivare da varie parti. L'intento è sempre quello di creare il pretesto per il divorzio gialloblù e le (immediate?) elezioni.
Andare a votare a settembre, però, significa legarsi le mani da soli e incamminarsi verso un esercizio provvisorio, e quindi una legge di bilancio 2020 scritta da Bruxelles o da qualche governo tecnico, che poi è la stessa cosa. Di tale rischio sono consapevoli quei 5 stelle che fanno riferimento a Luigi Di Maio, i quali - pur di non correre il rischio di tornare alle urne - potrebbero decidere di prendere la lettera recapitata dall'Ue come un testo tecnico e non politico.
D'altronde, i media già ieri sera hanno iniziato a spiegare quali sono le raccomandazioni e le mosse da intraprendere per evitare l'eventuale procedura. Tagliare subito il debito, combattere l'evasione (un modo per suggerire lo stop ai condoni e alle sanatorie), rimettere mano al mercato del lavoro e ripristinare in toto il sistema Fornero. In pratica, si tratterebbe di un'inversione di rotta rispetto all'ultimo Def. Ma sarebbe una scelta che finirebbe con l'impattare subito sulla manovra d'ottobre, che si riempirebbe automaticamente di nuove tasse, oltre all'aumento dell'Iva.
È troppo tardi per imparare dai francesi. Ieri Parigi ha ricevuto una lettera di senso opposto. Siccome il loro deficit è «temporaneo» e il governo ha dichiarato che riuscirà a farlo scendere già dal 2020, Bruxelles ha ritirato ogni proposta d'infrazione. Tutto bene, anche se sappiamo tutti - lo dimostra la storia recente - che non succederà mai. Come non è mai accaduto quando a prometterlo era Pier Carlo Padoan. Se ci fossero ancora dei dubbi, il salvataggio amichevole della Francia dimostra che questa Ue si basa sulle finzioni: contabili, e non.
Niente panico sui mercati. Il cane dello spread abbaia però alla fine non morde
Dopo che la Commissione europea ha formalmente proposto l'apertura di una procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia per debito eccessivo, lo spread btp-bund ha «ballato» un po' ma di fatto non è successo nulla di eclatante.
Il motivo è chiaro: come accade spesso nei casi in cui le istituzioni europee devono pronunciarsi su un determinato tema, i mercati hanno già da giorni scontato gli eventuali effetti nefasti delle scelte Ue.
Così, ieri, il differenziale tra il titolo di Stato tedesco e quello italiano ha iniziato la giornata intorno a 273 punti per aumentare intorno a quota 285 dopo il pronunciamento di Bruxelles per poi ritornare in carreggiata a fine giornata a quota 271, in calo dello 0,22%.
Si tratta certo di valori elevati se si considera che il 19 marzo il valore era intorno a 237 punti, ma è anche vero che a fine 2018, era il 6 dicembre, il differenziale era a quota 297.
In parole povere, il valore è alto, certo, ma in realtà è su questi livelli (se non più alti in alcuni giorni) dall'agosto scorso.
L'idea è in realtà condivisa da molti esperti. «Eventuali sanzioni comminate dalla Commissione europea all'Italia contribuiranno all'aumento del deficit di bilancio del Paese e indeboliranno il mercato dei titoli di Stato italiani, ma nel complesso, gli effetti saranno piuttosto lievi», ha detto Jean-Marie Mercadal, amministratore delegato di Ofi Asset Management: «Anche se lo spread si è recentemente allargato, non si parla più di un'uscita dell'Italia dell'euro, e siccome molti investitori internazionali hanno ridotto l'esposizione sull'obbligazionario del Paese, ci sono meno potenziali venditori in circolazione», conclude l'esperto.
«L'avvio della procedura era così largamente atteso che era già praticamente nei prezzi», afferma a Mf-Dowjones uno strategist, puntualizzando come «il mercato si aspettasse questa notizia». Jack Allen-Reynolds di Capital economics sottolinea come «una procedura non comporterà immediatamente sanzioni finanziarie», ma il vero problema per Roma sta «nella debolezza della sua economia, a cui potrebbe aggiungersi un altro periodo difficile sui mercati finanziari».
Anche sul fronte azionario i mercati avevano già abbondantemente scontato il rischio. Ieri Piazza Affari ha chiuso la seduta in calo dello 0,36%. Il calo del greggio (-3,5% a 51,5 dollari il Wti) ha trascinato al ribasso i petroliferi in Borsa, con Eni in calo dell'1% mentre Saipem (+1,2%) si è mostrata in controtendenza grazie alla commessa da 6 miliardi in Mozambico. Vendite anche su tutto il comparto bancario, a partire da Banco Bpm (-2,2%), Uncredit (-3,45%), Bper -1,81%, Ubi Banca (-1,18%) e Intesa Sanpaolo (-0,87%). Segno meno anche per Tenaris (-3,29%) e tra gli industriali per Pirelli (-1,48%), Stm (-1,03%) e Fca (-0,96%). Atlantia ieri è cresciuta (+2,6%) nel giorno dell'avvio delle votazioni al Senato sullo Sblocca cantieri. In recupero anche la moda, con Ferragamo a +3% mentre la migliore del Ftse Mib è la Juventus (+5,2%) che - con il toto allenatore che impazza - si sta riavvicinando ai massimi storici toccati a metà aprile prima dell'eliminazione dalla Champions League.
Sul resto del listino Mediobanca Securities ha confermato il giudizio outperform (meglio del previsto) su Autogrill (+1,25% a 8,9 euro), alzando il prezzo obiettivo a 11,9 euro da 11,3. Sull'Aim Italia, infine, Pharmanutra (+0,79%) prosegue l'espansione sui mercati internazionali. L'azienda ha chiuso tre accordi per la distribuzione dei prodotti della linea SiderAl in India, Bulgaria e Sud Corea.
La multa si giocherà al super suk delle nomine
E adesso che succede? È questa la domanda che si pongono un po' tutti all'indomani della conferenza stampa tenuta da Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici. La procedura di infrazione caldamente suggerita dalla Commissione europea prevede infatti dei passaggi ben precisi dai quali non si può pensare di prescindere. La prima cosa da tenere bene a mente è che quelle formulate ieri da Bruxelles nei confronti del nostro Paese sono delle raccomandazioni. Dal punto di vista formale ieri non è stata aperta alcuna procedura di infrazione, semmai sono state gettate le basi per l'avvio vero e proprio dell'iter. A tal proposito un Moscovici più sibillino del solito, esprimendosi in italiano, ha così chiosato: «Ora tocca agli Stati membri esprimersi. Ovviamente saremo sempre disposti a tenere in considerazione nuovi dati. La mia porta rimane aperta». Dunque, almeno sulla carta, la multa dallo 0,2% allo 0,5% del Pil non è ancora deciso.
La palla passa ora alla politica. Difficile, anzi impossibile non pensare che le scelte che verranno prese non finiscano per intrecciarsi con le importantissime scadenze istituzionali in programma nei prossimi mesi. Se da un lato la mossa di spostare la pubblicazione delle conclusioni del semestre dopo le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo può aver significato tamponare l'ondata sovranista (è lecito chiedersi quale percentuale avrebbe raccolto la Lega se la conferenza si fosse svolta prima del voto), d'altro canto ciò potrebbe aver spinto la resa dei conti con l'Italia eccessivamente a ridosso dei negoziati per le cariche Ue.
Ma cosa c'è in ballo da qui alla fine dell'estate e quali sono gli attori coinvolti? La legge che regola la procedura di infrazione e il relativo impianto sanzionatorio (l'articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea) prevede che a doversi pronunciare sia l'Ecofin (formazione del Consiglio dei ministri dell'Economia europei). Nel passato, la pronuncia è arrivata a distanza di 3-4 settimane dalle raccomandazioni della Commissione. Difficile ipotizzare perciò che dall'Ecofin in programma per il 14 giugno possa scaturire qualche decisione ufficiale. Nulla impedisce però che dell'argomento si parli, almeno in via informale, proprio in quella data e durante l'Eurogruppo previsto per il giorno prima. Verosimilmente tutto verrà rimandato all'Ecofin del 9 luglio, data che a questo punto diventa la più papabile per una possibile decisione finale. Da oggi fino a quel giorno, il premier Giuseppe Conte, il ministro dell'Economia Giovanni Tria e i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio avranno tempo per elaborare una strategia al fine di scongiurare il peggio.
L'appuntamento più importante si trova a cavallo: il Consiglio nella sua formazione principale, quella che riunisce i capi di Stato e di governo, è fissato infatti per il 20 e 21 giugno a Bruxelles. In quella data i rappresentanti dei vari Paesi saranno chiamati non solo a «prendere le decisioni pertinenti sulle nomine per il prossimo ciclo istituzionale» ma anche «adottare l'agenda strategica dell'UE per il periodo 2019-2024». Prevista anche una discussione sul budget settennale 2021-2024, ancora in attesa di approvazione, e che non per niente la vecchia Commissione pressava per definire prima delle elezioni. È molto probabile dunque che, per una strana coincidenza temporale, l'effettivo avvio della procedura di infrazione finisca nel calderone delle decisioni di peso. Sul piatto, oltre alle sorti del nostro Paese, la nomina dei presidenti della Commissione europea, del Consiglio dell'Ue, del Parlamento europeo, della Banca centrale europea e, ovviamente, dei membri della Commissione.
L'esito della partita dipende in gran parte dal terreno che il nostro sarà disposto a cedere. Una carta da giocare è rappresentata dal veto sul budget Ue (che deve essere ratificato all'unanimità), ma il rischio paradossalmente è quello di inimicarsi i Paesi che maggiormente ne beneficiano (cioè i percettori netti, ovvero gli Stati dell'Est). L'altra strada percorribile è la mediazione sulla Commissione: accettare un dicastero debole (per esempio: Istruzione, Salute oppure Clima ed energia) potrebbe essere un buon viatico per scampare alla punizione, ma d'altro canto suonerebbe come una doppia resa per il governo gialloblù, desideroso di mettere le mani sugli Affari economici o il Commercio. Senza contare che, volente o nolente, il nostro Paese è destinato a perdere la presidenza della Bce (Mario Draghi), del Parlamento (Antonio Tajani) e l'Alto rappresentante per gli affari esteri (Federica Mogherini). Certo, se da qui a due settimane l'Italia dovesse riuscire nell'intento di costituire una fronda in grado di portare avanti interessi trasversali le cose potrebbero cambiare radicalmente. Molto dipenderà dall'abilità del nostro esecutivo nel lavorare sottotraccia e, cosa forse ancora più importante, nel riuscire a rimanere coeso. Di certo, però, c'è che molto più di prima ora abbiamo un potere negoziale. Vedremo come ce lo giocheremo.
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L'Ue vuole la procedura d'infrazione. Nel mirino i conti (parziali) 2019, quelli 2018 targati Pier Carlo Padoan e quota 100. Giuseppe Conte: «Mi impegno a trattare». Matteo Salvini: «La flat tax è la soluzione». L'assist perfetto ai piani del Colle. La minaccia della Commissione è benzina per le aspettative di Sergio Mattarella. Su tutte, inserire un europeista alla Enzo Moavero Milanesi nella rosa dei nomi per la Commissione. Utilizzando la paura di stangate come lubrificante. Niente panico sui mercati. Il cane dello spread abbaia però alla fine non morde. Le Borse avevano scontato in anticipo le mosse di Bruxelles. Dopo l'annuncio il differenziale Btp/Bund rimbalza, ma chiude in calo. La multa si giocherà al super suk delle nomine. Decisivo l'Ecofin del 9 luglio. Ma negli incontri precedenti, su commissari e Bce, i gialloblù possono incidere. Lo speciale comprende quattro articoli. Scontata come un film già visto, è arrivata la rispostaccia di Bruxelles: la Commissione considera «giustificata» l'apertura di una procedura contro l'Italia per debito eccessivo. La «regola» non è stata rispettata nel 2018 (quando per molti mesi al governo c'era il Pd), e, secondo Jean-Claude Juncker e soci, non lo sarà neanche nel 2019 e nel 2020. Ora tocca al Comitato economico e finanziario del Consiglio pronunciarsi entro due settimane. Infine, palla all'Ecofin, l'8-9 luglio, che ha il potere di attivare i passi successivi, anche se per le vere e proprie sanzioni serviranno (o servirebbero) anni. Altrettanto prevedibile la sceneggiata dei due commissari economici, Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici, interpreti anche ieri del collaudato numero del poliziotto cattivo e del poliziotto (apparentemente) buono. Il lettone si è assunto la parte del bad cop, pronunciando torvo la sua requisitoria, e sostenendo che l'Italia abbia «tutti gli indicatori macroeconomici in rosso». Ha solo omesso di ricordare che la Lettonia riceve ogni anno dall'Ue 500 milioni, pari al 2% del Pil lettone. Per capirci, se l'Italia ricevesse altrettanto, avremmo ogni anno da Bruxelles 32-33 miliardi. Fantascienza pura. Il francese Moscovici, invece, sforzandosi di apparire soave, si è travestito da good cop, recitando una battuta forse lungamente provata allo specchio: «La mia porta resta aperta». Frase pronunciata in italiano in conferenza, e scritta sempre in italiano pure su Twitter. Ma solo un illuso (o qualcuno in malafede) può credere all'«amicizia» di Moscovici. Esattamente come nei mesi scorsi solo all'Italia fu riservato il trattamento mediatico che sappiamo (dichiarazioni di fuoco a Borse aperte, per incendiare lo spread e terremotare i mercati), e come solo all'Italia fu riservata la conferma e l'inasprimento delle clausole di salvaguardia, allo stesso modo ieri soltanto a noi è stata prospettata la procedura. C'erano infatti quattro paesi nel mirino, e cioè Italia, Francia, Belgio e Cipro, ma solo per noi è stato «raccomandato» il trattamento peggiore. Per la sua Francia, invece, Moscovici ha fatto sapere che lo sforamento del 3% «è solo temporaneo» (peccato che sia avvenuto quasi sempre negli ultimi 10-12 anni) e che «i criteri di deficit e debito sono rispettati». Converrà annotarsi queste chiose di Moscovici, anche in considerazione delle ultime misure di spesa allegra decise da Emmanuel Macron. Nel frattempo, e la cosa farebbe quasi sorridere se non parlassimo di cose tremendamente serie, la Commissione ha proposto di chiudere la procedura nei confronti della Spagna dopo dieci anni. Avete letto bene: dopo dieci anni. Tutto scontato quindi? Forse due cose non erano prevedibili. Primo: il fatto che ad assumersi la responsabilità di un colpo così pesante verso l'Italia sia stata una Commissione al capolinea, i cui membri hanno letteralmente gli scatoloni in mano, e che anziché agire con prudenza hanno deciso di operare politicamente da kamikaze. Secondo: il carattere provocatorio delle raccomandazioni, per non dire dei diktat, che Bruxelles invia all'Italia. Se l'Italia accettasse il pacchetto a scatola chiusa, sarebbe un vero e proprio pilota automatico imposto da Juncker e soci. Alcuni passaggi sono retorici e vuoti, il solito elenco di buone intenzioni (combattere il sommerso, far crescere il lavoro femminile, investire in educazione-ricerca-sviluppo, rendere più efficiente la Pa, accorciare i processi, irrobustire la concorrenza, ecc), ma altri sono autentiche provocazioni. Eccole: riforma del catasto (cioè un ulteriore aumento della tassazione immobiliare, mentre l'Italia è già massacrata da un'insostenibile patrimoniale da 21 miliardi sul mattone), ridurre l'utilizzo del contante (cosa c'entra con deficit e debito?), ridurre l'ammontare di npl nei bilanci bancari (quando la vendita accelerata - anzi la svendita - delle sofferenze ha già dato una mazzata alle nostre banche), e implementare la riforma delle pensioni (tutti hanno letto in questo passaggio un attacco a quota 100). Di tutta evidenza, it's politics: politica, un attacco politico. Al quale Matteo Salvini ha risposto tenendo il punto: «L'unico modo per ridurre il debito creato in passato è tagliare le tasse (flat tax) e permettere agli italiani di lavorare di più e meglio. Con tagli, sanzioni e austerità, sono cresciuti debito, povertà, precarietà e disoccupazione: dobbiamo fare il contrario. Non chiediamo i soldi degli altri, vogliamo solo investire in lavoro, crescita, ricerca e infrastrutture. Sono sicuro che a Bruxelles rispetteranno questa volontà». Più vago - quasi neodemocristiano - Luigi Di Maio: «Noi siamo persone serie, l'Italia è un paese serio, che rispetta la parola data. Ci metteremo seduti al tavolo con responsabilità, non per distruggere ma per costruire». Un nota altrettanto anodina di Palazzo Chigi ha aggiunto che «il governo intende continuare a dialogare con la Commissione». Intanto, un primo segnale (da non disprezzare) è venuto dallo spread, che non si è infiammato, e ha chiuso a 271. Almeno per il momento, i soliti incendiari non potranno titolare: «Allarme spread». 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Tant'è che parte del documento fa riferimento alla legge di bilancio del 2018, approvata quando il governo era a trazione Pd. Stavolta, in più, si punta il dito contro quota 100 e sull'intoccabilità della legge Fornero con toni molto accesi che però vengono traditi dalle conclusioni. Ecco perché, leggendo la lettera, ci si aspetterebbero decisioni nette; invece la Commissione Ue chiude minacciando il governo. Viene in pratica suggerita la procedura d'infrazione, ma poi si lascia la scelta ai Paesi europei. Gli stessi che, in sede di Consiglio, nelle prossime settimane apriranno le danze delle poltrone. Il consesso sarà chiamato a definire il direttivo della Bce - e di conseguenza la scelta del sostituto di Mario Draghi - senza dimenticare che dovrà decidere tutti gli incarichi dei commissari e dovrà farlo con trattative serrate. Il medesimo gruppo di rappresentanza sarà tenuto a scegliere il capo del Consiglio Ue, e tra una trattativa e l'altra - inutile specificarlo - analizzerà l'opportunità o meno di avviare realmente la procedura d'infrazione per il nostro Paese. Chiunque è in grado di comprendere che la punizione viene posta su uno dei piatti della bilancia, e sarà utilizzata per fare enormi pressioni su Roma affinché sostenga Tizio piuttosto che Caio in sede di nomine. E, soprattutto, accetti di ricoprire in Commissione un incarico di terza fila. A meno che la scelta del candidato venga da un cesto che non ha nulla di sovranista o leghista, ma che goda della benedizione del Colle. È, infatti, facile immaginare che la carta di Enzo Moavero Milanesi possa essere giocata per garantire al nostro Paese un nome di passaporto italiano ma certo non di fede gialloblù. In sede di Consiglio verrà anche fatto notare a Roma che recentemente è stato nominato presidente del consiglio di sorveglianza della Bce Andrea Enria, che rappresenta una pedina fondamentale del puzzle, ma non è certo un esponente in linea con l'attuale maggioranza. Inoltre, alla partita a scacchi per il governo attuale sarà ancora più difficile partecipare, non solo perché verrà costantemente minacciato con la procedura d'infrazione, ma anche perché il partito del Quirinale eserciterà sul premier Giuseppe Conte un'assillante moral suasion. Suggerirà i nomi dei candidati a commissario, come detto, e farà presente che se mai dovesse esserci un nuovo ministro agli Affari europei (il dicastero che era di Paolo Savona) dovrà essere di area quirinalizia. Al tempo stesso, il governo di Conte sarà chiamato a disinnescare le bombe che qua là verranno piazzate per dividere i 5 stelle e abbattere la maggioranza in Parlamento. Quanto accaduto per lo Sblocca cantieri si potrà ripetere in numerose altre occasioni. In ballo c'è anche il decreto Crescita, e gli emendamenti tranello possono arrivare da varie parti. L'intento è sempre quello di creare il pretesto per il divorzio gialloblù e le (immediate?) elezioni. Andare a votare a settembre, però, significa legarsi le mani da soli e incamminarsi verso un esercizio provvisorio, e quindi una legge di bilancio 2020 scritta da Bruxelles o da qualche governo tecnico, che poi è la stessa cosa. Di tale rischio sono consapevoli quei 5 stelle che fanno riferimento a Luigi Di Maio, i quali - pur di non correre il rischio di tornare alle urne - potrebbero decidere di prendere la lettera recapitata dall'Ue come un testo tecnico e non politico. D'altronde, i media già ieri sera hanno iniziato a spiegare quali sono le raccomandazioni e le mosse da intraprendere per evitare l'eventuale procedura. Tagliare subito il debito, combattere l'evasione (un modo per suggerire lo stop ai condoni e alle sanatorie), rimettere mano al mercato del lavoro e ripristinare in toto il sistema Fornero. In pratica, si tratterebbe di un'inversione di rotta rispetto all'ultimo Def. Ma sarebbe una scelta che finirebbe con l'impattare subito sulla manovra d'ottobre, che si riempirebbe automaticamente di nuove tasse, oltre all'aumento dell'Iva. È troppo tardi per imparare dai francesi. Ieri Parigi ha ricevuto una lettera di senso opposto. Siccome il loro deficit è «temporaneo» e il governo ha dichiarato che riuscirà a farlo scendere già dal 2020, Bruxelles ha ritirato ogni proposta d'infrazione. Tutto bene, anche se sappiamo tutti - lo dimostra la storia recente - che non succederà mai. Come non è mai accaduto quando a prometterlo era Pier Carlo Padoan. Se ci fossero ancora dei dubbi, il salvataggio amichevole della Francia dimostra che questa Ue si basa sulle finzioni: contabili, e non. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ultimo-schiaffo-di-juncker-ora-stangate-litalia-ma-per-il-debito-fatto-dal-pd-2638704811.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="niente-panico-sui-mercati-il-cane-dello-spread-abbaia-pero-alla-fine-non-morde" data-post-id="2638704811" data-published-at="1768112918" data-use-pagination="False"> Niente panico sui mercati. Il cane dello spread abbaia però alla fine non morde Dopo che la Commissione europea ha formalmente proposto l'apertura di una procedura d'infrazione nei confronti dell'Italia per debito eccessivo, lo spread btp-bund ha «ballato» un po' ma di fatto non è successo nulla di eclatante. Il motivo è chiaro: come accade spesso nei casi in cui le istituzioni europee devono pronunciarsi su un determinato tema, i mercati hanno già da giorni scontato gli eventuali effetti nefasti delle scelte Ue. Così, ieri, il differenziale tra il titolo di Stato tedesco e quello italiano ha iniziato la giornata intorno a 273 punti per aumentare intorno a quota 285 dopo il pronunciamento di Bruxelles per poi ritornare in carreggiata a fine giornata a quota 271, in calo dello 0,22%. Si tratta certo di valori elevati se si considera che il 19 marzo il valore era intorno a 237 punti, ma è anche vero che a fine 2018, era il 6 dicembre, il differenziale era a quota 297. In parole povere, il valore è alto, certo, ma in realtà è su questi livelli (se non più alti in alcuni giorni) dall'agosto scorso. L'idea è in realtà condivisa da molti esperti. «Eventuali sanzioni comminate dalla Commissione europea all'Italia contribuiranno all'aumento del deficit di bilancio del Paese e indeboliranno il mercato dei titoli di Stato italiani, ma nel complesso, gli effetti saranno piuttosto lievi», ha detto Jean-Marie Mercadal, amministratore delegato di Ofi Asset Management: «Anche se lo spread si è recentemente allargato, non si parla più di un'uscita dell'Italia dell'euro, e siccome molti investitori internazionali hanno ridotto l'esposizione sull'obbligazionario del Paese, ci sono meno potenziali venditori in circolazione», conclude l'esperto. «L'avvio della procedura era così largamente atteso che era già praticamente nei prezzi», afferma a Mf-Dowjones uno strategist, puntualizzando come «il mercato si aspettasse questa notizia». Jack Allen-Reynolds di Capital economics sottolinea come «una procedura non comporterà immediatamente sanzioni finanziarie», ma il vero problema per Roma sta «nella debolezza della sua economia, a cui potrebbe aggiungersi un altro periodo difficile sui mercati finanziari». Anche sul fronte azionario i mercati avevano già abbondantemente scontato il rischio. Ieri Piazza Affari ha chiuso la seduta in calo dello 0,36%. Il calo del greggio (-3,5% a 51,5 dollari il Wti) ha trascinato al ribasso i petroliferi in Borsa, con Eni in calo dell'1% mentre Saipem (+1,2%) si è mostrata in controtendenza grazie alla commessa da 6 miliardi in Mozambico. Vendite anche su tutto il comparto bancario, a partire da Banco Bpm (-2,2%), Uncredit (-3,45%), Bper -1,81%, Ubi Banca (-1,18%) e Intesa Sanpaolo (-0,87%). Segno meno anche per Tenaris (-3,29%) e tra gli industriali per Pirelli (-1,48%), Stm (-1,03%) e Fca (-0,96%). Atlantia ieri è cresciuta (+2,6%) nel giorno dell'avvio delle votazioni al Senato sullo Sblocca cantieri. In recupero anche la moda, con Ferragamo a +3% mentre la migliore del Ftse Mib è la Juventus (+5,2%) che - con il toto allenatore che impazza - si sta riavvicinando ai massimi storici toccati a metà aprile prima dell'eliminazione dalla Champions League. Sul resto del listino Mediobanca Securities ha confermato il giudizio outperform (meglio del previsto) su Autogrill (+1,25% a 8,9 euro), alzando il prezzo obiettivo a 11,9 euro da 11,3. Sull'Aim Italia, infine, Pharmanutra (+0,79%) prosegue l'espansione sui mercati internazionali. L'azienda ha chiuso tre accordi per la distribuzione dei prodotti della linea SiderAl in India, Bulgaria e Sud Corea. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ultimo-schiaffo-di-juncker-ora-stangate-litalia-ma-per-il-debito-fatto-dal-pd-2638704811.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-multa-si-giochera-al-super-suk-delle-nomine" data-post-id="2638704811" data-published-at="1768112918" data-use-pagination="False"> La multa si giocherà al super suk delle nomine E adesso che succede? È questa la domanda che si pongono un po' tutti all'indomani della conferenza stampa tenuta da Valdis Dombrovskis e Pierre Moscovici. La procedura di infrazione caldamente suggerita dalla Commissione europea prevede infatti dei passaggi ben precisi dai quali non si può pensare di prescindere. La prima cosa da tenere bene a mente è che quelle formulate ieri da Bruxelles nei confronti del nostro Paese sono delle raccomandazioni. Dal punto di vista formale ieri non è stata aperta alcuna procedura di infrazione, semmai sono state gettate le basi per l'avvio vero e proprio dell'iter. A tal proposito un Moscovici più sibillino del solito, esprimendosi in italiano, ha così chiosato: «Ora tocca agli Stati membri esprimersi. Ovviamente saremo sempre disposti a tenere in considerazione nuovi dati. La mia porta rimane aperta». Dunque, almeno sulla carta, la multa dallo 0,2% allo 0,5% del Pil non è ancora deciso. La palla passa ora alla politica. Difficile, anzi impossibile non pensare che le scelte che verranno prese non finiscano per intrecciarsi con le importantissime scadenze istituzionali in programma nei prossimi mesi. Se da un lato la mossa di spostare la pubblicazione delle conclusioni del semestre dopo le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo può aver significato tamponare l'ondata sovranista (è lecito chiedersi quale percentuale avrebbe raccolto la Lega se la conferenza si fosse svolta prima del voto), d'altro canto ciò potrebbe aver spinto la resa dei conti con l'Italia eccessivamente a ridosso dei negoziati per le cariche Ue. Ma cosa c'è in ballo da qui alla fine dell'estate e quali sono gli attori coinvolti? La legge che regola la procedura di infrazione e il relativo impianto sanzionatorio (l'articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea) prevede che a doversi pronunciare sia l'Ecofin (formazione del Consiglio dei ministri dell'Economia europei). Nel passato, la pronuncia è arrivata a distanza di 3-4 settimane dalle raccomandazioni della Commissione. Difficile ipotizzare perciò che dall'Ecofin in programma per il 14 giugno possa scaturire qualche decisione ufficiale. Nulla impedisce però che dell'argomento si parli, almeno in via informale, proprio in quella data e durante l'Eurogruppo previsto per il giorno prima. Verosimilmente tutto verrà rimandato all'Ecofin del 9 luglio, data che a questo punto diventa la più papabile per una possibile decisione finale. Da oggi fino a quel giorno, il premier Giuseppe Conte, il ministro dell'Economia Giovanni Tria e i vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio avranno tempo per elaborare una strategia al fine di scongiurare il peggio. L'appuntamento più importante si trova a cavallo: il Consiglio nella sua formazione principale, quella che riunisce i capi di Stato e di governo, è fissato infatti per il 20 e 21 giugno a Bruxelles. In quella data i rappresentanti dei vari Paesi saranno chiamati non solo a «prendere le decisioni pertinenti sulle nomine per il prossimo ciclo istituzionale» ma anche «adottare l'agenda strategica dell'UE per il periodo 2019-2024». Prevista anche una discussione sul budget settennale 2021-2024, ancora in attesa di approvazione, e che non per niente la vecchia Commissione pressava per definire prima delle elezioni. È molto probabile dunque che, per una strana coincidenza temporale, l'effettivo avvio della procedura di infrazione finisca nel calderone delle decisioni di peso. Sul piatto, oltre alle sorti del nostro Paese, la nomina dei presidenti della Commissione europea, del Consiglio dell'Ue, del Parlamento europeo, della Banca centrale europea e, ovviamente, dei membri della Commissione. L'esito della partita dipende in gran parte dal terreno che il nostro sarà disposto a cedere. Una carta da giocare è rappresentata dal veto sul budget Ue (che deve essere ratificato all'unanimità), ma il rischio paradossalmente è quello di inimicarsi i Paesi che maggiormente ne beneficiano (cioè i percettori netti, ovvero gli Stati dell'Est). L'altra strada percorribile è la mediazione sulla Commissione: accettare un dicastero debole (per esempio: Istruzione, Salute oppure Clima ed energia) potrebbe essere un buon viatico per scampare alla punizione, ma d'altro canto suonerebbe come una doppia resa per il governo gialloblù, desideroso di mettere le mani sugli Affari economici o il Commercio. Senza contare che, volente o nolente, il nostro Paese è destinato a perdere la presidenza della Bce (Mario Draghi), del Parlamento (Antonio Tajani) e l'Alto rappresentante per gli affari esteri (Federica Mogherini). Certo, se da qui a due settimane l'Italia dovesse riuscire nell'intento di costituire una fronda in grado di portare avanti interessi trasversali le cose potrebbero cambiare radicalmente. Molto dipenderà dall'abilità del nostro esecutivo nel lavorare sottotraccia e, cosa forse ancora più importante, nel riuscire a rimanere coeso. Di certo, però, c'è che molto più di prima ora abbiamo un potere negoziale. Vedremo come ce lo giocheremo.
Elly Schlein (Imagoeconomica)
Che cosa c’entri con la riforma della giustizia, su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 22 e 23 marzo, non è dato sapere. Neppure si capiscono le frasi del segretario della Cgil, il quale ieri, partecipando alla manifestazione del Comitato del No, ha detto che «siamo di fronte non solo all’attacco esplicito all’indipendenza della magistratura» e che esiste un «disegno politico del governo per mettere in discussione l’esistenza stessa della democrazia e della Costituzione». Il meglio però lo ha dato Giuseppe Conte, il quale, forse nel tentativo di rifarsi alle origini del Movimento 5 stelle, ha parlato di una riforma che punta a scardinare lo stato di diritto e a ripristinare la casta della politica, con una classe di intoccabili.
Che cosa giustifichi questo allarme di fronte a una legge che, come nella maggioranza dei Paesi occidentali, introduce la separazione delle carriere tra pubblica accusa e giudici, prevedendo due diversi consigli di autogoverno (cioè dove le toghe sono maggioranza), i cui componenti sono eletti dagli stessi magistrati con la formula del sorteggio, non è chiarissimo. Nel dettaglio sono certo che né Schlein, né i suoi compagni saprebbero spiegare che cosa della riforma li preoccupi così tanto. Tuttavia, non è nella separazione delle carriere o negli altri provvedimenti previsti dalla legge Nordio che vanno cercate le ragioni dell’improvvisa alzata di scudi. Se la segretaria del Pd insieme a Conte, Landini e altri paventano un ritorno del fascismo è perché intendono esortare alla mobilitazione il proprio elettorato, nella speranza di usare il referendum per mandare a casa Giorgia Meloni.
Purtroppo - per loro, ovviamente - i sondaggi dicono un’altra cosa e cioè che gli italiani non sono affatto preoccupati dalla separazione delle carriere e la maggioranza pare essere determinata a votare a favore. Ma a mettere la croce sul Sì al quesito non sarebbero solo gli elettori di centrodestra, bensì anche quelli di sinistra. Del resto, lo ha svelato pure Clemente Mastella, che in una recente intervista ha raccontato che la maggioranza del Pd voterà a favore della riforma, invitando Schlein a non scendere in campo, evitando di schierare il partito. In effetti una serie di pezzi grossi del Pd stanno dicendo, o facendo capire, che la loro scelta sarà per il Sì. Non ci sono solo l’ex presidente della Corte costituzionale (ed ex ministro) Augusto Barbera o l’uomo che sussurra ai segretari Goffredo Bettini. A favore c’è l’intera area riformista del partito, da Enzo Bianco a Enrico Morando, a cui si aggiungono nomi pesanti come Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Giovanni Pellegrino, oltre al gruppo di professori che va da Tommaso Nannicini a Stefano Ceccanti. Se poi si considera che Italia viva al referendum ha scelto di lasciare libertà di voto (il che significa che in molti diranno sì) e i radicali per non far rivoltare Pannella nella tomba si schiereranno dalla parte della riforma, si capisce che Schlein rischia di trovarsi sola, oppure in compagnia dei grillini e dell’estrema sinistra, mentre il suo partito le volta le spalle.
Altro che spallata al governo. Qui la spallata rischiano di prenderla la segretaria e i suoi compagni di viaggio, da Landini a Conte, cioè quella stessa armata Brancaleone che la scorsa estate è stata sconfitta sull’articolo 18. La segretaria dovrebbe rileggersi la storia di 40 anni fa, quando il Pci di Enrico Berlinguer si intestò insieme alla Cgil l’abrogazione della legge sulla scala mobile. Nel giugno del 1985 il partito si mobilitò contro Bettino Craxi, che però tenne duro e vinse. Fu una brutta botta per i compagni, da cui si ripresero con difficoltà. Anche il referendum sulla giustizia potrebbe essere una brutta botta, ma soprattutto minaccia di dare una spallata a una segretaria che qualcuno, all’interno del suo stesso partito, sogna di mandare a casa. Sì, il referendum non è su Meloni ma su Schlein.
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Cesare Parodi, presidente dell’Anm (Ansa)
Beata incoerenza. Come sappiamo, la vera, rilevantissima, posta in gioco nella contesa referendaria sulla separazione delle carriere tra pubblici ministeri e magistratura giudicante e sulla modifica delle norme per la composizione del Csm, è il sorteggio dei membri togati di quest’ultimo, perché la riforma Nordio, se approvata, farebbe venir meno il, fino a oggi incontrastato, dominio delle correnti che consentono il controllo della magistratura e quindi della giustizia tutta da parte di precisi settori della politica.
Ma quello che probabilmente in molti non ricordano è che, mentre oggi l’Associazione nazionale magistrati è scatenata contro quel sorteggio, opponendovisi con le unghie e con i denti, ci fu un tempo nel quale buona parte era a favore. Lo rileva, su X, l’avvocato Gian Domenico Caiazza, ex presidente dell’Unione delle Camere penali italiane dal 2018 a 2023, noto per essere stato tra i difensori di Enzo Tortora e oggi sostenitore del Sì alla riforma. «Il 27 e 28 gennaio 2022», ci ricorda Caiazza, «l’Anm convocò un referendum tra gli iscritti sul metodo del sorteggio per i membri del Csm. Risultato: più o meno il 40% dei magistrati partecipanti al voto disse Sì al sorteggio; il quale oggi sarebbe, sempre secondo Anm, lo strumento del diavolo attraverso il quale, misteriosamente, accadrà che il giudice dipende dalla politica. Ripeto, 40% di Sì. Mi limito a parafrasare Marzullo: fatevi qualche domanda e datevi qualche risposta». In effetti, su 7.872 elettori espressero la loro preferenza 4.275 magistrati, con un’affluenza pari al 54,31%. Per il No al sorteggio ci furono 2.475 voti, mentre per il Sì le preferenze furono 1.787.
«Evidentemente nessuno meglio degli stessi magistrati comprende le ragioni per le quali la soluzione del sorteggio è apparsa necessaria», continua Caiazza, «sono i magistrati che meglio di chiunque altro conoscono le dinamiche distorte del potere correntizio sulle carriere e quindi sulla qualità della giurisdizione. Oggi parlare di sorteggio sembra una bestemmia, è un tema intoccabile; invece, come dimostrato dal referendum di Anm, appena quattro anni fa, la si pensava diversamente. Qui non è tanto il fatto di cambiare idea o meno, questo è un dato statistico, non il comportamento di una persona».
Un bel numero 1.787, soprattutto se si considera anche il periodo storico: eravamo in piena bufera Palamara. Come molti ricorderanno, Luca Palamara, oltre a essere stato membro del Csm, è stato il più giovane presidente dell’Anm (39 anni), dal maggio 2008 al marzo 2012 e dal 19 settembre 2020 è stato il primo presidente nella storia dell’Anm a esserne stato espulso. Nel 2021 scrisse insieme ad Alessandro Sallusti il libro Il Sistema sulle magagne del modello giudiziario italiano, che scatenò un clamore incredibile. «È curioso che proprio sulla scia del Sistema», ragiona Caiazzo, «l’Anm indisse quel referendum tra gli iscritti. Perché pose quel quesito? Forse perché se lo era posto come dubbio, come soluzione possibile e voleva sapere dai propri iscritti cosa ne pensassero».
Ma oggi hanno repentinamente cambiato idea. Il fronte del No, tra cui l’Anm appunto, si oppone alla nomina dei membri togati del Csm per estrazione a sorte, obiettando che in questo modo non si avrebbero garanzie sufficienti sulla loro idoneità al ruolo. Per il fronte del No la partecipazione al Csm non può essere scelta per sorteggio. Per far parte del Csm occorre necessariamente la benedizione delle correnti.
Eppure, le correnti sono da sempre una deriva che nel tempo ha tradito l’idea originaria di terzietà e, come dimostra quel referendum, anche nell’Anm lo sanno. Per questo il sorteggio dei componenti del Csm potrebbe rafforzare in modo significativo la terzietà nelle nomine più delicate, che oggi risultano spesso dall’equilibrio tra correnti e assumono inevitabilmente una connotazione politica. Solo così la dea della giustizia Temi (Themis), rappresentata con la bilancia (equità) e la spada (potere punitivo), potrà continuare a tenere sul volto la sua benda (imparzialità).
Riformisti, democratici e moderati. A sinistra c’è chi ha sempre detto Sì
C’è una sinistra che voterà sì al referendum sulla riforma della giustizia di fine marzo. Una minoranza, certo, ma che appare sempre meno silenziosa: soprattutto sempre più trasversale. Mentre il Partito democratico ufficiale resta schierato per il no, nelle ultime settimane - tra fine dicembre e inizio gennaio - si sta consolidando un fronte riformista che rivendica il diritto di giudicare la riforma nel merito, sottraendola alla logica del puro schieramento.
La segretaria Elly Schlein, che rischia di restare isolata, continua a evocare il rischio di una magistratura sottoposta al controllo dell’esecutivo. Ma è proprio su questo punto che si apre la faglia interna. Perché per una parte della sinistra la separazione delle carriere non rappresenta una minaccia all’indipendenza della magistratura, bensì uno strumento per rafforzare la terzietà del giudice e la fiducia dei cittadini nel processo penale.
A rimettere ordine nel dibattito è stato, nelle ultime settimane, Stefano Ceccanti. Il costituzionalista ed ex deputato dem ha spiegato che «al referendum arriveranno dei sì anche da chi oggi sta con Schlein», rompendo l’idea di una disciplina di partito automatica su una materia che riguarda l’assetto costituzionale dello Stato. Per Ceccanti la separazione delle carriere è coerente con l’articolo 111 della Costituzione, quello che sancisce il giusto processo e la parità tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo. E soprattutto - insiste - non implica alcuna subordinazione del pubblico ministero al potere politico: confondere i due piani significa alimentare un equivoco giuridico prima ancora che politico.
Il vero nodo, secondo Ceccanti, non è l’autonomia del pm, che resta garantita, ma il sistema di autogoverno e il peso delle correnti nel Csm, che hanno finito per politicizzare la magistratura dall’interno. Il referendum, in questa chiave, non è un voto pro o contro l’esecutivo di Giorgia Meloni, ma una scelta di merito su un’anomalia italiana che dura da decenni.
Una linea che trova sponda nell’area riformista del Pd. Claudio Petruccioli parla di una riforma «coerente con la cultura della sinistra», mentre Enrico Morando la definisce «un passaggio utile per superare un tabù politico». È la stessa area che guarda alla separazione delle carriere come al completamento di un processo penale realmente accusatorio.
Su questo terreno si muovono anche figure storiche del riformismo democratico, da Enzo Bianco a Cesare Salvi, fino a Giovanni Pellegrino, accomunate dall’idea che la terzietà del giudice sia un principio non negoziabile. Studiosi come Tommaso Nannicini condividono l’idea che la riforma non alteri gli equilibri costituzionali, ma intervenga su una commistione che indebolisce la percezione di imparzialità della giurisdizione. L’ex presidente della Corte costituzionale Augusto Barbera ha richiamato la necessità di rafforzare la terzietà del giudice come cardine dello Stato di diritto. Goffredo Bettini invita a valutare la riforma «senza riflessi identitari», richiamando la tradizione garantista della sinistra.
Sul versante opposto, l’ex ministro Clemente Mastella, pur schierandosi per il no, ha osservato che «mezzo Pd voterà sì». Una frase che restituisce meglio di molte analisi il clima che attraversa il centrosinistra: una linea ufficiale compatta, ma una base culturale divisa. Sul piano politico, il sì trova una sponda anche fuori dal Pd. Carlo Calenda ha confermato che Azione voterà a favore della separazione delle carriere, richiamando la necessità di ridurre il peso della politica nella magistratura e il ruolo delle correnti nel Csm.
Se poi si considera che Italia viva ha scelto di lasciare libertà di voto e che l’area radicale difficilmente potrebbe schierarsi contro una riforma che fu una storica battaglia di Marco Pannella, il quadro si completa.
In filigrana poi riemerge una storia più lunga. Quando Carlo Nordio era ancora magistrato a Venezia, scrisse nel 2008 con Giuliano Pisapia un libro, In attesa giustizia. Dialogo sulle riforme possibili. Lì si sosteneva che un giudice chiamato talvolta a giudicare e talvolta ad accusare rischia di apparire non imparziale, come un arbitro che cambia maglia. Pisapia oggi tace, ma «scripta manent».
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Al vicebrigadiere negate anche le attenuanti generiche. In sede penale, oltre ai 36 mesi di carcere per aver ucciso l’aggressore, gli è stato inflitto pure l’obbligo di risarcire 125.000 euro. Ma il processo civile potrebbe aumentare ancora la cifra fino a 1 milione.
La Verità apre una sottoscrizione in favore del militare ingiustamente condannato e offre a tutti i lettori la possibilità di far sentire la propria vicinanza concreta a Emanuele Marroccella.
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Causale: AIUTIAMO IL CARABINIERE
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Ieri, infatti, dalle Procure di competenza territoriale, è stato disposto e fissato per il 20 gennaio prossimo l’esame autoptico per il corpo di Emanuele Galeppini, è stata ordinata la riesumazione di Giovanni Tamburi e sono state bloccate le tumulazioni di Chiara Costanzo e di Achille Barosi che sarebbero dovute avvenire nei prossimi giorni.
Per poter attribuire le responsabilità che spettano ad ogni singolo attore di questa vicenda, costruita, pezzo per pezzo, tra omissioni, abusi e mancati controlli, è necessario chiarire esattamente come sono andate le cose e non accontentarsi di ricostruzioni ipotetiche che potrebbero alleggerire i giudizi. I dubbi più importanti sono emersi dal caso di Emanuele Galeppini, 16 anni, genovese, promessa del golf. Ai genitori chiamati in Svizzera dopo il rogo era stato comunicato che il ragazzo era stato riconosciuto, come tanti, grazie al test del Dna. Mamma e papà si aspettavano di dover piangere il loro bambino su resti irriconoscibili, mentre quando si sono visti riconsegnare il corpo sono rimasti senza parole: nessun segno di ustioni, nemmeno una bruciatura, la figura del giovane perfettamente integra, così come intatti erano il cellulare e il portafoglio.
Invano hanno posto domande su come fosse possibile, sempre invano hanno chiesto che venisse ordinata l’autopsia per conoscere la verità. Dalle autorità svizzere nessuna risposta. Ora la procura di Genova ha disposto l’esame, anzi gli esami: sul corpo di Emanuele verrà prima eseguita una Tac per verificare possibili lesioni da schiacciamento e poi l’autopsia vera e propria per capire cosa ha provocato il decesso.
Stessa linea anche per la procura di Bologna che ha deciso di far riesumare le spoglie di Giovanni Tamburi, 16 anni, bolognese, anche in questo caso la riesumazione è necessaria per eseguire le verifiche che in Svizzera non sono state fatte. Uno dei punti più importanti da stabilire per accertare le responsabilità è quale sia stata la dinamica esatta, non solo dell’incendio ma anche del tentativo di fuga dei ragazzi. E cosa lo abbia reso inutile. Delle 40 vittime, infatti, tre sono state trovate fuori dal locale mentre le altre 37 erano all’interno, la maggior parte sulle scale.
Proprio ieri, a tal proposito, anche dall’inchiesta svizzera è emerso un particolare importante: la porta di servizio della terrazza del locale era chiusa dall’interno e decine di corpi sono stati trovati dietro di essa, privi di sensi o ustionati. La certezza è arrivata durante il secondo interrogatorio di Jacques Moretti e Jessica Maric, i due gestori del locale indagati per incendio, lesioni e omicidio colposi e in carcere (lui) e ai domiciliari (lei) per evitare il pericolo di fuga. È stato lo stesso Jacques ad ammettere l’ennesima mancanza in termini di sicurezza all’interno del bar che, è bene sempre ricordarlo, si trovava in un seminterrato di un vecchio palazzo, era frequentato da giovanissimi, non aveva le licenze da discoteca, non era stato controllato per le norme antincendio negli ultimi cinque anni e aveva il soffitto completamente rivestito di materiale plastico altamente infiammabile.
Rispondendo alle domande degli inquirenti l’uomo ha raccontato di essere corso a Le Constellation la notte del rogo, di aver «raggiunto la porta di servizio dall’esterno» e di averla «trovata chiusa», senza sapere il perché. Nello stesso interrogatorio l’uomo ha ammesso anche di aver montato personalmente i pannelli di schiuma insonorizzante sul soffitto del seminterrato del locale, quella che ha preso fuoco a causa delle candele pirotecniche posizionate sulle bottiglie di champagne, dopo averla acquistata - attenzione all’ennesimo macabro dettaglio - a poco prezzo, nel noto negozio di bricolage per famiglie Hornbach. Altro che «tragedia inimmaginabile» come l’ha definita Jessica Maric, due giorni fa, piangendo davanti alle telecamere, appena uscita dalla procura di Lens, con il braccialetto elettronico ad attenderla a casa. Anche alla luce di queste ammissioni diventa impossibile pensare che i due gestori non si rendessero conto del pericolo che facevano correre ai loro clienti, da anni, ogni sera.
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