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2025-03-15
Delirio bellicista dell’Eurocamera: «Sgomento per la pace Usa-Russia»
Ansa
È vero che le risoluzioni del Parlamento europeo contano come i buoni propositi per la dieta, ma l’improvvido massimalismo degli onorevoli col moschetto sembra esagerato persino per chi immagina di parlare al vento. Se già il testo del «Libro bianco sul futuro della Difesa Ue» traboccava di radicalismo guerraiolo, quello sul «Mantenimento del fermo sostegno all’Ucraina dopo tre anni di guerra di aggressione della Russia», approvato sempre mercoledì, ha i toni dei manifesti interventisti del futurismo, ma senza la stessa nobiltà artistica.
Ancor più che ribadire l’appoggio a Kiev, il documento dell’Eurocamera è cesellato per dare addosso a Donald Trump, accusato di comportarsi da fantoccio di Vladimir Putin. Il tycoon, si legge ad esempio, «sta avanzando richieste nei confronti dell’Ucraina ma non ha formulato alcuna richiesta nei confronti della parte russa». È per questo che il copresidente del gruppo Ecr, il meloniano Nicola Procaccini, aveva chiesto - invano - di rinviare il voto sulla risoluzione, sulla quale poi gli esponenti di Fdi si sono astenuti. Tra loro, il solo Sergio Berlato ha votato contro, così come tutti i leghisti e il piddino Nicola Zingaretti; Marco Tarquinio ha scelto pure lui l’astensione, mentre gli altri dem si sono espressi a favore, accoppiati agli irriducibili di Forza Italia. Se si trattasse di dar retta ai 442 sottoscrittori della mozione, bisognerebbe preparare fucile e vettovaglie e mettersi in marcia verso il fronte del Donbass.
Guardate cosa dice il punto 5: il Parlamento europeo manifesta «profonda preoccupazione per l’apparente cambio di posizione degli Stati Uniti». In sostanza, si rammarica che, dopo l’escalation alimentata da Joe Biden, Trump si stia adoperando per trovare una via d’uscita diplomatica dal massacro. L’idea dei politici che ci dovrebbero rappresentare, al contrario, è che l’Ue e i suoi Stati membri, rimasti ormai «i principali alleati strategici dell’Ucraina», debbano «mantenere il loro ruolo di maggiore donatore […] nonché aumentare in modo significativo l’assistenza», fino a «sostituire i fondi Usaid sospesi». Altre sovvenzioni belliche e finanziarie; tanto, in questa guerra sono gli ucraini a morire. Il vaneggiamento marziale contiene anche una mezza notizia: se davvero l’Europa intende sopperire al taglio dei sussidi a stelle e strisce, se ne deve forse dedurre che l’agenzia prosciugata da The Donald forniva all’Ucraina assistenza militare?
La risoluzione, poi, dichiara di accogliere «con favore gli sforzi del presidente francese Macron e del primo ministro del Regno Unito Starmer», allo scopo di formare una coalizione di volenterosi per una missione di peacekeeping. Il Parlamento, però, si spinge oltre. E al punto 9, «insiste che l’Ue debba contribuire all’istituzione di solide garanzie di sicurezza a favore dell’Ucraina». Siamo fuori dalla realtà: la guerra è scoppiata perché i russi erano convinti che la Nato si stesse avvicinando ai confini della Federazione e noi, adesso, suggeriamo di mandare un contingente di Paesi membri dell’Alleanza atlantica? Nel documento non c’è nemmeno mezzo cenno all’ipotesi di coinvolgere l’Onu, nel cui Consiglio di sicurezza siede Mosca e che potrebbe tirare dentro anche soldati di Paesi non allineati, tipo l’India e la Cina. Di più: la plenaria di Strasburgo «ricorda l’impegno della Nato ad ammettere l’Ucraina nell’Alleanza». E sfacciatamente, raccomanda di continuare a fornire mezzi militari agli uomini della resistenza. I quali, anziché sedersi al tavolo delle trattative, dovrebbero «migliorare» la loro condizione sul terreno, per ottenere «una posizione negoziale più forte». È il trionfo del pensiero magico: fino ad oggi gli aiuti hanno portato, semmai, al peggioramento della posizione negoziale di Kiev, però il Parlamento Ue chiede di darne di più. E la Commissione, stavolta, ha recepito l’indicazione. Ieri circolava un «piano Kallas», l’Alto rappresentante Ue, per un finanziamento da 40 miliardi da sottoporre all’approvazione del Consiglio Esteri di lunedì: «Ogni Stato membro», recitava la bozza, «sarà invitato a fornire una quota del contributo militare […] in linea con il suo peso economico», ossia il proprio Pil. Si parla di fornire caccia, contraeree, missili, droni o almeno addestramento e di concludere gli acquisti degli armamenti necessari preferibilmente presso industrie europee e ucraine.
La linea rimane la solita: combattere fino all’ultimo ucraino. L’Eurocamera, addirittura, «esprime sgomento per quanto riguarda la politica dell’amministrazione statunitense di rappacificarsi con la Russia». Sì: il tentativo di Trump di fare la pace con Putin suscita «sgomento» nel Vecchio continente. Tocca continuare a versare il sangue degli altri: c’è da scongiurare quella che la risoluzione chiama «una sconfitta strategica per l’Europa, gli Stati Uniti e l’intera alleanza Nato». Gli europarlamentari si sentono «presi di mira» da Washington e considerano l’orientamento della Casa Bianca una minaccia «per il legame transatlantico nonché per la pace e la stabilità in Europa e nel resto del mondo». La pace mette a rischio la pace. Logico, no?
Forse era scritto che andasse a finire in questa maniera. Lo scrisse, appunto, il padre ideologico dell’Unione europea, Altiero Spinelli: «L’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi essa avrà bisogno di una guerra contro l’Unione sovietica». I suoi epigoni hanno appreso la lezione. Chissà se, sotto gli elmetti, si trova ancora qualche testa sana.
Parolin media per i bimbi deportati
Nei giorni in cui l’Europa corre al riarmo, la Chiesa chiede esattamente opposto, invitando tutti «a disarmare» perfino «il linguaggio». È l’appello formulato ieri dal Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, durante l’omelia della Santa Messa celebrata - con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede - per il Santo Padre ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma da ormai 30 giorni. «Le guerre che scoppiano nel mondo, insanguinano il nostro pianeta e che con la nostra diplomazia cerchiamo di evitare prima di tutto, e poi di risolvere e concludere, non nascono nei campi di battaglia», ha premesso il porporato, che ha subito osservato come queste guerre in realtà nascano «nel cuore dell’uomo».
«La mano è armata dal cuore e anche dalla bocca per cercare la pace», ha continuato il Segretario di Stato vaticano - facendosi interprete del pensiero di papa Francesco, che tante preghiere in questi anni ha rivolto per far tacere le armi -, «bisogna prima di tutto disarmare il linguaggio, non usare un linguaggio aggressivo, offensivo nei confronti degli altri. Perché è lì che comincia la guerra, quando pronunciamo parole di disprezzo, di avversione, di odio nei confronti degli altri». In giorni in cui anche nel mondo cattolico la richiesta di una «pace giusta» - espressione che pare spesso richiamata più in ostilità al Cremlino che al conflitto -, le parole del cardinale Parolin acquistano una centralità particolare. Centralità che, nella guerra in Ucraina, ha ritrovato anche la diplomazia della Santa Sede, con specifico riferimento agli ucraini fatti prigionieri dai russi.
A renderlo noto è stato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che su X ha riferito di essere in contatto coi vertici della Santa Sede, a partire proprio dal Segretario di Stato. «Ho parlato con il Segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin», ha detto il leader di Kiev, da una parte evidenziando di aver «augurato a papa Francesco una pronta guarigione e l’ho ringraziato per le sue preghiere e il suo sostegno morale al nostro popolo, nonché per i suoi sforzi nel facilitare il ritorno dei bambini ucraini deportati illegalmente e sfollati dalla Russia», dall’altra facendo presente di aver consegnato alla Santa Sede «un elenco di ucraini detenuti nelle prigioni e nei campi russi».
«Contiamo sul sostegno per la loro liberazione», ha aggiunto Zelensky. Che ha altresì sottolineato come «lo scambio di prigionieri e un cessate il fuoco provvisorio incondizionato di 30 giorni» siano «i primi rapidi passi che potrebbero avvicinarci significativamente a una pace giusta e duratura. L’Ucraina è pronta a compiere questi passi perché il popolo ucraino desidera la pace più di chiunque altro». Pur non lesinando frecciate a Mosca, tacciata di porre «deliberatamente condizioni che complicano e allungano il processo» di stop alla guerra - come se non fosse purtroppo normale che a porre «condizioni» in un negoziato sia la parte più forte -, il presidente ucraino, sempre riguardo al colloquio avuto col cardinale Parolin, ha evidenziato che «la voce della Santa Sede è molto importante sulla strada della pace».
Parole, queste di Zelensky, che confermano come i numerosi appelli di papa Bergoglio per «la martoriata Ucraina» - così come gli sforzi della Santa Sede di restare sopra le parti, senza spiaggiarsi sul solo sostegno morale a Kiev ma lasciando aperta la porta del dialogo con la Russia - tutto siano stati fuorché vani.
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La risoluzione sul sostegno a Kiev contesta gli sforzi diplomatici di Trump, chiede all’Ue di sopperire al taglio dei fondi Usaid (quindi, erano aiuti militari?) e, addirittura, rilancia l’idea dell’Ucraina nella Nato.Il Segretario di Stato vaticano Parolin: «Disarmare il linguaggio». Zelensky lo chiama: «Ho consegnato una lista di detenuti nelle prigioni russe. Contiamo sulla Santa Sede».Lo speciale contiene due articoli.È vero che le risoluzioni del Parlamento europeo contano come i buoni propositi per la dieta, ma l’improvvido massimalismo degli onorevoli col moschetto sembra esagerato persino per chi immagina di parlare al vento. Se già il testo del «Libro bianco sul futuro della Difesa Ue» traboccava di radicalismo guerraiolo, quello sul «Mantenimento del fermo sostegno all’Ucraina dopo tre anni di guerra di aggressione della Russia», approvato sempre mercoledì, ha i toni dei manifesti interventisti del futurismo, ma senza la stessa nobiltà artistica.Ancor più che ribadire l’appoggio a Kiev, il documento dell’Eurocamera è cesellato per dare addosso a Donald Trump, accusato di comportarsi da fantoccio di Vladimir Putin. Il tycoon, si legge ad esempio, «sta avanzando richieste nei confronti dell’Ucraina ma non ha formulato alcuna richiesta nei confronti della parte russa». È per questo che il copresidente del gruppo Ecr, il meloniano Nicola Procaccini, aveva chiesto - invano - di rinviare il voto sulla risoluzione, sulla quale poi gli esponenti di Fdi si sono astenuti. Tra loro, il solo Sergio Berlato ha votato contro, così come tutti i leghisti e il piddino Nicola Zingaretti; Marco Tarquinio ha scelto pure lui l’astensione, mentre gli altri dem si sono espressi a favore, accoppiati agli irriducibili di Forza Italia. Se si trattasse di dar retta ai 442 sottoscrittori della mozione, bisognerebbe preparare fucile e vettovaglie e mettersi in marcia verso il fronte del Donbass.Guardate cosa dice il punto 5: il Parlamento europeo manifesta «profonda preoccupazione per l’apparente cambio di posizione degli Stati Uniti». In sostanza, si rammarica che, dopo l’escalation alimentata da Joe Biden, Trump si stia adoperando per trovare una via d’uscita diplomatica dal massacro. L’idea dei politici che ci dovrebbero rappresentare, al contrario, è che l’Ue e i suoi Stati membri, rimasti ormai «i principali alleati strategici dell’Ucraina», debbano «mantenere il loro ruolo di maggiore donatore […] nonché aumentare in modo significativo l’assistenza», fino a «sostituire i fondi Usaid sospesi». Altre sovvenzioni belliche e finanziarie; tanto, in questa guerra sono gli ucraini a morire. Il vaneggiamento marziale contiene anche una mezza notizia: se davvero l’Europa intende sopperire al taglio dei sussidi a stelle e strisce, se ne deve forse dedurre che l’agenzia prosciugata da The Donald forniva all’Ucraina assistenza militare?La risoluzione, poi, dichiara di accogliere «con favore gli sforzi del presidente francese Macron e del primo ministro del Regno Unito Starmer», allo scopo di formare una coalizione di volenterosi per una missione di peacekeeping. Il Parlamento, però, si spinge oltre. E al punto 9, «insiste che l’Ue debba contribuire all’istituzione di solide garanzie di sicurezza a favore dell’Ucraina». Siamo fuori dalla realtà: la guerra è scoppiata perché i russi erano convinti che la Nato si stesse avvicinando ai confini della Federazione e noi, adesso, suggeriamo di mandare un contingente di Paesi membri dell’Alleanza atlantica? Nel documento non c’è nemmeno mezzo cenno all’ipotesi di coinvolgere l’Onu, nel cui Consiglio di sicurezza siede Mosca e che potrebbe tirare dentro anche soldati di Paesi non allineati, tipo l’India e la Cina. Di più: la plenaria di Strasburgo «ricorda l’impegno della Nato ad ammettere l’Ucraina nell’Alleanza». E sfacciatamente, raccomanda di continuare a fornire mezzi militari agli uomini della resistenza. I quali, anziché sedersi al tavolo delle trattative, dovrebbero «migliorare» la loro condizione sul terreno, per ottenere «una posizione negoziale più forte». È il trionfo del pensiero magico: fino ad oggi gli aiuti hanno portato, semmai, al peggioramento della posizione negoziale di Kiev, però il Parlamento Ue chiede di darne di più. E la Commissione, stavolta, ha recepito l’indicazione. Ieri circolava un «piano Kallas», l’Alto rappresentante Ue, per un finanziamento da 40 miliardi da sottoporre all’approvazione del Consiglio Esteri di lunedì: «Ogni Stato membro», recitava la bozza, «sarà invitato a fornire una quota del contributo militare […] in linea con il suo peso economico», ossia il proprio Pil. Si parla di fornire caccia, contraeree, missili, droni o almeno addestramento e di concludere gli acquisti degli armamenti necessari preferibilmente presso industrie europee e ucraine. La linea rimane la solita: combattere fino all’ultimo ucraino. L’Eurocamera, addirittura, «esprime sgomento per quanto riguarda la politica dell’amministrazione statunitense di rappacificarsi con la Russia». Sì: il tentativo di Trump di fare la pace con Putin suscita «sgomento» nel Vecchio continente. Tocca continuare a versare il sangue degli altri: c’è da scongiurare quella che la risoluzione chiama «una sconfitta strategica per l’Europa, gli Stati Uniti e l’intera alleanza Nato». Gli europarlamentari si sentono «presi di mira» da Washington e considerano l’orientamento della Casa Bianca una minaccia «per il legame transatlantico nonché per la pace e la stabilità in Europa e nel resto del mondo». La pace mette a rischio la pace. Logico, no? Forse era scritto che andasse a finire in questa maniera. Lo scrisse, appunto, il padre ideologico dell’Unione europea, Altiero Spinelli: «L’Europa per nascere ha bisogno di una forte tensione russo-americana, e non della distensione, così come per consolidarsi essa avrà bisogno di una guerra contro l’Unione sovietica». I suoi epigoni hanno appreso la lezione. Chissà se, sotto gli elmetti, si trova ancora qualche testa sana.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraina-delirio-bellicista-eurocamera-2671334799.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="parolin-media-per-i-bimbi-deportati" data-post-id="2671334799" data-published-at="1742033873" data-use-pagination="False"> Parolin media per i bimbi deportati Nei giorni in cui l’Europa corre al riarmo, la Chiesa chiede esattamente opposto, invitando tutti «a disarmare» perfino «il linguaggio». È l’appello formulato ieri dal Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, durante l’omelia della Santa Messa celebrata - con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede - per il Santo Padre ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma da ormai 30 giorni. «Le guerre che scoppiano nel mondo, insanguinano il nostro pianeta e che con la nostra diplomazia cerchiamo di evitare prima di tutto, e poi di risolvere e concludere, non nascono nei campi di battaglia», ha premesso il porporato, che ha subito osservato come queste guerre in realtà nascano «nel cuore dell’uomo». «La mano è armata dal cuore e anche dalla bocca per cercare la pace», ha continuato il Segretario di Stato vaticano - facendosi interprete del pensiero di papa Francesco, che tante preghiere in questi anni ha rivolto per far tacere le armi -, «bisogna prima di tutto disarmare il linguaggio, non usare un linguaggio aggressivo, offensivo nei confronti degli altri. Perché è lì che comincia la guerra, quando pronunciamo parole di disprezzo, di avversione, di odio nei confronti degli altri». In giorni in cui anche nel mondo cattolico la richiesta di una «pace giusta» - espressione che pare spesso richiamata più in ostilità al Cremlino che al conflitto -, le parole del cardinale Parolin acquistano una centralità particolare. Centralità che, nella guerra in Ucraina, ha ritrovato anche la diplomazia della Santa Sede, con specifico riferimento agli ucraini fatti prigionieri dai russi. A renderlo noto è stato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che su X ha riferito di essere in contatto coi vertici della Santa Sede, a partire proprio dal Segretario di Stato. «Ho parlato con il Segretario di Stato della Santa Sede, il cardinale Pietro Parolin», ha detto il leader di Kiev, da una parte evidenziando di aver «augurato a papa Francesco una pronta guarigione e l’ho ringraziato per le sue preghiere e il suo sostegno morale al nostro popolo, nonché per i suoi sforzi nel facilitare il ritorno dei bambini ucraini deportati illegalmente e sfollati dalla Russia», dall’altra facendo presente di aver consegnato alla Santa Sede «un elenco di ucraini detenuti nelle prigioni e nei campi russi». «Contiamo sul sostegno per la loro liberazione», ha aggiunto Zelensky. Che ha altresì sottolineato come «lo scambio di prigionieri e un cessate il fuoco provvisorio incondizionato di 30 giorni» siano «i primi rapidi passi che potrebbero avvicinarci significativamente a una pace giusta e duratura. L’Ucraina è pronta a compiere questi passi perché il popolo ucraino desidera la pace più di chiunque altro». Pur non lesinando frecciate a Mosca, tacciata di porre «deliberatamente condizioni che complicano e allungano il processo» di stop alla guerra - come se non fosse purtroppo normale che a porre «condizioni» in un negoziato sia la parte più forte -, il presidente ucraino, sempre riguardo al colloquio avuto col cardinale Parolin, ha evidenziato che «la voce della Santa Sede è molto importante sulla strada della pace». Parole, queste di Zelensky, che confermano come i numerosi appelli di papa Bergoglio per «la martoriata Ucraina» - così come gli sforzi della Santa Sede di restare sopra le parti, senza spiaggiarsi sul solo sostegno morale a Kiev ma lasciando aperta la porta del dialogo con la Russia - tutto siano stati fuorché vani.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 9 marzo con Carlo Cambi
Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia cerca sempre di dare un aiuto». E Poi: «Giorgia è un’ottima leader ed è una mia amica». Le dichiarazioni che Donald Trump ha rilasciato al Corriere della Sera a sostegno del presidente del Consiglio Giorgia Meloni hanno provocato moltissime proteste da parte dell’opposizione.«L’Italia non è parte del conflitto, non intende essere parte del conflitto. Noi ci stiamo limitando a rafforzare la nostra presenza nei Paesi del Golfo che sono stati attaccati dall’Iran con missili, con droni, ma solo a scopo difensivo». La risposta di Meloni a chi accusa l’esecutivo di essere entrato in guerra arriva su Rete 4 in un’intervista rilasciata a Mario Giordano, nella puntata di ieri di Fuori dal coro. «Una decisione che nasce dal bisogno che noi abbiamo di proteggere le decine di migliaia di italiani che sono presenti nell’area, oltre che i nostri contingenti militari», ha puntualizzato il premier, spiegando che «noi abbiamo circa 2.000 soldati dislocati in quella regione. Dopodiché quelle sono anche nazioni con le quali noi abbiamo sicuramente ottimi rapporti, ma che sono anche vitali per i nostri interessi energetici». E poi ha ribadito: «Però non intendiamo entrare in guerra e non ci entreremo».
Sulle parole del presidente degli Stati Uniti era già intervenuto anche il ministro degli Interni Antonio Tajani. «Quella del presidente Donald Trump al Corriere della sera è una dichiarazione più politica e non credo che ci sia nulla da chiarire». E poi sulle contestazioni arrivate da Pd, Avs e Movimento 5 stelle ha detto: «Le opposizioni fanno la loro parte, mi pare che adesso in questo momento non ci sia nulla da commentare», ha spiegato. «Tutto quello che si sta facendo si è fatto, si farà, è stato detto in Parlamento, quindi, non c’è null’altro per quanto mi riguarda da aggiungere».
Sulla guerra, Meloni da Giordano ha insistito: «La guerra ovviamente non piace a nessuno e nessuno sottovaluta i rischi e le difficoltà che ne seguono, però neanche l’alternativa è rassicurante. Che è la ragione per cui noi ci siamo spesi moltissimo per arrivare a un accordo sul nucleare iraniano, cioè per avere certezza che l’Iran rinuncia all’atomica, che però sono falliti. E quindi adesso, secondo me, la priorità è capire se ci siano i margini per riprendere quei negoziati. E se ci fossero, ovviamente l’Italia intende lavorare su questo, cioè al ritorno della diplomazia».
Sull’Iran, poi, attacca le opposizioni che accusa di fare «propaganda spicciola» e si chiede «se davvero sia questo il momento». Anche perché «noi dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale».
La guerra preoccupa anche per le possibili conseguenze a livello di terrorismo ma Meloni ha rassicurato: «Non ci sono particolari allarmi in questo momento, ma sicuramente noi, a scopo di prevenzione, siamo mobilitatissimi», anche perché, ha spiegato, «il Comitato antiterrorismo e il Comitato nazionale difesa e sicurezza, sono praticamente convocati a oltranza». Guerra, terrorismo e rincaro dei prezzi inevitabile. Questo preoccupa le persone e il premier ha consigliato «prudenza» a chi specula «perché non escludo di aumentare le tasse a quelle aziende che si dovessero rendere responsabili della speculazione e dell’aumento dei prezzi». Sui rincari della benzina ha detto che intende valutare «di attivare le cosiddette accise mobili, un meccanismo che esiste dal 2008 e che noi abbiamo reso più efficace con il nostro provvedimento sui carburanti nel 2023», perché «se i prezzi dovessero aumentare in modo stabile, questo meccanismo consentirebbe di utilizzare la parte di maggiore Iva che arriva dall’aumento per calmierare i prezzi riducendo le accise».
Inevitabile un passaggio sul referendum a poco meno di due settimane dal voto: «Se non partiamo dalla base, non possiamo risolvere i problemi. Sono convinta che la riforma della giustizia interviene anche su materie come immigrazione e sicurezza». Meloni, infatti, ha ricordato che questi due temi viaggiano su tre livelli: le leggi «messe a disposizione» anche dal governo, il lavoro delle forze dell’ordine e la «magistratura che fa rispettare le leggi». «Se uno dei tre livelli non funziona il meccanismo si inceppa e io conosco moltissimi casi nei quali il meccanismo si è inceppato», ha spiegato Meloni, citando le «devastazioni dei centri sociali a Roma e a Torino, dove non c’è stato alcun seguito giudiziario e addirittura i giudici hanno annullato il Daspo fatto agli antagonisti».
Sull’immigrazione ha ricordato «le continue interpretazioni forzate delle norme per impedirci di governare il fenomeno dell’immigrazione». Infine, un appello per il Sì al referendum del 22 e del 23 marzo: «Non avremo altre occasioni» di riformare la giustizia. «Se vogliamo far camminare questa nazione, dobbiamo avere il coraggio di modernizzarla. Di cambiare quello che non funziona».
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Il tribunale dei minori de L'Aquila (Ansa)
I toni utilizzati nell’ordinanza sono durissimi, puntano a descrivere la donna come ostile e fanatica. Sembra quasi che lo scopo di certe affermazioni sia quello di gettare zizzania fra i genitori e, forse, non è un caso che da un paio di giorni circolino sui giornali strane ricostruzioni riguardanti presunte liti fra i coniugi o addirittura un possibile affidamento esclusivo dei bambini al padre. Di fronte a tutto ciò è davvero difficile pensare che il tribunale possa rivedere le sue posizioni o riconsiderare i suoi provvedimenti senza qualche tipo di pressione esterna.
Una pressione che può arrivare soltanto dall’opinione pubblica e, appunto, dalla politica. E per fortuna sembra che qualcosa di importante abbia iniziato a muoversi. Parlando con La Verità, Matteo Salvini sembra cogliere il diffusissimo malumore popolare che da settimane monta attorno a questa vicenda. «Prima hanno portato via tre bambini e una mamma alla loro casa, lasciando solo il papà, adesso dividono i bambini dalla madre. Qui mi sembra si stia esagerando. Molti esperti, a partire dall’Autorità garante per l’infanzia, oltre che grandissima parte dell’opinione pubblica, fanno enorme fatica a comprendere l’accanimento verso una famiglia che certamente non contemplava violenze o abusi», dice il leader leghista. Che coglie il punto della questione: «È come se i magistrati non volessero ammettere errori o forzature. Ci auguriamo vivamente non sia così: il loro ruolo non può e non deve contemplare reazioni arroganti o permalose, e qui c’è in gioco il destino di una famiglia».
La sensazione, molto concreta, è che da settimane il tribunale aquilano e le varie istituzioni coinvolte nel caso della famiglia nel bosco si siano irrigidite su posizioni auto difensive, anche a costo di far passare in secondo piano il benessere dei bambini Trevallion. «Anziché trovare una soluzione, è evidente che questa vicenda si stia addirittura complicando», continua Salvini. «E trovo insopportabile l’ipocrisia di chi prova a difendere queste scelte che appaiono sproporzionate e irragionevoli, quando ci sono migliaia di casi in Italia di famiglie rom che vivono in condizioni igienico sanitarie ben peggiori, senza scolarizzazione e in un ambiente troppo spesso caratterizzato da violenze e illegalità. Ma per i rom i giudici e gli assistenti sociali sembrano meno solerti. La magistratura spero sia equilibrata: va bene che il referendum sulla giustizia potrà spazzare via le correnti e un sistema di potere che non funziona e non fa bene alla democrazia, ma conto che queste ansie non ricadano su tre bambini innocenti e sui loro genitori». Il leader della Lega ha deciso di prendere di petto la questione. «Sono determinato a chiedere, già nelle prossime ore, un incontro al Garante dell’infanzia nazionale e a quello della regione Abruzzo», annuncia. «Altro che festa della donna e festa della mamma, qui ci sono persone senza cuore e senza anima che fanno soffrire mamme e bambini».
Salvini fa sapere anche, tramite nota della Lega, di essere intenzionato a scendere in Abruzzo con l’obiettivo di «fare tutto il possibile perché i bimbi, dopo mesi di allontanamento forzato dalla loro casa e dai loro genitori, vengano dissequestrati e la famiglia possa tornare a vivere insieme».
Ieri sera sulla vicenda è intervenuta anche Giorgia Meloni, in una lunga intervista concessa a Mario Giordano a Fuori dal coro. «A me il caso della famiglia nel bosco lascia senza parole», ha detto il presidente del Consiglio. «Si era deciso di affidare ai servizi sociali questi tre bambini che vivano con i genitori nella natura, ma almeno stavano con la madre. Adesso si è deciso di allontanare la madre dalla struttura protetta. E penso che questa non sia una decisione che fa stare meglio questi bambini. Penso, anzi, che infligga loro un altro pesantissimo trauma. E noi dobbiamo assistere inermi a queste decisioni che sono secondo me figlie anche di letture ideologiche. Lo Stato», ha ribadito Meloni, «non ti può togliere i figli perché non condivide il tuo stile di vita, tra l’altro quando nulla si dice a chi i figli li fa vivere nel degrado - penso ai campi rom - o li manda ad accattonare o a rubare. E nessuno può fare nulla». Al di là della valutazione sulla vicenda, però, il presidente del Consiglio ha dato una notizia importante: ha annunciato che «il ministro Nordio sta mandando una ispezione» al tribunale dell’Aquila. A quanto pare, dunque, verrà finalmente preso un provvedimento molto atteso da quanti, in queste settimane, hanno assistito con sgomento alle decisioni dei giudici riguardo ai Trevallion. La politica, dunque, offre l’ultima speranza: la visita di Salvini, l’ispezione che Nordio sta approntando. Vedremo se serviranno a riportare un minimo di buonsenso tra le istituzioni abruzzesi.
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